Rainer Maria RILKE – Lettera a un giovane poeta

“Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé.”

rilke

Parigi,17 febbraio 1903

Egregio signore,

la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.

Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.

rilkepicLei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke

Da: Lettere a un giovane poeta Rainer Maria Rilke (Mondadori 1994)

Banca del seme, problemi di liquidità

angiest & dumbest

V.M. minori anni 8

Prosta (TA) – “Abbiamo problemi di liquidità”, afferma il vicepresidente Pier Luigi Selve con l’espressione di chi sa di aver fatto una battuta del cazzo. Ma la verità è che la crisi che ha colpito alcune banche italiane non ha risparmiato nemmeno la Banca del Seme Cooperativo di Prosta, vicino Taranto. “Una situazione difficile a cui sto cercando di rimediare io stesso depositando nuova liquidità – continua lo smunto dirigente– ma non posso andare avanti per molto, la politica deve aiutarmi, mi aspetto almeno forniture governative di zabaione”.

E gli aiuti non si sono fatti attendere. Sarà perché – come dicono i maligni – la figlia del vicepresidente è molto vicina al Presidente del Consiglio, sta di fatto che il governo è prontamente intervenuto con il cosiddetto “Decreto Salva-Sperma”, che se da una parte mette al sicuro decine di posti di lavoro, i depositi dei correntisti e il culo dello stesso vicepresidente, dall’altra azzera gli spermatozoi degli azionisti.

“Ho perso la sborra di una vita – afferma in lacrime il 74enne Pietro Nordmi sono fatto ingolosire dalla prospettiva di guadagnare il 15% di spermatozoi in più, ma adesso non mi è rimasto più nulla”.

 

continua:

http://www.lercio.it/banca-del-seme-a-rischio-crack-abbiamo-problemi-di-liquidita-e-arriva-il-decreto-salva-sperma/

 

 

Sheherazade va a Ovest – in memoria di Fatema Mernissi

Les Femmes du Maroc 16, 2006

 

“Fatema Mernissi era di una grande, esotica, ostentata bellezza orientale. Il suo naso aquilino e gli occhi sempre bistrati, i suoi abiti di foggia tradizionale e allo stesso tempo cosmopolita,  ne facevano un simbolo orgoglioso dell’inversione dello stigma orientalizzante con cui gli occidentali guardano la donna ‘esotica’. Infatti, sebbene Mernissi potesse a prima vista incarnare esteticamente lo stereotipo della donna orientale, il suo lavoro era tutto teso a sovvertire questo schema, a ribaltare il cliché della donna bella e orientale, dunque sottomessa e muta. La sua figura sembrava un’affermazione di conciliabilità, al di là di ogni stereotipo, tra impegno, intelligenza, coraggio, apertura, e tradizione. Ma una tradizione rivisitata, consapevole delle proprie ibridazioni. Si può essere orientali, belle e intelligenti, dunque. Proprio a questi temi è dedicato quello che da molti viene considerato il suo capolavoro, Scheherazade goes West, or: The European Harem, pubblicato nel 2000 e meritoriamente tradotto da Giunti col titolo L’harem e l’OccidenteMernissi ha sostenuto in quel libro tesi interessanti e provocatorie, che hanno avuto eco anche nel dibattito italiano, e che hanno fatto storcere il naso a più di una femminista. La tesi di fondo è che gli occidentali dovrebbero guardare a casa loro, ovvero dovrebbero smetterla di pensare che l’oppressione (della donna) sia sempre affare di ‘altri’ e che l’Occidente sia il luogo dei diritti incarnati e dell’emancipazione…

Mernissi stava sostenendo, proprio negli anni in cui la società occidentale si interrogava sulla libertà delle donne musulmane (e le bombe degli anni successivi sarebbero state benedette dallo scopo di togliere il burqa alle donne afghane), che il medico deve prima curare se stesso. Se la prendeva non solo con gli stilisti, ma con la filosofia che aveva prodotto una struttura maschilista della società e della cultura: “Di fatto, il moderno occidentale dà forza alle teorie di Immanuel Kant del XIX secolo. Le donne devono apparire belle, ovvero infantili e senza cervello” (ivi, p. 167). Ingres con Kant, insomma. Lo stesso valeva per il ‘tempo’, ovvero per la vecchiaia, usato in Occidente così come gli Ayatollah usano lo spazio in Iran: per conculcare la libertà delle donne…”
 

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continua:

https://lepalaisdurire.wordpress.com/2015/12/01/kant-nellharem-fatema-mernissi/

 

 

Roba Chic, Cost’ Picch

roba chicHomo Oeconomicus on the Beach

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Stasera, rincasando, incrocio un “nero”, un “vu cumpra’” con il suo carico straripante di merchandise, che sorridendo a 36 denti (che su un volto completamente nero fa un certo effetto!), mi fa “ROBA CHIC, COST’ PICCH!!!!”, (“ROBA CHIC, COSTA POCO”), e mi supera senza fermarsi o tentare di vendermi qualche “sciccheria” a poco prezzo. Gli rispondo sorridendo, poi lui passa, e la cosa finisce lì, lo perdo di vista. Alla fin dei conti, rifletto, a lui di Boko Haram o di Al Qaeda della Penisola, che cacchio gli frega? A modo suo, partecipa della grande festa “occidentale” del merchandising e della pubblicità, sicuramente più divertente di Kas-al-Eghion e SS-al-Vini,  Al-Fan o Al-Ban o Al-Dibbh….

TRUE DETECTIVE 1×02 – Vivo o morto? – If I Live or If I Die (Cuff the Duke)

Una buona serie TV non può non avere una buona colonna sonora, e quella di True Detective curata da T Bone Burnett è sicuramente ben scelta e azzeccata, con una serie di songs favolose alcune delle quali note molte altre no. E qui scatta la curiosità. Dove beccare tutti questi bei brani folk-blues-psychobilly che fanno molto Stati del Sud, Louisiana in particolare, dove è ambientata la storia, e ricordano le  raccolte di garage punk  tipo Pebbles o Nuggets?

Più ci si addentra nella Realtà più ci si perde nei suoi meandri, nei suoi link, dove nessuno è innocente o sano di mente. La Verità Assoluta rivelata dal Predicatore di turno finisce per diventare un incubo mostruoso. Un viaggio all’inferno.

Apocalypse Now, Kurtz.

Il paesaggio della Louisiana, il bayou. Una marcia nell’orrore.

 

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Una recensione critica molto interessante di True Detective è stata pubblicata dall’ottimo Quit the Doner su Vice (http://www.vice.com/it/read/true-detective-fine-serie), però consiglio di leggerla dopo aver visto almeno qualche episodio della serie:

“Il personaggio di Rust è la punta dell’iceberg di quell’estetizzazione varia e sostanzialmente muta onnipresente nella serie e che ha entusiasmato così tanto parte del pubblico. I paesaggi, le location, l’abbigliamento dei personaggi, la sigla sono curati in maniera maniacale all’insegna della solennità e della contaminazione, pur sforzandosi in tutti i modi di apparire minimi e “naturalmente” decadenti. ”   (ça suffit!)

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It’s up to you Lord, it’s up to you
But do I still have time to choose
I am liking what you provide
Lord if you hear me, I’m falling down, yeah

If I don’t follow after you
What happens then, will I still lose
My faith is weary, my soul is too
Lord if you hear me, I need some proof, yeah, yeah

If I live or if I die
If I live or if I die

(If I live or if I die)
It’s up to you Lord, it’s up to you
(If I live or if I die)
What do I gain, what do I lose
(If I live or if I die)
Will you provide me answers
(If I live or if I die)
Will you accept me
(If I live or if I die)
Lord if you hear me, I need some truth, yeah, yeah

If I live or if I die ( x9)”

 

http://cufftheduke.ca/

 

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Noi non crediamo che la verità resti la verità  quando le viene tolto il velo” (F.Nietzsche, La gaia scienza)

 

Marty – Secondo i vigili del fuoco del luogo quella Chiesa era andata a fuoco 4 mesi prima. Non avevano trovato impronte. Venne diramata una segnalazione per la Chiesa degli Amici di Cristo. E una settimana dopo ci ritrovammo a Franklin. Seguivano la dottrina del Risveglio. Una religione molto antica. Vi lascio immaginare che cosa ne pensasse il mio devotissimo partner.

(…)

Predicatore (Joel Theriot) – Gesù Cristo, Gesù Cristo, le tue braccia si aprono e chiudono. Gli echi della mia vita non potranno mai contenere una sola verità su di Te. Tu muovi la piuma nella cenere. Tu tocchi la foglia con la sua fiamma (Amen! Amen!).

Rustin Cohle – Trasferimento di paura e disprezzo di sé stessi, uniti a un tramite autoritario. E’ una catarsi. Lui assorbe la loro paura con la sua oratoria. Per questo motivo è efficace in proporzione al numero di certezze che riesce a proiettare. Alcuni antropologi linguistici pensano che la religione sia un virus del linguaggio, che riscrive percorsi nel cervello, offusca il pensiero razionale.

(dialoghi tratti da “The Locked Room”, ep. 1×03)

 

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Miracolismo mediatico – Intervista a Mario Perniola

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Sul caso Stamina ho letto un paio di articoli interessanti, il primo della scienziata e senatrice Elena Cattaneo (http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2013/12/Attenti a chi confonde neuroni e lumache.PDF), l’altro di Vittorio Zucconi (http://zucconi.blogautore.repubblica.it/Sesso Salute Soldi e Sciacalli?ref=HROO-1)  e un post sul sito Movimento dei Caproni (http://movimentocaproni.altervista.org/blog/la-sconfitta-della-scienza/) in cui l’autrice fra l’altro scrive:

“Tra la gente di scienza c’è chi si preoccupa che i creduloni vengano truffati da imbroglioni, e si impegna nello smascheramento di truffe clamorose: disgraziatamente, questo lavoro non procura certo loro una maggior benevolenza da parte di quelli che stanno cercando di proteggere.
Le persone VOGLIONO credere a queste cose, VOGLIONO che i miracoli accadano davvero, certamente non vogliono che si mostri loro che c’è un trucco.
Perchè il problema è tutto lì, le persone hanno bisogno di credere in qualcosa, e, visto che la scienza li ha delusi e traditi, si rivolgono ad altro…

Adesso però è ormai da qualche mese che mi frulla per la testa l’idea che fenomeni come quello di Scientology, del Casalgrillo, dei complottismi, della “fede” in boiate (o peggio in truffe orrende come il metodo Stamina) siano tutti aspetti di una medesima realtà, quella delle persone che son troppo deboli per reggersi in piedi da sole ed han bisogno di puntelli e che per questo motivo sono l’obiettivo ideale dei truffatori.”

Al rapporto fra miracolismo e comunicazione il prof. Mario Perniola ha pubblicato presso Einaudi due interessanti libri tuttora attuali, Contro la comunicazione (2004) e Miracoli e traumi della comunicazione (2009). Prima di ricapitolarne alcuni spunti interessanti, mi sembra utile come agile presentazione ripescare l’intervista rilasciata da Perniola ad Antonio Gnoli de la Repubblica a proposito del secondo libro.

MIRACOLI E TRAUMI COSÌ È FINITA LA STORIA BENVENUTI NEL MONDO DELL’ IRREALTÀ

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/06/02/miracoli-traumi-cosi-finita-la-storia-benvenuti.html

Allora professor Perniola, davvero non è successo più nulla da sessant’ anni a questa parte? Davvero l’ azione è finita?

«Le ultime azioni veramente importanti sono state la sconfitta del nazi-fascismo e l’ asservimento dell’ ultima grande cultura che era riuscita a sottrarsi alla colonizzazione euro-americana, quella giapponese. Dagli anni Sessanta la comunicazione ha preso il posto dell’ azione e oggi ha raggiunto un’ egemonia soverchiante».

Con quali effetti?

«Il mio assunto è che il significato di ciò che è avvenuto negli ultimi quarant’ anni resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre ai concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’ Ottocento e nella prima metà del Novecento, perché queste sono appunto categorie che non appartengono al mondo della comunicazione».

Cosa intende quando dice che il mondo è sotto il dominio della comunicazione?

«Significa che il posto della Storia è stato preso da eventi-matrice del tutto imprevedibili e da una infinità di “storiette”, il cui legame dipende dal modo in cui vengono presentate».

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Che cos’ è un evento-matrice?

«Un avvenimento-matrice congiunge l’ attualità di un fatto che avviene qui e ora con un prolungamento immaginario negli anni successivi. Per esempio, il Maggio ‘68 era qualcosa di molto mediatico nel momento in cui è avvenuto, ma ha continuato a occupare l’ immaginazione per molto tempo ancora».

Dagli anni Sessanta a oggi, come lei stesso osserva, ci sono stati quattro grandi eventi-matrice: il Maggio francese del 1968, la rivoluzione iraniana del 1979, il crollo del muro di Berlino del 1989 con relativo crollo dell’ impero sovietico e infine l’ attentato alle torri gemelle nel 2001. Possibile che non abbiano cambiato neanche un po’ il corso della storia?

«Diciamo che non hanno alterato la struttura dell’ ordine mondiale: quelli che lei cita sono eventi che hanno avuto un carattere essenzialmente mediatico».

A questo proposito lei parla di un miracolismo mediatico. Cosa intende?

«Il prezzo della stabilità politica mondiale è la puerilizzazione e la futilizzazione del mondo, insieme al dilagare di una mentalità miracolistico-traumatica, la cui sostanza è un “impossibile” che diventa improvvisamente reale. Si tratta di una sindrome psicopatologica di carattere sociale».

Con quali ricadute?

«Una larga maggioranza di persone pensa che le cose si ottengano in modo “miracolistico” attraverso il gioco, la fortuna, la corruzione, il malaffare, l’ eredità o un matrimonio vantaggioso e non attraverso il lavoro, la pazienza, il rispetto della legalità, la comunanza, la dedizione, la collaborazione. Si crede che esista una via breve alla felicità».

Sembra il ritratto dell’ Italia di questi anni. Ma questa sindrome miracolistica ha a che vedere con il sacro?

«No, il sacro è scomparso da molto tempo dall’ orizzonte: è stato sostituito dal business della New Age. Quanto ai valori, nel corso dell’ ultimo decennio la comunicazione è entrata nella fase della valutazione. In ogni ambito si stabiliscono classifiche e canoni demenziali, abilmente manipolati. Il progetto, in prospettiva, è quello di schedare e valutare gran parte degli abitanti del globo in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana, economica, ricreativa, turistica, intellettuale, spirituale e perfino intima».

I want u 4 breakfast

La società dello spettacolo è immediatamente riconducibile alla società del miracolo?

«La società dello spettacolo è solo la prima fase della società della comunicazione, riconducibile agli anni Sessanta-Settanta. Per descrivere le fasi ulteriori bisogna ricorrere ad altri concetti come quelli di “deregolamentazione” (anni Ottanta), “provocazione” (anni Novanta) ed oggi appunto “valutazione”».

Tutto sembra svolgersi in un eterno presente: assenza di futuro, inutilità del passato. Che tipo di legami sociali sono oggi possibili?

«Mi sembra che le malattie psichiche tipiche di oggi siano la dipendenza, l’ autismo e l’ anedonia, ossia la scomparsa della capacità di provare piacere. È evidente che su queste basi non si possono creare legami sociali. Tuttavia la presa di coscienza di questa catastrofe porta alla creazione di piccoli circoli, dai quali dipenderà l’ avvenire dell’ Occidente».

Davvero è tramontata la possibilità di provare piacere?

«Sì, e basta vedere cosa è accaduto nell’ ambito della sessualità. Nel corso degli ultimi quarant’ anni ci sono state trasformazioni insieme miracolistiche e traumatiche».

Ossia?

«Con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta-Settanta tramonta il sentire erotico della civiltà occidentale, in cui la seduzione aveva un’ importanza centrale. Sotto l’ ingiunzione di una impossibile “trasparenza”, le relazioni sessuali diventarono banali, rozze, brutali, perché si presumeva che gli esseri umani disponessero a loro piacere del loro inconscio e della loro sessualità. Gli anni Ottanta hanno visto il sorgere di due fenomeni apparentemente opposti, ma complementari anche da un punto di vista politico: il ritorno del velo nelle società islamiche e la democratizzazione della pornografia in Europa e in America».

Con quali conseguenze?

«Da un lato un neopuritanesimo delirante e dall’ altro una trivialità collettiva senza precedenti. Con gli anni Novanta si è arrivati al “sesso estremo” che, promosso in ambienti artistici e letterari,è stato rapidamente recuperato e assimilato dal video e da Internet. Nell’ ultimo decennio sono tramontate perfino le perversioni che sono formazioni psichiche troppo complesse e raffinate per avere la possibilità di svilupparsi in un mondo in cui tutto ha assunto l’ immediatezza del miracolo e del trauma».

Insomma questi quarant’ anni di egemonia della comunicazione sono da buttare?

«Non direi. Chi è sopravvissuto in condizioni decenti ed ha seguito con vigilanza intellettuale e partecipazione emozionale lo svolgersi degli eventi, corre ora il rischio di morire dal ridere».

Tra una risata e l’ apocalisse?

«Ma io non sono un apocalittico. Come dicevano gli stoici: “neanche così, poi è tanto male”, dato che una Terza guerra mondiale non è scoppiata e siamo ancora qui ad analizzare il declino della civiltà».

Romanticismo e Rivoluzione – Anselm Jappe

Anselm Jappe

Grandezza e limiti del romanticismo rivoluzionario


revolta e melancoliaNon è passato molto tempo da quando il mondo si divideva in due: da una parte, i “progressisti”, dall’altra, i “conservatori”, i “reazionari”. Tutto quello che stava “a sinistra”, quello che era rivoluzionario o, almeno, realmente riformatore, tutto ciò che si batteva per l’emancipazione delle classi oppresse e sfruttate, si poneva nella prospettiva del “progresso”, di un’avanzata – generalmente considerata come ineluttabile – verso un futuro migliore; dall’altra parte della barricata, le classi dominanti si opponevano ad ogni progresso o volevano restaurare le vecchie forme di società di quando esse regnavano in maniera assoluta. Secondo tale visione, ogni distruzione di un elemento delle società ereditate dal passato costituiva un passo in avanti, un passo verso l’emancipazione. Questo “progresso sociale” trovava il suo fondamento e la sua garanzia nell’incessante progresso della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, e lo traduceva sul piano storico, secondo la teoria marxista per cui le forze produttive, alla lunga, finiscono sempre per sovvertire i rapporti di produzione, quando questi non sono adeguati al loro sviluppo: alla fine, è il progresso stesso della tecnologia che fa trionfare la classe operaia sul borghese parassita. Il progresso era il figlio dei Lumi del XVIII secolo e della loro realizzazione parziale durante la Grande Rivoluzione francese, di cui tanto il marxismo quanto le altre correnti “progressiste”, si sono proclamati continuatori – spesso con l’intenzione dichiarata di “portare a termine” il progetto emancipatore dei Lumi, che ritenevano tradito o lasciato incompleto dalla stessa borghesia che l’aveva iniziato.

 
Questa fiducia nella marcia della storia, spinta dalla scienza e dalla tecnica, è rimasta seriamente scossa nel corso di questi ultimi decenni. Inseguire lo sviluppo delle basi materiali del capitalismo, per cambiarne semplicemente il regime di proprietà, si è rivelata sempre meno come una prospettiva desiderabile o semplicemente possibile (anche se questa convinzione, un po’ riformulata, ha vita durevole, sia in seno alla “sinistra” riformista che in quella radicale). Il mondo non va affatto meglio e continua a suscitare il desiderio di cambiarlo profondamente. In tale contesto hanno cominciato ad emergere delle forme di opposizione al capitalismo che non si inseriscono facilmente nello schema concordato “progressista contro conservatore” – in particolare, l’ecologismo. E, parimenti, si è presa coscienza del fatto che la modernità capitalista ha generato, lungo il suo percorso, differenti critiche del progressismo, critiche spesso virulente che si nutrono della nostalgia di un passato suppostamente migliore e ne hanno tratto una condanna del presente; critiche che hanno messo in evidenza, accanto allo sfruttamento e all’oppressione, altre fonti di malessere, come la perdita di senso, il deterioramento dei rapporti umani, la deturpazione del mondo e l’impoverimento della vita quotidiana.

Benjamin-Lowy Per lungo tempo, il marxismo, in pressoché tutte le sue varianti, ha guardato con disprezzo a quello che chiamava “anticapitalismo romantico”: se a volte gli riconosceva la sincerità delle sue intenzioni, ed una certa perspicacia per quanto riguardava la descrizione di alcuni sintomi del capitalismo, il romanticismo restava, agli occhi dei sostenitori del “socialismo scientifico”, solo un’ideologia “piccolo-borghese”, tutt’al più sentimentale e impotente, oggettivamente reazionaria, e spesso perfino alla base delle ideologie fasciste. Non c’è niente di sorprendente in tale rigetto: secondo la visione progressista della storia, il romanticismo è nato come reazione all’illuminismo e alla Rivoluzione francese, come espressione di strati della società – aristocrazia fondiaria, borghesia renditiera – che aveva tutto da perdere nella ricerca del progresso. Elaborando un irrazionalismo aggressivo, fondato su dei concetti come “mito”, “popolo”, “sangue” e “destino”, i romantici tedeschi in particolare hanno contribuito direttamente alla genesi del nazionalismo tedesco e, in fin dei conti, del nazismo; queste forme di anticapitalismo avrebbero tradito gli strati popolari, dirigendo la loro rabbia verso obiettivi sbagliati. György Lukács ha fornito una versione classica di questa identificazione del romanticismo con il pre-nazismo nel suo “La Distruzione della ragione”, nel 1951. Una tale opinione è ancora del tutto comune in Germania, soprattutto in quella parte della sinistra tedesca che rimane assai vigilante a proposito di tutto quello somiglia – per esempio in alcune forme di ecologismo – ad una risorgenza dell’ “ideologia tedesca” con il suo background sciovinista e antisemita.
Michael Löwy ha lavorato per oltre vent’anni, spesso in collaborazione con il sociologo ed anglicista Robert Sayre, per riscoprire il lato rivoluzionario ed anticapitalista del romanticismo. Oltre ai libri, o alla serie di articoli che Löwy ha esplicitamente consacrato alla questione, ci sono in proposito anche i suoi scritti su Walter Benjamin, su Franz Kafka o sui surrealisti, in cui espone la sua tesi centrale: il romanticismo, lungi da essere un movimento solo letterario, è una “visione del mondo” nata con l’inizio del capitalismo industriale, verso la metà del XVIII secolo. Esso è dunque contemporaneo dei Lumi, e non una reazione ad essi, e le due visioni possono essere compatibili – Come è dimostrato dal caso di Rousseau. Il romanticismo, come lo definiscono Löwy e Sayre, è coestensivo al capitalismo e dura fino ai nostri giorni. Essi fanno rientrare in questa categoria un gran numero di scrittori, di pensatori e di artisti, affermando che, nonostante la loro innegabile eterogeneità, hanno espresso un rifiuto almeno parziale della modernità capitalista ed industriale in nome di valori provenienti dal passato, rifiuto che acquista così una dimensione “utopica”. Il tratto comune di tutti i romanticismi sarebbe dunque la loro opposizione alla borghesia, anche se quest’opposizione ha portato alcuni, soprattutto dopo la delusione subita in conseguenza della Rivoluzione francese, ad idealizzare il passato feudale e le sue sopravvivenze (Samuel Coleridge, Friedrich Schlegel, Novalis).

franz kafkaMa identificando il romanticismo con la reazione politica, come ha fatto una certa storiografia “marxista” a lungo egemonica anche in Francia, bisognerebbe dichiarare che  Friedrich Hölderlin o Georg Büchner non sono stati dei romantici, non più che Heinrich Heine o Victor Hugo. Alcuni romantici erano ardenti partigiani dei giacobini; altri, più tardi, hanno preso parte alla rivolta che ha scosso Parigi nel 1832.

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http://francosenia.blogspot.it/2013/12/reincantare-il-mondo.html

Jan Svankmaier – Cibo & Dialoghi

non mi piacciono i cartoni animati, preferisco ambientare il mio mondo immaginario nella realtà

Jan Svankmaier, regista e sceneggiatore ceco nato a Praga nel 1934, è il poeta e filosofo del cinema d’animazione europeo, noto per le sue immagini surreali e grottesche. Nei film utilizza insieme numerose tecniche, l’animazione di oggetti frammentata con il  live action, disegni e collage,  uomini, macchine, figure di argilla, bambole antiche, tempera matite, scheletri , scomponendo e ricomponendo le forme, animando ogni cosa: dalle piante alle ossa, dalle patate agli attrezzi di carpenteria. Gli esseri umani agiscono sempre come robot mentre gli oggetti diventano antropomorfici, combattono, vengono decapitati, si suicidano e compiono riti cannibali.
I set sono quasi sempre cosparsi di mobili vecchi, edifici decadenti, rifiuti dell’era industriale e persino viti arrugginite e segatura. Svankmejer pesca a piene mani da Bosch, Arcimboldi e Giger, l’humor nero, l’introspezione, il grottesco e una ricerca Kafkiana dell’assurdo oltre che del fantastico.

Una tranquilla settimana di isteria mediatica collettiva

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 “Social networks can lead to global mass hysteria”

Benvenuti in HisterItaly! Abbiamo appena vissuto una settimana di normalissima, banalissima  isteria mediatica collettiva sul cosiddetto” impeachment” del Presidente Napolitano e sul “caso” Cancellieri, pompato letteralmente sul nulla da quei gran maestri del genere quali sono quelli de La Repubblica, seguita a ruota da quasi tutti gli altri media e social (ad eccezione, bisogna dire, de “Gli Altri” di Piero Sansonetti (cancellieri-unico-reato-e-fuga-di-notizie), e alcuni post di Luigi Manconi e Gad Lerner), e naturalmente immediatamente cavalcata dai dipendenti della Ditta Casaleggio, che dell’isteria hanno fatto  la propria mission per la gioia degli indivanados dello Stivale . Con assoluta nonchalance il Grullo Demens il giorno dopo racconta ai suoi boy scouts che l’impeachment è una “finzione politica” che parla alla “pancia” della gente,  mentre il “caso Cancellieri”, sgonfiandosi,  finisce a fondo  pagina dimostrando che l’unico reato commesso è quello di chi ha favorito la fuga delle notizie comprate da La Repubblica. Da domani non  ne parlerà più nessuno, come tanti casi in precedenza, fino alla prossima nuova e ancor più sconvolgente  isteria mass-mediatica.  Come scriveva Bruce Sterling al suo cattivo discepolo,  “ C’è stata solamente una breve orgia catartica pubblica con strappo di capelli…”

Post interessanti:

* social-networks-can-lead-global-mass-hysteria

.quitthedoner.com/Femminicidio la bolla mediatica di ultima generazione

* Christopher Cepernich – L’isteria mediatica – Il Mulino

 

” Così funziona il giornalismo in questo paese, fonde perennemente commento e cronaca e cavalca le emergenze che crea come giumente sotto anabolizzanti finché non le abbandona riverse sulla strada e passa ad altro.” (Quit The Doner)

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Mario Perniola, Oltre il nichilismo e il populismo

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Già in altre occasioni ho presentato dei brevi testi del filosofo Mario Perniola dedicati al rapporto fra Estetica e Politica (Agalma 24, “Da Nietzsche a Breivik”, da-nietzsche-a-breivik-mario-perniola/) o alla Società dei simulacri (“Introduzione –  La societa dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori-mario-perniola/), in cui fra l’altro afferma

“Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.”.

Ma Perniola non è tipo che si fa rinchiudere in facili stereotipi. E perciò così come ci avverte sui rischi dell’oclocrazia, ci avverte anche del rischio opposto, di bollare il vasto mondo dell’insurrezione e della rabbia col nome di “antipolitica”, il che ci consente certo di autoassolverci, ma non di elaborare una nuova teoria adeguata ai tempi:

“ Il tarlo populistico, che già negli anni Ottanta “era sotto gli occhi di tutti” (come allora scrivevo), manifestandosi ovunque l’intrigo e la macchinazione prendono il posto della società e dell’organizzazione razionale oppure con l’esaltazione delle idiozie più diffuse e con l’intrigo o con una combinazione di ambedue le cose, sta ora facendo crollare il tavolo, che è ormai fradicio.

È molto riduttivo e addirittura narcotizzante riportare nell’alveo del neo-nazismo, del neo-fascismo, dell’anarchismo, del populismo tradizionale o dell’anti-semitismo, la rabbia che cova nelle società euro-americane. Tale sentimento di ira impotente appartiene al mondo della globalizzazione e non alle ideologie politiche di cent’anni fa. Esso non trova un’espressione teorica e si veste perciò con i panni del passato, così come gli insorti della Rivoluzione francese si travestivano da antichi Romani.

Trovo piuttosto fuorviante bollare tutta questa vasta insurrezione col nome di “antipolitica”, perché essa è alla ricerca di una politica differente da quella ideologica: ora questo è un compito che non può essere svolto né dai demagoghi, né dai comici, ma da un’intelligentsia, che non sia più disposta ad accodarsi a questo o a quel partito, a questa o a quella ideologia. Nel passato la teoria era sempre più avanti del movimento sociale; ora avviene il contrario. Ci troviamo dinanzi ad una rivolta in atto, ma fanno difetto gli strumenti teorici per pensarla.”

QUI (http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=24) il testo intero tratto dal nr.24 della rivista Agalma.

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“Le tendenze descritte nel sesto capitolo, Nichilismo e populismo, scritto negli anni Ottanta, il nietzscheanismo e il neo-nazismo, che allora consideravo come marginali, hanno acquistato un’importanza sempre più rilevante. Già allora tuttavia ritenevo che questi due termini non fossero adeguati a descrivere quanto stava accadendo. Il tarlo nichilistico cominciava a trasmettersi all’intera filosofia: ora nessuno può considerarsi immune da questa patologia, anche perché nel frattempo gli intellettuali sono stati destituiti da ogni rilevanza politica, per cui ognuno lotta da solo per la propria sopravvivenza con le armi arrugginite di cui dispone. Niente di più ipocrita e di intimidatorio che l’appello alla responsabilità morale e politica dell’intelligentsia, quando tutti sanno che questa non conta nulla: è come mettere sotto accusa un disabile perché non vince una gara atletica! Così piuttosto patetiche mi sembrano le dispute culturali, quando queste superano i limiti della legittima divergenza tra opinioni ed interpretazioni differenti trasformandosi in biliosi e stizzosi attacchi personali, che emozionano soltanto i diretti interessati: per quanto diversi siano i punti di vista e le scelte, chi dedica la propria vita allo studio deve sempre mantenere un atteggiamento di rispetto nei confronti di chi opera con impegno e sacrificio nello stesso campo. Non siamo più ai tempi dei “compagni di strada” o poput?iki, cioè coloro che mostravano uno spontaneo spirito di collaborazione nei confronti dei politici pur essendo estranei rispetto al nucleo organico dei partiti. Così non è più tempo di esercitare il proprio iper-moralismo nei confronti di coloro che si lasciano sedurre dalle sirene del teatrino della politica. Gli intellettuali che si azzannano tra loro sono come i proverbiali capponi di Renzo descritti da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, che si beccavano l’un l’altro invece di far fronte alla comune malasorte. Su questo argomento penso come gli antichi filosofi Stoici, i quali, dopo aver delineato il grande ideale del saggio, si guardavano bene dall’attribuirselo, affermando che in tutta la storia era stato tale solo Socrate e forse anche qualcun altro di cui non si sapeva nulla!”