Ray Bradbury “Il sorriso”

Ray Bradbury, “Il sorriso”

(“The Smile”, racconto incluso in S is for space, Doubleday & Co., 1966)

“The Smile” è un racconto post-apocalittico di Ray Bradbury ambientato nell’anno 2061 in una città devastata dalla guerra nucleare.  Gli ultimi sopravvissuti distruggono sistematicamente ogni cosa del precedente passato, giudicato responsabile del deserto atomico in cui vivono – libri, giornali, arte, fabbriche, macchine, aeroplani, tutto viene esposto all’odio, “controllato cerimonialmente”, della folla, durante le “feste” di distruzione.. Ora è il turno della “Mona Lisa” venir esposta non all’ammirazione ma all’odio. La gente in fila non vede l’ora di sputare sull’immagine della Gioconda di Leonardo. Un uomo, Grigsby, spiega a un ragazzo, Tom, che la civiltà non tornerà mai, nessuno la vuole. Adesso tutti odiano ciò che li ha rovinati, la civiltà del passato. Un altro uomo risponde che potrebbe sopportarne un po’, “c’erano delle macchie di bellezza in essa”. Un giorno verrà qualcuno con immaginazione e cuore, e la ripristinerà, “qualcuno con un’anima per le cose belle”. Quando arriva il turno di Tom, guardando la Gioconda sente il cuore battere forte, ed una specie di musica interna. “Quanto è bella!”…

Può la bellezza artistica, messa al bando dalla tirannìa di una società regredita alla pura sussistenza, restituire almeno in parte un’idea di civiltà sia pure rattoppata?

 

“Nella piazza della città la coda si era formata alle cinque di mattina, mentre i galli cantavano fuori dal paese gelido e non c’erano fuochi.
Tutto intorno, fra gli edifici rovinati, piccole nubi di foschia si erano prima strette, ma ora con la nuova luce delle sette iniziavano a disperdersi. Giù per la strada, in due e tre, più persone si stavano riunendo per il giorno del mercato, il giorno di festa.
Il piccolo ragazzo si sollevò immediatamente dietro a due uomini che stavano parlando rumorosamente nell’aria aperta, e tutti i suoni che loro facevano sembravano due volte più alti a causa del freddo. Il piccolo ragazzo batteva i piedi e soffiava sulle sue mani rosse, screpolate, e sollevò lo sguardo sui vestiti sporchi e scadenti degli uomini, e giù lungo la fila di uomini e donne avanti a lui.

“Ecco, ragazzo, cosa stai facendo così presto fuori? ” disse l’uomo dietro a lui.
“Prendo il mio posto nella fila”, disse il ragazzo.
“Perché non corri via, e lasci il tuo posto a qualcuno che lo apprezzi?” ,
“Lascia il ragazzo in pace”, disse l’uomo davanti, girandosi improvvisamente.
“Io stavo scherzando”. L’uomo dietro mise la sua mano sulla testa del ragazzo.
Il ragazzo la scosse via freddamente. “Penso solo che sia strano, un ragazzo fuori dal letto così presto.”
“Questo ragazzo è un apprezzatore delle arti, vi farò sapere”, disse il difensore del ragazzo, un uomo chiamato Grigsby. “Quale è il tuo nome, ragazzo? ”
“Tom.”
“Tom, ecco, è qui per sputare in modo perfetto , vero Tom? ”
“Certo “.

La risata passò giù per la fila.
Un uomo stava vendendo tazze rotte di caffè caldo davanti a lui. Tom lo guardò
e vide il piccolo fuoco caldo e l’infuso bollire in un tegame arrugginito. Non era caffè in realtà. Proveniva dalle bacche che crescevano sui campi oltre la città, e costava solo un penny una tazza per scaldare i loro stomachi; ma non ne erano state comprate molte, non tutti avevano delle ricchezze.
Tom fissò davanti a lui il luogo dove la fila finiva, oltre le pietre delle mura, distrutte dalle bombe.

“Dicono che lei sorride”, disse il ragazzo.
“Sì, lei lo fa” disse Grigsby.
“Dicono che lei è fatta di olio e tela.”
“Vero. E quello è ciò che mi fa pensare che lei non è quella originale. L’originale, ora, ho sentito, fu dipinta su legno molto tempo fa.”
“Dicono che lei è vecchia di quattro secoli.”
“Forse di più. Nessuno sa di che anno è, con sicurezza.”
“È del 2061! “.
“Quello è ciò che dicono, ragazzo, sì. Bugiardi. Potrebbe essere 3,000 o 5,000, per quel che ne sappiamo. Le cose erano in una confusione terribile in quel tempo. Tutto ciò che abbiamo ora sono piccoli pezzi.”

 

Trascinavano i piedi lungo le pietre fredde della strada.
“Quanto tempo passerà prima di vederla? ” chiese Tom inquieto.
“Solo alcuni minuti. L’hanno sistemata con quattro aste di ottone e una corda di velluto, tutte idee per tenere lontano il popolo. Ora sappi, nessuna pietra, Tom; loro non permettono di gettargli pietre contro.”
“Sì, signore.”

Il sole sorse in alto nei cieli, portando calore che fece andar via lo sporco dai cappotti e dai grassi capelli degli uomini.

“Perché siamo tutti qui in fila? ” chiese Tom alla fine.
“Perché siamo tutti qui a sputare? ”
Grigsby non lanciò uno sguardo a lui, ma si rivolse al sole. “Bene, Tom, ci sono molte ragioni”.

Allungò distrattamente la mano per prendere il pacchetto che era andato lungo la tasca per una sigaretta che non era là. Tom aveva visto il gesto un milione di volte.

 

“Tom, lo devi fare con odio. Odi per ogni cosa del Passato. Ti chiedo, Tom, come siamo arrivati in tale stato, le città sono tutte a pezzi, le strade sono come dei puzzle per le bombe, e in mezzo i campi di granoturco emettono luce radioattiva di notte? Non è questo uno schifo ti chiedo? ”
“Sì, signore, suppongo di sì.”
“È così, Tom. Tu odi qualunque cosa che ti ha buttato giù e ti ha rovinato. E’ la natura umana. Non pensandoci, forse, ma è comunque la natura umana.”
Non c’è proprio niente o nessuno che non odiamo”, disse Tom.

“Giusto! L’intero sanguinoso gruppo di quella gente del Passato che correva per il mondo. Così noi siamo in un giovedì mattina senza niente nei nostri stomachi, al freddo, vivendo in caverne e così, non fumiamo, non beviamo, non facciamo niente eccetto le nostre feste, Tom ,le nostre feste.”

E Tom pensò alle feste di alcuni anni prima. L’anno in cui strapparono tutti i libri nella piazza e li bruciarono e ognuno beveva e rideva. E la festa della scienza un mese fa quando trascinarono l’ultima automobile e fecero una selezione secondo il destino (picked lots) ed ogni uomo fortunato che vinceva aveva il permesso di colpire con un martello la macchina.

“Ti ricordi quello, Tom? Ti ricordi? Perché, ho rotto il finestrino anteriore, il finestrino, capito? Mio Dio, fece un bel suono! Crash! ”
Tom poté sentire il vetro che cadeva in brillanti mucchi.
“E Bill Henderson, colpì il motore. Oh, fece un lavoro intelligente, con grande efficienza. Wham! ”

 

Ma la miglior festa tra tutte queste, ricordò Grigsby, fu la volta che colpirono una fabbrica che ancora stava tentando di costruire aeroplani.

“Dio, noi stavamo per farla scoppiare! ” disse Grigsby. “E poi trovammo lo stabilimento del giornale ed il deposito delle munizioni e li facemmo esplodere insieme. Capito, Tom? ”
Tom imbarazzato. “Suppongo”.

Era mezzogiorno. Ora gli odori della città rovinata stavano nell’aria calda e le cose strisciavano fra gli edifici caduti.

“Non ritornerà mai, signore? ”
“Cosa, la civiltà? Nessuno la vuole. Non io! “.
“Io potrei sopportarne un po’”, disse l’uomo dietro ad un altro uomo. “C’erano delle macchie di bellezza in essa”.
“Non preoccupatevi delle vostre teste”, gridò Grigsby. “Non c’è neanche posto per quello.”
“Ah”, disse l’uomo dietro all’uomo “Qualcuno verrà un giorno con immaginazione e la ripristinerà. Ricorda le mie parole. Qualcuno con un cuore.”
“No”, disse Grigsby.
“Io dico di sì. Qualcuno con un’anima per le cose belle. Potremmo tornare a un genere di civiltà limitata, il genere dove noi potremmo vivere in pace.”
“Prima cosa, tu sai che c’è la guerra! ”

“Ma forse in seguito potrebbe essere diverso.”

Finalmente stavano in piedi nella piazza principale. Un uomo in sella stava cavalcando in lontananza nella città. Aveva un pezzo di carta nella sua mano. Nel centro della piazza c’era un’area circondata da corde. Tom, Grigsby e gli altri stavano raccogliendo la loro saliva e muovendosi in avanti – muovendosi in avanti preparati e pronti, con gli occhi larghi. Tom sentì il suo cuore battere fortemente ed agitatamente, e la terra sotto i suoi piedi nudi era calda.

“Andiamo, Tom, voliamo ! ”

Quattro poliziotti stavano in piedi agli angoli dell’area circondata dalle corde, quattro uomini con pezzi di cordicella gialla sui loro polsi per mostrare la loro autorità sugli altri uomini. Loro erano lì per impedire il lancio violento delle pietre.

“Da questa parte”, Grigsby disse all’ultimo momento, “ognuno sente di avere la possibilità di vederla,capisci, Tom? Andiamo, ora! ”
Tom stava in piedi di fronte al dipinto e lo guardò per molto tempo.

“Tom sputa! ”
La sua bocca era asciutta. “Sbrigati, Tom! Muoviti! ”
“Ma”, disse Tom, lentamente “lei è Bella! ”
“Ecco, sputerò io per te! ”

 

Grigsby sputò ed il missile volò nella luce del sole. La donna nel ritratto sorrise serenamente, segretamente a Tom, e lui le ricambiò lo sguardo, il suo cuore batteva, sentiva come una musica nelle sue orecchie.
“Lei è bella”, disse.

La fila precipitò nel silenzio. Prima sgridarono Tom perché non si muoveva in avanti, poi si girarono verso l’uomo a cavallo.
“Come lo chiamano questo, signore? ” chiese Tom tranquillamente.
“Il ritratto? Mona Lisa, penso. Sì, la Mona Lisa.”
“Ho un annuncio”, disse l’uomo a cavallo. “Le autorità hanno decretato che oggi a mezzogiorno il ritratto nella piazza sarà dato nelle mani del popolo, così che possiate partecipare alla sua distruzione.”

Tom non ebbe neanche il tempo di gridare, prima che la folla lo urtasse, gridando e colpendo tutto intorno, e correndo verso il ritratto.
C’era un suono acuto lacerante. La polizia correva per scappare. La folla gridava, le loro mani come uccelli affamati, beccavano il ritratto. Tom si sentì spingere verso il ritratto rotto. Allungandosi di nascosto tra gli altri,lui prese una piccola parte della tela oleosa, la strappò, sentì prendere la tela, poi precipitò, fu calciato, e rotolò verso i margini della folla. Sanguinante, con i vestiti strappati, guardò vecchie donne masticare pezzi di tela, uomini rompere la cornice, calciare stoffa sbrindellata, e lacerarla in piccoli pezzi.
Solo Tom stava in piedi da parte, silenzioso nella piazza movimentata. Guardò la sua mano.
Afferrò il pezzo di tela stretto al suo petto, nascosto.

“Ehi là, Tom! ” urlò Grigsby.

Senza una parola, singhiozzando, Tom corse.  Corse fuori e giù per la strada distrutta dalle bombe, in un campo, attraverso un ruscello poco profondo, senza guardare indietro, e strinse saldamente la sua mano, piegandola sotto il suo cappotto.
Al tramonto arrivò al piccolo villaggio e lo attraversò. Alle nove raggiunse la fattoria rovinata. Intorno, nel mezzo-silo, nella parte rimasta ancora in piedi, sotto la tenda, lui sentì il suono del sonno, la famiglia – sua madre, padre, e fratello. Lui scivolò rapidamente, silenziosamente, attraverso la piccola porta o e si mise a disegnare.

“Tom? ” chiamò sua madre nel buio.
“Sì.”
“Dove sei stato? ” urlò suo padre. “Ti picchierò di mattina.”
Qualcuno lo calciò. Suo fratello, che era andato a lavorare il loro piccolo pezzo di terra.
“Vai a dormire”, gridò sua madre, debolmente.

Un altro calcio.
Tom riprese fiato. Tutti erano calmi. La sua mano era stretta al petto, saldamente. Lui stette così per mezzora, poi chiuse gli occhi.
Poi sentì qualcosa, ed era una luce bianca e fredda. La luna rosa molto alta e la luce della piccola piazza si muoveva nel silo e lentamente venne la pelle d’oca sul corpo di Tom. Dopo, e solamente dopo, rilassò la sua mano. Lentamente, attentamente, ascoltando quelli che dormivano intorno a lui, Tom si portò avanti la mano. Lui esitò, inspirò nel suo fiato, e poi, aspettando, aprì la sua mano e appiattì il piccolo frammento di tela dipinta.
Tutto il mondo era addormentato nel chiaro di luna.
E là sulla sua mano c’era il Sorriso.
Lo guardò nell’illuminazione bianca del cielo di mezzanotte.
E pensò, tra sé e sé, quietamente, al Sorriso, al bel Sorriso.

Un’ora più tardi lui poteva ancora vederlo, anche dopo che l’aveva piegato attentamente e l’aveva nascosto. Chiuse i suoi occhi ed il Sorriso era lì nell’oscurità. Ed ancora era là, caldo e cortese, quando lui andò a dormire ed il mondo era silenzioso, e la luna navigò su e giù per il cielo freddo,  verso il mattino.”

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Rainer Maria RILKE, Sull’amore

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Roma, 14 maggio 1904

“Anche amare è bene: poiché l’amore è difficile. Volersi bene, da uomo a uomo: è forse questo il nostro compito più arduo, l’estremo, l’ultima prova e verifica, il lavoro che ogni altro lavoro non fa che preparare. Per questo i giovani, che sono principianti in tutto, ancora non sanno l’amore; lo devono imparare. Con tutto l’essere, con tutte le energie, raccolte intorno al loro cuore solitario, ansioso, dal battito anelante, devono imparare ad amare.

Ma il tempo dell’apprendistato è sempre un tempo lungo, chiuso al mondo, e così amare è a lungo, e fin nel pieno della vita, solitudine, intenso e approfondito isolamento per colui che ama. Amare non significa fin dall’inizio essere tutt’uno, donarsi e unirsi a un altro (poiché cosa sarebbe mai unire l’indistinto, il non finito, ancora senza ordine?); è una sublime occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualcosa, di diventare mondo, diventare mondo per sé per amore di un altro, è una grande, immodesta pretesa a lui rivolta, qualcosa che lo presceglie e lo chiama a vasti uffici.

Solo in questo senso, come compito di lavorare a sé (“di stare all’erta e martellare notte e dì”), i giovani potrebbero usare l’amore che viene loro dato. Essere tutt’uno e donarsi e ogni sorta di comunione non è per loro (che ancora a lungo devono risparmiare e radunare), è il compimento, è forse quello per cui oggi intere vite umane ancora non sono sufficienti. In questo però i giovani sbagliano così spesso e gravemente: che essi (nella cui natura è non avere pazienza) si gettano l’uno all’altro quando l’amore li assale, si spandono così come sono, in tutto il loro disordine, scompiglio e turbamento…

Ma come fare allora? (…) Se resistiamo e prendiamo su di noi questo amore come fardello e tirocinio, invece di perderci in tutto quel gioco frivolo e lieve (…) allora forse un piccolo progresso e un certo sollievo saranno percettibili a coloro che verranno molto dopo di noi (…) E questo amore più umano (…) somiglierà a quello che noi lottando con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra.” (Lettere ad un giovane poeta – 1903/1908 – Rainer Maria Rilke)

Rainer Maria RILKE – Lettera a un giovane poeta

“Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé.”

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Parigi,17 febbraio 1903

Egregio signore,

la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.

Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.

rilkepicLei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke

Da: Lettere a un giovane poeta Rainer Maria Rilke (Mondadori 1994)

Stendhal, L’amore in Provenza nel XII sec. – Guglielmo e Margherita

Tradurrò un aneddoto dai manoscritti provenzali; il fatto che leggeremo ebbe luogo verso l’anno 1180, e la storia fu scritta verso il 1250. L’aneddoto è sicuramente molto conosciuto: tutta la sfumatura dei costumi è sicuramente nello stile. Supplico che mi si permetta di tradurre parola per parola e senza cercare affatto l’eleganza del linguaggio attuale.

 

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«Monsignor Raimondo di Rossiglione fu così come voi sapete un valente barone, ed ebbe come moglie madonna Margherita, la più bella donna che si conoscesse in quel tempo, e la più dotata di ogni bella qualità, di ogni valore. e di ogni cortesia. Successe così che Guglielmo di Cabstaing, che era figlio di un povero cavaliere del castello di Cabstaing, venne alla corte di Monsignor Raimondo di Rossiglione, si presentò a lui e gli chiese se era contento che egli fosse valletto della sua corte. Monsignor Raimondo, che lo vide bello e avvenente, gli disse che era il benvenuto, e che restasse nella sua corte. Così Guglielmo restò con lui e seppe condursi così gentilmente che lo amavano piccoli e grandi; e seppe distinguersi tanto che Monsignor Raimondo volle che fosse donzello di madonna Margherita, sua moglie; e così fu fatto. Si sforzò dunque Guglielmo di valere ancora di più e nelle parole e nei fatti. Ma così come ha costume di succedere in amore, accadde che amore volle prendere madonna Margherita e infiammare il suo pensiero. Tanto le piaceva il modo di fare di Guglielmo, e il suo dire, e il suo sembiante, ch’ella non poté tenersi un giorno dal dirgli: “Allora dimmi, Guglielmo, se una donna facesse mostra di amarti, oseresti tu amarla?” Guglielmo che se ne era accorto le rispose molto francamente: “Sì, lo farei, Signora, se soltanto ciò che essa mostra fosse vero.” “Per San Giovanni!” disse la dama, “hai risposto bene da uomo di valore; ma ora voglio metterti alla prova se in fatto di sembianti tu sarai capace di sapere e conoscere quali sono veritieri e quali no.”

 

«Quando Guglielmo ebbe inteso queste parole, rispose: “Signora, che sia come a voi piacerà.”

 

«Cominciò a farsi pensoso, e Amore subito gli fece guerra; e i pensieri che Amore manda ai suoi gli entrarono nel profondo del cuore, e da lì in avanti fu dei serventi d’Amore e cominciò a trovare delle piccole strofe attraenti e gaie, e delle canzoni a ballo, e delle canzoni di canto scherzoso, con le quali era molto gradito, e più a colei per la quale egli cantava. Ora, Amore che accorda ai suoi servi la loro ricompensa quando gli piace, volle dare a Guglielmo il premio del suo; ed eccolo che comincia a prendere la dama con sì forti pensieri e riflessioni d’amore che né giorno né notte essa poteva riposare, pensando al valore e alla prodezza che in Guglielmo si era così copiosamente istillata e messa.

 

«Successe un giorno che la dama prese a parte Guglielmo e gli disse: “Guglielmo, dimmi dunque, ti sei alfine accorto se ciò di cui fo mostra è vero o menzognero?” Guglielmo risponde: “Madonna, che Dio mi aiuti, dal momento in cui sono stato il vostro cavalier servente, non ha potuto entrarmi nel cuore nessun pensiero se non che voi siete la migliore che mai nacque e la più veritiera e nelle parole e nei sembianti. Questo io credo e crederò tutta la vita.” E la dama rispose:

 

«”Guglielmo, io vi dico che se Dio mi aiuta voi non sarete mai da me ingannato, e i vostri pensieri non saranno vani né perduti.” E stese le braccia e lo baciò dolcemente nella camera dove tutti e due erano seduti, e cominciarono il loro amore; e non passò molto tempo che i maldicenti, che Dio li abbia in collera, si misero a parlare e a chiacchierare del loro amore, a proposito delle canzoni che Guglielmo faceva, dicendo che aveva riposto il suo amore in madonna Margherita, e tanto dissero a casaccio che la cosa giunse alle orecchie di Monsignor Raimondo. Allora egli provò grande pena e gravissima tristezza, prima perché doveva perdere il suo compagno scudiero che amava molto, e più ancora per la vergogna della sua moglie.

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«Successe un giorno che Guglielmo se ne era andato alla caccia allo sparviero con uno scudiero soltanto; e Monsignor Raimondo fece chiedere dov’era; un valletto gli rispose che era andato allo sparviero e così come sapeva la cosa, aggiunse che era in tale posto. Immediatamente Raimondo prende delle armi nascoste e si fa portare il suo cavallo, e se ne va da solo verso il luogo dove Guglielmo era andato: e tanto cavalcò che lo trovò. Quando Guglielmo lo vide arrivare se ne meravigliò molto, e subito ebbe pensieri sinistri, e gli si fece incontro e gli disse: “Signore, siate il benvenuto. Come mai siete così solo?” Monsignor Raimondo rispose: “Guglielmo vi sto cercando per divertirmi con voi. Non avete preso nulla?” “Non ho preso nulla, Signore, perché non ho trovato nulla; e chi poco trova non può prendere, come dice il proverbio.” “Lasciamo ormai questa conversazione,” disse Monsignor Raimondo, “e, per la fedeltà che mi dovete, ditemi la verità su tutte le cose che vi vorrei domandare.” “Per Dio ! Signore,” disse Guglielmo, “se è cosa da dire ve la dirò.” “Io non voglio qui sottilità alcuna,” disse Monsignor Raimondo, “e voi mi risponderete interamente su tutto ciò che vi domanderò.” “Signore, su quanto vi piacerà interrogarmi,” disse Guglielmo, “su altrettanto vi dirò la verità.” E Monsignor Raimondo domanda: “Guglielmo, se Dio e la santa fede ha per voi valore, avete voi un’amante per cui cantare e per la quale amor vi stringe?” Guglielmo risponde: “Signore, come farei a cantare se non mi urgesse Amore? Sappiate la verità, Monsignore, che Amore mi ha tutto in suo potere.” Raimondo risponde: “Voglio ben crederlo altrimenti non potreste così ben cantare; ma voglio sapere per piacere chi è la vostra dama.” “Ah! Signore, in nome di Dio,” disse Guglielmo, “vedete ciò che mi chiedete. Voi sapete troppo bene che non si deve nominare la propria dama, e che Bernard de Ventadour dice:

 

 

 

In una cosa la ragion mi serve,

Che mai uom m’ha chiesto la mia gioia,

Ch ‘io non gli abbia mentito volentieri.

 

Poiché non mi sembra buona cosa,

Bensì follia e atto di bambino

Che chiunque sia ben trattato in amore

Ne voglia aprire il cuore altro uomo,

A men ch ‘ei possa servirlo ed aiutarlo.

 

 

 

«Monsignor Raimondo risponde: “Io vi do la mia fede che vi servirò secondo il mio potere.” Raimondo ne disse tante che Guglielmo gli rispose:

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«”Signore, bisogna che voi sappiate che amo la sorella di madonna Margherita, vostra moglie, e penso averne in cambio dell’amore. Ora che lo sapete, vi prego di venire in mio aiuto o almeno di non procurarmi danno.” “Prendete la mia mano e la fede,” fece Raimondo, “giacché vi giuro e vi do il mio impegno che impiegherò per voi tutto il mio potere.” E allora gli assicurò fedeltà e quando gliela ebbe assicurata, Raimondo gli disse: “Voglio che andiamo al suo castello, giacché è qui vicino.” “E io ve ne prego,” fece Guglielmo, “in nome di Dio.” E così presero la strada verso il castello di Liet. E, quando furono al castello furono ben accolti da En Roberto di Tarascona, che era il marito di madonna Agnese, sorella di madonna Margherita, e dalla stessa Agnese. E Monsignor Raimondo prese madonna Agnese per la mano, la portò nella camera, e si sedettero sul letto. E Monsignor Raimondo disse: “Ora ditemi, cognata, per la fedeltà che mi dovete amate voi d’amore?” ed ella disse: “Sì, Signore.” “E chi?” fece egli. “Oh! questo non ve lo dico,” rispose lei; “che discorsi mi fate mai?”

 

«Alla fine tanto la pregò, ch’ella disse che amava Guglielmo di Cabstaing. Ella lo disse perché vedeva Guglielmo triste e pensoso, e sapeva bene come egli amasse sua sorella; e così temeva che Raimondo avesse cattivi pensieri su Guglielmo. Una tale risposta causò una grande gioia a Raimondo. Agnese raccontò tutto a suo marito, e il marito le rispose ch’essa aveva fatto bene, e le dette parola che aveva la libertà di fare o di dire tutto ciò che poteva salvare Guglielmo. Agnese non venne meno a questo impegno. Chiamò Guglielmo da solo nella sua camera, e vi restò con lui così a lungo che Raimondo pensò che egli doveva aver avuto da lei piacere d’amore ; e tutto ciò gli piaceva, e cominciò a pensare che quello che gli avevano detto di lui non era vero e che parlavano a vanvera. Agnese e Guglielmo uscirono dalla camera, la cena fu preparata e si cenò con grande allegria. Dopo cena Agnese fece preparare il letto dei due vicino alla porta della sua camera e finsero così bene, la dama e Guglielmo, che Raimondo credette che dormisse con lei.

 

«L’indomani pranzarono al castello con grande allegria, e dopo cena partirono con tutti gli onori di un nobile congedo e tornarono a Rossiglione. E non appena Raimondo lo poté, si separò da Guglielmo e se ne venne presso sua moglie, e le raccontò quello che aveva visto di Guglielmo e di sua sorella, della qual cosa ebbe gran tristezza sua moglie per tutta la notte. L’indomani ella fece chiamare Guglielmo, e lo ricevette male, e lo chiamò falso amico e traditore. Guglielmo le chiese grazia, come uomo che non aveva colpa alcuna dl ciò di cui lei lo accusava, e le raccontò parola per parola tutto ciò che era successo. E la donna mandò a chiamare la sorella, e seppe da lei che Guglielmo non aveva torto. E per questo ella gli disse e comandò che componesse una canzone con la quale mostrasse che non amava alcuna donna tranne lei, e allora fece la canzone che dice:

Il dolce pensiero

Ch ‘amor spesso m’ispira.

 

pienovi

 

 

 

 

 

 

 

«E quando Raimondo di Rossiglione udì la canzone che Guglielmo aveva fatto per sua moglie, lo fece venire abbastanza lontano dal castello per parlargli e gli tagliò la testa, che mise in un carniere, gli trasse il cuore dal corpo e lo mise con la testa. Se ne andò al castello, fece arrostire il cuore e portarlo a tavola a sua moglie, e glielo fece mangiare senza che lei lo sapesse. Quando essa lo ebbe mangiato, Raimondo si alzò e disse a sua moglie che ciò che essa aveva appena mangiato era il cuore del Signor Guglielmo di Cabstaing, e le mostrò la testa e le chiese se il cuore era stato buono da mangiare. Ed ella intese ciò che egli diceva e vide e riconobbe la testa del Signor Guglielmo. Essa rispose e disse che il cuore era stato così buono e saporito, che mai altro mangiare o altro bere non gli toglierebbe dalla bocca il gusto che il cuore del Signor Guglielmo vi aveva lasciato. E Raimondo le corse sopra con una spada. Ella cominciò a fuggire, si gettò giù da un balcone e si ruppe la testa.

 

«Questo fu saputo in tutta la Catalogna e in tutte le terre del re d’Aragona. Il re Alfonso e tutti i baroni di quelle contrade provarono grande dolore e grande tristezza per la morte del Signor Guglielmo e per la donna che Raimondo aveva così laidamente messo a morte. Gli fecero la guerra a ferro e a fuoco. Il re Alfonso d’Aragona, dopo aver espugnato il castello di Raimondo, fece porre Guglielmo e la sua dama in un monumento davanti alla porta della chiesa di un borgo chiamato Perpignac. Tutti i perfetti amanti, tutte le perfette amanti pregarono Dio per le loro anime. Il re d’Aragona prese Raimondo, lo fece morire in prigione e dette i suoi beni ai parenti di Guglielmo e ai parenti della donna che morì per lui.»

Vincenti e perdenti

“Ero senza patria, ho vissuto in città diverse (sono arrivato a Milano solo per la chiamata di Simei), ho corretto bozze per almeno tre case editrici (universitarie, mai per i grandi editori), per una ho rivisto le voci di un’enciclopedia (bisognava controllare le date, i titoli delle opere, e così via), tutti lavori in cui mi sono fatto quella che a un certo punto Paolo Villaggio ha chiamato una cultura mostruosa. I perdenti, come gli autodidatti, hanno sempre conoscenze più vaste dei vincenti, se vuoi vincere devi sapere una cosa sola e non perdere tempo a saperle tutte, il piacere dell’erudizione è riservato ai perdenti. Più cose uno sa, più le cose non gli sono andate per il verso giusto.” (Umberto Eco, Numero Zero, Bompiani)

 

Quindi, i vincenti, siano essi professionisti o imprenditori di successo, sono dei perfetti ignoranti, le cui conoscenze culturali non sono dissimili dalle chiacchiere da bar, tranne quelle che riguardano il proprio “mestiere”. Ma non solo culturalmente: restano infantili anche sul piano generale della società, di cui afferrano soltanto ciò che consente la loro visuale mutilata, determinata dalla divisione del lavoro e dal loro particolare interesse.

 

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La Camminata della Vergogna

ATTENZIONE! SPOILER! (per chi segue su RAI4)

 

“Penso che abbia alcune persone da uccidere prima di aver finito.” (Lena Headey, riferendosi a Cersei)

Uccidere chi? le Septa? l’Alto Passero? far fuori tutti gli Alti Passeri, presenti e futuri? far fuori l’intero Culto dei Sette Dèi?

La sesta stagione si annuncia molto “calda”…(almeno dal suo punto di vista)

 

“Non è difficile capire cosa si prova, quando la gente veramente ti urla contro, e tu hai un aspetto di merda e vieni fottutamente umiliata,” ha detto la Headey. “C’è una parte di te che ha una paura fottuta. Non riesco nemmeno ad immaginare le persone che ti vorrebbero morto. Cersei ha sbagliato, ma non si merita questo.”

Il blu è un colore caldo – Julie Maroh (Adéle 2)

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«La vita di Adele in linea di massima funziona, ma non mi piace la sessualizzazione che è stata fatta del rapporto lesbico. Però quando si propone qualcosa al pubblico bisogna lasciarlo andare, e non posso considerare il film un tradimento perché è una cosa altra: il libro non va cercato nel film, come questo non si trova nel fumetto, sono due plausibili versioni della storia di Emma e Clémentine. È però la prima volta che un soggetto lesbico ha un successo del genere. E anche questo è un avanzamento». (Julie Maroh, autrice del fumetto Il blu è un colore caldo al quale si è ispirato Abdellatif Kechiche per il suo film La vita di Adèle, http://caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it/2013/10/31/lottimismo-di-julie-maroh/)

 

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Quasi mai i film corrispondono ai romanzi, racconti o fumetti cui dicono di ispirarsi. E non a caso anche La vita di Adèle si dice liberamente ispirato al fumetto di Julie Maroh. Molte scene, soprattutto nella prima parte, corrispondono. La lettura in classe de La vita di Marianne di Marivaux sostituisce la lettura del diario di Clémentine (il nome di Adèle nel fumetto) da parte di Emma. C’è un punto però in cui il racconto cinematografico si distacca nettamente da quello fumettistico, ed è segnalato da quella che appare una vistosa lacuna, fra il culmine della passione erotica, con grandi dichiarazioni d’amore eterno, e la successiva festa in cui Emma all’improvviso snobba vistosamente Adèle, lasciandola da sola a cucinare, preparare, servire e lavare piatti mentre lei conversa amabilmente con Lise, la pittrice incinta che diverrà successivamente la sua nuova compagna. In cinque minuti lo spettatore viene trasportato da uno stato d’animo all’altro, senza che vi siano sufficienti motivazioni psicologiche per questo brusco cambiamento.

 

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Questo passaggio viene allora spiegato come dovuto al fossato che separa le due ragazze in termini di ambizioni sociali e culturali. Potrebbe essere anche spiegato in termini psicanalitici, di rapporto madre-padre discendente culturalmente dalle rispettive famiglie. Di qui la preferenza accordata da Emma per Lise per una genitorialità differente: “è la mia famiglia”, dice Emma ad Adèle, rivedendola qualche anno dopo. Ma qui si andrebbe un po’ oltre le reali intenzioni di Kechiche, il quale su questi aspetti privilegia sempre il suo stile che si riversa nell’intensità (e durata) delle scene (la sequenza della festa dura 13 minuti), e sulla distanza sociale delle protagoniste. Una volta data questa indicazione di crisi della passione amorosa, l’ultima parte del film non è che un’insopportabile agonìa e solitudine da parte di Adèle, per sua fortuna controbilanciata dalla sua dedizione all’insegnamento. Nuovamente espulsa, nuovamente da sola, nuovamente sulla strada. Come direbbe di sé lo stesso Kechiche.

 

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Quel che Kechiche non tratta, in termini di dettagli psicologici, bisognerà allora cercarlo nel fumetto della Maroh. La differenza cui allude evidentemente non è quella sociale rimarcata da Kechiche.

«parlare di autobiografia è riduttivo: compio un lavoro attoriale sui personaggi, ne delineo i caratteri e mi ci immergo per comprenderli fino in fondo…è una storia che mostra come sia difficile scoprirsi. Spero che l’adolescente, leggendola, si accorga che non è solo. Di fatto il problema è scoprirsi differenti, nella difficoltà di una relazione amorosa» (Julie Maroh, idem)

 

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Nel fumetto in realtà non c’è nessuna Lise, semmai c’è Sabine Decocq, la ragazza dai capelli corti che vediamo abbracciata a Emma sulla Grand Place, quando Clém la incrocia per la prima volta. E la ritroviamo anche al pub gay. Sabine è una persona molto importante per Emma, perché è la grafica promotrice del gruppo di artiste e artisti omosessuali della città. Emma non si decide a lasciarla per amore di Clém, e quando finalmente, dopo molti dubbi e resistenze, fa il grande passo, con suo grande stupore Clém fugge via. Rivedrà Emma dopo più di un mese, mentre l’aspetta per strada, seduta per terra, che le chiede di restare insieme “tutte le restanti notti della mia vita”. E così fu. E inizia la vera e propria convivenza di Emma e Clém, che vivranno insieme “felici e contente”, non senza qualche angoscia, per circa 10 anni, fin quando una scappatella di Clém col collega di scuola Antoine spingerà una furente Emma a cacciarla di casa, nel modo in cui è stato descritto anche nel film, ma con una differenza assoluta di epoca e di contesto. Clém si ammala, “si lascia morire” a casa di Valentin, l’antico amico gay del liceo. E sarà proprio Valentin a farle rappacificare, facendole incontrare in riva al mare. Clém è gravemente ammalata, e proprio quando finalmente riassapora l’amplesso con il suo amore eterno, il cuore cede. Scherzosamente l’aveva detto in precedenza: “Non avrei mai creduto che potesse diventare sempre più bello. Se esiste uno stadio successivo, dev’essere la morte. Orgasmo mortale! Niente male per la lapide!…”. Inutili le cure in ospedale. Non resta che la memoria, il diario di Clém, e la riappacificazione con la madre: “Forse l’amore non è eterno, ma ci rende eterni. Dopo la nostra morte, l’amore che abbiamo destato continua a compiere il suo cammino”.

 

 

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L’epilogo, purtroppo tragico, nel fumetto, avviene dunque quando ormai Clém ha 30 anni, e vede chiaramente la distanza fra la realtà presente e i suoi sogni di adolescente. La vicenda adolescenziale, tormentata, contrastata, appassionata, occupa la parte preponderante, mentre l’epilogo rappresenta in qualche modo la chiusa inevitabile, il compimento ineluttabile, di un amore che non avrebbe potuto essere eterno se non nella morte, se non tramandandosi nell’estremo sacrificio di sé. Tutte le indecisioni, i turbamenti, i dubbi, le resistenze, le sfide, gli intralci, i pregiudizi, i ritardi, da ambo le parti, non sono che prove di raffinamento, di perfezionamento dell’amore, che non riesce a risolversi né nel sesso, per quanto appassionato, né nella convivenza, ma che restano passaggi fondamentali, stadi successivi, verso l’eternità sognata da adolescenti.

 

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“Ma tu mi hai già salvata, amore mio. Mi hai salvata da un mondo costruito su pregiudizi e su una morale assurda. Mi hai aiutata a realizzarmi pienamente. Nessuno è colpevole per ciò che sta succedendo ora”.

“Porto con me i miei ricordi più belli, la maggior parte dei quali vissuti con te, le nostre risate, il nostro amore…il blu del tuo sguardo e il blu dei tuoi capelli che hanno ossessionato le mie notti di adolescente, per tutto il tempo in cui ti ho amata senza osare farlo. La vita che mi hai offerto non avrebbe potuto essere più bella…”

 

 

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La vita di Adèle (Exarchopoulos) – A.Kechiche, 2013

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… dunque divagherà sempre? Penso di si, non potrei fare diversamente, i pensieri mi afferrano. Sono una donna e voglio raccontare la mia storia. Considerate le mie parole. Vedete che non sfrutto affatto i privilegi che mi dà l’essere donna. Tra i giovanotti che mi ammiravano ce n’era uno che non mi era indifferente e sul quale i miei occhi indugiavano più volentieri che sugli altri. Mi piaceva guardarlo senza sospettare del piacere che vi trovavo, ero graziosa con gli altri e non lo ero con lui. Dimenticavo di piacergli e non pensavo che a guardarlo…
(Marivaux, La vita di Marianne)

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Non potrei concludere il mio “ciclo” di rivisitazione dei film di Abdellatif Kechiche, senza scrivere qualcosa su La vita di Adèle, Palma d’oro a Cannes 2013. Per mia fortuna ho visto quest’ultimo solo dopo aver visto i precedenti film dello stesso regista già anni orsono, per cui conoscevo, e riconosco, lo stile di Kechiche, che qui si confronta con un altro argomento “scabroso”, ma d’attualità, sempre sull’universo femminile, e adolescenziale in particolare. Naturalmente su questo film ci sono già tante recensioni, per cui non credo di aggiungere alcunché di nuovo rispetto a quanto scritto da altri, ma solo qualche spunto che meriterebbe un’ulteriore approfondimento a parte.

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Il mondo non è che un riflesso di quello che accade in amore” (Marcel Proust)

Come tutti i film di Kechiche, anche questo si lascia vedere e godere fino all’ultimo minuto, nonostante la lunghezza di circa 3 ore: è un film piacevole, intenso, con una trama semplice ma infittita di numerosi dettagli da una sceneggiatura molto accurata. Le interpretazioni (femminili e maschili) sono tutte al meglio, dalle attrici principali fino alle comparse occasionali (spesso scelte sul posto, a scuola o nei pub).  Il film si articola in tre parti: l’innamoramento, la passione amorosa e la conclusione ineluttabile, malinconica, ma chiarificatrice. Forse la parte che ha colpito di più l’immaginazione di molti spettatori è quella centrale, quella degli amplessi appassionati di Adèle ed Emma, che qualcuno impropriamente definisce “pornografici”, ma che vanno comunque visti all’interno della trama, in quanto arte, ritratti cinematografici espressionisti, inseriti fra la visita delle due ragazze a una mostra di dipinti e sculture erotiche (al Museo La Piscine, di Roubaix  nella realtà),  e le successive mostre della stessa Emma, che comprendono i ritratti sensuali della sua giovine Musa (alcuni sono della pittrice Cécile Desserle, che ritrae appunto la stessa Adèle Exarchopoulos). Senza contare le numerose citazioni di tipo artistico, letterario e filosofico disseminate lungo tutto il film, compresa la discussione su Egon Schiele e Gustav Klimt, l’Esistenzialismo di Sartre, Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, l’Antigone, La principessa di Clèves di Madame de la Fayette, e naturalmente La vita di Marianne di Marivaux.

“Come in L’Esquive, il film che ce lo rivelò, questo è anche un confronto con la tradizione letteraria e cinematografica della Francia, e se in L’Esquive si partiva dai Giochi dell’amore e del caso di Marivaux qui si parte da La vita di Marianne dello stesso autore, di cui La vita di Adele evoca il titolo. Ma si direbbe che le ambizioni di Kechiche siano più vaste e azzardate, che egli voglia leggere la Francia contemporanea pensando perfino a un Balzac e per la minuziosità e l’eccesso dei particolari ai naturalisti di fine Ottocento, o perfino a Flaubert…” (Goffredo Fofi) https://foglianuova.wordpress.com/2013/10/27/goffredo-fofi-la-vita-di-adele/

Importanti sono, infatti, i dettagli significativi: “La vita di Adele è costruito per blocchi, e se ellissi vi sono esse riguardano il tempo -ora brevissimo ora lungo – che tra loro intercorre, ma ogni blocco deve mostrare tutto o quasi tutto, tutto vi è considerato importante, e tutto deve concorrere a un’impressione di realtà che ha la sua forza nelle espressioni dei volti, nei primi e primissimi piani…”. Nelle scene d’insieme (il liceo, le cene in famiglia, il pub, le manifestazioni, la festa, le mostre di Emma, l’asilo in cui insegna Adèle), che spesso molti recensori dimenticano o subordinano a quelle sentimentali ed erotiche, Kechiche esplora i limiti del contesto culturale e antropologico.

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Fin dall’inizio, dunque,  Kechiche dedica ancora una volta il suo omaggio al drammaturgo Marivaux, come già nel precedente L’Esquive, in questo caso parodiando anche il titolo di uno dei suoi romanzi, La vita di Marianne, scritto in più parti fra il 1731 e il 1742, giudicato anch’esso “scandaloso” all’epoca. Non a caso il titolo completo del film è La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2 (possiamo attenderci il seguito? O come il romanzo di Marivaux, possiamo considerarlo, volutamente, “incompiuto”?). Ma soprattutto, come già per Marivaux, il titolo predispone a un “effetto di realtà”, un’”impressione di realtà”, in cui documentario e finzione si sovrappongono e si fondono fino a identificare l’attrice, Adèle Exarchopoulos, con il personaggio, la sua stessa età, la sua intensità, il suo tempo di vita, il suo totale coinvolgimento, i primi e primissimi piani, perfino le sue reazioni emotive e istintive, il suo sudore, le lacrime, l’ansia, il sorriso: insomma, appunto, La vita di Adèle, in senso pieno, la sua “educazione sentimentale”, il suo “romanzo di formazione”, abbastanza impegnativo per l’attrice stessa come già per le precedenti muse di Kechiche: Elodie Bouchez, Sara Forestier, Hafsia Herzi, Yahima Torres. “E’ in trance!”, esclama allegramente un’amica di Emma durante la festa conviviale. E in trance, e in lacrime,  lo è anche Adèle Exarchopoulos durante la premiazione a Cannes, giustamente.

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C’è quindi una stretta omologia fra la maturazione del personaggio Adèle e quella dell’attrice Adèle Exarchopoulos. Per questo il film non si chiama Emma & Adèle, come pure molti si aspetterebbero, e non si chiama neppure Il blu è un colore caldo (salvo che nella versione inglese). Non ci sono due protagoniste principali, ma una sola, Adèle, la protagonista-narratrice come Marianne per Marivaux, dalla prima scena fino all’ultima. Non ci sono scene con Emma in cui non sia presente anche Adèle, al contrario ci sono molte scene con Adèle senza Emma.  Rispetto al personaggio principale di Adèle, Emma è in un primo momento la sua ancella, la sua levatrice, la mediatrice delle sue fantasìe, ma anche la sua castratrice nel momento in cui l’abbandona al suo destino per unirsi a una donna incinta .Allora Adèle torna on the road, come lo era all’inizio del film, allontanandosi definitivamente da quell’ambiente chimerico che aveva attratto la sua curiosità ma non aveva saputo trattenerla.

Un “omaggio” di Kechiche ad Adèle Exarchopoulos, ma anche, per proiezione, al suo personale tentativo di trouver sa place dans le monde, e delle difficoltà a trovarlo. Una finezza non da poco, che solo un fine commediante par suo poteva imbastire, sul filo della sua conoscenza approfondita della narrativa, del teatro e della cultura francese, e che a quanto pare non è stata gradita da parte di un certo establishment conservatore d’oltralpe. Ma questa è un’altra storia.

http://rue89.nouvelobs.com/rue89-culture/2013/10/23/abdellatif-kechiche-a-ceux-voulaient-detruire-vie-dadele-246826?imprimer=1

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??????????????????????Com’è noto, il film di Kechiche si ispira al fumetto di Julie Maroh Il blu è un colore caldo (2010). La polemica inevitabile se il film corrisponda al fumetto (o al romanzo, in altri casi) personalmente la ritengo superflua e noiosa. Sono due opere, due stili, due mezzi differenti, e ognuna va giudicata nel suo ambito. Il fumetto di Julie Maroh in realtà è sfrondato da tutto l’insieme di citazioni letterarie e artistiche presenti nel film di kechiche, ed è molto più centrato sulla relazione triangolare che coinvolge Emma, Clèmentine (Adèle nel film) e Sabine, tanto coinvolgente da condurre alla morte di Clem. Ma di questo ne parlerò in un prossimo post…

Saartjie Baartman e il sinus pudoris (Vénus Noire 1)

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   Durante lo scorso decennio molti lavori artistici e culturali, films, racconti, performances, documentari, drammi teatrali, etc., hanno riportato all’attenzione del grande pubblico la figura di Saartjie Baartman, l’originaria “Venere Ottentotta” o “Venere Nera” – fra questi, ad esempio, il film Vénus Noire diretto da Abdellatif Kechiche (L’Esquive, Cous Cous, La faute à Voltaire) nel 2010, presentato anche al Festival di Venezia, e la riedizione della trilogia Steampunk di Paul di Filippo (Delos Books 2011), il cui secondo racconto era appunto intitolato Hottentots (in italiano “Il feticcio rubato”). Questo ritorno di interesse per Saartjie Baartman è stato favorito dal ritorno in Sudafrica dei suoi resti nel 2002, come pure dagli studi recenti sugli “Zoo umani” che allietavano le folle europee in piena Era Vittoriana e Belle Epoque (v. in particolare il saggio di Pascal Blanchard et al., Zoo umani – Dalla Venere Ottentotta ai reality show, Ombre Corte, 2003).

1. Saartjie Baartman e il sinus pudoris

«Sposare quella mulatta?» chiese George tirandosi il colletto della camicia. «Non mi piace il colore dei mulatti, signore. Proponetela in moglie al negro che fa lo spazzino in Fleet Market. Io, una Venere ottentotta non la sposo di certo.» (in W.M.Thackeray, La fiera della vanità, 1847).

Che io sappia, questa è la prima citazione letteraria della “Venere ottentotta”, segno che ancora 30 anni dopo la morte di Saartjie Baartman il ricordo era ben presente in società, nella fiera della vanità il cui spettacolo delle marionette in giro per le principali città inglesi per fortuna del Regista viene accolto in maniera molto lusinghiera dalla Stampa e dalle persone ragguardevoli. Il Regista è fiero di constatare che

“le sue marionette hanno incontrato i gusti della miglior società dell’Impero. La vezzosa, piccola marionetta di nome Becky è stata giudicata straordinariamente flessibile nelle giunture e agilissima sotto i fili. A sua volta la bambola Amelia, sebbene abbia avuto una cerchia più esigua di estimatori, è stata scolpita e vestita dall’artista con la massima cura. Dobbin, sebbene goffo nella figura, balla peraltro in modo molto spontaneo e naturale. Qualcuno ha mostrato di apprezzare la Danza dei Bambini. Si prega infine di osservare attentamente il personaggio fastosamente abbigliato del Perfido Nobiluomo, per il quale non si è badato a spese, e che Belzebù si porterà via al termine di questa singolare rappresentazione.”

Forse è proprio al celebre romanzo di Thackeray che Paul di Filippo ha dedicato il suo “racconto lungo” Ottentotti, inserito nella trilogia Steampunk (1995, ripubblicato da Delos Books nel novembre del 2011)., e ambientato guarda caso nel 1847, ma a Boston , e avente come protagonisti vari personaggi veri (ma in un certo senso anche finti) dell’epoca, provenienti da mezza Europa. Nella prima edizione italiana del 1996 il titolo del racconto era Il feticcio rubato, con chiaro riferimento al “feminae sinus pudoris” della Venere ottentotta che è l’oggetto del desiderio e delle accanite ricerche dei nostri sventurati e bislacchi personaggi, ma estremamente pretenziosi nelle loro asserite ambizioni (a parte i clowns e i sabotatori, ovviamente). E’ lo stesso Jacob Cezar, figlio dell’impresario che gestiva lo spettacolo della Baartman a Londra a rivelarlo a uno stravolto Dr.Agassiz, che a sua volta era stato allievo del naturalista Georges Cuvier, il quale aveva preservato gli organi genitali e il cervello di Sarah nella formaldeide, esposti poi al pubblico al Musée de l’Homme di Parigi fino al 1974.:

“Il fostro Barone si lanciò sulle parti intime di Zaartjie come un cane da caccia e zcoprì che il dablier, come i francesi chiamano il felo, era né più né meno che l’analogo delle familiari labia minora, ezteze di una decina di cm oltre la norma europea…Allora il Barone mise sotto aceto l’organo di Zaartjie, scrisse un articolo e continuò con altre ricerche…Ja. Und ha fatto di più. Ne ha fatto un feticcio”.

Cuvier, che era un Martinista e praticante di magia nera, voleva convertire, sempre secondo il racconto di Jacob Cezar,

“il dablier di Zaartjie in un talismano di immenso potere, un po’ come la Mano della Gloria. Ma non ebbe successo. O almeno così credette. Mise l’esemplare nel Musée de l’Homme und se ne dimenticò. Quello di cui Cuvier non si era reso conto era ti essere infece a un passo dal successo. Gli mancafa solo un’ingrediente fitale, un’erba ermetica che si trofa in mio paese…” .

Tralascio per ora il sempre più bizzarro racconto di Cezar-Di Filippo per saperne qualcosa di più di questo celebre dablier o grembiule ottentotto o sinus pudoris, “velo della vergogna” o “grembiule di carne a nascondere gli organi sessuali”, che in realtà, come dice lo stesso Cezar, erano delle piccole labbra estese di qualche centimetro, diffuse in particolare presso le popolazioni Khoi-san del Sud Africa (ma non solo), chiamate offensivamente dagli Olandesi “Ottentotte”. Ma l’orrore razzista era destinato a trasformarsi in straordinaria fascinazione, come testimoniava il Times dell’epoca a proposito di Saartjie Baartman (divenuta Sarah):

“The African fair one who has so greatly attracted the notice of the town” (The Times, 12 dicembre 1811)

che, nelle parole del Dr.Agassiz rappresentava “come tutti i suoi simili boscimani, un curioso ibrido di qualità umane e bestiali, ben presto attirò gli spettatori a centinaia, tutti ansiosi di osservare quel degradato esemplare del gradino più infimo dell’umanità”. Un orrore per la “bestialità” e l’”inferiorità razziale” di quegli ibridi uomo-animale, ma anche un’attrazione fatale, proprio in quanto ibridi. Mi è capitato di leggere in un forum femminile le lamentazioni di alcune donne a proposito di piccole labbra troppo lunghe o sporgenti, che chiedevano quindi dove come quando se fosse possibile un’intervento chirurgico o labiaplastica, per ottenere un buon risultato estetico, senza compromettere la funzionalità o il piacere. Non dispongo di statistiche in merito, però posso immaginare il terrore sottile, l’angoscia, l’impossibilità di comunicare, talvolta la disperazione che pervade, o può pervadere tante donne, tante ragazze occidentali alle prese con delle piccole labbra che abbiano “forme, dimensioni e pigmentazioni” non a norma. E se al contrario, come per altre civiltà, piccole labbra più pronunciate fossero fonti di maggior piacere e addirittura un ornamento estetico? A cosa corrisponde questa ossessione occidentale per un corpo normalizzato, sterilizzato, “rettificato” in modo da corrispondere ai dettami contemporanei del design del corpo, femminile ma non solo, asessuato e asettico da un lato, pornografico, funzionale e voyeuristico dall’altro? E perché questo modello di corpo, forse esso stesso conservato in formaldeide, moltiplica l’angoscia invece di trasmettere piacere e passione?

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“Fin dal XVII secolo queste differenze nella lunghezza delle piccole labbra hanno sollecitato la curiosità del mondo occidentale e in particolare degli scienziati… La scienza dell’epoca era profondamente sessista e vedeva nella donna una versione inferiore dell’uomo, come si è già visto. I genitali femminili venivano studiati per mettere in risalto la differenza tra donne e uomini e sottolineare ulteriormente la natura imperfetta delle donne. Molti studiosi del XVII secolo ritenevano che le differenze nella lunghezza delle piccole labbra rappresentassero una deformità, mentre per altri queste donne erano addirittura ermafrodite.

La scienza era anche razzista, e le differenze di dimensione tra le piccole labbra delle donne erano viste erroneamente come un segno della superiorità di una società sull’altra. Nel XVIII secolo Voltaire, pensatore sovrastimato come radicale e libertario, sosteneva che le donne che avevano piccole labbra troppo lunghe erano così strane da dover essere considerate come appartenenti a una specie umana a parte. Alcuni arrivarono a suggerire che si trattava dell’anello di congiunzione tra le scimmie e gli esseri umani mentre altri affermavano che la ragione andava cercata nelle temperature elevate che in Africa producevano fiori particolarmente grandi e carnosi: la stessa cosa doveva accadere ai genitali femminili. L’idea che le donne potessero manipolare deliberatamente i propri genitali perché apparissero più grandi e belli non veniva neppure presa in considerazione. A quanto pare la società occidentale con la sua concezione vergognosa dei genitali femminili, non è capace di comprendere una cultura che li apprezza e li ammira…Per il popolo di Saartjie, piccole labbra particolarmente lunghe erano considerate un segno di bellezza. Per la società occidentale invece rappresentavano un problema, il segno di una differenza sessuale e razziale…”

Catherine Blackledge, Storia di V. – Biografia del sesso femminile, Il Saggiatore, 2005 (The Story of V – Opening Pandora’s Box, Phoenix, 2003).

storia di V

1 – continua

Oceano – B.Sterling, 1977

involution ocean

Involution Ocean (ed.it. Oceano, 1977) è il primo romanzo di Bruce Sterling, forse il meno noto in Italia, pubblicato successivamente da Perseo Libri. All’epoca fece parlare di “raro capolavoro” , “opera geniale”, “lettura di sorprendente bellezza”, ed è sicuramente uno dei più visionari dell’autore, senza il peso della successiva retorica estetico-politica del cyberpunk. Come Fuoco sacro del 1996, il romanzo ha per tema e titolo un elemento fondamentale, l’acqua, con tutto il suo carico simbolico, onirico e psicanalitico – ma come elemento mancante. In entrambi i casi il protagonista intraprende un viaggio-iniziazione al cui termine vi è una sorta di catarsi e di consapevolezza grazie alla quale egli affronta, fortificato, il proseguio della sua avventura umana.

Sul pianeta di Nullacqua vi è un enorme cratere largo e profondo centinaia di km che ne costituisce l’unica parte abitabile, in quanto il 90 % dell’atmosfera è raccolta lì. Al fondo del cratere vi è un oceano non di acqua, ma di polvere quasi monoatomica, la cui profondità e i cui abitanti sotterranei costituiscono un mistero religiosamente custodito dalla rigida e conformista civiltà di fanatici religiosi che aveva colonizzato il pianeta 500 anni prima. Il protagonista, John Newhouse, s’imbarca sulla nave baleniera Lunglance, un trimarano per la caccia al capodoglio della polvere comandato da un certo Nils Desperandum, per procurarsi la sincofina, o Lampo, una potente droga allucinogena ricavata dall’olio intestinale del capodoglio della polvere, ora messa fuorilegge dai burocrati della Confederazione galattica. Dagli abitanti di Nullaqua la sincofina era ritenuta velenosa; ma per Newhouse e i suoi amici del pianeta Reverie (che ritroviamo nel secondo romanzo di Sterling, Artificial Kid) ai quali la rivendeva, era invece una droga assai preziosa. Veniva chiamata Lampo per il suo tipico effetto, una scossa azzurro-elettrica:

Ci fu un improvviso formicolio gelido alla base della mia spina dorsale. Bruscamente una sopraffacente ondata come un fulmine diretto saettò dalla mia spina dorsale e scoppiò nel mio cranio. Lo sentii distintamente. La cima del cranio si sollevò chiaramente, e una fredda fiamma azzurra saettò dal centro della mia testa. I miei occhi si spalancarono di scatto e la fiamma si ridusse a un continuo e deciso fuoco, come il lampo di una fiamma ossidrica. La cucina, gli utensili sporchi, il viso estatico di Calothrick, tutto possedeva una lucentezza innaturale, come se ogni oggetto avesse cominciato improvvisamente a rilasciare energia da qualche serbatoio interno. Rombi e macchie d’un azzurro elettrico fluttuavano ai margini della mia vista. Guardai le mie mani. Anch’io brillavo”.

Questa specie di olio santo, che si versa a gocce sulla lingua, è a tutti gli effetti un veleno, un pharmakon temuto dai bucolici abitanti di Nullaqua:

Era strano, ma comodo, che il sangue umano dovesse essere un veleno mortale per il capodoglio della polvere. Ma non era più strano del fatto che il cetaceo produceva il Lampo. Come tutte le cose buone, la sincofina in quantità sufficienti è un veleno letale”.

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Tenendo conto del duplice significato del termine pharmakon, veleno e rimedio allo stesso tempo, (Plutarco, kathartikon pharmakon *), non è casuale che i protagonisti principali siano degli alieni, dei paria (pharmakos). E’ quindi un alieno proveniente dal pianeta Reverie che sfiderà le convenzioni puritane del posto, e amerà di un amore profondo la donna aliena mutata chirurgicamente, la bellissima donna-pipistrello Dalusa, desiderosa di lasciare il pianeta:

Mi chiedo se lei ha mai pensato al tipo di motivazione che può aver costretto una persona a cambiare pianeta, corpo, perfino specie…Era un errore di natura…Era un mostro. Nessuno della sua tribù voleva toccarla o parlarle. Era una paria”.

Lo stesso capitano Desperandum è un alieno, che si rivelerà essere Ericald Svobold, il leggendario scopritore della sincofina. Citazioni mitologiche si fondono con citazioni letterarie-cinematografiche (Moby Dick, Conrad, Dune, Nautilus, etc) e fumettare. L’allegoria è costruita sul rapporto che intercorre fra droga visionaria, considerata “veleno” e dunque proibita, tabù, e religione istituzionale, conservatrice, attraverso l’iniziazione/viaggio sottomarino che porterà Newhouse a lasciare dietro di sé sia Nullaqua che il Lampo. Ma ciò accadrà solo grazie al sacrificio del pharmakos (capro espiatorio), cioè sia di Dalusa, ‘elemento femminile alieno e misterioso, che del capitano Desperandum, il quale spinge all’estremo il suo desiderio di vedere oltre l’opacità del mare di polvere, in profondità, contro tutte le restrizioni culturali e le superstizioni di Nullaqua. La droga non è altro che un mezzo per simulare, nel sacrificio, la qualità di pharmakos da parte di Newhouse. Niente di romantico: “Erano soltanto un modo per fare funzionare in modo diverso la mente…”.

Una volta attraversato il “significato del dolore”, fortificato dal sacrificio, non vi è più alcuna ragione di indulgere, al contrario dei suoi sfortunati amici, nella debolezza verso le droghe. Il viaggio interiore o sciamanico di Newhouse termina con “la scoperta di una forma di catarsi così vasta e annichilente da gratificarlo al punto da indurlo a rinunciare alla più blanda catarsi della droga Lampo” (Ugo Malaguti). Il vero riscatto, lascia intendere Sterling, è nella capacità di sognare.

Alla fine del romanzo Newhouse si ritrova in transizione verso qualcos’altro:

Sicuramente era soltanto una questione di tempo, finchè non avessi trovato qualcosa d’altro per riempire quel doloroso vuoto: una verità o un dovere, onore, bellezza, amore o saggezza, qualcosa…”,

(*) “Accanto all’uso religioso e a quello sciamanico, intermedio tra i due, c’è un uso propriamente medico del termine katharsis. Un rimedio catartico è una potente droga che provoca l’evacuazione di umori o di materie la cui presenza è ritenuta nociva. Il rimedio è spesso concepito come partecipante della stessa natura del male o perlomeno suscettibile di aggravarne i sintomi e di provocare, facendo ciò, una crisi salutare da cui emergerà la guarigione” (R.Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, 1980).