Groove Armada friends, e nerds sfigati

“Tre ragazze, in vacanza in un’assolata località marina, la sera vanno in discoteca vestite del minimo sindacale. Una di loro, la più carina, protagonista del video, rimorchia un ragazzo, balla con lui, pomicia su un divanetto, poi se ne torna in albergo con le amiche senza curarsi minimamente, la stronza, di quel povero cristo che ha sedotto e abbandonato. Ha avuto un’ulteriore, pleonastica, dimostrazione della sua avvenenza e questo le basta; non pensa che il maschietto a cui ha permesso di carezzarle il pancino, quella sera dovrà ingaggiare una lunga e faticosa serpesmachìa per molcire e ricondurre alla ragione una specifica parte del suo corpo. Asservita ai dettami della moda e alle usanze del suo tempo, la femmina della specie ha messo in mostra le sue piume, ma al momento di “finalizzare il gioco”, come direbbe un commentatore sportivo, ha applicato la strategia della femmina ritrosa e, novella Cenerentola, ha lasciato in Nasso il suo principe azzurro, senza nemmeno il buon gusto di lasciargli una scarpina d’argento come souvenir.”
http://blog.canaro.net/2012/01/04/penetrazione/

 

a proposito di femmine ritrose e femmine sfacciate (Richard Dawkins, Il gene egoista), e di nerds sfigati

consiglio ovviamente di leggere l’intero articolo, un po’ lunghetto, sul blog di Canaro.net

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The Sunken Lands – Rosanne Cash

 

“Songwriting is one of the only places in which I can time travel,” says Rosanne Cash. In an intimate portrait, she reveals her deepest influences: close family, her musical heritage and the deep, dark and mystical South. This short film traces Rosanne’s latest album The River & The Thread from its genesis to its recording to taking the show on the road. We see her creative process, witness her emotional connections and feel the power of her stories.

 

Copia di Cover

 

Non avevo ascoltato alcunchè di Rosanne Cash prima di True Detective 2, in cui ha collaborato con Lera Lynn, la cantante che interpreta se stessa nella serie TV, nel bar frequentato dai personaggi principali. La Cash, primogenita del famoso musicista folk-rock Johnny Cash, ha alle spalle una lunga carriera, e ha appena pubblicato un bellissimo album, The River & The Thread, da cui è tratto il brano The Sunken Lands, “terre sommerse”.

 

Henry Rollins (Black Flag) – Il mio debito con l’Europa

(i musicisti punk hanno spesso affrontato, nei testi come nella forza espressiva delle loro performances, i temi della violenza urbana, dal ribellismo giovanile alle guerre di gangs, dalle violenze razziste a quelle psicologiche, sessiste, famigliari, religiose etc fino agli assassini psicopatici e ai mass murderers. Dalle Death Factory naziste fino a Jim Jones non esiste forse altro genere musicale che abbia trattato direttamente, consapevolmente, senza abbellimenti e sentimentalismi, i temi della violenza, in generale e in una tale estensione, come il punk e i suoi derivati (post, hard, alternative, industrial, etc.), come capacità “artistica” di rielaborare materiale “maledetto” formalmente espulso dal perbenismo e conformismo dominante, e quindi di portarlo alla coscienza come una sorta di “Teatro della Crudeltà” o di Tragedia greca contemporanei; una forma di “catarsi”, se si intende questo termine come grado di consapevolezza raggiunto e non come blando placebo;  Henry Rollins è uno di questi “artisti”, insieme a scrittori come Hubert Selby o Henry Miller da lui citati in questo articolo, uscito su LA Weekly il 19 novembre)

 

Henry Rollins“Solo qualche giorno fa ero in Belgio, e poi in Inghilterra. A questo punto non ho idea di quanti viaggi ho fatto in quali paesi o nel resto di quella che viene chiamata Europa.

Per me l’Europa è come l’Africa: Molti paesi e culture, ma anche qualcosa che a volte può essere considerato un’entità più grande di sé stessa. Quello che voglio dire è che quando qualcosa viene definito “Europeo” non sta venendo considerato come appartenente a un paese ma in senso collettivo. […] Quando ho iniziato ad andare in tour con un gruppo, l’Europa è diventata qualcosa di più di una lista di nazioni in cui suonare come accade con gli stati in America.

Per decadi, l’Europa è stata un rifugio per artisti e musicisti. È il luogo in cui Charlie Parker poteva andare a mangiare nello stesso ristorante in cui stava mangiando un membro qualsiasi del suo pubblico, una cosa impossibile nel suo stato natio, il Kansas, o quella che sarebbe dovuta essere la sua terra natia, l’America.

Essere chiamati con epiteti razziali ed essere trattato come un essere umano di classe inferiore potrebbe non alimentare la fornace del proprio patriottismo. Non c’è da meravigliarsi se l’Europa è diventata un posto accogliente per molti grandi artisti americani, da Lightnin’ Hopkins ad Henry Miller, il cui lavoro è stato bandito per anni nella terra del Primo Emendamento mentre in Europa veniva considerato un eroe letterario.

Se sei in una band alternativa, se fai rumore che viene raramente sentito alla radio, se sei in qualsiasi modo strano o “artistico”, c’è una buona probabilità che molte persone trovino valore in ciò che fai se lo porti in Europa.

[…] Non sarò mai capace di ripagare l’Europa, il luogo geografico o il concetto, per le decadi di gentilezza, rispetto e generosità che mi ha riversato addosso. Ci sono state alcune esperienze dure nei primi tour – così va la vita – ma l’esperienza più ampia è stata fantastica e ha avuto un enorme impatto su di me. […]

La distruzione che ha colpito questi paesi – quello da cui hanno dovuto recuperare e quello che hanno fatto per impedire che nulla di simile possa accadere di nuovo – è parte dell’identità Europea più di qualsiasi altra cosa.

Penso sia per questo che l’Europa mette così tanta enfasi sull’arte. È una salvaguardia contro l’ignoranza e gli atti più osceni perpetrati dalla razza umana. E penso che gli eventi sportivi internazionali aiutino a far sì che le conversazioni tra i paesi europei siano continue e sane.

Le persone di ogni paese in Europa capiscono che quasi tutto può essere perso, e che una guerra implica il fatto che ci vorranno diverse generazioni per riprendersi pienamente. L’umanità non dovrebbe essere così resiliente, ma quello che a volte ci facciamo l’un l’altro non ci lascia altra scelta, che è una delle cose che rende la nostra specie così fantastica.

Ed è per questo che i recenti attacchi su Parigi sono qualcosa di più che titoli orribili provenienti da una città incredibile. Sono un pugnale nel cuore collettivo dell’Europa e del mondo.”

Tradotto da:

http://rumoremag.com/2015/11/20/henry-rollins-sugli-attentati-di-parigi-non-potro-mai-ripagare-il-mio-debito-con-leuropa/

 

 

By Henry Rollins

Thursday, November 19, 2015

http://www.laweekly.com/music/henry-rollins-i-will-never-be-able-to-repay-my-debt-to-europe-6288178

Just days ago, I was in Belgium and England. At this point, I have no idea how many trips I have made to either country or to the rest of what is called Europe.

For me, Europe is very much like Africa: It is many countries and cultures as well as something that can sometimes be considered as an entity larger than itself. What I mean is, when something is termed “European,” it isn’t being described as being of any one country but in more collective sense. When we use such a term, we are often trying to get at a far bigger idea for the sake of conversational expediency. We’re putting an infinitely large concept into a context so small, it can be immediately vague and unintentionally disingenuous.

I went to European countries as a child with my mother. My memories are of interesting accents, a sense of antiquity, the vastness of time and museums.

When I started touring with a band, Europe became more than just a list of countries you could perform in as you did states in America.

For decades, Europe has been a haven for artists and musicians. It was where Charlie Parker could go and eat in the same restaurant as any member of his audience, something that wasn’t always possible in his native state of Kansas or what should have been his native land, America.

Having racial epithets hurled at you and being treated as a subclass of human might not stoke the furnace of your patriotism. It’s no wonder Europe became a welcoming place for so many great American artists, from Lightnin’ Hopkins to Henry Miller, whose work for years was banned in the land of the First Amendment, while he was hailed as a literary hero in Europe.

If you are in an alternative band, if you make noise that is rarely heard on the radio, if you are in any way strange or “arty,” there is a good chance that many people will find value in your output if you take it to Europe.

In 1988, I took the legendary writer Hubert Selby Jr. to Europe as my opener, for a series of speaking dates. It was amazing to watch his mind get blown on an almost daily basis. Preshow, while I was at the venue, Selby often was being whisked around town for radio and television appearances. People hugged him on the street and brought hardcover editions of his books in translation, to be signed after his appearances. When we would do the shows, after his performance, many people would leave. He was the one they came to see. I don’t think he had ever experienced anything like it.

To watch him be so appreciated and respected, as the truly great writer he was, was one of the most inspirational things I have ever witnessed. It moved him to tears more than once. I can’t thank Europe enough for that.

I will never be able to repay Europe for the kindness, respect and generosity it has heaped upon me.

I will never be able to repay Europe, the geographical place or the concept, for the decades of kindness, respect and generosity it has heaped upon me. There were, on the first few tours, some rough experiences — that’s life — but the far larger experience has been amazing and hugely impactful.

I love the countries of Europe. Love them. They are a part of my life. It’s great to be somewhat familiar with so many streets in so many European cities, from Belgium to Portugal. It is like having a home as big as the world. It is something that those who do not travel will simply never know and never be served so well by. Travel makes you a better person.

Although the areas that comprise Scandinavia, the United Kingdom and continental Europe are pretty spread out on the map, I think that, to a certain degree, they all share a connection that is as deep as it gets. World War II has united every European country, even neutral Switzerland, through blood, sadness and incalculable loss, in ways that are still detectable decades later.

The destruction leveled upon these countries — what they have had to recover from and what they have done in order to prevent anything like it from happening again — is as much part of the European identity as anything else.

I think this is why Europe places such emphasis on the arts. It is a safeguard against ignorance and the more obscene acts perpetrated by humankind. And I think international sporting events keep the conversations between European countries continuous and healthy.

The people of every country in Europe understand that almost everything can be lost, and that war takes several generations to fully recover from. Humanity should not have to be so resilient, but what we sometimes do to one another really leaves us no other choice, which is one of the things that makes our species so amazing.

This is why the recent attacks in Paris are more than horrific headlines from an incredible city. It is a stab in the collective heart of Europe, and the world.

Desert Melodie – Songhoy Blues (from Mali)

 

“They Will Have to Kill Us First”

“Dovranno prima ucciderci”: un titolo inequivocabile per il film documentario di Johanna Schwartz sulle vicende di alcuni musicisti del nord del Mali che resistono, nonostante le privazioni date dalla guerra civile, ai divieti di suonare a opera dei jihadisti. Un’azione inconcepibile per uno dei popoli che maggiormente ama e produce musica. Nel doc, tra i protagonisti, anche il giovane quartetto Songhoy Blues.

***

 

http://video.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/they-will-have-to-kill-us-first-la-musica-ribelle-del-mali/218818/218018

 

“Ho scritto Mali”, ha confessato Aliou Touré, “perché avevo in mente il primo presidente del nostro Stato, Modibo Keita (1960-68) e mi sono chiesto, scrivendola, cosa avrebbe pensato oggi di quello che il Mali è diventato”.  “Desert Melodie, invece, parla più esplicitamente degli jihadisti. Gli stessi che non ci hanno permesso di suonare musica e allo stesso tempo ci dicevano che se non pregavamo non saremmo stati buoni musulmani”.

 

 

 

AGGIORNAMENTO 20 novembre: roba davvero incredibile! non si fa neppure in tempo a pubblicare un post su questi musicisti malesi, che i terroristi jihadisti colpiscono ancora, proprio in Mali, ormai precediamo le loro intenzioni, malauguratamente

Mali, attacco jihadista a hotel di Bamako: “Almeno 9 morti, francesi tra gli ostaggi”

http://www.repubblica.it/esteri/2015/11/20/news/mali_attaccato_hotel_radisson_di_bamako-127766451/?ref=HREA-1

E nel frattempo i finanziatori dell’ISIS investono anche in Italia:

http://www.repubblica.it/economia/2015/11/20/news/qatar_isis_italia-127717794/?ref=HREC1-5

http://www.theguardian.com/environment/earth-insight/2013/aug/30/syria-chemical-attack-war-intervention-oil-gas-energy-pipelines

 

dehors les criminelsMANIFESTAZIONE CONTRO LO STATO ISLAMICO A BAMAKO, MALI

 

Garba Touré and his guitar were a familiar sight on the streets of Diré, a dusty town on the banks on the Niger, upstream from Timbuktu. But when armed jihadists took control of northern Mali in the spring of 2012, he knew it was time to leave.

“The first rebel group to arrive were the MNLA [Mouvement National pour la Libération de l’Azawad], but they weren’t against music, so there was no bad feeling between them and the population,” he tells me over the phone from Bamako, Mali’s capital. “But then Ansar Dine [a local armed Islamist group, whose name translates as “followers of the faith”] came and chased them out. They ordered people to stop smoking cigarettes, drinking alcohol and playing music. Even though I don’t smoke or drink, I love the guitar, so I thought: ‘This isn’t the moment to hang around. I have to go south.'”

Like thousands of refugees, Garba grabbed a bag, his guitar and boarded a bus to Bamako. His father, Oumar Touré, a musician who had played congas for Mali’s guitar legend, Ali Farka Touré, stayed behind with the family. The hardline Islamist gunmen drove music underground. The penalties for playing or even just listening to it on your mobile phone were a public whipping, a stint in an overcrowded jail or worse.

“When I arrived in Bamako the mood wasn’t great,” Garba remembers, “Different army factions were fighting each other. There were guns everywhere. All we heard was the scream of weapons. We weren’t used to that.”

Garba and some other musician friends from the north decided they couldn’t succumb to the feeling that their lives had been shipwrecked by the crisis. They had to form a band, if for no other reason than to boost the morale of other refugees in the same situation. “We wanted to recreate that lost ambience of the north and make all the refugees relive those northern songs.”

That’s how Songhoy Blues was born. “Songhoy” because Garba Touré, lead vocalist Aliou Touré and second guitarist Oumar Touré, although unrelated to each other – Touré is as common as Smith or Jones in northern Mali – all belong to the Songhoy people, one of the main ethnicities in the north. And “Blues” not only because northern Mali is the cradle of the blues and its music is often referred to as “the desert blues”, but also because Garba and his mates are obsessed by that distant American cousin of their own blues. “My father used to make me listen to Jimi Hendrix. He’s one of my idols. But I also listen BB King and John Lee Hooker a lot.”

 

http://www.theguardian.com/music/2013/dec/04/songhoy-blues-mali-africa-expres

La Camminata della Vergogna

ATTENZIONE! SPOILER! (per chi segue su RAI4)

 

“Penso che abbia alcune persone da uccidere prima di aver finito.” (Lena Headey, riferendosi a Cersei)

Uccidere chi? le Septa? l’Alto Passero? far fuori tutti gli Alti Passeri, presenti e futuri? far fuori l’intero Culto dei Sette Dèi?

La sesta stagione si annuncia molto “calda”…(almeno dal suo punto di vista)

 

“Non è difficile capire cosa si prova, quando la gente veramente ti urla contro, e tu hai un aspetto di merda e vieni fottutamente umiliata,” ha detto la Headey. “C’è una parte di te che ha una paura fottuta. Non riesco nemmeno ad immaginare le persone che ti vorrebbero morto. Cersei ha sbagliato, ma non si merita questo.”

Dal Sacro GRA a Lampedusa – Le storie di Gianfranco Rosi

“E’ importante raccontare le storie dell’isola, perchè senza le storie gli abitanti rischiano di essere soltanto delle comparse e l’isola semplicemente un contenitore. Ho capito che è importante raccontare le storie nella loro quotidianità, non soltanto nell’eccezionalità di quel luogo…Negli anni ho capito che questo fosse l’unico modo per raccontare delle storie, e immergersi totalmente in una realtà e poi piano piano trovare il percorso narrativo, perchè poi ogni film ha bisogno di un nuovo racconto, quindi uno si dimentica di tutto quello che ha fatto, e deve iniziare daccapo. Dico sempre che ogni film è il primo e ultimo film” (Gianfranco Rosi)

http://youtu.be/pw9ofPCm5Kw

“Voglio raccontare le storie dell’isola e dei lampedusani, al di là dell’emergenza della tragedia, di cui però si sente la presenza, come un’eco…Mi è sempre necessario vivere nella realtà che voglio raccontare, così a settembre mi trasferirò sull’isola. Dagli incontri che farò nascerà il film. Non posso mai dire quanto tempo ci vorrà”

“Se si pensa che quello che succede a Lampedusa sia un fenomeno momentaneo non si è capito niente”.

Il film sarà prodotto da Rai Cinema, Luce Cinecittà, Avventurosa in co-produzione con la Francia.

Personalmente proporrei di chiamarlo semplicemente “Lampedusa”, o “Lampidusa” (in siciliano), o “Lopadusa” (Λοπαδοῦσσα), “a forma di patella”. “Mare Nostrum” come titolo è poco adatto, come dice lo stesso Rosi, e lo scopo del film non è direttamente “politico”. Dati i tempi lunghi dei film di Rosi, non c’è da attendersi che esca a breve, né credo che Rosi sia uno che ceda alle pressioni dei produttori (che per i documentari mordi e fuggi possono sempre mandarci la Gabanelli e i suoi scagnozzi). Da un punto di vista narrativo Sacro GRA Lampedusa saranno sicuramente differenti, anche se uno dei temi che li accomuna è il viaggio, il percorso, l’esplorazione (l’essenza stessa del cinema, dai fratelli  Lumières in poi), e i suoi momenti e spazi di sosta, gli incontri che si fanno in questi percorsi, e le storie che ne vengono fuori, con le sue avventure e i suoi personaggi a tutto tondo, che non sono semplicemente delle comparse sul mercato dell’indignazione e del fascismo quotidiano.

Breaking Bad – un’antologia critica

Chemical Brothers _BreakingBad_Inside

“L’uomo qualunque che diventa Scarface”, sintetizza Vince Gilligan, il creatore della serie. Il film del 1983, realizzato da Brian de Palma, racconta l’ascesa sociale di un immigrato cubano che cerca di arricchirsi nel contesto del boom del dopoguerra. Walter White proviene dalla classe media precarizzata dei nostri giorni. Egli lotta contro il declassamento e le umiliazioni. La carriera criminale non serve più a permettere il successo sociale, ma diventa l’unico modo per sfuggire alla miseria e alla morte. L’illegalità gli deve permettere di curare il suo cancro e di provvedere ai bisogni della sua famiglia. Se Breaking Bad non racconta di alcuna prospettiva di un’azione collettiva per uscire dalla miseria, la serie rimane politica in quanto attua una riflessione sui rapporti sociali nell’era neoliberista.

Su Breaking Bad è appena uscito un libro di interessanti riflessioni critiche, pubblicato in Francia da Les Prairies Ordinaires

break libro[4]

BREAKING BAD. SÉRIE BLANCHE
Emmanuel Burdeau (dir.)
176 pages, 15 €
ISBN 978-2-35096-092-0

En cinq saisons et soixante-deux épisodes, Walter White, timide professeur de chimie d’Albuquerque (Nouveau-Mexique) transformé en baron de la drogue, est devenu une figure majeure de la culture populaire. Cet ouvrage collectif est consacré à la série dont il est le héros, Breaking Bad. Rédigé par des critiques, des historiens et des écrivains, il s’attache à décrire une formidable machine narrative et formelle. Le programme créé en 2008 par Vince Gilligan pour la chaîne AMC invente un régime inédit de vie, et surtout de survie ; il apporte un renouvellement formaliste à la télévision comme boîte et comme lieu du domestique ; il fabrique une extraordinaire galerie de personnages secondaires, à commencer par le terrible Gustavo Fring ; il analyse les rapports de classe et de genre à l’ère néolibérale ; il exprime enfin, avec humour et cruauté, une profonde ambivalence morale et politique. Autant d’éléments qui font de Breaking Bad une série comptant parmi les plus fortes des années 2000.

Qui (http://www.zones-subversives.com/2014/10/reflexions-politiques-sur-breaking-bad-07.html)

una presentazione dei vari contributi:

La série Breaking Bad, au-delà du divertissement, permet d’explorer la cruauté du capitalisme moderne et la destruction des relations humaines. Le cinéma et les séries télévisées, derrière le divertissement populaire et accessible, soulèvent des réflexions…

tradotta in italiano da ;

http://francosenia.blogspot.it/2014/10/il-capitalismo-un-malato-terminale.html

“Le serie televisive non si riducono più ad essere delle soap opera ma diventano dei veri e propri oggetti artistici. Le storie si estendono lungo più stagioni che permettono di mostrare l’evoluzione dei personaggi e di approfondire le loro psicologie. L’approccio fatto dal collettivo animato da Emmanuel Burdeau appare particolarmente originale. Le serie ed il cinema possono essere analizzati come dei veri e propri soggetti politici. Prodotti di intrattenimento, anche loro malgrado, possono riuscire a diffondere delle riflessioni critiche che ci permettono di rimettere in causa la legittimità dell’ordine esistente…”

breaking-bad[4]

TRUE DETECTIVE 1×02 – Vivo o morto? – If I Live or If I Die (Cuff the Duke)

Una buona serie TV non può non avere una buona colonna sonora, e quella di True Detective curata da T Bone Burnett è sicuramente ben scelta e azzeccata, con una serie di songs favolose alcune delle quali note molte altre no. E qui scatta la curiosità. Dove beccare tutti questi bei brani folk-blues-psychobilly che fanno molto Stati del Sud, Louisiana in particolare, dove è ambientata la storia, e ricordano le  raccolte di garage punk  tipo Pebbles o Nuggets?

Più ci si addentra nella Realtà più ci si perde nei suoi meandri, nei suoi link, dove nessuno è innocente o sano di mente. La Verità Assoluta rivelata dal Predicatore di turno finisce per diventare un incubo mostruoso. Un viaggio all’inferno.

Apocalypse Now, Kurtz.

Il paesaggio della Louisiana, il bayou. Una marcia nell’orrore.

 

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Una recensione critica molto interessante di True Detective è stata pubblicata dall’ottimo Quit the Doner su Vice (http://www.vice.com/it/read/true-detective-fine-serie), però consiglio di leggerla dopo aver visto almeno qualche episodio della serie:

“Il personaggio di Rust è la punta dell’iceberg di quell’estetizzazione varia e sostanzialmente muta onnipresente nella serie e che ha entusiasmato così tanto parte del pubblico. I paesaggi, le location, l’abbigliamento dei personaggi, la sigla sono curati in maniera maniacale all’insegna della solennità e della contaminazione, pur sforzandosi in tutti i modi di apparire minimi e “naturalmente” decadenti. ”   (ça suffit!)

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It’s up to you Lord, it’s up to you
But do I still have time to choose
I am liking what you provide
Lord if you hear me, I’m falling down, yeah

If I don’t follow after you
What happens then, will I still lose
My faith is weary, my soul is too
Lord if you hear me, I need some proof, yeah, yeah

If I live or if I die
If I live or if I die

(If I live or if I die)
It’s up to you Lord, it’s up to you
(If I live or if I die)
What do I gain, what do I lose
(If I live or if I die)
Will you provide me answers
(If I live or if I die)
Will you accept me
(If I live or if I die)
Lord if you hear me, I need some truth, yeah, yeah

If I live or if I die ( x9)”

 

http://cufftheduke.ca/

 

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Noi non crediamo che la verità resti la verità  quando le viene tolto il velo” (F.Nietzsche, La gaia scienza)

 

Marty – Secondo i vigili del fuoco del luogo quella Chiesa era andata a fuoco 4 mesi prima. Non avevano trovato impronte. Venne diramata una segnalazione per la Chiesa degli Amici di Cristo. E una settimana dopo ci ritrovammo a Franklin. Seguivano la dottrina del Risveglio. Una religione molto antica. Vi lascio immaginare che cosa ne pensasse il mio devotissimo partner.

(…)

Predicatore (Joel Theriot) – Gesù Cristo, Gesù Cristo, le tue braccia si aprono e chiudono. Gli echi della mia vita non potranno mai contenere una sola verità su di Te. Tu muovi la piuma nella cenere. Tu tocchi la foglia con la sua fiamma (Amen! Amen!).

Rustin Cohle – Trasferimento di paura e disprezzo di sé stessi, uniti a un tramite autoritario. E’ una catarsi. Lui assorbe la loro paura con la sua oratoria. Per questo motivo è efficace in proporzione al numero di certezze che riesce a proiettare. Alcuni antropologi linguistici pensano che la religione sia un virus del linguaggio, che riscrive percorsi nel cervello, offusca il pensiero razionale.

(dialoghi tratti da “The Locked Room”, ep. 1×03)

 

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