BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

(New York Times e stelle schizoidi)

by Ipazia

 

http://movimentocaproni.altervista.org/blog/bizzarro-popolo-gli-italiani/

 

Certi fenomeni della situazione politica italiana sono come i quadri. Bisogna guardarli da lontano per vedere meglio l’insieme perchè a vederli troppo da vicino si rischia di farsi sfuggire particolari importanti.
Forse è per questo che la stampa estera nota, e con molta chiarezza evidenzia, che il Re Beppe Grillo è nudo, come il famoso bambino della fiaba. Cioè quello che tutti qui in Italia vedono ma in pochi osano dire per paura di ritorsioni o per essere dalla parte della ggente.
Nel giro di pochi giorni è accaduto che R.S.F. ha detto a chiare lettere che in Italia l’informazione è condizionata e intimidita dal Movimentocinquestelle e tutto il suo purtroppo ormai enorme seguito.
Il N.Y.T. ha scritto che il Movimento di Beppegrillo continua a fare propaganda antivaccini, cosa che è sotto gli occhi di tutti da sempre.
Ciò che stupisce non è ciò che all’estero viene affermato ma la reazione degli adepti e del loro Guru che con incredibile faccia di bronzo dichiara di non essere mai stato contro i vaccini.
Basta digitare sul motore di ricerca ‘Beppe Grillo e vaccini’ per trovare decine di filmati e articoli che dimostrano il contrario. Ma come tutti i cialtroni il pluripregiudicato grida al complotto contro di lui, addirittura sarebbe un complotto internazionale e tutti i suoi seguaci si uniscono a lui nel coro di proteste. Hanno paura….stiamo vincendo…. Ho letto qualche commento secondo il quale si sarebbe addirittura scomodata la CIA perchè le elezioni si avvicinano e vogliono mettere in cattiva luce Beppe. La cosa che sarebbe comica se non fosse triste è che scorrendo i commenti si evince un forte spirito antivaccinista e allo stesso tempo gli adepti negano che il Movimentocinquestelle sia antivaccinista.
E’ difficile sostenere sia una cosa che il suo contrario, ma è quello che succede quando un Movimento cerca di raccattare consensi ovunque e comunque, quando si è ‘Nè a destra, nè a sinistra ma avanti’ quando si sfrutta il malcontento per il proprio tornaconto, quando si parla alla pancia della gente.
E quindi si è antieuro ma anche no, antivaccinisti ma anche no, capo di un movimento politico che annulla le votazioni, da e toglie il simbolo ma anche no, anche solo portavoce.
Quindi si nega che gli articoli del Sacro Blog siano stati visti e approvati dal Capo quando si rischia una querela: io non c’ero e se c’ero dormivo.
Nel Belpaese, invece, quello che ha dato i natali a Benito Mussolini e alla sua follia perchè in tanti, troppi, erano accecati dal suo populismo e non ne percepivano l’enorme pericolosità, i nuovi fascisti vengono coccolati e assecondati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, in parte per paura di ritorsioni, in parte per assecondare quella che pare essere la ‘volontà popolare’.
Non si spiega in altro modo il fatto che un giornalista si faccia umiliare da un pagliaccio lasciandosi dire ‘Se vuoi l’intervista dammi prima il numero di telefono di tua mamma che voglio parlare di te con lei’ senza reagire.
Non si spiega che il pagliaccio possa dire ‘Guardate, questi sono giornalisti, ricordatevi le loro facce’ senza che gli stessi reagiscano quantomeno alzandosi e mandandolo dove lui è abituato a mandare chiunque non la pensi come lui.
Ricordo le lettere senza risposta di Paolo Flores D’Arcais che ritenevo un giornalista intelligente, umiliato dall’esaltato di Genova.
Questo clima di accettazione dell’assurdo, questo assecondare la follia e le contraddizioni di uno psicopatico solo perchè piace alla gente, da parte di buona parte della stampa ma anche da parte di molti politici privi dei necessari attributi, mi fa pensare allo stesso clima che immagino ci fosse in Italia nel periodo che precedette la nascita del fascismo.
Quando tutti coloro che ora fingono di non vedere ciò che è evidentissimo, e cioè che questo è un teatro dell’assurdo nel quale un pazzoide può affermare qualunque sciocchezza e poi negare di averla detta, allora sarà troppo tardi. Allora tutti negheranno di essere mai stati grillini, com’è successo con Mussolini, com’è successo con Berlusconi.
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“Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti.
Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani.
Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.”
– Winston Churchill –

 

 

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Internet: Agorà permanente o Arena di gladiatori? (I giustizieri della rete 3)

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I servi sciocchi

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.” (Nicola Lagioia, http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

Quel che scaturisce dalla lettura de I giustizieri della rete di Jon Ronson, nonché dalle recensioni, è che il dilagare della violenza verbale nei social network non è più attribuibile ai tradizionali troll, a fanatici o pazzi, ma al contrario a persone “normali”, comuni, che sui social si trasformano, da soli o in gruppo, in un branco di assatanati Mr.Hyde 2.0, e trasformano quel che Internet avrebbe dovuto diventare secondo i cyber-utopisti, un’agorà permanente, in un’arena di gladiatori. Non parliamo più di trolls, ma di haters che si trasformano in Mr.Hyde, con le più svariate motivazioni, poco importa se basse o alte, ignobili o nobili, dettate dal’invidia o da una “giusta causa”. Ma in questo “spettacolo” chi fornisce i “contenuti” (i “servi sciocchi”) lo fa gratis, mentre chi fornisce i contenitori ci guadagna un sacco di soldi, e ha interesse a fomentare l’arena piuttosto che l’agorà. Osservare “i social network al loro peggio”, come scrive Lagioia, “è un po’ come per le risse televisive: più fanno schifo, più le guardi. Anche perché quell’oscuro scrutare certe volte è istruttivo. “.

E fra questi “servi sciocchi”, inutile illudersi o far finta di niente, può esserci chiunque: può esserci @dolcecandy, che stalkerizza ossessivamente un cantante famoso; può essere un noto direttore di una nota rivista che improvvisamente si scatena in una serie di tweet deliranti, ma può esserci lo stesso Lagioia, per caso o per malaugurata occasione, e naturalmente possiamo esserci noi stessi. E’ una violenza imprevedibile e trasversale, che non riguarda soltanto la rabbiosa hater che cerca di infangare l’immagine del divo o del vip, ma anche il professionista in carriera frustrato da una qualche aspettativa non realizzata, e perfino il sobrio scrittore che, in un momento di fragilità emotiva usa l’arma del sarcasmo contro la rappresentante di un’associazione culturale, rea di un errore irrisorio, scatenando, senza volerlo, una lapidazione virtuale.

Senza che la mia parte vigile se ne fosse resa conto – ma i bassi istinti dovevano averlo saputo – avevo cercato di dar vita a una lapidazione, e le mani altrui armate di pietre non si erano fatte attendere… la gente, intorno a me, sembrava attendere solo un’autorizzazione, un motivo, per quanto futile, per gettare merda su qualcuno che, fino a un attimo prima, era un perfetto sconosciuto…

Il tutto per un motivo irrisorio….L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia di ridursi a un’arena di gladiatori…Fosse pure stata gestita l’associazione X in modo sciatto, meritava due ore di terrorismo virtuale come punizione? Soprattutto, la mia parte più rozza e primitiva aveva preferito dimenticare che dietro la lettera d’invito c’era una persona in carne e ossa, un essere umano che, esattamente come me, era capace di soffrire, di sentirsi ferito dall’altrui brutalità. A quel punto ho chiesto scusa per l’accaduto all’autrice della lettera e ho cancellato il post per evitare che arrivassero altri insulti.” (N. Lagioia, idem)

Ancora una volta la cyber-utopia si è trasformata in una distopia: che si tratti di rabbia cieca, frustrazione, volontà di distruzione o auto-distruzione, “mai, come in questi frangenti, gli anni novanta così carichi di promesse sembrano lontani.”.

 

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“I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi. Chi mette a disposizione i contenitori, invece, fa soldi a palate “

E veniamo dunque alle considerazioni finali che Lagioia ricava dalle sue osservazioni.

Primo. A scatenare la violenza, la regressione primitiva, lo scadimento nel mister Hyde 2.0 è spesso una delle passioni umane che in rete (e non solo lì) sta avendo in questi anni maggior corso: il risentimento.

Secondo. Non importa che a provare risentimento sia l’anonima fan/hater della pop star da un milione di follower o il direttore della rivista patinata che si trasforma a tradimento in troll. Non è importante quanti soldi tu abbia, che ruolo svolga, quante persone lavorino sotto di te. In rete, se non stai attento a controllare i tuoi borborigmi emotivi, suonerai sempre un po’ troppo risentito. Sentirai di meritare di più, o che qualcuno ti sta rubando qualcosa.

Terzo. Questo risentimento di fondo può nascere da tante situazioni. L’assenza della fisicità consentita da internet (lo abbiamo detto) può farci provare il brivido di comportarci come bestie in balia degli istinti primari senza che nessuna goccia di sangue sia versata. Può essere il fatto che in un mercato zavorrato dalla crisi ognuno è spinto a credere di ricevere troppo poco rispetto agli sforzi che compie ogni giorno. E tuttavia può esserci anche altro. Per esempio, il fatto che qualcuno ti mette a disposizione un palcoscenico dove sei libero di esibirti ventiquattr’ore al giorno. Tu lo fai, ti esibisci, ricevi degli applausi. Lo spettacolo genera addirittura qualche spicciolo, che subito però svanisce. Non è nelle tue tasche, non in quelle del pubblico. Cos’è successo? Cominci a sentirti nervoso.

Quarto. Recentemente intervistato da Gianni Santoro per la Repubblica, il leader dei Radiohead Thom Yorke, alla domanda “da dove vengono oggi i maggiori profitti per un musicista?”, ha risposto stizzito:

Non lo so, ditemelo voi. Non ho la soluzione a questi problemi. So solo che si fanno soldi con il lavoro di molti artisti che non ne traggono alcun beneficio. Si continua a dire che è un’epoca in cui la musica è gratis, il cinema è gratis. Non è vero. I fornitori di servizi fanno soldi. Google. YouTube. Un sacco di soldi, facendo pesca a strascico, come nell’oceano, prendono tutto quello che c’è trascinando. ‘Ah, scusate, era roba vostra? Ora è nostra. No, no, scherziamo, è sempre vostra’. Se ne sono impossessati. È come quello che hanno fatto i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Anzi, quello che facevano tutti durante la guerra, anche gli inglesi: rubare l’arte agli altri paesi. Che differenza c’è?

 

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Quinto. La rete è probabilmente il contesto in cui oggi si sconta la maggiore sproporzione economica tra chi mette a disposizione i contenitori e chi fornisce i contenuti. I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi (si tratti dello sfogo astioso di @dolcecandy o dell’ultimo meraviglioso album di Sufjan Stevens). Chi mette a disposizione i contenitori fa invece soldi a palate. La musica è stata letteralmente fatta a pezzi da questo sistema di cose…Sta di fatto comunque che mentre il patrimonio di Mark Zuckerberg supera il prodotto interno lordo del Ghana, ai produttori di contenuti non va praticamente nulla, fossero anche il giovane Wittgenstein e il non più giovane Russell che rifondano su Facebook la filosofia del linguaggio.

Sesto. Quanto conta la “struttura” che rende possibile il nostro stare in rete rispetto alla nostra antropologia, alla temperatura emotiva dei nostri comportamenti? Mentre scriviamo un post, un tweet, o discutiamo in una chat, quanto è automaticamente influenzato il nostro umore (consapevolmente o meno) dalle regole profonde (meccanismi economici in primis) che determinano il funzionamento del contenitore che ci ospita? Al di là della nostra libertà di digitare un tweet, quanto è giusta e democratica, e libera, al livello di fondamenta, la struttura di internet?

Se la rete è destinata ad aumentare sempre più il suo potere, e cioè il suo peso economico e politico, non si dovrebbe auspicare nel ventunesimo secolo, per la galassia di internet, ciò che nel novecento è stato oggetto di lotta rispetto al mondo reale? Perché mai dovremmo accettare le regole della rete così come sono, se si tratta di regole anche ingiuste? In fondo non è questo che gli ultimi tre secoli di processi democratici ci hanno insegnato? Avere il diritto/dovere di spendersi per cambiare uno status quo che non ha alcuna intenzione di migliorarsi da sé…

Pur immaginandoli (i padroni della rete) mossi da buone intenzioni, ai loro interessi fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Settimo. D’accordo, abbiamo scherzato. Abbiamo letto troppe volte Philip Dick. Nulla di tutto questo è vero. E se una parte lo fosse? Cosa ci costa una scommessa pascaliana? Va bene, non è vero. Fingiamo che il web sia strutturalmente il migliore dei mondi possibili. Lo stesso: che senso può avere andarsene in giro nei panni di mister Hyde 2.0? Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in maniera dissennata.

Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un battito di ciglia – quali mondi non stiamo esplorando e quali possibilità ci stiamo precludendo comportandoci come i pazzi sanguinari che non aspiriamo a essere? Che cosa, in fin dei conti, stiamo perdendo nel non usare la rete per evolverci?

(tutte le citazioni da http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

 

 

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

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I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

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Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

L’Era dei Trolls – dai blogs a facebook (un articolo di Mauro Baldrati)

brothers__atots_trolls_by_bumhand-d6il9q8Nella prima metà degli anni Novanta, quando Internet era solo un giovane di belle speranze adulato da tutti i tecnofili, già nei primissimi forum si faceva anche un gran discorrere di net etiquette, flame wars, trolls, etc, e cioè di come porre un rimedio alla presenza, peraltro assai limitata e controllabilissima, dei primi trolls. Dopo un ventennio, i trolls in fondo hanno vinto, trasformando quasi l’intera Rete in una gigantesca cloaca maleodorante…Forse, come avevano già intuito Victor Hugo e George Wells nell’Ottocento, è il destino di tutte le grandi Reti quello di trasformarsi, per contrappasso, in una gigantesca rete fognaria di stampo fascista…La voce della fogna…

“I Troll erano erranti, ma più spesso stanziali. Talvolta autori loro stessi di un blog, si insediavano in un sito più autorevole, con molti lettori e commentatori, e scatenavano tutta l’aggressività di cui erano pervasi. Tentavano di stroncare qualunque articolo, di qualunque genere e scritto da chiunque. Attaccavano anche l’autore, cercando di farlo apparire come un ignorante rimbambito, indegno di scrivere anche solo una lista della spesa. Erano piuttosto bravi, scaltri, subdoli e a loro modo studiosi. Infatti, non appena riuscivano a individuare un errore, un riferimento sbagliato, un dato incompleto, si avventavano sul malcapitato coprendolo di epiteti del tipo “sei un insulto alla letteratura” e similari. I Troll per alcuni erano diventati un incubo, e sappiamo per certo che per causa loro qualche scrittore ha smesso di intervenire in un determinato sito.

Nel retro sportello di qualche blog si discuteva animatamente su quale atteggiamento tenere coi Troll. Alcuni redattori sostenevano che i commenti andavano chiusi, o quanto meno moderati con mano ferma, perché, oltre al danno creato dalla violenza verbale, non era giusto offrire uno spazio agli sproloqui di psicopatici. Altri invece sostenevano che i Troll erano a modo loro un prodotto deviato di quella rivoluzione, e che occorreva affrontare il rischio e il disagio, perché sarebbe stata contraria all’ispirazione del sito qualsiasi forma di censura.

Poi i blog sono diventati obsoleti, perché sono spuntati i social, che hanno travolto in poco tempo quasi tutti i siti, molti dei quali hanno chiuso, mentre altri resistono, dopo avere adottato riforme strutturali per renderli sempre più simili a vere e proprie riviste.

Facebook, il principe dei social, ha fagocitato quasi tutto lo spazio dei blog, aspirando i commentatori e i lettori, che sono diventati dei nuovi bloggers rifondati, alimentandosi a vicenda col sistema dei “mi piace”, che ricevono dopo averli dati alle pagine di altri “amici”. La rete si è allargata, globalizzata, fino a raccogliere milioni di utenti.

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo, pena l’eliminazione dei commenti e la radiazione dalla lista dei commentatori. Insomma, tutti i sentimenti più bassi, in una sorta di esplosione di demenza e negatività. Il problema etico dello spazio ai deliri di psicopatici non si pone, perché il sistema si sostiene e cresce sugli “utenti”, aumentando la propria forza contrattuale nella raccolta di pubblicità con la potenza di un parco utenti poderoso. Al massimo a qualcuno tra i più estremi può capitare di ritrovarsi la pagina bloccata per un mese, quando la violenza e la qualità degli insulti può diventare pericolosa, per le denunce. Ma quando tornano sono più inferociti di prima…

Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.”

 

continua:

http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/

Banca del seme, problemi di liquidità

angiest & dumbest

V.M. minori anni 8

Prosta (TA) – “Abbiamo problemi di liquidità”, afferma il vicepresidente Pier Luigi Selve con l’espressione di chi sa di aver fatto una battuta del cazzo. Ma la verità è che la crisi che ha colpito alcune banche italiane non ha risparmiato nemmeno la Banca del Seme Cooperativo di Prosta, vicino Taranto. “Una situazione difficile a cui sto cercando di rimediare io stesso depositando nuova liquidità – continua lo smunto dirigente– ma non posso andare avanti per molto, la politica deve aiutarmi, mi aspetto almeno forniture governative di zabaione”.

E gli aiuti non si sono fatti attendere. Sarà perché – come dicono i maligni – la figlia del vicepresidente è molto vicina al Presidente del Consiglio, sta di fatto che il governo è prontamente intervenuto con il cosiddetto “Decreto Salva-Sperma”, che se da una parte mette al sicuro decine di posti di lavoro, i depositi dei correntisti e il culo dello stesso vicepresidente, dall’altra azzera gli spermatozoi degli azionisti.

“Ho perso la sborra di una vita – afferma in lacrime il 74enne Pietro Nordmi sono fatto ingolosire dalla prospettiva di guadagnare il 15% di spermatozoi in più, ma adesso non mi è rimasto più nulla”.

 

continua:

http://www.lercio.it/banca-del-seme-a-rischio-crack-abbiamo-problemi-di-liquidita-e-arriva-il-decreto-salva-sperma/

 

 

Il Nuovo Presidente

juicio y castigo

(nel caso qualcuno non abbia ancora capito come funziona…)

 

Jimmy Morales, 46 anni, segretario del Frente de Convergencia Nacional, partito nazionalista di destra, è il nuovo presidente del Guatemala. La schiacciante vittoria sulla candidata dell’Unidad Nacional de la Esperanza, Sandra Torres, ottenuta con il 67,44% delle preferenze e un milione di voti in più non lascia spazio ai dubbi, Morales – maglietta della nazionale guatemalteca indosso – è sceso in campo al momento giusto e ha sbaragliato la concorrenza dei tradizionali partiti politici del Paese, travolti dagli scandali di corruzione e pressati dalle inedite mobilitazioni popolari degli ultimi mesi.

All’anagrafe il suo nome sarebbe James Ernesto Morales Cabrera ma nel 2011 ha deciso di cambiarlo nel più telegenico – e gringo – “Jimmy Morales”. È alla prima esperienza nell’amministrazione pubblica, non avendo mai ricoperto un incarico politico in passato, ma nonostante ciò non è un volto nuovo per i guatemaltechi e le guatemalteche, avendo condotto per 18 anni un programma satirico di successo sulle reti nazionali. Il programma politico di Morales si è imposto scandendo con durezza e verve televisiva le parole d’ordine della lotta alla corruzione, della sicurezza nazionale e inneggiando al governo degli onesti e degli incensurati. Discorsi già sentiti anche in Italia, che dietro la negazione del proprio agire, riassunta nella parola “antipolitica”, celano pratiche reazionarie e conservatrici…

continua a leggere:

http://www.carmillaonline.com/2015/10/27/il-nuovo-presidente-del-guatemala-un-comico-appoggiato-dallala-piu-reazionaria-dellesercito/

 

 

M5S-Grillo-Casaleggio-autoritari2

 

 

La Camminata della Vergogna

ATTENZIONE! SPOILER! (per chi segue su RAI4)

 

“Penso che abbia alcune persone da uccidere prima di aver finito.” (Lena Headey, riferendosi a Cersei)

Uccidere chi? le Septa? l’Alto Passero? far fuori tutti gli Alti Passeri, presenti e futuri? far fuori l’intero Culto dei Sette Dèi?

La sesta stagione si annuncia molto “calda”…(almeno dal suo punto di vista)

 

“Non è difficile capire cosa si prova, quando la gente veramente ti urla contro, e tu hai un aspetto di merda e vieni fottutamente umiliata,” ha detto la Headey. “C’è una parte di te che ha una paura fottuta. Non riesco nemmeno ad immaginare le persone che ti vorrebbero morto. Cersei ha sbagliato, ma non si merita questo.”

O X I – Il disordine europeo (Boltanski & Esquerre)

L’annuncio di un referendum in Grecia ha suscitato l’indignazione quasi unanime dei leaders europei. E’ così scioccante che dei cittadini vengano consultati su una questione eminentemente politica che li riguarda direttamente?

 

OXI

Arnaud ESQUERRE sociologue et Luc BOLSTANSKI sociologue

http://www.liberation.fr/monde/2015/07/02/trouble-dans-la-democratie_1341918

 

Traduzione. vincent

 

Dopo mesi di trattative, scaduta il 30 giugno senza rimborso la rata del debito verso il Fondo Monetario Internazionale, il governo guidato da Alexis Tsipras ha indetto un referendum consultivo sull’accettazione o meno del Piano dei creditori. Alla luce del mandato ricevuto dagli elettori nel gennaio scorso, che sollecitava a mettere in discussione l’austerità economica che rischia di trasformare la Grecia in un Paese eternamente debitore e vassallo delle imposizioni della Troika, la decisione del governo Tsipras è assolutamente corretta e legittima, l’accettazione del Piano avrebbe significato infatti tradire la volontà dell’elettorato. Allo stesso tempo, su una decisione cruciale che riguarda tutti i cittadini greci, e non solo quelli di una parte, è giusto che tutti si esprimano. Cosa accadrà dopo lo sapremo presto, a partire da lunedì.

 

(le opinioni espresse in quest’articolo sono degli autori e non corrispondono necessariamente a quelle del titolare di questo blog)

***

 

L’annuncio del Primo Ministro Tsipras dell’organizzazione di un referendum ha suscitato, in Francia e in Europa, reazioni indignate da parte dei dirigenti appartenenti al mondo politico, economico o mediatico. Questo annuncio, intervenuto dopo mesi di inutili negoziati, è stata la risposta del governo greco a un rapporto di forza politico che, al livello delle istanze europee, non ha cessato di penalizzare i greci non soltanto in quanto cittadini, ma anche come membri dell’Unione Europea.

Cosa sembra motivare questa indignazione pressocchè unanime? Il fatto che i cittadini vengano consultati su una questione che riguarda la loro vita quotidiana e, più nel profondo, i rapporti di uguaglianza nell’insieme politico al quale essi appartengono.

(…)

Nella concezione che le Istituzioni europee hanno della democrazia, il suffragio popolare deve riguardare unicamente la scelta dei dirigenti, assimilati ad una èlite, l’unica in grado di esprimere un giudizio sui problemi dello Stato, in particolare quando questi ultimi sembrano riguardare un dominio particolare come l’”economia”. Ma, se questi dirigenti consultano, a loro volta, i cittadini su alcune scelte politiche fondamentali, che sono anche scelte sociali, vengono allora accusati di “populismo”. Quel che viene soprattutto rimproverato a Tsipras, non è tanto di avere un “discorso populista”, quanto di voler mettere in atto un certo numero di misure – come una tassazione più forte dei ricchi o dei redditi finanziari delle banche – e di voler dare a questi atti una legittimità democratica.

 

OXI referendum

 

L’accusa di “populismo” mira a squalificare l’orientamento politico dei dirigenti greci presentandolo come antidemocratico. Ma questa reazione rivela forse soprattutto la forza dei riflessi antidemocratici che animano le élites dirigenti delle democrazie occidentali e che si manifestano ogni volta che sembra esser messo in pericolo il carattere esclusivo del loro potere decisionale.

Il “populismo” si tradirebbe per il fatto che l’estrema destra, in Grecia, ha sostenuto l’annuncio del referendum. La vittoria del NO farebbe temere, in Francia, che ne beneficerebbe l’estrema destra. Insomma, quel che è stupefacente è che non si trova nessuno nei partiti tradizionali, che si suppongono dirigere degli Stati democratici, come difensori di un processo democratico. La migliore risposta da dare al timore che l’organizzazione di un referendum beneficerebbe all’estrema destra, sarebbe che la Sinistra apparisse come difensore di un simile processo. La Sinistra ha paura a tal punto del suffragio che essa non osa consultare i cittadini che quando non vi sia obbligata, cioè in occasione delle elezioni dei nuovi rappresentanti? Le cose sarebbero forse più semplici se le elezioni venissero soppresse…

Occorre, come ha dichiarato Pablo Iglesias del Movimento Podemos, “essere dalla parte dell’Europa e della Grecia”. Ma di fronte alla reazione terrorizzata della Commissione Europea e dei principali esponenti europei, si capisce che essere dalla parte di un’Europa democratica non è essere dalla parte delle Istituzioni europee così come funzionano attualmente. Perché nelle reazioni delle “élites” che gravitano attorno a Bruxelles, c’è qualcosa degli aristocratici spaventati delle monarchie europee di fronte all’annuncio della Rivoluzione francese. Votare la fine dei privilegi aveva certamente, dal loro punto di vista, qualcosa di “irresponsabile”. Per non parlare dell’abolizione del “diritto divino” che fondava il potere del sovrano, un po’ come, oggi, l’economia cosiddetta “neoliberale” – o più in generale l’economia ortodossa – basa le decisioni politiche, e talvolta le più assurde o le più crudeli fra quelle, dando loro tutti i dettami della necessità, come per ancorarli nell’ordine delle cose in ciò che ha di naturale.

La reazione spaventata dei leaders europei è triste e inquietante perché essa svela a qual punto non soltanto le istituzioni europee non sono democratiche nel loro funzionamento, ma a qual punto esse non desiderano esserlo e ancor meno divenirlo. Come si è potuti arrivare a una tale situazione in cui essere democratici significa esserlo contro le istituzioni europee e, allo stesso tempo, sembrare di esserlo contro l’Europa? O a cosa si riduce uno Stato democratico, scegliere fra esperti in una cerchia ristretta, esperti che si distinguono coi loro discorsi prima delle elezioni, ma che, una volta eletti, si comportano più o meno alla stessa maniera, avendo come unico riferimento la “necessità”? Se ci sono degli irresponsabili, sono probabilmente coloro hanno perduto il senso della responsabilità democratica.