Margaret Atwood, Fantasie di stupro (Racconti Ed., 2018)

Da come ne parlano sulle riviste c’è da pensare che sia l’ultima trovata, e non solo, ma che sia qualcosa di eccezionale, una specie di vaccino contro il cancro. Lo sbattono a caratteri cubitali in copertina, e dentro pubblicano questionari come quelli in cui ti chiedono se sei una brava moglie o se sei endomorfa oppure ectomorfa, te li ricordi? con il risultato capovolto a pagina 73, e poi questo cosi fai-da-te, hai presente? STUPRO, DIECI COSE DA FARE, come se fossero dieci acconciature nuove o qualcosa del genere. Insomma, dove sarebbe la novità?”.

Nell’incipit del racconto “Fantasie di stupro” , la scrittrice canadese Margaret Atwood chiarisce subito che certamente il problema non è nuovo solo perchè riceve maggiore attenzione dai media

La cronaca purtroppo riporta spesso casi di stupro agghiaccianti in contesti di degrado sociale e morale. Come se non bastasse,  violenza sessuale, stupro, degrado associato ad alcolismo e droghe, machismo e sessismo di una violenza inaudita vengono rivendicati palesemente su Pagine e Gruppi social che si ispirano al cosiddetto “bomberismo”, tendenza fascistoide, razzista e xenofoba che si ispira all’ alt-right americana. A volte le Pagine e i Gruppi vengono chiusi da Facebook, ma poi rinascono con nuovi nomi.

Il racconto della Atwood è stato pubblicato per la prima volta nel 1977. Apparso in Italia nel 1991, viene adesso riproposto da Racconti Edizioni nella raccolta di 14 racconti dal titolo omonimo (aprile 2018; nella raccolta originale in inglese il titolo era Dancing Girls and Other Stories). Purtroppo questi racconti restano di estrema attualità. Allora le statistiche riportavano che “negli Stati Uniti c’è un omicidio ogni ventisette minuti. Una violenza sessuale aggravata si verifica ogni otto secondi» (Uniform Crime Report, 1977, in Eleanor Wachs, Crime Victim Stories: New York City’s Urban Folklore).

Nel Rapporto Istat sulla violenza sessuale del luglio 2018 si afferma chiaramente cherestano stabili le quote di donne vittime di violenza estrema (stupri e tentati stupri) e delle forme più efferate di violenza (uso o minaccia di usare una pistola o un coltello) e soprattutto è aumentata la gravità delle violenze sessuali e fisiche. Nel complesso (dato Istat 2014) quasi una donna su tre (31,5%), ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 3% (652mila donne) ha subito stupro e il 3,5% (746mila) tentato stupro. Più dell’80% degli stupri sulle donne italiane è stato commesso da un italiano. Gli stupratori stranieri sono il 15,1%.”

Mediamente ci sono, in Italia  negli ultimi anni, 12-13 stupri al giorno, circa 4000 l’anno, denunciati. Ma le denunce sono troppo poche. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2014 hanno fatto denuncia di violenza sessuale solo l’11,4% delle donne italiane e il 17% delle straniere. Ben ¾ degli omicidi del 2016 sono stati commessi in ambito familiare.

” (https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/07/28/la-violenza-le-denunce-gli-stupri-italia-numeri-la-propaganda/).

Dati impressionanti, come si può ben vedere, che rendono estremamente attuale anche il racconto della Atwood.

 

Certamente la Atwood è una scrittrice che non si tira indietro rispetto a temi così drammatici, in cui sono così presenti paura e ansia. Estelle, la protagonista principale del racconto afferma:

«Mia madre dice sempre che non bisogna soffermarsi sulle cose spiacevoli e in genere concordo con lei, cioè, soffermarsi sulle cose spiacevoli non le fa scomparire. Tuttavia, a pensarci bene, anche non soffermarsi su mica le fa scomparire

Anche alla scrittrice piacerebbe smettere di pensarci e “osservare le ninfee”:

Sfortunatamente, non posso permettermelo. Non sarebbe bello se avessimo un mondo in cui tutto ciò che dobbiamo fare fosse contemplare la natura? Invece questo è il mondo in cui viviamo. Ed è tutto molto bello per qualche tizio che va per conto suo a spasso nei boschi. Una donna ci pensa due volte prima di farlo. O ci pensa due volte o è fuori di testa». (http://www.altrianimali.it/2018/04/15/perche-leggere-fantasie-stupro-margaret-atwood/).

Minimizzare il problema, non parlarne, per evitare l’ansia e le cose spiacevoli, significa ricondurlo alle fantasie di stupro delle colleghe di Estelle, che si immaginano lo stupratore come un bellissimo sconosciuto che entra dalle loro finestre, mentre spesso in realtà è qualcuno che conosci, e l’atto sessuale come un poetico momento di erotismo e non per quello che è in realtà, un atto di coercizione, di violenza, di ansia e di potere. Estelle si forza di rispondere alle colleghe suggerendo che le loro fantasie erotiche e la realtà brutale dello stupro sono ai poli opposti. Chi confonde le due cose lo fa a proprio rischio e pericolo.

Estelle offre allora alle sue colleghe “fantasiose” alcuni scenari, in modo da immaginare come poter reagire in una situazione di emergenza, e potersi difendere dallo stupratore.

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Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

Gallipoli

 

Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

 

L’estate del 2017 verrà ricordata non solo come una delle più calde degli ultimi decenni, ma anche come quella dell’emergenza di frizioni connesse all’invadenza del turismo di massa, agevolato dalle tariffe low cost di viaggi, affitti e prenotazioni on line. Mi vengono in mente Gallipoli (LE), Dubrovnik (dov’è stato introdotto il numero chiuso), Barcellona (con la protesta degli abitanti), ma anche spiagge, porti, per esempio in Sardegna, senza dimenticare la Fontana di Trevi a Roma o le navi da crociera a Venezia. Ai già notevoli problemi di affluenza, traffico, controllo, sicurezza, sanità pubblica (che poco interessano naturalmente alle compagnie aeree e agli affittuari) si aggiunga il fatto che le località oggetto di questo iperturismo di massa diventano anche obiettivo privilegiato dei terroristi. Ma anche senza terroristi, occorre aggiungere ormai la problematicità di gestione di movide e manifestazioni di massa in genere: non dimentichiamo quello che è successo a Torino in piazza Statuto , dove si è sfiorata la strage per panico derivante da motivi probabilmente molto futili, per un fenomeno collettivo di autosuggestione. Peraltro le stesse considerazioni erano già state fatte in occasione dell’attentato al Bataclan di Parigini: Libération infatti intitolava un suo articolo “Génération Bataclan : la jeunesse qui trinque –  En s’attaquant aux lieux festifs de Paris et Saint-Denis, les terroristes ont ciblé le mode de vie hédoniste et urbain d’une génération déjà marquée par «Charlie». ». 

Tralascio qui quel che le singole amministrazioni faranno o non faranno per arginare il problema, e ricondurre le mandrie a più miti consigli. Forse introducendo il numero chiuso da una parte, le mandrie si trasferiranno da un’altra, dove gli affittuari saranno ben contenti di ehm, fornire loro un recinto o una movida ancora più stracciona. Forse qualcuno farà ricorso al TAR o all’ONU o al Papa per violazione del principio umanitario sacrosanto di pascolare, pisciare, scacazzare e scopare ovunque, non lo so. Jean Baudrillard ci aveva visto giusto già nel 1977, quando scrisse un suo saggio sul Beaubourg, visto come anticipazione  degli attuali fenomeni degenerativi (consiglio di leggerlo per intero, ovviamente, e senza pregiudizi moralistici) :

 

L’EFFETTO BEAUBOURG

Jean Baudrillard, 1977

 

Animazione. Rianimazione.

Implosione irreversibile in profondità.

L’unico contenuto di Beaubourg è la massa stessa, che l’edificio tratta come un convertitore, come una camera oscura o in termini di input/output…Non è mai stato così chiaro che il contenuto – qui la cultura, altrove l’informazione o la merce – è solo il supporto fantasma di quanto viene compiuto dal medium stesso, la cui funzione è sempre quella di indurre una massa, di produrre un flusso umano e mentale omogeneo.

Ipermercato della cultura,  già il modello di qualsiasi forma futura di socializzazione controllata: ritotalizzazione in uno spazio-tempo omogeneo di tutte le funzioni disperse del corpo e della vita sociale (lavoro, tempo libero, media, cultura), ritrascrizione di tutti i flussi contraddittori in termini di circuiti integrati…

Qui si elabora la massa critica, oltre la quale la merce diviene ipermerce e la cultura ipercultura…una specie di universo segnaletico totale, o di circuito integrato, transito incessante di scelte, letture, referenti, marchi, decodifiche…

Dovunque nel “mondo civile” la costruzione di stocks di oggetti ha comportato il processo complementare degli stocks di uomini: la coda, l’attesa, l’imbottigliamento, la concentrazione, il campo di concentramento. Questa è la “produzione di massa”, non nel senso di una produzione massiccia o ad uso delle masse, ma la produzione della massa. La massa come prodotto finale di ogni socialità, che pone fine di colpo alla socialità; giacchè questa massa, di cui ci si vuol far credere che è il sociale, è al contrario il luogo dell’implosione del sociale.

Ma se gli stocks di oggetti implicano lo stoccaggio degli uomini, la violenza latente nello stock di oggetti implica la violenza inversa degli uomini. Qualunque stock è violento, e c’è una violenza specifica anche in qualòunque massa umana, poichè implode – violenza propria alla sua gravitazione, al suo addensarsi intorno al suo punto (foyer) d’inerzia…

Massa critica, massa implosiva…la massa calamitata dalla struttura diventa una variabile disrtuttiva della struttura stessa…Fate piegare Beaubourg” Nuova parola d’ordine rivoluzionaria: inutile incendiarlo, inutile contestarlo, andateci! E’ il modo migliore per distruggerlo. Il successo di Beaubourg non è più un mistero: le persone ci vanno per questo, si riversano su questo edificio, la cui fragilità respira già la catastrofe, con il solo scopo di farlo piegare…mirano espressamente, senza saperlo, a questo annientamento. L’irruzione è il solo atto che la massa possa compiere in quanto tale – massa proiettile che ribatte con il suo peso, cioè con il suo aspetto più stupido, più spoglio di senso, meno culturale, alla sfida di culturalità lanciata da Beaubourg…Alla dissuasione mentale la massa risponde con una dissuasione fisica diretta. E’ la sua propria sfida, la sua astuzia…ipersimulazione distruttiva.

La gente ha voglia di prendere tutto, di azzannare tutto, di abbuffarsi di tutto, di manipolare tutto. Vedere, decifrare, imparare non la emoziona. La sola emozione “massiccia” (di massa) è quella della manipolazione. “

 

 

 

 

 

 

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

Banca del seme, problemi di liquidità

angiest & dumbest

V.M. minori anni 8

Prosta (TA) – “Abbiamo problemi di liquidità”, afferma il vicepresidente Pier Luigi Selve con l’espressione di chi sa di aver fatto una battuta del cazzo. Ma la verità è che la crisi che ha colpito alcune banche italiane non ha risparmiato nemmeno la Banca del Seme Cooperativo di Prosta, vicino Taranto. “Una situazione difficile a cui sto cercando di rimediare io stesso depositando nuova liquidità – continua lo smunto dirigente– ma non posso andare avanti per molto, la politica deve aiutarmi, mi aspetto almeno forniture governative di zabaione”.

E gli aiuti non si sono fatti attendere. Sarà perché – come dicono i maligni – la figlia del vicepresidente è molto vicina al Presidente del Consiglio, sta di fatto che il governo è prontamente intervenuto con il cosiddetto “Decreto Salva-Sperma”, che se da una parte mette al sicuro decine di posti di lavoro, i depositi dei correntisti e il culo dello stesso vicepresidente, dall’altra azzera gli spermatozoi degli azionisti.

“Ho perso la sborra di una vita – afferma in lacrime il 74enne Pietro Nordmi sono fatto ingolosire dalla prospettiva di guadagnare il 15% di spermatozoi in più, ma adesso non mi è rimasto più nulla”.

 

continua:

http://www.lercio.it/banca-del-seme-a-rischio-crack-abbiamo-problemi-di-liquidita-e-arriva-il-decreto-salva-sperma/

 

 

Roba Chic, Cost’ Picch

roba chicHomo Oeconomicus on the Beach

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Stasera, rincasando, incrocio un “nero”, un “vu cumpra’” con il suo carico straripante di merchandise, che sorridendo a 36 denti (che su un volto completamente nero fa un certo effetto!), mi fa “ROBA CHIC, COST’ PICCH!!!!”, (“ROBA CHIC, COSTA POCO”), e mi supera senza fermarsi o tentare di vendermi qualche “sciccheria” a poco prezzo. Gli rispondo sorridendo, poi lui passa, e la cosa finisce lì, lo perdo di vista. Alla fin dei conti, rifletto, a lui di Boko Haram o di Al Qaeda della Penisola, che cacchio gli frega? A modo suo, partecipa della grande festa “occidentale” del merchandising e della pubblicità, sicuramente più divertente di Kas-al-Eghion e SS-al-Vini,  Al-Fan o Al-Ban o Al-Dibbh….

Una tranquilla settimana di isteria mediatica collettiva

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 “Social networks can lead to global mass hysteria”

Benvenuti in HisterItaly! Abbiamo appena vissuto una settimana di normalissima, banalissima  isteria mediatica collettiva sul cosiddetto” impeachment” del Presidente Napolitano e sul “caso” Cancellieri, pompato letteralmente sul nulla da quei gran maestri del genere quali sono quelli de La Repubblica, seguita a ruota da quasi tutti gli altri media e social (ad eccezione, bisogna dire, de “Gli Altri” di Piero Sansonetti (cancellieri-unico-reato-e-fuga-di-notizie), e alcuni post di Luigi Manconi e Gad Lerner), e naturalmente immediatamente cavalcata dai dipendenti della Ditta Casaleggio, che dell’isteria hanno fatto  la propria mission per la gioia degli indivanados dello Stivale . Con assoluta nonchalance il Grullo Demens il giorno dopo racconta ai suoi boy scouts che l’impeachment è una “finzione politica” che parla alla “pancia” della gente,  mentre il “caso Cancellieri”, sgonfiandosi,  finisce a fondo  pagina dimostrando che l’unico reato commesso è quello di chi ha favorito la fuga delle notizie comprate da La Repubblica. Da domani non  ne parlerà più nessuno, come tanti casi in precedenza, fino alla prossima nuova e ancor più sconvolgente  isteria mass-mediatica.  Come scriveva Bruce Sterling al suo cattivo discepolo,  “ C’è stata solamente una breve orgia catartica pubblica con strappo di capelli…”

Post interessanti:

* social-networks-can-lead-global-mass-hysteria

.quitthedoner.com/Femminicidio la bolla mediatica di ultima generazione

* Christopher Cepernich – L’isteria mediatica – Il Mulino

 

” Così funziona il giornalismo in questo paese, fonde perennemente commento e cronaca e cavalca le emergenze che crea come giumente sotto anabolizzanti finché non le abbandona riverse sulla strada e passa ad altro.” (Quit The Doner)

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Da Nietzsche a Breivik – Mario Perniola

DA NIETZSCHE A BREIVIK

 

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Alcuni post fa

Alcuni post fa  (cest-boulanger-quil-nous-faut-ne-destra-ne-sinistra-il-fascismo-in-francia-zeev-sternhell/)  si accennava al dilagare della violenza verbale, soprattutto sul web e in alcuni social network da parte di frotte di troll grillisti, leghisti o fascisti (categorie accomunate dal linguaggio e dall’odio livoroso ancor più che da qualche ideologia d’accatto), violenza che non risparmia nessuno al minimo cenno di critica, battuta sgradita o perfino di innocuo sondaggio , e che, come nelle sette di fanatici religiosi, si riversa immancabilmente anche sui propri iscritti o eletti epurati con tipico sistema stalinista o nazista. Ci si chiedeva se questa violenza verbale, che fa ricorso ai più accesi toni di necrofilìa, coprofilìa o pornografia sado-maso, possa divenire “fisica”, in che modo questa violenza “catartica e revanchista” faccia da contraltare all’apatia di massa, e che significato ha rispetto ad altri modelli di violenza storica o politica. Nel frattempo il 28 aprile c’è stato il gesto “folle” dello “squilibrato” Luigi Preiti davanti Montecitorio, nonché un’ulteriore spirale di insulti, minacce e farneticazioni assortite (il “colpo di stato” diventato poi “golpettino” e ridiventato in pochi giorni  “colpo di stato”, la “marcia su Roma” diventata in pochi minuti “retromarcia”, i “dossier”, etc.). Vi è un punto che mi interessa in questo intervento di Mario Perniola, e cioè: questa violenza verbale, comunicativa, non ha nulla a che vedere con la violenza storica e politica delle rivoluzioni passate o degli anni Settanta, ma è una violenza fine a se stessa (autotelica), anaffettiva e barbara, che tuttavia non è l’espressione della follìa del singolo ma di un intero sistema sociale a rischio di collasso. Anders Breivik, Luigi Preiti o Gianluca Casseri, da questo punto di vista, rischiano di essere il modello, il paradigma di una violenza non dissimile da quella manifestatasi spesso negli Stati Uniti, e che quindi chiama in causa la salute, mentale e psicologica, della civiltà occidentale.

Tratto da Mario Perniola, Agalma nr.24, ottobre 2012

EDITORIALE

L’intero articolo:

http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=24

(…)

Queste considerazioni mi consentono di passare al secondo capitolo di questo testo, Scena e violenza (http://www.sinistrainrete.info/filosofia/2544-mario-perniola-la-scena-terroristica-e-il-suo-motore-occulto.html ), in cui si sostiene che la civiltà politica aperta dalla Rivoluzione francese si basa sul legame tra la scena e la morte: l’azione storica ha bisogno di essere azione scenica per avere senso ed azione violenta per essere effettuale. Nel tramonto di questa concezione del divenire storico, questo legame si spezza. All’azione succede la comunicazione: la scena diventa spettacolo e la violenza regredisce a mera barbarie. Alla concezione terroristica della storia che pretende di imporre il senso della rappresentazione scenica con la violenza succede una violenza che non si cura per nulla del significato, che non ha più bisogno di alcuna legittimazione. Quest’ultima, restata negli ultimi tre secoli confusa con la violenza ideologica, appare oggi in tutta la sua problematica enigmaticità, perché ogni sorta di giustificazione ideologica è screditata e inaccettabile. La “crudeltà priva di senso” è sempre esistita, ma solo oggi ci appare come qualcosa che non può più essere esorcizzata con giustificazioni pseudo-ideologiche, pseudo-belliche o pseudo-sicuritarie.

Un contributo importante allo studio della violenza è stato recentemente recato dal volume di Jan Philipp Reemtsma, Vertrauen und Gewalt. Versuch über eine besondere Kostellation der Moderne, in cui l’autore distingue tre differenti tipi di violenza definendole rispettivamente con i termini di localizzante, rapitrice e autotelica (vale a dire che ha il suo fine in se stessa). La prima è diretta al raggiungimento di uno scopo preciso: essa mira a sbarazzarsi del corpo di una persona che è di ostacolo. La seconda vuole impadronirsi del corpo altrui per utilizzarlo in qualche modo. La terza non ha altro scopo che la distruzione del corpo indipendentemente da qualsiasi logica comprensibile. Quest’ultima costituisce un vero enigma, per il quale ogni spiegazione risulta inadeguata. Perciò è considerata sbrigativamente come una manifestazione di follia, individuale come nel caso del serial killer, o collettiva quando coinvolge intere collettività, come nei genocidi. Reemtsma fornisce molti esempi di quest’ultimo tipo di violenza che resta uno scandalo per la coscienza moderna. Con l’avvento del nuovo millennio, la violenza autotelica non è per nulla scomparsa; anzi il ritorno della pratica sistematica della tortura come castigo, la violazione delle convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, sullo status dei rifugiati e sulla proibizione di alcuni tipi di armi, il coinvolgimento delle popolazioni civili nelle operazioni belliche, ormai considerate come danni collaterali inevitabili, la scarsa efficacia dei tribunali internazionali nel perseguire i crimini contro l’umanità, hanno assuefatto l’opinione pubblica mondiale a comportamenti che minano la stessa idea di modernità e di civiltà. Il nuovo millennio si è aperto con una spaventosa crisi di fiducia nella fiducia degli altri. La retorica della missione civilizzatrice e dell’esportazione della democrazia perdono ogni plausibilità dal momento in cui nello stesso Occidente si insinua il dubbio sul carattere civile e democratico delle sue società.

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Una spiegazione della violenza autotelica si può forse trovare nell’odio, argomento sul quale i filosofi sono stati piuttosto reticenti. Nella storia della filosofia troviamo moltissime teorie dell’amore, ma ben poche considerazioni dell’odio. Sembra che questo sentimento resti inaccessibile ad un’indagine razionale. Alcune domande s’impongono immediatamente all’attenzione. La prima riguarda il carattere asimmetrico dell’odio rispetto all’amore: l’odio conterrebbe qualcosa di primordiale e costituzionale che precede l’amore. Le guerre religiose e ideologiche della modernità ci hanno portato a collegare l’odio con la guerra. In realtà la polemologia è un sapere completamente diverso dal furore omicida: impegnarsi in una guerra implica una serie di valutazioni razionali estremamente complesse. Chi si fa trascinare da passioni insensate e agisce in preda a impulsi sconsiderati e precipitosi procede alla cieca senza tattiche né strategie. Odiare non favorisce la vittoria, anzi l’ostacola. Anzi si può senz’altro affermare: “odio, dunque perderò”. La distinzione di Clausewitz tra intenzione di ostilità e sentimento di ostilità lo porta talora a sopravvalutare il secondo rispetto alla prima: egli ha davanti agli occhi i successi degli eserciti di Napoleone sulle armate dei governi dell’antico regime. Ma nello stesso tempo considerando la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi e definendo la difesa come la forma più forte della guerra, è quanto mai estraneo all’idea di una violenza fine a se stessa. Non diversamente Jean-Paul Charnay distingue la guerra come strategia (quella teorizzata in modo ineguagliabile dal generale e filosofo cinese Sun Tzu nel V sec. A.C.) da quella fondata su distorsioni sociali (l’invidia e la gelosia) e ideologiche (jacqueries, crociate, guerre di religione, guerre rivoluzionarie, guerre nazionalistiche-imperiali, fondamentalismi ed estremismi di vari tipi, teoria della guerra infinita…). La prima è l’arte militare, la seconda è la guerra del nemico negato.

Più a fondo sulla natura dell’odio sono andati gli scrittori. Per esempio, Cesare Pavese scrive “Si odiano gli altri, perché si odia se stessi”; lo stesso pensiero si trova in Hermann Hesse: “Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi”. La radice della violenza autotelica andrebbe quindi ricercata in una patologia psicologica che, come scrive Reemtsma, infligge dei dolori agli altri per assicurarsi del proprio corpo e del proprio io. Si vuole annullare il corpo altrui, perché si è stati vittime di un trauma, che non è stato elaborato sotto la forma di un’esperienza, ma è rimasto come impronta. La brutalità del trauma lascia talvolta un’impronta nella vita psichica di ogni soggetto, prima che questi abbia la possibilità di ripristinare un nuovo ordine simbolico perché quello precedente viene attaccato e perso. Ciò è particolarmente evidente nella violenza psichica: “ Si può concepire la violenza psichica, al di là della minaccia manifesta – scrive Reemtsma – come un comportamento che fa intendere che l’altro non interviene come partner libero e uguale in materia di potere e di sessualità”.

Nel trauma, ogni violenza subita può scatenare un elemento autotelico. Questo fenomeno è, a mio avviso, diventato più frequente nella società attuale, nella quale alla facilità di accesso a Internet, in particolare ai social networks e ai messaggi individualisti ed ugualitari che implicitamente trasmettono, non corrisponde per nulla né un effettivo miglioramento della situazione economico-sociale, né una maturazione psichica e culturale. Schiacciato tra la pressione della società consumistica e spettacolare da un lato e la miseria della sua condizione reale, il singolo si rivela inaccessibile al dialogo e ad ogni ragionamento condiviso: la misologia, cioè l’odio dei discorsi, che era già nota a Platone e a Kant, produce esistenze murate, nelle quali ogni consiglio o suggerimento scatena una reazione violenta connessa con l’anaffetività, cioè l’incapacità di esprimere affetti ed emozioni.

BREIVIK 2

La filosofia si trova così dinanzi ad un ostacolo insuperabile: “Allo stesso modo altri diviene misantropo e ha avversione e antipatia per i propri simili. Oh! Davvero non c’è sventura più grande di questa antipatia per ogni discussione” (Platone, Fedone). Tutto questo induce a pensare che siamo entrati in una società in cui la violenza si manifesta in un modo ancor più efferato e gratuito del passato. Infatti, la violenza autotelica è fomentata da un furore e da una rabbia la cui legittimazione ideologica è talmente assurda da apparire delirante: nello stesso tempo è quantomeno autoassolutorio e deresponsabilizzante spiegare questi atti come espressioni di una follia individuale.

Il caso del norvegese Anders Behring Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 (al centro di Oslo e nell’isola di Utoya, dove travestito da poliziotto ha ucciso a sangue freddo 69 ragazzi che partecipavano a un campo estivo organizzato dall’organizzazione giovanile del Partito Laburista, costituisce la manifestazione esemplare di una violenza autotelica. In questo caso, a differenza degli attentati dell’11 settembre 2001, la minaccia non proviene da un’organizzazione in lotta contro l’euro- americanismo, ma da un solo individuo che si proclama paladino dei “valori” occidentali. Questo fatto è il segno del profondo malessere che l’Occidente prova nei confronti di se stesso: Breivik è la sua cattiva coscienza. Molto interessante è l’intervista al sociologo e matematico norvegese Johann Galtung, rilasciata il 17 aprile (il secondo giorno del processo a Breivik) ai giornalisti di “New Democracy. A daily independent global news hour”, Amy Goodman & Juan González. Galtung, la cui nipote era tra i giovani di Utoya ed è scampata per miracolo al massacro, comincia con l’osservare che Breivik non è affatto un paranoico schizofrenico: è un giovane colto, autodidatta, gran lavoratore. La scelta della data del massacro, il 22 luglio, è simbolica. Infatti in quel giorno del 1099 i Cavalieri Templari liberarono Gerusalemme dai Musulmani, e sempre lo stesso giorno del 1946 avvenne l’attentato al King David Hotel, noto per essere il Quartier Generale delle autorità britanniche per la Palestina, che provocò 91 morti: tale attentato fu opera dell’IRGUN, un’organizzazione sionista, cui partecipava anche Yitzhak Shamir (1915-2012), che sarebbe diventato due volte primo ministro d’Israele tra il 1983-84 e il 1986-92.

Per Galtung, le motivazioni del massacro sono politiche: indubbiamente sono sbagliate, “ma non molto di più del governo norvegese che uccide gli Afghani in Afghanistan”, con la differenza aggravante che mentre Breivik piange in aula, nessun segno di commozione viene da parte del governo norvegese. A me sembra che il parallelo, molto provocatorio, non sia plausibile. La violenza dell’IRGUN come quella del governo norvegese appartiene al genere della violenza localizzante: esse hanno uno scopo ben preciso, che nel primo caso è la cacciata degli inglesi dalla Palestina, nel secondo il controllo politico-militare dell’Afghanistan. Invece è sintomatica la risposta che Breivik dà a un avvocato dei familiari delle vittime che gli chiedeva perché non mostra nessuna empatia: “Posso decidere di rimuovere lo scudo mentale, ma ho deciso di non farlo… perché non sopravviverei” (La Repubblica, 20 aprile 2012).

Il caso Breivik va affrontato in un altro modo e riguarda la legittimità del monopolio statale dell’uso della violenza. Presentandosi sull’isola di Utoya, travestito da poliziotto, Breivik contesta non lo stato, ma quello stato che a suo dire tradisce se stesso, perché non si difende dall’“invasione musulmana”; egli perciò dichiara una sua guerra personale allo stato norvegese, reo di alto tradimento e di connivenza col nemico. A me sembra che l’approccio di Galtung a questa questione non sia politica, ma ancora una volta moralistica. A rigor di logica, la risposta dello stato norvegese avrebbe dovuto essere la stessa che ha avuto nei confronti di Vidkun Quisling, che collaborò con l’occupante nazista: fu condannato per alto tradimento e fucilato il 24 ottobre 1945. Evidentemente questa strada era impercorribile, perché avrebbe dato a Breivik quel riconoscimento politico che le Brigate Rosse hanno chiesto invano per anni allo stato italiano, trasformandolo in un’icona politica. Tuttavia in un’epoca in cui i mass-media e Internet condizionano la politica, Breivik è diventato ugualmente un’icona della società dello spettacolo, per cui l’unica strategia possibile sembra essere quella giapponese: condannarlo a morte e rimandando l’esecuzione della sentenza a tempo indeterminato, senza fornire in modo assoluto più nessuna notizia di lui. Questa specie di “morte civile” è quella che il Giappone ha praticato con successo nei confronti di Hiroko Nagata (1941-2011), la leader della United Red Army, protagonista della tremenda purga interna all’organizzazione, in cui nell’inverno 1971-72 ben 14 membri, su 29, vennero uccisi dai loro stessi compagni. Questo evento sembra la manifestazione prototipica della violenza autotelica.

Il Breivik toscanoGianluca Casseri, il “Breivik toscano”

Tuttavia anche questa opzione è oggi inefficace, perché Breivik si è premunito mettendo in rete un suo Manifesto di 1518 pagine intitolato A European Declaration of Indipendence. Il suo sito è stato oscurato. Tuttavia il manifesto è scaricabile attraverso molti altri siti. Il risultato è che la visibilità mediatica in Internet di Breivik ha raggiunto livelli record: al 31 luglio 2012 inserendo il suo nome nel motore di ricerca Google si ottengono più di cinquanta milioni di risultati, mentre Lady Gaga ne raccoglie venticinque milioni, Berlusconi meno di venti milioni, Benedetto XVI appena poco più di cinque milioni, per non parlare dei filosofi viventi più celebri il cui score raramente supera i due milioni! Questo fatto dovrebbe far riflettere molto sui processi autodistruttivi in atto nella società occidentale, nei confronti dei quali Breivik rappresenta una risposta. A questo punto si pone una domanda veramente inquietante: chi pratica la violenza più autodistruttiva, la società occidentale (attraverso le infinite imbecillità della società della comunicazione e le imprese criminali di carattere economico e militare), oppure Breivik che adopera i mezzi fornitigli da questa società per uno scopo che nella sua mente ha un significato costruttivo?

Il grillismo e il “fascismo eterno” (U.Eco) – A proposito di un post (“infelice”) di Roberta Lombardi, onorevole grillista

Fascismo

Il grillismo e il “fascismo eterno” (U.Eco) – A proposito di un post di Roberta Lombardi, onorevole grillista

Con l’elezione di Roberta Lombardi a capogruppo m5s alla Camera, è venuto fuori un suo post del 21 gennaio scorso, a ridosso dell’apertura di Grillo a CasaPound,  intitolato “Italia sotto formaldeide”, nel quale spunta fuori un paragrafo che suona a elogio, sia pure indiretto, del fascismo. La Lombardi difende il suo Capo, sostenendo che comunque

“da quello che conosco di Casapound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica (se vogliamo dire così), razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia. Quindi come si vede Casapound non è il fascismo ma una parte del fascismo. E quindi solo in parte riconducibile ad esso.”

“Infortunio” o vero e proprio  coming out? Con un’argomentazione un po’ contorta, la Lombardi vuole dimostrare che non contano i simboli (folcloristici) di ideologie che hanno esaurito la propria funzione, e che dunque esse non rappresentano una minaccia presente, ergo, lo sdoganamento di CasaPound ci può stare, anche perché il fascismo, prima di degenerare, era tutt’altra cosa. E non si possono certo confondere i clowns di CasaPound col vero fascismo!

Ora , questo ragionamento un po’ scombinato e piuttosto avventuroso, di negazione/affermazione, mette per l’ennesima volta in luce la psicologia di massa del fascismo nel nostro sventurato Paese, che risorge al di là dei simboli, e i cui coming out conosciamo (o dovremmo conoscere) abbastanza bene attraverso le innumerevoli sparate dei leghisti, dei Bossi, dei Borghezio, dei Gentilini, di Berlusconi. Fenomeno che risale allo sdoganamento del Movimento Sociale Italiano da parte dello stesso Berlusconi, e ancora prima da parte di Craxi, che non a caso veniva chiamato Benito e non Bettino!

Forse chiunque di noi ha conosciuto amici, giovani e meno giovani, a volte già “di sinistra”, che nel corso dell’ultimo decennio (o anche prima) hanno espresso coming out simili, improvvisamente dichiarandosi prima berlusconian-fascisti e poi fascisti tout court, con una sorta di liberazione, di sollievo, “ah! Adesso l’ho detto!”. Con il ritiro progressivo dell’egemonia culturale della sinistra, più apparente che reale, favorito dal riposizionamento a destra del PD, sempre più persone, anche fra sedicenti “alternativi”, si sono ritrovate in  sintonia psicologica e culturale col fascismo eterno, o Ur-fascismo, che non era mai morto nel proprio ambiente familiare e quotidiano.

La nozione di ur-fascismo è stata richiamata in questi giorni da wumingfoundation.com/giap/ , e risale a un articolo del 1995  di Umberto Eco, intitolato “Totalitarismo fuzzy e ur-fascismo”, successivamente divulgato come Il fascismo eterno. Eco si chiede : “ma chi sono loro?”, i “fascisti”?

“Se pensiamo ancora ai governi totalitari che dominarono l’Europa prima della seconda guerra mondiale, possiamo dire con tranquillità che sarebbe difficile vederli ritornare nella stessa forma in circostanze storiche diverse… Tuttavia, anche se i regimi politici possono venire rovesciati, e le ideologie criticate e delegittimate, dietro un regime e la sua ideologia c’è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni. C’è dunque ancora un altro fantasma che si aggira per l’Europa (per non parlare di altre parti del mondo)?”.

Secondo Eco,

“Il fascismo fu certamente una dittatura, ma non era compiutamente totalitario, non tanto per la sua mitezza, quanto per la debolezza filosofica della sua ideologia. Al contrario di ciò che si pensa comunemente, il fascismo italiano non aveva una sua filosofia.  Mussolini non aveva nessuna filosofia: aveva solo una retorica. Cominciò come ateo militante, per poi firmare il concordato con la Chiesa e simpatizzare coi vescovi che benedivano i gagliardetti fascisti. Si può dire che il fascismo italiano sia stata la prima dittatura di destra che abbia dominato un paese europeo, e che tutti i movimenti analoghi abbiano trovato in seguito una sorta di archetipo comune nel regime di Mussolini. Il fascismo italiano fu il primo a creare una liturgia militare, un folklore, e persino un modo di vestire – riuscendo ad avere all’estero più successo di Armani, Benetton o Versace. “.

E dunque il fascismo, contrariamente a quel che pensa la Lombardi, creò fin dall’inizio, “prima che degenerasse”, un folclore, una liturgia, che poi negli anni Trenta venne ripreso in altri Paesi europei, e perfino fuori dall’Europa.

“Fu il fascismo italiano a convincere molti leader liberali europei che il nuovo regime stesse attuando interessanti riforme sociali in grado di fornire una alternativa moderatamente rivoluzionaria alla minaccia comunista”.  Una controrivoluzione preventiva, o una “rivoluzione conservatrice”.

Perché allora parliamo di ur-fascismo, di fascismo eterno, originario o prototipico, una denominazione pars pro toto per movimenti totalitari diversi?

Non è sufficiente ritenere che il fascismo italiano venne prima, o che conteneva in sé  “tutti gli elementi dei totalitarismi successivi, per così dire, “in stato quintessenziale”. Al contrario, il fascismo non possedeva alcuna quintessenza, e neppure una singola essenza. Il fascismo era un totalitarismo fuzzy ( un insieme “sfumato”, “confuso”, “impreciso”, “sfocato”).. Il fascismo non era una ideologia monolitica, ma piuttosto un collage di diverse idee politiche e filosofiche, un alveare di contraddizioni.”

Sono considerazioni simili a quelle che, come abbiamo visto ne Il-popolo-delle-scimmie-da-kipling-a-gramsci/, avevano già svolto Antonio Gramsci ed Emilio Lussu, “in diretta”. Il fascismo fu un alveare di contraddizioni, tanto da passare tranquillamente dallo spirito repubblicano alla monarchia alla “repubblica sociale” , “arricchita di accentuazioni quasi giacobine”, nel 1943. Mentre il nazismo e lo stalinismo imposero un’arte e una cultura monolitica, il fascismo accostò insieme D’Annunzio, Marinetti e le tradizioni rurali. Nelle associazioni studentesche (GUF, Gruppi Universitari Fascisti), circolavano nuove idee “senza nessun reale controllo ideologico, non tanto perché gli uomini di partito fossero tolleranti, quanto perché pochi di loro possedevano gli strumenti intellettuali per controllarle.”. Non si trattava di tolleranza, ma sgangheratezza politica e ideologica:

“Ma era una “sgangheratezza ordinata”, una confusione strutturata. Il fascismo era filosoficamente scardinato, ma dal punto di vista emotivo era fermamente incernierato ad alcuni archetipi.”.

Sono proprio questi archetipi emotivi a comporre una lista di caratteristiche tipiche dell’ur-fascismo o fascismo eterno. Mentre il nazismo fu uno e uno solo,

“Al contrario, si può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del gioco non cambia. Succede alla nozione di “fascismo” quel che, secondo Wittgenstein, accade alla nozione di “gioco”.  Il termine “fascismo” si adatta a tutto perché è possibile eliminare da un regime fascista uno o più aspetti, e lo si potrà sempre riconoscere per fascista. “.

Il fascismo era sgangherato, confuso e contraddittorio, ma ciononostante si possono indicare delle caratteristiche che, pur non potendosi irreggimentare in un sistema, perché molte si contraddicono reciprocamente, o sono tipiche di altre forme di dispotismo o di fanatismo, coagulano una nebulosa fascista a partire anche soltanto di una di esse. L’ur-fascismo è esattamente questa nebulosa generata da una o più caratteristiche, come un codice genetico.

Eco fa dunque la seguente lista di queste caratteristiche (che potete leggere integralmente qui  http://funkallero.altervista.org/wp-content/uploads/2013/02/fascismo_eco2.pdf ):

  • il culto della tradizione e il sincretismo,
  • il rifiuto del mondo moderno e del modernismo,
  • l’irrazionalismo, il culto dell’azione per l’azione e il rifiuto della cultura e della critica  (“Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola” Goebbels),
  • il sincretismo (“Per l’Ur-Fascismo, il disaccordo è tradimento) e la paura della differenza (“contro gli intrusi”),
  • l’appello alla frustrazione individuale o sociale (alle classi medie frustrate, compresi gli ex proletari divenuti piccola borghesia),
  • il nazionalismo (come “privilegio”  e ideologia offerti a chi non ha alcuna identità sociale, contro i nemici),
  • l’ossessione del complotto, (possibilmente internazionale, i seguaci debbono sentirsi assediati),
  • la xenofobia e l’antisemitismo,
  • l’umiliazione di fronte a nemici che appaiono allo stesso tempo “troppo forti e troppo deboli”,
  • la guerra permanente (“Siamo in guerra”) e il “complesso di Armageddon” (ci sarà una “battaglia finale”, a seguito della quale il movimento avrà il controllo del mondo; dopo la soluzione finale, ci sarà un’Era di pace, una nuova Età dell’Oro),
  •  l’elitismo popolare (Ogni cittadino appartiene al popolo migliore del mondo, i membri del partito sono i cittadini migliori, ogni cittadino può (o dovrebbe) diventare un membro del partito) (Ma non possono esserci patrizi senza plebei. Il leader, che sa bene come il suo potere non sia stato ottenuto per delega, ma conquistato con la forza, sa anche che la sua forza si basa sulla debolezza delle masse, così deboli da aver bisogno e da meritare un “dominatore”. Dal momento che il gruppo è organizzato gerarchicamente (secondo un modello militare), ogni leader subordinato disprezza i suoi subalterni, e ognuno di loro disprezza i suoi sottoposti. Tutto ciò rinforza il senso di un elitismo di massa),
  • il culto dell’eroismo e della morte (non solo quella “eroica”, propria, ma soprattutto quella degli altri, a cui si sopravvive, E.Canetti),
  • il machismo e i giochi di guerra;
  • il populismo qualitativo, il popolo come entità monolitica che esprime la “volontà comune”; ma dal momento che nessuna quantità di esseri umani può possedere una volontà comune, il leader pretende di essere il loro interprete (il Megafono):  Avendo perduto il loro potere di delega, i cittadini non agiscono, sono solo chiamati pars pro toto, a giocare il ruolo del popolo. Il popolo è così solo una finzione teatrale. Nel nostro futuro si profila un populismo qualitativo Tv o Internet, in cui la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la “voce del popolo”. A ragione del suo populismo qualitativo, l’Ur-Fascismo deve opporsi ai`putridi” governi parlamentari. (ciò veniva scritto nel 1995, e la scimmia genovese era ancora ben lungi dall’improvvisarsi arruffapopolo);  una delle prime frasi pronunciate da Mussolini nel parlamento italiano fu: “Avrei potuto trasformare quest’aula sorda e grigia in un bivacco per i miei manipoli.” Di fatto, trovò immediatamente un alloggio migliore per i suoi manipoli, ma poco dopo liquidò il parlamento. Ogni qual volta un politico getta dubbi sulla legittimità del parlamento perché non rappresenta più la “voce del popolo”, possiamo sentire l’odore di Ur-Fascismo.
  • La “neolingua”, da 1984 (G.Orwell), tutti i testi scolastici nazisti o fascisti si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico. Ma dobbiamo essere pronti a identificare altre forme di neolingua, anche quando prendono la forma innocente di un popolare talkshow (o del “comizio” di un comico).

Dunque, questa è una possibile lista che ognuno può sviscerare e approfondire a piacimento. Se in questa lista vi sembra riconoscere alcuni aspetti familiari del berlusconismo e del leghismo prima, del grillismo poi, non vi preoccupate, è proprio così:

“L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!”

Ciò sarebbe folclore, direbbe la Lombardi.

“Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo. Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate”.

Defezione dalla “massa” (Elias Canetti)

La massa in quanto tale ha il bisogno di attrarre altri in se, ha la determinazione appassionata di raggiungere “tutti”. Al contempo essa riconosce come una costrizione tutto ciò che si oppone alla sua crescita e ben presto matura un senso di persecuzione. Tale persecuzione ha una duplice forma. L’aggressione esterna alla massa, come per esempio la critica da parte degli organi di stampa ufficiali, non può che renderla più forte, la compatta sulle proprie posizioni; l’aggressione dall’interno, ossia la defezione, la perdita degli utenti invece è veramente pericolosa. Coloro che si staccano e abbandonano sono percepiti come traditori, il loro gesto individuale come un ricatto, un’ azione immorale. La massa è sempre una «fortezza assediata» su due fronti, dentro e fuori le mura.

Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi (trad.Furio Jesi)

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Dedico questo breve post a due donne divenute “famose”  loro malgrado in quanto vittime  di una inaudita violenza verbale e morale da parte di due squallidi capipopolo, e dei loro servi zelanti. Mi riferisco a Federica Salsi,  consigliera comunale di Bologna ex M5S, espulsa per decreto del grottesco conducator genovese, e minacciata di morte dai suoi vigliacchi accoliti; e Angela Bruno, “imbarazzata” dal porco di Arcore con delle battute di uno squallore assoluto. A loro modo, senza volerlo, senza neppure averne cognizione, avevano “defezionato” dalla massa dei servi. La muta dei cani latranti non poteva perdonare loro questo gesto, che proprio perchè involontario, metteva in discussione la loro fortezza. Sono questi gesti, neppure voluti o cercati, che aprono uno spiraglio laddove il Potere fascista, comunque mascherato, si ritiene forte e compatto.

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Foto di scena di “Massa e potere”, officineouragan, r. Claudio Collovà, 2010

“Fra le vene più salienti nella vita della massa c’è qualcosa che chiameremmo forte senso di persecuzione: una particolare e irosa suscettibilità, eccitabilità, nei confronti di nemici designati come tali una volta per tutte….Per spiegare questo senso di inimicizia e di persecuzione si deve nuovamente partire dal fatto di fondo, che la massa – una volta costituita – vuole crescere in fretta…Fin quando la massa sente di crescere – ad esempio in circostanze rivoluzionarie,che partono da masse piccole ma ad alta tensione -, essa riconosce una costrizione in tutto ciò che si oppone alla sua crescita. La massa può essere dispersa con la violenza dalla polizia, ma ciò ha effetto puramente temporaneo – una mano che si caccia in uno sciame di zanzare. Essa però può anche subire una aggressione dall’interno…dei deboli se ne staccano, altri, che stavano per unirvisi, fanno dietro-front a metà strada.

L’aggressione esterna alla massa può solo renderla più forte. Coloro che sono stati fisicamente dispersi tendono tanto più fortemente a riunirsi. L’aggressione dall’interno, invece, è veramente pericolosa …L’aggressione dall’interno si appella a voglie individuali. Essa è considerata dalla massa un ricatto, un’azione “immorale”, poiché contrasta con la sua convinzione di fondo chiara e pulita. Chiunque appartiene a tale massa porta in sé un piccolo traditore, che vuole mangiare, bere, amare e starsene tranquillo. Fin quando adempie a queste funzioni tra parentesi e non ne fa troppo chiasso non glielo si impedisce. Ma da quando il suo comportamento diviene troppo palese, si comincia ad odiarlo e a temerlo. Si sa che egli ha subito le tentazioni del nemico.”

(Elias Canetti, Massa e potere, Adelphi, pag. 27-28)

Terremoto de L’Aquila e Grandi Rischi: un’intervista al fisico Valerio Lucarini

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http://insorgenze.wordpress.com/

Paolo Persichetti
Gli Altri 2 novembre 2012

Intervista a Valerio Lucarini, fisico,  docente di meteorologia teorica presso l’università di Amburgo, esperto di prevenzione dei rischi geoambientali.

(E’ passato poco più di un mese dall’incredibile sentenza che condannava in primo grado a 6 anni di reclusione gli scienziati della Commissione Grandi Rischi , in una grottesca riedizione dei Tribunali dell’Inquisizione cinquecenteschi. La sentenza ha suscitato vibranti proteste in tutto il mondo scientifico internazionale. In tempi internettiani, molti avranno già dimenticato.  Noi al contrario teniamo il filo degli eventi, e ci ritorniamo riproponendo l’intervista al fisico Valerio Lucarini, ennesimo “cervello in fuga”  dall’Italia,  che Paolo Persichetti ha pubblicato sul quotidiano online Gli Altri, e sul suo blog Insorgenze)

Professore, suppongo che questa sentenza non susciti in lei nessuna nostalgia per l’Italia?
Decisamente no, per una lunga serie di ragioni. Certamente questa sentenza e tutta questa vicenda mettono in luce il difficilissimo rapporto che esiste in Italia fra scienza, politica, opinione pubblica, e rendono chiaro quanto sia difficile per un esperto operare con serenità ed esercitare la proprie competenze in situazioni in cui l’incertezza è intrinsecamente grande e seri sono i rischi per persone, beni pubblici e privati. Naturalmente non dobbiamo pensare solo al rischio sismico, ma, ad esempio, anche al rischio idro-meteo-climatico – il mio ambito di competenze – cui l’Italia è fortissimamente esposta.

L’inchiesta ha accertato che gli scienziati all’inizio hanno fatto correttamente il loro lavoro, avvertendo della possibilità di altre scosse, anche forti. Poi c’è stata quella conferenza stampa, «l’evento mediatico» di cui parla Bertolaso nella intercettazione. Come si spiega un fatto del genere? Gli esperti si sono lasciati strumentalizzare dalla politica?
Io direi che è emersa una situazione di fondamentale debolezza per la Commissione grandi rischi. Da un lato si sono trovati schiacciati dalle pressioni di Bertolaso, e dal suo peculiare modo d’interpretare il ruolo della Protezione civile come mano operativa della Presidenza del consiglio dei ministri, con tutte le implicazioni politiche e mediatiche del caso. Dall’altro, si sono trovati schiacciati da un’opinione pubblica presa dal panico prodotto dallo sciame sismico prolungato ma anche dall’allarme diffuso da personaggi privi di qualsiasi credibilità scientifica. Giuliani, che è un tecnico senza laurea dei laboratori del Gran Sasso, aveva preannunciato un terremoto anche a Sulmona che poi non c’è stato. Incredibilmente, la denuncia per procurato allarme che Bertolaso ha – giustamente – effettuato contro Giuliani è stata respinta dal giudice dopo il terremoto di L’Aquila. Perché il fatto non sussiste. Come se l’allarme di Giuliani fosse stato giustificato! Purtroppo la tendenza ad affidarsi a teorie del complotto, per cui la scienza ufficiale nasconde la “vera verità” per fini secondi o terzi è molto radicata. Quindi la Commissione era in realtà assai debole in termini di comunicazione.

Dunque non un errore di previsione ma di comunicazione provocato dal tentativo di diffondere un messaggio antipanico?
In Italia c’è da sempre una cattiva comunicazione e un bassissimo livello di ricezione scientifica. Cosa che non avviene altrove. Negli Usa è diffusa in tutti gli strati sociali un’alta capacità di ricezione dell’informazione scientifica, per esempio in materia di rischio idrometeorologico. Tutti sono in grado di decodificare informazioni come “esiste l’X% di probabilita’ che in questa regione Y si possano avere delle precipitazioni piu’ intense di Z”. E nessuno si stupisce o si scandalizza se le precipitazioni in Y sono meno intense di Z o se alla fine in una regione K vicino a Y si osservano precipitazioni molto intense. Al contrario in Italia è successo in passato che i bagnini della Romagna e della Versilia abbiano chiesto di non pubblicare le previsioni del tempo nelle località balneari per non scoraggiare i turisti. Dimenticandosi di quelli che venendo al mare “sperando” nel bel tempo e trovandosi in mezzo a condizioni avverse, perderebbero soldi, tempo, o anche la vita.
Tuttavia la risposta nel caso di L’Aquila non è così facile: cosa vuol dire, infatti, “rassicurare”, soprattutto in quel contesto traversato da voci allarmistiche e su una materia come quella sismica? Bisognava dare un messaggio immediato e forte di fronte a situazioni di vero e proprio procurato allarme. Il panico non aiuta a diffondere informazioni importanti in situazione di grande incertezza. Esiste nell’opinione pubblica e nei media italiani la capacità di dare e recepire un’informazione del tipo: questo sciame sismico implica/non implica un aumento della possibilità di una scossa più forte entro questo segmento spaziale e temporale, con questa incertezza?

A quanto pare no, ma ciò giustifica la “narcotizzazione del rischio”?
Il rischio sismico è dato dalla combinazione tra quanto si scuote la terra e la capacità di resistenza di ciò che esiste sopra il suolo. Non basta che la terra tremi (pericolosità sismica), occorre conoscere la situazione socio-urbana dei territori. Faccio un esempio: il centro di Tokio è ad altissima pericolosità sismica ma a rischio assai basso grazie alle infrastrutture antisismiche, al livello di organizzazione sociale e alla preparazione dei singoli cittadini. Ma non limitiamoci al Giappone, come caso limite. Certi standard sono ormai comuni in moltissimi paesi, inclusi quelli molto più poveri dell’Italia. A Messina o in altre parti d’Italia, in presenza di una pericolosità sismica forte, il rischio è altissimo a causa del basso livello di prevenzione socio-urbana. La mappatura della pericolosità sismica italiana è stata accuratamente svolta anni fa dall’Ingv, ente allora guidato proprio da Boschi.

Professore, sta dicendo che la narcotizzazione del rischio è avvenuta molto prima?
Certo. Quanto è comodo prendersela con dei meravigliosi capri espiatori, come gli esperti, perché non hanno saputo impedire il terremoto, come se lo scienziato fosse uno stregone. E’ paradossale ma si guarda alla scienza in modo ancora superstizioso, come se possedesse proprietà divine. Così dal cono di luce della tragedia viene tolto chi ha costruito male, chi non ha controllato, tutti gli interessi locali e nazionali, gli imprenditori, gli amministratori e anche la società che si è adagiata su tutto questo. Una somma di responsabilità diluite nel tempo che hanno impedito la riduzione del rischio. Per le comunità locali chiudersi a riccio ed esportare verso l’esterno ogni colpa è la soluzione più comoda. In questo senso, il modo in cui i media esteri hanno riportato la sentenza, “L’Italia condanna sette esperti per non essere stati capaci di prevedere il terremoto”, è piu’ corretta di quanto le carte letteralmente dicano.

Le sue sono parole forti.
Non c’è altra soluzione. Mappare sempre più accuratamente la pericolosità sismica, minimizzare il rischio ottimizzando la gestione del territorio con rigorose misure antisismiche, preparando socialmente e culturalmente gli abitanti ad affrontare razionalmente il rischio facendo convivere sapere scientifico e vita quotidiana. Non esistono miracoli. Lo stesso discorso vale per il rischio idro-meteo-climatico, vogliamo ricordare Sarno e Messina?

Quindi lei assolve i tecnici?
Ma io non faccio il giudice. Dico che il rapporto tra esperti, politica e amministrazione dovrebbe essere diverso. Problemi molto seri non sono presenti solo in Italia. Penso a quanto è accaduto nel 2006 nel Regno Unito: una commissione di medici di altissimo livello propose una revisione della classificazione delle droghe, normalmente suddivisa in tre categorie per ordine di pericolosità. Provocatoriamente, ma seguendo alla lettera i fatti medici, questa commissione mise nella prima fascia l’alcool, il tabacco, e l’eroina. Le droghe chimiche (oltre che ovviamente la cannabis), contro le quali si rivolge attualmente la repressione poliziesca e su cui si concentrano i media, finirono in ultima fascia. Questo perché, se non ricordo male, ogni anno ci sono molte decine di migliaia di morti per alcool, alcune decine di migliaia per tabacco, alcune migliaia per eroina, poche decine per il resto.

Come andò a finire?
Ovviamente il governo ignorò fragorosamente gli esperti asserendo che la politica aveva la supremazia assoluta su tali questioni.

Si veda http://www.official-documents.gov.uk/document/cm69/6941/6941.pdf