Fernand Braudel, Napoli capitale d’Italia

A proposito di Capitale d’Italia, e di alcune buone ragioni per trasferirla da Roma a Napoli

 

“Grazie all’orgoglio aristocratico e alla timidezza dolorosa, Londra non è che una popolosa collezione di eremiti: non è una capitale. Vienna è solo un’oligarchia di duecento famiglie circondate da centocinquantamila artigiani o domestici che li servono: neppure quella è una capitale. Napoli e Parigi sono le due sole capitali.”  (Stendhal, 1822)

NAPOLI

secondo Fernand Braudel

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Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d’oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell’astuzia necessarie.

Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell’Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era – e di gran lunga – , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all’altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?

Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa…..Non dimentichiamolo, essa sarà l’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente.

Ma l’errore dell’Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità….Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.

Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di “vetrina del Sud” e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d’aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull’intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.

Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.

Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione. Pensiamo al suo abbagliante Settecento – che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni – in cui essa dona all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere – ne è testimone Galiani – alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.

Questo non è che passato? Forse. Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.

E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti…..Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma…..

Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poichè non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data.

Articolo sul Corriere della Sera, 1983

Stendhal, L’amore in Provenza nel XII sec. – Guglielmo e Margherita

Tradurrò un aneddoto dai manoscritti provenzali; il fatto che leggeremo ebbe luogo verso l’anno 1180, e la storia fu scritta verso il 1250. L’aneddoto è sicuramente molto conosciuto: tutta la sfumatura dei costumi è sicuramente nello stile. Supplico che mi si permetta di tradurre parola per parola e senza cercare affatto l’eleganza del linguaggio attuale.

 

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«Monsignor Raimondo di Rossiglione fu così come voi sapete un valente barone, ed ebbe come moglie madonna Margherita, la più bella donna che si conoscesse in quel tempo, e la più dotata di ogni bella qualità, di ogni valore. e di ogni cortesia. Successe così che Guglielmo di Cabstaing, che era figlio di un povero cavaliere del castello di Cabstaing, venne alla corte di Monsignor Raimondo di Rossiglione, si presentò a lui e gli chiese se era contento che egli fosse valletto della sua corte. Monsignor Raimondo, che lo vide bello e avvenente, gli disse che era il benvenuto, e che restasse nella sua corte. Così Guglielmo restò con lui e seppe condursi così gentilmente che lo amavano piccoli e grandi; e seppe distinguersi tanto che Monsignor Raimondo volle che fosse donzello di madonna Margherita, sua moglie; e così fu fatto. Si sforzò dunque Guglielmo di valere ancora di più e nelle parole e nei fatti. Ma così come ha costume di succedere in amore, accadde che amore volle prendere madonna Margherita e infiammare il suo pensiero. Tanto le piaceva il modo di fare di Guglielmo, e il suo dire, e il suo sembiante, ch’ella non poté tenersi un giorno dal dirgli: “Allora dimmi, Guglielmo, se una donna facesse mostra di amarti, oseresti tu amarla?” Guglielmo che se ne era accorto le rispose molto francamente: “Sì, lo farei, Signora, se soltanto ciò che essa mostra fosse vero.” “Per San Giovanni!” disse la dama, “hai risposto bene da uomo di valore; ma ora voglio metterti alla prova se in fatto di sembianti tu sarai capace di sapere e conoscere quali sono veritieri e quali no.”

 

«Quando Guglielmo ebbe inteso queste parole, rispose: “Signora, che sia come a voi piacerà.”

 

«Cominciò a farsi pensoso, e Amore subito gli fece guerra; e i pensieri che Amore manda ai suoi gli entrarono nel profondo del cuore, e da lì in avanti fu dei serventi d’Amore e cominciò a trovare delle piccole strofe attraenti e gaie, e delle canzoni a ballo, e delle canzoni di canto scherzoso, con le quali era molto gradito, e più a colei per la quale egli cantava. Ora, Amore che accorda ai suoi servi la loro ricompensa quando gli piace, volle dare a Guglielmo il premio del suo; ed eccolo che comincia a prendere la dama con sì forti pensieri e riflessioni d’amore che né giorno né notte essa poteva riposare, pensando al valore e alla prodezza che in Guglielmo si era così copiosamente istillata e messa.

 

«Successe un giorno che la dama prese a parte Guglielmo e gli disse: “Guglielmo, dimmi dunque, ti sei alfine accorto se ciò di cui fo mostra è vero o menzognero?” Guglielmo risponde: “Madonna, che Dio mi aiuti, dal momento in cui sono stato il vostro cavalier servente, non ha potuto entrarmi nel cuore nessun pensiero se non che voi siete la migliore che mai nacque e la più veritiera e nelle parole e nei sembianti. Questo io credo e crederò tutta la vita.” E la dama rispose:

 

«”Guglielmo, io vi dico che se Dio mi aiuta voi non sarete mai da me ingannato, e i vostri pensieri non saranno vani né perduti.” E stese le braccia e lo baciò dolcemente nella camera dove tutti e due erano seduti, e cominciarono il loro amore; e non passò molto tempo che i maldicenti, che Dio li abbia in collera, si misero a parlare e a chiacchierare del loro amore, a proposito delle canzoni che Guglielmo faceva, dicendo che aveva riposto il suo amore in madonna Margherita, e tanto dissero a casaccio che la cosa giunse alle orecchie di Monsignor Raimondo. Allora egli provò grande pena e gravissima tristezza, prima perché doveva perdere il suo compagno scudiero che amava molto, e più ancora per la vergogna della sua moglie.

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«Successe un giorno che Guglielmo se ne era andato alla caccia allo sparviero con uno scudiero soltanto; e Monsignor Raimondo fece chiedere dov’era; un valletto gli rispose che era andato allo sparviero e così come sapeva la cosa, aggiunse che era in tale posto. Immediatamente Raimondo prende delle armi nascoste e si fa portare il suo cavallo, e se ne va da solo verso il luogo dove Guglielmo era andato: e tanto cavalcò che lo trovò. Quando Guglielmo lo vide arrivare se ne meravigliò molto, e subito ebbe pensieri sinistri, e gli si fece incontro e gli disse: “Signore, siate il benvenuto. Come mai siete così solo?” Monsignor Raimondo rispose: “Guglielmo vi sto cercando per divertirmi con voi. Non avete preso nulla?” “Non ho preso nulla, Signore, perché non ho trovato nulla; e chi poco trova non può prendere, come dice il proverbio.” “Lasciamo ormai questa conversazione,” disse Monsignor Raimondo, “e, per la fedeltà che mi dovete, ditemi la verità su tutte le cose che vi vorrei domandare.” “Per Dio ! Signore,” disse Guglielmo, “se è cosa da dire ve la dirò.” “Io non voglio qui sottilità alcuna,” disse Monsignor Raimondo, “e voi mi risponderete interamente su tutto ciò che vi domanderò.” “Signore, su quanto vi piacerà interrogarmi,” disse Guglielmo, “su altrettanto vi dirò la verità.” E Monsignor Raimondo domanda: “Guglielmo, se Dio e la santa fede ha per voi valore, avete voi un’amante per cui cantare e per la quale amor vi stringe?” Guglielmo risponde: “Signore, come farei a cantare se non mi urgesse Amore? Sappiate la verità, Monsignore, che Amore mi ha tutto in suo potere.” Raimondo risponde: “Voglio ben crederlo altrimenti non potreste così ben cantare; ma voglio sapere per piacere chi è la vostra dama.” “Ah! Signore, in nome di Dio,” disse Guglielmo, “vedete ciò che mi chiedete. Voi sapete troppo bene che non si deve nominare la propria dama, e che Bernard de Ventadour dice:

 

 

 

In una cosa la ragion mi serve,

Che mai uom m’ha chiesto la mia gioia,

Ch ‘io non gli abbia mentito volentieri.

 

Poiché non mi sembra buona cosa,

Bensì follia e atto di bambino

Che chiunque sia ben trattato in amore

Ne voglia aprire il cuore altro uomo,

A men ch ‘ei possa servirlo ed aiutarlo.

 

 

 

«Monsignor Raimondo risponde: “Io vi do la mia fede che vi servirò secondo il mio potere.” Raimondo ne disse tante che Guglielmo gli rispose:

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«”Signore, bisogna che voi sappiate che amo la sorella di madonna Margherita, vostra moglie, e penso averne in cambio dell’amore. Ora che lo sapete, vi prego di venire in mio aiuto o almeno di non procurarmi danno.” “Prendete la mia mano e la fede,” fece Raimondo, “giacché vi giuro e vi do il mio impegno che impiegherò per voi tutto il mio potere.” E allora gli assicurò fedeltà e quando gliela ebbe assicurata, Raimondo gli disse: “Voglio che andiamo al suo castello, giacché è qui vicino.” “E io ve ne prego,” fece Guglielmo, “in nome di Dio.” E così presero la strada verso il castello di Liet. E, quando furono al castello furono ben accolti da En Roberto di Tarascona, che era il marito di madonna Agnese, sorella di madonna Margherita, e dalla stessa Agnese. E Monsignor Raimondo prese madonna Agnese per la mano, la portò nella camera, e si sedettero sul letto. E Monsignor Raimondo disse: “Ora ditemi, cognata, per la fedeltà che mi dovete amate voi d’amore?” ed ella disse: “Sì, Signore.” “E chi?” fece egli. “Oh! questo non ve lo dico,” rispose lei; “che discorsi mi fate mai?”

 

«Alla fine tanto la pregò, ch’ella disse che amava Guglielmo di Cabstaing. Ella lo disse perché vedeva Guglielmo triste e pensoso, e sapeva bene come egli amasse sua sorella; e così temeva che Raimondo avesse cattivi pensieri su Guglielmo. Una tale risposta causò una grande gioia a Raimondo. Agnese raccontò tutto a suo marito, e il marito le rispose ch’essa aveva fatto bene, e le dette parola che aveva la libertà di fare o di dire tutto ciò che poteva salvare Guglielmo. Agnese non venne meno a questo impegno. Chiamò Guglielmo da solo nella sua camera, e vi restò con lui così a lungo che Raimondo pensò che egli doveva aver avuto da lei piacere d’amore ; e tutto ciò gli piaceva, e cominciò a pensare che quello che gli avevano detto di lui non era vero e che parlavano a vanvera. Agnese e Guglielmo uscirono dalla camera, la cena fu preparata e si cenò con grande allegria. Dopo cena Agnese fece preparare il letto dei due vicino alla porta della sua camera e finsero così bene, la dama e Guglielmo, che Raimondo credette che dormisse con lei.

 

«L’indomani pranzarono al castello con grande allegria, e dopo cena partirono con tutti gli onori di un nobile congedo e tornarono a Rossiglione. E non appena Raimondo lo poté, si separò da Guglielmo e se ne venne presso sua moglie, e le raccontò quello che aveva visto di Guglielmo e di sua sorella, della qual cosa ebbe gran tristezza sua moglie per tutta la notte. L’indomani ella fece chiamare Guglielmo, e lo ricevette male, e lo chiamò falso amico e traditore. Guglielmo le chiese grazia, come uomo che non aveva colpa alcuna dl ciò di cui lei lo accusava, e le raccontò parola per parola tutto ciò che era successo. E la donna mandò a chiamare la sorella, e seppe da lei che Guglielmo non aveva torto. E per questo ella gli disse e comandò che componesse una canzone con la quale mostrasse che non amava alcuna donna tranne lei, e allora fece la canzone che dice:

Il dolce pensiero

Ch ‘amor spesso m’ispira.

 

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«E quando Raimondo di Rossiglione udì la canzone che Guglielmo aveva fatto per sua moglie, lo fece venire abbastanza lontano dal castello per parlargli e gli tagliò la testa, che mise in un carniere, gli trasse il cuore dal corpo e lo mise con la testa. Se ne andò al castello, fece arrostire il cuore e portarlo a tavola a sua moglie, e glielo fece mangiare senza che lei lo sapesse. Quando essa lo ebbe mangiato, Raimondo si alzò e disse a sua moglie che ciò che essa aveva appena mangiato era il cuore del Signor Guglielmo di Cabstaing, e le mostrò la testa e le chiese se il cuore era stato buono da mangiare. Ed ella intese ciò che egli diceva e vide e riconobbe la testa del Signor Guglielmo. Essa rispose e disse che il cuore era stato così buono e saporito, che mai altro mangiare o altro bere non gli toglierebbe dalla bocca il gusto che il cuore del Signor Guglielmo vi aveva lasciato. E Raimondo le corse sopra con una spada. Ella cominciò a fuggire, si gettò giù da un balcone e si ruppe la testa.

 

«Questo fu saputo in tutta la Catalogna e in tutte le terre del re d’Aragona. Il re Alfonso e tutti i baroni di quelle contrade provarono grande dolore e grande tristezza per la morte del Signor Guglielmo e per la donna che Raimondo aveva così laidamente messo a morte. Gli fecero la guerra a ferro e a fuoco. Il re Alfonso d’Aragona, dopo aver espugnato il castello di Raimondo, fece porre Guglielmo e la sua dama in un monumento davanti alla porta della chiesa di un borgo chiamato Perpignac. Tutti i perfetti amanti, tutte le perfette amanti pregarono Dio per le loro anime. Il re d’Aragona prese Raimondo, lo fece morire in prigione e dette i suoi beni ai parenti di Guglielmo e ai parenti della donna che morì per lui.»

Zardoz e le comunità del futuro

Zardoz, e le comunità del futuro

 

     Zardoz è un film di fantascienza del 1974 diretto da John_Boorman, con  Sean Connery nel ruolo del protagonista principale, Zed lo Sterminatore, e la splendida Charlotte Rampling nel ruolo di Consuela, la gran sacerdotessa della Casta degli Immortali.

 

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Nell’anno 2293 la Casta degli Immortali vive sigillata entro le barriere impenetrabili del Vortex, amministrato da un possente cervello elettronico, il Tabernacolo, contenuto in un misterioso cristallo dalle infinite capacità riflessive. Il Vortex è una dimensione separata dal mondo esterno, dove vivono i mortali, i “bruti”, schiavizzati e uccisi dagli Sterminatori a cavallo, anch’essi mortali, ma al servizio degli Immortali. Nonostante l’alto sviluppo scientifico e tecnologico, gli Immortali si annoiano: alcuni di loro diventano Apatici, altri Rinnegati, coloro che per qualche gesto di ribellione vengono condannati a un’eterna vecchiaia. Sul mondo esterno domina Zardoz, una enorme maschera di pietra volante, somigliante alla Sfinge de La macchina del tempo o a una scultura dell’isola di Pasqua. Ed è proprio attraverso questa gigantesca testa di pietra che lo Sterminatore Zed (Sean Connery) entra nel Vortex, dopo aver ucciso il “pilota” Arthur Frayn, seminandovi la mortalità attraverso la resurrezione dei desideri e delle passioni, finchè anche il Tabernacolo, il grande cristallo trasparente che presiede all’organizzazione del Vortex, viene distrutto. Riportati alla vita, mortale ma autentica, gli Immortali implorano la morte. Zed e Consuela si accoppiano, generando un figlio, invecchiando e morendo come tutti i mortali.

Zardoz si rifà in parte alla Macchina del tempo, per quanto riguarda la divisione sociale fra Immortali e Bruti (Eloi e Morlocks), anche se rovesciata di segno, e senza viaggio nel tempo (il futuro è già qui). Un altro riferimento è il romanzo Il meraviglioso mago di Oz di L.Frank Baum (da cui il titolo “the wiZARD of OZ”), in cui il Mago di Oz, nella Città di Smeraldo, si presenta a Dorothy, la protagonista, nelle sembianze di una Grande Testa. Ma il film nel suo insieme offre molteplici risvolti e significati già presenti in altri romanzi di fantascienza, come L’alba delle tenebre di Fritz Leiber o Sixth Column di Robert Heinlein e soprattutto, dal punto di vista filosofico, La città e le stelle di Arthur C.Clarke, in cui chiaramente lo scrittore britannico concepisce la Città, Diaspar, come una specie di Eden dove vivono gli Immortali, sotto il controllo costante di un onnipresente calcolatore e dei Banchi della Memoria. Ma la perfezione della sua ingegneria sociale la sta portando all’inerzia, alla decadenza e alla monotonia. Mentre questa vita apparentemente perfetta sta portando la città all’estinzione, si sviluppa un elemento perturbatore, nelle sembianze di Alvin e del Buffone di corte, previsto dagli stessi progettisti della città, grazie al quale la vita si rinnova e Diaspar crolla.

Ma, al di là dei numerosi e complessi riferimenti letterari e filosofici, Zardoz è soprattutto una geniale esperienza visiva e psichedelica, una sorta di Matrix dell’era psichedelica, così come psichedelico e tipicamente controculturale è il tema della rigenerazione vitale per poter progredire oltre la staticità di un sistema perfetto e conchiuso. Tema che nel 1995 verrà ripreso, con accenti diversi, dal romanzo post-cyberpunk di Neal Stephenson, The Diamond Age (L’Era del Diamante, Shake, 1997).

Movimento di rigenerazione che evidentemente coinvolge lo stesso regista e i suoi attori. Sembra infatti che Zardoz nasca all’intersezione di più destini personali in un periodo particolarmente prolifico della fantascienza colta, filosofica e new wave, a partire, non a caso, da alcuni film della Nouvelle Vague (vedi il cortometraggio sperimentale La jetée di Chris Marker, 1962, fonte d’ispirazione per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam del 1995; Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965; Fahrenheit 451 di Francois Truffaut, 1966). Fino ai film di Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964; 2001: Odissea nello spazio,1968; Arancia meccanica, 1971) o di Andrej Tarkovskij (Solaris 1972; Stalker, 1979).

 

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John Boorman attraversa in quegli anni un periodo sfolgorante della sua carriera di regista, dopo Senza un attimo di tregua, Duello nel Pacifico, Leone l’ultimo, Un tranquillo week-end di paura, film holliwoodiani imperniati sulla socialità e sui comportamenti selvaggi dell’uomo “civile”,  e prima di L’esorcista II: l’eretico (1977), ed Excalibur, una delle riduzioni cinematografiche più riuscite del complesso di leggende di Re Artù e del Ciclo bretone (en passant faccio notare che anche K.W. Jeter, nel romanzo capostipite dello steampunk, La notte dei Morlock, pubblicato nel 1979, riprende in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur; la coincidenza è tanto più significativa in quanto sia Zardoz che il romanzo di Jeter, pur nella loro diversità, si riallacciano alla Macchina del tempo di H.G.Wells).

Nella carriera di Sean Connery, Zardoz si colloca immediatamente dopo la fine del ciclo di James Bond, ruolo da cui cercava di distaccarsi. Così, da agente segreto diventa lo Sterminatore, che riesce a seminare la morte fra gli Immortali grazie al suo sex appeal. E dopo 30 anni lo ritroviamo ancora nelle parti del vecchio cacciatore Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari. Infine, la ventisettenne Charlotte Rampling, già indossatrice e modella, stava vivendo un momento particolarmente felice della sua carriera, da  La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969) fino a Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), in ruoli piuttosto controversi  che ne sottolineano la bellezza ambigua.

In conclusione, Zardoz è una delle prime trasposizioni cinematografiche delle ansie legate all’emergere prepotente delle gated communities e delle Common Interest Developments, enclaves high tech per ricchi da cui escludere altri gruppi etnici o sociali anche mediante muri, vigilantes e dispositivi elettronici di sicurezza. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici, a scapito dell’interesse generale, aveva già portato, nella California degli anni Settanta, alla privatizzazione del governo locale, quel che nella incipiente subcultura cyberpunk verranno rappresentate come vere e proprie città-stato, e che Neal Stephenson in Snow Crash (1992) definisce “burbclaves”. Né bisogna dimenticare, su un piano in cui fantasia e realtà si mischiano ancora più strettamente, le Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT), le comunità del futuro o Disney’s Dream Town progettate da Walt Disney già a metà anni Sessanta  come fusione di pianificazione urbana e ingegneria sociale, con una visione ottimistica e techno-friendly del futuro, enfaticamente basata su “educazione, tecnologia, salute e senso del luogo”: un “mondo più perfetto”, o “un nuovo modello di apartheid urbana”? Qui, come in Zardoz, il cristallo comincia a incrinarsi, e appare il lato oscuro della disgregazione urbana.

 

Why We Fall In Love: Frustration & Satisfaction

Why We Fall in Love: The Paradoxical Psychology of Romance and Why Frustration Is Necessary for Satisfaction

“All love stories are frustration stories… To fall in love is to be reminded of a frustration that you didn’t know you had.”

By Maria Popova

https://www.brainpickings.org/2015/10/05/adam-phillips-missing-out-frustration-love/

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Adrienne Rich, in contemplating how love refines our truths, wrote: “An honorable human relationship — that is, one in which two people have the right to use the word ‘love’ — is a process, delicate, violent, often terrifying to both persons involved, a process of refining the truths they can tell each other.” But among the dualities that lend love both its electricity and its exasperation — the interplay of thrill and terror, desire and disappointment, longing and anticipatory loss — is also the fact that our pathway to this mutually refining truth must pass through a necessary fiction: We fall in love not just with a person wholly external to us but with a fantasy of how that person can fill what is missing from our interior lives.

Psychoanalyst Adam Phillips addresses this central paradox with uncommon clarity and elegance in Missing Out: In Praise of the Unlived Life (public library).

Phillips writes:

All love stories are frustration stories… To fall in love is to be reminded of a frustration that you didn’t know you had (of one’s formative frustrations, and of one’s attempted self-cures for them); you wanted someone, you felt deprived of something, and then it seems to be there. And what is renewed in that experience is an intensity of frustration, and an intensity of satisfaction. It is as if, oddly, you were waiting for someone but you didn’t know who they were until they arrived. Whether or not you were aware that there was something missing in your life, you will be when you meet the person you want. What psychoanalysis will add to this love story is that the person you fall in love with really is the man or woman of your dreams; that you have dreamed them up before you met them; not out of nothing — nothing comes of nothing — but out of prior experience, both real and wished for. You recognize them with such certainty because you already, in a certain sense, know them; and because you have quite literally been expecting them, you feel as though you have known them for ever, and yet, at the same time, they are quite foreign to you. They are familiar foreign bodies.

This duality of the familiar and the foreign is mirrored in the osmotic relationship between presence and absence, with which every infatuated lover is intimately acquainted — that parallel intensity of longing for our lover’s presence and anguishing in her absence. Phillips writes:

However much you have been wanting and hoping and dreaming of meeting the person of your dreams, it is only when you meet them that you will start missing them. It seems that the presence of an object is required to make its absence felt (or to make the absence of something felt). A kind of longing may have preceded their arrival, but you have to meet in order to feel the full force of your frustration in their absence.

[…]

Falling in love, finding your passion, are attempts to locate, to picture, to represent what you unconsciously feel frustrated about, and by.

Missing Out, previously discussed here, is a magnificent read in its totality. Complement this particular portion with Stendhal on the seven stages of romance, Susan Sontag on the messiness of love, and the great Zen teacher Thich Nhat Hahn on how to love, then revisit Phillips on balance, the essential capacity for “fertile solitude,” and how kindness became our guilty pleasure.

 

Lovers

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“In quell’intimità che ci ha tenuto caldo, vedendoci senza pensieri perché non da soli…”

(http://www.ilpost.it/alessandrateclagerevini/2015/05/21/lovers-giulia-bersani/)

Mi ha colpito questa frase, anche per il rovesciamento di senso che offre, e cioè: pensare significa essere soli? si pensa da soli?

Dopo l’abbandono e l’oblio nell’intimità,ci si distacca dall’abbraccio, che è un “dormire insieme”, e si torna a pensare, a riflettere e a riflettersi.

Ma anche la fotografia, e le righe che sto scrivendo, e la poesia di Jacques Prévert, sono una “riflessione”, qualcosa che si riflette, forse dopo, da soli. L’abbandono non dura mai molto. Quando ci si risveglia bisogna pensare, anche soltanto per preparare il caffé, o farsi il bagno, andare a fare la spesa, preparare un esame. L’amore allora sopravvive nel ricordo, nell’arte, o nella seduzione, e non è mai così bello come in un romanzo o in  un film,  in una fotografia, o in una poesia.

 

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“I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore”

I ragazzi che si amano, Jacques Prévert

Fotografia: Giulia Bersani,  http://giuliabersani.com/

Hang music – Klaim e La vita di Adele

 

 

Tempo fa avevo commentato il film La vita di Adele di Abdellatif Kechiche (Palma d’Oro a Cannes 2013) sottolineando fra l’altro i riferimenti e le citazioni narrative (Marivaux), artistiche (Schiele, Klimt) e filosofiche (Sartre), (https://artobjects.wordpress.com/2015/03/01/la-vita-di-adele-exarchopoulos-a-kechiche-2013/), senza dimenticare il fumetto di Julie Maroh Il blu è un colore caldo (2010) cui la sceneggiatura si ispira, sia pure liberamente (https://artobjects.wordpress.com/2015/03/16/il-blu-e-un-colore-caldo-julie-maroh-adele-2/).

Colpevolmente ho trascurato la colonna sonora che non è semplicemente un sottofondo o un commento distratto alle scene, ma ne è parte integrante. Lungo tutto il film i protagonisti si ritrovano ad ascoltare, cantare, danzare e a urlare canzoni, dalle manifestazioni studentesche (On lâche rienHK & Les Saltimbanks) al Gay Pride (Epic – Sandro Silva & Quintino, e altre), dai locali gay alle feste (I Follow Rivers, Lykke Li, WhistleSporto Kantes, etc), fino alla scuola dove Adele insegna, nella scena in cui i bambini danzano in cerchio facendo finta di battere un tamburo (Bonbon – Marlène Ngaro (musica tradizionale della Guinea). Ci sono anche Mozart (al Museo), AC/DC, Johnny Halliday, Billy Joel, ABBA.. Un mix multiculturale, come del resto lo sono i protagonisti, in particolare gli studenti.

Nella scena in cui Adele incrocia per la prima volta Emma, Klaim, un musicista di strada, seduto per terra, batte uno strano strumento a forma di disco volante, che si chiama hang, e che produce questo strano suono, metallico dolce e ammaliante allo stesso tempo, che accompagna lo stato d’animo trasognato di Adele mentre attraversa la piazza cercando di non finire sotto qualche macchina! La stessa musica poi la ritroviamo alla fine del film, ma senza il musicista, quando Adele, vestita di blu, abbandona il vernissage della mostra di Emma, ormai definitivamente legata a Lise.

Lo hang è uno strumento che sembra sintonizzarsi in particolar modo coi luoghi di transito, i cosiddetti non luoghi urbani, strade, piazze, tunnel della metro. E’ uno strumento a percussione composto da due semisfere appiattite in acciaio temperato, ha un diametro di 53 cm e un’altezza di 24 cm, e viene suonato con il polso, il palmo e le dita delle mani. Il primo modello di hang venne messo a punto nel 2000 dai suoi ideatori, due artigiani di Berna (CH), Felix Rohner e Sabina Schärer, proprietari della PANArt, sulla base di una continua ricerca sulle percussioni etniche di mezzo mondo, fra cui in particolare quelli steel pan originari di Trinidad e Tobago. Essendo uno strumento prettamente artigianale, ne sono state realizzate poche centinaia di esemplari. Dal 2009 la PANArt ha cominciato a produrre un’evoluzione dello hang, il gubal, dalle sonorità più calde e profonde, che alcuni considerano complementari allo hang. Sfortunatamente di quest’ultimo è diventato molto difficile acquistarne qualche esemplare. Ci sono strumenti simili, sempre artigianali, ma con sonorità e materiali differenti, che vengono chiamati genericamente handpan : Bellart Bells (ES), Caisa (DE), Halo (USA), Spacedrum (FR), SpB (Russia), Disco Armonico (IT).

Per ulteriori approfondimenti, video, articoli, libri, etc, si può visitare il sito http://panart.ch/en/

 

Internet: Agorà permanente o Arena di gladiatori? (I giustizieri della rete 3)

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I servi sciocchi

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.” (Nicola Lagioia, http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

Quel che scaturisce dalla lettura de I giustizieri della rete di Jon Ronson, nonché dalle recensioni, è che il dilagare della violenza verbale nei social network non è più attribuibile ai tradizionali troll, a fanatici o pazzi, ma al contrario a persone “normali”, comuni, che sui social si trasformano, da soli o in gruppo, in un branco di assatanati Mr.Hyde 2.0, e trasformano quel che Internet avrebbe dovuto diventare secondo i cyber-utopisti, un’agorà permanente, in un’arena di gladiatori. Non parliamo più di trolls, ma di haters che si trasformano in Mr.Hyde, con le più svariate motivazioni, poco importa se basse o alte, ignobili o nobili, dettate dal’invidia o da una “giusta causa”. Ma in questo “spettacolo” chi fornisce i “contenuti” (i “servi sciocchi”) lo fa gratis, mentre chi fornisce i contenitori ci guadagna un sacco di soldi, e ha interesse a fomentare l’arena piuttosto che l’agorà. Osservare “i social network al loro peggio”, come scrive Lagioia, “è un po’ come per le risse televisive: più fanno schifo, più le guardi. Anche perché quell’oscuro scrutare certe volte è istruttivo. “.

E fra questi “servi sciocchi”, inutile illudersi o far finta di niente, può esserci chiunque: può esserci @dolcecandy, che stalkerizza ossessivamente un cantante famoso; può essere un noto direttore di una nota rivista che improvvisamente si scatena in una serie di tweet deliranti, ma può esserci lo stesso Lagioia, per caso o per malaugurata occasione, e naturalmente possiamo esserci noi stessi. E’ una violenza imprevedibile e trasversale, che non riguarda soltanto la rabbiosa hater che cerca di infangare l’immagine del divo o del vip, ma anche il professionista in carriera frustrato da una qualche aspettativa non realizzata, e perfino il sobrio scrittore che, in un momento di fragilità emotiva usa l’arma del sarcasmo contro la rappresentante di un’associazione culturale, rea di un errore irrisorio, scatenando, senza volerlo, una lapidazione virtuale.

Senza che la mia parte vigile se ne fosse resa conto – ma i bassi istinti dovevano averlo saputo – avevo cercato di dar vita a una lapidazione, e le mani altrui armate di pietre non si erano fatte attendere… la gente, intorno a me, sembrava attendere solo un’autorizzazione, un motivo, per quanto futile, per gettare merda su qualcuno che, fino a un attimo prima, era un perfetto sconosciuto…

Il tutto per un motivo irrisorio….L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia di ridursi a un’arena di gladiatori…Fosse pure stata gestita l’associazione X in modo sciatto, meritava due ore di terrorismo virtuale come punizione? Soprattutto, la mia parte più rozza e primitiva aveva preferito dimenticare che dietro la lettera d’invito c’era una persona in carne e ossa, un essere umano che, esattamente come me, era capace di soffrire, di sentirsi ferito dall’altrui brutalità. A quel punto ho chiesto scusa per l’accaduto all’autrice della lettera e ho cancellato il post per evitare che arrivassero altri insulti.” (N. Lagioia, idem)

Ancora una volta la cyber-utopia si è trasformata in una distopia: che si tratti di rabbia cieca, frustrazione, volontà di distruzione o auto-distruzione, “mai, come in questi frangenti, gli anni novanta così carichi di promesse sembrano lontani.”.

 

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“I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi. Chi mette a disposizione i contenitori, invece, fa soldi a palate “

E veniamo dunque alle considerazioni finali che Lagioia ricava dalle sue osservazioni.

Primo. A scatenare la violenza, la regressione primitiva, lo scadimento nel mister Hyde 2.0 è spesso una delle passioni umane che in rete (e non solo lì) sta avendo in questi anni maggior corso: il risentimento.

Secondo. Non importa che a provare risentimento sia l’anonima fan/hater della pop star da un milione di follower o il direttore della rivista patinata che si trasforma a tradimento in troll. Non è importante quanti soldi tu abbia, che ruolo svolga, quante persone lavorino sotto di te. In rete, se non stai attento a controllare i tuoi borborigmi emotivi, suonerai sempre un po’ troppo risentito. Sentirai di meritare di più, o che qualcuno ti sta rubando qualcosa.

Terzo. Questo risentimento di fondo può nascere da tante situazioni. L’assenza della fisicità consentita da internet (lo abbiamo detto) può farci provare il brivido di comportarci come bestie in balia degli istinti primari senza che nessuna goccia di sangue sia versata. Può essere il fatto che in un mercato zavorrato dalla crisi ognuno è spinto a credere di ricevere troppo poco rispetto agli sforzi che compie ogni giorno. E tuttavia può esserci anche altro. Per esempio, il fatto che qualcuno ti mette a disposizione un palcoscenico dove sei libero di esibirti ventiquattr’ore al giorno. Tu lo fai, ti esibisci, ricevi degli applausi. Lo spettacolo genera addirittura qualche spicciolo, che subito però svanisce. Non è nelle tue tasche, non in quelle del pubblico. Cos’è successo? Cominci a sentirti nervoso.

Quarto. Recentemente intervistato da Gianni Santoro per la Repubblica, il leader dei Radiohead Thom Yorke, alla domanda “da dove vengono oggi i maggiori profitti per un musicista?”, ha risposto stizzito:

Non lo so, ditemelo voi. Non ho la soluzione a questi problemi. So solo che si fanno soldi con il lavoro di molti artisti che non ne traggono alcun beneficio. Si continua a dire che è un’epoca in cui la musica è gratis, il cinema è gratis. Non è vero. I fornitori di servizi fanno soldi. Google. YouTube. Un sacco di soldi, facendo pesca a strascico, come nell’oceano, prendono tutto quello che c’è trascinando. ‘Ah, scusate, era roba vostra? Ora è nostra. No, no, scherziamo, è sempre vostra’. Se ne sono impossessati. È come quello che hanno fatto i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Anzi, quello che facevano tutti durante la guerra, anche gli inglesi: rubare l’arte agli altri paesi. Che differenza c’è?

 

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Quinto. La rete è probabilmente il contesto in cui oggi si sconta la maggiore sproporzione economica tra chi mette a disposizione i contenitori e chi fornisce i contenuti. I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi (si tratti dello sfogo astioso di @dolcecandy o dell’ultimo meraviglioso album di Sufjan Stevens). Chi mette a disposizione i contenitori fa invece soldi a palate. La musica è stata letteralmente fatta a pezzi da questo sistema di cose…Sta di fatto comunque che mentre il patrimonio di Mark Zuckerberg supera il prodotto interno lordo del Ghana, ai produttori di contenuti non va praticamente nulla, fossero anche il giovane Wittgenstein e il non più giovane Russell che rifondano su Facebook la filosofia del linguaggio.

Sesto. Quanto conta la “struttura” che rende possibile il nostro stare in rete rispetto alla nostra antropologia, alla temperatura emotiva dei nostri comportamenti? Mentre scriviamo un post, un tweet, o discutiamo in una chat, quanto è automaticamente influenzato il nostro umore (consapevolmente o meno) dalle regole profonde (meccanismi economici in primis) che determinano il funzionamento del contenitore che ci ospita? Al di là della nostra libertà di digitare un tweet, quanto è giusta e democratica, e libera, al livello di fondamenta, la struttura di internet?

Se la rete è destinata ad aumentare sempre più il suo potere, e cioè il suo peso economico e politico, non si dovrebbe auspicare nel ventunesimo secolo, per la galassia di internet, ciò che nel novecento è stato oggetto di lotta rispetto al mondo reale? Perché mai dovremmo accettare le regole della rete così come sono, se si tratta di regole anche ingiuste? In fondo non è questo che gli ultimi tre secoli di processi democratici ci hanno insegnato? Avere il diritto/dovere di spendersi per cambiare uno status quo che non ha alcuna intenzione di migliorarsi da sé…

Pur immaginandoli (i padroni della rete) mossi da buone intenzioni, ai loro interessi fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Settimo. D’accordo, abbiamo scherzato. Abbiamo letto troppe volte Philip Dick. Nulla di tutto questo è vero. E se una parte lo fosse? Cosa ci costa una scommessa pascaliana? Va bene, non è vero. Fingiamo che il web sia strutturalmente il migliore dei mondi possibili. Lo stesso: che senso può avere andarsene in giro nei panni di mister Hyde 2.0? Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in maniera dissennata.

Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un battito di ciglia – quali mondi non stiamo esplorando e quali possibilità ci stiamo precludendo comportandoci come i pazzi sanguinari che non aspiriamo a essere? Che cosa, in fin dei conti, stiamo perdendo nel non usare la rete per evolverci?

(tutte le citazioni da http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

 

 

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

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I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

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Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

Sound of the City – Walking in London (Concrete Blonde, Coldplay, D.Bowie & list of many others)

Di tutte le canzoni dedicate a Londra, quelle che ascolto più volentieri ultimamente sono

 

 

ma anche

 

 

 

inoltre:

Adele – Hometown GloryHometown_Glory

Alanis Morissette – London

Antoine Dufour – 30 Minutes in London
Archive – Londinium

Athlete – The Tourist
Babyshambles – Albion
Babyshambles – Black Boy Lane

Barry Manilow – London

Belle & Sebastian – Mornington Crescent

Bloc Party – Always new dephts
Blur – London Loves

Blur – Parklife

Carter USM – The Only Living Boy in New Cross

Cat Stevens – Portobello Road

Chemical Brothers – Hold Tight London
David Bowie – Lady Grinning soul (London)
David Bowie – London Boys
David Bowie – London Bye Ta-Ta

David Bowie, Maid of Bond Street

 

David Bowie – A Foggy Day in London Town

R.I.P.

 


Elvis Costello – Clubland
Elvis Costello – I don’t want to go to Chealsea
Elvis Costello – London’s Brilliant
Elvis Costello – New amsterdam
Jethro Tull – Baker Street Muse
Lily Allen – LDNLily-Allen-LDN
London Posse – How’s life in London
Marc Bolan and T.Rex – Funky London Childhood
Morrissey – Come back to Camden
Morrissey – Hairdresser on fire
Morrisey – Piccadilly Palare
Nick Drake – At the Chime of a City Clock
Nick Cave -Brompton Oratory
Nico – Chelsea girl
Patrick Wolf – London
Paul McCartney – London Town
Pulp – Common People
R.E.M. – Aftermath
Sonic Youth – Westminster Chimes
Suede – By the Sea
Talking Heads – Cities
The Beatles – A Day in the life
The Beatles- The Streets of London
The Clash – London Callinglondon_calling1
The Clash – Guns of Brixton
The Clash- Capital Radio
The Clash – First Night Back in London
The Clash – London’s Burning
The Clash – (White Man) in Hammersmith Palais
The Clash – White Riot
The Jam – A’ Bomb in Wardour Street
The Jam – Carnaby Street
The Jam – Eton Rifles
The Jam – London Girl
The Jam – London Traffic
The Jam – Strange Town
The Kinks -Berkeley Mews
the Kinks – Big Black Smoke
The Kinks – Denmark Street
The Kinks – Dedicated follower of fashion
The Kinks – Lola
the Kinks – Waterloo Sunset
The Libertines – The Boy Looked at Johnny
The Libertines – France
The Magnetic Fields – All the Umbrellas in London
The Pet Shop Boys -King’s Cross
The Pet Shop Boys – London
The Pogues – Dark Streets of London
The Pogues – London You’re a Lady
The Pogues – Lullaby of London
The Rakes – 22 Grand Job
The Rakes – Leave The City and Come Home
The Rolling Stones – Play with Fire
The Rolling Stones – Street Fighting Man
The Smiths – Half a Person
The Smiths – London
The Smiths – Panic
Tori Amos – London Girls