L’ultima intervista di Pasolini “Siamo tutti in pericolo”

Siamo tutti in pericolo

L’ultima intervista a Pier Paolo Pasolini

Furio Colombo, 1° novembre 1975

 

la tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono solo strane macchine che sbattono l’una contro l’altra, e questa tragedia è iniziata con quell’universale, obbligatorio e perverso sistema di educazione che forma tutti noi, che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto, ogni cosa, a tutti i costi. Ecco il motivo per cui vogliamo tutti le stesse cose e ci comportiamo nello stesso modo…il fallimento di un intero sistema sociale che fabbrica gladiatori, educati tutti ad avere, possedere, distruggere” (Pasolini, cit.)

Nel film di Abel Ferrara, Pasolini, 2014, c’è una scena che riprende in modo abbastanza fedele, ma sintetico, l’intervista di Furio Colombo del 1° novembre 1975, giusto poche ore prima che lo stesso Pasolini venisse barbaramente ucciso all’Idroscalo di Ostia. Il tema centrale dell’intervista è la “situazione”, come la definisce Colombo,  cioè tutto ciò contro cui Pasolini combatteva, istituzioni, persone, poteri, e le responsabilità dei media, della scuola e della politica. Colombo lo incalza con le sue obiezioni, chiedendogli come pensa di rimediare ai rischi di cui parla, mentre allo stesso tempo usa gli strumenti che gli fornisce la stessa “situazione”, editoria, cinema, organizzazione, mezzi espressivi. A furia di attaccare tutto ciò che fa parte della “situazione”, non gli sarebbe rimasto niente, sarebbe rimasto solo e senza mezzi, senza neppure i suoi mezzi espressivi, il cinema, la scrittura.Ma lui torna sempre a difendere la sua “discesa all’inferno”:

Ora basta, non voglio più parlare di me, ho detto fin troppo, tutti sanno che le mie esperienze le pago di persona, forse sono io che sbaglio, ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo…Te lo dico fuori dai denti: io scendo all’inferno e so molte cose che per ora non disturbano la pace degli altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi“.

Alla fine, Pasolini sembra un po’ stanco e bisognoso di riflettere sulle risposte da dare, quindi prega il giornalista di lasciargli le domande, e per l’indomani avrebbe rivisto i vari punti. Infine conclude, quasi come un presagio:

«Ecco il seme, il senso di tutto – ha detto – Tu non sai neanche chi adesso sta pensando di ucciderti. Metti questo titolo, se vuoi: “Perché siamo tutti in pericolo”».

 

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo», non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici: a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

Ecco, descrivi allora la «situazione». Tu sai benissimo che i tuoi interventi e il tuo linguaggio hanno un po’ l’effetto del sole che attraversa la polvere. È un’immagine bella ma si può anche vedere (o capire) poco.

Grazie per l’immagine del sole, ma io pretendo molto di meno. Pretendo che tu ti guardi intorno e ti accorga della tragedia. Qual è la tragedia? La tragedia è che non ci sono più esseri umani, ci sono strane macchine che sbattono l’una contro l’altra. E noi, gli intellettuali, prendiamo l’orario ferroviario dell’anno scorso, o di dieci anni prima e poi diciamo: ma strano, ma questi due treni non passano di li, e come mai sono andati a fracassarsi in quel modo? O il macchinista è impazzito o è un criminale isolato o c’è un complotto. Soprattutto il complotto ci fa delirare. Ci libera da tutto il peso di confrontarci da soli con la verità. Che bello se mentre siamo qui a parlare qualcuno in cantina sta facendo i piani per farci fuori. E facile, è semplice, è la resistenza. Noi perderemo alcuni compagni e poi ci organizzeremo e faremo fuori loro, o un po’ per uno, ti pare? Eh lo so che quando trasmettono in televisione Parigi brucia tutti sono lì con le lacrime agli occhi e una voglia matta che la storia si ripeta, bella, pulita (un frutto del tempo è che «lava» le cose, come la facciata delle case). Semplice, io di qua, tu di là. Non scherziamo sul sangue, il dolore, la fatica che anche allora la gente ha pagato per «scegliere». Quando stai con la faccia schiacciata contro quell’ora, quel minuto della storia, scegliere è sempre una tragedia. Però, ammettiamolo, era più semplice. Il fascista di Salò, il nazista delle SS, l’uomo normale, con l’aiuto del coraggio e della coscienza, riesce a respingerlo, anche dalla sua vita interiore (dove la rivoluzione sempre comincia). Ma adesso no. Uno ti viene incontro vestito da amico, è gentile, garbato, e «collabora» (mettiamo alla televisione) sia per campare sia perché non è mica un delitto. L’altro – o gli altri, i gruppi – ti vengono incontro o addosso – con i loro ricatti ideologici, con le loro ammonizioni, le loro prediche, i loro anatemi e tu senti che sono anche minacce. Sfilano con bandiere e con slogan, ma che cosa li separa dal «potere»?

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna.Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo. È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

 

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente abolisci tutto. Ma tu vivi di libri, e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico) ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire. Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

 

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati. Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse – se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non faccio né un processo alle intenzioni né mi interessa ormai la catena causa-effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. L’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia. Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo) Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi.È vero che viene con maschere e con bandiere diverse. E’ vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri, per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente, salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…

Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro?È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non so quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

 

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

 

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina».

Frammenti di complottismo

Nella prima fase della pandemia, da fine gennaio fino al primo mese di lockdown, il consueto complottismo strillato quotidianamente in rete e sui media è stato piuttosto sottotono, dimesso e impotente, come schiacciato dai fatti. Le obiezioni alla diffusione del virus e all’iniziativa ufficiale del governo, le cosiddette “istanze complottiste” (Andrea Zhok), in realtà erano e sono tuttora, anche a posteriori,  tentativi di minimizzare la pandemia (“è una semplice influenza”) o di ridicolizzarne singoli aspetti (“le mascherine non servono a nulla”), senza tuttavia raggiungere le vette di una “teoria del complotto” e dei suoi fervori mistici e mitologici. Infatti, il complottismo funziona quando l’oggetto delle sue attenzioni è sufficientemente lontano e mitizzato (sbarco sulla Luna, Torri Gemelle, etc.), non quando intere nazioni sono impegnate duramente e quotidianamente a contrastare l’ecatombe. Nella cultura popolare, come pure nell’organizzazione statale,una pandemia viene presa sul serio, e la serietà non costituisce argomento per l’isterismo dei social. Non a caso ne ha sofferto anche la macchina propagandistica dei cosiddetti “sovranisti” o “populisti”, Salvini in testa, costretti a rincorrere il fenomeno o a sparare qualche petardo innocuo, oppure a dire tutto e il contrario di tutto nell’arco di una giornata, come taluni cosiddetti “governatori”, giusto per rivendicare una qualche forma di presenza e di “utilità” (che talvolta si è rivelata “inutilità” o “dannosità”, come per il “caso Lombardia”). Del complottismo, vengono riutilizzati  frammenti sparsi del suo “stile paranoico”, come ebbe a definirlo Richard Hofstadter in un suo celebre articolo del 1964, “The Paranoid Style in American Politics”, Harper Magazine, 1964).

Quel che mi ha colpito nella prima fase, più dei “complottisti” tradizionali o dei siti di fake news, costretti ancora a giocare di rimessa, è stata la convergenza, anche involontaria, fra i “liberisti” che spingevano per una rapida riapertura delle attività, e i “libertari” (anarchici, anti-sistema, ex ’68, antagonisti, “alternativi”) pronti a cavalcare la tigre dello “stato d’eccezione” ai fini di controllo, manipolazione, Grandi Fratelli o complotti cinesi. Al punto che un noto esponente No Tav si dichiarava d’accordo con la destra salviniana, cioè con le sparate quotidiane di alcuni “governatori” del Nord. Dall’anarco-individualismo al liberismo-libertario, fino alla difesa delle movide, contro “delatori” e assistenti civici. In nome del “capitalismo della seduzione” (M.Clouscard, 1980; G.Lipovetsky, 2017).

 

Un’altra categoria di neo-alternativi pronti ad usare frammenti di complottismo sono i discendenti di alcuni generi e sottoculture post-punk degli anni ’80, come ad esempio l’apocalyptic folk, o neo folk, l’industrial music , nelle sue varie derivazioni “psychic”, “ritual”, “esoteriche”, psychedelic rock, electro-industrial, EBM, etc. Sarebbe interessante ripercorrere le tappe fondamentali della riscoperta del complottismo da parte di questa scena , a partire dalla band fondamentale, Throbbing Gristle da cui poi è venuto fuori Psychic TV, fino alle pubblicazioni che ne parlavano fin dal principio (come Re/Search o Vague). Di fatto è una “scena” che fa un uso abbastanza divulgativo non solo di temi “esoterici” (Crowley) ma anche dell’immaginario apocalittico-millenarista, fino alle banalizzazioni più recenti. Ma quel che importa qui, non è tanto fare del debunking, denunciando il carattere posticcio di questo immaginario (Vittore Baroni) (elemento tipico del resto anche di altri generi musicali, come il metal, ad esempio) quanto constatare che, a distanza di oltre 30 anni, esiste una minoranza di questo tipo, diversa dal complottismo alt-right o della destra estrema (anche quando alcuni singoli protagonisti ne facciano parte). Ma che di fatto converge nella stessa “confusione disorganizzata” di cui parla Fagan nel suo post.

Man mano che da aprile in poi si è cominciato a parlare di “ripartenza” e “Fase 2”, la galassia complottista ha ripreso coraggio, spinta peraltro dalle litanie e dalle strategie comunicative del Trump pensiero. Si dice Trump proprio perchè è evidente che la crisi sanitaria determinata dal corona virus si è innestata su una crisi economica, sociale e politica della superpotenza  americana e del sistema neo-liberista, che potrebbe avere effetti devastanti per l’intero sistema occidentale, e sul mondo intero, a seconda dei capri espiatori che verranno individuati. Dopo aver tentato, per tutta la prima fase, di minimizzare la pandemia,  e ripetuto ossessivamente che era necessario “ripartire”, nella seconda fase l’armamentario complottista e bufalaro sta ripartendo alla grande, rimescolando insieme negazionismo (“non c’è nessun virus”), pseudo rivelazioni, ridicoli “movimenti” contro le mascherine (Pappalardo, fascisti del terzo millennio), dubbi statistici e sanitari, Big Pharma, G5, Bill Gates, OMS, Rotschild, Illuminati di vario tipo. E Cina, ovviamente:

 

“Il virus non c’è, se c’è non è così grave, se è grave è colpa dei cinesi, comunque è meno grave della crisi economica che porterà, meno grave della perdita della libertà, comunque poi arriva qualche vaccino, forse. C’è una marea montante di agenti confusionari sul fronte informativo, di agitatori politici su quello sociale, tutti tesi a “gestire” il problema” (Pierluigi Fagan, post del 31 maggio).

Jean Baudrillard artista del pensiero – Conversazione con Marine Dupuis Baudrillard

Conversazione con Marine Dupuis Baudrillard*

a cura di Tommaso Fagioli ed Eleonora de Conciliis

«L’alterità è il nostro destino… e la volontà cospira con chi ci tocca in sorte»

Marine Dupuis Baudrillard

À rebours

tratto da Losguardo.net, Rivista di filosofia, nr. 23, 2017, “Reinventare il reale”- Jean Baudrillard (2007-2017)

 

Archivio 23 | Reinventare il Reale – Jean Baudrillard 2007-2017

* L’intervista si è svolta il 1° luglio 2016, nella casa di Jean e Marine Baudrillard in Rue Saint- Beuve, a Parigi. Si ringrazia Elisa Fuksas, che ha fatto da interprete tra Tommaso e Marine, e Fausto Fraisopi per aver effettuato una prima sbobinatura-traduzione della registrazione della conversazione fra i tre, estremamente colloquiale, che è stata poi integrata con alcune domande che Fagioli aveva precedentemente inviato a Marine, per essere adattata alla pagina scritta [N.d.C.]

 

(riprendo questa bella intervista alla moglie del filosofo Jean Baudrillard, scomparso nel 2007, come introduzione oltre che all’ottimo numero della rivista Lo sguardo.net a lui dedicato, che invito a leggere e scaricare, anche ad una mia rivisitazione di alcuni temi a lui cari, dalla seduzione ai simulacri  SB)

 

FAGIOLI – Baudrillard è nato nella città di Reims, nel nord-est della Francia, sede di una delle più famose cattedrali della cristianità. I suoi nonni erano contadini, e i suoi genitori dei funzionari civili. Che rapporto aveva con le proprie radici?

DUPUIS – Ha cominciato a imparare il tedesco, con l’intenzione di tirarsi fuori da una famiglia molto modesta di cui non amava [la mentalità]… Sua madre faceva la postina, suo padre era un gendarme: era qualcosa da cui voleva assolutamente allontanarsi. A ciò si può chiaramente aggiungere molto altro, ma il tutto dà come risultato una persona che è stata obbligata a vivere la sua intelligenza accanto a questa realtà. È invidiabile ? Non ne sono sicura, perché lui [J.B.] era, come dire …ossessionato da tutto ciò, e quindi diceva di me: “Marine è la vita”. Questo significa che rappresentavo per lui in qualche modo un’interfaccia [con la vita]. Perché lui era, ripeto, ossessionato, [dalla vita come da] una piccola cosa che cade dal cielo.

FAGIOLI – La propria vita in retrospettiva sembra tutto fuorché libera, razionale, e arbitraria, come guidata da un’inesorabile necessità mascherata dagli artifizi del caso – inclusi gli incontri. In quali circostanze vi siete conosciuti?

DUPUIS – Ho incontrato Jean a Nanterre nel 1970, tornavo da un giro del mondo in barca con il mio fidanzato. Ero ancora molto giovane e abitavo su una casa galleggiante [peniche]. Jean mi ha chiamata sin dall’inizio Marine, ma mi chiamavo Martine, e dopo questo è iniziato tutto.

 

FAGIOLI – E per tutta la vita!

 

DUPUIS – Ancora oggi, quando vado a farmi curare, mi dicono: “Ma Lei si chiama Martine”, e bla bla bla…

 

FAGIOLI – Com’è iniziato il gioco di seduzione? Lei aveva 25 anni!

DUPUIS – E 25 anni di differenza… io ne avevo 25 quando l’ho incontrato. Ti dirò, avevo 25 anni perché ero andata a spasso per il mondo, in barca, mentre gli altri avevano 21 anni… io ne avevo 4 di più, ero abbronzata e arrivavo dopo il ’68. Ció significa che c’era una grande confusione nelle Università, soprattutto a Nanterre. C’era già stato il movimento di Maggio con… come si chiama… Cohn-Bendit, ma era [ancora] un gran casino: il professore stava là con gli studenti seduti ovunque, tutti che urlavano, fumavano, non sapevo di fronte a cosa mi sarei trovata. E Jean che parlava… aveva l’aria molto distesa, non aveva problemi di esami perché dava buone note a tutti.

FAGIOLI – Una specie di 18 politico, come in Italia. In diversi commenti sull’Italia, rintracciabili per esempio in “Cool Memories” e in altri saggi, Baudrillard sembra subire una fascinazione particolare per il nostro Paese, per i suoi abitanti, i suoi politici, le sue contraddizioni, i suoi eccessi, le sue dissimulazioni: una fascinazione simile a quella che aveva per le donne e per il femminile. Che idea aveva dell’Italia? Cosa pensava degli italiani?

DUPUIS – Beh, li adorava. Mi poni domande sull’Italia e sulle donne, ma quando ho incontrato Jean avevo 25 anni, lui era più vecchio e all’epoca aveva già avuto una moglie e dei figli. Si erano poi separati e aveva detto che mai mai e poi mai avrebbe vissuto di nuovo con una donna… mai mai mai… E quindi ci ho messo vent’anni a sedurre Jean, ad avvicinarmi fino alla fine. D’altra parte, nel periodo in cui l’ho conosciuto visitava molto l’Italia, soprattutto Urbino.

FAGIOLI – È lei che lo ha sedotto o lui?

DUPUIS – Fu reciproco, ma tutto questo per dire che non facevo parte del gruppo di Urbino, era negli anni ’75-77, e là si è dovuto divertire molto con tutte quelle italiane… Ci sono delle foto che mi lasciano pensare che si sia molto divertito, che ne abbia ben approfittato.

FAGIOLI – Come definirebbe la voce di Baudrillard?

 

DUPUIS – No, no! Sei tu che farai il lavoro… sei tu che dovrai ascoltarla e dunque definirla. Io ne gioisco, tutto qua. Aspetta, avevo là [sullo scaffale] anche un piccolo video. Quando sono troppo triste, mi metto a guardare un piccolo video di Jean [disponibile all’indirizzo: https://youtu.be/msLZeiUzltU%5D. Nel video c’è tuttavia un po’ di eco. Jean ha una maniera dolce di pronuciare le parole, di mettere dolcemente le parole insieme l’una con l’altra».

FAGIOLI – Ha una voce dolce, e le mani sono piccole.

 

DUPUIS – Delle mani da contadino, sono delle mani di origine contadina. Dicevo: un modo di accostare le parole in modo del tutto dolce ma, allo stesso tempo, senza traccia di esitazione. Si trattava di quella parola, non di un’altra, e lo pronunciava con dolcezza, non lo imponeva a nessuno. Se gli si poneva una questione e poi qualcuno lo interrompeva, non aveva interesse per lui, non imponeva la sua parola, capisci cosa intendo?

FAGIOLI – Era sempre tranquillo, non aveva mai reazioni violente?

DUPUIS – Aveva un’incredibile padronanza di sé… eccetto, ah, eccetto in macchina… amava guidare, era bello, pieno di donne, anche quando l’ho conosciuto amava le macchine, adorava la velocità. Allora, quando c’era un imbecille [che lo rallentava] vedevo un [altro] essere accanto a me, come un demone, che usciva dalla testa di Jean. Non puoi immaginare, era qualcosa di incredibile, spaventoso. Si trattava di un cambiamento totale di personalità. A parte questo, quando c’era un imbecille che gli poneva una domanda totalmente imbecille, in una conferenza, a cena… altrimenti mai.

 

FAGIOLI – Quindi anche Baudrillard non avrebbe superato il test di resilienza in auto. Perché in Italia le persone si trasformano completamente in delle bestie.

 

DUPUIS – Ma era spaventoso, tutti avevano paura tanto andava veloce. Ed io avevo trovato la soluzione: bere e mettermi sul sedile posteriore. Non c’era che quella soluzione tanto avevo paura, e un giorno [gli] dissi: «non posso continuare a bere così, non è possibile». Mi ha risposto: «Va bene, adesso guidi tu». Ma era anche peggio, perché guidavo come una femminuccia e mi diceva: «Non senti il motore che soffre?». Io non sentivo proprio nulla.

FAGIOLI – Le marce, la frizione… in effetti la macchina è un’estensione del corpo.

DUPUIS – Certo, è del tutto chiaro, ma io non sentivo proprio nulla, era vero che fossi completamente insensibile!

 

 

 

FAGIOLI – A proposito di sensazioni, Baudrillard è l’unico pensatore a cui riesco ad associare una musica, una specie di suono-Baudrillard che riflette la fine dell’umanità, il deserto del senso, e un ‘oltre’ impensabile: “Collapse”, dei Boards of Canada, e “Icefire” di Pat Metheney. Che musica ascoltava Jean?

 

DUPUIS – Che musica ascoltava? Amava molto la musica barocca, Monteverdi, gli anni galanti… capisci, altrimenti ascoltava anche la banana… i Velvet Underground.

 

FAGIOLI – Ma lavorava ascoltando musica?

 

DUPUIS – Mai, mai, mai!

 

FAGIOLI – Silenzio assoluto!

 

DUPUIS – D’altronde non credo che facesse due cose allo stesso tempo. Jean, quando scriveva, quando lavorava, aveva una specie di oggetto che non ho ritrovato, conosci quelle cose kitsch degli anni ’70 con la sabbia, l’olio, quella specie di quadri che giri. Ecco, poteva guardarlo per ore.

 

FAGIOLI – Per pensare?

DUPUIS – E poi batteva intensamente a macchina, sulla sua vecchia macchina da scrivere, mai al computer.

FAGIOLI – E aveva degli orari fissi per lavorare? Com’era organizzata la sua giornata lavorativa e come interpretava la “professione” di pensatore?

DUPUIS – Prima di tutto non era così che funzionava [come con una ‘professione’, N.d.C.]. Aveva una piccola vanità, credo: non amava che si vedesse lo sforzo nelle cose che faceva, per lui era volgare mostrare lo sforzo. Quindi non lo vedevo lavorare quasi mai… e gli dicevo: «Andiamo a fare un giro?» o «E se andassimo due giorni ad Anversa?». Mai mi ha detto: «No, devo lavorare, devo finire una cosa». Bisogna dire che anch’io lavoravo molto, e [così] lui restava tranquillo durante la giornata… Questo significa una vita estremamente semplice! A parte i viaggi, non vedevamo molte persone. Jean era attento a sfuggire all’entertainment. E questo lo pagava a caro prezzo, perché quando ti trovi in un paese [straniero] e non vuoi incontrare i giornalisti, non vuoi andare a fare trasmissioni alla televisione, non vuoi abbandonarti alla mondanità…»

FAGIOLI – L’entertainment è il lavoro, il pensiero!

DUPUIS – E questo rappresentava per lui il godimento assoluto!

 

FAGIOLI – Un godimento?

 

DUPUIS – Certo, proprio godimento! Aveva trovato la sua armonia, era una persona molto armoniosa. Quando lo incontravi era molto ben disposto, non aveva mai un giudizio su qualcuno, mai ma proprio mai. E questo per delle ragioni molto semplici, e cioè che pensava che l’intelligenza e la stupidità potessero facilmente invertirsi, quindi non giudicava le persone. Metti tutto questo nel tuo personaggio, e poi metti un’altra cosa, che mi ha abbagliata, abbagliata dall’inizio alla fine… non aveva mai un doppio volto, non l’ho mai visto con due volti differenti con persone diverse, non era assolutamente ipocrita. Se incontrava il Presidente della Repubblica era esattamente lo stesso che parlava col portiere. È qualcosa di molto impressionante, perché continuo a vedere intellettuali andare in giro… se tu sapessi fino a che punto sono capaci di giocare quattro o cinque personaggi alla volta!

 

FAGIOLI – Ma coerentemente col suo pensiero non aveva bisogno di dissimularsi, era quello che era!

 

DUPUIS – Si ma, come dire… a forza di essere nelle sue cose… era divenuto la sua stessa verità, non aveva bisogno di andar a cercare una dottrina per esprimerla. Vedi, era tutto questo, ed è questo che faceva sì che fosse una persona estremamente affascinante.

FAGIOLI – Era romantico con lei?

DUPUIS – Ma proprio per nulla! Assolutamente no! […] Tirerò fuori delle frasi di Jean, per rispondere alla tua domanda. Ve n’è una che dice: «Quando si dice ‘ti amo’ è già il linguaggio che ci si mette ad amare, è la prima infedeltà!».

 

FAGIOLI – Molto sottile!

 

DUPUIS – Puoi ben capire che non era un uomo che ti stava a dire senza sosta: « ti amo, ti amo, ti amo… », no no no, nient’affatto!

 

Lo zen e l’arte della fotografia

 

FAGIOLI – Qual era la sua professione?

DUPUIS – Ero la direttrice artistica di un magazine, per la fotografia. Su internet trovi su di me, spesso, delle sciocchezze, ma alla fine, internet non è per me un canale di conoscenza, quindi non m’interessa.

FAGIOLI – Amo questa foto… Baudrillard parlava di violenza dell’immagine sulla realtà, ma anche di una sorta di vendetta della realtà sull’immagine, ovvero la violenza del senso che la realtà vuole attribuire all’immagine (senso politico, sociale, estetico). D’altra parte, le fotografie di Baudrillard rappresentano in qualche modo la fine dell’illusione dello specchio, immagini che tendono a cancellare il soggetto dalla rappresentazione, e allo stesso tempo vanno oltre la rappresentazione, sono senza rinvio… Che tipo di libertà offriva la fotografia a Baudrillard e che tipo di costrizione? Come si poneva rispetto al fatto di mettere “in mostra” le sue opere, lui che fu così critico con il sistema dell’arte contemporanea, e anche piuttosto attento a mantenere questa sua passione a un livello discreto e amatoriale?

 

DUPUIS – Troppe domande, te lo spiego con un aneddoto. Jean, siamo negli anni ’80, alla fine degli anni ’80, doveva tenere una conferenza in Giappone ed i giapponesi sono sempre usi offrire un piccolo regalo. Gli offrirono una piccola macchina fotografica, veramente piccola, di queste dimensioni. Jean ha così iniziato a divertircisi.

 

FAGIOLI – Non era una passione che aveva da sempre.

DUPUIS – Da solo non l’avrebbe mai fatto. Ci si è divertito. Jean si divertiva molto, veramente molto, non appena poteva: era una persona estremamente faceta, gli piaceva molto divertirsi. Era leggero: ti diceva delle cose, delle cose magnifiche ma te le diceva in modo leggero, come un monaco zen. Sai, era molto orientale, molto leggero, non prendersi sul serio…perché noi, in Europa, abbiamo una tradizione molto pensante, di volontà [di volontarismo]. Jean non era questo, non sentivi mai in lui il minimo sforzo.

FAGIOLI – Perché non vi sentivi la volontà, una volontà tesa…

 

DUPUIS – Dico questo perché molto spesso le persone che venivano a fargli visita gli dicevano: «il tuo pensiero è orientale», e Jean, che aveva una cultura vastissima, che aveva letto gli indiani, le Upanishad, che sapeva tutto del taoismo zen, diceva: «non vale la pena [di scomodare gli orientali]. Si deve poter arrivare a questa ironia – che è poi alla fine il suo dominio d’investigazione – con la propria cultura, non vale la pena di andare a cercare cose esotiche.

 

 

Après coup

FAGIOLI – Talvolta ho delle sensazioni, quando leggo i testi di Baudrillard. Leggere Baudrillard cambia la maniera di pensare e quindi di vivere il mondo. Alcune cose emergono nel loro significato solo dopo mesi, addirittura anni, Spesso le sue intuizioni si capiscono molto tempo dopo. Che tipo di influenza ha avuto su di te1, e quale influenza hai avuto tu su di lui?

 

DUPUIS – Vedi, quando lo leggi dieci anni dopo, ci sono ancora delle cose che escono fuori. Non lo leggi affatto nello stesso modo. Ho dei libri che lessi quando ero giovane e non è affatto la stessa cosa. Ecco quello che voglio dire: quando sto male, leggo un testo di Jean su qualsiasi argomento e mi sento meglio. Dico a me stessa: «di che parla?». Ma non è affatto quello di cui parla, è la forma del suo pensiero che s’imprime nel tuo cervello e che ti motiva.

FAGIOLI – È la sintassi, è la forma di una sensazione. In giornate tristi e pigre per me è una sorta di terapia, o un tonico!

DUPUIS – Esattamente! È una forma, che quando ne segui le tracce – perché questo è leggere un libro, è seguirne le tracce – ti raddrizza la colonna vertrebrale, e poi stai meglio.

 

FAGIOLI – E crea dipendenza. La cosa curiosa è che quando leggo il testo di un grande filosofo sistematico, come ad esempio Kant, mi sembra inzialmente di non capire nulla, ma una volta che ne afferro le premesse, tutto diventa relativamente scorrevole, e posso seguire con un certo ordine la complessità crescente; mentre quando leggo Jean Baudrillard, o ne rileggo qualcosa dopo una settimana, un anno o dieci, è come se il testo fosse mutato nella sua articolazione, nella sua profondità, nei suoi livelli, nella sua complessità. Ad esempio America, il mio preferito, l’ho letto molte volte, ognuna come fosse un testo diverso. Quanto tempo ha passato Baudrillard in America?

 

DUPUIS – Molto tempo, perché mentre doveva insegnare e io seguire i corsi a Nanterre, se ne andava in giro, a dare conferenze qua e là. Tu arrivavi in aula e trovavi scritto: «Il Prof. Baudrillard tornerà fra due mesi». Inoltre Jean, che era di estrazione molto modesta, in quel modo si esponeva; ha amato quel periodo, è stata l’esplosione.

 

FAGIOLI – [J.B.] ha detto che America è probabilmente la sua seconda miglior opera [dopo Lo scambio simbolico e la morte, N.d.C.].

 

DUPUIS – Se è così è perché non è puramente astratto, è la vita: Jean ci dà nel libro chiavi per vivere, per viaggiare, per vedere. Diciamo a noi stessi: se arrivo a comprendere tutto

questo, posso fare ogni cosa.

 

 

La lingua inesistente

DUPUIS – Jean era uno che era riuscito a sfuggire al potere durante tutta la sua vita. Faceva molta attenzione a quest’aspetto, ha sempre odiato gli uomini di potere. […] parlava, qualche volta, in tono sbarazzino, così, senza insistere, e io avevo l’impressione di esser di fronte a dei cristalli, non capivo nulla di quello che diceva, ma proprio nulla, eppure ero al centro, presso il Sacro Cuore di Gesù. Vedevo cristalli e questo piccolo paesano e mi dicevo: «non capisco nulla, ma è troppo bello». E non esce fuori che era malato?! Doveva partire per l’America e era malato. Ed io gli dico: «Senti Jean – era l’inizio dell’I-Ching – sei molto malato, ti faccio l’I-Ching», perché ero molto ferrata nel soggetto. Allora abbiamo cominciato, sono riuscita a ritagliarmi un piccolo spazio, ma anche così la cosa è andata un po’ per le lunghe. Era meravigliato dal suo potere di seduzione. A Montparnasse, i giovani mi dicevano nei caffè: «eccolo con una nuova ragazza». Aveva molto charme e seduceva molto le donne e non c’era da rimproverarglielo o da rovinargli la festa, e lui ne approfittava… a dire il vero… L’intelligenza di Jean si esercitava anche nell’intelligenza di coppia, capisci? Ad esempo non vi era mai, ma proprio mai, il minimo ricatto. Io provenivo da una madre molto autoritaria e possessiva, ma Jean mai, mai e poi mai poteva fare dei giochi di piccoli ricatti, né avrebbe risposto al ricatto… e questo fino alla fine. Alla fine, avrei dato tutto affinché prendesse qualcosa, volevo che mangiasse qualcosa e dicevo: «Jean, se non mangi mi butto dalla finestra» – «Ma prego, accomodati» diceva… era inamovibile. Era una bellissima persona, una bellissima persona.

 

FAGIOLI – Doveva partire per l’America ed era malato. Aveva contratto la malaria prima di partire?

 

DUPUIS – Eh sì, perché io… sono partita a fare delle immersioni subacquee in un arcipelago dell’Oceano Indiano, le isole Comore, e poi, nell’arco di trent’anni, ci sono andata spesso […]. Quindi… avevo fatto una sorta di Trattato di Tordesillas con Jean: «Tu hai il mondo, io ho le Comore», così quando ci veniva con me, perché ci veniva qualche volta, non era che «il marito di Marine». E allora…io che ci andavo spesso, e avevo bisogno che Jean fosse là con me perché avevo bisogno di evadere… avevo creato un caffè filosofico, le Cool Memories. Eccole, le Cool memories: vedi la clientela… e i taxi dell’isola. Avevo creato un Baudrillard’s Land. Jean… era un uomo… non è questione di esprimere la mia ammirazione, perché lo avrebbe odiato e poi non si trattava di una venerazione. Si trattava di una vera coppia, litigavamo molto e quando andavo a dormire dicevo a me stessa: «questo stronzo ha ragione»… beh, era cosi, ma alla fine tutto è andato in un modo ben preciso. Se volete sapere tutto, dopo l’11 Settembre, Jean aveva del sangue nelle urine. Gli dicevo: «Bisogna che ti faccia curare!». Era talmente eccitato per l’11 Settembre, talmente eccitato. Non avrebbe potuto impedirlo, chiaramente, ma vi aveva scorto la matrice di un cambiamento mondiale. E quindi [soltanto] dopo si fece curare, ma la cosa era peggiorata e il male si era velocemente diffuso al sistema nervoso, al sistema circolatorio, nel sangue. Jean si era fatto curare per farmi piacere. Quando andammo a fare le chemio, io avevo consultato tutti i migliori oncologi di Parigi, con dossier enormi, ecc. Quando [i medici] arrivavano nella stanza, trovavano Jean che diceva, come se niente fosse: «Ah bene, Marine è andata a telefonare, ritorna fra cinque minuti», come se il tutto non lo riguardasse. «Aspettate cinque minuti, ritornerà», e ricominciava a leggere. E [dovevi vedere] quei tizi, i grandi mandarini che ero riuscita a trovare con molte difficoltà!

FAGIOLI – Bisogna dire che per Baudrillard le cure mediche erano una forma di potere…

DUPUIS – Sì, odiava i medici. E c’è a riguardo anche un piccolo aneddoto : tutto è successo qui e un giorno mi dice che era veramente molto, troppo sofferente. Un giorno, visto che ero d’accordo col farmacista, col medico, con l’oncologo, con tutti… un giorno in cui Jean era veramente molto sofferente, mentre ascoltava musica, gli abbiamo somministrato della morfina. La notte stessa Jean si è messo a parlare una lingua inesistente. E all’indomani, raccontandogli l’accaduto, gli dissi: «Jean non mi far questo perché non potrei sopportare il fatto che tu diventi pazzo!». E mi ha risposto: «Come? Ho parlato una lingua inesistente? È geniale, avresti dovuto registrarmi!» Era eccitato, e si è rimesso a parlarne. Stava morendo, ma quello che gli interessava era «cosa è accaduto in questa storia?», «cos’era quella lingua inesistente?».

FAGIOLI – Ma questa lingua era inesistente perché era incomprensibile, o…?

 

DUPUIS – No, ti assicuro, era una lingua inesistente perché non si poteva dire che assomigliasse all’indiano o a non so cosa, non esisteva affatto. Era incredibile!

FAGIOLI – Era una lingua patafisica!

DUPUIS – Forse, forse… [ride].

 

 

 

 

Nel vuoto, la potenza del pensiero

DUPUIS – Dopo vi mostrerò il suo ufficio. Era pieno di libri, tutto quello che gli interessava, mentre quello che non gli interessava, semplicemente non esisteva. Quindi non era il caso [di riempire]… potevi portare anche una pigna o altro, ma in modo del tutto semplice… tutto si svuotava.

 

FAGIOLI – Se un filosofo tende a ridurre il mondo a propria immagine, e talvolta ne soffre come di una sorta di claustrofobia intellettuale, come riusciva Baudrillard a relativizzarsi come singolo? A relativizzare il potere del proprio pensiero?

 

DUPUIS – Vedi, riguardo alla potenza del pensiero… Non c’era bisogno di dire le cose. Il suo entourage capiva molto bene [anche senza che parlasse]. Jean non era qualcuno che desse ordini, era incredibilmente dolce e bendisposto, calmo, non andava mai in collera e non era mai arrabbiato – ma la potenza del suo pensiero faceva in modo che tu non avessi voglia di distoglierti da quel pensiero per ritornare a piccole questioni ordinarie.

FAGIOLI – Capisco… [un silenzio che funzionava] come un’emanazione del suo pensiero.

DUPUIS – L’emanazione di un pensiero potente. Questo fenomeno andava molto lontano, perché [da] quando si è ammalato, l’agonia è durata quasi quattro anni – tra l’inizio e la fine della malattia sono passati quattro anni… come sai, accade nel caso del cancro. Jean non ha mai avuto bisogno di dire a chicchessia che voleva morire qui, affatto, non ha detto mai nulla a nessuno, e tutti si sono messi al suo servizio. Io senza dubbio, ma per amore, gli altri non per amore: il farmacista, il dottore, l’oncologo, il professore… tutti!

 

FAGIOLI – Tutti qui a casa!

 

DUPUIS – Ognuno al suo posto, e nessuno ha discusso, nessuno ha detto: «ma dai, sarebbe più semplice portarlo all’ospedale!» No. Ha imposto le sue regole, così, come se niente fosse. Questo è incredibile! Questo significa la potenza del pensiero. Vedi, bisogna credere nella potenza del pensiero, e non val la pena di riempire: più tu riempi, più complichi il gioco.

 

FAGIOLI – Il gioco, ma anche il mestiere di pensare! Qual era il suo rituale quotidiano nell’esercizio del pensiero?

DUPUIS – Come dicevo, l’idea non era di riempire, con delle teiere o altre cose: Jean amava il vuoto, quindi non era un divieto di mettere oggetti, si trattava semplicemente del fatto che si trovava bene nel vuoto, non solamente il vuoto di oggetti, ma anche il vuoto delle persone. Ti racconto un piccolo rituale: tutte le mattine scendeva… no, aspetta, te lo racconto in modo diverso. Un giorno, Jean era già morto da tre anni e qualcuno mi ferma per la strada e mi dice: «Ho un regalo per lei». Io rispondo: «Grazie, lo accetto volentieri… è carino da parte sua». E questo signore mi dice che è una fotografia e mi dà una fotografia: posso mostrarvela? Non riesco a trovare il grande formato della fotografia ma la misi su carta. Allora, vi spiego di cosa si trattava: tutte le mattine Jean scendeva, prendeva la sua posta, andava là, al cestino dell’immondizia, leggeva la posta e la gettava, paf… Se c’era un assegno, se lo metteva in tasca. Non conservava alcun documento, i documenti dell’assicurazione sanitaria, i documenti dell’affitto, i documenti dell’assicurazione, gettava tutto.

FAGIOLI – Posso immaginare quest’azione: è così che il mondo viene gettato nell’immondizia.

DUPUIS – Quel fotografo che ha scattato la foto abitava proprio davanti al cestino dell’immondizia e tutti i giorni vedeva quel tizio che arrivava con la sua posta e avrà detto fra sé e sé: ma chi è quello?… fino al giorno in cui chiese ad un amico: «ma quell’uomo che getta ogni giorno la posta nel secchio dell’immondizia abita in questo quartiere?». L’amico gli risponde: «si! È Jean Baudrillard». Allora a partire da quel momento ha fatto molte foto e me le ha offerte, sebbene Jean fosse morto tre anni prima. Una cosa incredibile! E c’è un’altra storiella simile: [la foto di me che] stavo aspettando Jean in un caffè e lui arriva, si china verso di me e mi dà un bacio… e io ricevo così la foto di un bacio di Jean tre anni dopo la sua morte… Era una cosa incredibile! Avevo l’impressione che Jean m’inviasse un bacio dall’aldilà.

L’eredità di Baudrillard

DUPUIS – Jean mi ha lasciato una bella eredità. Non si tratta di denaro… è incredibile no? è piuttosto ciò che fa si che tu vai in Cina, incontri dei ragazzi di 20-25 anni e ti rendi conto di quello che è successo là: non sai come, non sai da dove [il suo pensiero] sia passato… Vale a dire che sono la sola persona che va in Cina non per fare soldi e ritorna… capisci quello che intendo? Vai ovunque e il pensiero emerge, sfuggendo completamente alla finanziarizzazione del mondo. Ed il pensiero è qualcosa di magnifico, è il nostro spirito, è con questo che si continua a crescere, è con questo che vi amerete, […] capisci, il pensiero è l’essenza stessa che ci muove e qualcosa che non perisce. Ecco perché l’eredità di Jean è incredibile. Ha lasciato dietro di sé gli strumenti per sopravvivergli.

 

FAGIOLI – In effetti, anch’io sono sotto la sua influenza.

DUPUIS – Posso capirlo, ed è così ovunque. Potrei farti leggere lo scritto di uno che descrive come Jean abbia cambiato la sua vita. Non conosco questo ragazzo. Ha scritto un libro eccellente su Jeff Koons. Leggo il libro e mi dico: «ma guarda! Lui ha letto Baudrillard». Quindi gli invio un piccolo messaggio che dice: «Ho veramente apprezzato il suo libro». E mi risponde che è professore d’arte a Lille: «Siamo una piccola banda e Baudrillard è la parola d’ordine, una cosa che ci aiuta veramente a vivere, a pensare». Bello no?! Bisogna rallegrarsene molto, ma va bene così, va bene così.

FAGIOLI – «Tomorrow is the first day of the rest of your life». Nella scena di apertura del film American Beauty [Usa 1999, scritto da Alan Ball e diretto da Sam Mendes, N.d.C.] il protagonista pronuncia questa frase, che compare anche nel primo capitolo di America, Vanishing Point. Ho sempre pensato che il film sia in parte ispirato allo scritto di Baudrillard, così popolare negli Stati Uniti, forse anche per il carattere così intrisecamente cinematico del suo pensiero sull’America.

DUPUIS – Sì. Ma è qualcuno che l’ha fatto senza dirglielo, perché Jean non ha mai avuto contatti con quelle persone, che in ogni modo avevano potuto leggere Jean Baudrillard. Quello che è incredibile è che oggi non c’è più pensiero… Io sono molto tranquilla a riguardo. Jean non era per nulla sicuro del fatto che l’intelligenza potesse restare un attributo dell’umanità2. E bisogna dire che questo… certo, non lo si può misurare nel lasso di tempo di una vita… ma non ne era affatto sicuro. Pensava che potesse rinchiudersi su se stessa, che ci si potesse tecnicizzare a morte e avere inventato, come diceva, il mezzo della nostra estinzione. Ma se, malgrado tutto, l’intelligenza si sviluppa cammin facendo, si riparlerà di Baudrillard – ma tutto questo non è grave. Jean non ha mai voluto discepoli, non ha affatto preparato la sua successione, la sua posterità… mai e poi mai. Per far questo, avrebbe dovuto esser convinto di essere in possesso di una verità e che si dovesse assolutamente proteggerla. No, non era proprio tipico di Jean. Aveva un modo di metabolizzare il reale, di insegnarci a metabolizzare quello che ci succede… si trattava piuttosto di una postura mentale. Vedi, è qualcosa del genere, anche se usava delle parole bellissime, uno stile eccellente, come un artista, ma non si tratta di una dottrina con una verità stabilita.

FAGIOLI – Si tratta piuttosto di un artista del pensiero. In questo senso, verrebbe da dire che Baudrillard stava alla filosofia come Carmelo Bene al teatro.

DUPUIS – Guarda Tommaso, non sei venuto per niente. Per la morte di Jean, ho inviato questa piccola foto per comunicare il [il giorno e il luogo del] funerale e tutto il resto, sai, c’è bisogno di un invito e ho scelto questa foto perché pensavo che quel momento fosse la nascita [di tutto], e che fosse giusto inviare l’immagine di un ombelico anche per la morte. Mi capisci? Perché questo chiudeva un cerchio e ho messo questo sul retro. Ed ecco, è come se tu fossi invitato al funerale di Jean.

 

 

Alt-right, bomberismo e comunicazione politica 1.

Dopo la sconfitta elettorale alle Politiche  del PD e della Sinistra in generale , qualcuno ha cominciato a chiedersi se per caso fra le cause di questa sconfitta non vi fosse anche un problema di “comunicazione politica”, in particolare sui social. In un articolo recente su Wired , “I tre grandi problemi riguardo la comunicazione del Pd”,  ( https://www.wired.it/attualita/politica/2018/10/09/problemi-comunicazione-pd/ ), l’autore, Marco Romandini, scrive di aver appurato, dopo un giro di telefonate, che il PD non ha un responsabile politico della comunicazione, né tantomeno una società di comunicazione specializzata alle spalle come lo sono la Casaleggio Ass. (M5S) e Morisi/Sistema Intranet (Lega), ma soltanto un capo ufficio stampa, Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi, e qualche ragazzo per la comunicazione social. Ma nella guerra del web il PD è rimasto indietro.

 

Secondo lo stesso Agnoletti M5S e Lega hanno una comunicazione centralizzata, che assomiglia molto a una caserma, mentre quella del PD è dispersiva e occasionale, pur essendoci stato un tentativo parziale di correggere la rotta fra il 2015 e il 2016, con l’arrivo dello spin doctor di Obama, Jim Messina. Ma il fallimento del referendum per la riforma costituzionale  ha rovinato tutto.  Secondo un altro noto spin doctor, Marco Maturano, non è soltanto un problema tecnico,

Se voglio funzionare sulla rete non mi basta avere i migliori tecnici del mondo, ma devo usare il linguaggio che va bene su quel mezzo. La Lega e il M5s funzionano perché hanno liberato il linguaggio, e sulla rete vince il messaggio emotivo… E la passione, per guadagnare il consenso, oggi con la rete pesa al 90%”.

Le passioni, le emozioni.  Per riconquistare l’elettorato perduto, continua Maturano, serve una svolta pop, bisogna riavvicinarsi al popolo, ripartendo ad esempio dalle periferie, “dove le cose non funzionano”, migliorando la situazione delle fasce più povere, con iniziative che hanno un ritorno sociale ma anche economico e una forte presenza sui social, con un linguaggio rivolto alle persone comuni (l’”uomo comune”, di cui parla anche Luisi), e non agli “intellettuali”.  Che è poi quanto affermava lo sceneggiatore Fabrizio Luisi nel suo post su Ribelli e Saggi (https://artobjects.wordpress.com/2018/09/27/il-ribelle-il-guerriero-il-saggio/),

la  “capacità di parlare alla pancia, al cuore, e alla testa della popolazione, attribuendo pari dignità a queste differenti esigenze”.

 

Secondo Luisi la Sinistra in generale, radicale e non, dovrebbe rispolverare le Grandi Narrazioni del passato, del Ribelle e del Rivoluzionario, ma narrando un Ribelle di tipo nuovo, che tiri fuori la Rabbia e non si limiti a enunciare un elenco di Valori, come fa LeU.

E come abbiamo detto, il Ribelle ha bisogno di un nemico interno; ha bisogno di mettere in discussione il sistema dalle sue fondamenta; la sua voce è arrabbiata. Ma non c’è traccia di nemico nel racconto di LeU. Non c’è una visione del futuro. Non c’è rivolta. Non c’è rabbia. Il risultato è stato regalare alla destra peggiore la sana rabbia di tanti italiani…. Se si continua a guardare ai “valori” e non al “racconto” non si comprende il comportamento dell’elettorato…”.

E la sinistra radicale è attrezzata per farlo, da sempre. Nonostante la loro eccezionale preparazione teorica, i bolscevichi hanno conquistato il consenso nel paese con due slogan elementari: «pace, pane, terra» e «tutto il potere ai soviet». Pancia, pancia, e ancora pancia. Mica andavano in giro citando i Grundrisse. Redistribuire ricchezza e potere alla popolazione dovrebbe essere il punto di partenza di ogni movimento di sinistra radicale…I valori e le istituzioni (antirazzismo, antifascismo, i diritti civili, i sindacati) ne sono solo un’emanazione. La sinistra italiana ha commesso l’errore di aggrapparsi ai valori e alle istituzioni, e non si è accorta che la terra che la sosteneva non era più sotto i suoi piedi, come un Willy il Coyote qualsiasi.”.

 

Sia Luisi che Maturano ritengono centrali l’economia, il sociale, parlare al popolo, alle periferie, etc, insomma potenziare il “populismo di sinistra”. Solo che la “comunicazione politica” attuale sul Web e sui social passa forse più attraverso la conquista dei cuori e delle menti che delle pance – passa attraverso l’”egemonia culturale”, o sottoculturale nell’ infinita proliferazione di Pagine, Gruppi, profili Instagram che acchiappano milioni di followers egemonizzando il loro immaginario “anti-intellettuale”, la rivolta cinica e “ironica” da tastiera,  dell’ “ignorante” e dell’ “analfabeta funzionale”,  dello sfigato e  del macho di provincia  contro lo snobismo degli intellettuali e dei radical chic.  Ed è su questo terreno che trionfa la cosiddetta alt-right , la “destra alternativa” filo-trumpiana negli Stati Uniti, e dei suoi proseliti in Italia, e adesso anche in Brasile, che promuove la resurrezione di  “valori”, o meglio “emozioni” e stili di vita dichiaratamente reazionari, unpolitically correct, razzisti, xenofobi, misogini, e “immorali”.

 

In un articolo di due anni fa su Vice, il giornalista Vincenzo Marino si chiedeva appunto se esista anche in Italia una alt-right sul modello americano. Ai vertici dello schema interpretativo Marino pone quattro fenomeni:  i provocatori reazionari mainstream, la cultura troll, il bomberismo, e le bufale e il populismo online. (, https://www.vice.com/it/article/7b55vy/alt-right-italiana-provocatori-fake-news-bufale-troll-bomberismo-populismo. ). Di troll, bufale e populismo si è detto già così tanto che ormai riteniamo la loro presenza sul web di default. Più interessante invece il percorso che porta dai “provocatori mainstream”  o “opinionisti estremi” , tipo Vittorio Sgarbi, Vittorio Feltri, Giuseppe Cruciani, etc.  fino a tendenze particolarmente virali e diffuse nei social come il bomberismo e il suo analogo al femminile, l’ Alpha Woman, passando per gli apripista del fenomeno, cioè i bomber sciupafemmine come Vieri, Balotelli, Moscardelli, e, sul piano del linguaggio e dell’immaginario, i maestri del bomberismo: la Gialappa’s Band, Sandro Piccinini, Federico Buffa: “una tendenza che esalta comportamenti, linguaggi o personaggi un po’ abbietti solo perché veracemente abbietti. “. In parole povere, figa-calcio-alcol e cazzate. E su tutto questo poi arriva a metterci il cappello l’endorsement di Salvini.

Ma di bomberismo, Alpha Woman e simili tornerò a parlarne in un secondo post…

 

  1. continua

 

Margaret Atwood, Fantasie di stupro (Racconti Ed., 2018)

Da come ne parlano sulle riviste c’è da pensare che sia l’ultima trovata, e non solo, ma che sia qualcosa di eccezionale, una specie di vaccino contro il cancro. Lo sbattono a caratteri cubitali in copertina, e dentro pubblicano questionari come quelli in cui ti chiedono se sei una brava moglie o se sei endomorfa oppure ectomorfa, te li ricordi? con il risultato capovolto a pagina 73, e poi questo cosi fai-da-te, hai presente? STUPRO, DIECI COSE DA FARE, come se fossero dieci acconciature nuove o qualcosa del genere. Insomma, dove sarebbe la novità?”.

Nell’incipit del racconto “Fantasie di stupro” , la scrittrice canadese Margaret Atwood chiarisce subito che certamente il problema non è nuovo solo perchè riceve maggiore attenzione dai media

La cronaca purtroppo riporta spesso casi di stupro agghiaccianti in contesti di degrado sociale e morale. Come se non bastasse,  violenza sessuale, stupro, degrado associato ad alcolismo e droghe, machismo e sessismo di una violenza inaudita vengono rivendicati palesemente su Pagine e Gruppi social che si ispirano al cosiddetto “bomberismo”, tendenza fascistoide, razzista e xenofoba che si ispira all’ alt-right americana. A volte le Pagine e i Gruppi vengono chiusi da Facebook, ma poi rinascono con nuovi nomi.

Il racconto della Atwood è stato pubblicato per la prima volta nel 1977. Apparso in Italia nel 1991, viene adesso riproposto da Racconti Edizioni nella raccolta di 14 racconti dal titolo omonimo (aprile 2018; nella raccolta originale in inglese il titolo era Dancing Girls and Other Stories). Purtroppo questi racconti restano di estrema attualità. Allora le statistiche riportavano che “negli Stati Uniti c’è un omicidio ogni ventisette minuti. Una violenza sessuale aggravata si verifica ogni otto secondi» (Uniform Crime Report, 1977, in Eleanor Wachs, Crime Victim Stories: New York City’s Urban Folklore).

Nel Rapporto Istat sulla violenza sessuale del luglio 2018 si afferma chiaramente cherestano stabili le quote di donne vittime di violenza estrema (stupri e tentati stupri) e delle forme più efferate di violenza (uso o minaccia di usare una pistola o un coltello) e soprattutto è aumentata la gravità delle violenze sessuali e fisiche. Nel complesso (dato Istat 2014) quasi una donna su tre (31,5%), ha subito una qualche forma di violenza fisica o sessuale, il 3% (652mila donne) ha subito stupro e il 3,5% (746mila) tentato stupro. Più dell’80% degli stupri sulle donne italiane è stato commesso da un italiano. Gli stupratori stranieri sono il 15,1%.”

Mediamente ci sono, in Italia  negli ultimi anni, 12-13 stupri al giorno, circa 4000 l’anno, denunciati. Ma le denunce sono troppo poche. Sempre secondo l’ISTAT, nel 2014 hanno fatto denuncia di violenza sessuale solo l’11,4% delle donne italiane e il 17% delle straniere. Ben ¾ degli omicidi del 2016 sono stati commessi in ambito familiare.

” (https://www.infodata.ilsole24ore.com/2018/07/28/la-violenza-le-denunce-gli-stupri-italia-numeri-la-propaganda/).

Dati impressionanti, come si può ben vedere, che rendono estremamente attuale anche il racconto della Atwood.

 

Certamente la Atwood è una scrittrice che non si tira indietro rispetto a temi così drammatici, in cui sono così presenti paura e ansia. Estelle, la protagonista principale del racconto afferma:

«Mia madre dice sempre che non bisogna soffermarsi sulle cose spiacevoli e in genere concordo con lei, cioè, soffermarsi sulle cose spiacevoli non le fa scomparire. Tuttavia, a pensarci bene, anche non soffermarsi su mica le fa scomparire

Anche alla scrittrice piacerebbe smettere di pensarci e “osservare le ninfee”:

Sfortunatamente, non posso permettermelo. Non sarebbe bello se avessimo un mondo in cui tutto ciò che dobbiamo fare fosse contemplare la natura? Invece questo è il mondo in cui viviamo. Ed è tutto molto bello per qualche tizio che va per conto suo a spasso nei boschi. Una donna ci pensa due volte prima di farlo. O ci pensa due volte o è fuori di testa». (http://www.altrianimali.it/2018/04/15/perche-leggere-fantasie-stupro-margaret-atwood/).

Minimizzare il problema, non parlarne, per evitare l’ansia e le cose spiacevoli, significa ricondurlo alle fantasie di stupro delle colleghe di Estelle, che si immaginano lo stupratore come un bellissimo sconosciuto che entra dalle loro finestre, mentre spesso in realtà è qualcuno che conosci, e l’atto sessuale come un poetico momento di erotismo e non per quello che è in realtà, un atto di coercizione, di violenza, di ansia e di potere. Estelle si forza di rispondere alle colleghe suggerendo che le loro fantasie erotiche e la realtà brutale dello stupro sono ai poli opposti. Chi confonde le due cose lo fa a proprio rischio e pericolo.

Estelle offre allora alle sue colleghe “fantasiose” alcuni scenari, in modo da immaginare come poter reagire in una situazione di emergenza, e potersi difendere dallo stupratore.

Da Berlusconi a Grillo – 4 anni di post sull’ascesa del populismo nel periodo 2011-14

L’altro ieri mi sono accorto che questo blog ha ormai 7 anni, infatti è stato “fondato” il 2 ottobre 2011!  Quando dalla moribonda Splinder mi spostai su WordPress, la crisi economica internazionale apertasi nel 2008 era ormai dilagante e inevitabili le sue ricadute in Italia, così anche l’arzillo Cav. “Bunga Bunga” Berlusconi dovette dimettersi, il 12 novembre 2011. Le antenne o il sismografo  “interiori” cominciarono a captare nuovi segnali minacciosi, fin allora confinati nel pittoresco, e fra i primi post di quel fine anno ne comparvero alcuni dedicati alla Lega di Umberto “Donato” Bossi e alla cosiddetta “nuova destra”, “fantasy” o “radicale” – se ne occupava, all’epoca anche Wu Ming (a proposito di Tolkien), il “sociologo di strada” Valerio Marchi,  e qualche raro giornalista d’inchiesta .

 

Da quel momento in poi ho pubblicato parecchi post dedicati alla crisi economica e politica, con un picco nel 2013, anno delle elezioni politiche che portarono il M5S al 25 %, e il PD di Bersani al governo. I filoni d’indagine sono stati principalmente 3:

  1. La virulenza del fenomeno “estrema destra”, in Italia e in Europa, con relativi agganci storici a fascismo, nazismo, e temi come ecologia fascista, razzismo, xenofobia, caccia alle streghe;
  2. Il populismo, sotto tanti aspetti, compresi ovviamente il grillismo e l’antipolitica;
  3. La comunicazione politica e il rapporto col sistema mediatico nel suo insieme, compresi i nuovi social.

Curiosamente, all’emergere di questi filoni corrispondeva la quasi completa assenza di Berlusconi, (ma non del berlusconismo), e della cosiddetta “sinistra radicale”, in declino anche elettorale. Il populismo mediatico si è venuto definendo sempre più come l’argomento dominante. Non è un “pensiero politico” che si possa definire attraverso un’ideologia o una teoria critica, come in passato, ma un insieme confuso di risentimenti e mugugni che potremmo ricondurre alla cosiddetta ribellione delle masse (J.Ortega y Gasset), dell’”uomo comune” o qualunque, senza distinzioni sociali, ma comunque “in basso”, in un contesto di avanzato sviluppo della “società dello spettacolo” e del sistema mediatico. Non a caso in uno dei primi post al riguardo citavo un articolo del prof. Michele Prospero, “Da Grillo a Berlusconi, la politica delle barzellette”, tratto dall’Unità del 10 o 11 giugno 2011 (due anni prima il prof.Prospero aveva pubblicato il libro “Il Comico della politica. Nichilismo e aziendalismo nella comunicazione di Silvio Berlusconi“). Praticamente un passaggio di consegne fra i due comici dell’antipolitica, il nulla berlusconiano ereditato dalla seduzione antipolitica grillista.

Questo nulla si è venuto arricchendo, nella successione dei post, attraverso numerosi tags divenuti nel tempo ormai dei meme di inevitabile riferimento in questi anni, e tuttora validi, anzi trionfanti:

Comunicazione  politica , Cospirazionismo, complottismo, Social network , Stupidità  di massa,                 Pseudoscienze, Antipolitica , Bufale, fake news, Ciarlataneria, Marketing politico, Creduloneria,           Primitivismo, Giustizialismo, Nichilismo, Leadership carismatica, e tanti altri orbitanti attorno a questi.

Quel magma o mucillagine di massa (definizione del Censis) non si è canalizzato in rivolte, manifestazioni di piazza, assalti al palazzo, fatta eccezione di una ridicola rivolta dei Forconi nel 2013 (che ne fu la dimostrazione a contrario), ma attraverso l’assalto ai social e ai media mainstream, in un clima di campagna elettorale permanente, favorita peraltro da un succedersi ininterrotto di elezioni amministrative, politiche, europee, in cui il marketing politico, non solo grillino, ha potuto dimostrare il “meglio e il peggio” di sé.

Qui trovate l’elenco di alcuni post politici fra i più significativi nel periodo 2011-2014, con relativi tags principali. Nel 2015 l’attenzione è dedicata principalmente ad alcuni eventi internazionali: guerra in Siria, crisi greca, attentato al Bataclan. Buona lettura, per chi vorrà, e grazie di eventuali commenti, suggerimenti, e consigli.

 

2011

  • Alessandro Bresolin, “Quella camicia verde che fu nera”, 2.10.11, tratto da Carmilla/Fédéchoses Lega Nord
  • Cronaca (Wu Ming, Tolkien), “La destra fantasy: Tolkien e i Campi Hobbit”, 15.12.11,                                                                                Tolkien, Razzismo, CasaPound
  • Valerio Marchi, “La destra radicale dai Campi Hobbit a Casa Pound” (video) 12.11                                                                                         idem come sopra, naziskin

 

2012

 

  • Michele Prospero, “Da Grillo a Berlusconi”, 11.6.12 grillismo, media, comunicaz.politica
  • Ortega y Gasset, “Tecnica e primitivismo”, 12.6.12 masse, pseudoscienze
  • Perniola, “Idiocracy”, 4.8.12 stupidità, comunicazione di massa
  • Tozzi/J.Baudrillard, “Terremoti e Giustizia talebana”,23.10.12,
  • pseudoscienze, giustizialismo
  • Valerio Lucarini, “Terremoto de L’Aquila e Grandi rischi”, 1.12.12 media, giustizialismo

 

 

 

2013       

 

  • Gramsci, “Il popolo delle scimmie”, 23.2.13 grillismo, fascismo
  • Canetti, “Defezione dalla massa”, 25.2.13 massa, fascismo
  • Umberto Eco, Ur-fascismo, 5.3.13 fascismo, grillismo
  • “I meet up…”, 14.3.13                       grillismo, social network
  • Perniola, “Il governo dei peggiori”, 20.3.13 grillismo, filosofia
  • “Il metodo Kaizen”, 2.4.13 grillismo, psicologia
  • Sternhell, “C’est Boulanger…”, 17.4.13 grillismo, populismo
  • Baudrillard , “Il debito mondiale”, 22.5.13 economia
  • “Treviso tolleranza zero”, 10.6.13                                     fascismo, razzismo
  • Robert Kurz, “Populismo isterico”, 25.7.13 grillismo, populismo
  • Ecologia fascista, Staudenmeier , dal 11.8 al 30 settembre ecologia, fascismo
  • L’onda (film), 1.9.13 fascismo, cinema
  • Caldiron, Estrema destra, 8.9.18                             fascismo, populismo, razzismo
  • Ortega y Gasset, “Primitivismo”, cit. 6.10.13                           massa, primitivismo
  • Mario Perniola, “Oltre il nichilismo e il populismo” 22.10.13 nichilismo, populismo
  • “Il lato oscuro della leadership” 10.13                                  leadership carismatica
  • Sterling, “Panico morale” 2.11.13                        giustizialismo, capro espiatorio, media
  • Morozov, “L’algoritmo di Morozov” 15.11.13 internet, media
  • Ginsberg/Shefter, “La politica con altri mezzi” 11.13               isteria, media, populismo
  • Art “Fascismo 2.0” 12.13                                                fascismo, grillismo, media
  • Art “L’insurrezione di FN e Forconi” 7.12.13 fascismo, populismo, xenofobia
  • Bronner, “La democrazia dei creduloni” 11.12.13 populismo, media
  • Anselm Jappe, “Romanticismo e Rivoluzione”, 21.12.13 populismo, rivoluzione

 

 

 

2014

  • Perniola, “Miracolismo mediatico”, 1.1.14                                     comunicazione, media
  • “Il rogo dei libri”, 2.2.14        fascismo, grillismo, populismo
  • M5S, Lo stile paranoico della politica”, 25.2.14 cospirazionismo, complottismo, media
  • Collective Misinformation (bufale e complotti) , 22.3.14 complottismo, bufale
  • Dal Lago, “Il marketing politico-virtuale”.16.3.14 Casaleggio, Internet, marketing politico
  • Quit the Doner, “Il patriarca paranoico”, 29.3.14, grillismo, antipolitica
  • Feynman, “Culto del Cargo”, 3.5.14                        tecnologia, magia, creduloneria
  • Baudrillard, “Il mito del Cargo”, 25.5.14 tecnologia, magia, consumismo
  • “New Miracle Elixir – Adolfo Pirelli & Grullum Circus”, 13.6.14   grillismo, populismo, ciarlataneria
  • Wu Ming, “Renzi e la comunicazione politica”, 17.11. 14  politica, media, populismo
  • Mind Invaders, Alieni e complotti, 1.12.14 complottismo, cospirazionismo
  • McLuhan, Tribal Sound of Politics, 12.14                       media, tribalismo
  • Savonarola e Grillo – Carisma e spettacolo, 7.12.14           carisma, spettacolo, media

 

Il Ribelle, il Guerriero, il Saggio

Ribelli 5 stelle contro saggi PD!

https://not.neroeditions.com/ribelli-5-stelle-saggi-pd/

Fabrizio Luisi, sceneggiatore per il web, la televisione e il cinema.

 

Interessante articolo che mette a confronto le ragioni per le quali la comunicazione politica delle due forze al governo, M5S e Lega, è risultata vincente rispetto a quelle del PD e della sinistra in generale, che in materia si sono rivelate scarsamente incisive o subalterne.

La comunicazione politica è anzitutto “storytelling”,  scontro di storie, ossia una vera e propria guerra per l’egemonia degli archetipi: il Ribelle (M5S e Sinistra radicale), l’Uomo Comune (M5S), il Guerriero o Soldato  (Salvini), il Saggio (PD), il Mago (Renzi), il Guaritore (Merkel), il Sovrano (Berlusconi). Si potrebbe aggiungerne altri, come ad esempio il Giudice (LeU), il Rivoluzionario (Potere al Popolo), il Seduttore, il Padre, la Madre, l’Amazzone, etc. L’archetipo si traduce in una narrazione attraverso una voce singolare, unica, una leadership: una voce per una storia, un solo Guerriero, un solo Saggio, un solo Sovrano, etc.

 

 

Gli archetipi attualmente vincenti al Governo sono un mix del Ribelle e dell’Uomo comune per quanto riguarda il M5S, e del Guerriero per la Lega. Mentre la storia del M5S sembra giunta al culmine, quella della Lega, del “Guerriero” sembra appena iniziata e in ascesa. Il ribellismo dell’Uomo Comune “trova compimento nella rimozione dello status quo. Arrivato al governo, il Ribelle ha compiuto il suo arco narrativo. La sua storia è finita. Al contrario, l’archetipo della Lega – il Guerriero – è ancora al primo atto: l’Invasore alle Porte, la Richiesta d’Aiuto, l’Investitura da parte della Comunità. Adesso inizia la guerra. La storia della Lega è appena iniziata.”.

Nonostante i successi apparentemente repentini, una narrazione richiede tempo per affermarsi. Soltanto dopo una lunga contesa con Fratelli d’Italia e Casapound Salvini e la sua Lega hanno potuto ottenere l’egemonia narrativa sull’archetipo del Guerriero, grazie all’intensità e alla coerenza con cui l’ha incarnato. Fratelli d’Italia ha creato una sua figura di amazzone ma anche madre (la Meloni), e le due cose non si combinano bene insieme; CasaPound è stata costretta a darsi un’apparenza di rispettabilità, meno bellicosa, per farsi accettare dal mondo degli adulti.

Per quanto riguarda il PD post-Renzi l’autore non può non rilevare anzitutto un’incredibile incompetenza comunicativa, e anche un arretramento rispetto alla storia , alle grandi narrazioni della sinistra, in cui si fondevano “strategia e tattica, visione su lungo termine e soddisfazione dei bisogni primari delle persone… In sintesi quella capacità di parlare alla pancia, al cuore, e alla testa della popolazione, attribuendo pari dignità a queste differenti esigenze”. In mancanza di una narrazione coerente la comunicazione PD è diventata puramente reattiva, e si è risolta in invettive contro il “populismo”, in difesa delle “istituzioni”, percepita come difesa dello statu quo, o della “competenza” (in senso altezzoso).

Fino alla crisi economica apertasi nel 2008 il PD,  il centro-sinistra in generale,  ha basato la sua narrazione sull’archetipo del Saggio (competenza, serietà, affidabilità, responsabilità), caratteristica della Prima Repubblica e in parte della Seconda (Fanfani, Moro, Ciampi, Prodi, Monti..).  La figura del Saggio, dominante nella narrazione europea post-bellica, è comunque entrata in crisi da molto tempo, principalmente a causa del crollo della reputazione degli esperti. In reazione a questo declino è stata proposta la narrazione del Mago, Renzi, in grado di riassumere e rivitalizzare le figure del Saggio e del Guaritore, grazie alla sua capacità di  “trasformare rapidamente la realtà, violando le leggi naturali “. Con la sconfitta al referendum la magia renziana della velocità è svanita, e con essa anche la voce narrativa del PD, che non ha più espresso alcun racconto, consentendo alle contro-narrazioni avversarie di straripare. Il ritorno al Saggio, Gentiloni, non è stato sufficiente, non ha avuto spazio narrativo, e la comunicazione del PD è diventata sterile e semplicemente reattiva, non più dominante. A meno di individuare una figura di Saggio o di Sovrano credibile, riconosciuta e ben raccontabile, il PD potrebbe far ricorso alla narrazione del Guaritore dei mali prodotti dall’attuale governo, in vista di un eventuale dopoguerra, che lascerà “ferite e macerie”. Ma, appunto, occorre che la guerra in corso faccia tutto il suo percorso.

Nel frattempo il PD ha perso per strada quel che era rimasto dell’anima sociale, e socialista, PCI o post-PCI.  E qui vengono i dolori della Sinistra nel suo insieme, da quella moderata a quella “radicale”, da quella ex PCI a quella rivoluzionaria. Secondo l’autore, la sinistra radicale dovrebbe incarnare l’archetipo del Ribelle, e forse, ancor più l’archetipo del Rivoluzionario (pancia, cuore, e testa), che però scompare sullo sfondo, come una generica Grande Narrazione che fu, e che è stata ormai archiviata. Non resta allora che narrare un Ribelle di tipo nuovo, che tiri fuori la Rabbia e non si limiti a enunciare un elenco di Valori, come fa LeU, che “invece si è presentata in giacca e cravatta, con il rispettabile e molto poco ribelle volto di Grasso” (il Giudice).

“E come abbiamo detto, il Ribelle ha bisogno di un nemico interno; ha bisogno di mettere in discussione il sistema dalle sue fondamenta; la sua voce è arrabbiata. Ma non c’è traccia di nemico nel racconto di LeU. Non c’è una visione del futuro. Non c’è rivolta. Non c’è rabbia… Il risultato è stato farsi superare a sinistra non solo dal M5S (per esempio su ecologismo e reddito di cittadinanza), ma anche dal Papa (che usa senza vergogna la parola capitalismo, al contrario della sinistra italiana). Il risultato è stato regalare alla destra peggiore la sana rabbia di tanti italiani…LeU non è esistita. Non ha espresso alcun racconto coerente con l’archetipo della sinistra, che è il Ribelle, e che, lo ripetiamo, prevede un Nemico e una radicale messa in discussione dello stato di cose presente. Se si continua a guardare ai “valori” e non al “racconto” non si comprende il comportamento dell’elettorato”.

Non a caso Potere al Popolo, quasi assente nella maggior parte d’Italia, ha ottenuto un risultato importante, offrendo una versione del Ribelle sganciata dalla narrazione dell’Uomo Comune. Questo spazio politico c’era, c’è, anche se nessuno, a parte Potere al Popolo, si è degnato di occuparlo per tempo.

“E la sinistra radicale è attrezzata per farlo, da sempre. Nonostante la loro eccezionale preparazione teorica, i bolscevichi hanno conquistato il consenso nel paese con due slogan elementari: «pace, pane, terra» e «tutto il potere ai soviet». Pancia, pancia, e ancora pancia. Mica andavano in giro citando i Grundrisse. Redistribuire ricchezza e potere alla popolazione dovrebbe essere il punto di partenza di ogni movimento di sinistra radicale…I valori e le istituzioni (antirazzismo, antifascismo, i diritti civili, i sindacati) ne sono solo un’emanazione. La sinistra italiana ha commesso l’errore di aggrapparsi ai valori e alle istituzioni, e non si è accorta che la terra che la sosteneva non era più sotto i suoi piedi, come un Willy il Coyote qualsiasi.”.

 

Ray Bradbury “Il sorriso”

Ray Bradbury, “Il sorriso”

(“The Smile”, racconto incluso in S is for space, Doubleday & Co., 1966)

“The Smile” è un racconto post-apocalittico di Ray Bradbury ambientato nell’anno 2061 in una città devastata dalla guerra nucleare.  Gli ultimi sopravvissuti distruggono sistematicamente ogni cosa del precedente passato, giudicato responsabile del deserto atomico in cui vivono – libri, giornali, arte, fabbriche, macchine, aeroplani, tutto viene esposto all’odio, “controllato cerimonialmente”, della folla, durante le “feste” di distruzione.. Ora è il turno della “Mona Lisa” venir esposta non all’ammirazione ma all’odio. La gente in fila non vede l’ora di sputare sull’immagine della Gioconda di Leonardo. Un uomo, Grigsby, spiega a un ragazzo, Tom, che la civiltà non tornerà mai, nessuno la vuole. Adesso tutti odiano ciò che li ha rovinati, la civiltà del passato. Un altro uomo risponde che potrebbe sopportarne un po’, “c’erano delle macchie di bellezza in essa”. Un giorno verrà qualcuno con immaginazione e cuore, e la ripristinerà, “qualcuno con un’anima per le cose belle”. Quando arriva il turno di Tom, guardando la Gioconda sente il cuore battere forte, ed una specie di musica interna. “Quanto è bella!”…

Può la bellezza artistica, messa al bando dalla tirannìa di una società regredita alla pura sussistenza, restituire almeno in parte un’idea di civiltà sia pure rattoppata?

 

“Nella piazza della città la coda si era formata alle cinque di mattina, mentre i galli cantavano fuori dal paese gelido e non c’erano fuochi.
Tutto intorno, fra gli edifici rovinati, piccole nubi di foschia si erano prima strette, ma ora con la nuova luce delle sette iniziavano a disperdersi. Giù per la strada, in due e tre, più persone si stavano riunendo per il giorno del mercato, il giorno di festa.
Il piccolo ragazzo si sollevò immediatamente dietro a due uomini che stavano parlando rumorosamente nell’aria aperta, e tutti i suoni che loro facevano sembravano due volte più alti a causa del freddo. Il piccolo ragazzo batteva i piedi e soffiava sulle sue mani rosse, screpolate, e sollevò lo sguardo sui vestiti sporchi e scadenti degli uomini, e giù lungo la fila di uomini e donne avanti a lui.

“Ecco, ragazzo, cosa stai facendo così presto fuori? ” disse l’uomo dietro a lui.
“Prendo il mio posto nella fila”, disse il ragazzo.
“Perché non corri via, e lasci il tuo posto a qualcuno che lo apprezzi?” ,
“Lascia il ragazzo in pace”, disse l’uomo davanti, girandosi improvvisamente.
“Io stavo scherzando”. L’uomo dietro mise la sua mano sulla testa del ragazzo.
Il ragazzo la scosse via freddamente. “Penso solo che sia strano, un ragazzo fuori dal letto così presto.”
“Questo ragazzo è un apprezzatore delle arti, vi farò sapere”, disse il difensore del ragazzo, un uomo chiamato Grigsby. “Quale è il tuo nome, ragazzo? ”
“Tom.”
“Tom, ecco, è qui per sputare in modo perfetto , vero Tom? ”
“Certo “.

La risata passò giù per la fila.
Un uomo stava vendendo tazze rotte di caffè caldo davanti a lui. Tom lo guardò
e vide il piccolo fuoco caldo e l’infuso bollire in un tegame arrugginito. Non era caffè in realtà. Proveniva dalle bacche che crescevano sui campi oltre la città, e costava solo un penny una tazza per scaldare i loro stomachi; ma non ne erano state comprate molte, non tutti avevano delle ricchezze.
Tom fissò davanti a lui il luogo dove la fila finiva, oltre le pietre delle mura, distrutte dalle bombe.

“Dicono che lei sorride”, disse il ragazzo.
“Sì, lei lo fa” disse Grigsby.
“Dicono che lei è fatta di olio e tela.”
“Vero. E quello è ciò che mi fa pensare che lei non è quella originale. L’originale, ora, ho sentito, fu dipinta su legno molto tempo fa.”
“Dicono che lei è vecchia di quattro secoli.”
“Forse di più. Nessuno sa di che anno è, con sicurezza.”
“È del 2061! “.
“Quello è ciò che dicono, ragazzo, sì. Bugiardi. Potrebbe essere 3,000 o 5,000, per quel che ne sappiamo. Le cose erano in una confusione terribile in quel tempo. Tutto ciò che abbiamo ora sono piccoli pezzi.”

 

Trascinavano i piedi lungo le pietre fredde della strada.
“Quanto tempo passerà prima di vederla? ” chiese Tom inquieto.
“Solo alcuni minuti. L’hanno sistemata con quattro aste di ottone e una corda di velluto, tutte idee per tenere lontano il popolo. Ora sappi, nessuna pietra, Tom; loro non permettono di gettargli pietre contro.”
“Sì, signore.”

Il sole sorse in alto nei cieli, portando calore che fece andar via lo sporco dai cappotti e dai grassi capelli degli uomini.

“Perché siamo tutti qui in fila? ” chiese Tom alla fine.
“Perché siamo tutti qui a sputare? ”
Grigsby non lanciò uno sguardo a lui, ma si rivolse al sole. “Bene, Tom, ci sono molte ragioni”.

Allungò distrattamente la mano per prendere il pacchetto che era andato lungo la tasca per una sigaretta che non era là. Tom aveva visto il gesto un milione di volte.

 

“Tom, lo devi fare con odio. Odi per ogni cosa del Passato. Ti chiedo, Tom, come siamo arrivati in tale stato, le città sono tutte a pezzi, le strade sono come dei puzzle per le bombe, e in mezzo i campi di granoturco emettono luce radioattiva di notte? Non è questo uno schifo ti chiedo? ”
“Sì, signore, suppongo di sì.”
“È così, Tom. Tu odi qualunque cosa che ti ha buttato giù e ti ha rovinato. E’ la natura umana. Non pensandoci, forse, ma è comunque la natura umana.”
Non c’è proprio niente o nessuno che non odiamo”, disse Tom.

“Giusto! L’intero sanguinoso gruppo di quella gente del Passato che correva per il mondo. Così noi siamo in un giovedì mattina senza niente nei nostri stomachi, al freddo, vivendo in caverne e così, non fumiamo, non beviamo, non facciamo niente eccetto le nostre feste, Tom ,le nostre feste.”

E Tom pensò alle feste di alcuni anni prima. L’anno in cui strapparono tutti i libri nella piazza e li bruciarono e ognuno beveva e rideva. E la festa della scienza un mese fa quando trascinarono l’ultima automobile e fecero una selezione secondo il destino (picked lots) ed ogni uomo fortunato che vinceva aveva il permesso di colpire con un martello la macchina.

“Ti ricordi quello, Tom? Ti ricordi? Perché, ho rotto il finestrino anteriore, il finestrino, capito? Mio Dio, fece un bel suono! Crash! ”
Tom poté sentire il vetro che cadeva in brillanti mucchi.
“E Bill Henderson, colpì il motore. Oh, fece un lavoro intelligente, con grande efficienza. Wham! ”

 

Ma la miglior festa tra tutte queste, ricordò Grigsby, fu la volta che colpirono una fabbrica che ancora stava tentando di costruire aeroplani.

“Dio, noi stavamo per farla scoppiare! ” disse Grigsby. “E poi trovammo lo stabilimento del giornale ed il deposito delle munizioni e li facemmo esplodere insieme. Capito, Tom? ”
Tom imbarazzato. “Suppongo”.

Era mezzogiorno. Ora gli odori della città rovinata stavano nell’aria calda e le cose strisciavano fra gli edifici caduti.

“Non ritornerà mai, signore? ”
“Cosa, la civiltà? Nessuno la vuole. Non io! “.
“Io potrei sopportarne un po’”, disse l’uomo dietro ad un altro uomo. “C’erano delle macchie di bellezza in essa”.
“Non preoccupatevi delle vostre teste”, gridò Grigsby. “Non c’è neanche posto per quello.”
“Ah”, disse l’uomo dietro all’uomo “Qualcuno verrà un giorno con immaginazione e la ripristinerà. Ricorda le mie parole. Qualcuno con un cuore.”
“No”, disse Grigsby.
“Io dico di sì. Qualcuno con un’anima per le cose belle. Potremmo tornare a un genere di civiltà limitata, il genere dove noi potremmo vivere in pace.”
“Prima cosa, tu sai che c’è la guerra! ”

“Ma forse in seguito potrebbe essere diverso.”

Finalmente stavano in piedi nella piazza principale. Un uomo in sella stava cavalcando in lontananza nella città. Aveva un pezzo di carta nella sua mano. Nel centro della piazza c’era un’area circondata da corde. Tom, Grigsby e gli altri stavano raccogliendo la loro saliva e muovendosi in avanti – muovendosi in avanti preparati e pronti, con gli occhi larghi. Tom sentì il suo cuore battere fortemente ed agitatamente, e la terra sotto i suoi piedi nudi era calda.

“Andiamo, Tom, voliamo ! ”

Quattro poliziotti stavano in piedi agli angoli dell’area circondata dalle corde, quattro uomini con pezzi di cordicella gialla sui loro polsi per mostrare la loro autorità sugli altri uomini. Loro erano lì per impedire il lancio violento delle pietre.

“Da questa parte”, Grigsby disse all’ultimo momento, “ognuno sente di avere la possibilità di vederla,capisci, Tom? Andiamo, ora! ”
Tom stava in piedi di fronte al dipinto e lo guardò per molto tempo.

“Tom sputa! ”
La sua bocca era asciutta. “Sbrigati, Tom! Muoviti! ”
“Ma”, disse Tom, lentamente “lei è Bella! ”
“Ecco, sputerò io per te! ”

 

Grigsby sputò ed il missile volò nella luce del sole. La donna nel ritratto sorrise serenamente, segretamente a Tom, e lui le ricambiò lo sguardo, il suo cuore batteva, sentiva come una musica nelle sue orecchie.
“Lei è bella”, disse.

La fila precipitò nel silenzio. Prima sgridarono Tom perché non si muoveva in avanti, poi si girarono verso l’uomo a cavallo.
“Come lo chiamano questo, signore? ” chiese Tom tranquillamente.
“Il ritratto? Mona Lisa, penso. Sì, la Mona Lisa.”
“Ho un annuncio”, disse l’uomo a cavallo. “Le autorità hanno decretato che oggi a mezzogiorno il ritratto nella piazza sarà dato nelle mani del popolo, così che possiate partecipare alla sua distruzione.”

Tom non ebbe neanche il tempo di gridare, prima che la folla lo urtasse, gridando e colpendo tutto intorno, e correndo verso il ritratto.
C’era un suono acuto lacerante. La polizia correva per scappare. La folla gridava, le loro mani come uccelli affamati, beccavano il ritratto. Tom si sentì spingere verso il ritratto rotto. Allungandosi di nascosto tra gli altri,lui prese una piccola parte della tela oleosa, la strappò, sentì prendere la tela, poi precipitò, fu calciato, e rotolò verso i margini della folla. Sanguinante, con i vestiti strappati, guardò vecchie donne masticare pezzi di tela, uomini rompere la cornice, calciare stoffa sbrindellata, e lacerarla in piccoli pezzi.
Solo Tom stava in piedi da parte, silenzioso nella piazza movimentata. Guardò la sua mano.
Afferrò il pezzo di tela stretto al suo petto, nascosto.

“Ehi là, Tom! ” urlò Grigsby.

Senza una parola, singhiozzando, Tom corse.  Corse fuori e giù per la strada distrutta dalle bombe, in un campo, attraverso un ruscello poco profondo, senza guardare indietro, e strinse saldamente la sua mano, piegandola sotto il suo cappotto.
Al tramonto arrivò al piccolo villaggio e lo attraversò. Alle nove raggiunse la fattoria rovinata. Intorno, nel mezzo-silo, nella parte rimasta ancora in piedi, sotto la tenda, lui sentì il suono del sonno, la famiglia – sua madre, padre, e fratello. Lui scivolò rapidamente, silenziosamente, attraverso la piccola porta o e si mise a disegnare.

“Tom? ” chiamò sua madre nel buio.
“Sì.”
“Dove sei stato? ” urlò suo padre. “Ti picchierò di mattina.”
Qualcuno lo calciò. Suo fratello, che era andato a lavorare il loro piccolo pezzo di terra.
“Vai a dormire”, gridò sua madre, debolmente.

Un altro calcio.
Tom riprese fiato. Tutti erano calmi. La sua mano era stretta al petto, saldamente. Lui stette così per mezzora, poi chiuse gli occhi.
Poi sentì qualcosa, ed era una luce bianca e fredda. La luna rosa molto alta e la luce della piccola piazza si muoveva nel silo e lentamente venne la pelle d’oca sul corpo di Tom. Dopo, e solamente dopo, rilassò la sua mano. Lentamente, attentamente, ascoltando quelli che dormivano intorno a lui, Tom si portò avanti la mano. Lui esitò, inspirò nel suo fiato, e poi, aspettando, aprì la sua mano e appiattì il piccolo frammento di tela dipinta.
Tutto il mondo era addormentato nel chiaro di luna.
E là sulla sua mano c’era il Sorriso.
Lo guardò nell’illuminazione bianca del cielo di mezzanotte.
E pensò, tra sé e sé, quietamente, al Sorriso, al bel Sorriso.

Un’ora più tardi lui poteva ancora vederlo, anche dopo che l’aveva piegato attentamente e l’aveva nascosto. Chiuse i suoi occhi ed il Sorriso era lì nell’oscurità. Ed ancora era là, caldo e cortese, quando lui andò a dormire ed il mondo era silenzioso, e la luna navigò su e giù per il cielo freddo,  verso il mattino.”

In Italia leggi razziali, come nel 1938? (Domenico Stimolo)

http://www.labottegadelbarbieri.org/in-italia-leggi-razziali-come-nel-1938/

  • «sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane»
  • «programmazione di 500.000 espulsioni di migranti irregolari»
  • «chiusura di tutti i campi nomadi irregolari».

Così si legge nel programma politico dell’alleanza di Governo Lega-5Stelle:

  • Punto 18. POLITICHE PER LA FAMIGLIA E NATALITÀ

«È necessario rifinanziare gli Enti Locali dando priorità al welfare familiare (come ad esempio il sostegno per servizi di asilo nido in forma gratuita a favore delle famiglie italiane...».

Sembra proprio la vendetta a freddo sulla proposta di legge “Ius soli”Riforma dei diritti di cittadinanza che, purtroppo – vilmente, senza rispetto per i tantissimi cittadini che avevano firmato la proposta, dopo svariati anni di immersione nel “cantiere legislativo” – fu definitivamente abbandonata dalla precedente maggioranza governativa, senza discussione e voto.

Il progetto, chiaramente discriminatorio, è volutamente finalizzato a creare gabbie ai bambini che non hanno la cittadinanza italiana. Si vogliono strutturalmente emarginare e penalizzare le tante famiglie di cittadini non italiani che sono presenti in Italia. La gran maggioranza di queste, inserite nel tessuto sociale, lavorano e pagano regolarmente tasse e contributi vari, compreso le strutture locali che gestiscono gli asili. L’intento è particolarmente odioso in quanto rivolto contro i bambini.

In questa maniera si diverge sostanzialmente dall’articolo 3 della nostra Costituzione «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza discriminazione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali».

  • Punto 23, CAMPI NOMADI

«Il dilagare dei campi nomadi, negli ultimi anni, l’aumento esponenziale di reati commessi dai loro abitanti e le pessime condizioni igienico-sanitarie a cui sono sottoposti ha reso tale fenomeno un grave problema sociale con manifestazioni esasperate soprattutto nelle periferie urbane coinvolte.

Ad oggi circa 40 mila Rom vivono nei campi nomadi e il 60 per cento sono minori.

Sono pertanto necessarie le seguenti azioni: chiusura di tutti i campi nomadi irregolari in attuazione delle direttive comunitarie; contrasto ai roghi tossici; obbligo di frequenza scolastica dei minori pena l’allontanamento dalla famiglia o perdita della responsabilità potestà genitoriale. In ogni caso, proponiamo di intervenire per il pieno superamento dei campi Rom in coerenza con l’ordinamento dell’Unione Europea».

Chiudere, per fare cosa? A questa elementare domanda nel testo Lega-5Stelle non c’è nessun accenno di risposta. Poiché non sono previste sistemazioni alternative, la qual cosa dovrebbe essere elementarmente scontata (le normative europee prevedono adeguate sistemazioni abitative), si può facilmente immaginare che l’applicazione di questa “scrittura” porti o alla dispersione nel territorio, con tutte le conseguenze negative del caso a partire dai diretti interessati, o alle espulsioni di massa dall’Italia.

Dato il sentimento che regge il testo è semplice supporre che l’azione possa mirare alle espulsioni di massa. Queste però sono proibite dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (Trattato di Nizza il 7 dicembre 2000)  e dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (firmato a Roma il 4 novembre 1950). Infatti, i cittadini dell’Unione europea sono liberi di circolare e soggiornare. I Rom (chiamati erroneamente nomadi) sono di fatto cittadini europei, compresi quelli – a maggior ragione – che di fatto sono italiani in virtù delle normative vigenti. L’allontanamento o l’espulsione può essere assunta solo nei riguardi di singole persone.

Retorica, propaganda, decisionismo autoritario? Aspettiamo ansiosi le ulteriori notizie del corso d’opera.

  • Punto 13 IMMIGRAZIONE: RIMPATRI E STOP AL BUSINESS

«Occorre prevedere, contestualmente, l’individuazione di sedi di permanenza temporanea finalizzate al rimpatrio, con almeno una sede per ogni regione, previo accordo con la Regione medesima, e con una capienza sufficiente per tutti gli immigrati irregolari, presenti e rintracciati sul territorio nazionale, garantendo la tutela dei diritti umani.

Ad oggi sarebbero circa 500 mila i migranti irregolari presenti sul nostro territorio e, pertanto, una seria ed efficace politica dei rimpatri risulta indifferibile e prioritaria.

Ai fini dell’espletamento delle procedure e dell’effettivo rimpatrio, il trattenimento deve essere disposto per tutto il periodo necessario ad assicurare che l’allontanamento sia eseguito in un tempo massimo complessivo di diciotto mesi, in armonia con le disposizioni comunitarie».

La parola magica utilizzata nel testo è “rimpatrio”, cioè tornare in patria. A leggere sui vari dizionari in auge in Italia, alla parola Patria si associa un territorio abitato da un popolo che “sente” come valore fondamentale l’appartenenza, per nascita, lingua, storia, tradizioni, cultura e coesione. Come ben noto i dizionari non hanno l’obbligo di rivedere in maniera strutturale i significati delle parole in proporzione alla scala del tempo. Se banalmente si dovessero prendere in considerazione i giganteschi processi di emigrazione – per guerre, fame, voglia di cambiamento, di libertà, di libera circolazione degli umani come già codificato per le merci – che hanno caratterizzato la storia di tutti i continenti della nostra Gaia Terra negli ultimi 150 anni, con centinaia di milioni di persone che si sono spostate dal suolo natio, il concetto di Patria muterebbe radicalmente. La Patria è dove si vive! Dove si costruisce il percorso di vita, si generano i figli, si intrecciano relazioni sociali, si contribuisce alla crescita comune e all’evoluzione civile e democratica. Integrandosi, quindi, per lingua, cultura, storia, mantenendo anche le proprie tradizioni in una veste modificata, nel rispetto delle leggi vigenti. A maggior ragione, se si viene comandati ad andare in guerra, pur essendo “diversi”, come avvenuto con grandi proporzioni di coinvolgimento di popolazioni nell’emisfero occidentale nel corso degli ultimi due eventi mondiali. Restando solo negli ultimi 500 anni di storia, se guardiamo solamente al “nuovo continente”, le Americhe del sud e del nord, che per il volere delle potenze colonialiste, dopo lo sterminio dei popoli indigeni, sono state ampiamente “ripopolate” da decine di milioni di umani, uomini, dome e bambini, in condizioni di schiavitù, dopo essere stati rapiti dai luoghi nativi in Africa.

Un filone di pensiero – libertario e di sinistra, forte e partecipativo, democratico nella maniera più complessiva dopo l’avvenuta sconfitta del nazifascismo – ha provveduto a rimodulare in maniera sostanziale il significato del termine Patria. Nel corso degli ultimi due secoli grandi movimenti popolari, sociali e politici, con molti uomini e donne che dedicarono la vita, si sono mossi per ridefinire operativamente il concetto di Patria. In Europa, in particolar modo, sulla bilancia della storia e nella formazioni delle coscienze (sottoposta sempre alle pressioni delle mutazioni) pesano in maniera gigantesca i cento e più milioni di morti e mutilati sacrificati “sull’altare” della prima e seconda guerra mondiale. L’immane catastrofe fu determinata dall’esaltazione del concetto di Patria, dalla presunta superiorità rispetto al confinante, quindi della “razza”, gli “eletti” che dovevano asservire con la forza gli “inferiori”. In testa i manovratori, avvelenatori delle coscienze popolari, per fare prevalere gli interessi economici e finanziari da essi rappresentati.

La Patria fu identificata con la realizzazione operativa del nazionalismo. Il male supremo che ha avvelenato l’Europa, giusto per restare nel nostro contesto geografico. Verbo trainante del pensiero politico e ideologico delle destre. Ora il morbo nefasto è di nuovo riemerso dal fondo della palude melmose. Alligna in molti Paesi. L’Italia né diventato esempio.

Irregolari” sono definiti gli Esseri Umani che approdati in Italia (o in Europa), spesso provenienti da situazioni drammatiche caratterizzate da guerre, lancinante miseria, devastazioni ambientali, contesti liberticidi, hanno perso per vicissitudini varie – essenzialmente di natura gestionale -, nella stragrandissima maggioranza, il riconoscimento della Protezione Umanitaria o del Diritto di Asilo/Permesso di Soggiorno. I moderni “Lor Signori” li hanno quantificati in 500.000 persone. Per molti è bastato perdere il lavoro regolamentare (come successo a molte persone di cittadinanza italiana) per cadere, loro e le famiglie, nell’inferno della “irregolarità”.

Quindi, stante il programma di governo Lega-5Stelle, sono tutti da espellere. Sono sparsi in tutti i Comuni della penisola. Come si fa ad individuarli selettivamente, a metterli assieme, pronti per il “rimpatrio”? In quanto tempo, con quali metodi? Vogliono adottare rastrellamenti di massa?

Ma i Paesi nativi sono pronti a riceverli? Le persone coinvolte – extracomunitarie – appartengono ad alcune decine di nazionalità. Gli accordi che ad ora sono stati stipulati, nel corso di tanti anni, si possono contare sulle dita di una mano.

In attesa delle definizione di questi ipotetici accordi che, dato il contesto generale dei rapporti internazionali non verranno, dove vorranno tenerli? Vorrebbero realizzare «sedi di permanenza temporanea finalizzate al rimpatrio, con almeno una sede per ogni regione». Sarebbero luoghi di detenzione veri e propri, di lunga durata, in attesa di una soluzione che mai verrà!

Si prefigura una situazione di gravissimo allarme democratico, umanitario, di coesione con le norme costituzionali.

Stante i propositi di questi Lor Signori, riguardo le tre “voci” evidenziate: espulsioni irregolari, chiusura campi Rom, non accesso alla gratuità degli asili nidi, complessivamente sarebbero oltre 700.000 gli Esseri Umani coinvolti e fortemente discriminati.

Quando nel 1938 da parte del regima fascista furono varate le leggi razziali avendo come epicentro i cittadini di religione ebraica gli “interessati” residenti in Italia superavano di poco le 47.000 unità. Quelle leggi riguardavano anche le persone di altre provenienze, i cosiddetti “negri”, che essenzialmente vivevano nelle cosiddette colonie italiane in Africa.

Siamo ancora di fronte a un progetto: a data odierna (19 maggio) non si è ancora costituito un Governo che dovrebbe rendere operativo le “inventive” di merito. Anche se ormai pare che i “giochi” siano fatti. Serve un grande scatto di orgoglio civile e democratico, per uscire dal grande sterile torpore che da dopo le elezioni del 4 marzo contraddistingue i cittadini che hanno a cuore le regole costituzionali, i principi umanitari, i dettami internazionali di solidarietà, di uguaglianza, di antirazzismo fra gli Esseri Umani.

Questi propositi Lega-5stelle devono essere respinti con grande convincimento e fermezza operativa. Le organizzazioni sociali e religiose, partiti, sindacati, l’associazionismo civile, che hanno a cuore le fondamenta democratiche del nostro Paese, devono con grande urgenza uscire dalla palude del silenzio, ponendosi alla testa di un grande fronte popolare (è questo il giusto termine) forte, motivato, coinvolgente e pacifico, che abbia l’inderogabile obiettivo di mantenere i requisiti universali che caratterizzano uno Stato democratico e i princìpi sostanziali di convivenza, di solidarietà e di rispetto nei riguardi dei cittadini di tutte le provenienze. Per sconfiggere i vecchi e i nuovi fascismi sempre più ringalluzziti che mirano alla formazione di una cosiddetta “terza repubblica”, mirata a cancellare la memoria storica del nostro Paese costituita dal nerbo portante della Resistenza contro tutte le forme di oppressioni.

 

Silvia Milani, Universal Robots, Delos Digital, nov.2016

dagli albori delle prime civiltà all’epoca del GPS, gli androidi hanno sempre avuto un ruolo all’interno delle più diverse tradizioni culturali e hanno compiuto un emozionante cammino evolutivo con l’uomo.Docili feticci imbambolati o crudeli macchine di sterminio? Dotte entità fluttuanti o cataloghi antiquari del corpo umano?

“Quelli di Čapek non erano più i tempi dei meccanismi a orologeria, delle bambole perturbanti, dei servitori magici e delle anatre da salotto: mentre l’autore concepiva i suoi robot, l’umanità scivolava sulle rapide del progresso, trasportata dai sistemi automatici industriali, dall’elettricità, dall’aviazione, dalla radio e dal telefono. Funzionalità, efficienza, semplificazione e soprattutto velocità, plasmavano e, per alcuni, assoggettavano lo spirito di una nuova civiltà.”

In una recente conversazione un mio amico nerd mi ha illustrato la sua curiosa idea di voler realizzare un’immagine 3D della sua “ragazza perfetta”, una combinazione virtuale di alcune caratteristiche a lui gradite di una ragazza vera di cui si è invaghito con le possibilità offerte da programmi di animazione o DAZ. Senza escludere una versione robotica o tramite stampante 3D, come quelle offerte da realdoll.com. Non so cosa ne verrà fuori, forse mi nasconderà tutto o quasi, ma non senza continuare a parlarmene enfaticamente.

Mi sono ricordato che Silvia Milani accenna a realdol.com nel suo saggio intitolato Universal Robots – La civiltà delle macchine, subito dopo aver parlato della mitica androide (o meglio, ginoide) Hadaly (dal romanzo Eva Futura di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, 1886) e del manichino Cynthia dei Magazzini Saks, divenuta poi, oltre che regina dei salotti newyorkesi,  anche conduttrice di una rubrica giornalistica e di un programma radiofonico e, nel 1938, attrice nel film Artists and models abroad.

Il termine androide, creatura artificiale dalle sembianze umane,  divenne popolare proprio con il romanzo di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, che racconta la storia della ginoide  Hadaly, progettata e costruita da Thomas Alva Edison (!) “allo scopo di dar vita a una nuova Eva, o meglio, a una seconda progenie di creature in grado di riscattare l’Eva decaduta e restituire così nuove speranze “scientifiche” all’umanità”. Il confronto uomo/androide  ci riporta non solo a Olimpia, la bambola meccanica dell’Uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann (1815), ma anche, inevitabilmente, alle più recenti ginoidi, (la Rachael di Blade Runner) fino alle partners ideali che oggi si possono acquistare sul sito realdoll.com, “scegliendo in un catalogo molto ricco il volto, il corpo, il tono dell’incarnato, la lunghezza delle unghie, il colore dei capelli, degli occhi, la carnosità della bocca, la conformazione dei genitali e altri dettagli anatomici personalizzati”. Create come oggetto sessuale,

finiscono spesso per ornare e accompagnare l’intera quotidianità del proprietario. Sembra infatti che proprio nel momento in cui l’immaginario si realizza iperrealisticamente nel corpo della bambola, esso perda la sua carica dirompente, diventando un feticcio imbambolato della routine.”.

Su bambole perturbanti, Eve future, automi e robot dall’antichità ad oggi ci eravamo già confrontati a inizio decennio sui nostri rispettivi blogs di allora, Dead Channel Surfing (il mio) e alleedelisleadam (il suo). Fra il 2008 e il 2010 avevo pubblicato una serie di post dedicati alla robotica e all’automatizzazione in generale, con le sue vaste implicazioni di tipo sociale, economico, storico, psicologico, etico, nell’ambito più generale dell’immaginario fantascientifico, in particolare quello cyberpunk e steampunk. Fra vecchi e nuovi films (The Day The Earth Stood Still, Die Puppe, The Mechanical Man, etc.), cortometraggi, articoli sugli automata di P. Jaquet-Droz  o sui robot nell’Era Vittoriana, strani oggetti steampunk, comics ed eventi, figuravano appunto anche alcuni contributi di Silvia Milani, studiosa attentissima del fenomeno, laureata in Lettere con una tesi sulla genesi del robot nell’immaginario del Futurismo. Fra questi ricordo un paio di post su R.U.R (Rossum’s Universal Robots) di Karel Čapek (1921)., uno su futuro e letteratura e un quarto su Il robot nell’uomo.

Già in questi post era evidente l’interesse dell’autrice per i continui rimandi  storici e culturali. Così i robots di Čapek vengono confrontati con la leggenda del Golem, l’Introduzione alla cibernetica di Norbert Wiener, le riflessioni di Jean Baudrillard sui simulacri e sul virtuale. col Progetto Genoma Umano di Craig Venter, ma anche con la Storia filosofica dei secoli futuri di Ippolito Nievo (1860), in cui lo scrittore parla della Creazione e moltiplicazione degli omuncoli (2066- 2140). Senza dimenticare gli automi di Jacquet-Droz, il taoismo o i pensieri di Blaise Pascal.

 

In questo suo saggio intitolato giustamente Universal Robots, l’autrice si muove agilmente fra automata e androidi, robot e replicanti, fra passato e futuro, fra immaginario e realtà, riassumendone i passaggi fondamentali con un brioso stile narrativo che sollecita la curiosità del lettore ad andare avanti e a approfondire ulteriormente l’argomento, anche dal punto di vista filosofico.

 

L’Introduzione in questo senso è già fatale, perchè ci conduce con mano sapiente dai primi automata di Alessandria d’Egitto (IV e III sec a.C.) agli orologiai del Sei-Settecento, dall’oca di Vaucanson agli studi sul corpo e sull’anatomia (Vesalio, Susini) fino a Galvani, Volta, lo steam man ottocentesco e, dulcis in fundo, le visioni futuristiche di Ippolito Nievo, del sociologo Mario Morasso (La nuova arma: la macchina, 1905), e “naturalmente” di Filippo Tommaso Marinetti con  il suo “universo meccanico di locomotive, aeroplani e automobili, destinato ad accrescersi al ritmo delle industrie e dei cantieri”.

Alcuni decenni dopo, nel 1950,  il teorico della cibernetica Norbert Wiener pubblicò la sua Introduzione alla cibernetica sottotitolata  L’uso umano degli esseri umani. Il passaggio dal futuristico Regno della Divina Luce Elettrica (Marinetti) ai rischi concreti dell’abitudine all’automatismo mette naturalmente i brividi. Di mezzo ci sono evidentemente due guerre mondiali. All’ottimismo fino ad allora rivolto ad automi e civiltà delle macchine subentrano le prime riflessioni critiche, e dal perturbante analizzato da Freud si passa ai replicanti di Blade Runner, il film diretto da Ridley Scott (1982) ispirato al racconto di Philip Dick “Il cacciatore di androidi”. Nel frattempo l’ingegnere cibernetico giapponese Masahiro Mori aveva pubblicato i risultati delle sue analisi sperimentali sulla percezione umana di robot e androidi, in uno studio intitolato La valle perturbante (in inglese The Uncanny Valley, 1970).

Il capitolo  su “La macchina umana: dall’omuncolo al robot”  ci introduce all’odierna tematica della robo-etica,  ovvero delle “implicazioni morali di un possibile uso criminoso delle macchine intelligenti” (robot, droni, armi “autonome”). Lo spunto iniziale è la Storia filosofica dei secoli futuri fino all’anno 2222 di Ippolito Nievo. Gli omuncoli, “detti anche uomini di seconda mano, o esseri ausiliari”, costituiscono il precedente ottocentesco dei robot di R.U.R.  Secondo Nievo verranno costruiti a Liverpool nel 2060 da due costruttori di macchine per cucire. Il famulus (“servitore”) sarà un calzolaio, un automa che riproduce non soltanto i movimenti meccanici del corpo, ma anche la capacità di sentire “la differenza e il valore degli ostacoli in cui si abbattono”, ottimizzato per essere il più possibile produttivo. I due soci finiscono per litigare, e l’uno fa uccidere l’altro da un altro omuncolo creato allo scopo. Come si regoleranno i giudici su questo delitto? Il mandante dell’omicidio verrà condannato a morte. Ma cosa fare dell’artificial man che è di fatto l’assassino, seppure “sprovvisto della capacità di comprendere”? La giuria di Nievo non ha dubbi, e fa decapitare anche lui “come reo di materiale omicidio premeditato e consumato”.

Ma come comportarsi nel caso in cui un drone, oggi, ad esempio un drone fattorino di Amazon,  dovesse commettere un crimine? E nei confronti delle armi cosiddette autonome  (Lethal Autonomous Weapon Systems)?  Il dibattito sulla robo-etica investe anche l’ONU, che dovrebbe stilare una lista dei dispositivi da bandire o limitare in caso di conflitti. Sono preferibili droni che vanno in guerra senza controllo umano, o droni pilotati  in remoto?

Queste e altre questioni che investono diverse discipline (informatica, sociologia, diritto, teologia etc.) riguardano inoltre non soltanto gli eventi bellici ma sempre più “diversi ambiti delle relazioni sociali, della politica tra Stati, dell’ambiente, dell’economia e della giustizia, sempre più vicini all’uomo”, a causa dell’impatto di congegni “sempre più invasivi e sostitutivi”. Quali saranno le ricadute “sociali” delle sperimentazioni belliche?

Questo sempre più è stato anticipato, ci ricorda l’autrice, in film come Crash o Tetsuo, che ricordano l’elettricità sessuale di Marinetti:

“In queste rappresentazioni i protagonisti rispondono unicamente al richiamo d’una corrente vitale che comunica con il mondo gelido delle forze e dei meccanismi; quel mondo che Gregory Bateson (1903-1980) ha definito, con un prestito da Jung e lo gnosticismo, il Pleroma.”

A questo livello non è facile stabilire le differenze fra androidi ed esseri umani (immaginari e reali). Bisognerebbe affidarsi, secondo Pascal, ai sentimenti, che però sono falsificabili. Al contrario, l’amore fra Primus ed Elena, i robot amanti di RUR, potrebbe essere considerato autentico. Di conseguenza “la geografia ufficiale, in un prossimo futuro, avrà il dovere di segnalare l’esistenza di una sempre più estesa Valle perturbante tra il mondo del Pleroma e quello della Creatura”.

 

 

Nella Terza e conclusiva parte del saggio, la Milani rivisita dunque alcuni dei fondamenti, sia classici che meno noti, di questa “geografia ufficiale”, alcuni dei quali abbiamo avuto modo di conoscere in precedenza: i robot di Čapek, naturalmente, l’estetica della velocità futurista, Mario Morasso e il suo wattman (La nuova arma: la macchina, 1905) e le teorie cibernetiche di Norbert Wiener e Masahiro Mori. Lasciamo qui al lettore la curiosità e la responsabilità di approfondire per proprio conto questa nuova geografia del futuro, non senza un messaggio di speranza e di amore   🙂

 

 

A questo punto Alquist ha la prova certa che i due robot si amano. Spalanca la porta del laboratorio, ordina loro di uscire e di stare insieme per sempre. Si siede poi alla scrivania, fa cadere tutti i libri che ha di fronte e raccoglie da terra una Bibbia:

E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, li creò maschio e femmina. E Dio li benedisse e disse loro: Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo…

Quando l’uomo si allontana dalla scena e il sipario sta per calare, in cima al cumulo di volumi sul pavimento troviamo aperto il libro di Mario Morasso. Tra quelle righe che vibrano e sbuffano il gas di un motore a scoppio, leggiamo:

E non ci sembrerà più impossibile che in un avvenire lontanissimo sia sparsa per il mondo una specie vivente, nuovissima e chimerica, una folla strana di individui metallici, di automi invulnerabili, mostruosi e docili, genitura vera dell’uomo e forse sua erede e continuatrice sul nostro pianeta assiderato. (Mario Morasso, op.cit.)

 

Amen.

Silvia Milani, laureata in Lettere con una tesi sulla genesi del robot nell’immaginario del Futurismo, insegna lettere e si occupa da freelance di editing, scrittura creativa e editoria. Ha curato numerosi contenuti per la sezione “letteratura italiana” di Oilproject, sito di e-learning. Vive e lavora a Pesaro