Il neofascismo repubblichino di sinistra – FattoQuotidiano, laRepubblica, HP e altri disastri

Convergenze parallele

  • 17 maggio 2017

http://www.wittgenstein.it/2017/05/17/convergenze-parallele/

Sul Foglio di ieri il direttore Claudio Cerasa ha scritto una cosa lunga in risposta a un articolo di Eugenio Scalfari: un po’ per difendere la rilevanza del suo quotidiano, diminuita da Scalfari, un po’ per controaccusare Scalfari di una cosa molto fondata: di essere stati – lui e un grosso pezzo di persone cosiddette di sinistra (“la sinistra scalfariana”, dice Cerasa) che si sono fatte rappresentare e guidare negli anni passati da Repubblica – in sostanza “i cattivi maestri” del grillismo, predicando e praticando per anni uno sventato giustizialismo demagogico e missionario che ha coltivato il consenso successivo per gli slogan del M5S.

È inutile girarci attorno ed è inutile cercare perifrasi. La sinistra alla Scalfari – quella cioè che considera come moralmente inferiore tutto ciò che non fa parte del pensiero progressista – non è solo una sinistra che ha incatenato il pensiero progressista rendendolo irrilevante per una vita, ma è anche una sinistra che ha disseminato in giro per l’Italia un concime che oggi ha prodotto i suoi frutti e che in un certo modo costituisce il terreno che ingrossa i fusti del populismo italiano. Scalfari oggi stenterà a crederci, ma il grillismo è un derivato limpido e chiaro della sinistra scalfariana. Di una sinistra, per capirci, che ha scelto per una vita di trasformare la questione morale nella sua stella polare. Di una sinistra, per intenderci, che ha scelto per una vita di delegare ai magistrati il compito di moralizzare un paese. Di una sinistra, per continuare, che ha scelto di far diventare la parola moralismo e la parola giustizialismo facce della stessa medaglia e che, per una vita, si è specializzata in una serie di attività culturali, che queste sì hanno avuto una rappresentanza culturale di assoluto rilievo, che si sono contraddistinte per avere una serie di caratteristiche chiare. La tendenza a utilizzare la magistratura per conseguire obiettivi politici. La tendenza a risolvere per via giudiziaria la complessità dei problemi della politica. La tendenza ad attribuire un aprioristico favore ai magistrati dell’accusa. La tendenza a far proprie tutte le battaglie combattute dalla magistratura. La tendenza a considerare i magistrati figure sempre più mitizzate, come giustizieri senza macchia e senza paura, custodi dei valori etici di una società civile, idealizzata e contrapposta a una politica corrotta. La tendenza ad alimentare la corsa a chi era il più puro tra i più puri. La tendenza, come disse Enrico Berlinguer nella famosa intervista concessa a Eugenio Scalfari il 28 luglio del 1981, a issare sul galeone della sinistra la bandiera della questione morale, “diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”.
L’educazione siberiana scalfariana ha avuto involontariamente il “merito” di asfaltare la stessa strada che oggi stanno percorrendo i grandi (e veri) demagoghi italiani ed è una strada dove per viaggiare veloci si utilizzano gli stessi mezzi spicci consigliati per una vita dalla sinistra scalfariana: la presunzione di innocenza è un optional; il moralismo è il giusto surrogato del riformismo; le battaglie politiche è legittimo combatterle anche per via giudiziaria; la gogna è uno strumento accettabile per far fuori un avversario politico; e inevitabilmente il rispetto della pubblica morale diventa il criterio principale con cui valutare i soggetti della politica. Un tempo, l’approccio scalfariano, poi ereditato da Ezio Mauro, oggi rinnegato da Mario Calabresi, coincideva con l’Italia anti berlusconiana dei Palasharp. Quell’Italia però non ha prodotto un’alternativa al centrodestra (a meno che non si consideri il movimento 5 stelle o Articolo 1 una grande alternativa di governo) ma paradossalmente ha prodotto un’Italia che non aveva altra alternativa se non quella di scaricare l’agenda Scalfari – il moralismo come strumento di lotta politica – per provare a rimettere insieme i cocci di una sinistra grillizzata prima ancora
dell’arrivo in politica di Beppe Grillo.

 

L’analisi è accurata e condivisibile, e chiarissima la sintesi finale: “una sinistra grillizzata – da Repubblica (e da derive del PD) – prima ancora dell’arrivo in politica di Beppe Grillo”, è l’aggiornamento di quello che andiamo dicendo da tantissimi anni sulla “sinistra che è uguale alla destra“. Il M5S ha radunato – depoliticizzandole – le attrazioni fasciste di destra e quelle di sinistra (è un paese fascista culturalmente, dice Michele Serra oggi).
Quello che avrei aggiunto all’analisi di Cerasa è la sua dimostrazione matematica più palese: ovvero che ciò di cui “la sinistra scalfariana” è stato un più educato incubatore – il fascismo “di sinistra” del Fatto Quotidiano – e Repubblica un imbarazzato tentativo di imitazione quando ha capito che ne sarebbe stata usurpata, ha oggi naturalmente trovato il suo nuovo nido nel M5S, assai più confortevole di quello della sinistra, che qualche resistenza a quegli eccessi antidemocratici ogni tanto continua a manifestarli. Il Palasharp è diventato vaffanculo leggendo il Fatto, prima che Repubblica. E se è vero che indubbiamente hanno vinto loro – la predicazione giustizialista della “sinistra scalfariana” è diventata la cultura di mezzo paese, il M5S quasi il primo partito, il Fatto il suo cantore (leggete con quale rivendicazione antidemocratica viene democraticamente ospitato a Torino) – è anche vero che il sequestro di quei temi da parte di Grillo ha permesso a una più benintenzionata parte del PD di liberarsene (su Repubblica forse è presto per dirlo) e di essere oggi per questo – al contrario di quel che si racconta – più di sinistra di ieri, sui diritti, sul garantismo, sul progresso civile, su un’idea di comunità condivisa invece che divisa. Ma perché questo sviluppo abbia un futuro bisogna non darlo mai per ottenuto, che le inclinazioni alla demagogia violenta e capricciosa non mancano per niente – lo chiamano già “grillorenzismo” o simili –  tra i seguaci dell’attuale segreteria del PD, né i “populismi” vili in certe scelte della maggioranza (non parliamo poi di quanto fattoquotidianismo permanga a Repubblica).

 

p.s. del giorno dopo. C’è un intervento di Michele Serra, esatto e sacrosanto, ma che non attenua di una virgola la contestazione di cui si parla, e anzi rischia di suonare come un “non accetto lezioni”, o “avete cominciato voi”.

Bruce Sterling, Panico morale e caccia alle streghe nell’era di Internet

Un tempo si chiamava caccia alle streghe, ricerca del capro espiatorio, pogrom, maccartismo, etc. Nell’epoca dei mass-media e di Internet si chiama moral panic, panico morale, secondo la definizione datane dal sociologo Stanley Cohen nel suo libro Folk Devils and Moral PanicsThe Creation of the Mods and the Rockers, 1972

La differenza attuale consiste nel fatto che gli episodi di moral panic costituiscono per molte parti politiche, in particolare quelle cosiddette “populiste” (Trump, Putin, Farage, Le Pen, MSS etc.) una strategia politica quotidiana, che sostituisce completamente i programmi politici e le strategie tradizionali (come si vede appunto nel caso della Casaleggio-MSS Associati)

“Alle volte la politica di tutti i giorni viene interrotta con violenza da un evento perverso e odioso, talmente inaccettabile da mettere in crisi l’intero sistema. A quel punto la corruzione palese, il cinismo e la corrosione degli ideali divengono improvvisamente intollerabili. Come l’infedeltà all’interno di un matrimonio, si tratta di una trasgressione così volgare ed esasperante, un affronto così grave da non poter essere risolto con la ragione o con la burocrazia. Anni di indefesso servizio pubblico e di stabilità tecnocratica non possono porvi rimedio. Intimidazioni, recriminazioni, tintinnio di sciabole, singhiozzi istrionici e un collettivo torcere di mani sono all’ordine del giorno: è il panico morale.

Il panico morale non comporta una riforma politica. Lo si capisce dai risultati politici che ne conseguono: non ve ne sono, non cambia nulla di ciò che conta veramente. Generalmente durante l’episodio di panico un gruppo o una persona vengono usati come capro espiatorio e puniti severamente. Tuttavia, quando il panico finalmente si riassorbe, nessuno si sente più felice, più sicuro, più rassicurato o più a suo agio. Il governo che ha sofferto il panico non diventa più giusto o più efficiente, non si pone rimedio a nessuna ingiustizia; niente funziona meglio o diventa più logico, e nessuna delle crisi incalzanti viene risolta, regolata o chiarita. C’è stata solamente una breve orgia catartica pubblica con strappo di capelli…

 

Il panico morale è il leitmotiv politico doc dell’era dell’informazione.

Se il mondo dell’era dei network è perseguitato da episodi di panico morale c’è una buona ragione: non esiste nient’altro che scuota l’indifferenza generale.

Provocare un episodio di panico morale è una tattica che promette bene. Un tecnocrate che ha esaurito le proprie risorse preme il bottone del panico. E’ meglio accendere un fuoco diversivo e magari dare avvio a qualche utile e precipitosa fuga di massa che dichiararsi completamente irrilevanti rispetto al corso degli eventi.

Quel che passa per regolamentazione e politica di Internet è solo sensazionalismo, battage pubblicitario, disastri, scandali, sussulti improvvisi e un lontano, soffocato, martellamento.”

(Bruce Sterling, Tomorrow Now, Mondadori, 2004, p.138)

 

BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

(New York Times e stelle schizoidi)

by Ipazia

 

http://movimentocaproni.altervista.org/blog/bizzarro-popolo-gli-italiani/

 

Certi fenomeni della situazione politica italiana sono come i quadri. Bisogna guardarli da lontano per vedere meglio l’insieme perchè a vederli troppo da vicino si rischia di farsi sfuggire particolari importanti.
Forse è per questo che la stampa estera nota, e con molta chiarezza evidenzia, che il Re Beppe Grillo è nudo, come il famoso bambino della fiaba. Cioè quello che tutti qui in Italia vedono ma in pochi osano dire per paura di ritorsioni o per essere dalla parte della ggente.
Nel giro di pochi giorni è accaduto che R.S.F. ha detto a chiare lettere che in Italia l’informazione è condizionata e intimidita dal Movimentocinquestelle e tutto il suo purtroppo ormai enorme seguito.
Il N.Y.T. ha scritto che il Movimento di Beppegrillo continua a fare propaganda antivaccini, cosa che è sotto gli occhi di tutti da sempre.
Ciò che stupisce non è ciò che all’estero viene affermato ma la reazione degli adepti e del loro Guru che con incredibile faccia di bronzo dichiara di non essere mai stato contro i vaccini.
Basta digitare sul motore di ricerca ‘Beppe Grillo e vaccini’ per trovare decine di filmati e articoli che dimostrano il contrario. Ma come tutti i cialtroni il pluripregiudicato grida al complotto contro di lui, addirittura sarebbe un complotto internazionale e tutti i suoi seguaci si uniscono a lui nel coro di proteste. Hanno paura….stiamo vincendo…. Ho letto qualche commento secondo il quale si sarebbe addirittura scomodata la CIA perchè le elezioni si avvicinano e vogliono mettere in cattiva luce Beppe. La cosa che sarebbe comica se non fosse triste è che scorrendo i commenti si evince un forte spirito antivaccinista e allo stesso tempo gli adepti negano che il Movimentocinquestelle sia antivaccinista.
E’ difficile sostenere sia una cosa che il suo contrario, ma è quello che succede quando un Movimento cerca di raccattare consensi ovunque e comunque, quando si è ‘Nè a destra, nè a sinistra ma avanti’ quando si sfrutta il malcontento per il proprio tornaconto, quando si parla alla pancia della gente.
E quindi si è antieuro ma anche no, antivaccinisti ma anche no, capo di un movimento politico che annulla le votazioni, da e toglie il simbolo ma anche no, anche solo portavoce.
Quindi si nega che gli articoli del Sacro Blog siano stati visti e approvati dal Capo quando si rischia una querela: io non c’ero e se c’ero dormivo.
Nel Belpaese, invece, quello che ha dato i natali a Benito Mussolini e alla sua follia perchè in tanti, troppi, erano accecati dal suo populismo e non ne percepivano l’enorme pericolosità, i nuovi fascisti vengono coccolati e assecondati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, in parte per paura di ritorsioni, in parte per assecondare quella che pare essere la ‘volontà popolare’.
Non si spiega in altro modo il fatto che un giornalista si faccia umiliare da un pagliaccio lasciandosi dire ‘Se vuoi l’intervista dammi prima il numero di telefono di tua mamma che voglio parlare di te con lei’ senza reagire.
Non si spiega che il pagliaccio possa dire ‘Guardate, questi sono giornalisti, ricordatevi le loro facce’ senza che gli stessi reagiscano quantomeno alzandosi e mandandolo dove lui è abituato a mandare chiunque non la pensi come lui.
Ricordo le lettere senza risposta di Paolo Flores D’Arcais che ritenevo un giornalista intelligente, umiliato dall’esaltato di Genova.
Questo clima di accettazione dell’assurdo, questo assecondare la follia e le contraddizioni di uno psicopatico solo perchè piace alla gente, da parte di buona parte della stampa ma anche da parte di molti politici privi dei necessari attributi, mi fa pensare allo stesso clima che immagino ci fosse in Italia nel periodo che precedette la nascita del fascismo.
Quando tutti coloro che ora fingono di non vedere ciò che è evidentissimo, e cioè che questo è un teatro dell’assurdo nel quale un pazzoide può affermare qualunque sciocchezza e poi negare di averla detta, allora sarà troppo tardi. Allora tutti negheranno di essere mai stati grillini, com’è successo con Mussolini, com’è successo con Berlusconi.
^^^^
“Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti.
Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani.
Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.”
– Winston Churchill –

 

 

Fernand Braudel, Napoli capitale d’Italia

A proposito di Capitale d’Italia, e di alcune buone ragioni per trasferirla da Roma a Napoli

 

“Grazie all’orgoglio aristocratico e alla timidezza dolorosa, Londra non è che una popolosa collezione di eremiti: non è una capitale. Vienna è solo un’oligarchia di duecento famiglie circondate da centocinquantamila artigiani o domestici che li servono: neppure quella è una capitale. Napoli e Parigi sono le due sole capitali.”  (Stendhal, 1822)

NAPOLI

secondo Fernand Braudel

sophia-loren-movies-you-have-to-see_e6b4d578_m

Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d’oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell’astuzia necessarie.

Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell’Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era – e di gran lunga – , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all’altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?

Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa…..Non dimentichiamolo, essa sarà l’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente.

Ma l’errore dell’Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità….Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.

Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di “vetrina del Sud” e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d’aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull’intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.

Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.

Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione. Pensiamo al suo abbagliante Settecento – che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni – in cui essa dona all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere – ne è testimone Galiani – alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.

Questo non è che passato? Forse. Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.

E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti…..Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma…..

Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poichè non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data.

Articolo sul Corriere della Sera, 1983

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

119899-md

Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

119901-md

La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

Trolls

I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

giustizieri1-512x247

 

Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

Il Nuovo Presidente

juicio y castigo

(nel caso qualcuno non abbia ancora capito come funziona…)

 

Jimmy Morales, 46 anni, segretario del Frente de Convergencia Nacional, partito nazionalista di destra, è il nuovo presidente del Guatemala. La schiacciante vittoria sulla candidata dell’Unidad Nacional de la Esperanza, Sandra Torres, ottenuta con il 67,44% delle preferenze e un milione di voti in più non lascia spazio ai dubbi, Morales – maglietta della nazionale guatemalteca indosso – è sceso in campo al momento giusto e ha sbaragliato la concorrenza dei tradizionali partiti politici del Paese, travolti dagli scandali di corruzione e pressati dalle inedite mobilitazioni popolari degli ultimi mesi.

All’anagrafe il suo nome sarebbe James Ernesto Morales Cabrera ma nel 2011 ha deciso di cambiarlo nel più telegenico – e gringo – “Jimmy Morales”. È alla prima esperienza nell’amministrazione pubblica, non avendo mai ricoperto un incarico politico in passato, ma nonostante ciò non è un volto nuovo per i guatemaltechi e le guatemalteche, avendo condotto per 18 anni un programma satirico di successo sulle reti nazionali. Il programma politico di Morales si è imposto scandendo con durezza e verve televisiva le parole d’ordine della lotta alla corruzione, della sicurezza nazionale e inneggiando al governo degli onesti e degli incensurati. Discorsi già sentiti anche in Italia, che dietro la negazione del proprio agire, riassunta nella parola “antipolitica”, celano pratiche reazionarie e conservatrici…

continua a leggere:

http://www.carmillaonline.com/2015/10/27/il-nuovo-presidente-del-guatemala-un-comico-appoggiato-dallala-piu-reazionaria-dellesercito/

 

 

M5S-Grillo-Casaleggio-autoritari2

 

 

La terza autodistruzione dell’Europa a guida tedesca – Emmanuel Todd

La crisi greca rivela la frattura fra l’Europa del Nord e quella del Sud

 

 

merkel-bild

 

via http://www.herodote.net/index.php

Traduzione & editing : vincent

 

 

In un’intervista molto dura al giornale belga Le Soir del 10 luglio, lo storico e antropologo francese Emmanuel Todd ha denunciato la risposta autoritaria e suicida di Berlino e Bruxelles alla crisi greca:

« L’Europa è diventata un sistema gerarchico, autoritario, “austeritario”, a guida tedesca…E’ un’Europa controllata dalla Germania e dai suoi satelliti baltici, polacchi, etc….Tsipras sta probabilmente polarizzando questa Europa del Nord contro l’Europa del Sud”.

“Il lato tragico della situazione è che l’Europa è un continente che nel corso del XX secolo, in modo ciclico, si suicida sotto la guida tedesca. C’è stata prima la guerra del 1914, poi la Seconda Guerra Mondiale. A quel punto il continente diventa molto più ricco, pacifico, demilitarizzato, vecchio, artritico. In questo contesto rallentato, come al ralenti, si sta senza dubbio per assistere alla terza autodistruzione dell’Europa, e di nuovo sotto la guida tedesca…”

La crisi greca mette in rilievo le profonde differenze fra le due Europe, la cui opposizione culturale è « anch’essa antica come l’Europa »:

I Paesi del Sud sono realmente influenzati dall’universalismo romano, dunque istintivamente dalla parte di un’Europa ragionevole, cioè di un’Europa la cui sensibilità non è autoritaria e masochista, che ha compreso che i piani di austerità sono autodistruttivi e suicidi…Al contrario, i paesi del Nord sono piuttosto centrati sul mondo luterano – comune ai due terzi della Germania, a due paesi baltici su tre, ai paesi scandinavi – a cui si aggiunge il satellite polacco – Polonia cattolica ma mai appartenuta all’impero romanoe i socialdemocratici sono impiantati nelle zone protestanti della Germania. Ancora di più al nord, ancora più opposti ai “gaudenti cattolici” del sud…

Secondo Todd, “l’Euro è il buco nero dell’economia mondiale”, e se la Grecia uscisse dalla zona euro ciò mostrerebbe agli altri paesi che ne uscirebbe molto meglio senza di esso, a maggior ragione perché vi sono tanti altri interessati a rimetterla in sesto, “a cominciare dagli Americani”.

 

we-are-not-merkels-colony

 

E il ruolo della Francia in questa frattura nord-sud?

Per lo storico francese, “i due terzi della Francia profonda sono dalla parte dell’Europa del Sud”. François Hollande deve imporsi e sostenere i Greci, altrimenti si ripeterà la storia del regime del maresciallo Pétain:

Per Hollande è il momento della verità. Se lascia cadere i Greci, finisce storicamente dalla parte dei socialisti che hanno votato i pieni poteri al maresciallo Pétain. Se i Greci vengono massacrati in un modo o nell’altro con la complicità e la collaborazione della Francia, allora si saprà che al potere c’è la Francia di Pétain”.

Quel che s’è visto dal 2011 è l’incredibile ostinazione delle élites europee – e in particolare delle élites francesi neo-vichyste, un misto di zombies cattolici, banchieri e spregevoli alti funzionari – di voler far durare questo sistema che non funziona…L’Europa si è ostinata in un’incredibile attitudine di scacco economico che evoca infatti un elemento di follia”.

 

2_€_Grecia

 

(intervista a cura di William Bourton, http://www.herodote.net/Todd_On_assiste_a_la_3e_autodestruction_de_l_Europe_sous_direction_allemande_-article-1513.php)

 

 

 

greek shall immediately

Grecia : 5 ragioni per un’Altra Europa – Etienne Balibar

pericle“Qui ad Atene facciamo così”

Come i Greci nella stragrande maggioranza, anche i Francesi sono per la costruzione europea, ma la vogliono del tutto differente.

Etienne Balibar, filosofo, 7 luglio 2015

http://www.liberation.fr/debats/2015/07/07/les-raisons-de-la-passion-francaise-pour-la-grece_1345074

Perché i francesi seguono con tanta passione i passaggi successivi della “crisi greca”, come se ne dipendesse la loro propria sorte? Ma perché ne dipendono. Ciascuno di noi ha le sue ragioni personali, professionali, intellettuali. Ma la ragione di fondo è politica: è l’attualità della politica, la sua resistenza alla “governance”, la sua capacità di riconquistare il posto che essa deve occupare in una società di uomini liberi.

Ecco cinque ipotesi, che ritengo condivisibili, ma di cui sono l’unico responsabile.

 

(traduzione: vincent)

 

pericle stato

 

La prima è che i cittadini francesi (e altri) hanno seguito con passione la lotta intelligente, ostinata, coraggiosa, di un governo e dei suoi dirigenti, decisi a rispettare il mandato di cui erano stati investiti. Abbiamo capito progressivamente che l’obiettivo delle “istituzioni” e della “grande coalizione” che governa in questo momento l’Europa non era di far uscire la Grecia dalla catastrofe nella quale l’hanno condotta i “piani d’aiuto”, né di aiutarla a riformare le sue strutture “corrotte”, ma di costringerli a una rinuncia umiliante, affinchè l’esempio non si diffondesse a macchia d’olio. In occasione del referendum, essi hanno capito che le informazioni diffuse da Bruxelles, dall’Eurogruppo, etc., e in gran parte ricambiate dalla nostra stampa, erano false, distorte. C’erano delle alternative!

La seconda, è che essi stanno prendendo le misure del problema di riattivare la democrazia, da cui dipende la legittimità dei poteri che ci rappresentano in ciascun paese e in Europa. I greci danno un esempio e pongono un problema, al quale, certo, essi non possono apportare da soli delle soluzioni. L’argomento martellato da settimane: “La volontà popolare di una nazione non può prevalere contro i trattati”, è divenuto: “Essa non può prevalere contro la volontà delle altre 18 nazioni”. E’ vero. Occorrerebbe infatti che anche queste vengano consultate, nelle forme attive che vengono messe in opera da Tsipras e dal suo governo. Il livello di esigenza democratica sta per montare in Europa.

 

greek delay

 

La terza, è che i greci incarnano un’autentica modalità di sinistra nell’opposizione all’orientamento dominante della costruzione europea. Essi fanno a pezzi lo stereotipo del “populismo” (o degli “estremismi”, che sarebbero confusi in una stessa demagogia e una stessa ostilità di principio alla costruzione europea). Tsipras è pro-europeista e contro la politica della finanza. Non abbiamo nulla di questo in Francia, dove la contestazione si rivolge piuttosto verso il Fronte Nazionale. Questo ci interessa e ci interroga.

Di qui la terza ragione : quale politica di sinistra oggi?

Quale discorso, quali pratiche militanti, quali obiettivi per una sinistra degna di questo nome nel XXI° secolo?

In Francia viviamo un momento deprimente, fra una sinistra associata al liberismo dominante, dimentica di tutti i suoi impegni, e una “sinistra della sinistra” divisa, spesso chiacchierona o esitante. Guardiamo verso Syriza, o verso Podemos, per cercare ispirazione, ma sarebbe meglio parlare di emulazione, perché non c’è un modello traducibile all’identico.

 

Copia di oxi day

 

La quarta ragione: la resistenza di Syriza ai diktat omicidi della troika, la lotta che essa deve attualmente condurre (in quanto il referendum non risolve niente, non fa che spostare qualche carta e acuire la posta in gioco), prova che l’economia comporta delle scelte. E’ essa stessa una politica. La grande maggioranza degli economisti (compresi quelli del FMI) sa che occorre ristrutturare il debito, e uscire dall’austerità. Ma la grande questione è lo sviluppo concertato e solidale delle società del continente. Syriza pone questo problema con forza. In una Francia che scivola verso il declino e l‘ingiustizia, questa questione risuona con forza.

 

churchill

 

Ultima ma non minore, Tsipras con il suo governo e con il suo popolo hanno detto chiaramente che il loro obiettivo non è la fine dell’Europa (verso la quale al contrario ci precipitano il dogmatismo e l’ostinazione dei nostri “dirigenti” attuali), ma la sua rifondazione su nuove basi. Il “momento costituente” di cui alcuni di noi hanno parlato dopo l’inizio della crisi è proprio davanti a noi. Esso non ha però modo di materializzarsi se non a patto che l’opinione pubblica in tutto il continente cambi parecchio, e molto velocemente, anzitutto per evitare il Grexit (l’espulsione di una nazione fuori della UE), e poi per porre la questione: quale Europa? Per chi? Con quali mezzi? Come i greci nella stragrande maggioranza, noi siamo per la costruzione europea, ma la vogliamo molto diversa. Noi sappiamo che è un’occasione da non perdere. Grazie Aléxis Tsipras di avercela data.

 

roosevelt

 

O X I – Il disordine europeo (Boltanski & Esquerre)

L’annuncio di un referendum in Grecia ha suscitato l’indignazione quasi unanime dei leaders europei. E’ così scioccante che dei cittadini vengano consultati su una questione eminentemente politica che li riguarda direttamente?

 

OXI

Arnaud ESQUERRE sociologue et Luc BOLSTANSKI sociologue

http://www.liberation.fr/monde/2015/07/02/trouble-dans-la-democratie_1341918

 

Traduzione. vincent

 

Dopo mesi di trattative, scaduta il 30 giugno senza rimborso la rata del debito verso il Fondo Monetario Internazionale, il governo guidato da Alexis Tsipras ha indetto un referendum consultivo sull’accettazione o meno del Piano dei creditori. Alla luce del mandato ricevuto dagli elettori nel gennaio scorso, che sollecitava a mettere in discussione l’austerità economica che rischia di trasformare la Grecia in un Paese eternamente debitore e vassallo delle imposizioni della Troika, la decisione del governo Tsipras è assolutamente corretta e legittima, l’accettazione del Piano avrebbe significato infatti tradire la volontà dell’elettorato. Allo stesso tempo, su una decisione cruciale che riguarda tutti i cittadini greci, e non solo quelli di una parte, è giusto che tutti si esprimano. Cosa accadrà dopo lo sapremo presto, a partire da lunedì.

 

(le opinioni espresse in quest’articolo sono degli autori e non corrispondono necessariamente a quelle del titolare di questo blog)

***

 

L’annuncio del Primo Ministro Tsipras dell’organizzazione di un referendum ha suscitato, in Francia e in Europa, reazioni indignate da parte dei dirigenti appartenenti al mondo politico, economico o mediatico. Questo annuncio, intervenuto dopo mesi di inutili negoziati, è stata la risposta del governo greco a un rapporto di forza politico che, al livello delle istanze europee, non ha cessato di penalizzare i greci non soltanto in quanto cittadini, ma anche come membri dell’Unione Europea.

Cosa sembra motivare questa indignazione pressocchè unanime? Il fatto che i cittadini vengano consultati su una questione che riguarda la loro vita quotidiana e, più nel profondo, i rapporti di uguaglianza nell’insieme politico al quale essi appartengono.

(…)

Nella concezione che le Istituzioni europee hanno della democrazia, il suffragio popolare deve riguardare unicamente la scelta dei dirigenti, assimilati ad una èlite, l’unica in grado di esprimere un giudizio sui problemi dello Stato, in particolare quando questi ultimi sembrano riguardare un dominio particolare come l’”economia”. Ma, se questi dirigenti consultano, a loro volta, i cittadini su alcune scelte politiche fondamentali, che sono anche scelte sociali, vengono allora accusati di “populismo”. Quel che viene soprattutto rimproverato a Tsipras, non è tanto di avere un “discorso populista”, quanto di voler mettere in atto un certo numero di misure – come una tassazione più forte dei ricchi o dei redditi finanziari delle banche – e di voler dare a questi atti una legittimità democratica.

 

OXI referendum

 

L’accusa di “populismo” mira a squalificare l’orientamento politico dei dirigenti greci presentandolo come antidemocratico. Ma questa reazione rivela forse soprattutto la forza dei riflessi antidemocratici che animano le élites dirigenti delle democrazie occidentali e che si manifestano ogni volta che sembra esser messo in pericolo il carattere esclusivo del loro potere decisionale.

Il “populismo” si tradirebbe per il fatto che l’estrema destra, in Grecia, ha sostenuto l’annuncio del referendum. La vittoria del NO farebbe temere, in Francia, che ne beneficerebbe l’estrema destra. Insomma, quel che è stupefacente è che non si trova nessuno nei partiti tradizionali, che si suppongono dirigere degli Stati democratici, come difensori di un processo democratico. La migliore risposta da dare al timore che l’organizzazione di un referendum beneficerebbe all’estrema destra, sarebbe che la Sinistra apparisse come difensore di un simile processo. La Sinistra ha paura a tal punto del suffragio che essa non osa consultare i cittadini che quando non vi sia obbligata, cioè in occasione delle elezioni dei nuovi rappresentanti? Le cose sarebbero forse più semplici se le elezioni venissero soppresse…

Occorre, come ha dichiarato Pablo Iglesias del Movimento Podemos, “essere dalla parte dell’Europa e della Grecia”. Ma di fronte alla reazione terrorizzata della Commissione Europea e dei principali esponenti europei, si capisce che essere dalla parte di un’Europa democratica non è essere dalla parte delle Istituzioni europee così come funzionano attualmente. Perché nelle reazioni delle “élites” che gravitano attorno a Bruxelles, c’è qualcosa degli aristocratici spaventati delle monarchie europee di fronte all’annuncio della Rivoluzione francese. Votare la fine dei privilegi aveva certamente, dal loro punto di vista, qualcosa di “irresponsabile”. Per non parlare dell’abolizione del “diritto divino” che fondava il potere del sovrano, un po’ come, oggi, l’economia cosiddetta “neoliberale” – o più in generale l’economia ortodossa – basa le decisioni politiche, e talvolta le più assurde o le più crudeli fra quelle, dando loro tutti i dettami della necessità, come per ancorarli nell’ordine delle cose in ciò che ha di naturale.

La reazione spaventata dei leaders europei è triste e inquietante perché essa svela a qual punto non soltanto le istituzioni europee non sono democratiche nel loro funzionamento, ma a qual punto esse non desiderano esserlo e ancor meno divenirlo. Come si è potuti arrivare a una tale situazione in cui essere democratici significa esserlo contro le istituzioni europee e, allo stesso tempo, sembrare di esserlo contro l’Europa? O a cosa si riduce uno Stato democratico, scegliere fra esperti in una cerchia ristretta, esperti che si distinguono coi loro discorsi prima delle elezioni, ma che, una volta eletti, si comportano più o meno alla stessa maniera, avendo come unico riferimento la “necessità”? Se ci sono degli irresponsabili, sono probabilmente coloro hanno perduto il senso della responsabilità democratica.