La vita di Adèle (Exarchopoulos) – A.Kechiche, 2013

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… dunque divagherà sempre? Penso di si, non potrei fare diversamente, i pensieri mi afferrano. Sono una donna e voglio raccontare la mia storia. Considerate le mie parole. Vedete che non sfrutto affatto i privilegi che mi dà l’essere donna. Tra i giovanotti che mi ammiravano ce n’era uno che non mi era indifferente e sul quale i miei occhi indugiavano più volentieri che sugli altri. Mi piaceva guardarlo senza sospettare del piacere che vi trovavo, ero graziosa con gli altri e non lo ero con lui. Dimenticavo di piacergli e non pensavo che a guardarlo…
(Marivaux, La vita di Marianne)

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Non potrei concludere il mio “ciclo” di rivisitazione dei film di Abdellatif Kechiche, senza scrivere qualcosa su La vita di Adèle, Palma d’oro a Cannes 2013. Per mia fortuna ho visto quest’ultimo solo dopo aver visto i precedenti film dello stesso regista già anni orsono, per cui conoscevo, e riconosco, lo stile di Kechiche, che qui si confronta con un altro argomento “scabroso”, ma d’attualità, sempre sull’universo femminile, e adolescenziale in particolare. Naturalmente su questo film ci sono già tante recensioni, per cui non credo di aggiungere alcunché di nuovo rispetto a quanto scritto da altri, ma solo qualche spunto che meriterebbe un’ulteriore approfondimento a parte.

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Il mondo non è che un riflesso di quello che accade in amore” (Marcel Proust)

Come tutti i film di Kechiche, anche questo si lascia vedere e godere fino all’ultimo minuto, nonostante la lunghezza di circa 3 ore: è un film piacevole, intenso, con una trama semplice ma infittita di numerosi dettagli da una sceneggiatura molto accurata. Le interpretazioni (femminili e maschili) sono tutte al meglio, dalle attrici principali fino alle comparse occasionali (spesso scelte sul posto, a scuola o nei pub).  Il film si articola in tre parti: l’innamoramento, la passione amorosa e la conclusione ineluttabile, malinconica, ma chiarificatrice. Forse la parte che ha colpito di più l’immaginazione di molti spettatori è quella centrale, quella degli amplessi appassionati di Adèle ed Emma, che qualcuno impropriamente definisce “pornografici”, ma che vanno comunque visti all’interno della trama, in quanto arte, ritratti cinematografici espressionisti, inseriti fra la visita delle due ragazze a una mostra di dipinti e sculture erotiche (al Museo La Piscine, di Roubaix  nella realtà),  e le successive mostre della stessa Emma, che comprendono i ritratti sensuali della sua giovine Musa (alcuni sono della pittrice Cécile Desserle, che ritrae appunto la stessa Adèle Exarchopoulos). Senza contare le numerose citazioni di tipo artistico, letterario e filosofico disseminate lungo tutto il film, compresa la discussione su Egon Schiele e Gustav Klimt, l’Esistenzialismo di Sartre, Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, l’Antigone, La principessa di Clèves di Madame de la Fayette, e naturalmente La vita di Marianne di Marivaux.

“Come in L’Esquive, il film che ce lo rivelò, questo è anche un confronto con la tradizione letteraria e cinematografica della Francia, e se in L’Esquive si partiva dai Giochi dell’amore e del caso di Marivaux qui si parte da La vita di Marianne dello stesso autore, di cui La vita di Adele evoca il titolo. Ma si direbbe che le ambizioni di Kechiche siano più vaste e azzardate, che egli voglia leggere la Francia contemporanea pensando perfino a un Balzac e per la minuziosità e l’eccesso dei particolari ai naturalisti di fine Ottocento, o perfino a Flaubert…” (Goffredo Fofi) https://foglianuova.wordpress.com/2013/10/27/goffredo-fofi-la-vita-di-adele/

Importanti sono, infatti, i dettagli significativi: “La vita di Adele è costruito per blocchi, e se ellissi vi sono esse riguardano il tempo -ora brevissimo ora lungo – che tra loro intercorre, ma ogni blocco deve mostrare tutto o quasi tutto, tutto vi è considerato importante, e tutto deve concorrere a un’impressione di realtà che ha la sua forza nelle espressioni dei volti, nei primi e primissimi piani…”. Nelle scene d’insieme (il liceo, le cene in famiglia, il pub, le manifestazioni, la festa, le mostre di Emma, l’asilo in cui insegna Adèle), che spesso molti recensori dimenticano o subordinano a quelle sentimentali ed erotiche, Kechiche esplora i limiti del contesto culturale e antropologico.

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Fin dall’inizio, dunque,  Kechiche dedica ancora una volta il suo omaggio al drammaturgo Marivaux, come già nel precedente L’Esquive, in questo caso parodiando anche il titolo di uno dei suoi romanzi, La vita di Marianne, scritto in più parti fra il 1731 e il 1742, giudicato anch’esso “scandaloso” all’epoca. Non a caso il titolo completo del film è La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2 (possiamo attenderci il seguito? O come il romanzo di Marivaux, possiamo considerarlo, volutamente, “incompiuto”?). Ma soprattutto, come già per Marivaux, il titolo predispone a un “effetto di realtà”, un’”impressione di realtà”, in cui documentario e finzione si sovrappongono e si fondono fino a identificare l’attrice, Adèle Exarchopoulos, con il personaggio, la sua stessa età, la sua intensità, il suo tempo di vita, il suo totale coinvolgimento, i primi e primissimi piani, perfino le sue reazioni emotive e istintive, il suo sudore, le lacrime, l’ansia, il sorriso: insomma, appunto, La vita di Adèle, in senso pieno, la sua “educazione sentimentale”, il suo “romanzo di formazione”, abbastanza impegnativo per l’attrice stessa come già per le precedenti muse di Kechiche: Elodie Bouchez, Sara Forestier, Hafsia Herzi, Yahima Torres. “E’ in trance!”, esclama allegramente un’amica di Emma durante la festa conviviale. E in trance, e in lacrime,  lo è anche Adèle Exarchopoulos durante la premiazione a Cannes, giustamente.

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C’è quindi una stretta omologia fra la maturazione del personaggio Adèle e quella dell’attrice Adèle Exarchopoulos. Per questo il film non si chiama Emma & Adèle, come pure molti si aspetterebbero, e non si chiama neppure Il blu è un colore caldo (salvo che nella versione inglese). Non ci sono due protagoniste principali, ma una sola, Adèle, la protagonista-narratrice come Marianne per Marivaux, dalla prima scena fino all’ultima. Non ci sono scene con Emma in cui non sia presente anche Adèle, al contrario ci sono molte scene con Adèle senza Emma.  Rispetto al personaggio principale di Adèle, Emma è in un primo momento la sua ancella, la sua levatrice, la mediatrice delle sue fantasìe, ma anche la sua castratrice nel momento in cui l’abbandona al suo destino per unirsi a una donna incinta .Allora Adèle torna on the road, come lo era all’inizio del film, allontanandosi definitivamente da quell’ambiente chimerico che aveva attratto la sua curiosità ma non aveva saputo trattenerla.

Un “omaggio” di Kechiche ad Adèle Exarchopoulos, ma anche, per proiezione, al suo personale tentativo di trouver sa place dans le monde, e delle difficoltà a trovarlo. Una finezza non da poco, che solo un fine commediante par suo poteva imbastire, sul filo della sua conoscenza approfondita della narrativa, del teatro e della cultura francese, e che a quanto pare non è stata gradita da parte di un certo establishment conservatore d’oltralpe. Ma questa è un’altra storia.

http://rue89.nouvelobs.com/rue89-culture/2013/10/23/abdellatif-kechiche-a-ceux-voulaient-detruire-vie-dadele-246826?imprimer=1

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??????????????????????Com’è noto, il film di Kechiche si ispira al fumetto di Julie Maroh Il blu è un colore caldo (2010). La polemica inevitabile se il film corrisponda al fumetto (o al romanzo, in altri casi) personalmente la ritengo superflua e noiosa. Sono due opere, due stili, due mezzi differenti, e ognuna va giudicata nel suo ambito. Il fumetto di Julie Maroh in realtà è sfrondato da tutto l’insieme di citazioni letterarie e artistiche presenti nel film di kechiche, ed è molto più centrato sulla relazione triangolare che coinvolge Emma, Clèmentine (Adèle nel film) e Sabine, tanto coinvolgente da condurre alla morte di Clem. Ma di questo ne parlerò in un prossimo post…

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