Il neofascismo repubblichino di sinistra – FattoQuotidiano, laRepubblica, HP e altri disastri

Convergenze parallele

  • 17 maggio 2017

http://www.wittgenstein.it/2017/05/17/convergenze-parallele/

Sul Foglio di ieri il direttore Claudio Cerasa ha scritto una cosa lunga in risposta a un articolo di Eugenio Scalfari: un po’ per difendere la rilevanza del suo quotidiano, diminuita da Scalfari, un po’ per controaccusare Scalfari di una cosa molto fondata: di essere stati – lui e un grosso pezzo di persone cosiddette di sinistra (“la sinistra scalfariana”, dice Cerasa) che si sono fatte rappresentare e guidare negli anni passati da Repubblica – in sostanza “i cattivi maestri” del grillismo, predicando e praticando per anni uno sventato giustizialismo demagogico e missionario che ha coltivato il consenso successivo per gli slogan del M5S.

È inutile girarci attorno ed è inutile cercare perifrasi. La sinistra alla Scalfari – quella cioè che considera come moralmente inferiore tutto ciò che non fa parte del pensiero progressista – non è solo una sinistra che ha incatenato il pensiero progressista rendendolo irrilevante per una vita, ma è anche una sinistra che ha disseminato in giro per l’Italia un concime che oggi ha prodotto i suoi frutti e che in un certo modo costituisce il terreno che ingrossa i fusti del populismo italiano. Scalfari oggi stenterà a crederci, ma il grillismo è un derivato limpido e chiaro della sinistra scalfariana. Di una sinistra, per capirci, che ha scelto per una vita di trasformare la questione morale nella sua stella polare. Di una sinistra, per intenderci, che ha scelto per una vita di delegare ai magistrati il compito di moralizzare un paese. Di una sinistra, per continuare, che ha scelto di far diventare la parola moralismo e la parola giustizialismo facce della stessa medaglia e che, per una vita, si è specializzata in una serie di attività culturali, che queste sì hanno avuto una rappresentanza culturale di assoluto rilievo, che si sono contraddistinte per avere una serie di caratteristiche chiare. La tendenza a utilizzare la magistratura per conseguire obiettivi politici. La tendenza a risolvere per via giudiziaria la complessità dei problemi della politica. La tendenza ad attribuire un aprioristico favore ai magistrati dell’accusa. La tendenza a far proprie tutte le battaglie combattute dalla magistratura. La tendenza a considerare i magistrati figure sempre più mitizzate, come giustizieri senza macchia e senza paura, custodi dei valori etici di una società civile, idealizzata e contrapposta a una politica corrotta. La tendenza ad alimentare la corsa a chi era il più puro tra i più puri. La tendenza, come disse Enrico Berlinguer nella famosa intervista concessa a Eugenio Scalfari il 28 luglio del 1981, a issare sul galeone della sinistra la bandiera della questione morale, “diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”.
L’educazione siberiana scalfariana ha avuto involontariamente il “merito” di asfaltare la stessa strada che oggi stanno percorrendo i grandi (e veri) demagoghi italiani ed è una strada dove per viaggiare veloci si utilizzano gli stessi mezzi spicci consigliati per una vita dalla sinistra scalfariana: la presunzione di innocenza è un optional; il moralismo è il giusto surrogato del riformismo; le battaglie politiche è legittimo combatterle anche per via giudiziaria; la gogna è uno strumento accettabile per far fuori un avversario politico; e inevitabilmente il rispetto della pubblica morale diventa il criterio principale con cui valutare i soggetti della politica. Un tempo, l’approccio scalfariano, poi ereditato da Ezio Mauro, oggi rinnegato da Mario Calabresi, coincideva con l’Italia anti berlusconiana dei Palasharp. Quell’Italia però non ha prodotto un’alternativa al centrodestra (a meno che non si consideri il movimento 5 stelle o Articolo 1 una grande alternativa di governo) ma paradossalmente ha prodotto un’Italia che non aveva altra alternativa se non quella di scaricare l’agenda Scalfari – il moralismo come strumento di lotta politica – per provare a rimettere insieme i cocci di una sinistra grillizzata prima ancora
dell’arrivo in politica di Beppe Grillo.

 

L’analisi è accurata e condivisibile, e chiarissima la sintesi finale: “una sinistra grillizzata – da Repubblica (e da derive del PD) – prima ancora dell’arrivo in politica di Beppe Grillo”, è l’aggiornamento di quello che andiamo dicendo da tantissimi anni sulla “sinistra che è uguale alla destra“. Il M5S ha radunato – depoliticizzandole – le attrazioni fasciste di destra e quelle di sinistra (è un paese fascista culturalmente, dice Michele Serra oggi).
Quello che avrei aggiunto all’analisi di Cerasa è la sua dimostrazione matematica più palese: ovvero che ciò di cui “la sinistra scalfariana” è stato un più educato incubatore – il fascismo “di sinistra” del Fatto Quotidiano – e Repubblica un imbarazzato tentativo di imitazione quando ha capito che ne sarebbe stata usurpata, ha oggi naturalmente trovato il suo nuovo nido nel M5S, assai più confortevole di quello della sinistra, che qualche resistenza a quegli eccessi antidemocratici ogni tanto continua a manifestarli. Il Palasharp è diventato vaffanculo leggendo il Fatto, prima che Repubblica. E se è vero che indubbiamente hanno vinto loro – la predicazione giustizialista della “sinistra scalfariana” è diventata la cultura di mezzo paese, il M5S quasi il primo partito, il Fatto il suo cantore (leggete con quale rivendicazione antidemocratica viene democraticamente ospitato a Torino) – è anche vero che il sequestro di quei temi da parte di Grillo ha permesso a una più benintenzionata parte del PD di liberarsene (su Repubblica forse è presto per dirlo) e di essere oggi per questo – al contrario di quel che si racconta – più di sinistra di ieri, sui diritti, sul garantismo, sul progresso civile, su un’idea di comunità condivisa invece che divisa. Ma perché questo sviluppo abbia un futuro bisogna non darlo mai per ottenuto, che le inclinazioni alla demagogia violenta e capricciosa non mancano per niente – lo chiamano già “grillorenzismo” o simili –  tra i seguaci dell’attuale segreteria del PD, né i “populismi” vili in certe scelte della maggioranza (non parliamo poi di quanto fattoquotidianismo permanga a Repubblica).

 

p.s. del giorno dopo. C’è un intervento di Michele Serra, esatto e sacrosanto, ma che non attenua di una virgola la contestazione di cui si parla, e anzi rischia di suonare come un “non accetto lezioni”, o “avete cominciato voi”.

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

L’Era dei Trolls – dai blogs a facebook (un articolo di Mauro Baldrati)

brothers__atots_trolls_by_bumhand-d6il9q8Nella prima metà degli anni Novanta, quando Internet era solo un giovane di belle speranze adulato da tutti i tecnofili, già nei primissimi forum si faceva anche un gran discorrere di net etiquette, flame wars, trolls, etc, e cioè di come porre un rimedio alla presenza, peraltro assai limitata e controllabilissima, dei primi trolls. Dopo un ventennio, i trolls in fondo hanno vinto, trasformando quasi l’intera Rete in una gigantesca cloaca maleodorante…Forse, come avevano già intuito Victor Hugo e George Wells nell’Ottocento, è il destino di tutte le grandi Reti quello di trasformarsi, per contrappasso, in una gigantesca rete fognaria di stampo fascista…La voce della fogna…

“I Troll erano erranti, ma più spesso stanziali. Talvolta autori loro stessi di un blog, si insediavano in un sito più autorevole, con molti lettori e commentatori, e scatenavano tutta l’aggressività di cui erano pervasi. Tentavano di stroncare qualunque articolo, di qualunque genere e scritto da chiunque. Attaccavano anche l’autore, cercando di farlo apparire come un ignorante rimbambito, indegno di scrivere anche solo una lista della spesa. Erano piuttosto bravi, scaltri, subdoli e a loro modo studiosi. Infatti, non appena riuscivano a individuare un errore, un riferimento sbagliato, un dato incompleto, si avventavano sul malcapitato coprendolo di epiteti del tipo “sei un insulto alla letteratura” e similari. I Troll per alcuni erano diventati un incubo, e sappiamo per certo che per causa loro qualche scrittore ha smesso di intervenire in un determinato sito.

Nel retro sportello di qualche blog si discuteva animatamente su quale atteggiamento tenere coi Troll. Alcuni redattori sostenevano che i commenti andavano chiusi, o quanto meno moderati con mano ferma, perché, oltre al danno creato dalla violenza verbale, non era giusto offrire uno spazio agli sproloqui di psicopatici. Altri invece sostenevano che i Troll erano a modo loro un prodotto deviato di quella rivoluzione, e che occorreva affrontare il rischio e il disagio, perché sarebbe stata contraria all’ispirazione del sito qualsiasi forma di censura.

Poi i blog sono diventati obsoleti, perché sono spuntati i social, che hanno travolto in poco tempo quasi tutti i siti, molti dei quali hanno chiuso, mentre altri resistono, dopo avere adottato riforme strutturali per renderli sempre più simili a vere e proprie riviste.

Facebook, il principe dei social, ha fagocitato quasi tutto lo spazio dei blog, aspirando i commentatori e i lettori, che sono diventati dei nuovi bloggers rifondati, alimentandosi a vicenda col sistema dei “mi piace”, che ricevono dopo averli dati alle pagine di altri “amici”. La rete si è allargata, globalizzata, fino a raccogliere milioni di utenti.

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo, pena l’eliminazione dei commenti e la radiazione dalla lista dei commentatori. Insomma, tutti i sentimenti più bassi, in una sorta di esplosione di demenza e negatività. Il problema etico dello spazio ai deliri di psicopatici non si pone, perché il sistema si sostiene e cresce sugli “utenti”, aumentando la propria forza contrattuale nella raccolta di pubblicità con la potenza di un parco utenti poderoso. Al massimo a qualcuno tra i più estremi può capitare di ritrovarsi la pagina bloccata per un mese, quando la violenza e la qualità degli insulti può diventare pericolosa, per le denunce. Ma quando tornano sono più inferociti di prima…

Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.”

 

continua:

http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/

Il rogo dei libri (The Augias Book Burning)

Durante questi ultimi giorni di follia fascista a 5 stelle ne abbiamo sentite e viste di tutti i colori. Non poteva mancare il solito idiota che, istigato dall’ennesimo linciaggio di un giornalista sul Blogghe del Profeta, ha deciso di fornire il suo prezioso contributo alla demenza grilliota  rieditando in proprio il Rogo dei libri di memoria nazista. Si sa, i libri si fa prima a bruciarli che a leggerli. E pensare che io posseggo anche libri di autori considerati fascisti o nazisti o di destra (Céline, P.Drieu la Rochelle, Ernst Junger, J.Evola, Y.Mishima, etc. etc) ma mai mi sognerei non dico di bruciarli ma neppure di farci cadere una sola macchia di caffé. Questo è un episodio che, a torto, può essere considerato minore, irrilevante, rispetto al rogo nazista dei libri in piazza; in realtà ne è l’esatto equivalente nell’epoca della riproduzione virale dei messaggi su Internet. Che questo imbecille lo abbia fatto nel suo camino di casa piuttosto che sotto il balcone di piazza Venezia,e poi lo abbia postato trionfalmente su FB,  non sposta di un millimetro la gravità del fatto.

the book burning

“Che succederebbe se ti trovassi con la Boldrini in macchina?”. Il comico Beppe Grillo voleva far divertire i ragazzi lanciando sul blog la sua provocazione a metà tra stupidità e infamia. Mossa calcolata a freddo, sapeva che cosa sarebbe successo. Infatti è successo. Ometto le risposte, fantasie di uomini repressi, oscenità correnti, postribolo. Poi perfino lui dev’essersi reso conto d’aver esagerato e ha fatto sparire la sequela di (banali) oscenità. Battute di quel tipo le sentivamo nei film degli anni Cinquanta, uomini in calore che si sussurravano “Quella bottana è”. Lì era satira di costume, qui è in gioco la terza carica dello Stato. Anche il fascismo demoliva gli avversari col ridicolo. Li si imbottiva d’olio di ricino, poi tutti a ridere nel vedere il disgraziato torcersi. Ogni giorno il grillismo scende un po’ più giù, l’attacco alla Boldrini non è certo il livello più basso. Gente di quella risma quando tocca il fondo non ci pensa due volte: comincia a scavare.”

(Corrado Augias, “Le nuove tenebre”,

http://www.repubblica.it/politica/2014/02/02/news/nuove_tenebre-77503737/?ref=HREA-1)

“Venerdì sera, a La7, Corrado Augias non disse niente di nuovo. Tuttavia, la reazione che hanno suscitato le sue parole ci fa capire in quale situazione ci troviamo,..La trasmissione della Bignardi però non aveva fatto altro che cercare di affermare Di Battista come personaggio mediatico, alla Bignardi interessava il “personaggio” di Battista e non parlare di politica, ed ecco che l’intervento di Augias, per quanto possa sembrare scontato alle persone che si occupano da tempo del M5S, ci voleva. Perché è stato fortunatamente uno dei pochi contraddittori che il M5S non riceve, curiosamente, ogni volta che si recano a trasmissioni televisive come “Servizio Pubblico”.

Non meraviglia quindi che all’indomani di tale intervento, il suddetto intellettuale compaia tra i “giornalisti del giorno” nel blog di Beppe Grillo,  e che in seguito compaia una foto in cui qualcuno brucia il suo libro. Una azione che ricorda tanto il nazismo, se non fosse che oggigiorno queste azioni le si fanno dal salotto di casa, per poi caricare tranquillamente la foto sulla piazza virtuale. Nazisti da divano, magari pure in mutande. Pagliacci a 5 Stelle di cui non sai se provare paura o pena.”

http://anonimoconiglio.blogspot.it/2014/02/consenso-5-stelle-augias-di-battista-libro-m5s.html

Copia di the book burning

Questo episodio ricorda il precedente Book Burning del gennaio 2011, aizzato allora da alcuni assessori veneti di Lega e PDL, sul quale  Luis Sepulveda scrisse:
“El burdo fascismo berlusconiano, la vulgaridad extrema de los perfectos ignorantes de la Lega Nord y la pasividad cómplice de los llamados partidos de “centro derecha” son los responsables de esta odiosa forma de censura. De aquí a quemar libros en la plaza pública no hay más que un paso. Pobre Italia, gobernada por un anciano degenerado, y en manos de la peor escoria de la sociedad.”
(Luis Sepulveda)

Cambiano i personaggi, ma la storia si ripete, dal berlusconismo degenere al grullismo degenerato. Si capisce immediatamente, senza se e senza ma, a quali precedenti si ispirano Casaleggio e Grullo:

A Venezia un gennaio nero shocking/carmillaonline.com
«Una prassi da dittatura», intervista a Tiziano Scarpa, Corriere del Veneto, 16 gennaio 2011

Nella lista di proscrizione  c’erano  Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari e molti altri.

Scriveva allora Serge Quadruppani, su Carmilla on line:

«Di fronte all’imbecillità fascistoide, si resta come ammutoliti: l’idiota enormità di certe dichiarazioni potrebbe lasciarci senza voce. E’ una cosa talmente stupida che si ha soltanto voglia di alzare le spalle e pensare ad altro. Ma questa enormità e quest’idiozia hanno effetti molto concreti. Se si lascia diffondere la sola idea (per non parlare della prassi reale) che si possano ufficialmente compilare liste nere contro chi non cede alla dittatura della tristezza, chi non si adegua alla visione dominante di questo o quell’aspetto del passato, allora si capitola a una concezione della società più vicina a quella della Tunisia di Ben Ali che a quella sognata in Europa dagli illuministi e dalla Resistenza. Per fortuna la storia recente dimostra che, a conti fatti, i piccoli e grandi Ben Ali non sempre sono vittoriosi.»

9 dicembre, l’insurrezione di Forza Nuova e Forconi

L’ultimo travestimento di Forza nuova

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Tratto da:

http://www.osservatoriodemocratico.org/page.asp?ID=3423&Class_ID=1004

Chi si nasconde dietro il coordinamento del 9 dicembre e la farsa di un’“insurrezione” da rimandare

«9 dicembre 2013: L’Italia si ferma! Cinque giorni di blocco degli autotrasportatori… Ma anche molto altro, e molto peggio». Così da qualche settimana circola la notizia su diversi siti e blog di area neofascista con tanto di appelli alla “rivolta”, in cui, tra l’altro, si cita nientemeno che una frase di Sandro Pertini («Quando un governo non fa ciò che dice il Popolo, va cacciato via con mazze e pietre!»). Tra i promotori la Lega della terra e i Comitati riuniti agricoli. Vediamo meglio chi sono.

Lega della Terra

La lega della terra

La Lega della terra non è altro che un’associazione collaterale di Forza nuova. L’attuale presidente è Daniele Spairani, l’ex coordinatore del partitino di Roberto Fiore a Pavia. Un paio di mesi fa, al raduno di Legnago, il 27 settembre, l’intervento principale non a caso era stato tenuto proprio dal segretario nazionale di Fn. Fra le associazioni intervenute spiccavano: Christus Rex, l’Associazione Evita Peron, Destra Futuro, Generazione Identitaria. Il piano per l’agricoltura elaborato dalla Lega della terra è denominato “Piano Fenice”, dal simbolo de la Fenice, caro a tutti i neofascisti, già utilizzato dai colonnelli golpisti in Grecia nel 1967, raffigurante il mitico uccello che “rinasce dalle proprie ceneri”. Lega della Terra, guarda caso, è la traduzione letterale di Landbund, dal nome del partito agrario tedesco che avversò la Repubblica democratica di Weimar e successivamente sostenne il Partito Nazionalsocialista (ossia Hitler) alle elezioni del 1933. Il nazismo ebbe fra i suoi miti anche quello della ruralità, basato sul principio dei legami fra Sangue e Suolo, Blut und Boden. Walther Darré, il teorico di questa “ecologia razzista” viene oggi riscoperto da Forza nuova.

Danilo Calvani - Comitati Riuniti Agricoli (1)

I comitati riuniti agricoli

Del Coordinamento Nazionale del 9 dicembre fa parte anche Danilo Calvani dirigenti dei Comitati riuniti agricoli. Calvani spiega così gli obiettivi: «Blocco ad oltranza delle attività produttive e dei trasporti in tutta Italia fino a quando non si dimette l’intero Parlamento ed anche il Presidente della Repubblica». Poi, spiega: «Vi sarà un periodo transitorio in cui lo stato sarà guidato da una commissione retta dalle forze dell’ordine trascorso il quale si procederà a nuove votazioni». Ossia i Militari al potere! Il tutto, naturalmente, per fermare la gravissima crisi in cui versa l’Italia, «ristabilire la sovranità nazionale», ecc, ecc.

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I forconi

A loro si è unito anche il redivivo Movimento dei Forconi che si sta organizzando per il «BLOKKO TOTALE»: «Bloccheremo l’Italia da Pordenone alla Sicilia… perché non se ne può più di Unione Europea, di Angela Merkel, di compact, di stabilità, di Letta, di Alfano, di Bilderberg…». «L’INIZIO della FINE» per la «KASTA» e i «PARASSITI»… e stavolta, aggiungono, «vedremo Grillo da che parte sta…».

Della partita farebbero anche parte la Life indipendentista e i Cobas del latte, ma per ora ci fermiamo qui. A tutti forse sarebbe meglio far sapere che il blocco di cinque giorni, dal 9 al 13 dicembre, inizialmente previsto dalle principali associazioni degli autotrasportatori, è stato revocato nei giorni scorsi dopo un incontro al ministero. L’“insurrezione” tanto agognata con ogni probabilità sarà da rimandare a tempi migliori.

sciascia cit

Leggi anche (tre punti di vista diversi):

http://www.agoravox.it/Agricoltura-nazionalismo-e-nuova destra.Appunti sul 9 dicembre.html

http://senzasoste.it/anti-fascismo/forza-nuova-si-camuffa-e-cerca-confusioni-rosso-brune

http://www.infoaut.org/index.php/blog/prima-pagina/item/9913-avviso-ai-naviganti-succeder%C3%A0-qualcosa-il-9-dicembre?

grillopolizia

Fascismo 2.0 – Liste di proscrizione a 5 Stalle

original

” Io spero in una nostra affermazione totale perchè, se non ci affermiamo noi, ci saranno
le barricate ” –

“La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti, si limita a prendere il pizzo”.

“Vincere e vinceremo”

“L’antifascismo? Non mi compete”

Adolf Mussolini ?Benito Hitler? Nicolae Pino Chet? Augusto Ceausescu? Il Vate(r)? .

“qui si co­min­cia a ve­de­re il tes­su­to che negli anni il duo Gril­lo-Ca­sa­leg­gio ha in­tes­su­to per il Mo­vi­men­to; mi­glia­ia di sog­get­ti or­di­na­ria­men­te nor­ma­li ed in­di­stin­gui­bi­li ma che spin­ti nella giu­sta gab­bia men­ta­le pos­so­no ar­ri­va­re a dire ed a fare le cose peg­gio­ri con­vin­ti dalla spin­ta della folla o dal­l’or­di­na­to ra­gio­na­men­to che quan­to si fac­cia sia solo uno spo­sta­re nu­me­ri ed or­di­na­re ca­sel­le, met­te­re una cro­cet­ta su un sim­bo­lo e per­se­gui­re un pro­get­to per il bene su­pre­mo del­l’al­vea­re…

come tante api ope­ra­ie si ade­gua­no ed ub­bi­di­sco­no a quel­lo che è il me­glio per l’al­vea­re: sem­pre più privi di freni ideo­lo­gi­ci sono con­vin­ti che quel che fa male al­l’al­vea­re non può far bene al­l’a­pe… con­vin­ti che se qual­co­sa è giu­di­ca­to “sba­glia­to” o “inac­cet­ta­bi­le” dal­l’al­vea­re (e qui sap­pia­mo chi è che de­ci­de cos’è giu­sto e cos’è sba­glia­to, chi è la co­scien­za del­l’al­vea­re) al­lo­ra loro de­vo­no at­tac­car­lo e di­strug­ger­lo non per con­vin­zio­ne per­so­na­le ma per­ché que­stio­na­re tale de­ci­sio­ne si­gni­fi­ca met­te­re a re­pen­ta­glio l’al­vea­re, la co­mu­ni­tà, l’u­ni­cum di cui fanno parte… met­te­re a ri­schio loro stes­si.” (Count Zero)

“Lo spettacolo è finito. È ora che la magistratura si occupi, senza distrazioni né timidezze, delle ricorrenti istigazioni a delinquere che vengono da esponenti del M5S. La lista di proscrizione dei giornalisti ‘nemici’, l’indicazione nominativa di un primo nemico da colpire, con tanto di foto segnaletica, sono un insulto alle regole elementari del vivere civile .”

L’Ordine dei giornalisti.

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Il programma dei Due Minuti d’Odio cambiava ogni giorno, ma Goldstein ne era sempre l’interprete principale. Era il traditore per antonomasia, il primo ad aver contaminato la purezza del Partito. […] Insultava il Grande Fratello, denunciava la dittatura del Partito, esigeva la rottura immediata della pace con l’Eurasia, chiedeva a gran voce libertà di espressione, libertà di stampa, libertà di associazione, libertà di pensiero, con toni isterici urlava che la Rivoluzione era stata tradita, parlando concitatamente ed esprimendosi in uno stile polisillabico che suonava come una parodia del modo di parlare tipico dei membri del Partito e nel quale non mancava, addirittura, qualche parola in Neolingua. […] Nel secondo minuto, l’Odio raggiunse il parossismo. I presenti si sedevano e balzavano in piedi di continuo, urlando con tutte le loro forze nel tentativo di coprire l’esasperante belato che proveniva dal teleschermo; la donna dai capelli color sabbia si era fatta tutta rossa in faccia, mentre la bocca le si apriva e chiudeva come quella di un pesce tirato fuori dall’acqua. Perfino il tozzo volto di O’Brien si era infiammato. Sedeva ben dritto al suo posto, col petto poderoso che si gonfiava e fremeva come se dovesse reggere l’impatto di un’onda. La ragazza dai capelli neri che sedeva alle spalle di Winston aveva cominciato a urlare: «Porco! Porco! Porco!». […] La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. Un’estasi orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore, un desiderio di uccidere, di torturare, di spaccare facce a martellate, sembrava attraversare come una corrente elettrica tutte le persone lì raccolte, trasformando il singolo individuo, anche contro la sua volontà, in un folle urlante, il volto alterato da smorfie. E tuttavia, la rabbia che ognuno provava costituiva un’emozione astratta, indiretta, che era possibile spostare da un oggetto all’altro come una fiamma ossidrica. […]

La politica con altri mezzi: l’isteria mediatica e l’istigazione al linciaggio

LA POLITICA CON ALTRI MEZZI: L’ISTERIA MEDIATICA E L’ISTIGAZIONE ALL’ODIO  DAL GABIBBO AL FATTO

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LA TELEFONATA

“Imprenditori, banchieri, presidenti del consiglio, ministri, esponenti dell’opposizione, amministratori locali. Le intercettazioni sono diventate una parte importante della vita politica italiana. Un fatto che non ha uguali, in termini di ampiezza e sistematicità, in nessuno dei paesi europei e occidentali a cui ci piace confrontarci.

Le intercettazioni sono strumenti d’indagine, mezzi per la ricerca di prove. Passarle ai giornali è illegale ed è illegale pubblicarle quando le indagini sono ancora in corso o, peggio, quando le intercettazioni non hanno alcuna rilevanza penale. Senza entrare nel merito dei contenuti (è ovvio che se vengono pubblicate è perché spesso viene detto qualcosa di sbagliato), dovremmo chiederci chi decide di darle ai giornali e perché. In nome di una presunta trasparenza, le intercettazioni forniscono in realtà un quadro estremamente parziale, quindi opaco. Sono frammenti decontestualizzati e accuratamente selezionati. Viene fatta trapelare una telefonata ma non quella prima, o quella dopo, in cui magari il protagonista dice cose di segno opposto. Oppure non si fa trapelare la telefonata di un altro, che sullo stesso argomento può aver detto cose ben peggiori.

Pubblicare indiscriminatamente le intercettazioni non è giornalismo, è un commercio a scopo politico. Ma soprattutto è uno dei modi con cui si stanno liquidando le garanzie costituzionali. Non c’è più dibattito o scontro sui programmi e sulle scelte: basta la manciata di secondi di un’intercettazione per annullare il processo democratico e il confronto pubblico.”  (G.De Mauro,internazionale.it/giovanni-de-mauro/2013/11/22/telefonata/)

***

E’ evidente che in Italia non c’è bisogno dell’avvento di un regime neo-fascista o populista, perché di fatto i media si sono già fatti regime forcaiolo e giustizialista, assecondando da tempo le pulsioni reazionarie  e populiste attraverso una deriva scandalistica e sensazionalistica grazie alla quale per “ giornalista” si intende  l’epigono latrante e chiassoso del Gabibbo. Dalla dittatura della tv-spazzatura alla dittatura di Internet,  l’atteggiamento più diffuso sui media e sui social è il rancore, il livore, l’ottusità, la vendetta.

Per i Gabibbi del Fatto Quotidiano, de la Repubblica e di tutti gli altri media, con poche eccezioni,  scrivere di argomenti politici o di cultura è ormai sinonimo di pratica poliziesca , voyeuristica e stalkeristica, del tutto simile alla terza colonna piena di immagini e gossip  “erotiche”,   attraverso gli inseguimenti di  sedicenti “inviati” tipo Iene  incaricati di delegittimare l’obiettivo e renderlo oggetto di una persecuzione da diffondere viralmente attraverso la Rete della fognatura. In confronto la Stasi o Ministerium für Staatssicherheit, “Ministero per la Sicurezza di Stato” dell’ex DDR, famosa per la sua rete di spie e delatori,  sembra un giocattolo artigianale.

Finita l’era delle illusioni cyber-ottimistiche (E.Morozov), la “politica” dei media e di Internet si rivela soprattutto  isterìa mediatica condita di sensazionalismo, voyeurismo, pubblicità,  scandali, improvvisi attacchi, rutti e buffonate che mirano a far colpo su un pubblico sempre più stordito e rincoglionito.

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Secondo Benjamin Ginsberg e Martin Shefter, autori di Politics by Other Means, lo scandalismo domina quasi completamente i media ormai da tempo, come suggerisce il sottotitolo,   – Politicians, Prosecutors and the Press from Watergate to Whitewater. Da quando gli scandali dominano l’agenda politica, gli Stati Uniti, e quindi l’Europa, sono entrati in un’era post-elettorale, con le rivelazioni dei media e i processi giudiziari che sostituiscono la tradizionale competizione elettorale come principale strumento di competizione politica. In questo selvaggio scenario adesso i contendenti cercano di discreditare o di prendere in ostaggio i loro avversari, piuttosto che competere in altri modi per ottenere i voti. Travolti dal declino e dalla furia mediatica, gli elettori si ritrovano sempre più alienati, l’efficienza dei governi peggiora e l’intero processo democratico è minacciato.

In un paese profondamente degradato democraticamente come l’Italia, ormai la vera agenda politica è dettata dall’isteria mediatica che colpisce alla cieca. In un articolo dedicato al caso Cancellieri, ma facilmente estendibile a tutti gli altri casi precedenti, presenti e a venire, Piero Sansonetti scrive:

La vendetta, come tutti noi, ha due genitori: la giustizia e l’odio. La vendetta è la fusione perfetta tra queste due “entità”. Bisognerebbe riuscire a capire perché due personalità così diverse, come giustizia e odio, si siano sposate. Altrimenti è difficile capire perché la vendetta, nel 2013, sia tornata ad essere uno dei sentimenti guida dello spirito pubblico. Nelle élite e nel popolo. Soprattutto tra i maestri di pensiero che guidano i mass media.

Partiamo da qui: dai mass media. Come si spiega il loro innamoramento per il sentimento della vendetta? L’impressione è che oggi, nei mass media, l’idea di vendetta sia l’unica idea che davvero unifica, che “fa nazione”. La vendetta guida nello stesso modo la costruzione “culturale” che sostiene un giornale come il Fatto e la costruzione “culturale” che sostiene Libero, o il Giornale, o anche organi di sinistra come il manifesto, il Tg3, la Sette; ma soprattutto la vendetta ha largamente conquistato l’egemonia nei grandi giornali centristi e moderati, e cioè il Corriere della Sera, o la Repubblica, o La Stampa. Un trotzkista come Paolo Flores, un liberale illuminato come Ezio Mauro un giornalista di estrema destra come Maurizio Belpietro, si ritrovano in questa idea: la punizione, possibilmente la punizione del nemico, è la chiave di volta per realizzare una società ordinata e moderna. Sul tema della vendetta – sulla sua legittimità, sul suo essere il motore e la ragione profonda di ogni forma di impegno civile – destra e sinistra, forcaioli e presunti anti-forcaioli si unificano. Perché?”. (http://www.glialtrionline.it/2013/11/15/cosa-insegna-il-caso-cancellieri-le-ideologie-cadute-sostituite-dalla-vendetta/)

Ecco, basta questo perché per aprirci gli occhi sulla “politica della paura”, inculcata dai media: la paura e la politica dell’emergenza come forma di governo, per due ragioni principali, come spiega il blogger Quit the Doner nella sua magistrale analisi delle bolle mediatiche, come per esempio il femminicidio (http://www.quitthedoner.com/?p=1716):

  1. La paura, come lo scandalo, come il rancore,  è “un tipo di informazione emozionale che funziona in termini di ascolti”, che si è evoluta nella “comunicazione emozionale e ultra-semplificata di Internet”;il ricorso all’”emergenza” consente di semplificare brutalmente i problemi, privandoli delle sue cause, della sua storia, della sua complessità;
  2. È un tipo di informazione che fa comodo ai progetti politici reazionari, autoritari e autocratici.

La cosa più inquietante della bolla mediatica del femminicidio è che certifica come probabilmente per la prima volta l’universo politico di sinistra abbia sdoganato, con una nonchalance che fa venire i brividi, le strategie comunicative tipiche della destra conservatrice.” (Quit the Doner)

La fine delle ideologie storiche del Novecento non ha prodotto il loro superamento critico consapevole ma la ricerca spasmodica di un qualche sostituto o surrogato: da un lato il culto berlusconiano dell’arricchimento, dall’altro “l’idea del giustizialismo e di conseguenza il totem della vendetta”:

“Tutta la cultura liberale di un secolo è stata di colpo annullata, ed è stato anche cancellato quanto di questa cultura aveva fatto breccia nel cattolicesimo (col Concilio e il ritorno al Vangelo) e nella sinistra storica…I giornali – in sostituzione dei partiti, perché i partiti erano nati con ideologie e sono morti con le ideologie – sono stati gli alfieri e il laboratorio intellettuale di questa re-ideologizzazione…In questo clima i giornali hanno imposto al mondo politico “il pensiero unico” della vendetta.”.

Isteria  mediatica e populismo mediatico sono ormai fusi in uno stesso regime di comunicazione che fonde pulsioni arcaiche e regressive con il mediatico, avendo  relegato l’azione politica propriamente detta in polverosi libri di storia e al cinema. L’algoritmo della paura sta sostituendo definitivamente l’era basata sul media hype. Quando il cosiddetto “sogno” diventa incubo e persecuzione.

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Mario Perniola, Oltre il nichilismo e il populismo

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Già in altre occasioni ho presentato dei brevi testi del filosofo Mario Perniola dedicati al rapporto fra Estetica e Politica (Agalma 24, “Da Nietzsche a Breivik”, da-nietzsche-a-breivik-mario-perniola/) o alla Società dei simulacri (“Introduzione –  La societa dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori-mario-perniola/), in cui fra l’altro afferma

“Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.”.

Ma Perniola non è tipo che si fa rinchiudere in facili stereotipi. E perciò così come ci avverte sui rischi dell’oclocrazia, ci avverte anche del rischio opposto, di bollare il vasto mondo dell’insurrezione e della rabbia col nome di “antipolitica”, il che ci consente certo di autoassolverci, ma non di elaborare una nuova teoria adeguata ai tempi:

“ Il tarlo populistico, che già negli anni Ottanta “era sotto gli occhi di tutti” (come allora scrivevo), manifestandosi ovunque l’intrigo e la macchinazione prendono il posto della società e dell’organizzazione razionale oppure con l’esaltazione delle idiozie più diffuse e con l’intrigo o con una combinazione di ambedue le cose, sta ora facendo crollare il tavolo, che è ormai fradicio.

È molto riduttivo e addirittura narcotizzante riportare nell’alveo del neo-nazismo, del neo-fascismo, dell’anarchismo, del populismo tradizionale o dell’anti-semitismo, la rabbia che cova nelle società euro-americane. Tale sentimento di ira impotente appartiene al mondo della globalizzazione e non alle ideologie politiche di cent’anni fa. Esso non trova un’espressione teorica e si veste perciò con i panni del passato, così come gli insorti della Rivoluzione francese si travestivano da antichi Romani.

Trovo piuttosto fuorviante bollare tutta questa vasta insurrezione col nome di “antipolitica”, perché essa è alla ricerca di una politica differente da quella ideologica: ora questo è un compito che non può essere svolto né dai demagoghi, né dai comici, ma da un’intelligentsia, che non sia più disposta ad accodarsi a questo o a quel partito, a questa o a quella ideologia. Nel passato la teoria era sempre più avanti del movimento sociale; ora avviene il contrario. Ci troviamo dinanzi ad una rivolta in atto, ma fanno difetto gli strumenti teorici per pensarla.”

QUI (http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=24) il testo intero tratto dal nr.24 della rivista Agalma.

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“Le tendenze descritte nel sesto capitolo, Nichilismo e populismo, scritto negli anni Ottanta, il nietzscheanismo e il neo-nazismo, che allora consideravo come marginali, hanno acquistato un’importanza sempre più rilevante. Già allora tuttavia ritenevo che questi due termini non fossero adeguati a descrivere quanto stava accadendo. Il tarlo nichilistico cominciava a trasmettersi all’intera filosofia: ora nessuno può considerarsi immune da questa patologia, anche perché nel frattempo gli intellettuali sono stati destituiti da ogni rilevanza politica, per cui ognuno lotta da solo per la propria sopravvivenza con le armi arrugginite di cui dispone. Niente di più ipocrita e di intimidatorio che l’appello alla responsabilità morale e politica dell’intelligentsia, quando tutti sanno che questa non conta nulla: è come mettere sotto accusa un disabile perché non vince una gara atletica! Così piuttosto patetiche mi sembrano le dispute culturali, quando queste superano i limiti della legittima divergenza tra opinioni ed interpretazioni differenti trasformandosi in biliosi e stizzosi attacchi personali, che emozionano soltanto i diretti interessati: per quanto diversi siano i punti di vista e le scelte, chi dedica la propria vita allo studio deve sempre mantenere un atteggiamento di rispetto nei confronti di chi opera con impegno e sacrificio nello stesso campo. Non siamo più ai tempi dei “compagni di strada” o poput?iki, cioè coloro che mostravano uno spontaneo spirito di collaborazione nei confronti dei politici pur essendo estranei rispetto al nucleo organico dei partiti. Così non è più tempo di esercitare il proprio iper-moralismo nei confronti di coloro che si lasciano sedurre dalle sirene del teatrino della politica. Gli intellettuali che si azzannano tra loro sono come i proverbiali capponi di Renzo descritti da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, che si beccavano l’un l’altro invece di far fronte alla comune malasorte. Su questo argomento penso come gli antichi filosofi Stoici, i quali, dopo aver delineato il grande ideale del saggio, si guardavano bene dall’attribuirselo, affermando che in tutta la storia era stato tale solo Socrate e forse anche qualcun altro di cui non si sapeva nulla!”

Il darwinismo sociale ecologista, da Ernst Haeckel a Herbert Gruhl (Janet Biehl, Ecofascismo 5 e Conclusioni)

Janet Biehl

L’“Ecologia” e  la modernizzazione del fascismo nell’ultra-destra tedesca

 

Published by: AK Press – The Anarchist Library

http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html

(Traduzione in italiano a cura di: blackperrot@anarcotico.net)

Janet Biehl è una scrittrice anarchica statunitense, collaboratrice e compagna di Murray Bookchin, e con lui  teorica dell’Ecologia sociale.  Oltre questo testo, presente nel volume Ecofascism: Lessons from the German Experience (1996) , scritto insieme a Peter Staudenmeier, ha scritto anche Finding our Way. Rethinking Ecofeminist Politics (1991), The Politics of Social Ecology: Libertarian Municipalism (1997), e The Murray Bookchin Reader (1997).

(Con questa ultima parte del saggio di Janet Biehl si chiude la lunga cavalcata sull’ecologia fascista, che parte non a caso dalla biologia razzista di di Ernst Haeckel, descritta da Peter Staudenmeierper arrivare a un suo lontano epigono, il politico Herbert Gruhl, passato dalla CDU al nuovo partito dei Verdi, e poi ritornato alle origini. Credo ci sia ormai abbastanza materiale per riflettere e approfondire., anche grazie al più che accurato apparato delle note. Quel che ho constatato nel confezionare questi post, attraverso le immagini o le fonti, è come in Germania le organizzazioni antifasciste (Antifa), gli ecologisti progressisti, Indymedia e altri siti di archivi abbiano seguito con grande accuratezza, con un lavoro di documentazione eccellente,  il fenomeno dell’ambientalismo fascista attraverso le sue innumerevoli metamorfosi e infiltrazioni, i suoi travestimenti e i suoi ripescaggi nostalgici. La pronta reazione Antifa, in buona parte extra-parlamentare, ha permesso infatti di rintuzzare prontamente ogni sorta di ambiguità e provocazione, di ripulire lo stesso partito dei Grunen, rispedendo fascisti, rossobruni, NIMBY, antimondialisti, mistici,  esoterici e i “né destra né sinistra” nelle loro fogne preferite. In Italia questo fronte antifascista, negli ultimi due decenni, è venuto un po’ meno, consentendo ogni sorta di scempio e di infiltrazione. Non che siano mancati gli studi, i saggi, le inchieste di tipo giornalistico, gli articoli, di cui darò conto in nuovi post.  E’ mancato un adeguato coordinamento frutto soprattutto dello sbracamento,  della deriva qualunquistica e giustizialista di molta parte del pensiero di sinistra., della mancanza di conflitto reale, del parlamentarismo beota e soddisfatto di sé che ha corrotto anche i residui della “sinistra radicale”. Ma su questo occorrerà tornarci in seguito.)

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PARTE QUINTA

Herbert Gruhl: darwinista sociale “ecologista”

 

Bahro, va detto, sostiene di voler ricercare le radici della crisi ecologica nella “malattia” dell’”umanità Nordica bianca“. Ma l’estrema destra di solito individua queste radici nei non-europei ed usa l”ecologia” per muovere le classiche argomentazioni razziste contro l’immigrazione dal terzo mondo. Nell’”Europa delle terre dei padri” di concezione “etno-pluralista“, ogni Volk necessita, per poter prosperare, del suo ambiente familiare specifico, di cui e’ esperto. L’interferenza esterna – immigrazione compresa – disturba questo ambiente naturale, l’”ecologia naturale del Volk.” Più spesso, l’estrema destra sostiene di voler difendere delle culture, anziche’ delle razze. Se i nazisti perseguitarono coloro che praticavano la “mescolanza di razze” e cercarono di conservare la “purezza razziale”, i fascisti odierni sostengono di opporsi alla mescolanza culturale e cercano di conservare la propria cultura.

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Quindi, gli eco-fascisti e il partito fuorviantemente denominato “Partito Ecologista Democratico” (“Okologische Demokratische Partei”, o ODP – http://www.oedp.de)  propongono che i “richiedenti asilo” vengano accettati da paesi che appartengano alla loro medesima sfera culturale” ed auspicano “l’Heimat anziché la multiculturalita’.” (98) La falsità di queste posizioni risulta pero’evidente, quando vengono presentate in termini di “ecologia”’ perchè la nozione di ecologia dell’estrema destra non e’ altro che darwinismo sociale, l’ideologia reazionaria secondo cui e’ la biologia a determinare la forma della società e sono i geni, piuttosto che l’ambiente, a determinare la cultura. L’“ecologia” darwinista sociale può quindi addurre motivazioni apparentemente “ecologiste” per rifiutare l’ingresso degli immigranti e per asserire l’identità etnica o nazionale – evitando di ricorrere alla terminologia della razza.

Nell’ultra-destra tedesca, il darwinismo sociale ha radici profonde. Quando emerse come dottrina per la prima volta, nel diciannovesimo secolo, la sua corrente tedesca era molto differente da quella anglo-americana. Come il darwinismo sociale anglo-americano, quello tedesco proiettava le istituzioni sociali umane nel mondo non-umano, come “leggi naturali”. Dopodichè, adduceva queste “leggi” per definire come “naturali” le disposizioni sociali umane. Inoltre applicava alla società il concetto di “sopravvivenza del più adatto”. Ma mentre il darwinismo sociale anglo-americano concepiva il “più adatto” come il singolo imprenditore in una sanguinaria giungla capitalista, il darwinismo sociale tedesco concepiva il “più adatto” soprattutto in termini di razza. La razza ‘più adatta’, quindi, non soltanto potrebbe, quanto dovrebbe sopravvivere, sgominando tutti i suoi competitori nella sua ‘lotta per l’esistenza.’

Lo storico Daniel Gasman osserva: “Si può dire che, mentre in Inghilterra il darwinismo fu un’estensione di un individualismo laissez faire, proiettato dal mondo sociale al mondo naturale, [in Germania fu] una proiezione del romanticismo tedesco e dell’idealismo filosofico… La forma presa dal darwinismo sociale in Germania fu quella di una religione pseudo-scientifica di culto della natura, un misticismo della natura combinato con nozioni razziste. (99) Dal momento che questo darwinismo sociale sembrava offrisse una base “scientifica” al razzismo, il nazionalsocialismo vi si rifece ampiamente per addurre motivazioni “scientifiche” al proprio virulento razzismo. Hitler scrisse in ‘Mein Kampf’, per esempio, che la gente “deve la propria esistenza superiore non alle idee di pochi ideologi stravaganti, quanto alla conoscenza ed all’applicazione spietata delle severe e rigide leggi della natura“.

Ecco una di queste “leggi”: “La natura generalmente prende alcune decisioni correttive riguardo alla purezza razziale delle creature terrestri. Ha poco amore per i bastardi.” (100) Per stabilire il loro regime totalitario ed avviare il genocidio, i nazisti poterono facilmente fare riferimento a un’ideologia diffusa, secondo cui il Volk sarebbe intermediario tra l’individuo e l’universo, che rende l’individuo soprattutto un membro di una unità più grande, il “Volk complessivo”, o la “comunità del Volk”. Oggi, tra gli attivisti ecologisti e’ ampiamente noto che fu Ernst Haeckel a coniare il termine “ecologia”, nel 1860 circa. Meno noto è il fatto che Haeckel fu il principale portavoce del darwinismo sociale tedesco, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, come documentato da Gasman. Il darwinismo sociale tedesco si fuse quindi quasi immediatamente con il concetto di “ecologia”. Haeckel era inoltre un credente nel razzismo e nel nazionalismo mistici; il darwinismo sociale tedesco, quindi, fu fin dalle origini un concetto politico che fornì una base pseudo-biologica al razzismo e al nazionalismo romantici.

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Come sostiene Gasman, infatti, “in Germania il darwinismo sociale ispirato al razzismo… fu quasi interamente creato da Haeckel … Le sue idee servirono a incorporare in una sola ideologia le tendenze del razzismo, dell’imperialismo, del romanticismo, dell’anti-semitismo e del nazionalismo… Fu Haeckel a portare il peso della scienza interamente dalla parte delle idee del volkismo, che erano essenzialmente mistiche e irrazionali”. (101) Fu Haeckel a proporre la trasposizione nella società umana di concetti applicati alla natura non-umana come “allevamento selettivo” ed “igiene razziale”.

Nonostante dai tempi di Haeckel siano emersi concetti scientifici di ecologia ampiamente differenti, l’“ecologia” professata dagli attuali eco-fascisti è essenzialmente il darwinismo sociale di Haeckel. Probabilmente, l’“ecologista” darwinista sociale e razzista attualmente più noto in Germania è Herbert Gruhl (morto nel 1993 – NdT) (102), un ex parlamentare democratico cristiano il cui bestseller del 1975, “Un pianeta saccheggiato: l’equilibrio del terrore della nostra politica”, offre un’interpretazione esplicitamente darwinista sociale dell’ ecologia. (103)

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Verso la fine degli anni Settanta e all’’inizio degli anni Ottanta, Gruhl ha partecipato alla formazione dei Verdi tedeschi con un nuovo gruppo politico che aveva fondato: “Futuro di Azione Verde” (GAZ). Secondo Charlene Spretnak e Fritjof Capra, e’ stato Gruhl a coniare lo slogan “non siamo ne’ di destra ne’ di sinistra, siamo davanti“. (104) All’inizio degli anni Ottanta, i membri dell’ultra-destra, compreso il GAZ di Gruhl, si contesero la direzione del partito verde con correnti di sinistra e di centro; alla fine, il controllo fu preso dal centro-sinistra.

Nelle fasi fondanti dei Verdi, fu grazie alle tendenze di sinistra“, scrive Ditfurth, “che l’ultra-destra e i neofascisti non riuscirono a porsi alla guida delle politiche ecologiste, come all’epoca minacciavano di fare“. (105) Gruhl, che faceva parte della fazione perdente, ne concluse che i Verdi avessero rinunciato alla loro “preoccupazione per l’ecologia, a favore di un’ideologia progressista di sinistra”, ed usci’ dal partito. Fuori dai Verdi, continuò però la lotta per la sua concezione di ecologia. Con il suo collega di ultra-destra Baldur Springmann, nel 1982 fondò’ il “Partito Democratico Ecologista” (ODP) e scrisse la maggior parte della sua letteratura programmatica, orientando l’ecologia verso il fascismo e dotando razzismo e controllo della popolazione di una legittimazione “ecologista”. Nel 1989, quando un congresso del partito ODP osò approvare una risoluzione con cui prendeva formalmente le distanze dal partito NPD e dai Republikaner, questa “vittoria della sinistra” fu troppo per Gruhl, che abbandonò il partito, per formare ancora un altro gruppo.

Dalla meta’ degli anni Ottanta, Gruhl e’ stato spesso ospitato come conferenziere in vari eventi neo-nazisti e di negazione dell’Olocausto, mentre continua a pubblicare libri sull'”ecologia”. L’”ecologia” darwinista sociale di Gruhl riduce gli esseri umani alle loro caratteristiche biologiche ed applica alla società le ‘leggi della natura’: “Tutte le leggi valide per la natura vivente si applicano generalmente anche alle persone, perche’ la gente stessa fa parte della natura vivente “, sostiene. (107).  Queste “leggi naturali” prevedono che la gente dovrebbe accettare l’attuale ordinamento sociale così com’è. Il dominio, la gerarchia e lo sfruttamento dovrebbero essere accettati, perchè “il cigno è bianco, senza che alcuno debba sbiancarlo artificialmente. Il corvo è nero, e ogni cosa si pone spontaneamente nella propria collocazione naturale. Ciò è bene. Tutti i desideri di giustizia organizzata nutriti dalle persone… sono semplicemente disperati.” (108)

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Le persone dovrebbero adattarsi alle circostanze attuali, anzichè tentare inutilmente di cambiarle, dal momento che “ogni forma di vita si adegua a ciò che non può cambiare.” (109) Se la società fosse instaurata secondo natura, sostiene Gruhl, le culture istituirebbero delle prescrizioni contro coloro che deviano dalle loro norme attuali, dato che “nei territori di caccia selvaggi, quando un animale infrange la legge non scritta del branco e intraprende un proprio percorso, generalmente paga con la vita per questa indipendenza.” (110)

Inoltre, le culture dovrebbero essere mantenute separate una dall’altra: “Quando molte culture sono compresenti nella stessa zona, il risultato sarà che vivranno una a fianco dell’altra, in conflitto reciproco, oppure… raggiungeranno l’entropia, trasformandosi in una mistura il cui valore diminuira’ ad ogni miscuglio, fino a che non avrà più alcun valore “. Anche la ragione per la separazione culturale si basa sulla “legge naturale “: “Una specifica legge dell’entropia è particolarmente nota in ecologia e questa legge è valida anche per le culture umane.” (111) Negli anni a venire, secondo Gruhl, in tutto il mondo le culture si contenderanno le fonti di sostentamento necessarie per sopravvivere, in una lotta sociale darwinista per l’esistenza.

“Non c’e’ dubbio che le guerre del futuro saranno combattute per il possesso delle fondamenta basilari della vita – vale a dire per le fonti alimentari e per i sempre più preziosi frutti della terra. In questo scenario, le guerre del prossimo futuro supereranno in ferocia tutte le guerre precedenti.” (112) Le popolazioni con le maggiori probabilità di sopravvivere saranno quelle meglio armate e che meglio conserveranno le proprie risorse; quelle che “riusciranno a portare al più alto livello la loro preparazione militare, mantenendo contemporaneamente basso il loro tenore di vita, avranno un vantaggio enorme.” (113) Per questa battaglia, i tedeschi devono non solo armarsi, ma preservare il loro ambiente

Per questa battaglia, i tedeschi devono non solo armarsi, ma preservare il loro ambiente conservando basso il numero degli abitanti: “le violazioni dell’equilibrio ecologico e la distruzione degli spazi vitali naturali [“Lebensäume”] sono direttamente collegate con la densità demografica.” La ““sovrappopolazione ” nel terzo mondo, comunque, avrebbe prodotto degli “eserciti di persone in cerca di lavoro”, che starebbero entrando in Germania con “ una capacita’ distruttiva ” paragonabile “ ad una bomba nucleare “, scrive Gruhl. Questa “marea di umanità” costituirebbe una grave minaccia primaria, che in Europa causerà il “crollo dell’ordine”. Gli immigranti dal terzo mondo starebbero quindi minacciando la cultura europea stessa, che “perirà non a causa della degenerazione della sua gente, come avvenuto a grandi civiltà precedenti, ma a causa di leggi fisiche: una massa umana costantemente crescente su una superficie di terra che rimane costante.” (115).

Di conseguenza, non c’è spazio per immigranti nella Repubblica Federale: “A causa della sua alta densità demografica, la Repubblica Federale di Germania, uno dei paesi più densamente popolati della terra, non può essere un paese di destinazione per gli emigranti. Rifiutiamo quindi di accettare illimitatamente stranieri.” (116) Di conseguenza, Gruhl chiede “un blocco dell’immigrazione per motivi ecologici.” (117) “Le leggi della natura”, secondo Gruhl, “offrono una soluzione per l’immigrazione dal terzo mondo, specialmente la ‘legge’ secondo cui “l’unica valuta accettabile con cui possono essere pagate le violazioni della legge naturale e’ la morte. La morte pareggia i conti; riduce tutta la vita che ha invaso questo pianeta, cosicche’ il pianeta possa ancora una volta restare in equilibrio.” (118). Fortunatamente – dal suo punto di vista – le popolazioni del terzo mondo accetteranno questa soluzione mortale, perché le loro vite “si basano su un aspettativa di vita completamente differente dalla nostra: accettano come destino la loro morte e quella dei loro bambini.” (119).

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Non c’e’ bisogno di dire che Gruhl non ritiene che la democrazia sia lo strumento più efficace per risolvere questi problemi. Dopo tutto, questa situazione “assumerà le proporzioni di un’emergenza negli anni a venire, e i tentativi che verranno fatti per prevalere causeranno uno stato di emergenza permanente.” (120).  In un’intervista con i redattori di “Junge Freiheit” (“Libertà giovane”), la pubblicazione di punta dei Nazional-rivoluzionari, è stato chiesto a Gruhl se i problemi di protezione dell’ambiente e della vita possano essere risolti in una democrazia. “Probabilmente no”, ha risposto, “perché le democrazie seguono lo Zeitgeist e attualmente in tutti i paesi del mondo lo Zeitgeist è alzare ulteriormente il tenore di vita. I partiti che mettono in guardia rispetto a questo problema e promuovono la rinuncia al consumo sembrano avere poche probabilità di successo.”

Gruhl, invece, richiede “uno Stato forte”, forte sia internazionalmente che nazionalmente – se possibile, anche uno Stato “con poteri dittatoriali.” (121). Nell’autunno del 1991, il Ministro dell’Ambiente della Bassa Sassonia sconcertò molti osservatori assegnando ad Herbert Gruhl un onorificenza statale altamente prestigiosa. “Con il suo best-seller internazionale ‘Un pianeta saccheggiato” – ha dichiarato il Ministro Monika Greifahn – Gruhl avrebbe “posto le idee della protezione dell’ambiente e della cura al centro della consapevolezza politica del pubblico.” (122).

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Un ecologia sociale della liberta’

 

Una combinazione di nazionalismo, autoritarismo e desiderio di guide carismatiche che viene legittimata da un “ecologia” mistica e biologista e’ potenzialmente una catastrofe sociale. Cosi’ come il movimento volkisch venne alla fine assorbito dal movimento nazista, allo stesso modo i nuovi movimenti sociali attratti da questi concetti devono essere consapecoli del loro potenziale per la catastrofe politica e sociale qualora vengano incanalati in una direzione politicamente pericolosa derivata dal misticismo. Un amore per il mondo naturale e l’alienazione dalla società moderna di per sè sono idee innocenti e legittime, e non fu affatto a causa di una necessità storica che vennero trasformate in una giustificazione per lo sterminio di massa. Tantomeno l'”ecologia” si limita a un’interpretazione in chiave di giungla razziale da darwinismo sociale, o politicizzata secondo direzioni tribali, regionali e nazionaliste. L'”ecologia” non e’ neppure un concetto mistico inerentemente antirazionale. Per finire, la crisi ecologica difficilmente può essere negata: è di per sé molto reale e sta rapidamente peggiorando. In realtà, la politicizzazione dell’ecologia non è solo desiderabile, quanto necessaria.

Nonostante questo articolo sia focalizzato sulla destra “ecologista” nella Repubblica Federale, il fascismo “ecologista” non e’ diffuso soltanto in questo paese. In Inghilterra, una corrente del National Front ha come slogan: “La preservazione razziale e’ Verde!” Negli Stati Uniti, il noto razzista Tom Metzger (http://www.resist.com) sostiene:

Ho notato che e’ aumentato il numero di giovani nel movimento razziale bianco che si interessa anche di ecologia, protezione degli animali e cose del genere, e mi sembra che man mano che diveniamo consapevoli della nostra condizione precaria, essendo gli uomini e le donne bianchi soltanto il dieci per cento della popolazione mondiale, cominciamo a simpatizzare, abbiamo maggior empatia, per i lupi ed altri animali.” (123)

La sua collega Monique Wolfing concorda: “Beh, certo. Si trovano nella nostra medesima posizione. Perche’ dovremmo desiderare qualcosa creato da noi stessi e contemporaneamente vedere distrutta la natura? Lavoriamo fianco a fianco con la natura e, mentre cerchiamo di salvare la nostra razza, dovremmo salvare la natura“. (124)

Il noto “ecologista profondo” statunitense Bill Devall, che non e’ certamente un fascista, ha inserito tra le sue opinioni degli argomenti contro l’immigrazione. Apparentemente sollevato dal fatto che “in Europa occidentale ed in Nord America la popolazione sta cominciando a stabilizzarsi“, ha notato che esiste però un pericolo: “l’immigrazione.” Devall critica coloro che vorrebbero “giustificare un’immigrazione su vasta scala dall’America latina e dall’Africa verso l’Europa occidentale e l’America settentrionale come colpevoli di un “umanismo mal riposto“. (125)

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Ciò che chiaramente e’ cruciale e’ la maniera in cui vengono concepite le politiche ecologiste. Se lo slogan dei Verdi “noi non siamo ne’ di destra ne’ di sinistra, siamo davanti” ha mai avuto un senso, l’emergere di una “destra ecologista” rende definitivamente obsoleto questo slogan. La necessità di una sinistra ecologista e’ urgente, specialmente di una che sia saldamente fondata su di una chiara serie di opinioni anticapitaliste, democratiche e antigerarchiche. Deve essere radicata nell’internazionalismo della sinistra e nella critica genuinamente egalitaria dell’oppressione sociale che fu parte dell’Illuminismo, in particolare della sua discendenza di rivoluzionari libertari. Ma una politica ecologicamente orientata deve affrontare anche i fenomeni biologici, dal momento che la loro interpretazione può essere sfruttata per finalità inquietanti.

Quando “rispetto della natura” arriva a significare “reverenza“, può trasformare le politiche ecologiste in una religione che gli “Adolf verdi” possono efficacemente usare per scopi autoritari. Quando, a sua volta, la “Natura” diviene una metafora che legittima la “morale genetica”, le glorie della “purezza razziale“, l'”amore per l’Heimat”,  “donne uguale natura“, o la “consapevolezza pleistocenetica” della sociobiologia, sono gettate le basi per la reazione. Il fascismo “ecologista” e’ un tentativo, cinico ma potenzialmente efficace politicamente, di collegare misticamente, attraverso un frasario ecologista, una sincera preoccupazione per i problemi ambientali attuali, gli elementi veramente migliori dell’Illuminismo, alle paure di antica memoria del “diverso” o del “nuovo”. Le mistificazioni autoritarie non sono un destino inevitabile del movimento ambientalista contemporaneo, come dimostra l’ecologia sociale. Ma potrebbero diventare il suo destino, se faranno strada gli eco-mistici, gli eco-primitivisti, i misantropi e gli antirazionalisti.

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NOTE

98. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen’ und RassistInnen gegen EG und Kolonialismus? Anmerkungen zur ODP und anderen ‘BundnispartnerInnen’ in der Kampagne ’92”, “OkoLinX: Zeitschrift der okologischen Linken 6“ (luglio-agosto.-settembre 1992), pp. 11 e 19

99. Daniel Gasman, “The Scientific Origins of National Socialism: Social Darwinism in Ernst Haeckel and the German Monist League” (New York: American Elsevier; London: Macdonald & Co., 1971), pp. xxii-xxiii.

100. Adolf Hitler, “Mein Kampf“, trad. Ralph Mannheim (Boston: Houghton Mifflin, 1943), pp. 288, 400.

101. Gasman, “Scientific Origins”, p. xxiii.

102. Per una critica di Gruhl, vedi: Anti-EG-Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen’“; Antifa-Gruppe Freiburg und Volksfront gegen Reaktion, “Faschismus und Krieg“, eds., “Beitrag zur Kritik des Ökologismus“ e “Beitrag zur Ideologie und Programmatik der ÖDP“ (Cologne: GNN-Verlag, 1989); e Ditfurth, “Feuer“, pp. 151-69.

103. Herbert Gruhl, “Ein Planet wird geplündert “(ristampa Frankfurt/Main, 1987; originale, 1975).

104. Charlene Spretnak e Fritjof Capra, “Green Politics” (New York: E. P. Dutton, 1984), p. 15.

105. Ditfurth, “Feuer“, p. 152.

106. Vedi, ad es.i quotidiani del 7 novembre 1991.

107. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 30.

108. Herbert Gruhl, “Das irdische Gleichgewicht“ (Munich, 1985), p. 127; Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p . 27; e Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen‘”, p. 10.

109. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 35.

110. Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 68.

111. Citato in Ditfurth, “Feuer”, p. 159.

112. Gruhl, “Ein Planet“, p. 322f.

113. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 114f.

114. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen‘” p. 11.

115. Herbert Gruhl, “Die Menschheit ist am Ende”, Der Spiegel 13 (1992), pp. 57-58.

116. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen,'” p. 11.

117. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen,'” p. 10.

118. Gruhl, “Ein Planet“, p. 110.

119. Herbert Gruhl, “Himmelfahrt ins Nichts“ (Munich: Verlag Langen Müller, 1992), p. 242. Vedi la critica di Thomas Ebermann, “Massakriert den Armen!” Konkret (giugno 1991), pp. 36-37

120. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 113.

121. Citato in Reimar Paul, “EK III in Grün-Braun”, Konkret [Hamburg] (dicembre 1991), pp. 35-36.

122. Citato in Paul, “EK III”, pp. 35-36.

123. Tom Metzger, citato in Elinor Langer, “The American Neo-Nazi Movement Today”, Nation (16-23 luglio 1990), pp. 82-107 at. 86.

124. Citato in Langer, “American Neo-Nazi Movement”, p. 86.

125. Bill Devall, “Simple in Means, Rich in Ends: Practicing Deep Ecology” (Layton, UT: Gibbs Smith, 1988), p. 189.

Trieste, Bosnia

Trieste, Bosnia

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“a me pare che ci siano stati in questi anni un sistematico allevamento e una sistematica promozione dell’incazzatura da parte degli stessi che domani quando arriverà la Bosnia anche da noi diranno “come abbiamo fatto a non accorgercene?” e proporranno riflessioni sul tema”

(Luca Sofri, “L’indignato feroce”, 8 marzo 2013, http://www.wittgenstein.it/2013/03/08/lindignato-feroce/)

Manco a farlo apposta, leggo sulle pagine di Carmilla,  in un articolo  a cura della giornalista e ricercatrice triestina Claudia Cernigoi, la descrizione di un perfetto esemplare in miniatura, un microcosmo di quell’eco-fascismo in salsa rosso-bruna di cui ho parlato ultimamente, e  che in questo caso  riguarda il Movimento per Trieste Libera (MTL) che domenica 15 settembre ha portato in piazza circa 5000 persone.

(L’articolo di Claudia Cernigoi: http://www.carmillaonline.com/2013/09/30/trieste-libera/)

“Un movimento che si definisce “né di destra né di sinistra” (una moda ormai!) e che comprende per lo più “gente della strada”, l’Uomo (e la Donna, ovvio) Qualunque sono stati resuscitati”.

Cernigoi fa un breve ma intenso excursus storico sul Territorio Libero di Trieste (TLT), oltre un’analisi della situazione attuale, che invito a leggere nella sua completezza su Carmilla. Qui mi limito a segnalare alcune “curiosità”.

Fra i tanti personaggi della fauna irredentista fanno spicco, per esempio, un certo Roberto Giurastante, già portavoce del movimento ambientalista Greenaction Transnational, che negava la sovranità italiana in materia ambientale. Nel 2011 venne costituito  il Comitato per il Porto Libero di Trieste (Free Port Trieste), e quindi il Movimento Trieste Libera, che rilascia anche le carte d’identità del Territorio Libero, composto da alcuni fuoriusciti (Lega Nord, M5S, ex AN) e lo stesso Giurastante.

Trieste libera ( il Piccolo cronaca locale qui)

Apparentemente sembrerebbe “che a fronte di una perfetta organizzazione di “eventi” (feste, manifestazioni, cortei), che richiede una regia di esperti in materia, il Movimento non abbia dei leader politici veri e propri” (a parte il Giurastante, che però l’autrice non considera un vero e proprio leader). E tuttavia il corteo del 15 settembre rivela “un sistema organizzativo impressionante”, dagli slogan  alle magliette, dalla banda al servizio d’ordine efficientissimo coordinato, a quanto pare dal promoter di arti marziali Alessandro Gotti (con un passato in Autonomia operaia!).

L’avvocato del MTL è un certo Edoardo Longo “difensore senza attenuazioni opportunistiche nei processi politici contro il dissidenti antimondialisti di destra, ha riversato la sua esperienza in materia in alcuni libri e in moltissimi articoli contro le aberrazioni del sistema giudiziario al servizio delle lobbies plutocratiche internazionali. (…) Dalla metà degli anni ‘8O svolge una intensa attività di ricerca culturale e pubblicistica, dapprima in ambito culturale tradizionale ( con nette influenze del pensiero di Julius Evola e Domenico Rudatis di cui era amico personale), poi in ambito più marcatamente politico. (…)

(sul rapporto fra Giurastante e l’avv.Longo: http://bora.la/2013/07/17/festa-del-territorio-libero-di-trieste-fino-al-21-luglio-a-borgo-grotta-gigante/)

Anche la sua attività pubblicistica, molto vasta, merita di essere conosciuta. Ne citiamo le opere più significative.

Nel 1996 per il tipi de il Ventaglio di Roma ha pubblicato “Il Fuoco e le Vette. Lungo i sentieri dell’arcaica Tradizione Ariana”, un’antologia che raccoglie quasi tutti gli scritti di Edoardo Longo sulla “metafisica delle vette”.

Ed ancora:

Nel 1989 ha scritto un lungo saggio (ora ristampato ne Il Coltello di Shylock) sui rapporti fra Giudaismo e Massoneria in appendice al volume edito da Ar di Malynski, La Guerra Occulta.

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Il Coltello di Shylock. Storie di ordinaria repressione giudaica , edito nel 2002 dalla editrice triestina la Rocca d’Europa è l’ultimo (al momento) testo pubblicato.

Molte note sulle vicende politico-giudiziarie dell’avv. Longo possono essere lette nelle note e commenti al libro Contra Judaeos di Telesio Interlandi che Edoardo Longo ha reso pubblico per la prima volta dal dopoguerra.” (Interlandi era uno dei teorici fascisti della Difesa della razza).

Nel 1999 ha pubblicato una lunga introduzione dal titolo “La Runa del Lupo” al volume La rivoluzione è come il vento di Marcello de Angelis, Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi (ed. Sentinella d’Italia, Monfalcone, 1999) (Terza Posizione, Forza Nuova, CasaPound).

“ Il motivo per cui un movimento, che si dichiara “né di destra né di sinistra” si sia scelto un avvocato dalle chiare posizioni filo nazifasciste e razziste, si può spiegare (forse) solo valutando il fatto che le pur vaghe teorie economiche di Trieste Libera (ma più che di essa, del collegato Comitato Porto Libero, che ha negli anni passati organizzato alcune iniziative su questi argomenti) sono simili a quelle esposte da un filone di pensatori della destra antimondialista, Giacinto Auriti in primis (l’ex missino che collaborò con Beppe Grillo nella stesura di Apocalisse morbida nell’ormai lontano 1998), il teorico del signoraggio e della local money, temi purtroppo oggi condivisi in parte anche da chi non fa diretto riferimento alla nuova (per modo di dire…) destra, ma appunto dichiara di voler superare la dicotomia “destra-sinistra” in funzione anticapitalista.”

Sul “signoraggio” e sul sistema monetario del Territorio Libero di Trieste” il Comitato Porto Libero ha organizzato nel 2011 una conferenza dal titolo “Il Territorio Libero avrà un proprio sistema monetario”, il cui relatore era il dr. Antonio Miclavec, autore (con Marco della Luna)  del libro €uroSCHIAVI, pubblicato da una casa editrice rosso bruna, l’Arianna editrice, nonchè candidato sindaco di Udine alle ultime elezioni amministrative, nella lista di Forza Nuova.