Groove Armada friends, e nerds sfigati

“Tre ragazze, in vacanza in un’assolata località marina, la sera vanno in discoteca vestite del minimo sindacale. Una di loro, la più carina, protagonista del video, rimorchia un ragazzo, balla con lui, pomicia su un divanetto, poi se ne torna in albergo con le amiche senza curarsi minimamente, la stronza, di quel povero cristo che ha sedotto e abbandonato. Ha avuto un’ulteriore, pleonastica, dimostrazione della sua avvenenza e questo le basta; non pensa che il maschietto a cui ha permesso di carezzarle il pancino, quella sera dovrà ingaggiare una lunga e faticosa serpesmachìa per molcire e ricondurre alla ragione una specifica parte del suo corpo. Asservita ai dettami della moda e alle usanze del suo tempo, la femmina della specie ha messo in mostra le sue piume, ma al momento di “finalizzare il gioco”, come direbbe un commentatore sportivo, ha applicato la strategia della femmina ritrosa e, novella Cenerentola, ha lasciato in Nasso il suo principe azzurro, senza nemmeno il buon gusto di lasciargli una scarpina d’argento come souvenir.”
http://blog.canaro.net/2012/01/04/penetrazione/

 

a proposito di femmine ritrose e femmine sfacciate (Richard Dawkins, Il gene egoista), e di nerds sfigati

consiglio ovviamente di leggere l’intero articolo, un po’ lunghetto, sul blog di Canaro.net

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Hang music – Klaim e La vita di Adele

 

 

Tempo fa avevo commentato il film La vita di Adele di Abdellatif Kechiche (Palma d’Oro a Cannes 2013) sottolineando fra l’altro i riferimenti e le citazioni narrative (Marivaux), artistiche (Schiele, Klimt) e filosofiche (Sartre), (https://artobjects.wordpress.com/2015/03/01/la-vita-di-adele-exarchopoulos-a-kechiche-2013/), senza dimenticare il fumetto di Julie Maroh Il blu è un colore caldo (2010) cui la sceneggiatura si ispira, sia pure liberamente (https://artobjects.wordpress.com/2015/03/16/il-blu-e-un-colore-caldo-julie-maroh-adele-2/).

Colpevolmente ho trascurato la colonna sonora che non è semplicemente un sottofondo o un commento distratto alle scene, ma ne è parte integrante. Lungo tutto il film i protagonisti si ritrovano ad ascoltare, cantare, danzare e a urlare canzoni, dalle manifestazioni studentesche (On lâche rienHK & Les Saltimbanks) al Gay Pride (Epic – Sandro Silva & Quintino, e altre), dai locali gay alle feste (I Follow Rivers, Lykke Li, WhistleSporto Kantes, etc), fino alla scuola dove Adele insegna, nella scena in cui i bambini danzano in cerchio facendo finta di battere un tamburo (Bonbon – Marlène Ngaro (musica tradizionale della Guinea). Ci sono anche Mozart (al Museo), AC/DC, Johnny Halliday, Billy Joel, ABBA.. Un mix multiculturale, come del resto lo sono i protagonisti, in particolare gli studenti.

Nella scena in cui Adele incrocia per la prima volta Emma, Klaim, un musicista di strada, seduto per terra, batte uno strano strumento a forma di disco volante, che si chiama hang, e che produce questo strano suono, metallico dolce e ammaliante allo stesso tempo, che accompagna lo stato d’animo trasognato di Adele mentre attraversa la piazza cercando di non finire sotto qualche macchina! La stessa musica poi la ritroviamo alla fine del film, ma senza il musicista, quando Adele, vestita di blu, abbandona il vernissage della mostra di Emma, ormai definitivamente legata a Lise.

Lo hang è uno strumento che sembra sintonizzarsi in particolar modo coi luoghi di transito, i cosiddetti non luoghi urbani, strade, piazze, tunnel della metro. E’ uno strumento a percussione composto da due semisfere appiattite in acciaio temperato, ha un diametro di 53 cm e un’altezza di 24 cm, e viene suonato con il polso, il palmo e le dita delle mani. Il primo modello di hang venne messo a punto nel 2000 dai suoi ideatori, due artigiani di Berna (CH), Felix Rohner e Sabina Schärer, proprietari della PANArt, sulla base di una continua ricerca sulle percussioni etniche di mezzo mondo, fra cui in particolare quelli steel pan originari di Trinidad e Tobago. Essendo uno strumento prettamente artigianale, ne sono state realizzate poche centinaia di esemplari. Dal 2009 la PANArt ha cominciato a produrre un’evoluzione dello hang, il gubal, dalle sonorità più calde e profonde, che alcuni considerano complementari allo hang. Sfortunatamente di quest’ultimo è diventato molto difficile acquistarne qualche esemplare. Ci sono strumenti simili, sempre artigianali, ma con sonorità e materiali differenti, che vengono chiamati genericamente handpan : Bellart Bells (ES), Caisa (DE), Halo (USA), Spacedrum (FR), SpB (Russia), Disco Armonico (IT).

Per ulteriori approfondimenti, video, articoli, libri, etc, si può visitare il sito http://panart.ch/en/

 

Sound of the City – Walking in London (Concrete Blonde, Coldplay, D.Bowie & list of many others)

Di tutte le canzoni dedicate a Londra, quelle che ascolto più volentieri ultimamente sono

 

 

ma anche

 

 

 

inoltre:

Adele – Hometown GloryHometown_Glory

Alanis Morissette – London

Antoine Dufour – 30 Minutes in London
Archive – Londinium

Athlete – The Tourist
Babyshambles – Albion
Babyshambles – Black Boy Lane

Barry Manilow – London

Belle & Sebastian – Mornington Crescent

Bloc Party – Always new dephts
Blur – London Loves

Blur – Parklife

Carter USM – The Only Living Boy in New Cross

Cat Stevens – Portobello Road

Chemical Brothers – Hold Tight London
David Bowie – Lady Grinning soul (London)
David Bowie – London Boys
David Bowie – London Bye Ta-Ta

David Bowie, Maid of Bond Street

 

David Bowie – A Foggy Day in London Town

R.I.P.

 


Elvis Costello – Clubland
Elvis Costello – I don’t want to go to Chealsea
Elvis Costello – London’s Brilliant
Elvis Costello – New amsterdam
Jethro Tull – Baker Street Muse
Lily Allen – LDNLily-Allen-LDN
London Posse – How’s life in London
Marc Bolan and T.Rex – Funky London Childhood
Morrissey – Come back to Camden
Morrissey – Hairdresser on fire
Morrisey – Piccadilly Palare
Nick Drake – At the Chime of a City Clock
Nick Cave -Brompton Oratory
Nico – Chelsea girl
Patrick Wolf – London
Paul McCartney – London Town
Pulp – Common People
R.E.M. – Aftermath
Sonic Youth – Westminster Chimes
Suede – By the Sea
Talking Heads – Cities
The Beatles – A Day in the life
The Beatles- The Streets of London
The Clash – London Callinglondon_calling1
The Clash – Guns of Brixton
The Clash- Capital Radio
The Clash – First Night Back in London
The Clash – London’s Burning
The Clash – (White Man) in Hammersmith Palais
The Clash – White Riot
The Jam – A’ Bomb in Wardour Street
The Jam – Carnaby Street
The Jam – Eton Rifles
The Jam – London Girl
The Jam – London Traffic
The Jam – Strange Town
The Kinks -Berkeley Mews
the Kinks – Big Black Smoke
The Kinks – Denmark Street
The Kinks – Dedicated follower of fashion
The Kinks – Lola
the Kinks – Waterloo Sunset
The Libertines – The Boy Looked at Johnny
The Libertines – France
The Magnetic Fields – All the Umbrellas in London
The Pet Shop Boys -King’s Cross
The Pet Shop Boys – London
The Pogues – Dark Streets of London
The Pogues – London You’re a Lady
The Pogues – Lullaby of London
The Rakes – 22 Grand Job
The Rakes – Leave The City and Come Home
The Rolling Stones – Play with Fire
The Rolling Stones – Street Fighting Man
The Smiths – Half a Person
The Smiths – London
The Smiths – Panic
Tori Amos – London Girls

 

 

Emiliana Torrini – Jungle Drum, il Bianconiglio (e buon anno!)

con la fine dell’anno, anche il vecchio computer ha deciso di fare le bizze, niente da fare, è ORA DI CAMBIARE!

Quindi, ultimo post in emergenza, con l’ottima Emiliana Torrini (un bel viaggetto in Islanda, why not?!?)

buon capodanno e un buon 2016 che realizzi i vostri sogni migliori!

 

 

e anche il Bianconiglio!

 

 

Club Culture, fra Lapassade e Bains Douches (introduzione di Pierfrancesco Pacoda)

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Pierfrancesco Pacoda, Rischio e desiderio, NFC 2015, pag. 232 € 11.90, antologia di saggi sulla nascita della “Club Culture” – estratto dall’Introduzione (foto di Mauro Baldrati)

 

***

 

Pacoda_rischioNegli anni ’90 l’antropologo francese George Lapassade, esponente di spicco della cultura che mescolava ribellione e accademia (buon amico di Pier Paolo Pasolini con il quale in pieno 68 protesta contro la Biennale di Venezia) arriva in Romagna per avviare una serie di osservazioni sul campo all’interno del Cocoricò di Riccione.
Lui che ha studiato gli stati modificati di coscienza e lo sciamanesimo tra il Marocco, Haiti e il Brasile sceglie una discoteca della Romagna per continuare i suoi studi sul cosiddetto fenomeno della ‘trance’ metropolitana.
Era quello, va ricordato, il Cocorico che ospitava le performance del nascente teatro della nuova avanguardia italiana (indimenticabili le azioni della neonata Societas Raffaello Sanzio) e le lezioni, prima delle luci delle luci dell’alba del filosofo Manlio Sgalambro nel piccolo privè Morphine, dove spesso il dj, invece della techno, selezionava musica classica.
Erano gli anni dell’elaborazione della club culture, dell’idea, cioè, che la pista da ballo potesse generare inediti flussi culturali, al di là della sua funzione ‘naturale’ di produttrice di piacere, che il club, la ‘discoteca’ potessero tornare a essere riflesso immediato delle grandi modificazioni sociali, accompagnandole, persino.
Che è poi il motivo per il quale nella New York di metà anni ’70 la disco, insieme all’hip hop e al punk (linguaggi sonori non a caso provenienti dallo stesso luogo nella stessa epoca), parlava un forte linguaggio di ‘liberazione’. La gioia insieme alla rivoluzione.Bainsrid1

La conquista del diritto alla visibilità e, in fondo (sembra paradossale parlando di club e di stravaganze) e alla ‘normalità’ per una subcultura che subito fece suo, come elemento fondante, come essenza stessa, come anima, il ‘mito’ della ‘diversità’.
Sia essa una diversità etnica, sociale, sessuale.
Le grandi rivendicazioni, l’orgoglio di essere come si vuole essere, contro tutto e contro tutti, sono state il segno distintivo della club culture. Per questo la definizione di cultura, per raccontare questa scena, è più che opportuna.

Perché ballare sino all’alba era la risposta di strada alla necessità di costruire una identità negata.

Dal ‘leggendario’ Loft di David Mancuso, che con le sue feste in casa mescolava alto e basso, intellettuali e emarginati, al fenomeno dei rave parties, dalla nascita dei superclub che da semplici discoteche si fanno stili di vita ai sound system nomadici che a Capodanno fanno ballare Sarajevo sotto assedio dei cecchini, il club ha sempre cercato di confondere il piacere e il rischio, che sono due caratteristiche delle quali le cosiddette culture giovanili, sin dal loro emergere nel secondo dopoguerra, hanno un infinito bisogno.
E gli eccessi dei jazzisti del bebop, quelli di Elvis e del versante oscuro del rock’n’roll, quelli della psichedelica californiana che, complici gli allucinogeni, credeva davvero che il cielo fosse finalmente caduto sulla terra, sono tasselli di una ‘ribellione senza una causa’ che accompagna la difficoltà di accettare che l’adolescenza sia un rito di passaggio (transe, trance, appunto).
In questo territorio instabile, di difficile lettura si muovono da tempo sociologi, antropologi (pensiamo nuovamente a George Lapassade), medici, ma anche gestori di club, scrittori, dj che cercano di posare il loro sguardo su quello che è diventato il luogo di aggregazione per eccellenza (e quindi di sviluppo) delle culture giovanili.
A loro abbiamo chiesto di accompagnarci in questo viaggio verso il cuore nascosto, ma incredibilmente pulsante, della pista da ballo (…)


continua

http://www.carmillaonline.com/2015/12/29/la-club-culture-tra-rischio-e-desiderio/

 

 

Jefferson Airplane – White Rabbit (Woodstock, 1969)

 

Jefferson Airplane’s diamonds performed at Woodstock, on 17th August 1969 .

“Somebody to Love”, written by Darby Slick and “White rabbit”, written by Grace Slick.

It was back in the year 2008. I had just started listening to Jefferson Airplane. I had looked them up due to a reference John Densmore does in his book “Riders on the storm” to the song “White rabbit”; I was very impressed by the lyrics and…well, the rest is history I guess 🙂
Searching through youtube, I found this very video that I have posted here. Sadly, it was taken down shortly after that, probably due to copyright issues and shit. So, I decided to upload it and make it available for everyone again.

Jefferson Airplane’s performance of these two songs is included in a film called “Woodstock:The Director’s Cut” by Michael Wadleigh.

“Good mornin’,people!”

Really digging: Jack’s outfit and groovy headbanging, Spencer’s hat and badass drumming, Marty’s voice, sideburns and tambourine, Jorma’s playing and crazy hair, Paul’s headband and vocals (well on other songs :p) and Grace’s eyes, barefootness (lol) and of course her unbelievably amazing voice.

Emilie Autumn – Elogio della “Follìa” (A.Corelli)

 

Chi più di Emilie Autumn poteva tessere un’Elogio (contemporaneo) della Follia? Nell’album Laced/Unlaced del 2007 il primo brano è appunto “La Folia”, ripreso da Arcangelo Corelli, compositore e violinista italiano dell’età barocca, considerato come il più grande violinista della sua epoca, anzi come colui che conferì al violino il ruolo di protagonista nei concerti, noto per i concerti grossi, le sonate a tre e questa celebre Follia per violino e basso.

In realtà la follia è un tema musicale di origine portoghese (XVI e XVII secolo), a sua volta originato molto probabilmente da una danza rurale, con una struttura definita su cui l’esecutore è libero di improvvisare. Uno dei primi esecutori fu Diego Ortiz nel 1553. Nel 1700 il tema venne ripreso fra l’altro da Corelli (Sonata per Violino op. 5 n. 12), Vivaldi, Scarlatti e Bach (Cantata dei contadini). Variazioni successive sono presenti in Beethoven, Liszt (Danza Macabra), Rachmaninov. In una forma derivata, la Sarabanda di Handel, la ritroviamo anche nella colonna sonora di alcuni film, fra cui Barry Lindon di Stanley Kubrick, con un arrangiamento gonfio e orchestrale.

Come la Sarabanda, la Follia era in origine una danza frenetica che col tempo, nei suoi vari passaggi geografici e musicali, si decantò e si formalizzò, senza perdere quel che di demonico aveva in sé, come del resto il violino. Non più danza, nel 1700 Arcangelo Corelli la erge a tema virtuosistico, facendola diventare un classico per qualsiasi compositore violinista. Corelli era un codificatore, e per lui Follia non significava, musicalmente parlando, “fuori le righe”, follìa strumentale, anche se una certa dose di ambiguità permane. Cinque anni dopo Vivaldi riprese quella follìa astratta e ritualizzata e la ritrasformò in follìa vera. E dopo Vivaldi si arriva ad Handel. Dall’Italia la Follìa si trasferì a Londra, sulla scia di Nicola Matteis e Geminiani, e il ‘700 inglese si definisce, come nel film di Kubrick, attraverso questo tema. Nasce di qui, strano a dirsi, la venerazione londinese per l’Italia e Venezia, e anche quella grande tradizione strumentale britannica aperta alla musica altrui.

La follìa non è per sua natura una musica allegra o positiva, come non lo era in origine la danza (qui corre un parallelo col tarantismo). E’ una musica fatalistica e malinconica, che sembra più allegra nelle variazioni più veloci e virtuosistiche, più fisiche, ma l’ineluttabilità del destino riaffiora immediatamente nei Lento, negli Adagio e nei Largo. Del resto il personaggio di Barry Lindon è quello dell’avventuriero sconfitto. Ma, mentre nei paesi latini il suo fascino demonico e tragico si era trasformato in caricatura, su a Londra nella sua decantazione schematica aveva trovato la sua vera celebrazione nell’auto-riflessione. Divenuta astrazione, la Follìa esprimeva

“il fascino della lotta per l’impossibile, tentata con l’unico mezzo che il corpo, destinato a perdere, può permettersi: la ripetizione dell’atto, della conquista, dell’amore all’infinito, per simulare in terra l’Infinito. C’est à dire, in musica, la Variazione come forma più universale e rivolta elettivamente…E chi è più follemente sfrontato, nello sfidare il cielo, del Demonio?”

http://heinrichvontrotta.blogspot.com/2006/04/elogio-della-follia.html

 

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The Sunken Lands – Rosanne Cash

 

“Songwriting is one of the only places in which I can time travel,” says Rosanne Cash. In an intimate portrait, she reveals her deepest influences: close family, her musical heritage and the deep, dark and mystical South. This short film traces Rosanne’s latest album The River & The Thread from its genesis to its recording to taking the show on the road. We see her creative process, witness her emotional connections and feel the power of her stories.

 

Copia di Cover

 

Non avevo ascoltato alcunchè di Rosanne Cash prima di True Detective 2, in cui ha collaborato con Lera Lynn, la cantante che interpreta se stessa nella serie TV, nel bar frequentato dai personaggi principali. La Cash, primogenita del famoso musicista folk-rock Johnny Cash, ha alle spalle una lunga carriera, e ha appena pubblicato un bellissimo album, The River & The Thread, da cui è tratto il brano The Sunken Lands, “terre sommerse”.

 

Henry Rollins (Black Flag) – Il mio debito con l’Europa

(i musicisti punk hanno spesso affrontato, nei testi come nella forza espressiva delle loro performances, i temi della violenza urbana, dal ribellismo giovanile alle guerre di gangs, dalle violenze razziste a quelle psicologiche, sessiste, famigliari, religiose etc fino agli assassini psicopatici e ai mass murderers. Dalle Death Factory naziste fino a Jim Jones non esiste forse altro genere musicale che abbia trattato direttamente, consapevolmente, senza abbellimenti e sentimentalismi, i temi della violenza, in generale e in una tale estensione, come il punk e i suoi derivati (post, hard, alternative, industrial, etc.), come capacità “artistica” di rielaborare materiale “maledetto” formalmente espulso dal perbenismo e conformismo dominante, e quindi di portarlo alla coscienza come una sorta di “Teatro della Crudeltà” o di Tragedia greca contemporanei; una forma di “catarsi”, se si intende questo termine come grado di consapevolezza raggiunto e non come blando placebo;  Henry Rollins è uno di questi “artisti”, insieme a scrittori come Hubert Selby o Henry Miller da lui citati in questo articolo, uscito su LA Weekly il 19 novembre)

 

Henry Rollins“Solo qualche giorno fa ero in Belgio, e poi in Inghilterra. A questo punto non ho idea di quanti viaggi ho fatto in quali paesi o nel resto di quella che viene chiamata Europa.

Per me l’Europa è come l’Africa: Molti paesi e culture, ma anche qualcosa che a volte può essere considerato un’entità più grande di sé stessa. Quello che voglio dire è che quando qualcosa viene definito “Europeo” non sta venendo considerato come appartenente a un paese ma in senso collettivo. […] Quando ho iniziato ad andare in tour con un gruppo, l’Europa è diventata qualcosa di più di una lista di nazioni in cui suonare come accade con gli stati in America.

Per decadi, l’Europa è stata un rifugio per artisti e musicisti. È il luogo in cui Charlie Parker poteva andare a mangiare nello stesso ristorante in cui stava mangiando un membro qualsiasi del suo pubblico, una cosa impossibile nel suo stato natio, il Kansas, o quella che sarebbe dovuta essere la sua terra natia, l’America.

Essere chiamati con epiteti razziali ed essere trattato come un essere umano di classe inferiore potrebbe non alimentare la fornace del proprio patriottismo. Non c’è da meravigliarsi se l’Europa è diventata un posto accogliente per molti grandi artisti americani, da Lightnin’ Hopkins ad Henry Miller, il cui lavoro è stato bandito per anni nella terra del Primo Emendamento mentre in Europa veniva considerato un eroe letterario.

Se sei in una band alternativa, se fai rumore che viene raramente sentito alla radio, se sei in qualsiasi modo strano o “artistico”, c’è una buona probabilità che molte persone trovino valore in ciò che fai se lo porti in Europa.

[…] Non sarò mai capace di ripagare l’Europa, il luogo geografico o il concetto, per le decadi di gentilezza, rispetto e generosità che mi ha riversato addosso. Ci sono state alcune esperienze dure nei primi tour – così va la vita – ma l’esperienza più ampia è stata fantastica e ha avuto un enorme impatto su di me. […]

La distruzione che ha colpito questi paesi – quello da cui hanno dovuto recuperare e quello che hanno fatto per impedire che nulla di simile possa accadere di nuovo – è parte dell’identità Europea più di qualsiasi altra cosa.

Penso sia per questo che l’Europa mette così tanta enfasi sull’arte. È una salvaguardia contro l’ignoranza e gli atti più osceni perpetrati dalla razza umana. E penso che gli eventi sportivi internazionali aiutino a far sì che le conversazioni tra i paesi europei siano continue e sane.

Le persone di ogni paese in Europa capiscono che quasi tutto può essere perso, e che una guerra implica il fatto che ci vorranno diverse generazioni per riprendersi pienamente. L’umanità non dovrebbe essere così resiliente, ma quello che a volte ci facciamo l’un l’altro non ci lascia altra scelta, che è una delle cose che rende la nostra specie così fantastica.

Ed è per questo che i recenti attacchi su Parigi sono qualcosa di più che titoli orribili provenienti da una città incredibile. Sono un pugnale nel cuore collettivo dell’Europa e del mondo.”

Tradotto da:

http://rumoremag.com/2015/11/20/henry-rollins-sugli-attentati-di-parigi-non-potro-mai-ripagare-il-mio-debito-con-leuropa/

 

 

By Henry Rollins

Thursday, November 19, 2015

http://www.laweekly.com/music/henry-rollins-i-will-never-be-able-to-repay-my-debt-to-europe-6288178

Just days ago, I was in Belgium and England. At this point, I have no idea how many trips I have made to either country or to the rest of what is called Europe.

For me, Europe is very much like Africa: It is many countries and cultures as well as something that can sometimes be considered as an entity larger than itself. What I mean is, when something is termed “European,” it isn’t being described as being of any one country but in more collective sense. When we use such a term, we are often trying to get at a far bigger idea for the sake of conversational expediency. We’re putting an infinitely large concept into a context so small, it can be immediately vague and unintentionally disingenuous.

I went to European countries as a child with my mother. My memories are of interesting accents, a sense of antiquity, the vastness of time and museums.

When I started touring with a band, Europe became more than just a list of countries you could perform in as you did states in America.

For decades, Europe has been a haven for artists and musicians. It was where Charlie Parker could go and eat in the same restaurant as any member of his audience, something that wasn’t always possible in his native state of Kansas or what should have been his native land, America.

Having racial epithets hurled at you and being treated as a subclass of human might not stoke the furnace of your patriotism. It’s no wonder Europe became a welcoming place for so many great American artists, from Lightnin’ Hopkins to Henry Miller, whose work for years was banned in the land of the First Amendment, while he was hailed as a literary hero in Europe.

If you are in an alternative band, if you make noise that is rarely heard on the radio, if you are in any way strange or “arty,” there is a good chance that many people will find value in your output if you take it to Europe.

In 1988, I took the legendary writer Hubert Selby Jr. to Europe as my opener, for a series of speaking dates. It was amazing to watch his mind get blown on an almost daily basis. Preshow, while I was at the venue, Selby often was being whisked around town for radio and television appearances. People hugged him on the street and brought hardcover editions of his books in translation, to be signed after his appearances. When we would do the shows, after his performance, many people would leave. He was the one they came to see. I don’t think he had ever experienced anything like it.

To watch him be so appreciated and respected, as the truly great writer he was, was one of the most inspirational things I have ever witnessed. It moved him to tears more than once. I can’t thank Europe enough for that.

I will never be able to repay Europe for the kindness, respect and generosity it has heaped upon me.

I will never be able to repay Europe, the geographical place or the concept, for the decades of kindness, respect and generosity it has heaped upon me. There were, on the first few tours, some rough experiences — that’s life — but the far larger experience has been amazing and hugely impactful.

I love the countries of Europe. Love them. They are a part of my life. It’s great to be somewhat familiar with so many streets in so many European cities, from Belgium to Portugal. It is like having a home as big as the world. It is something that those who do not travel will simply never know and never be served so well by. Travel makes you a better person.

Although the areas that comprise Scandinavia, the United Kingdom and continental Europe are pretty spread out on the map, I think that, to a certain degree, they all share a connection that is as deep as it gets. World War II has united every European country, even neutral Switzerland, through blood, sadness and incalculable loss, in ways that are still detectable decades later.

The destruction leveled upon these countries — what they have had to recover from and what they have done in order to prevent anything like it from happening again — is as much part of the European identity as anything else.

I think this is why Europe places such emphasis on the arts. It is a safeguard against ignorance and the more obscene acts perpetrated by humankind. And I think international sporting events keep the conversations between European countries continuous and healthy.

The people of every country in Europe understand that almost everything can be lost, and that war takes several generations to fully recover from. Humanity should not have to be so resilient, but what we sometimes do to one another really leaves us no other choice, which is one of the things that makes our species so amazing.

This is why the recent attacks in Paris are more than horrific headlines from an incredible city. It is a stab in the collective heart of Europe, and the world.

Le vittime del 13 novembre – In memoriam

Oggi giornata d’omaggio in Francia alle vittime degli attentati del 13 novembre. Per l’occasione Libération ne pubblica i ritratti (http://www.liberation.fr/apps/2015/11/13-novembre/). Qui di seguito le foto di alcune di esse. Molte provengono da circa una ventina di nazionalità d’origine diversa, età dai 20 ai 40 anni. Nella ipertrofia mediatica di questi giorni, forse poco spazio è stato dedicato al fatto che ad essere stata colpita in modo così criminale è stata la comunità rock (assolutamente un altro mondo, peraltro, rispetto  a fascisti, leghisti, naziskin et similia che si autoproclamano difensori dei “valori dell’occidente”, nella versione “neo-identitaria” e “razzista-differenzialista” somigliante in modo simmetrico, patologico e raccapricciante a quella dei nazi-jihadisti). Infine, come ormai dovrebbe essere noto, la band californiana Eagles of Death Metal suona un genere di alternative rock , e non death metal, e questo si nota anche ovviamente dal tipo di pubblico o di fan, fra cui le sfortunate vittime. R.I.P.

 

amine-ibnolmobarak 29 ansAmine Ibnolmobarak, 29 anni, architetto

AURELIE-DE-PERETTI- 33 ansAurélie De Peretti, 33 anni, grafica ed enologa

baptiste chevreau 24 ansBaptiste Chevreau, 24 anni, musicista

elodie breuil 23 ansElodie Breuil, 23 anni, studentessa di design

gilles leclerc 32 ansGilles Leclerc, 32 anni, fioraio

Guillaume Barreau Decherf 43 ansGuillaume Barreau Decherf, 43 anni, giornalista Les Inrockuptibles

halima-saadi 37 ansHalima Saadi, 37 anni, ristoratrice

hodda-saadi 35 ansHodda Saadi, 35 anni, ristoratrice

lamia-soleil mondeguer 30 ansLamia Soleil Mondeguer, 30 anni, agente artistica

ludovic-boumbas 40 ansLudovic Boumbas, 40 anni, ingegnere

maxime-bouffard 26 ansMaxime Bouffard, 26 anni, regista

Nick Alexander 36 ansNick Alexander, 36 anni, merchandising degli EoDM

pierre-antoine-henry 36 ansPierre Antoine Henry, 36 anni, ingegnere informatico

précilia correia 35 ansPrécilia Correia, 35 anni, commessa FNAC

raphael hilz 28 ansRaphael Hilz, 28 anni, architetto

suzon-garrigues-photo-par-cathy-dupont 21 ansSuzon Garrigues, 21 anni, studentessa Lettere, Sorbonne

Thomas Ayad 32 ansThomas Ayad, 32 anni, manager Mercury

valeria-solesin 28 ansValeria Solesin, 28 anni, sociologa

 

yannick minvielle 39 ans

Yannick Minvielle, 39 anni, pubblicitario e musicista