I Cavalieri del Nulla (Martino Branca)

(molto tempo fa, fra la Sapienza e la stazione Termini, capitava di trovare affissi strani volantini firmati “Cavalieri del Nulla”, di cui nessuno finora era riuscito a svelare il mistero; ci ha pensato ora Martino Branca, ex “Uccello” a Valle Giulia,  a indicarci almeno le basi culturali di questo stranissimo Ordine, quanto mai attuale)

 

I Cavalieri Del Nulla. L’Ordine e la Regola

by Martino Branca, 3 novembre 2016

 

L’Ordine dei Cavalieri Del Nulla è una Regola, non una struttura. Prende forma definita e concreta a periodi, con geometria variabile. Si incarna, assumendo la veste e la consistenza di un esercito multiforme, ogni volta che l’accenno di un movimento o addirittura un segno di vita in un punto qualsiasi dello suo spazio geografico segnalino l’urgenza di un intervento repressivo. Tuttavia di norma l’Ordine è dormiente, vive in sonno allo stato potenziale, disaggregato nelle sue componenti: le Confraternite del Nulla. Queste viceversa hanno carattere stabile, continuità e organizzazione; all’interno si articolano in diete, comitati, organi fiduciari, funzioni condottiere. Per evidenziare la durata e la quadratura culturale del proprio impegno esse assumono quasi sempre nomi riferiti all’universo scientifico: l’astronomia (“Cinque Stelle”), la botanica (“Sinistra Radicale”), la ginecologia (“Travaglio”) eccetera.

Le Confraternite non sono uguali né equipollenti. Pur nell’osservanza rigorosa della Regola, esse si differenziano per l’indole, la taglia e soprattutto quanto ai modi dell’operare, che sono tipici di ciascuna: l’inquisizione (“Travaglio”), l’ostruzione (“Cinque Stelle”), il deragliamento (per i radicalisti c’è sempre, di lato, qualche altra priorità), il rinvio ad una palingenesi cosmica futura (tutti).

Unità operativa di ogni Confraternita, e attraverso questa dell’Ordine, sono i Cavalieri Del Nulla, insieme opliti ed eroi, materia e simbolo.

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L’orizzonte dell’Ordine Del Nulla è la quiete assoluta, l’assenza di quantità di moto. L’Ordine esiste in funzione dell’esistente. Il suo imperativo è la preservazione dell’immobilità dell’essere, perciò esso combatte ogni possibile divenire del contesto di cui è parte. Tocca ai suoi organi costitutivi, le Confraternite, il compito di segnalare accenni anche minimi di cambiamenti, embrioni di processi evolutivi, focolai di movimento. Non appena percepita una vibrazione, una Confraternita si attiva e sollecita le altre a fare squadra, a destare l’Ordine dalla sonnolenza, per incarnare tutte insieme attivamente – s’intende pro tempore –  il verbo della Regola.

All’interno di ogni Confraternita i Cavalieri riproducono il dispositivo che governa la relazione tra l’Ordine e il mondo. Essi sono votati a preservare la Confraternita dal divenire, a mantenerla per sempre uguale a sé stessa. Accade raramente che un Cavaliere, violando la Regola, colto da una inopinata pulsione vitale tenti di modificare lo statuto o lo stile della sua Confraternita, ovvero che, assurto per combinazione a responsabilità di governo, dispieghi un progetto ambizioso, diverso dal Nulla. In quei casi un Campione o una Cerchia cavalleresca si ergono,  disarcionano il traditore, lo espellono o lo inviano in un paese lontano.

Come alle Confraternite anche ai Cavalieri è imposto il vincolo dell’eterna uguaglianza a sé stessi. Ad esempio, se all’atto dell’Ordinamento e dell’assunzione del Voto di fedeltà un Cavaliere indossa i baffetti, quello sarà il suo vessillo fino al termine dei suoi giorni.

Cavaliere del Nulla dispiega la sua opera su tre livelli – la nazione, la Confraternita, la persona – ma con metodi differenti. Nella dimensione più ampia egli non ostacola la formazione di governi esterni all’Ordine, altrimenti non vi sarebbe stabilità né stasi. Simula ostilità e assalti ma osserva attentamente i governanti: purchè non causino alcun tipo di cambiamento egli nel suo cuore li ama e li rispetta, e senza apparire spende la sua indole generosa per aiutarli a superare le loro crisi.

Diverso è il portamento del Cavaliere all’interno della sua Confraternita di pertinenza. Qui egli è inflessibile nell’impedire che la Confraternita dia vita o prenda parte all’amministrazione della nazione o di un segmento di essa. Qualora per un capriccio del popolo o per una sfortunata combinazione astrale la sua Confraternita sia indotta a governare, il Cavaliere del Nulla attacca quella compagine esecutiva fino a provocarne la caduta e procede contro i responsabili affinché siano sfiduciati per sempre. Se si è distinto nella battaglia gli vengono tributate ovazioni, poi viene dimenticato. Non è escluso tuttavia, benché accada raramente, che un Cavaliere dall’intelligenza spregiudicata partecipi, per astuzia tattica, ad un’attività di governo. In quel caso egli trasgredisce in apparenza, allo scopo di procurarsi un’occasione più alta di diniego. Ad esempio, la mattina partecipa all’attività del consiglio dei ministri, il pomeriggio scende nell’Arengo e da lì marcia in massa contro il proprio Ministero. Per questa via il Cavaliere, reprimendo nel medesimo tempo la Confraternita e sé stesso,  raggiunge la condizione del Sublime.

La storia procede, in un modo o nell’altro. Il Cavaliere Del Nulla è ben conscio di non poterne fermare il corso. Tuttavia resta tranquillo perché sa che la logica è dalla sua parte. Egli non perde mai di vista la Regola e difende con tutta le sue capacità lo stato di cose esistente. È il Campione del Presente e il nemico implacabile del Futuro e del Passato: si impegna con pari energia tanto per bloccare qualunque moto di avanzamento quanto per impedire ogni tentativo di ripristino. Quando le circostanze avverse o la preponderante forza del nemico producono, nonostante i suoi sforzi, una innovazione qualsiasi Il Cavaliere De Nulla non si scoraggia. Egli sa attendere che il cambiamento si affermi e si consolidi, e perciò stesso termini di prefigurare Futuro e diventi attualità. A quel punto il Cavaliere lo riconosce come Presente e si dispone a difenderlo, anzi  diventa il suo Campione. E così via.

In forza del medesimo logos, Il Cavaliere Del Nulla si oppone sempre alla riparazione di guasti prodotti da attività pubbliche pregresse, perché le ritiene ormai legittimate dal tempo trascorso. In generale egli non cade mai in contraddizione perché è attento alle circostanze. Lo spirito della Regola gli consente, anzi gli impone, di colpire duramente iniziative e intenzioni oggi pericolose per la quiete, incluse quelle che in passato aveva sostenuto quando un diverso contesto le rendeva innocue.

Il Cavaliere agisce sempre in funzione del Principio Superiore del Nulla e non indulge alle categorie della morale comune, quali il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.

IL Cavaliere Del Nulla combatte strenuamente contro la vita, ispirato dalla Regola dell’Ordine. In generale egli agisce come oplita dell’alleanza delle Confraternite, nel rispetto delle disposizioni statutarie che sono parte inevitabile delle condizioni al contorno. Ma è all’interno della sua Confraternita che egli da il meglio di sé, dimostrando di saper coniugare il rigore con la licenza, la creatività con la norma.

Egli non dimentica mai la scala dei valori autentici, che pone il Nulla al disopra di tutto, perciò non si lascia influenzare da ricatti ideologici. Dentro la Confraternita accetta il gioco democratico, ma con riserva, solo  finchè questo gli garantisce spazio nella maggioranza degli adepti. Ma non appena si accorge di trovarsi ai margini della partita egli ripudia la democrazia, riconosce la maggioranza come forza nemica della Regola e la combatte. Se la battaglia volge a suo sfavore il Cavaliere è colto da un sospetto crescente. Ha motivo di credere che la sua Confraternita sia in contrasto con l’Ordine, perciò la abbandona senza rimpianti. E con i compagni ed i seguaci ne fonda immediatamente una nuova, più piccola ma più aderente alla Regola.

Non sempre l’atto rifondativo risolve la contraddizione. Può darsi che nella nuova Confraternita il Cavaliere si ritrovi nello stato di minoranza che lo aveva indotto a lasciare quella originaria. Egli non si avvilisce per questo. Sa dalla logica che lo spazio politico è divisibile all’infinito, e provvede ad una ulteriore scissione. Sicché avviene che esistano Confraternite talmente numerose che solo la rete di interconnessione globale può governarle, accanto ad altre piccolissime, consistenti in una sola persona (“Travaglio”, “Civati”).

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Così come combatte e si ingegna per mantenere il Tempo in un eterno Presente, allo stesso modo il Cavaliere Del Nulla difende la forma dello Spazio da ogni tentativo di alterazione. E poiché l’Architettura è l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane, essa è il principe dei suoi nemici. Esperto di comunicazione e arte retorica, il Cavaliere non la nomina mai, ma vi allude con disprezzo, usando i nomi dei materiali ordinari da costruzione: “Il Mattone”, “Il Cemento”. L’astuzia gli consiglia di evitare, nella sineddoche, parole altrettanto pertinenti (Pietra, Acciaio, Vetro, Titanio) ma pericolosamente suggestive per la semplice psicologia del popolo. Egli sa di essere il custode dell’inerzia delle sue città e dei suoi contadi, perché lui solo è indifferente agli esempi inquietanti forniti dal resto del mondo: sviluppi impetuosi di reti, innumerevoli e monumentali opere pubbliche, torri spericolate.

Con analoga, simmetrica lucidità il Cavaliere Del Nulla si oppone all’anastilosi dei monumenti caduti. Egli è conscio del pericolo insito nel ripristino: la restituzione della forma architettonica perduta. Conservando ai ruderi la condizione attuale, mantenendoli a terra, muti e inerti, garantisce la funzione di preziosa testimonianza degli eventi banali che li hanno ridotti al silenzio: i cataclismi, i terremoti, le guerre.

 

https://ytali.com/2016/11/03/i-cavalieri-del-nulla-lordine-e-la-regola/

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Bruce Sterling, Panico morale e caccia alle streghe nell’era di Internet

Un tempo si chiamava caccia alle streghe, ricerca del capro espiatorio, pogrom, maccartismo, etc. Nell’epoca dei mass-media e di Internet si chiama moral panic, panico morale, secondo la definizione datane dal sociologo Stanley Cohen nel suo libro Folk Devils and Moral PanicsThe Creation of the Mods and the Rockers, 1972

La differenza attuale consiste nel fatto che gli episodi di moral panic costituiscono per molte parti politiche, in particolare quelle cosiddette “populiste” (Trump, Putin, Farage, Le Pen, MSS etc.) una strategia politica quotidiana, che sostituisce completamente i programmi politici e le strategie tradizionali (come si vede appunto nel caso della Casaleggio-MSS Associati)

“Alle volte la politica di tutti i giorni viene interrotta con violenza da un evento perverso e odioso, talmente inaccettabile da mettere in crisi l’intero sistema. A quel punto la corruzione palese, il cinismo e la corrosione degli ideali divengono improvvisamente intollerabili. Come l’infedeltà all’interno di un matrimonio, si tratta di una trasgressione così volgare ed esasperante, un affronto così grave da non poter essere risolto con la ragione o con la burocrazia. Anni di indefesso servizio pubblico e di stabilità tecnocratica non possono porvi rimedio. Intimidazioni, recriminazioni, tintinnio di sciabole, singhiozzi istrionici e un collettivo torcere di mani sono all’ordine del giorno: è il panico morale.

Il panico morale non comporta una riforma politica. Lo si capisce dai risultati politici che ne conseguono: non ve ne sono, non cambia nulla di ciò che conta veramente. Generalmente durante l’episodio di panico un gruppo o una persona vengono usati come capro espiatorio e puniti severamente. Tuttavia, quando il panico finalmente si riassorbe, nessuno si sente più felice, più sicuro, più rassicurato o più a suo agio. Il governo che ha sofferto il panico non diventa più giusto o più efficiente, non si pone rimedio a nessuna ingiustizia; niente funziona meglio o diventa più logico, e nessuna delle crisi incalzanti viene risolta, regolata o chiarita. C’è stata solamente una breve orgia catartica pubblica con strappo di capelli…

 

Il panico morale è il leitmotiv politico doc dell’era dell’informazione.

Se il mondo dell’era dei network è perseguitato da episodi di panico morale c’è una buona ragione: non esiste nient’altro che scuota l’indifferenza generale.

Provocare un episodio di panico morale è una tattica che promette bene. Un tecnocrate che ha esaurito le proprie risorse preme il bottone del panico. E’ meglio accendere un fuoco diversivo e magari dare avvio a qualche utile e precipitosa fuga di massa che dichiararsi completamente irrilevanti rispetto al corso degli eventi.

Quel che passa per regolamentazione e politica di Internet è solo sensazionalismo, battage pubblicitario, disastri, scandali, sussulti improvvisi e un lontano, soffocato, martellamento.”

(Bruce Sterling, Tomorrow Now, Mondadori, 2004, p.138)

 

BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

(New York Times e stelle schizoidi)

by Ipazia

 

http://movimentocaproni.altervista.org/blog/bizzarro-popolo-gli-italiani/

 

Certi fenomeni della situazione politica italiana sono come i quadri. Bisogna guardarli da lontano per vedere meglio l’insieme perchè a vederli troppo da vicino si rischia di farsi sfuggire particolari importanti.
Forse è per questo che la stampa estera nota, e con molta chiarezza evidenzia, che il Re Beppe Grillo è nudo, come il famoso bambino della fiaba. Cioè quello che tutti qui in Italia vedono ma in pochi osano dire per paura di ritorsioni o per essere dalla parte della ggente.
Nel giro di pochi giorni è accaduto che R.S.F. ha detto a chiare lettere che in Italia l’informazione è condizionata e intimidita dal Movimentocinquestelle e tutto il suo purtroppo ormai enorme seguito.
Il N.Y.T. ha scritto che il Movimento di Beppegrillo continua a fare propaganda antivaccini, cosa che è sotto gli occhi di tutti da sempre.
Ciò che stupisce non è ciò che all’estero viene affermato ma la reazione degli adepti e del loro Guru che con incredibile faccia di bronzo dichiara di non essere mai stato contro i vaccini.
Basta digitare sul motore di ricerca ‘Beppe Grillo e vaccini’ per trovare decine di filmati e articoli che dimostrano il contrario. Ma come tutti i cialtroni il pluripregiudicato grida al complotto contro di lui, addirittura sarebbe un complotto internazionale e tutti i suoi seguaci si uniscono a lui nel coro di proteste. Hanno paura….stiamo vincendo…. Ho letto qualche commento secondo il quale si sarebbe addirittura scomodata la CIA perchè le elezioni si avvicinano e vogliono mettere in cattiva luce Beppe. La cosa che sarebbe comica se non fosse triste è che scorrendo i commenti si evince un forte spirito antivaccinista e allo stesso tempo gli adepti negano che il Movimentocinquestelle sia antivaccinista.
E’ difficile sostenere sia una cosa che il suo contrario, ma è quello che succede quando un Movimento cerca di raccattare consensi ovunque e comunque, quando si è ‘Nè a destra, nè a sinistra ma avanti’ quando si sfrutta il malcontento per il proprio tornaconto, quando si parla alla pancia della gente.
E quindi si è antieuro ma anche no, antivaccinisti ma anche no, capo di un movimento politico che annulla le votazioni, da e toglie il simbolo ma anche no, anche solo portavoce.
Quindi si nega che gli articoli del Sacro Blog siano stati visti e approvati dal Capo quando si rischia una querela: io non c’ero e se c’ero dormivo.
Nel Belpaese, invece, quello che ha dato i natali a Benito Mussolini e alla sua follia perchè in tanti, troppi, erano accecati dal suo populismo e non ne percepivano l’enorme pericolosità, i nuovi fascisti vengono coccolati e assecondati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, in parte per paura di ritorsioni, in parte per assecondare quella che pare essere la ‘volontà popolare’.
Non si spiega in altro modo il fatto che un giornalista si faccia umiliare da un pagliaccio lasciandosi dire ‘Se vuoi l’intervista dammi prima il numero di telefono di tua mamma che voglio parlare di te con lei’ senza reagire.
Non si spiega che il pagliaccio possa dire ‘Guardate, questi sono giornalisti, ricordatevi le loro facce’ senza che gli stessi reagiscano quantomeno alzandosi e mandandolo dove lui è abituato a mandare chiunque non la pensi come lui.
Ricordo le lettere senza risposta di Paolo Flores D’Arcais che ritenevo un giornalista intelligente, umiliato dall’esaltato di Genova.
Questo clima di accettazione dell’assurdo, questo assecondare la follia e le contraddizioni di uno psicopatico solo perchè piace alla gente, da parte di buona parte della stampa ma anche da parte di molti politici privi dei necessari attributi, mi fa pensare allo stesso clima che immagino ci fosse in Italia nel periodo che precedette la nascita del fascismo.
Quando tutti coloro che ora fingono di non vedere ciò che è evidentissimo, e cioè che questo è un teatro dell’assurdo nel quale un pazzoide può affermare qualunque sciocchezza e poi negare di averla detta, allora sarà troppo tardi. Allora tutti negheranno di essere mai stati grillini, com’è successo con Mussolini, com’è successo con Berlusconi.
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“Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti.
Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani.
Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.”
– Winston Churchill –

 

 

Fernand Braudel, Napoli capitale d’Italia

A proposito di Capitale d’Italia, e di alcune buone ragioni per trasferirla da Roma a Napoli

 

“Grazie all’orgoglio aristocratico e alla timidezza dolorosa, Londra non è che una popolosa collezione di eremiti: non è una capitale. Vienna è solo un’oligarchia di duecento famiglie circondate da centocinquantamila artigiani o domestici che li servono: neppure quella è una capitale. Napoli e Parigi sono le due sole capitali.”  (Stendhal, 1822)

NAPOLI

secondo Fernand Braudel

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Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d’oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell’astuzia necessarie.

Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell’Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era – e di gran lunga – , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all’altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?

Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa…..Non dimentichiamolo, essa sarà l’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente.

Ma l’errore dell’Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità….Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.

Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di “vetrina del Sud” e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d’aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull’intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.

Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.

Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione. Pensiamo al suo abbagliante Settecento – che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni – in cui essa dona all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere – ne è testimone Galiani – alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.

Questo non è che passato? Forse. Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.

E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti…..Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma…..

Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poichè non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data.

Articolo sul Corriere della Sera, 1983

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

La terza autodistruzione dell’Europa a guida tedesca – Emmanuel Todd

La crisi greca rivela la frattura fra l’Europa del Nord e quella del Sud

 

 

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via http://www.herodote.net/index.php

Traduzione & editing : vincent

 

 

In un’intervista molto dura al giornale belga Le Soir del 10 luglio, lo storico e antropologo francese Emmanuel Todd ha denunciato la risposta autoritaria e suicida di Berlino e Bruxelles alla crisi greca:

« L’Europa è diventata un sistema gerarchico, autoritario, “austeritario”, a guida tedesca…E’ un’Europa controllata dalla Germania e dai suoi satelliti baltici, polacchi, etc….Tsipras sta probabilmente polarizzando questa Europa del Nord contro l’Europa del Sud”.

“Il lato tragico della situazione è che l’Europa è un continente che nel corso del XX secolo, in modo ciclico, si suicida sotto la guida tedesca. C’è stata prima la guerra del 1914, poi la Seconda Guerra Mondiale. A quel punto il continente diventa molto più ricco, pacifico, demilitarizzato, vecchio, artritico. In questo contesto rallentato, come al ralenti, si sta senza dubbio per assistere alla terza autodistruzione dell’Europa, e di nuovo sotto la guida tedesca…”

La crisi greca mette in rilievo le profonde differenze fra le due Europe, la cui opposizione culturale è « anch’essa antica come l’Europa »:

I Paesi del Sud sono realmente influenzati dall’universalismo romano, dunque istintivamente dalla parte di un’Europa ragionevole, cioè di un’Europa la cui sensibilità non è autoritaria e masochista, che ha compreso che i piani di austerità sono autodistruttivi e suicidi…Al contrario, i paesi del Nord sono piuttosto centrati sul mondo luterano – comune ai due terzi della Germania, a due paesi baltici su tre, ai paesi scandinavi – a cui si aggiunge il satellite polacco – Polonia cattolica ma mai appartenuta all’impero romanoe i socialdemocratici sono impiantati nelle zone protestanti della Germania. Ancora di più al nord, ancora più opposti ai “gaudenti cattolici” del sud…

Secondo Todd, “l’Euro è il buco nero dell’economia mondiale”, e se la Grecia uscisse dalla zona euro ciò mostrerebbe agli altri paesi che ne uscirebbe molto meglio senza di esso, a maggior ragione perché vi sono tanti altri interessati a rimetterla in sesto, “a cominciare dagli Americani”.

 

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E il ruolo della Francia in questa frattura nord-sud?

Per lo storico francese, “i due terzi della Francia profonda sono dalla parte dell’Europa del Sud”. François Hollande deve imporsi e sostenere i Greci, altrimenti si ripeterà la storia del regime del maresciallo Pétain:

Per Hollande è il momento della verità. Se lascia cadere i Greci, finisce storicamente dalla parte dei socialisti che hanno votato i pieni poteri al maresciallo Pétain. Se i Greci vengono massacrati in un modo o nell’altro con la complicità e la collaborazione della Francia, allora si saprà che al potere c’è la Francia di Pétain”.

Quel che s’è visto dal 2011 è l’incredibile ostinazione delle élites europee – e in particolare delle élites francesi neo-vichyste, un misto di zombies cattolici, banchieri e spregevoli alti funzionari – di voler far durare questo sistema che non funziona…L’Europa si è ostinata in un’incredibile attitudine di scacco economico che evoca infatti un elemento di follia”.

 

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(intervista a cura di William Bourton, http://www.herodote.net/Todd_On_assiste_a_la_3e_autodestruction_de_l_Europe_sous_direction_allemande_-article-1513.php)

 

 

 

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O X I – Il disordine europeo (Boltanski & Esquerre)

L’annuncio di un referendum in Grecia ha suscitato l’indignazione quasi unanime dei leaders europei. E’ così scioccante che dei cittadini vengano consultati su una questione eminentemente politica che li riguarda direttamente?

 

OXI

Arnaud ESQUERRE sociologue et Luc BOLSTANSKI sociologue

http://www.liberation.fr/monde/2015/07/02/trouble-dans-la-democratie_1341918

 

Traduzione. vincent

 

Dopo mesi di trattative, scaduta il 30 giugno senza rimborso la rata del debito verso il Fondo Monetario Internazionale, il governo guidato da Alexis Tsipras ha indetto un referendum consultivo sull’accettazione o meno del Piano dei creditori. Alla luce del mandato ricevuto dagli elettori nel gennaio scorso, che sollecitava a mettere in discussione l’austerità economica che rischia di trasformare la Grecia in un Paese eternamente debitore e vassallo delle imposizioni della Troika, la decisione del governo Tsipras è assolutamente corretta e legittima, l’accettazione del Piano avrebbe significato infatti tradire la volontà dell’elettorato. Allo stesso tempo, su una decisione cruciale che riguarda tutti i cittadini greci, e non solo quelli di una parte, è giusto che tutti si esprimano. Cosa accadrà dopo lo sapremo presto, a partire da lunedì.

 

(le opinioni espresse in quest’articolo sono degli autori e non corrispondono necessariamente a quelle del titolare di questo blog)

***

 

L’annuncio del Primo Ministro Tsipras dell’organizzazione di un referendum ha suscitato, in Francia e in Europa, reazioni indignate da parte dei dirigenti appartenenti al mondo politico, economico o mediatico. Questo annuncio, intervenuto dopo mesi di inutili negoziati, è stata la risposta del governo greco a un rapporto di forza politico che, al livello delle istanze europee, non ha cessato di penalizzare i greci non soltanto in quanto cittadini, ma anche come membri dell’Unione Europea.

Cosa sembra motivare questa indignazione pressocchè unanime? Il fatto che i cittadini vengano consultati su una questione che riguarda la loro vita quotidiana e, più nel profondo, i rapporti di uguaglianza nell’insieme politico al quale essi appartengono.

(…)

Nella concezione che le Istituzioni europee hanno della democrazia, il suffragio popolare deve riguardare unicamente la scelta dei dirigenti, assimilati ad una èlite, l’unica in grado di esprimere un giudizio sui problemi dello Stato, in particolare quando questi ultimi sembrano riguardare un dominio particolare come l’”economia”. Ma, se questi dirigenti consultano, a loro volta, i cittadini su alcune scelte politiche fondamentali, che sono anche scelte sociali, vengono allora accusati di “populismo”. Quel che viene soprattutto rimproverato a Tsipras, non è tanto di avere un “discorso populista”, quanto di voler mettere in atto un certo numero di misure – come una tassazione più forte dei ricchi o dei redditi finanziari delle banche – e di voler dare a questi atti una legittimità democratica.

 

OXI referendum

 

L’accusa di “populismo” mira a squalificare l’orientamento politico dei dirigenti greci presentandolo come antidemocratico. Ma questa reazione rivela forse soprattutto la forza dei riflessi antidemocratici che animano le élites dirigenti delle democrazie occidentali e che si manifestano ogni volta che sembra esser messo in pericolo il carattere esclusivo del loro potere decisionale.

Il “populismo” si tradirebbe per il fatto che l’estrema destra, in Grecia, ha sostenuto l’annuncio del referendum. La vittoria del NO farebbe temere, in Francia, che ne beneficerebbe l’estrema destra. Insomma, quel che è stupefacente è che non si trova nessuno nei partiti tradizionali, che si suppongono dirigere degli Stati democratici, come difensori di un processo democratico. La migliore risposta da dare al timore che l’organizzazione di un referendum beneficerebbe all’estrema destra, sarebbe che la Sinistra apparisse come difensore di un simile processo. La Sinistra ha paura a tal punto del suffragio che essa non osa consultare i cittadini che quando non vi sia obbligata, cioè in occasione delle elezioni dei nuovi rappresentanti? Le cose sarebbero forse più semplici se le elezioni venissero soppresse…

Occorre, come ha dichiarato Pablo Iglesias del Movimento Podemos, “essere dalla parte dell’Europa e della Grecia”. Ma di fronte alla reazione terrorizzata della Commissione Europea e dei principali esponenti europei, si capisce che essere dalla parte di un’Europa democratica non è essere dalla parte delle Istituzioni europee così come funzionano attualmente. Perché nelle reazioni delle “élites” che gravitano attorno a Bruxelles, c’è qualcosa degli aristocratici spaventati delle monarchie europee di fronte all’annuncio della Rivoluzione francese. Votare la fine dei privilegi aveva certamente, dal loro punto di vista, qualcosa di “irresponsabile”. Per non parlare dell’abolizione del “diritto divino” che fondava il potere del sovrano, un po’ come, oggi, l’economia cosiddetta “neoliberale” – o più in generale l’economia ortodossa – basa le decisioni politiche, e talvolta le più assurde o le più crudeli fra quelle, dando loro tutti i dettami della necessità, come per ancorarli nell’ordine delle cose in ciò che ha di naturale.

La reazione spaventata dei leaders europei è triste e inquietante perché essa svela a qual punto non soltanto le istituzioni europee non sono democratiche nel loro funzionamento, ma a qual punto esse non desiderano esserlo e ancor meno divenirlo. Come si è potuti arrivare a una tale situazione in cui essere democratici significa esserlo contro le istituzioni europee e, allo stesso tempo, sembrare di esserlo contro l’Europa? O a cosa si riduce uno Stato democratico, scegliere fra esperti in una cerchia ristretta, esperti che si distinguono coi loro discorsi prima delle elezioni, ma che, una volta eletti, si comportano più o meno alla stessa maniera, avendo come unico riferimento la “necessità”? Se ci sono degli irresponsabili, sono probabilmente coloro hanno perduto il senso della responsabilità democratica.

Medioevo & TV – Berlusconi profeta del populismo contemporaneo

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Sono in molti portati a credere che la cosiddetta “antipolitica”, o meglio, il “populismo” in versione italica contemporanea, sia un’invenzione di Grillo o di Casaleggio, o tutt’al più di Antonio Di Pietro (che per qualche anno ebbe lo stesso Casaleggio come spin doctor dalle pretese assolutiste). In realtà il vero, unico, grande indiscutibile Maestro e Guru del “populismo scientifico”, successivamente imitato e copiato, con il passaggio dalla TV alla mitologica Rete, è stato il Cavalier Banana, alias Silvio Berlusconi, quand’era ancora in piena forma, il quale “brevettò” questa sua storica scoperta precorritrice dei tempi a venire in una sua celebre sfuriata ad Atene il 19 febbraio 2004 contro i “politici ladri e invidiosi”. Così ne scrisse Edmondo Berselli il giorno dopo su la Repubblica:

il medioevo con la tv

“LASCIAMO perdere il dio dell’ antipolitica che ispirerebbe Silvio Berlusconi, lo spirito della demagogia che lo rende irrefrenabile, la sua sicurezza sovrumana che lo induce a ergersi come l’ unico capo che può reclamare l’ unione mistica con il popolo. Storie. Ieri si è assistito a una prova sperimentale di populismo scientifico. Guarda caso, la performance esagerata di Atene è stata sottolineata da una mimica suadente, con l’ intenzione di segnalare la semplice normalità delle asserzioni. Berlusconi vuole far capire che dice quello che pensano “tutti”, e che tutti tacciono per ipocrisia o convenienza. C’ è stato un calcolo, quindi. I politici di professione, compresi quelli della sua parte, li aveva già definiti buoni a nulla, “fanagottoni”, gente che non ha mai lavorato. Adesso forza le tinte: ladri, gente che comunque si è messa in tasca i soldi con limacciosi lavori di lobbying, trescando nei luoghi istituzionali, approfittando del proprio potere di mediazione.

Da una parte dunque la classe politica, dall’ altra l’ estraneità assoluta ai giochi di potere, alle manovre di corridoio, alle tortuosità della mediazione, e l’ identificazione con la gente. Non c’ è bisogno di dire che si tratta di un inganno plateale, dato che il leader di Forza Italia è in politica da dieci anni, e alla politica, a Craxi, al Caf, deve la sua fortuna. Ciò nonostante, “sono soldi rubati” è una frase che passerà negli archivi, se non proprio alla storia. Diranno poi gli storici se c’ è qualche antecedente adeguato stilisticamente a Berlusconi. Se è un giocoliere uscito dal ventre anarcoide della “plebe borghese” di Gramsci, oppure se è l’ Uomo qualunque proiettato nella società dell’ iperspettacolo. Certo che trovarsi monsieur Poujade alla guida di una democrazia avanzata fa ancora una certa impressione…

Prima Berlusconi era il fenomeno a cui era riuscita l’ impresa di trasformare una maschera italiana arcaica, il Padrone, in un’ icona ultramoderna. Ora invece il capo del governo sembra buttarsi di nuovo in una dimensione pre-moderna. Si reincarna nel “sun chi mi”, sono qui ed esisto solo io. Racconta l’ antica favola reazionaria dei politicanti ladri, nella certezza di trovare consensi istintivi in quella parte di società cresciuta nella malevolenza verso la politica. Siccome nulla di quanto dice Berlusconi è lasciato al caso, e poiché la sua carriera è un esempio di imprenditoria applicata al qualunquismo di massa (grazie a un’ accurata selezione dei temi più popolari, del senso comune più ovvio quanto più diffuso) occorre chiedersi perché lo faccia…

Ci vuole infatti un eccesso di fantasia per poter immaginare un’ Italia politica in cui da una parte c’ è un’ oscura torma di maneggioni, e dall’ altra lo splendore fantastico di Berlusconi. E sembra tecnicamente impossibile che un paese evoluto possa riassumersi nella formula dell’ Uno avvinto alla moltitudine anonima dei suoi acclamatori. L’ immagine è medievale, ma non è del tutto anacronistica: perché è medievale anche un Parlamento messo alla frusta per votare le leggi che tutelano il patrimonio del sovrano. è un’ ovvietà avvisare che il vincolo populista verrà stretto dai nodi delle reti televisive. Ma dopo avere straparlato della modernizzazione, del mercato, dell’ impresa, della concorrenza, delle riforme, non è un po’ sconfortante, in seguito al marketing del Cavaliere sugli istinti malevoli dell’ elettorato, trovarsi nella vecchia e infelice storia del medioevo più la televisione?”

 

Lascio a voi ogni ulteriore considerazione sul “populismo mediatico”, in “rete”, “populismo 2.0”, continuità e discontinuità, etc, altrimenti finisco per scrivere un saggio alla Giuliano Santoro. Si comincia con un profeta ridens, ma molto attento alla sua “roba”, poi ne arriva un secondo turpe e vendicativo, affetto da qualche patologia igienistica, “gentista” ai tempi delle cure dimagranti (altrui), poi c’è il boyscout del “populismo mite”, quindi Le Felp, e così via…

 

 

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EDMONDO BERSELLI 20 febbraio 2004

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2004/02/20/il-medioevo-con-la-tv.015il.html

Roma, una città coloniale? – Christian Raimo

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In Italia gli indignados indolenti ingrossano le file di quello che Michele Prospero – in un bel libro recente, Il nuovismo realizzato chiama (a proposito del renzismo)  “il populismo mite”, una melassa di passioni tristi, frustrazione e risentimento, senso di impotenza, fascino per la reazione.

Cosa allora si può fare perché la crisi della politica non si trasformi automaticamente in antipolitica?

 

Interessante articolo di Christian Raimo su Internazionale del 16 giugno. Consiglio di leggere anche il saggio di Walter Tocci, Non si piange su una citta coloniale, citato dallo stesso Raimo. L’espressione “Roma, città coloniale” viene attribuita agli architetti e urbanisti Leonardo Benevolo e Italo Insolera, Laterza, 1985.

La fragilità di Ignazio Marino è anche colpa nostra

 

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/16/roma-marino-partito-democratico

Christian Raimo, giornalista e scrittore

Che fine farà Roma?

Per come passa nel discorso pubblico, la capitale è un malato in agonia, non c’è nessuno che osi dire il contrario. Le reazioni dei mezzi d’informazione e della politica, disarmate dalla seconda tornata di arresti di Mafia capitale, assumono giorno per giorno un gergo medico sempre più emergenziale: salviamo Roma, occorre una terapia d’urto…

La giunta di Ignazio Marino subisce attacchi sempre più possenti che arrivano dall’inchiesta del giudice Giuseppe Pignatone sulle collusioni con la banda Buzzi-Carminati di molti uomini del governo comunale e regionale; dalle opposizioni che, seppure in modo sgangherato, ne hanno fatto un bersaglio condiviso; da un’opinione pubblica che chiede con urgenza un capro espiatorio da sacrificare.

Anche i vertici del Partito democratico sono incerti se mollarlo o meno.

Renzi il rottamatore si trova con due gatte da pelare molto ispide. Difendere De Luca in Campania e Marino a Roma vuol dire diventare l’emblema di una politica vecchia e compromessa, e di fatto regalare al Movimento 5 stelle – se non a Salvini, o addirittura a Fratelli d’Italia – la patente di lotta alla casta e di rinnovamento: difficile immaginare che riesca a (o voglia) farsi carico di entrambi.

E così l’unica soluzione, quella draconiana, sembra il commissariamento: il prefetto Franco Gabrielli è l’uomo forte che dovrebbe igienizzare l’ambiente infetto.

A leggerla così, senza nemmeno troppa profondità di analisi, quella di Roma si mostra come l’esemplificazione di una crisi politica che si è aggravata per vent’anni e che oggi non trova rimedi.

Del resto, la ormai celebre cooperativa 29 giugno cominciò ad allargare il suo potere dalla fine degli anni novanta. La sua ascesa e la sua deriva criminale sono il simbolo di uno scompenso che ha cause endemiche: la mafia non si afferma se non ci sono le condizioni di una crisi sociale.

E queste condizioni sono almeno cinque: tre sono analisi sociali – più che politiche – ben individuate in un lungo saggio dell’ex vicesindaco Walter Tocci (che riprende anche le tesi di un importante libro del 2013 di Francesco Erbani, Il tramonto della città pubblica):

1) L’industria a Roma non esiste più. Telecom, Fs, Alitalia, Eni, Enel, Finmeccanica se ne sono andate fuori dell’Italia, hanno venduto agli stranieri, non si sono rinnovate, hanno attraversato crisi profondissime. Il motore di sviluppo che dovevano rappresentrare è ingolfato se non spento. Il terziario avanzato romano somiglia a una cassa del mezzogiorno informale piuttosto che a un volano di un progresso di qualche new economy.

Allo stesso tempo il capitalismo straccione italiano invece di ristrutturare le vecchie aziende municipalizzate le ha spolpate. La vicenda di Cragnotti con la Centrale del latte o quella della corruzione dell’Acea ai tempi di Alemanno sono due tra i molti esempi.

2) La bolla del mattone è esplosa, ma con i danni che può fare una bomba a grappolo. Roma è, nonostante il recente piano regolatore, una città senza urbanistica. In cui sono paradossalmente aumentate sia l’emergenza abitativa sia la quantità di città cementificata, che si è mangiata in modo feroce l’agro romano.

L’approccio alla crisi economica e al tentativo di contrastarlo attraverso l’investimento nell’edilizia non si è mai discostato da quella che Francesco Erbani ha chiamato la “moneta urbanistica”. Come rimpinguare le casse del comune? Concedendo sistematicamente nuovi permessi edilizi in cambio di microelargizioni.

3) L’idea delle varie amministrazioni di trasformare la periferia romana, anzi tutta la cintura urbana romana, in una grande area commerciale, con decine di megastore e poli della grande distribuzione, si è rivelata – all’arrivo della crisi del 2008 – un’idea di sviluppo fragile: le presenze si sono dimezzate, i negozi chiudono e l’indotto crolla.

Se si vuole capire la trasformazione di uomini del Pd in funzionari imbelli o in piccoli faccendieri corrotti bisogna fare i conti anche con un’idea di organizzazione politica che per anni è stata autoreferenziale.

La quarta e la quinta condizione sono invece politiche e sono quelle più fatali, perché indicano delle responsabilità ancora più precise:

4) Il decentramento amministrativo si è rivelato solo un outsourcing sociale. Senza concedere reali autonomie, si è creato “un terreno sfavorevole alla qualità e all’innovazione delle imprese sociali: le gare a ribasso, il ritardo nei finanziamenti, l’instabilità degli obiettivi non erano certo stimoli alla crescita di una nuova imprenditorialità, anzi costringevano questi soggetti, chi più chi meno, a negare la vocazione solidale utilizzando forme di lavoro precario, rinunciando alla formazione e legandosi al potere politico come protezione rispetto all’instabilità delle decisioni e alle inadempienze dei burocrati. Nel contempo il rapido e intenso aumento della spesa sociale attraeva sempre più le attenzioni del notabilato, prima rivolte ad altri settori”.

Ed è facile che questa amministrazione squalificata finisca per essere permeabile all’affarismo mafioso.

5) La crisi della rappresentanza è stata risolta con il feticcio della disintermediazione. Il risultato è che non è cresciuta una nuova classe politica. Il “mondo di mezzo” – che metteva insieme i neofascisti alla Carminati e speculatori del terzo settore come Buzzi – ha colmato un vuoto.

L’esternalizzazione del governo pubblico, con municipalizzate e cooperative sociali che invece di assumere il meglio del pubblico e del privato ne hanno incarnato il peggio, ha reso possibile il mostro dello sfruttamento del disagio sociale. Chi poteva ha cominciato a lucrare sui migranti, i tossicodipendenti, i senza casa, i rom.

Se si vuole capire la trasformazione di uomini del Pd in funzionari imbelli (nel migliore dei casi) o in piccoli faccendieri corrotti (nel caso, abbiamo visto, assai comune) si deve però fare i conti non solo con i “gravi fenomeni degenerativi” – come li ha definiti Fabrizio Barca alla conclusione di un’inchiesta interna al Pd – ma con un’idea di organizzazione politica che per anni è stata autoreferenziale, impermeabile ai movimenti sociali, incapace di leggere le trasformazioni in atto, attenta al massimo a quella che un tempo si sarebbe chiamata la sovrastruttura, desiderosa soprattutto di autoconservarsi.

 

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Per questo vale la pena risfogliarsi le analisi dei dirigenti politici dal 2000 in poi. Prendete il libro di quello che viene considerato il manovratore del Pd romano degli ultimi due decenni, Goffredo Bettini, un’intervista che gli fece Carmine Fotia giusto due anni fa all’indomani dell’elezione di Marino, Carte segrete (qui trovate ampi estratti).

La visione di Bettini è purtroppo tutta politicista e romanocentrica. Non cita praticamente nulla delle esperienze politiche fuori dell’Italia; rispetto alla cultura, il massimo che riesce a proporre è un polo d’eccellenza “per un turismo consapevole” tra l’Auditorium e il Maxxi; rispetto alla macchina amministrativa, un decentramento che non sembra tenere conto della rivoluzione sociale che oggi vive Roma.

Fa impressione riprendere in mano questo testo perché è del 2013! Nel 2013 il vento delle primavere arabe, degli indignados, di Occupy Wall street, delle battaglie sui beni comuni era ancora potente. E questo vento aveva cominciato a soffiare nelle città: al Cairo, a Istanbul, a New York, a Madrid, perfino a Roma.

Rispetto a queste esperienze, Bettini mostra una conoscenza vaga e un interesse astratto.

 

quarto statoIl Quarto Stato in Campidoglio

 

È davvero possibile, ci si chiede allora, che il Pd non abbia mai intercettato nessuna delle spinte dei movimenti? Se Walter Tocci ricorda che “il segretario Marco Miccoli cercò un’alleanza con le associazioni del referendum sull’acqua per contrastare le manovre di Alemanno nella svendita dell’Acea” è solo perché è stata un’assoluta eccezione.

Questi giorni devono essere di difficile meditazione per il sindaco Marino: isolato, spalle al muro, sbeffeggiato. La sua linea di difesa è quella di aver fatto argine alla corruzione, di essere stato – magari perché ingenuo – insospettabilmente onesto. Ma il suo tentativo di passare per eroe è sciocco e disastroso.

Se non fosse già così evidente, si potrebbe fargli notare che si tratta di una difesa fragile: per chi fa il politico l’onestà è semplicemente la condizione preliminare, mentre la responsabilità più grave si rivela sempre quella di non avere una prospettiva di lungo raggio.

Per esempio: sui giornali di questi giorni la sua faccia tesa compariva, creando uno strano effetto di contrasto, vicino a quella del sindaco di Napoli Luigi De Magistris che partecipava al centro sociale Asilo Filangeri di Napoli alla presentazione dell’importantissimo libro di Pierre Dardot e Christian Laval, Del comune, o della rivoluzione del XXI secolo. Perfino un sindaco criticatissismo come De Magistris ha compreso cosa vuol dire immaginare un diverso concetto di amministrazione cittadina, meno verticale, più porosa alle istanze dal basso. Perché quando Dardot e Laval sono venuti a Roma, Marino non ha nemmeno immaginato di incrociarli?

 

 

pablo-iglesias-manuela-carmenaPablo Iglesias y Manuela Carmena

Per non essere delle anime belle, dobbiamo riconoscere la responsabilità anche di chi ha vissuto questa città infischiandosene di prendere qualunque impegno politico.

E sempre in questi giorni si trovavano dappertutto i volti molto sorridenti delle due nuove sindache spagnole – Manuela Carmena a Madrid e Ada Colau a Barcellona. Elette con Podemos, entrambe sono espressione di una lunga militanza in movimenti extrapartitici, entrambe protagoniste di battaglie politiche dal basso: l’allargamento della partecipazione, la lotta alla corruzione, quella per il diritto all’abitare.

Prendiamo anche solo questi temi: è possibile che Marino abbia delegato la questione della corruzione a un’inchiesta di Orfini all’interno del Pd e a un assessorato-fantoccio alla legalità affidato ad Alfonso Sabella? È possibile che, rispetto all’emergenza case, sia ogni volta imbelle e assente? È possibile che rispetto al manifestarsi di un’esigenza di democrazia diretta, la risposta della giunta Marino sia quella di aumentare gli sgomberi?

Ma non vogliamo peccare di qualunquismo, finendo per esercitarci anche noi nella pratica del “dagli al sindaco”. Se non vogliamo essere delle anime belle, dobbiamo ammettere che la crisi politica della giunta Marino e della sinistra che rappresenta è anche responsabilità di chi ha vissuto questa città, infischiandosene di prendersi qualunque impegno politico.

Quanti di noi negli ultimi anni hanno partecipato a un’assemblea pubblica? Quanti di noi hanno fatto politica attiva? Chi di noi ha fatto un qualche intervento pubblico, spendendo un tempo maggiore di quello utile a scrivere qualche commento indignato sui social network? Quanti invece hanno in fondo pensato che la politica si possa rimpicciolire al feticcio della denuncia del degrado urbano?

In quella fase che Colin Crouch definisce “postdemocrazia” non ci identifichiamo forse con una cittadinanza che non può fare altro che essere relegata a una dimensione passiva? E perché? Perché spesso di fronte ai processi di crisi della democrazia che ci investono così violentemente, reagiamo con un’indifferenza schifata o al massimo con un moto di sdegno?

 

 

ada colauAda Colau, neo sindaco di Barcelona

In Italia gli indignados indolenti ingrossano le file di quello che Michele Prospero – in un bel libro recente, Il nuovismo realizzato chiama “il populismo mite”, una melassa di passioni tristi, frustrazione e risentimento, senso di impotenza, fascino per la reazione.

Cosa allora si può fare perché la crisi della politica non si trasformi automaticamente in antipolitica?

Il testo di Prospero nelle pagine finali indica una strada in controtendenza rispetto a quello che ha seguito Marino finora seguendo l’esempio di Renzi, ossia ricostruire la mediazione, ripensare l’organizzazione politica non in base alle leadership carismatiche, o al fascino per uomini forti, commissari, paladini della legalità repressiva.

Ecco – senza chiamare in causa i progetti della Coalizione sociale di Maurizio Landini (il cui primo appuntamento, il 18 maggio, non a caso si è svolto a Roma) o di Possibile di Pippo Civati (il cui primo appuntamento, il 21 giugno, non a caso si svolgerà a Roma) – è forse lo stesso tentativo, faticoso, solitario ma lodevole, che porta avanti da ormai due anni Fabrizio Barca all’interno del Pd e non solo, e che proprio sabato scorso sempre a Roma ha provato a riesporlo in un’assemblea di militanti: “il partito palestra” che immagina è l’idea di un partito dove ci sia un attivismo quotidiano, al posto di una macchina celibe che funziona solo per autoalimentare il potere (qui c’è il video dell’intero incontro, ed è molto istruttivo).

L’intuizione di Prospero e Barca potrebbe indicare, almeno sul breve periodo, un metodo reale per curare un partito così marcio come il Pd. Ma – se poi vogliamo guardare a un orizzonte più lontano – non possiamo che immaginare che il vero cambiamento necessario si manifesterà nella trasfigurazione della stessa forma di quella che chiamiamo democrazia.

Un pamphlet del 2007 (prima della crisi!) di David Graeber, Critica della democrazia occidentale. Nuovi movimenti, crisi dello stato, democrazia diretta indicava come molti movimenti politici, dagli zapatisti a quelli che si opponevano agli sfratti nelle township sudafricane, avessero trovato molte strade per superare la crisi della rappresentanza e innescare processi di partecipazione diretta.

Se non vuole soccombere alle slavine dell’antipolitica, sulla sua poltrona traballante Ignazio Marino potrebbe magari trovare il modo e il tempo per leggersi almeno le prime dieci pagine del libretto di Graeber, e – senza perdere troppo tempo – provare a capire come aprirsi ai movimenti sociali e alle battaglie che portano avanti.