Vitaliano Trevisan, Francis Bacon e i 15000 passi nell’orrore

loggia valmarana

Giardini Salvi e Loggia Valmarana

Di passaggio a Vicenza, percorro il consueto itinerario palladiano, piazza Matteotti, Corso Palladio, poi zigzagando fra le varie piazze, piazza delle Biade, dei Signori, delle Erbe, del Duomo, fino a sbucare in piazza Castello, ampia e vuota, a quell’ora. Ad un angolo della piazza con Corso Palladio c’è la libreria Galla (“dal 1880”), con caffetteria inclusa, nell’ultima saletta in fondo. Forse qui, mi dico, riesco a comprare I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan (autore di cui ho già trattato qui  a proposito di Tristissimi giardini) che dalle mie parti non ero riuscito a trovare (“Trevisan chi? Ci sono tanti Trevisan…”). Entro, prendo un caffè, e poi in effetti trovo il libro, vado alla cassa, pago ed esco. Dopo qualche decina di passi ci sono i Giardini Salvi, mi siedo ad una panchina per divorare un panino, subito attorniato da decine di piccioni che litigano fra di loro per le briciole che rimbalzano di qua e di là. Do un’occhiata al libro appena acquistato, e con non poca sorpresa scopro  che l’itinerario del protagonista, Thomas Boschiero, si conclude proprio in piazza Castello: “Ero alla fine del corso. Girai a destra. Fatti pochi passi (nove), entrai nel cortile di palazzo Bonin Longare e proseguii diritto per un totale di altri ventuno passi e mi fermai davanti all’ingresso dello studio Strazzabosco…casa studio Strazzabosco 15000 passi. Suonai il campanello”.

E che cosa scrive il protagonista, nell’epilogo?

“solo ripercorrendo i percorsi che mio fratello aveva già percorso, leggendo ciò che lui aveva letto, pensando ciò che lui aveva già pensato, sono riuscito a dare un senso alle sue opere, che ora mi appaiono strettamente legate l’una all’altra, una conseguente all’altra, dall’inizio alla fine, dalla fine all’inizio, un continuo flusso di pensiero mai finito, ma solo interrotto, di cui questo resoconto, la cui architettura, come ora mi è chiaro, si tiene in piedi solo in relazione a quel flusso di pensiero, è parte integrante” (p.154).

Copia di francis-bacon-and-william-burroughs-london-1989

Francis Bacon e William Burroughs a Londra, 1989, photo by John Minihan

E in effetti mi ritrovo io stesso a ripercorrere i passi di questo lungo e serrato flusso di pensieri, direi quasi materialmente, da piazza Matteotti, dove Visentin colloca la galleria d’arte che possiede una litografia del Trittico di Bacon, “Three Studies for Self-Portrait” (1979) (“ma le gallerie d’arte, a Vicenza, hanno vita breve”), fino agli stessi Giardini Salvi, senza dimenticare, lungo il tragitto del romanzo, autentiche perle letterarie come La casa incompiuta della vedova Magnabosca, Costruire in altezza dedicato all’architetto Lazzaron, e l’intenso La casa nel parco nella casa sui Colli Berici, che è un po’ la rivincita del paesaggio bistrattato contro i tristissimi giardini del desolante NordEst  (Trevisan, com’è noto,  non è certo tenero con Vicenza e la sua provincia). Il flusso ossessivo dei pensieri del protagonista, sovrapposti e interpolati a quelli del fratello e a volte dello stesso scrittore, ci accompagna in una sorta di apocalittico e labirintico viaggio nell’orrore che non ha alcuna soluzione, neppure nella morte (“messo al mondo per sbaglio e repentinamente lasciato solo nell’orrore”). Un orrore senza fine, solo interrotto, appunto, da cui fuoriescono personaggi grotteschi, paesaggi stravolti, identità distrutte e ricomposte in trittici mostruosi.

“La morte è presente sempre e dappertutto, diceva sfogliando il Bacon, in ogni cosa, in ogni essere vivente, in ogni situazione, in ogni opera d’arte degna di questo nome incombe la presenza della morte. E come potrebbe essere altrimenti?, disse ancora, come potrebbe non essere così? Anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora minuto secondo dopo secondo, la morte è al lavoro sulle nostre persone…”

francis_bacon_three_studies_for_self_portrait_1974

Three Studies for Self Portrait

Tre teste

“Quando vidi per la prima volta quelle tre teste, attraverso la vetrina del negozio di piazza Matteotti, me ne restai immobile, davanti a quella vetrina, per non so quanto tempo, con gli occhi fissi su quelle tre teste, deformi di una deformità che non avevo mai visto, una deformità esatta, rispondente al vero, per così dire, tanto che, a un certo punto, mi convinsi che non di dipinti si trattava, ma di un trittico fotografico, di una scheda segnaletica: profilo destro, fronte, profilo sinistro. Ingrandimenti, pensai allora, disse mio fratello, pensavo camminando, non sono che ingrandimenti di foto, una variante del caso Warhol…tre foto dello stesso soggetto visto di fronte: tre foto assolutamente diverse dello stesso soggetto visto di fronte. ..esatta brutale deformità di quella testa, cangiante ma sempre in qualche modo uguale…

Ognuna delle innumerevoli versioni del mio volto, che mi ero proposto e riproposto fino allo sfinimento davanti allo specchio, nel tentativo di confermare quella prima, assurda idea della somiglianza della mia testa con le tre versioni della testa di piazza Matteotti, assomigliava in realtà a me stesso, ognuna di loro comunque più conforme all’immagine di me stesso dell’immagine che ora, passato il crampo e rilassatisi i muscoli della testa e del collo, lo specchio mi rimandava. Per la prima volta mi ero visto dall’esterno all’interno, avevo davvero, come si dice, tirato fuori ciò che avevo dentro, e ciò che avevo dentro aveva modificato e riordinato i miei lineamenti e l’intera testa, in accordo alle proprie tensioni e alle proprie linee di forza. La nostra faccia normale, disse mio fratello, la faccia e il corpo che mostriamo tutti i giorni al mondo, non sono che un ridicolo camuffamento. Non è quella la faccia, né il corpo quel corpo, non la vera faccia e il vero corpo. Non sono le facce che ci vediamo venire incontro per strada, le vere facce di chi ci viene incontro…Se ognuno si vedesse per ciò che è. Se ognuno fosse, al suo esterno, corrispondente a ciò che è al suo interno, se davvero potessimo vederci, e dunque vedere gli altri in modo corrispondente, l’esterno con l’interno, non vedremmo che facce e corpi completamente deformi e spaventosamente asimmetrici, che si trascinano che si contorcono che strisciano, urlanti, sibilanti, farfuglianti; facce distorte e rovinate portate in giro da corpi distorti e rovinati, questa è la verità, disse mio fratello, pensavo camminando. Davanti allo specchio, quella notte, capii tutto questo, e al tempo stesso capii anche che quelle che avevo creduto essere tre foto della stessa testa vista di fronte, non erano affatto foto, ma ritratti, tre ritratti  deformi della stessa testa vista di fronte, che di quella testa, dell’essere umano proprietario di quella testa, davano tre versioni prive dell’armatura che normalmente sosteneva i lineamenti del suo aspetto cosiddetto normale…

La luce dell’alba mi sorprese che ancora mi osservavo attentamente il viso davanti allo specchio, dicendomi che no, non ero io quello, non erano quelli i miei lineamenti, che quella ridicola composizione dei miei elementi facciali, in qualche modo neutra e rassicurante, che vedevo riflessa nello specchio, era una composizione completamente falsa, non quello che ero, ma quello che ero costretto e mi costringevo ad apparire:  il più neutro, il più rassicurante, il più simmetrico, il più armonico possibile, cioè quanto di più lontano dalla mia vera natura che, viceversa, era quanto di meno neutro  e di più inquietante, di meno simmetrico e di più distonico. Grazie alle teste, pensavo, disse mio fratello, mi ero visto per qualche attimo per come ero, e non per come apparivo”, agli altri come a me stesso…

Non mi ero sbagliato, disse, erano davvero ritratti, tre ritratti della stessa testa, vista di fronte, su fondo nero, tre ritratti dall’interno verso l’esterno…così che la composizione risultava essere perfettamente equilibrata e affatto simmetrica, tanto che ciò che appariva distorto e asimmetrico, liquido, cadente, tendente in modo innaturale verso destra e verso sinistra e, altrettanto innaturalmente, compresso verso il centro, concentrando lo sguardo alternativamente sul ritratto di destra di sinistra o di centro, dava vita a una testa in qualche modo perfettamente simmetrica ed equilibrata, se i tre ritratti venivano osservati contemporaneamente. I tre ritratti, pensai allora, disse mio fratello, pensavo camminando, erano in realtà un solo ritratto, o comunque, pensai ancora, davano vita a un solo ritratto, perché erano tutti in stretto riferimento allo stesso soggetto nello stesso presente…Un equilibrio per distorsione, un’armonia per stridore, un paradosso che prendeva forma e si cristallizzava all’interno della mia testa, attraverso i miei occhi, per opera dei tre ritratti che si ricomponevano in un unico ritratto.”

(Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi, Einaudi, 2002)

giardini di ninfa

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