Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

Gallipoli

 

Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

 

L’estate del 2017 verrà ricordata non solo come una delle più calde degli ultimi decenni, ma anche come quella dell’emergenza di frizioni connesse all’invadenza del turismo di massa, agevolato dalle tariffe low cost di viaggi, affitti e prenotazioni on line. Mi vengono in mente Gallipoli (LE), Dubrovnik (dov’è stato introdotto il numero chiuso), Barcellona (con la protesta degli abitanti), ma anche spiagge, porti, per esempio in Sardegna, senza dimenticare la Fontana di Trevi a Roma o le navi da crociera a Venezia. Ai già notevoli problemi di affluenza, traffico, controllo, sicurezza, sanità pubblica (che poco interessano naturalmente alle compagnie aeree e agli affittuari) si aggiunga il fatto che le località oggetto di questo iperturismo di massa diventano anche obiettivo privilegiato dei terroristi. Ma anche senza terroristi, occorre aggiungere ormai la problematicità di gestione di movide e manifestazioni di massa in genere: non dimentichiamo quello che è successo a Torino in piazza Statuto , dove si è sfiorata la strage per panico derivante da motivi probabilmente molto futili, per un fenomeno collettivo di autosuggestione. Peraltro le stesse considerazioni erano già state fatte in occasione dell’attentato al Bataclan di Parigini: Libération infatti intitolava un suo articolo “Génération Bataclan : la jeunesse qui trinque –  En s’attaquant aux lieux festifs de Paris et Saint-Denis, les terroristes ont ciblé le mode de vie hédoniste et urbain d’une génération déjà marquée par «Charlie». ». 

Tralascio qui quel che le singole amministrazioni faranno o non faranno per arginare il problema, e ricondurre le mandrie a più miti consigli. Forse introducendo il numero chiuso da una parte, le mandrie si trasferiranno da un’altra, dove gli affittuari saranno ben contenti di ehm, fornire loro un recinto o una movida ancora più stracciona. Forse qualcuno farà ricorso al TAR o all’ONU o al Papa per violazione del principio umanitario sacrosanto di pascolare, pisciare, scacazzare e scopare ovunque, non lo so. Jean Baudrillard ci aveva visto giusto già nel 1977, quando scrisse un suo saggio sul Beaubourg, visto come anticipazione  degli attuali fenomeni degenerativi (consiglio di leggerlo per intero, ovviamente, e senza pregiudizi moralistici) :

 

L’EFFETTO BEAUBOURG

Jean Baudrillard, 1977

 

Animazione. Rianimazione.

Implosione irreversibile in profondità.

L’unico contenuto di Beaubourg è la massa stessa, che l’edificio tratta come un convertitore, come una camera oscura o in termini di input/output…Non è mai stato così chiaro che il contenuto – qui la cultura, altrove l’informazione o la merce – è solo il supporto fantasma di quanto viene compiuto dal medium stesso, la cui funzione è sempre quella di indurre una massa, di produrre un flusso umano e mentale omogeneo.

Ipermercato della cultura,  già il modello di qualsiasi forma futura di socializzazione controllata: ritotalizzazione in uno spazio-tempo omogeneo di tutte le funzioni disperse del corpo e della vita sociale (lavoro, tempo libero, media, cultura), ritrascrizione di tutti i flussi contraddittori in termini di circuiti integrati…

Qui si elabora la massa critica, oltre la quale la merce diviene ipermerce e la cultura ipercultura…una specie di universo segnaletico totale, o di circuito integrato, transito incessante di scelte, letture, referenti, marchi, decodifiche…

Dovunque nel “mondo civile” la costruzione di stocks di oggetti ha comportato il processo complementare degli stocks di uomini: la coda, l’attesa, l’imbottigliamento, la concentrazione, il campo di concentramento. Questa è la “produzione di massa”, non nel senso di una produzione massiccia o ad uso delle masse, ma la produzione della massa. La massa come prodotto finale di ogni socialità, che pone fine di colpo alla socialità; giacchè questa massa, di cui ci si vuol far credere che è il sociale, è al contrario il luogo dell’implosione del sociale.

Ma se gli stocks di oggetti implicano lo stoccaggio degli uomini, la violenza latente nello stock di oggetti implica la violenza inversa degli uomini. Qualunque stock è violento, e c’è una violenza specifica anche in qualòunque massa umana, poichè implode – violenza propria alla sua gravitazione, al suo addensarsi intorno al suo punto (foyer) d’inerzia…

Massa critica, massa implosiva…la massa calamitata dalla struttura diventa una variabile disrtuttiva della struttura stessa…Fate piegare Beaubourg” Nuova parola d’ordine rivoluzionaria: inutile incendiarlo, inutile contestarlo, andateci! E’ il modo migliore per distruggerlo. Il successo di Beaubourg non è più un mistero: le persone ci vanno per questo, si riversano su questo edificio, la cui fragilità respira già la catastrofe, con il solo scopo di farlo piegare…mirano espressamente, senza saperlo, a questo annientamento. L’irruzione è il solo atto che la massa possa compiere in quanto tale – massa proiettile che ribatte con il suo peso, cioè con il suo aspetto più stupido, più spoglio di senso, meno culturale, alla sfida di culturalità lanciata da Beaubourg…Alla dissuasione mentale la massa risponde con una dissuasione fisica diretta. E’ la sua propria sfida, la sua astuzia…ipersimulazione distruttiva.

La gente ha voglia di prendere tutto, di azzannare tutto, di abbuffarsi di tutto, di manipolare tutto. Vedere, decifrare, imparare non la emoziona. La sola emozione “massiccia” (di massa) è quella della manipolazione. “

 

 

 

 

 

 

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Henry Rollins (Black Flag) – Il mio debito con l’Europa

(i musicisti punk hanno spesso affrontato, nei testi come nella forza espressiva delle loro performances, i temi della violenza urbana, dal ribellismo giovanile alle guerre di gangs, dalle violenze razziste a quelle psicologiche, sessiste, famigliari, religiose etc fino agli assassini psicopatici e ai mass murderers. Dalle Death Factory naziste fino a Jim Jones non esiste forse altro genere musicale che abbia trattato direttamente, consapevolmente, senza abbellimenti e sentimentalismi, i temi della violenza, in generale e in una tale estensione, come il punk e i suoi derivati (post, hard, alternative, industrial, etc.), come capacità “artistica” di rielaborare materiale “maledetto” formalmente espulso dal perbenismo e conformismo dominante, e quindi di portarlo alla coscienza come una sorta di “Teatro della Crudeltà” o di Tragedia greca contemporanei; una forma di “catarsi”, se si intende questo termine come grado di consapevolezza raggiunto e non come blando placebo;  Henry Rollins è uno di questi “artisti”, insieme a scrittori come Hubert Selby o Henry Miller da lui citati in questo articolo, uscito su LA Weekly il 19 novembre)

 

Henry Rollins“Solo qualche giorno fa ero in Belgio, e poi in Inghilterra. A questo punto non ho idea di quanti viaggi ho fatto in quali paesi o nel resto di quella che viene chiamata Europa.

Per me l’Europa è come l’Africa: Molti paesi e culture, ma anche qualcosa che a volte può essere considerato un’entità più grande di sé stessa. Quello che voglio dire è che quando qualcosa viene definito “Europeo” non sta venendo considerato come appartenente a un paese ma in senso collettivo. […] Quando ho iniziato ad andare in tour con un gruppo, l’Europa è diventata qualcosa di più di una lista di nazioni in cui suonare come accade con gli stati in America.

Per decadi, l’Europa è stata un rifugio per artisti e musicisti. È il luogo in cui Charlie Parker poteva andare a mangiare nello stesso ristorante in cui stava mangiando un membro qualsiasi del suo pubblico, una cosa impossibile nel suo stato natio, il Kansas, o quella che sarebbe dovuta essere la sua terra natia, l’America.

Essere chiamati con epiteti razziali ed essere trattato come un essere umano di classe inferiore potrebbe non alimentare la fornace del proprio patriottismo. Non c’è da meravigliarsi se l’Europa è diventata un posto accogliente per molti grandi artisti americani, da Lightnin’ Hopkins ad Henry Miller, il cui lavoro è stato bandito per anni nella terra del Primo Emendamento mentre in Europa veniva considerato un eroe letterario.

Se sei in una band alternativa, se fai rumore che viene raramente sentito alla radio, se sei in qualsiasi modo strano o “artistico”, c’è una buona probabilità che molte persone trovino valore in ciò che fai se lo porti in Europa.

[…] Non sarò mai capace di ripagare l’Europa, il luogo geografico o il concetto, per le decadi di gentilezza, rispetto e generosità che mi ha riversato addosso. Ci sono state alcune esperienze dure nei primi tour – così va la vita – ma l’esperienza più ampia è stata fantastica e ha avuto un enorme impatto su di me. […]

La distruzione che ha colpito questi paesi – quello da cui hanno dovuto recuperare e quello che hanno fatto per impedire che nulla di simile possa accadere di nuovo – è parte dell’identità Europea più di qualsiasi altra cosa.

Penso sia per questo che l’Europa mette così tanta enfasi sull’arte. È una salvaguardia contro l’ignoranza e gli atti più osceni perpetrati dalla razza umana. E penso che gli eventi sportivi internazionali aiutino a far sì che le conversazioni tra i paesi europei siano continue e sane.

Le persone di ogni paese in Europa capiscono che quasi tutto può essere perso, e che una guerra implica il fatto che ci vorranno diverse generazioni per riprendersi pienamente. L’umanità non dovrebbe essere così resiliente, ma quello che a volte ci facciamo l’un l’altro non ci lascia altra scelta, che è una delle cose che rende la nostra specie così fantastica.

Ed è per questo che i recenti attacchi su Parigi sono qualcosa di più che titoli orribili provenienti da una città incredibile. Sono un pugnale nel cuore collettivo dell’Europa e del mondo.”

Tradotto da:

http://rumoremag.com/2015/11/20/henry-rollins-sugli-attentati-di-parigi-non-potro-mai-ripagare-il-mio-debito-con-leuropa/

 

 

By Henry Rollins

Thursday, November 19, 2015

http://www.laweekly.com/music/henry-rollins-i-will-never-be-able-to-repay-my-debt-to-europe-6288178

Just days ago, I was in Belgium and England. At this point, I have no idea how many trips I have made to either country or to the rest of what is called Europe.

For me, Europe is very much like Africa: It is many countries and cultures as well as something that can sometimes be considered as an entity larger than itself. What I mean is, when something is termed “European,” it isn’t being described as being of any one country but in more collective sense. When we use such a term, we are often trying to get at a far bigger idea for the sake of conversational expediency. We’re putting an infinitely large concept into a context so small, it can be immediately vague and unintentionally disingenuous.

I went to European countries as a child with my mother. My memories are of interesting accents, a sense of antiquity, the vastness of time and museums.

When I started touring with a band, Europe became more than just a list of countries you could perform in as you did states in America.

For decades, Europe has been a haven for artists and musicians. It was where Charlie Parker could go and eat in the same restaurant as any member of his audience, something that wasn’t always possible in his native state of Kansas or what should have been his native land, America.

Having racial epithets hurled at you and being treated as a subclass of human might not stoke the furnace of your patriotism. It’s no wonder Europe became a welcoming place for so many great American artists, from Lightnin’ Hopkins to Henry Miller, whose work for years was banned in the land of the First Amendment, while he was hailed as a literary hero in Europe.

If you are in an alternative band, if you make noise that is rarely heard on the radio, if you are in any way strange or “arty,” there is a good chance that many people will find value in your output if you take it to Europe.

In 1988, I took the legendary writer Hubert Selby Jr. to Europe as my opener, for a series of speaking dates. It was amazing to watch his mind get blown on an almost daily basis. Preshow, while I was at the venue, Selby often was being whisked around town for radio and television appearances. People hugged him on the street and brought hardcover editions of his books in translation, to be signed after his appearances. When we would do the shows, after his performance, many people would leave. He was the one they came to see. I don’t think he had ever experienced anything like it.

To watch him be so appreciated and respected, as the truly great writer he was, was one of the most inspirational things I have ever witnessed. It moved him to tears more than once. I can’t thank Europe enough for that.

I will never be able to repay Europe for the kindness, respect and generosity it has heaped upon me.

I will never be able to repay Europe, the geographical place or the concept, for the decades of kindness, respect and generosity it has heaped upon me. There were, on the first few tours, some rough experiences — that’s life — but the far larger experience has been amazing and hugely impactful.

I love the countries of Europe. Love them. They are a part of my life. It’s great to be somewhat familiar with so many streets in so many European cities, from Belgium to Portugal. It is like having a home as big as the world. It is something that those who do not travel will simply never know and never be served so well by. Travel makes you a better person.

Although the areas that comprise Scandinavia, the United Kingdom and continental Europe are pretty spread out on the map, I think that, to a certain degree, they all share a connection that is as deep as it gets. World War II has united every European country, even neutral Switzerland, through blood, sadness and incalculable loss, in ways that are still detectable decades later.

The destruction leveled upon these countries — what they have had to recover from and what they have done in order to prevent anything like it from happening again — is as much part of the European identity as anything else.

I think this is why Europe places such emphasis on the arts. It is a safeguard against ignorance and the more obscene acts perpetrated by humankind. And I think international sporting events keep the conversations between European countries continuous and healthy.

The people of every country in Europe understand that almost everything can be lost, and that war takes several generations to fully recover from. Humanity should not have to be so resilient, but what we sometimes do to one another really leaves us no other choice, which is one of the things that makes our species so amazing.

This is why the recent attacks in Paris are more than horrific headlines from an incredible city. It is a stab in the collective heart of Europe, and the world.

Le vittime del 13 novembre – In memoriam

Oggi giornata d’omaggio in Francia alle vittime degli attentati del 13 novembre. Per l’occasione Libération ne pubblica i ritratti (http://www.liberation.fr/apps/2015/11/13-novembre/). Qui di seguito le foto di alcune di esse. Molte provengono da circa una ventina di nazionalità d’origine diversa, età dai 20 ai 40 anni. Nella ipertrofia mediatica di questi giorni, forse poco spazio è stato dedicato al fatto che ad essere stata colpita in modo così criminale è stata la comunità rock (assolutamente un altro mondo, peraltro, rispetto  a fascisti, leghisti, naziskin et similia che si autoproclamano difensori dei “valori dell’occidente”, nella versione “neo-identitaria” e “razzista-differenzialista” somigliante in modo simmetrico, patologico e raccapricciante a quella dei nazi-jihadisti). Infine, come ormai dovrebbe essere noto, la band californiana Eagles of Death Metal suona un genere di alternative rock , e non death metal, e questo si nota anche ovviamente dal tipo di pubblico o di fan, fra cui le sfortunate vittime. R.I.P.

 

amine-ibnolmobarak 29 ansAmine Ibnolmobarak, 29 anni, architetto

AURELIE-DE-PERETTI- 33 ansAurélie De Peretti, 33 anni, grafica ed enologa

baptiste chevreau 24 ansBaptiste Chevreau, 24 anni, musicista

elodie breuil 23 ansElodie Breuil, 23 anni, studentessa di design

gilles leclerc 32 ansGilles Leclerc, 32 anni, fioraio

Guillaume Barreau Decherf 43 ansGuillaume Barreau Decherf, 43 anni, giornalista Les Inrockuptibles

halima-saadi 37 ansHalima Saadi, 37 anni, ristoratrice

hodda-saadi 35 ansHodda Saadi, 35 anni, ristoratrice

lamia-soleil mondeguer 30 ansLamia Soleil Mondeguer, 30 anni, agente artistica

ludovic-boumbas 40 ansLudovic Boumbas, 40 anni, ingegnere

maxime-bouffard 26 ansMaxime Bouffard, 26 anni, regista

Nick Alexander 36 ansNick Alexander, 36 anni, merchandising degli EoDM

pierre-antoine-henry 36 ansPierre Antoine Henry, 36 anni, ingegnere informatico

précilia correia 35 ansPrécilia Correia, 35 anni, commessa FNAC

raphael hilz 28 ansRaphael Hilz, 28 anni, architetto

suzon-garrigues-photo-par-cathy-dupont 21 ansSuzon Garrigues, 21 anni, studentessa Lettere, Sorbonne

Thomas Ayad 32 ansThomas Ayad, 32 anni, manager Mercury

valeria-solesin 28 ansValeria Solesin, 28 anni, sociologa

 

yannick minvielle 39 ans

Yannick Minvielle, 39 anni, pubblicitario e musicista

Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 2)

http://Kurdistan2   Perchè la lotta contro il terrorismo del califfato passa per la rimessa in discussione delle stesse fondamenta dell’islam sunnita, e non soltanto attraverso la designazione di “buoni” o “cattivi” mussulmani

 

Il caos siriano è divenuto l’epicentro di un conflitto ormai globalizzato che oppone mussulmani sunniti e sciiti, e il nazionalismo all’utopia califfale dalle ambizioni planetarie.

 

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Estratto da “Le chaos syrien”, di Randa Kassis e Alexandre del Valle, pubblicato da Dhow éditions, 2014. Traduzione: vincent.

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Read more at http://www.atlantico.fr/decryptage/pourquoi-lutte-contre-terrorisme-califal-passe-remise-en-cause-fondements-memes-islam-sunnite-et-pas-seulement-pas-designation-1876422.html#GHiEq4XqJ1DtmDv3.99

fark_XdaS0kneqo274xCJQZB2LMZpI4wCombattenti kurde

Tornando alla problematica dell’islamismo radicale in antitesi al nazionalismo arabo militarista, è tempo di uscire dal dilemma sterile e manicheo che non lascerebbe altra scelta, come in Algeria o in Egitto, che entro “la peste del nazionalismo sradicatore” e “il colera dell’islamismo jihadista”. Era d’altronde quello l’obiettivo principale dei primi rivoluzionari arabi attivi sulle reti sociali e avidi di libertà, di giustizia, di laicità e di democrazia…prima che gli adepti del totalitarismo verde (islamico) non rubassero loro le loro rivoluzioni.

Noi pensiamo tuttavia che l’Inverno islamista, succeduto alla Primavera araba, non abbia affatto la vocazione di durare in eterno. Non è una fatalità o un flagello irreversibile. In primo luogo, perché la storia accelera e perché “il peggio non è mai inevitabile”; in secondo luogo, perché la follia totalitaria degli islamisti (sia jihadisti salafiti che Fratelli mussulmani eletti democraticamente in Egitto, Marocco o Tunisia) ha già contribuito a “vaccinare” numerosi Arabi che finiranno, secondo noi, per uscire prima o poi dalla loro ibernazione oscurantista e dalla loro passività nei confronti del “fascismo teocratico” di cui sono le prime vittime. Dopo aver provato o subito la soluzione islamica, le masse arabo-mussulmane prenderanno coscienza infatti che l’islam politico non è necessariamente più virtuoso e benefico della dittatura nazionalista o dei malvagi valori occidentali..

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http://www.dailymail.co.uk/video/news/video-1189780/EXCLUSIVE-Syrian-women-escape-ISIS-tear-robes.html

 

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Come si è visto lungo questo saggio, la situazione che predomina attualmente nei paesi arabo-mussulmani – e a maggior ragione in Siria – è, certamente, sotto numerosi aspetti, inquietante, sia dal punto di vista dell’avanzata democratica – inesistente nella maggior parte dei paesi, ad eccezione della Tunisia e in minor misura il Marocco – sia da quello della sicurezza e della pace. In numerosi paesi infatti (Libia, Siria, Yemen, Irak, Somalia, Mali, Giordania, paesi del Golfo, etc.) gli islamisti più fanatici riempiono il vuoto dello Stato. Essi promettono di rovesciare i poteri taghut (“false divinità”, tutto ciò che non è Allah) in piazza. E dopo la cosiddetta “Primavera araba”, il “terrorismo califfale” non è mai stato così bene. Numerosi esperti prevedono scenari molto pessimisti, ivi compreso quello di una rimessa in discussione delle frontiere del Medio-Oriente e dell’equilibrio instaurato dopo la caduta dell’Impero ottomano che fece nascere numerosi Stati nella regione in conformità alla spartizione degli accordi di Sykes-Picot. E’ vero che il mondo arabo-mussulmano è sempre prigioniero della sua “tentazione oscurantista” e che la soluzione islamica non è ancora stata provata in un numero sufficiente di paesi tanto da convincere la gente ad allontanarsene massicciamente nella misura in cui la prova dei fatti aumenta il suo discredito.

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  Una nuova generazione di intellettuali anti-oscurantisti e laici

 

Ma dei segni precorritori non erronei ci danno alcune ragioni di speranza per il futuro. I blogs arabi, molto frequentati dalla generazione dei rivoluzionari all’origine della Primavera araba, le prese di posizione di intellettuali, giornalisti e anche di politici lasciano intravedere da alcuni mesi una autentica luce di speranza, tanto la parola, laica, progressista, liberale o riformista non cessa di liberarsi in reazione alla barbarie islamista. Le gesta mostruose dei fanatici di Da’ech non devono ispirare soltanto gli scenari catastrofisti, perché i tagliagole jihadisti, che nel quadro della loro strategia di siderazione (“fascinazione”, “stupore”) diffondono i loro atti atroci, rivoltano ancor più mussulmani di quanti non ne affascinano.

Certo, ottengono di suscitare ancora molte adesioni. Ma la barbarie verde commessa in nome della concezione totalitaria dei salafiti e della loro interpretazione del Corano e della sharia ha già cominciato a provocare in numerosi paesi arabi e mussulmani e in seno all’intellighentsia araba illuminata non solo disapprovazione e indignazioni – spesso sterili, perché non seguiti da soluzioni di fondo -, ma anche tutta una corrente di riflessione critica “islamicamente scorretta”, cosa che è ancora più incoraggiante e profonda. Questa nuova scuola di pensiero critico, che non è soltanto incarnata da laici o atei militanti, ma anche da credenti riformisti decisi a “riaprire le porte dell’ ijtihad” dell’islam sunnita – ahimé sclerotizzato e bloccato dal X° secolo -, non si contenta più come prima di apostrofare gli estremisti violenti accusandoli di essere “l’inverso dell’islam” o dei “cattivi mussulmani”. Non è più solamente declamatorio e formale. Osa ormai puntare il dito e criticare le fondamenta stesse dell’islam sunnita-ortodosso sclerotizzato, di cui tutta una scolastica classica che giustifica teologicamente la violenza e l’inferiorità degli “infedeli” serve (purtroppo ancora oggi) come fonte di legittimazione agli sgozzatori che hanno prestato fedeltà al califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, alle diverse branche rivali di Al-Qaeda, a Hamas o altri movimenti jihadisti (Boko Haram, Chebab, etc.). tumblr_ndrevmyPXx1qkhca0o1_500     Evidentemente, l’islamismo jihadista non è sorto dal nulla. Non proviene né dal buddismo, né dall’ebraismo, né dall’induismo, né dal cristianesimo. Viene dall’islam sunnita e più precisamente da una corrente che è purtroppo dominante e ufficiale nei paesi sunniti del Golfo. Non è mai stata denunciata nei suoi fondamenti teologici e nelle sue fonti canoniche da coloro che controllano i luoghi santi (haramain) dell’Islam, a cominciare da questo strano paese produttore di fanatismo che è l’Arabia Saudita. Non è una semplice “reazione” all’ingiustizia dei “satana” Israele o Stati Uniti, ma “una malattia che incancrenisce il corpo stesso dell’Islam” (Soheib Bencheikh) già da secoli, prima ancora della creazione stessa degli Stati Uniti e di Israele, e prima della colonizzazione. Non viene quindi “dall’esterno”, ma dall’interno della Umma, purtroppo poco abituata a rimettersi in discussione e troppo spesso pronta a “gettare il bambino del progressismo con l’acqua dell’anticolonialismo revanscista”. E’ ugualmente evidente che non sarà distrutto nei suoi fondamenti teologici per mezzo di bombardamenti aerei che uccidono tanti civili innocenti, presi essi stessi in ostaggio come scudi umani da coloro che “preferiscono la morte alla vita”.

Secondo i nuovi pensatori del riformismo sunnita, soltanto una “desacralizzazione” (Abu Zeit, Soheib e Ghaleb Bencheikh, etc.) e una rimessa in discussione di alcune fondamenta teologiche dell’islam sunnita (in particolare hanbalita, purtroppo al potere in Arabia Saudita) potranno permettere di vincere i tagliagole jihadisti che si appoggiano (lo si voglia o no) in parte su alcuni testi canonici legali mai riformati e sfortunatamente sempre insegnati nelle moschee dei grandi paesi mussulmani adepti dell’ortodossia sunnita.

Non bisogna mai perdere di vista il fatto che gli stessi che fingono di combattere i terroristi islamisti a fianco degli Occidentali, in particolare il Qatar, il Kuwait, gli Emirati, o l’Arabia Saudita, applicano ufficialmente e distillano a casa propria e poi nel mondo intero una doxa islamica di ispirazione hanbalita-wahhabita-salafita – riferimento degli jihadisti – , che non è un’eresia, ma una corrente ufficiale del sunnismo riconosciuta dalle altre tre scuole sunnite, shafeismo, hanafismo e malikismo…   so tell me again

Da Nietzsche a Breivik – Mario Perniola

DA NIETZSCHE A BREIVIK

 

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Alcuni post fa

Alcuni post fa  (cest-boulanger-quil-nous-faut-ne-destra-ne-sinistra-il-fascismo-in-francia-zeev-sternhell/)  si accennava al dilagare della violenza verbale, soprattutto sul web e in alcuni social network da parte di frotte di troll grillisti, leghisti o fascisti (categorie accomunate dal linguaggio e dall’odio livoroso ancor più che da qualche ideologia d’accatto), violenza che non risparmia nessuno al minimo cenno di critica, battuta sgradita o perfino di innocuo sondaggio , e che, come nelle sette di fanatici religiosi, si riversa immancabilmente anche sui propri iscritti o eletti epurati con tipico sistema stalinista o nazista. Ci si chiedeva se questa violenza verbale, che fa ricorso ai più accesi toni di necrofilìa, coprofilìa o pornografia sado-maso, possa divenire “fisica”, in che modo questa violenza “catartica e revanchista” faccia da contraltare all’apatia di massa, e che significato ha rispetto ad altri modelli di violenza storica o politica. Nel frattempo il 28 aprile c’è stato il gesto “folle” dello “squilibrato” Luigi Preiti davanti Montecitorio, nonché un’ulteriore spirale di insulti, minacce e farneticazioni assortite (il “colpo di stato” diventato poi “golpettino” e ridiventato in pochi giorni  “colpo di stato”, la “marcia su Roma” diventata in pochi minuti “retromarcia”, i “dossier”, etc.). Vi è un punto che mi interessa in questo intervento di Mario Perniola, e cioè: questa violenza verbale, comunicativa, non ha nulla a che vedere con la violenza storica e politica delle rivoluzioni passate o degli anni Settanta, ma è una violenza fine a se stessa (autotelica), anaffettiva e barbara, che tuttavia non è l’espressione della follìa del singolo ma di un intero sistema sociale a rischio di collasso. Anders Breivik, Luigi Preiti o Gianluca Casseri, da questo punto di vista, rischiano di essere il modello, il paradigma di una violenza non dissimile da quella manifestatasi spesso negli Stati Uniti, e che quindi chiama in causa la salute, mentale e psicologica, della civiltà occidentale.

Tratto da Mario Perniola, Agalma nr.24, ottobre 2012

EDITORIALE

L’intero articolo:

http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=24

(…)

Queste considerazioni mi consentono di passare al secondo capitolo di questo testo, Scena e violenza (http://www.sinistrainrete.info/filosofia/2544-mario-perniola-la-scena-terroristica-e-il-suo-motore-occulto.html ), in cui si sostiene che la civiltà politica aperta dalla Rivoluzione francese si basa sul legame tra la scena e la morte: l’azione storica ha bisogno di essere azione scenica per avere senso ed azione violenta per essere effettuale. Nel tramonto di questa concezione del divenire storico, questo legame si spezza. All’azione succede la comunicazione: la scena diventa spettacolo e la violenza regredisce a mera barbarie. Alla concezione terroristica della storia che pretende di imporre il senso della rappresentazione scenica con la violenza succede una violenza che non si cura per nulla del significato, che non ha più bisogno di alcuna legittimazione. Quest’ultima, restata negli ultimi tre secoli confusa con la violenza ideologica, appare oggi in tutta la sua problematica enigmaticità, perché ogni sorta di giustificazione ideologica è screditata e inaccettabile. La “crudeltà priva di senso” è sempre esistita, ma solo oggi ci appare come qualcosa che non può più essere esorcizzata con giustificazioni pseudo-ideologiche, pseudo-belliche o pseudo-sicuritarie.

Un contributo importante allo studio della violenza è stato recentemente recato dal volume di Jan Philipp Reemtsma, Vertrauen und Gewalt. Versuch über eine besondere Kostellation der Moderne, in cui l’autore distingue tre differenti tipi di violenza definendole rispettivamente con i termini di localizzante, rapitrice e autotelica (vale a dire che ha il suo fine in se stessa). La prima è diretta al raggiungimento di uno scopo preciso: essa mira a sbarazzarsi del corpo di una persona che è di ostacolo. La seconda vuole impadronirsi del corpo altrui per utilizzarlo in qualche modo. La terza non ha altro scopo che la distruzione del corpo indipendentemente da qualsiasi logica comprensibile. Quest’ultima costituisce un vero enigma, per il quale ogni spiegazione risulta inadeguata. Perciò è considerata sbrigativamente come una manifestazione di follia, individuale come nel caso del serial killer, o collettiva quando coinvolge intere collettività, come nei genocidi. Reemtsma fornisce molti esempi di quest’ultimo tipo di violenza che resta uno scandalo per la coscienza moderna. Con l’avvento del nuovo millennio, la violenza autotelica non è per nulla scomparsa; anzi il ritorno della pratica sistematica della tortura come castigo, la violazione delle convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, sullo status dei rifugiati e sulla proibizione di alcuni tipi di armi, il coinvolgimento delle popolazioni civili nelle operazioni belliche, ormai considerate come danni collaterali inevitabili, la scarsa efficacia dei tribunali internazionali nel perseguire i crimini contro l’umanità, hanno assuefatto l’opinione pubblica mondiale a comportamenti che minano la stessa idea di modernità e di civiltà. Il nuovo millennio si è aperto con una spaventosa crisi di fiducia nella fiducia degli altri. La retorica della missione civilizzatrice e dell’esportazione della democrazia perdono ogni plausibilità dal momento in cui nello stesso Occidente si insinua il dubbio sul carattere civile e democratico delle sue società.

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Una spiegazione della violenza autotelica si può forse trovare nell’odio, argomento sul quale i filosofi sono stati piuttosto reticenti. Nella storia della filosofia troviamo moltissime teorie dell’amore, ma ben poche considerazioni dell’odio. Sembra che questo sentimento resti inaccessibile ad un’indagine razionale. Alcune domande s’impongono immediatamente all’attenzione. La prima riguarda il carattere asimmetrico dell’odio rispetto all’amore: l’odio conterrebbe qualcosa di primordiale e costituzionale che precede l’amore. Le guerre religiose e ideologiche della modernità ci hanno portato a collegare l’odio con la guerra. In realtà la polemologia è un sapere completamente diverso dal furore omicida: impegnarsi in una guerra implica una serie di valutazioni razionali estremamente complesse. Chi si fa trascinare da passioni insensate e agisce in preda a impulsi sconsiderati e precipitosi procede alla cieca senza tattiche né strategie. Odiare non favorisce la vittoria, anzi l’ostacola. Anzi si può senz’altro affermare: “odio, dunque perderò”. La distinzione di Clausewitz tra intenzione di ostilità e sentimento di ostilità lo porta talora a sopravvalutare il secondo rispetto alla prima: egli ha davanti agli occhi i successi degli eserciti di Napoleone sulle armate dei governi dell’antico regime. Ma nello stesso tempo considerando la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi e definendo la difesa come la forma più forte della guerra, è quanto mai estraneo all’idea di una violenza fine a se stessa. Non diversamente Jean-Paul Charnay distingue la guerra come strategia (quella teorizzata in modo ineguagliabile dal generale e filosofo cinese Sun Tzu nel V sec. A.C.) da quella fondata su distorsioni sociali (l’invidia e la gelosia) e ideologiche (jacqueries, crociate, guerre di religione, guerre rivoluzionarie, guerre nazionalistiche-imperiali, fondamentalismi ed estremismi di vari tipi, teoria della guerra infinita…). La prima è l’arte militare, la seconda è la guerra del nemico negato.

Più a fondo sulla natura dell’odio sono andati gli scrittori. Per esempio, Cesare Pavese scrive “Si odiano gli altri, perché si odia se stessi”; lo stesso pensiero si trova in Hermann Hesse: “Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi”. La radice della violenza autotelica andrebbe quindi ricercata in una patologia psicologica che, come scrive Reemtsma, infligge dei dolori agli altri per assicurarsi del proprio corpo e del proprio io. Si vuole annullare il corpo altrui, perché si è stati vittime di un trauma, che non è stato elaborato sotto la forma di un’esperienza, ma è rimasto come impronta. La brutalità del trauma lascia talvolta un’impronta nella vita psichica di ogni soggetto, prima che questi abbia la possibilità di ripristinare un nuovo ordine simbolico perché quello precedente viene attaccato e perso. Ciò è particolarmente evidente nella violenza psichica: “ Si può concepire la violenza psichica, al di là della minaccia manifesta – scrive Reemtsma – come un comportamento che fa intendere che l’altro non interviene come partner libero e uguale in materia di potere e di sessualità”.

Nel trauma, ogni violenza subita può scatenare un elemento autotelico. Questo fenomeno è, a mio avviso, diventato più frequente nella società attuale, nella quale alla facilità di accesso a Internet, in particolare ai social networks e ai messaggi individualisti ed ugualitari che implicitamente trasmettono, non corrisponde per nulla né un effettivo miglioramento della situazione economico-sociale, né una maturazione psichica e culturale. Schiacciato tra la pressione della società consumistica e spettacolare da un lato e la miseria della sua condizione reale, il singolo si rivela inaccessibile al dialogo e ad ogni ragionamento condiviso: la misologia, cioè l’odio dei discorsi, che era già nota a Platone e a Kant, produce esistenze murate, nelle quali ogni consiglio o suggerimento scatena una reazione violenta connessa con l’anaffetività, cioè l’incapacità di esprimere affetti ed emozioni.

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La filosofia si trova così dinanzi ad un ostacolo insuperabile: “Allo stesso modo altri diviene misantropo e ha avversione e antipatia per i propri simili. Oh! Davvero non c’è sventura più grande di questa antipatia per ogni discussione” (Platone, Fedone). Tutto questo induce a pensare che siamo entrati in una società in cui la violenza si manifesta in un modo ancor più efferato e gratuito del passato. Infatti, la violenza autotelica è fomentata da un furore e da una rabbia la cui legittimazione ideologica è talmente assurda da apparire delirante: nello stesso tempo è quantomeno autoassolutorio e deresponsabilizzante spiegare questi atti come espressioni di una follia individuale.

Il caso del norvegese Anders Behring Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 (al centro di Oslo e nell’isola di Utoya, dove travestito da poliziotto ha ucciso a sangue freddo 69 ragazzi che partecipavano a un campo estivo organizzato dall’organizzazione giovanile del Partito Laburista, costituisce la manifestazione esemplare di una violenza autotelica. In questo caso, a differenza degli attentati dell’11 settembre 2001, la minaccia non proviene da un’organizzazione in lotta contro l’euro- americanismo, ma da un solo individuo che si proclama paladino dei “valori” occidentali. Questo fatto è il segno del profondo malessere che l’Occidente prova nei confronti di se stesso: Breivik è la sua cattiva coscienza. Molto interessante è l’intervista al sociologo e matematico norvegese Johann Galtung, rilasciata il 17 aprile (il secondo giorno del processo a Breivik) ai giornalisti di “New Democracy. A daily independent global news hour”, Amy Goodman & Juan González. Galtung, la cui nipote era tra i giovani di Utoya ed è scampata per miracolo al massacro, comincia con l’osservare che Breivik non è affatto un paranoico schizofrenico: è un giovane colto, autodidatta, gran lavoratore. La scelta della data del massacro, il 22 luglio, è simbolica. Infatti in quel giorno del 1099 i Cavalieri Templari liberarono Gerusalemme dai Musulmani, e sempre lo stesso giorno del 1946 avvenne l’attentato al King David Hotel, noto per essere il Quartier Generale delle autorità britanniche per la Palestina, che provocò 91 morti: tale attentato fu opera dell’IRGUN, un’organizzazione sionista, cui partecipava anche Yitzhak Shamir (1915-2012), che sarebbe diventato due volte primo ministro d’Israele tra il 1983-84 e il 1986-92.

Per Galtung, le motivazioni del massacro sono politiche: indubbiamente sono sbagliate, “ma non molto di più del governo norvegese che uccide gli Afghani in Afghanistan”, con la differenza aggravante che mentre Breivik piange in aula, nessun segno di commozione viene da parte del governo norvegese. A me sembra che il parallelo, molto provocatorio, non sia plausibile. La violenza dell’IRGUN come quella del governo norvegese appartiene al genere della violenza localizzante: esse hanno uno scopo ben preciso, che nel primo caso è la cacciata degli inglesi dalla Palestina, nel secondo il controllo politico-militare dell’Afghanistan. Invece è sintomatica la risposta che Breivik dà a un avvocato dei familiari delle vittime che gli chiedeva perché non mostra nessuna empatia: “Posso decidere di rimuovere lo scudo mentale, ma ho deciso di non farlo… perché non sopravviverei” (La Repubblica, 20 aprile 2012).

Il caso Breivik va affrontato in un altro modo e riguarda la legittimità del monopolio statale dell’uso della violenza. Presentandosi sull’isola di Utoya, travestito da poliziotto, Breivik contesta non lo stato, ma quello stato che a suo dire tradisce se stesso, perché non si difende dall’“invasione musulmana”; egli perciò dichiara una sua guerra personale allo stato norvegese, reo di alto tradimento e di connivenza col nemico. A me sembra che l’approccio di Galtung a questa questione non sia politica, ma ancora una volta moralistica. A rigor di logica, la risposta dello stato norvegese avrebbe dovuto essere la stessa che ha avuto nei confronti di Vidkun Quisling, che collaborò con l’occupante nazista: fu condannato per alto tradimento e fucilato il 24 ottobre 1945. Evidentemente questa strada era impercorribile, perché avrebbe dato a Breivik quel riconoscimento politico che le Brigate Rosse hanno chiesto invano per anni allo stato italiano, trasformandolo in un’icona politica. Tuttavia in un’epoca in cui i mass-media e Internet condizionano la politica, Breivik è diventato ugualmente un’icona della società dello spettacolo, per cui l’unica strategia possibile sembra essere quella giapponese: condannarlo a morte e rimandando l’esecuzione della sentenza a tempo indeterminato, senza fornire in modo assoluto più nessuna notizia di lui. Questa specie di “morte civile” è quella che il Giappone ha praticato con successo nei confronti di Hiroko Nagata (1941-2011), la leader della United Red Army, protagonista della tremenda purga interna all’organizzazione, in cui nell’inverno 1971-72 ben 14 membri, su 29, vennero uccisi dai loro stessi compagni. Questo evento sembra la manifestazione prototipica della violenza autotelica.

Il Breivik toscanoGianluca Casseri, il “Breivik toscano”

Tuttavia anche questa opzione è oggi inefficace, perché Breivik si è premunito mettendo in rete un suo Manifesto di 1518 pagine intitolato A European Declaration of Indipendence. Il suo sito è stato oscurato. Tuttavia il manifesto è scaricabile attraverso molti altri siti. Il risultato è che la visibilità mediatica in Internet di Breivik ha raggiunto livelli record: al 31 luglio 2012 inserendo il suo nome nel motore di ricerca Google si ottengono più di cinquanta milioni di risultati, mentre Lady Gaga ne raccoglie venticinque milioni, Berlusconi meno di venti milioni, Benedetto XVI appena poco più di cinque milioni, per non parlare dei filosofi viventi più celebri il cui score raramente supera i due milioni! Questo fatto dovrebbe far riflettere molto sui processi autodistruttivi in atto nella società occidentale, nei confronti dei quali Breivik rappresenta una risposta. A questo punto si pone una domanda veramente inquietante: chi pratica la violenza più autodistruttiva, la società occidentale (attraverso le infinite imbecillità della società della comunicazione e le imprese criminali di carattere economico e militare), oppure Breivik che adopera i mezzi fornitigli da questa società per uno scopo che nella sua mente ha un significato costruttivo?