Groove Armada friends, e nerds sfigati

“Tre ragazze, in vacanza in un’assolata località marina, la sera vanno in discoteca vestite del minimo sindacale. Una di loro, la più carina, protagonista del video, rimorchia un ragazzo, balla con lui, pomicia su un divanetto, poi se ne torna in albergo con le amiche senza curarsi minimamente, la stronza, di quel povero cristo che ha sedotto e abbandonato. Ha avuto un’ulteriore, pleonastica, dimostrazione della sua avvenenza e questo le basta; non pensa che il maschietto a cui ha permesso di carezzarle il pancino, quella sera dovrà ingaggiare una lunga e faticosa serpesmachìa per molcire e ricondurre alla ragione una specifica parte del suo corpo. Asservita ai dettami della moda e alle usanze del suo tempo, la femmina della specie ha messo in mostra le sue piume, ma al momento di “finalizzare il gioco”, come direbbe un commentatore sportivo, ha applicato la strategia della femmina ritrosa e, novella Cenerentola, ha lasciato in Nasso il suo principe azzurro, senza nemmeno il buon gusto di lasciargli una scarpina d’argento come souvenir.”
http://blog.canaro.net/2012/01/04/penetrazione/

 

a proposito di femmine ritrose e femmine sfacciate (Richard Dawkins, Il gene egoista), e di nerds sfigati

consiglio ovviamente di leggere l’intero articolo, un po’ lunghetto, sul blog di Canaro.net

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Zardoz e le comunità del futuro

Zardoz, e le comunità del futuro

 

     Zardoz è un film di fantascienza del 1974 diretto da John_Boorman, con  Sean Connery nel ruolo del protagonista principale, Zed lo Sterminatore, e la splendida Charlotte Rampling nel ruolo di Consuela, la gran sacerdotessa della Casta degli Immortali.

 

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Nell’anno 2293 la Casta degli Immortali vive sigillata entro le barriere impenetrabili del Vortex, amministrato da un possente cervello elettronico, il Tabernacolo, contenuto in un misterioso cristallo dalle infinite capacità riflessive. Il Vortex è una dimensione separata dal mondo esterno, dove vivono i mortali, i “bruti”, schiavizzati e uccisi dagli Sterminatori a cavallo, anch’essi mortali, ma al servizio degli Immortali. Nonostante l’alto sviluppo scientifico e tecnologico, gli Immortali si annoiano: alcuni di loro diventano Apatici, altri Rinnegati, coloro che per qualche gesto di ribellione vengono condannati a un’eterna vecchiaia. Sul mondo esterno domina Zardoz, una enorme maschera di pietra volante, somigliante alla Sfinge de La macchina del tempo o a una scultura dell’isola di Pasqua. Ed è proprio attraverso questa gigantesca testa di pietra che lo Sterminatore Zed (Sean Connery) entra nel Vortex, dopo aver ucciso il “pilota” Arthur Frayn, seminandovi la mortalità attraverso la resurrezione dei desideri e delle passioni, finchè anche il Tabernacolo, il grande cristallo trasparente che presiede all’organizzazione del Vortex, viene distrutto. Riportati alla vita, mortale ma autentica, gli Immortali implorano la morte. Zed e Consuela si accoppiano, generando un figlio, invecchiando e morendo come tutti i mortali.

Zardoz si rifà in parte alla Macchina del tempo, per quanto riguarda la divisione sociale fra Immortali e Bruti (Eloi e Morlocks), anche se rovesciata di segno, e senza viaggio nel tempo (il futuro è già qui). Un altro riferimento è il romanzo Il meraviglioso mago di Oz di L.Frank Baum (da cui il titolo “the wiZARD of OZ”), in cui il Mago di Oz, nella Città di Smeraldo, si presenta a Dorothy, la protagonista, nelle sembianze di una Grande Testa. Ma il film nel suo insieme offre molteplici risvolti e significati già presenti in altri romanzi di fantascienza, come L’alba delle tenebre di Fritz Leiber o Sixth Column di Robert Heinlein e soprattutto, dal punto di vista filosofico, La città e le stelle di Arthur C.Clarke, in cui chiaramente lo scrittore britannico concepisce la Città, Diaspar, come una specie di Eden dove vivono gli Immortali, sotto il controllo costante di un onnipresente calcolatore e dei Banchi della Memoria. Ma la perfezione della sua ingegneria sociale la sta portando all’inerzia, alla decadenza e alla monotonia. Mentre questa vita apparentemente perfetta sta portando la città all’estinzione, si sviluppa un elemento perturbatore, nelle sembianze di Alvin e del Buffone di corte, previsto dagli stessi progettisti della città, grazie al quale la vita si rinnova e Diaspar crolla.

Ma, al di là dei numerosi e complessi riferimenti letterari e filosofici, Zardoz è soprattutto una geniale esperienza visiva e psichedelica, una sorta di Matrix dell’era psichedelica, così come psichedelico e tipicamente controculturale è il tema della rigenerazione vitale per poter progredire oltre la staticità di un sistema perfetto e conchiuso. Tema che nel 1995 verrà ripreso, con accenti diversi, dal romanzo post-cyberpunk di Neal Stephenson, The Diamond Age (L’Era del Diamante, Shake, 1997).

Movimento di rigenerazione che evidentemente coinvolge lo stesso regista e i suoi attori. Sembra infatti che Zardoz nasca all’intersezione di più destini personali in un periodo particolarmente prolifico della fantascienza colta, filosofica e new wave, a partire, non a caso, da alcuni film della Nouvelle Vague (vedi il cortometraggio sperimentale La jetée di Chris Marker, 1962, fonte d’ispirazione per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam del 1995; Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965; Fahrenheit 451 di Francois Truffaut, 1966). Fino ai film di Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964; 2001: Odissea nello spazio,1968; Arancia meccanica, 1971) o di Andrej Tarkovskij (Solaris 1972; Stalker, 1979).

 

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John Boorman attraversa in quegli anni un periodo sfolgorante della sua carriera di regista, dopo Senza un attimo di tregua, Duello nel Pacifico, Leone l’ultimo, Un tranquillo week-end di paura, film holliwoodiani imperniati sulla socialità e sui comportamenti selvaggi dell’uomo “civile”,  e prima di L’esorcista II: l’eretico (1977), ed Excalibur, una delle riduzioni cinematografiche più riuscite del complesso di leggende di Re Artù e del Ciclo bretone (en passant faccio notare che anche K.W. Jeter, nel romanzo capostipite dello steampunk, La notte dei Morlock, pubblicato nel 1979, riprende in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur; la coincidenza è tanto più significativa in quanto sia Zardoz che il romanzo di Jeter, pur nella loro diversità, si riallacciano alla Macchina del tempo di H.G.Wells).

Nella carriera di Sean Connery, Zardoz si colloca immediatamente dopo la fine del ciclo di James Bond, ruolo da cui cercava di distaccarsi. Così, da agente segreto diventa lo Sterminatore, che riesce a seminare la morte fra gli Immortali grazie al suo sex appeal. E dopo 30 anni lo ritroviamo ancora nelle parti del vecchio cacciatore Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari. Infine, la ventisettenne Charlotte Rampling, già indossatrice e modella, stava vivendo un momento particolarmente felice della sua carriera, da  La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969) fino a Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), in ruoli piuttosto controversi  che ne sottolineano la bellezza ambigua.

In conclusione, Zardoz è una delle prime trasposizioni cinematografiche delle ansie legate all’emergere prepotente delle gated communities e delle Common Interest Developments, enclaves high tech per ricchi da cui escludere altri gruppi etnici o sociali anche mediante muri, vigilantes e dispositivi elettronici di sicurezza. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici, a scapito dell’interesse generale, aveva già portato, nella California degli anni Settanta, alla privatizzazione del governo locale, quel che nella incipiente subcultura cyberpunk verranno rappresentate come vere e proprie città-stato, e che Neal Stephenson in Snow Crash (1992) definisce “burbclaves”. Né bisogna dimenticare, su un piano in cui fantasia e realtà si mischiano ancora più strettamente, le Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT), le comunità del futuro o Disney’s Dream Town progettate da Walt Disney già a metà anni Sessanta  come fusione di pianificazione urbana e ingegneria sociale, con una visione ottimistica e techno-friendly del futuro, enfaticamente basata su “educazione, tecnologia, salute e senso del luogo”: un “mondo più perfetto”, o “un nuovo modello di apartheid urbana”? Qui, come in Zardoz, il cristallo comincia a incrinarsi, e appare il lato oscuro della disgregazione urbana.

 

Hang music – Klaim e La vita di Adele

 

 

Tempo fa avevo commentato il film La vita di Adele di Abdellatif Kechiche (Palma d’Oro a Cannes 2013) sottolineando fra l’altro i riferimenti e le citazioni narrative (Marivaux), artistiche (Schiele, Klimt) e filosofiche (Sartre), (https://artobjects.wordpress.com/2015/03/01/la-vita-di-adele-exarchopoulos-a-kechiche-2013/), senza dimenticare il fumetto di Julie Maroh Il blu è un colore caldo (2010) cui la sceneggiatura si ispira, sia pure liberamente (https://artobjects.wordpress.com/2015/03/16/il-blu-e-un-colore-caldo-julie-maroh-adele-2/).

Colpevolmente ho trascurato la colonna sonora che non è semplicemente un sottofondo o un commento distratto alle scene, ma ne è parte integrante. Lungo tutto il film i protagonisti si ritrovano ad ascoltare, cantare, danzare e a urlare canzoni, dalle manifestazioni studentesche (On lâche rienHK & Les Saltimbanks) al Gay Pride (Epic – Sandro Silva & Quintino, e altre), dai locali gay alle feste (I Follow Rivers, Lykke Li, WhistleSporto Kantes, etc), fino alla scuola dove Adele insegna, nella scena in cui i bambini danzano in cerchio facendo finta di battere un tamburo (Bonbon – Marlène Ngaro (musica tradizionale della Guinea). Ci sono anche Mozart (al Museo), AC/DC, Johnny Halliday, Billy Joel, ABBA.. Un mix multiculturale, come del resto lo sono i protagonisti, in particolare gli studenti.

Nella scena in cui Adele incrocia per la prima volta Emma, Klaim, un musicista di strada, seduto per terra, batte uno strano strumento a forma di disco volante, che si chiama hang, e che produce questo strano suono, metallico dolce e ammaliante allo stesso tempo, che accompagna lo stato d’animo trasognato di Adele mentre attraversa la piazza cercando di non finire sotto qualche macchina! La stessa musica poi la ritroviamo alla fine del film, ma senza il musicista, quando Adele, vestita di blu, abbandona il vernissage della mostra di Emma, ormai definitivamente legata a Lise.

Lo hang è uno strumento che sembra sintonizzarsi in particolar modo coi luoghi di transito, i cosiddetti non luoghi urbani, strade, piazze, tunnel della metro. E’ uno strumento a percussione composto da due semisfere appiattite in acciaio temperato, ha un diametro di 53 cm e un’altezza di 24 cm, e viene suonato con il polso, il palmo e le dita delle mani. Il primo modello di hang venne messo a punto nel 2000 dai suoi ideatori, due artigiani di Berna (CH), Felix Rohner e Sabina Schärer, proprietari della PANArt, sulla base di una continua ricerca sulle percussioni etniche di mezzo mondo, fra cui in particolare quelli steel pan originari di Trinidad e Tobago. Essendo uno strumento prettamente artigianale, ne sono state realizzate poche centinaia di esemplari. Dal 2009 la PANArt ha cominciato a produrre un’evoluzione dello hang, il gubal, dalle sonorità più calde e profonde, che alcuni considerano complementari allo hang. Sfortunatamente di quest’ultimo è diventato molto difficile acquistarne qualche esemplare. Ci sono strumenti simili, sempre artigianali, ma con sonorità e materiali differenti, che vengono chiamati genericamente handpan : Bellart Bells (ES), Caisa (DE), Halo (USA), Spacedrum (FR), SpB (Russia), Disco Armonico (IT).

Per ulteriori approfondimenti, video, articoli, libri, etc, si può visitare il sito http://panart.ch/en/

 

Internet: Agorà permanente o Arena di gladiatori? (I giustizieri della rete 3)

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I servi sciocchi

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.” (Nicola Lagioia, http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

Quel che scaturisce dalla lettura de I giustizieri della rete di Jon Ronson, nonché dalle recensioni, è che il dilagare della violenza verbale nei social network non è più attribuibile ai tradizionali troll, a fanatici o pazzi, ma al contrario a persone “normali”, comuni, che sui social si trasformano, da soli o in gruppo, in un branco di assatanati Mr.Hyde 2.0, e trasformano quel che Internet avrebbe dovuto diventare secondo i cyber-utopisti, un’agorà permanente, in un’arena di gladiatori. Non parliamo più di trolls, ma di haters che si trasformano in Mr.Hyde, con le più svariate motivazioni, poco importa se basse o alte, ignobili o nobili, dettate dal’invidia o da una “giusta causa”. Ma in questo “spettacolo” chi fornisce i “contenuti” (i “servi sciocchi”) lo fa gratis, mentre chi fornisce i contenitori ci guadagna un sacco di soldi, e ha interesse a fomentare l’arena piuttosto che l’agorà. Osservare “i social network al loro peggio”, come scrive Lagioia, “è un po’ come per le risse televisive: più fanno schifo, più le guardi. Anche perché quell’oscuro scrutare certe volte è istruttivo. “.

E fra questi “servi sciocchi”, inutile illudersi o far finta di niente, può esserci chiunque: può esserci @dolcecandy, che stalkerizza ossessivamente un cantante famoso; può essere un noto direttore di una nota rivista che improvvisamente si scatena in una serie di tweet deliranti, ma può esserci lo stesso Lagioia, per caso o per malaugurata occasione, e naturalmente possiamo esserci noi stessi. E’ una violenza imprevedibile e trasversale, che non riguarda soltanto la rabbiosa hater che cerca di infangare l’immagine del divo o del vip, ma anche il professionista in carriera frustrato da una qualche aspettativa non realizzata, e perfino il sobrio scrittore che, in un momento di fragilità emotiva usa l’arma del sarcasmo contro la rappresentante di un’associazione culturale, rea di un errore irrisorio, scatenando, senza volerlo, una lapidazione virtuale.

Senza che la mia parte vigile se ne fosse resa conto – ma i bassi istinti dovevano averlo saputo – avevo cercato di dar vita a una lapidazione, e le mani altrui armate di pietre non si erano fatte attendere… la gente, intorno a me, sembrava attendere solo un’autorizzazione, un motivo, per quanto futile, per gettare merda su qualcuno che, fino a un attimo prima, era un perfetto sconosciuto…

Il tutto per un motivo irrisorio….L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia di ridursi a un’arena di gladiatori…Fosse pure stata gestita l’associazione X in modo sciatto, meritava due ore di terrorismo virtuale come punizione? Soprattutto, la mia parte più rozza e primitiva aveva preferito dimenticare che dietro la lettera d’invito c’era una persona in carne e ossa, un essere umano che, esattamente come me, era capace di soffrire, di sentirsi ferito dall’altrui brutalità. A quel punto ho chiesto scusa per l’accaduto all’autrice della lettera e ho cancellato il post per evitare che arrivassero altri insulti.” (N. Lagioia, idem)

Ancora una volta la cyber-utopia si è trasformata in una distopia: che si tratti di rabbia cieca, frustrazione, volontà di distruzione o auto-distruzione, “mai, come in questi frangenti, gli anni novanta così carichi di promesse sembrano lontani.”.

 

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“I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi. Chi mette a disposizione i contenitori, invece, fa soldi a palate “

E veniamo dunque alle considerazioni finali che Lagioia ricava dalle sue osservazioni.

Primo. A scatenare la violenza, la regressione primitiva, lo scadimento nel mister Hyde 2.0 è spesso una delle passioni umane che in rete (e non solo lì) sta avendo in questi anni maggior corso: il risentimento.

Secondo. Non importa che a provare risentimento sia l’anonima fan/hater della pop star da un milione di follower o il direttore della rivista patinata che si trasforma a tradimento in troll. Non è importante quanti soldi tu abbia, che ruolo svolga, quante persone lavorino sotto di te. In rete, se non stai attento a controllare i tuoi borborigmi emotivi, suonerai sempre un po’ troppo risentito. Sentirai di meritare di più, o che qualcuno ti sta rubando qualcosa.

Terzo. Questo risentimento di fondo può nascere da tante situazioni. L’assenza della fisicità consentita da internet (lo abbiamo detto) può farci provare il brivido di comportarci come bestie in balia degli istinti primari senza che nessuna goccia di sangue sia versata. Può essere il fatto che in un mercato zavorrato dalla crisi ognuno è spinto a credere di ricevere troppo poco rispetto agli sforzi che compie ogni giorno. E tuttavia può esserci anche altro. Per esempio, il fatto che qualcuno ti mette a disposizione un palcoscenico dove sei libero di esibirti ventiquattr’ore al giorno. Tu lo fai, ti esibisci, ricevi degli applausi. Lo spettacolo genera addirittura qualche spicciolo, che subito però svanisce. Non è nelle tue tasche, non in quelle del pubblico. Cos’è successo? Cominci a sentirti nervoso.

Quarto. Recentemente intervistato da Gianni Santoro per la Repubblica, il leader dei Radiohead Thom Yorke, alla domanda “da dove vengono oggi i maggiori profitti per un musicista?”, ha risposto stizzito:

Non lo so, ditemelo voi. Non ho la soluzione a questi problemi. So solo che si fanno soldi con il lavoro di molti artisti che non ne traggono alcun beneficio. Si continua a dire che è un’epoca in cui la musica è gratis, il cinema è gratis. Non è vero. I fornitori di servizi fanno soldi. Google. YouTube. Un sacco di soldi, facendo pesca a strascico, come nell’oceano, prendono tutto quello che c’è trascinando. ‘Ah, scusate, era roba vostra? Ora è nostra. No, no, scherziamo, è sempre vostra’. Se ne sono impossessati. È come quello che hanno fatto i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Anzi, quello che facevano tutti durante la guerra, anche gli inglesi: rubare l’arte agli altri paesi. Che differenza c’è?

 

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Quinto. La rete è probabilmente il contesto in cui oggi si sconta la maggiore sproporzione economica tra chi mette a disposizione i contenitori e chi fornisce i contenuti. I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi (si tratti dello sfogo astioso di @dolcecandy o dell’ultimo meraviglioso album di Sufjan Stevens). Chi mette a disposizione i contenitori fa invece soldi a palate. La musica è stata letteralmente fatta a pezzi da questo sistema di cose…Sta di fatto comunque che mentre il patrimonio di Mark Zuckerberg supera il prodotto interno lordo del Ghana, ai produttori di contenuti non va praticamente nulla, fossero anche il giovane Wittgenstein e il non più giovane Russell che rifondano su Facebook la filosofia del linguaggio.

Sesto. Quanto conta la “struttura” che rende possibile il nostro stare in rete rispetto alla nostra antropologia, alla temperatura emotiva dei nostri comportamenti? Mentre scriviamo un post, un tweet, o discutiamo in una chat, quanto è automaticamente influenzato il nostro umore (consapevolmente o meno) dalle regole profonde (meccanismi economici in primis) che determinano il funzionamento del contenitore che ci ospita? Al di là della nostra libertà di digitare un tweet, quanto è giusta e democratica, e libera, al livello di fondamenta, la struttura di internet?

Se la rete è destinata ad aumentare sempre più il suo potere, e cioè il suo peso economico e politico, non si dovrebbe auspicare nel ventunesimo secolo, per la galassia di internet, ciò che nel novecento è stato oggetto di lotta rispetto al mondo reale? Perché mai dovremmo accettare le regole della rete così come sono, se si tratta di regole anche ingiuste? In fondo non è questo che gli ultimi tre secoli di processi democratici ci hanno insegnato? Avere il diritto/dovere di spendersi per cambiare uno status quo che non ha alcuna intenzione di migliorarsi da sé…

Pur immaginandoli (i padroni della rete) mossi da buone intenzioni, ai loro interessi fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Settimo. D’accordo, abbiamo scherzato. Abbiamo letto troppe volte Philip Dick. Nulla di tutto questo è vero. E se una parte lo fosse? Cosa ci costa una scommessa pascaliana? Va bene, non è vero. Fingiamo che il web sia strutturalmente il migliore dei mondi possibili. Lo stesso: che senso può avere andarsene in giro nei panni di mister Hyde 2.0? Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in maniera dissennata.

Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un battito di ciglia – quali mondi non stiamo esplorando e quali possibilità ci stiamo precludendo comportandoci come i pazzi sanguinari che non aspiriamo a essere? Che cosa, in fin dei conti, stiamo perdendo nel non usare la rete per evolverci?

(tutte le citazioni da http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

 

 

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

Trolls

I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

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Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

nessun audio

quando va via l’audio al computer (ma non i video), compresi i suoni di sistema, è un dramma apocalittico ignoto alle civiltà precedenti la nostra, hai voglia a controllare nel Pannello di controllo Suoni e Periferiche, volumi, mixer, abilita/disabilita, gestione periferiche di sistema, e poi i driver, scarica i nuovi, rimetti i vecchi, controlla, installa/disinstalla/riavvia, controlli i cavi, e poi metti il CD d’avvio,vai sul sito Microsoft, e quello del riproduttore, e poi quello della scheda madre, e poi tutti i codecs della galassia conosciuta  guai a dimenticarne uno…reinstalla/disabilita…GNENTE!!! Manco per il caxxum!!!

Quando ormai stai per prendere il computer e scaraventarlo dal balcone sperando che disintegrandosi esploda come una mini bomba nucleare, all’improvviso si sente un suono, ancora flebile e malato, un pigolìo ma riconoscibile…è lui, è Windows, e si è RIPRESO dalla morte prematura addirittura…

(e come cax avrà fatto? bohhhh???)

Riavvii, e ancora esitante sei lì timoroso, ma c’è, e si risente nuovamente TUTTO, ma proprio tutto, cestino che macera i file da cancellare, film, video, suoni di sistema, musiche, e naturalmente…

 

 

“But if it’s love you’re looking for
Then I can give a little more
And if you’re somewhere drunk and
Passed out on the floor…”

La poltrona Djinn (Airborne International) – 2001 Odissea nello spazio

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Nei vecchi film di fantascienza anni ’50 o ’60 del secolo scorso è facile che vi fossero fra l’altro oggetti che anche nel design hanno anticipato oggetti tecnologici effettivamente realizzati qualche decennio dopo, come ad esempio i CD ne La macchina del tempo o i tablet in 2001 Odissea nello spazio. I legali di Samsung hanno allegato una sequenza di quest’ultimo per dimostrare che il design di Galaxy e altri smartphones non è stato copiato da altri, ma esisteva già prima in un’opera di fantasia. In una scena del film, i membri dell’equipaggio guardano un video su una tavoletta dalle dimensioni e dalla forma simili all’iPad (http://www.wired.co.uk/news/archive/2011-08/24/samsung-2001-prior-art)

Più in generale, era l’intero set ad essere avvenirista e modernista, “un parco giochi futuristico”, dallo spazio all’arredamento fino ai costumi disegnati da Hardy Amies:

“Il guardaroba di Kubrick in 2001 rifletteva ancora lo stile slanciato degli abiti che andava nel 1960, come le tute unisex con pantaloni. Quando i personaggi sono nelle stazioni spaziali, invece, i vestiti rispecchiano lo stile classico delle tute spaziali e sono colorate in giallo, blu e rosso luminoso o metalliche.”.

“La science fiction indubbiamente forniva un repertorio iconico e di soluzioni formali ricorrenti nella cultura pop: dalla House of the Future degli Smithson e i progetti del gruppo Archigram al design avveniristico degli anni sessanta (le poltrone Djinn di Olivier Mourgue del 1965, utilizzate tre anni dopo da Stanley Kubrick in 2001: A Space Odyssey, la Globe Chair di Eero Aarnio del 1963, o Visiona 1, l’habitat futuristico presentato da ]oe Colombo alla Fiera di Colonia nel 1969), dalla collezione spaziale del 1964 proposta da André Courrèges o a quella di Pierre Cardin del 1967 fino ai costumi disegnati da Paco Rabanne per quel vero e proprio florilegio di sensibilità pop estremizzate che fu Barbarella di Roger Vadim.”

(Andrea Mecacci, L’estetica del Pop, Donzelli, 2011)

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Fra il racconto La sentinella di Arthur C.Clarke, da cui 2001 è tratto, e la realizzazione del film, intercorre uno spostamento dalla narrazione alla percezione che si traduce in teoria dell’immagine. Kubrick e Clarke collaborarono alla sceneggiatura, anche per quanto riguarda i dettagli scientifici, ma il film è del tutto diverso dal romanzo. Vennero assunti esperti della NASA per quanto riguarda i veicoli spaziali (Frederick Ordway e Harry Lange), ma furono poi lo scenografo Tony Masters e il direttore artistico Ernest Archer a rendere i loro concetti di design una realtà.

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Di questo spostamento “dalla narrazione alla percezione” sono testimoni famose le poltrone Djinn, prodotte dal marchio francese Airborne International, “un modello unico per la sua silhouette originale, ribassata e ondulata”, e avveniristica ancora oggi, del designer francese Olivier Mourgue progettate a partire dal 1963 e poi rese famose dal film. Mourgue chiama la linea di poltrone “Djinn” (Genio) perché, secondo una legenda islamica, rappresenta uno spirito che assume una forma umana o animale ed esercita un’influenza soprannaturale sulle persone.
“Il modello originario ha generato anche, un pouf, un sofà a due posti e un lounge, un ancora più rilassante dormeuse concepito e costruito in modo analogo. La caratteristica principale di quest’ oggetto è il disegno in un pezzo unico che comprende, oltre ai piedi e alla seduta, anche un comodo poggia testa. “.

Ma

“Airborne ha costruito Djinn con un telaio in acciaio, gomma piuma e tessuto jersey stretch.
Un’altra innovazione adottata dal designer, Olivier Mourgue, è il fatto di aver rivestito di tessuto l’ intera forma, battezzando così una moda che caratterizza l’intero design degli anni ’60.”.

(http://www.designmag.it/articolo/poltrona-djinn-originale-e-avveniristica/7735/)

La poltrona Djinn-Airborne divenne un’icona del design futuristico degli anni ’60 proprio grazie al film di Kubrick e al suo “avveniristico hotel a cinque stelle di rotazione nello spazio”.

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L’istanza materna: la poltrona Airborne

…Un tempo le norme morali imponevano all’individuo di adattarsi all’insieme della società, ma questa è l’ideologia ormai superata di un’epoca di produzione; in un’epoca di consumi, o che pretende di essere tale, sarà la società globale ad adattarsi all’individuo. Non soltanto anticipa i suoi bisogni, ma si prende anche la cura di adattare se stessa non a questo o a quel bisogno, ma addirittura all’individuo personalmente …la Vostra poltrona, la Vostra sedia, il Vostro divano…Nella poltrona…bisogna riconoscere l’essenza di una società definitivamente civilizzata, che ha fatto proprio l’ideale della felicità, della Vostra felicità, e che dispensa spontaneamente a ogni suo membro gli strumenti per realizzare se stesso.

…”L’acciaio, è la struttura”. Ecc. L’acciaio esalta, ma è anche un materiale duro, che ricorda lo sforzo, la necessità dell’individuo di adattarsi – si osservi allora come si trasforma e diventa malleabile, come la struttura si umanizzi…La struttura è sempre violenza, la violenza angosciante. Anche a livello di oggetti, rischia di compromettere il rapporto dell’individuo con la società. Per rappacificare la realtà, occorre salvare la quiete delle apparenze. La poltrona diventerà dunque, passando dall’acciaio al tessuto come per una trasmutazione naturale fatta per piacere, uno specchio di forza e tranquillità. Infine l’”estetica” avviluppa la struttura celebrando le nozze definitive dell’oggetto con la “personalità”.

(…)

La società diventa materna per potere meglio conservare un sistema di obblighi e costrizioni. La diffusione dei prodotti e le tecniche pubblicitarie svolgono dunque un ruolo politico immenso: assicurano perfettamente la sostituzione delle ideologie precedenti, morali e politiche. Meglio ancora: mentre l’integrazione morale e politica non è mai avvenuta senza violenza (è stata sempre necessaria la repressione aperta) le nuove tecniche riescono a evitare la repressione: il consumatore interiorizza l’istanza sociale e le sue norme, nell’atto stesso del consumo.

(…)

Gratificazione, frustrazione: due aspetti inscindibili dell’integrazione “

(J.Baudrillard, Il sistema degli oggetti, “La poltrona Airborne”, 1968)

Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 1)

“Abbattere un tiranno non deve portare alla distruzione degli apparati dello Stato o dell’esercito. Ciò che è avvenuto in Iraq ci deve essere d’insegnamento: fare tabula rasa apre solo la strada alla disgregazione e all’affermarsi di milizie e tribù.”

(http://www.huffingtonpost.it/2015/05/25/isis-randa-kassis-il-mondo-ci-aiuti)

il caos siriano cover

Il caos siriano

Perchè gli Occidentali fanno tanto fatica ad ammettere che la ribellione sunnita siriana era dominata dai fanatici

Estratto da Le chaos syrien“, di Randa Kassis e Alexandre del Valle, pubblicato da Dhow éditions, 2014. Traduzione: vincent.
Read more at http://www.atlantico.fr/decryptage/pourquoi-occidentaux-ont-eu-tant-mal-admettre-que-rebellion-sunnite-syrienne-etait-dominee-fanatiques-da-ech-jihadisme-2.0

Randa Kassis è una giornalista, scrittrice e antropologa siriana, nonché fondatrice del Movimento per una società pluralista (2012) e già membro del Consiglio nazionale siriano (2011-12), da cui è uscita a causa dell’influenza delle componenti islamiste eterodirette. Ha pubblicato due libri, Crypts of the Gods (2013), analisi antropologica della morale religiosa, e Le chaos syrien (2014).

Alexandre Del Valle è un noto studioso di geopolitica. Editorialista a France Soir, insegna Relazioni Internazionali all’Università di Metz, ed è ricercatore associato all’Institut Coiseul. Ha pubblicato diversi libri sui Balcani, sulla Turchia e sul terrorismo islamico, fra cui Le Chaos Syrien, printemps arabes et minorités face à l’islamisme (Editions Dhow 2014), Pourquoi on tue des chrétiens dans le monde aujourd’hui ? : La nouvelle christianophobie (éditions Maxima), Le dilemme turc : Ou les vrais enjeux de la candidature d’Ankara (Editions des Syrtes) et Le complexe occidental, petit traité de déculpabilisation (Editions du Toucan).

 

DEL VALLE intv

 

Il modus operandi dell’Isis, o del “jihadismo 2.0”

Il modus operandi dei jihadisti di “ultima generazione”, fan dei Mohammed Merah o di Mehdi Nemmouche, è sempre lo stesso: prima di essere sgozzato e poi decapitato in diretta, il cattivo “infedele” viene costretto a pronunciare un breve discorso colpevolizzante e umiliante per sé e per il suo campo. Come un virus lanciato dalla bocca del sacrificato, il messaggio funebre consiste nel rendere responsabili della sua triste sorte non i barbari islamici che giocano a calcio con le teste mozzate – al contrario, presentati come “vittime” dei “crociati” – ma il suo campo occidentale, colpevole di “aggredire i mussulmani”.

Il doppio obiettivo non è dunque quello di uccidere per uccidere, che ci riporterebbe a sottovalutare le leggi del terrorismo, ma piuttosto quello di provocare una “sindrome di Stoccolma” presso il pubblico terrorizzato, poi di suscitare una fascinazione lugubre in seno a una minoranza attiva di esseri umani ahimé affascinati dalla barbarie.

In effetti dobbiamo sempre tener presente che la guerra scatenata dal totalitarismo islamista è tanto psicologica e mediatica quanto militare o terrorista. L’estrema efficacia da marketing di queste insostenibili messe in scena non deve mai venir sottostimata o messa sul conto della semplice follia, perché questa strategia di siderazione (di choc emotivo, di stupefazione) spiega perché intere città e villaggi in Siria e in Irak siano stati conquistati dall’Isis molto spesso senza che i jihadisti avessero dovuto combattere (1).

Lo scopo degli sgozzatori del Da’ech (Isis) è anzitutto quello di minare il morale del nemico e di far parlare di sé stessi grazie al potere moltiplicatore quasi infinito delle reti sociali (dei social networks). Questa strategia di guerra semantica e psicologica è fondata su vecchi metodi conosciuti da tutti i manipolatori-disinformatori: siderazione della preda, capovolgimento semantico, rovesciamento dei ruoli, colpevolizzazione e demonizzazione dell’obiettivo e dei suoi alleati. Essa non deve essere soprattutto sottostimata dagli Occidentali, complessati e ricettivi agli argomenti di altri islamisti, apparentemente più “moderati”, che ci spiattellano la stessa propaganda sovversiva e colpevolizzante secondo cui ci sarebbe un “complotto occidentale” contro il mondo mussulmano. L’”islamofobia” degli Occidentali di oggi non avrebbe eguali, secondo un certo numero di “progressisti” affascinati dall’esotismo verde (Islam), come la giudeofobia di ieri che sboccò nella Shoah…Purtroppo, questa vulgata vittimista, carburante di tutti i totalitarismi, penetra da diversi decenni non solamente nei paesi mussulmani, ma anche nelle società occidentali che offrono d’altronde in pasto i propri cittadini mussulmani ai predicatori barbuti, essi stessi appoggiati e addestrati dai nostri strani “amici” del Golfo e altri “alleati” oscurantisti, fabbricanti di fanatici.

Come si può vedere in Siria, nei paesi arabo-mussulmani, in Occidente o altrove, le prime vittime della barbarie islamista, che comincia con il jihad del Verbo dei famosi “islamisti moderati”, sono i mussulmani stessi. Intimiditi, costretti a rispettare l’ordine della sharia e a marciare al passo della Umma, o molto semplicemente manipolati dal veleno del risentimento, queste prime vittime dell’islamismo radicale devono prendere coscienza che oggi i veri produttori di islamofobia sono gli islamisti stessi e le loro sanguinarie caricature jihadiste. D’altra parte, se questi ultimi credessero nella loro proprio propaganda nutrita di lotta contro l’islamofobia, non passerebbero il loro tempo a uccidere mussulmani, in Siria, in Irak, in Algeria, etc., o degli operatori umanitari occidentali, amici della loro civiltà, come questa sfortunata guida d’alta montagna, Hervé Gourdel, che è stato sgozzato in Kabilia il 24 settembre 2014 dopo essere stato venduto a dei terroristi algerini che lo hanno obbligato a dire: “Hollande, tu hai seguito Obama” , per rendere il governo francese responsabile del suo supplizio. Ma il peggio è che numerosi intellettuali – e non solamente masse passive sprovviste di strumenti d’analisi – cascano regolarmente in questo genere di trappole quando affermano che le prese di ostaggi e gli sgozzamenti di Occidentali in Siria, in Algeria, in Yemen, in Somalia, in Afghanistan, o in Irak, non sarebbero che la conseguenza delle “nuove crociate” occidentali contro i mussulmani.

 

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La Siria non è la Libia…

L’accecamento ideologico e psicologico descritto prima spiega perché numerosi Occidentali hanno avuto un grande malessere – fino all’avvento dello Stato islamico – la cui capitale è Raqqa in Siria – ad ammettere che la ribellione sunnita siriana è dominata, e ciò fin dall’inizio dell’insurrezione armata, da dei fanatici: la deriva jihadista della rivolta sunnita non sarebbe d’altronde, per molti di loro, che una “reazione” alla violenza primaria del regime di Bachar al-Assad. Da ciò, se si avesse avuto il “coraggio” di rovesciare il dittatore siriano e se si fosse messo lo Stato baathista in grado di non nuocere, la rivolta islamista sarebbe restata “ragionevole” e maggioritariamente “moderata”…

Smentita flagrante a questa visione ad un tempo naive e pericolosa delle relazioni internazionali fondata sul cambio di regime, i precedenti dell’Irak (2003) e della Libia (2011) hanno pertanto mostrato che il rovesciamento, con bombardamenti aerei mortali, di dittature che perseguono i loro oppositori islamisti, non ha mai avuto per effetto di rendere questi ultimi più pacifici, né ugualmente di calmare la loro collera che trova d’altronde sempre nuovi pretesti…Da ciò, e forti delle dolorose esperienze regionali passate, noi riteniamo che un intervento militare occidentale innescato fin dall’inizio dell’insurrezione anti-Assad, sarebbe stata controproducente e avrebbe al contrario accelerato il caos. Un simile intervento avrebbe, senza alcun dubbio, trovato in Siria una ben maggiore resistenza da parte dell’insieme della popolazione, e avrebbe probabilmente condotto, secondo l’esempio della guerra in Libia, all’instaurazione di un regime della sharia assai meno favorevole alle minoranze, al pluralismo e alla democrazia, che non il regime, certamente dittatoriale, del partito Baath e del clan Assad.

Certamente, l’instaurazione nella primavera scorsa (2014) dello Stato islamico (Da’ech) ha nettamente cambiato i dati e ha anche dissuaso gli adepti del cambio di regime…Gli Stati Uniti, la Francia e gli altri paesi della Coalizione internazionale impegnati in un’operazione militare di grande ampiezza contro l’Isis sembrano oggi concentrare i loro sforzi bellici non contro il regime siriano, ma contro la minaccia incarnata dallo Stato islamico, che ha stabilito il suo QG a Raqqa, nel centro della Siria, a 160 km da Aleppo.

Tuttavia, nel caso poco probabile in cui un intervento militare fosse comunque scatenato in seguito dalla coalizione per colpire il regime al fine di armare l’opposizione ‘moderata’, sotto copertura dell’instaurazione di una ‘zona di interdizione aerea’ come la propone la Turchia del sultano-presidente Erdogan, si tratterebbe in quel caso di un enorme errore strategico. Simile operazione, fortemente sollecitata dai nostri strani alleati sunniti del Golfo – che hanno finanziato la maggior parte dei gruppi islamisti sunniti radicali (Al-Nosra, Fronte islamico) – e dalla Turchia, ugualmente molto legata alle forze islamiste attive in Siria, ritornerebbe in effetti a rafforzare le brigate jihadiste più criminali e più efficaci sul terreno. Perchè queste compongono, già da molto tempo prima (ben prima dell’ascesa spettacolare del Da’ech) la schiacciante maggioranza della rivolta armata.

Il terrificante Stato islamico proclamato nel luglio del 2014 da Abu Bakr al-Baghdadi, alias califfo Ibrahim, che sogna di estendere il suo ubuesco ma non meno minaccioso califfato dalla Siria e dall’Irak al Libano, in Giordania, poi a tutta la regione, non è che uno – fra tanti altri – dei movimenti islamisti totalitari attori del caos siriano.

Tenuto conto della forte capacità di disturbo regionale del regime di Damasco, più che mai legato all’Iran e a Hezbollah, in grado di destabilizzare i vicini israeliani e libanesi, e prendendo atto della sua sbalorditiva capacità di resistenza di fronte alla minaccia jihadista, la ragione comanda di trattare il dossier siriano in modo più prudente e più realista, cessando in particolare di rigettare sistematicamente le proposte di buon senso dei Russi che, fin dall’inizio della crisi, avevano deplorato l’attitudine oltranzista dell’opposizione siriana e dei suoi padrini del Golfo o occidentali, che volevano escludere dai negoziati due attori imprescindibili: l’Iran e lo stesso regime siriano.

Dal 2011, la maggior parte delle cancellerie occidentali hanno in effetti escluso questi due protagonisti dai negoziati. Ciò ha creato un autentico squilibrio, perché le petromonarchie del Golfo, madrine wahhabite delle peggiori brigate jihadiste della rivolta siriana, avevano voce in capitolo e venivano ascoltate. D’altronde esattamente come la Turchia del neo-sultano-presidente Erdogan, membro della NATO, che ha sostenuto Da’ech e la maggior parte dei movimenti islamisti sunniti siriani fin dall’inizio dell’insurrezione…Le strategie dei nostri dirigenti occidentali – che hanno rigettato fin dall’inizio le proposte russe ed escluso l’Iran da qualsiasi discussione – erano sbagliate e votate allo scacco. Il loro dilettantismo non è estraneo ai pietosi risultati attuali e al fatto che nessuna soluzione negoziata di uscita dalla crisi sia stata possibile.

La posizione francese, lungi dall’essere originale, purtroppo si è accontentata grosso modo di seguire quella del presidente del Consiglio nazionale siriano (CNS), Georges Sabra, faccia “presentabile” dell’opposizione e oppositore cristiano laico storico, che si è in effetti accontentato egli stesso di dare il cambio alle posizioni dei Fratelli mussulmani (che dominavano il CNS), in particolare per quanto riguarda la richiesta di consegna macciccia di armi pesanti ai ribelli, in maggioranza islamisti, radicali o “moderati”, ciò al fine di permettere loro di travolgere il regime o di “riequilibrare le forze”. Tutti sanno che il risultato di una tale strategia fondata sul rovesciamento di Assad da parte delle forze jihadiste sarebbe inevitabilmente l’applicazione della sharia in un paese peraltro fortemente multiconfessionale ed eterogeneo. E’ chiaro che questa prospettiva sarebbe allo stesso tempo drammatica per le minoranze religiose, in particolare alawiti, cristiani, israeliani o sciiti, e irrealistica diplomaticamente, in quanto essa esclude d’ufficio qualsiasi negoziato con il potere che resta, lo si voglia o no, imprescindibile.
Certo, noi ascoltiamo le grida di indignazione di tutti coloro che non comprendono perché i paesi occidentali sono tornati sulla loro determinazione iniziale di intervenire militarmente per far cessare la terribile repressione che si è abbattuta sul popolo siriano dall’inizio della Primavera araba, e che avrebbe già fatto quasi 170.000 morti (2). Ma noi siamo ugualmente convinti, dalla metà dell’anno 2012, che qualsiasi intervento militare occidentale avrebbe avuto molte più ripercussioni imprevedibili che altrove, e che, in ogni caso, la rivolta siriana non ha più da molto tempo granché di siriano, poiché essa è dominata da legioni jihadiste internazionali il cui progetto politico non è la nazione siriana e ancor meno la democrazia, ma il califfato universale… Il fatto che fra i 3000 e i 4000 “volontari” occidentali abbiano raggiunto questa internazionale jihadista la dice lunga sul caos siriano.

Scegliere fra il colera dell’islamismo jihadista intervenendo contro la peste di una dittatura militare non avrebbe né senso strategico né coerenza. Perchè da un punto di vista geopolitico, la Siria è diventata oggi, con l’Irak e il Libano, il teatro maggiore di uno scontro regionale al quale si dedicano per procura l’Iran sciita e i suoi nemici sunniti del Golfo, Arabia saudita in testa, nel quadro di una triplice guerra totale: politica, religiosa ed economica. La posta in gioco è né più né meno che la leadership del mondo mussulmano e l’estensione della profondità strategica di ciascuno dei due campi.

A ciò si aggiunge una quarta dimensione conflittuale, questa volta globale, poiché il conflitto fra sciiti alawiti pro-iraniani e sunniti pro-saudiani (e poi pro-turchi, pro-qatar) si svolge sullo sfondo di una “nuova guerra fredda” che oppone, dall’Ucraina al dossier del nucleare iraniano, passando per la rivendicazione di un nuovo ordine mondiale multipolare, da una parte le potenze occidentali legate ai padrini sunniti dei ribelli siriani, e dall’altra parte il tandem Russia-Cina, difensori della sovranità della Siria, vicini all’Iran e ostili a qualsiasi ingerenza dell’Occidente negli affari dello stato siriano.

Se la situazione in Siria sembra attualmente senza uscita, per il peso delle poste in gioco e degli interessi antagonisti degli Stati della zona e anche di alcune potenze mondiali che attizzano il conflitto e si nutrono dell’eterogeneità siriana invece di proporre soluzioni di pace realistiche, noi pensiamo tuttavia che soltanto delle soluzioni politiche pragmatiche potranno permettere di conciliare la stabilità nazionale e la pluralità etnica e religiosa esistente in Siria. Così, la doppia chiave politica e geopolitica per mettere fine a questa terribile guerra civile risiede, secondo noi, in primo luogo, all’interno, in una soluzione federalista, la sola che possa assicurare la pace e la “convivenza” senza che un gruppo ne tirannizzi un altro, e in secondo luogo, all’esterno, nel tener conto non soltanto delle posizioni dell’Occidente e degli altri alleati dell’opposizione siriana, ma anche di quelle della Russia e dell’Iran, alleati del regime dittatoriale siriano. Perchè nessuna pace sarà possibile e durevole senza questo equilibrio.

Astuzia della storia o piuttosto della geopolitica, è forse in fin dei conti l’avanzata del “califfato islamico” di Abu Bakr al-Baghdadi (alias califfo Ibrahim), lanciato all’assalto dell’Irak, della Siria, delle loro minoranze, e poi di tutti gli Stati della regione (Giordania, Israele e petromonarchie incluse), poi del mondo, che obbligherà le potenze mondiali e regionali opposte a dialogare un po’ più fra di loro. Perchè senza questo dialogo, il caos siriano e medio-orientale non potrà venir arginato in poco tempo. Scommettiamo anche che questo lungo inverno islamista e gli atti di barbarie commessi dai salafiti dell’Isis finiranno per far ribellare le masse mussulmane, le prime vittime del totalitarismo verde…

1. Il primo a “professionalizzare” su scala planetaria e in modo molto moderno questo atroce modus operandi che unisce barbarie e video-fascinazione fu Abu Moussab al-Zarqawi, l’ex capo di Al-Qaeda in Mesopotamia e precursore del Da’ech. E’ con questi assassini-decapitazioni “live” che Da’ech è riuscita a soppiantare la vecchia guardia di Al-Qaeda e la stessa figura carismatica di Bin Laden. Osama è infatti ormai divenuto démodé presso i nuovi barbari 4G dello Stato islamico. In effetti questi ultimi non sono dei semplici “integralisti oscurantisti”, come spesso s’intende o si legge nei media occcidentali. Al contrario, essi sono ultramoderni, alla loro maniera, assai più “interconnessi”, “mondializzati” e appassionati di reti sociali o di smartphone rispetto ai loro antichi mentori dai metodi di comunicazione sorpassati. In un vecchio video tristemente celebre postato il 13 maggio 2004, che suscitò purtroppo migliaia di vocazioni, il vecchio responsabile di Al-Qaeda in Irak inaugurò in effetti una nuova era di ciber-guerra psicologica sgozzando poi decapitando minuziosamente per la prima volta in diretta l’americano Nicholas Berg, con sfondo di versetti coranici e di logorrea paranoica. Ucciso nel 2006 in un raid dell’aviazione americana, Zarqawi fu l’iniziatore del “jihadismo 2.0”.

2. cifra approssimativa che include militari e civili di tutte le parti in conflitto.

Oceano – B.Sterling, 1977

involution ocean

Involution Ocean (ed.it. Oceano, 1977) è il primo romanzo di Bruce Sterling, forse il meno noto in Italia, pubblicato successivamente da Perseo Libri. All’epoca fece parlare di “raro capolavoro” , “opera geniale”, “lettura di sorprendente bellezza”, ed è sicuramente uno dei più visionari dell’autore, senza il peso della successiva retorica estetico-politica del cyberpunk. Come Fuoco sacro del 1996, il romanzo ha per tema e titolo un elemento fondamentale, l’acqua, con tutto il suo carico simbolico, onirico e psicanalitico – ma come elemento mancante. In entrambi i casi il protagonista intraprende un viaggio-iniziazione al cui termine vi è una sorta di catarsi e di consapevolezza grazie alla quale egli affronta, fortificato, il proseguio della sua avventura umana.

Sul pianeta di Nullacqua vi è un enorme cratere largo e profondo centinaia di km che ne costituisce l’unica parte abitabile, in quanto il 90 % dell’atmosfera è raccolta lì. Al fondo del cratere vi è un oceano non di acqua, ma di polvere quasi monoatomica, la cui profondità e i cui abitanti sotterranei costituiscono un mistero religiosamente custodito dalla rigida e conformista civiltà di fanatici religiosi che aveva colonizzato il pianeta 500 anni prima. Il protagonista, John Newhouse, s’imbarca sulla nave baleniera Lunglance, un trimarano per la caccia al capodoglio della polvere comandato da un certo Nils Desperandum, per procurarsi la sincofina, o Lampo, una potente droga allucinogena ricavata dall’olio intestinale del capodoglio della polvere, ora messa fuorilegge dai burocrati della Confederazione galattica. Dagli abitanti di Nullaqua la sincofina era ritenuta velenosa; ma per Newhouse e i suoi amici del pianeta Reverie (che ritroviamo nel secondo romanzo di Sterling, Artificial Kid) ai quali la rivendeva, era invece una droga assai preziosa. Veniva chiamata Lampo per il suo tipico effetto, una scossa azzurro-elettrica:

Ci fu un improvviso formicolio gelido alla base della mia spina dorsale. Bruscamente una sopraffacente ondata come un fulmine diretto saettò dalla mia spina dorsale e scoppiò nel mio cranio. Lo sentii distintamente. La cima del cranio si sollevò chiaramente, e una fredda fiamma azzurra saettò dal centro della mia testa. I miei occhi si spalancarono di scatto e la fiamma si ridusse a un continuo e deciso fuoco, come il lampo di una fiamma ossidrica. La cucina, gli utensili sporchi, il viso estatico di Calothrick, tutto possedeva una lucentezza innaturale, come se ogni oggetto avesse cominciato improvvisamente a rilasciare energia da qualche serbatoio interno. Rombi e macchie d’un azzurro elettrico fluttuavano ai margini della mia vista. Guardai le mie mani. Anch’io brillavo”.

Questa specie di olio santo, che si versa a gocce sulla lingua, è a tutti gli effetti un veleno, un pharmakon temuto dai bucolici abitanti di Nullaqua:

Era strano, ma comodo, che il sangue umano dovesse essere un veleno mortale per il capodoglio della polvere. Ma non era più strano del fatto che il cetaceo produceva il Lampo. Come tutte le cose buone, la sincofina in quantità sufficienti è un veleno letale”.

self-discovery-involution

Tenendo conto del duplice significato del termine pharmakon, veleno e rimedio allo stesso tempo, (Plutarco, kathartikon pharmakon *), non è casuale che i protagonisti principali siano degli alieni, dei paria (pharmakos). E’ quindi un alieno proveniente dal pianeta Reverie che sfiderà le convenzioni puritane del posto, e amerà di un amore profondo la donna aliena mutata chirurgicamente, la bellissima donna-pipistrello Dalusa, desiderosa di lasciare il pianeta:

Mi chiedo se lei ha mai pensato al tipo di motivazione che può aver costretto una persona a cambiare pianeta, corpo, perfino specie…Era un errore di natura…Era un mostro. Nessuno della sua tribù voleva toccarla o parlarle. Era una paria”.

Lo stesso capitano Desperandum è un alieno, che si rivelerà essere Ericald Svobold, il leggendario scopritore della sincofina. Citazioni mitologiche si fondono con citazioni letterarie-cinematografiche (Moby Dick, Conrad, Dune, Nautilus, etc) e fumettare. L’allegoria è costruita sul rapporto che intercorre fra droga visionaria, considerata “veleno” e dunque proibita, tabù, e religione istituzionale, conservatrice, attraverso l’iniziazione/viaggio sottomarino che porterà Newhouse a lasciare dietro di sé sia Nullaqua che il Lampo. Ma ciò accadrà solo grazie al sacrificio del pharmakos (capro espiatorio), cioè sia di Dalusa, ‘elemento femminile alieno e misterioso, che del capitano Desperandum, il quale spinge all’estremo il suo desiderio di vedere oltre l’opacità del mare di polvere, in profondità, contro tutte le restrizioni culturali e le superstizioni di Nullaqua. La droga non è altro che un mezzo per simulare, nel sacrificio, la qualità di pharmakos da parte di Newhouse. Niente di romantico: “Erano soltanto un modo per fare funzionare in modo diverso la mente…”.

Una volta attraversato il “significato del dolore”, fortificato dal sacrificio, non vi è più alcuna ragione di indulgere, al contrario dei suoi sfortunati amici, nella debolezza verso le droghe. Il viaggio interiore o sciamanico di Newhouse termina con “la scoperta di una forma di catarsi così vasta e annichilente da gratificarlo al punto da indurlo a rinunciare alla più blanda catarsi della droga Lampo” (Ugo Malaguti). Il vero riscatto, lascia intendere Sterling, è nella capacità di sognare.

Alla fine del romanzo Newhouse si ritrova in transizione verso qualcos’altro:

Sicuramente era soltanto una questione di tempo, finchè non avessi trovato qualcosa d’altro per riempire quel doloroso vuoto: una verità o un dovere, onore, bellezza, amore o saggezza, qualcosa…”,

(*) “Accanto all’uso religioso e a quello sciamanico, intermedio tra i due, c’è un uso propriamente medico del termine katharsis. Un rimedio catartico è una potente droga che provoca l’evacuazione di umori o di materie la cui presenza è ritenuta nociva. Il rimedio è spesso concepito come partecipante della stessa natura del male o perlomeno suscettibile di aggravarne i sintomi e di provocare, facendo ciò, una crisi salutare da cui emergerà la guarigione” (R.Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, 1980).