Groove Armada friends, e nerds sfigati

“Tre ragazze, in vacanza in un’assolata località marina, la sera vanno in discoteca vestite del minimo sindacale. Una di loro, la più carina, protagonista del video, rimorchia un ragazzo, balla con lui, pomicia su un divanetto, poi se ne torna in albergo con le amiche senza curarsi minimamente, la stronza, di quel povero cristo che ha sedotto e abbandonato. Ha avuto un’ulteriore, pleonastica, dimostrazione della sua avvenenza e questo le basta; non pensa che il maschietto a cui ha permesso di carezzarle il pancino, quella sera dovrà ingaggiare una lunga e faticosa serpesmachìa per molcire e ricondurre alla ragione una specifica parte del suo corpo. Asservita ai dettami della moda e alle usanze del suo tempo, la femmina della specie ha messo in mostra le sue piume, ma al momento di “finalizzare il gioco”, come direbbe un commentatore sportivo, ha applicato la strategia della femmina ritrosa e, novella Cenerentola, ha lasciato in Nasso il suo principe azzurro, senza nemmeno il buon gusto di lasciargli una scarpina d’argento come souvenir.”
http://blog.canaro.net/2012/01/04/penetrazione/

 

a proposito di femmine ritrose e femmine sfacciate (Richard Dawkins, Il gene egoista), e di nerds sfigati

consiglio ovviamente di leggere l’intero articolo, un po’ lunghetto, sul blog di Canaro.net

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Rainer Maria RILKE, Sull’amore

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Roma, 14 maggio 1904

“Anche amare è bene: poiché l’amore è difficile. Volersi bene, da uomo a uomo: è forse questo il nostro compito più arduo, l’estremo, l’ultima prova e verifica, il lavoro che ogni altro lavoro non fa che preparare. Per questo i giovani, che sono principianti in tutto, ancora non sanno l’amore; lo devono imparare. Con tutto l’essere, con tutte le energie, raccolte intorno al loro cuore solitario, ansioso, dal battito anelante, devono imparare ad amare.

Ma il tempo dell’apprendistato è sempre un tempo lungo, chiuso al mondo, e così amare è a lungo, e fin nel pieno della vita, solitudine, intenso e approfondito isolamento per colui che ama. Amare non significa fin dall’inizio essere tutt’uno, donarsi e unirsi a un altro (poiché cosa sarebbe mai unire l’indistinto, il non finito, ancora senza ordine?); è una sublime occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualcosa, di diventare mondo, diventare mondo per sé per amore di un altro, è una grande, immodesta pretesa a lui rivolta, qualcosa che lo presceglie e lo chiama a vasti uffici.

Solo in questo senso, come compito di lavorare a sé (“di stare all’erta e martellare notte e dì”), i giovani potrebbero usare l’amore che viene loro dato. Essere tutt’uno e donarsi e ogni sorta di comunione non è per loro (che ancora a lungo devono risparmiare e radunare), è il compimento, è forse quello per cui oggi intere vite umane ancora non sono sufficienti. In questo però i giovani sbagliano così spesso e gravemente: che essi (nella cui natura è non avere pazienza) si gettano l’uno all’altro quando l’amore li assale, si spandono così come sono, in tutto il loro disordine, scompiglio e turbamento…

Ma come fare allora? (…) Se resistiamo e prendiamo su di noi questo amore come fardello e tirocinio, invece di perderci in tutto quel gioco frivolo e lieve (…) allora forse un piccolo progresso e un certo sollievo saranno percettibili a coloro che verranno molto dopo di noi (…) E questo amore più umano (…) somiglierà a quello che noi lottando con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra.” (Lettere ad un giovane poeta – 1903/1908 – Rainer Maria Rilke)

Rainer Maria RILKE – Lettera a un giovane poeta

“Lei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé.”

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Parigi,17 febbraio 1903

Egregio signore,

la sua lettera mi è giunta solo alcuni giorni fa. Voglio ringraziarla per la sua grande e cara fiducia. Poco altro posso. Non posso addentrarmi nella natura dei suoi versi, poiché ogni intenzione critica è troppo lungi da me. Nulla può toccare tanto poco un’opera d’arte quanto un commento critico: se ne ottengono sempre più o meno felici malintesi. Le cose non si possono tutte afferrare e dire come d’abitudine ci vorrebbero far credere; la maggior parte degli eventi sono indicibili, si compiono in uno spazio inaccesso alla parola, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, esistenze piene di mistero la cui vita, accanto all’effimera nostra, perdura.

Ciò premesso, mi sia solo consentito dirle che i suoi versi, pur non avendo una natura loro propria, hanno però sommessi e velati germi di una personalità. Con più chiarezza lo avverto nell’ultima poesia, La mia anima. Qui, qualcosa di proprio vuole farsi metodo e parola. E nella bella poesia A Leopardi affiora forse una certa affinità con quel grande solitario. Eppure quei poemi sono ancora privi di una loro autonoma fisionomia, anche l’ultimo e quello a Leopardi. La sua gentile lettera che li accompagnava; non manca di spiegarmi varie pecche che ho percepito nel leggere i suoi versi, senza però potervi dare un nome.

rilkepicLei domanda se i suoi versi siano buoni. Lo domanda a me. Prima lo ha domandato ad altri. Li invia alle riviste. Li confronta con altre poesie, e si allarma se certe redazioni rifiutano le sue prove. Ora, poiché mi ha autorizzato a consigliarla, le chiedo di rinunciare a tutto questo. Lei guarda all’esterno, ed è appunto questo che ora non dovrebbe fare.Nessuno può darle consiglio o aiuto, nessuno. Non v’è che un mezzo. Guardi dentro di sé. Si interroghi sul motivo che le intima di scrivere; verifichi se esso protenda le radici nel punto più profondo del suo cuore; confessi a se stesso: morirebbe, se le fosse negato di scrivere? Questo soprattutto: si domandi, nell’ora più quieta della sua notte: devo scrivere? Frughi dentro di sé alla ricerca di una profonda risposta. E se sarà di assenso, se lei potrà affrontare con un forte e semplice «io devo» questa grave domanda, allora costruisca la sua vita secondo questa necessità. La sua vita, fin dentro la sua ora più indifferente e misera, deve farsi insegna e testimone di questa urgenza. Allora si avvicini alla natura. Allora cerchi, come un primo uomo, di dire ciò che vede e vive e ama e perde. Non scriva poesie d’amore; eviti dapprima quelle forme che sono troppo correnti e comuni: sono le più difficili, poiché serve una forza grande e già matura per dare un proprio contributo dove sono in abbondanza tradizioni buone e in parte ottime. Perciò rifugga dai motivi più diffusi verso quelli che le offre il suo stesso quotidiano; descriva le sue tristezze e aspirazioni, i pensieri effimeri e la fede in una bellezza qualunque; descriva tutto questo con intima, sommessa, umile sincerità, e usi, per esprimersi, le cose che le stanno intorno, le immagini dei suoi sogni e gli oggetti del suo ricordo. Se la sua giornata le sembra povera, non la accusi; accusi se stesso, si dica che non è abbastanza poeta da evocarne le ricchezze; poiché per chi crea non esiste povertà, né vi sono luoghi indifferenti o miseri. E se anche si trovasse in una prigione; le cui pareti non lasciassero trapelare ai suoi sensi i rumori del mondo, non le, rimarrebbe forse la sua infanzia, quella ricchezza squisita, regale, quello scrigno di ricordi? Rivolga lì la sua attenzione. Cerchi di far emergere le sensazioni sommerse di quell’ampio passato; la sua personalità si rinsalderà, la sua solitudine si farà più ampia e diverrà una casa al crepuscolo, chiusa al lontano rumore degli altri. E se da questa introversione, da questo immergersi nel proprio mondo sorgono versi, allora non le verrà in mente di chiedere a qualcuno se siano buoni versi. Né tenterà di interessare le riviste a quei lavori: poiché in essi lei vedrà il suo caro e naturale possesso, una scheggia e un suono della sua vita. Un’opera d’arte è buona se nasce da necessità. È questa natura della sua origine a giudicarla: altro non v’è. E dunque, egregio signore, non avevo da darle altro consiglio che questo: guardi dentro di sé, esplori le profondità da cui scaturisce la sua vita; a quella fonte troverà risposta alla domanda se lei debba creare. La accetti come suona, senza stare a interpretarla. Si vedrà forse che è chiamato a essere artista. Allora prenda
su di sé la sorte, e la sopporti, ne porti il peso e la grandezza, senza mai ambire al premio che può venire dall’esterno. Poiché chi crea deve essere un mondo per sé e in sé trovare tutto, e nella natura sua compagna.
Forse, però, anche dopo questa discesa nel suo intimo e nella sua solitudine, dovrà rinunciare a diventare un poeta (basta, come dicevo, sentire che senza scrivere si potrebbe vivere, perché non sia concesso). Ma anche allora, l’introversione che le chiedo non sarà stata vana. La sua vita in ogni caso troverà, da quel momento, proprie vie; e che possano essere buone, ricche e ampie, questo io le auguro più di quanto sappia dire.
Cos’altro dirle? Mi pare tutto equamente rilevato; e poi, in fondo, volevo solo consigliarla di seguire silenzioso e serio il suo sviluppo; non lo può turbare più violentemente che guardando all’esterno, e dall’esterno aspettando risposta a domande cui solo il sentimento suo più intimo, nella sua ora più quieta, può forse rispondere.
Mi ha rallegrato trovare nel suo scritto il nome del professor Horacek; serbo per quell’amabile studioso grande stima, e una gratitudine che non teme gli anni. Voglia, la prego, dirgli di questo mio sentimento; è molto buono a ricordarsi ancora di me, e lo so apprezzare.
Le restituisco inoltre i versi che gentilmente mi ha voluto confidare. E la ringrazio ancora per la grandezza e la cordialità della sua fiducia, di cui con questa risposta sincera, e data in buona fede, ho cercato di rendermi un po’ più degno di quanto io, un estraneo, non sia.

Suo devotissimo
Rainer Maria Rilke

Da: Lettere a un giovane poeta Rainer Maria Rilke (Mondadori 1994)

Campari – Eva Green

Se la marijuana fosse bevibile, piuttosto che fumabile, potete star certi che sarebbe stata legalizzata in Italia da moltissimo tempo 🙂

 
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In un certo senso si può definire Eva Green un’attrice citazionista. Infatti da The Dreamers (di Bertolucci, 2003) a Penny Dreadful, passando per James Bond, 300, Sin City prequel & sequel etc., non c’è film o serie che non sia un pastiche di citazioni, al punto che anche la Green cita se stessa di film in film,  e la pubblicità Campari non è che l’ultima citazione. Le sue tipiche espressioni facciali, lo sguardo tagliente, la piega delle labbra, la fronte alta, una sottile vena di amarezza, sono rimaste quasi invariate in dodici anni, solo riadattate. Il resto lo fanno il trucco, le luci e le ombre.

 
 
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L’azienda inizia in un piccolo bar di Novara: il Caffè dell’Amicizia, acquistato da Gaspare Campari nel 1860 e dove, in quegli anni, nascerà e si perfezionerà la ricetta di Campari, rimasta invariata da allora   (http://it.wikipedia.org/wiki/Campari)
 
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Una strega? Dov’è il tuo daimon?

 
 
 
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Anacronisti o Anacronauti?

 
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Isabelle legge Isabelle

 
 
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Follie del Varietà – Tra le due guerre (Goffredo Fofi)

Concerto delle Varietà

“Di dove viene il fascino che accompagna le vecchie fotografie del teatro “minore”, i ricordi e le autobiografie degli attori, l’occasionale sbirciata su qualche canale televisivo secondario a un film che riproduce momenti e “numeri” del café-chantant o della rivista, l’occasionale ascolto alla radio di una vecchia canzone orchestrata alla moda di un tempo, con le voci alla moda di un tempo ? …Lo stesso non accade col teatro “maggiore” e, al cinema, non accade certo per tutti i tipi di film, e certo non sempre con quelli d’”arte”. E’ forse il kitsch di cui tutto questo si riveste per il solo fatto di essere passato, specchio deformante di un passato? O piuttosto, molto più semplicemente, è che i gusti di un’epoca ce la rivelano, l’epoca, più dei libri di storia e delle testimonianze dei politici, è che i modi di divertirsi e di evadere ci danno il sapore del tempo più di ogni altro elemento del costume collettivo, e costituiscono per noi, posteri, il suo costume?” (G.Fofi, prefazione alla Parte prima, “I fasti del Variété”, in Follie del Varietà, Feltrinelli,  p. 9).

Copia di Salone Margherita

“Il rinnovato interesse dei nostri anni per la tradizione comica e popolare italiana ha qualcosa di sconcertante. Ciò che è morto ben difficilmente può essere richiamato in vita, ma evidentemente acquista con la distanza un fascino che gli deriva dal confronto con ciò che è. I lasciti indiretti o diretti di questa tradizione, le sue influenze, sono stati molti: alla rinfusa, la commedia di costume cinematografica, Carlo Cecchi, Dario Fo, perfino Carmelo Bene e Leo e Perla, i gruppi tra musicali e spettacolari napoletani, i Legnanesi e gli spettacoli di travesti diventati con gli anni Sessanta moda universale di parodia gay alla storia della rivista…” (G.Fofi, prefazione alla Parte quarta, idem, p. 359)

festival

Il volume Follie del Varietà (1890-1970) pubblicato da Feltrinelli nel 1980, a cura di S.De Matteis, M.Lombardi, M.Somarè, con prefazioni di Goffredo Fofi), è una grandiosa antologia di testimonianze, vicende, personaggi, saggi su quel fenomeno di teatro “minore” che raduniamo sotto il nome di “varietà” (con i suoi sottogeneri), dalla fine dell’Ottocento fino al 1970 attraverso fascismo e dopoguerra, dai fasti ai nefasti fino ai ripescaggi retrò. A fine anni Settanta non soltanto buona parte dei media, delle TV private, dell’industria dello spettacolo, ma anche una parte dell’intellighentzia “di sinistra” premeva per una riconsiderazione delle culture “minori”, provenienti “dal basso”, “non colte” che in precedenza, nel periodo della Contestazione, sarebbero state bollate come reazionarie, manipolatorie, alienanti. Sia pure in pieni “anni di piombo”, una sorta di “guerra interna” maturata nel ventennio precedente, sembrava che il presunto “realismo socialista” del periodo precedente fosse da accantonare, in modo da rivalutare, almeno sotto il profilo critico, tutto ciò che era stato iconoclasticamente condannato. La critica alla “società dello spettacolo” adesso si ribaltava in una premurosa attenzione a tutto ciò che c’era di “positivo” nello spettacolo. Ma quella delle arti “minori” non era l’unica rivalutazione di quel periodo. Basti ricordare che allo stesso tempo venivano “rivalutati”, per esempio, i film di Leni Riefenstahl, con grande disappunto di Susan Sontag (“Fascino Fascista”, in Sotto il segno di Saturno, 1982), oppure gli autori “maledetti” del fascismo stesso (Ernst Junger, L.F.Céline, P.Drieu La Rochelle, E.Cioran, Ezra Pound, per non dire di J.Evola o di Mircea Eliade). Era in opera una gigantesca rivalutazione di tutto ciò che era “retrò”. E allo stesso tempo c’era, in maniera meno sofisticata ma non meno brillante, la riproposizione dell’evasione come cultura dell’effimero da parte di Renato Nicolini con la sua astuta e fortunata proposta delle Estati romane, proliferate poi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale per tutti gli anni Ottanta e i decenni successivi. Insomma, un periodo, quello di fine anni ’70- primi anni ’80, di drammatica tensione ma decisamente volto a stemperarsi in una più “italianesca” riconciliazione sotto il segno del retrò e del vintage, prima ancora dell’invasione della tv berlusconide, molti anni prima che cabaret e burlesque ridiventassero “di moda”. Almeno sotto questo aspetto, gli “italiani” avranno sempre qualcosa da insegnare al “mondo intiero”!

sorelle navaLe Sorelle Nava

TRA DUE GUERRE

(G.Fofi, Follie del Varietà, pagg.95-96)

Se, come dice Odoardo Spadaro, “con la guerra si è cambiato rotta”, il dopoguerra proporrà un cambiamento ancora più grande con l’avvento del fascismo: la satira politica scomparirà dalle scene, il dialetto verrà osteggiato per legge, i criteri dell’evasione piccolo-borghese domineranno, con la loro pesante e superficiale patina di perbenismo. E tuttavia il cambiamento non è stato solo voluto e imposto dal fascismo, ma era forse nell’aria e il teatro se lo è imposto da sé, come negli anni Trenta se lo imporrà il cinema. L’intervento censorio è in realtà canalizzato, per volontà superiore mussoliniana, secondo un criterio di fondo: evitare di parlare di politica e di quant’altro alla politica del regime potesse direttamente richiamarsi, sia in pro che in contro, e favorire invece la mera evasione, il bel garbo dei “telefoni bianchi” o dei duetti Melnati-De Sica nella Za-bum o delle commedie di De Benedetti.

Questo criterio non sarà dato una volta per tutte, e dei cambiamenti sono documentabili. Dapprima il regime sembra favorire una funzione di propaganda anche del teatro di rivista, in senso più nazionalistico che direttamente fascista (Trieste, le sanzioni…) ma di fronte alle trasformazioni della stessa politica fascista (soprattutto internazionali: ci sono sketch antitedeschi nel periodo dell’Anschluss ritirati di corsa dopo la nuova alleanza) si preferisce espungere la propaganda diretta dai divertimenti del regime, riservandola alla radio e ai cinegiornali che invece da essa saranno totalmente condizionati e a essa asserviti. Il censore teatrale Leopoldo Zurlo, più “signore” napoletano che non fascista in orbace, si attiene alla decisione mussoliniana secondo la quale nelle cose frivole, per definizione, come il teatro di varietà e di rivista, le cose “sacre” (il fascismo) non vanno neanche nominate, non ci vanno mischiate.

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E tuttavia con la guerra c’è un terzo tempo della censura fascista, costretta ad allentare le redini e a tener conto dei disagi crescenti e della crescente lamentela, se non protesta, della popolazione. Dal ’39 tessere e bollini, oscuramento, treni o autobus di nuovo in ritardo e sovraffollati, servizi scadenti e carovita diventano in modo più o meno scoperto i temi centrali della comicità rivistaiola, trovando in alcuni autori (Galdieri, Nelli e Mangoni) e attori (Totò, Taranto) una prontezza a coglierli che fornirà al pubblico occasioni di sfogo a non finire – rivive infine nuovamente la regola del “buffone di corte”, della comicità permessa come scarico alle insofferenze sociali. Ma prima, negli “anni del consenso”, tutto è rosa e semmai, dietro il rosa, opera con un bromuroso annacquamento della comicità e con il contorno di un lusso irraggiungibile, in una rimozione costante della realtà, la quale potrà esprimersi, e poco, solo in certi film di Camerini e in certe riviste degli autori citati, trovando invece nei copioni teatrali e cinematografici “ungheresi” o nei copioni scipiti delle riviste di Macario e della Wandissima (Wanda Osiris, ndr) i più raffinati meccanismi di sublimazione.

Con la guerra, torna nel teatro “minore” il vento di uno scettico qualunquismo protestatario, che assume, coscienti o no i suoi autori, qualche significato “di sinistra”. Col dopoguerra, dopo l’esplosione scatenata dalla Liberazione, e già con i nuovi copioni di Galdieri e con il “Soffia, so’” (che voleva dire, da Roma, “Soffia, soffia pure, vento del nord, ché tanto, qui, ce ne freghiamo altamente”), nuovi e più virulenti significati “di destra”.

(…)

Copia di totòTotò interroga il suo tablet

Non sempre il passaggio dal “povero” al “ricco” è conformismo e rinuncia (Viviani, i De Filippo, Totò). Ma certo il pubblico è diverso, quello del Dal Verme e del Sistina non è quello dell’Ambra Jovinelli e del Salone Margherita: ha la pancia piena, o quasi, e chiede qualcosa di diverso da ciò che l’altro pretende: lusso e decoro e una volgarità sotterranea, da ruttino postprandiale; altra da quella di chi la pancia l’ha vuota. I punti di contatto offerti d questi grandi nomi tra due culture e due pubblici spariscono negli altri: di qua Macario, la Za-bum, Dapporto (e i Falconi, i Gandusio, le Galli della prosa “leggera”), di là Fanfulla e i Maggio, Riento e Tina Pica, il primo Sordi e il primo Rascel e i De Rege. Per costoro l’invenzione e la sperimentazione, sia pure nella progressiva definizione di una maschera o di una macchietta rigide, sono obbligate dal pubblico rumoreggiante e, come loro, affamato, mentre per i primi la ripetizione è norma, e si tratta semmai di variare il pretesto e lo sfondo, di aumentare il numero di girls, di allungare la scale, di moltiplicare i metri di tulle e di organza.

Anche in questo c’è “arte”, un artigianato che è scuola e mestiere, una spettacolarità che deve però corrispondere al tempo e alle esigenze dei sogni di piccolo benessere. I ricchi, in Italia, non sono ancora legioni, e la rivista è il lusso del sabato sera – come i film di Greta e di Gary, e i loro anch’essi esotici, lontanissimi paradisi.

L’evasione, il divertimento, hanno trovato dagli anni Venti un rivale grandioso al teatro, a tutto il teatro. La rivista si pone in concorrenza con il cinema, offre divi in carne e ossa, seppure autarchici. L’avanspettacolo, e già il suo stesso nome lo certifica, con il cinema scende a patti, cerca di allearsi. Al pubblico più povero e più marginale offre, assieme all’evasione del film, la realtà di copioni abborracciati, di comici ben presenti e riconoscibili, di ballerine magari un po’ sfatte ma di carni vistose e vicine. Da un lato, l’avanspettacolo, figliato dalla rivista, rifornirà continuamente le compagini del cinema nazionale con nuovi talenti e nuovi umori; dall’altro offrirà al pubblico “non abbiente”, cui la rivista ha voltato le spalle, una partecipazione che il cinema non potrà mai dargli. Il cinema è lontano, offre un onirico e sublimante sfogo all’immaginario più ardito, mentre l’avanspettacolo riporta con i piedi per terra: le luci del proscenio non nascondono le facce della sala, e tra pubblico e sala c’è lo strizzar d’occhi di chi si capisce e si intende, e tutto riporta a una materialità pesante, dove il “fuori” è vicino, e a esso, alle sue difficoltà, dopo mezzora o tre quarti d’ora di rumore e musica e risa dovranno tutti tornare, gli spettatori come gli attori.

bertoldissima

La vita di Adèle (Exarchopoulos) – A.Kechiche, 2013

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… dunque divagherà sempre? Penso di si, non potrei fare diversamente, i pensieri mi afferrano. Sono una donna e voglio raccontare la mia storia. Considerate le mie parole. Vedete che non sfrutto affatto i privilegi che mi dà l’essere donna. Tra i giovanotti che mi ammiravano ce n’era uno che non mi era indifferente e sul quale i miei occhi indugiavano più volentieri che sugli altri. Mi piaceva guardarlo senza sospettare del piacere che vi trovavo, ero graziosa con gli altri e non lo ero con lui. Dimenticavo di piacergli e non pensavo che a guardarlo…
(Marivaux, La vita di Marianne)

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Non potrei concludere il mio “ciclo” di rivisitazione dei film di Abdellatif Kechiche, senza scrivere qualcosa su La vita di Adèle, Palma d’oro a Cannes 2013. Per mia fortuna ho visto quest’ultimo solo dopo aver visto i precedenti film dello stesso regista già anni orsono, per cui conoscevo, e riconosco, lo stile di Kechiche, che qui si confronta con un altro argomento “scabroso”, ma d’attualità, sempre sull’universo femminile, e adolescenziale in particolare. Naturalmente su questo film ci sono già tante recensioni, per cui non credo di aggiungere alcunché di nuovo rispetto a quanto scritto da altri, ma solo qualche spunto che meriterebbe un’ulteriore approfondimento a parte.

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Il mondo non è che un riflesso di quello che accade in amore” (Marcel Proust)

Come tutti i film di Kechiche, anche questo si lascia vedere e godere fino all’ultimo minuto, nonostante la lunghezza di circa 3 ore: è un film piacevole, intenso, con una trama semplice ma infittita di numerosi dettagli da una sceneggiatura molto accurata. Le interpretazioni (femminili e maschili) sono tutte al meglio, dalle attrici principali fino alle comparse occasionali (spesso scelte sul posto, a scuola o nei pub).  Il film si articola in tre parti: l’innamoramento, la passione amorosa e la conclusione ineluttabile, malinconica, ma chiarificatrice. Forse la parte che ha colpito di più l’immaginazione di molti spettatori è quella centrale, quella degli amplessi appassionati di Adèle ed Emma, che qualcuno impropriamente definisce “pornografici”, ma che vanno comunque visti all’interno della trama, in quanto arte, ritratti cinematografici espressionisti, inseriti fra la visita delle due ragazze a una mostra di dipinti e sculture erotiche (al Museo La Piscine, di Roubaix  nella realtà),  e le successive mostre della stessa Emma, che comprendono i ritratti sensuali della sua giovine Musa (alcuni sono della pittrice Cécile Desserle, che ritrae appunto la stessa Adèle Exarchopoulos). Senza contare le numerose citazioni di tipo artistico, letterario e filosofico disseminate lungo tutto il film, compresa la discussione su Egon Schiele e Gustav Klimt, l’Esistenzialismo di Sartre, Le relazioni pericolose di Choderlos de Laclos, l’Antigone, La principessa di Clèves di Madame de la Fayette, e naturalmente La vita di Marianne di Marivaux.

“Come in L’Esquive, il film che ce lo rivelò, questo è anche un confronto con la tradizione letteraria e cinematografica della Francia, e se in L’Esquive si partiva dai Giochi dell’amore e del caso di Marivaux qui si parte da La vita di Marianne dello stesso autore, di cui La vita di Adele evoca il titolo. Ma si direbbe che le ambizioni di Kechiche siano più vaste e azzardate, che egli voglia leggere la Francia contemporanea pensando perfino a un Balzac e per la minuziosità e l’eccesso dei particolari ai naturalisti di fine Ottocento, o perfino a Flaubert…” (Goffredo Fofi) https://foglianuova.wordpress.com/2013/10/27/goffredo-fofi-la-vita-di-adele/

Importanti sono, infatti, i dettagli significativi: “La vita di Adele è costruito per blocchi, e se ellissi vi sono esse riguardano il tempo -ora brevissimo ora lungo – che tra loro intercorre, ma ogni blocco deve mostrare tutto o quasi tutto, tutto vi è considerato importante, e tutto deve concorrere a un’impressione di realtà che ha la sua forza nelle espressioni dei volti, nei primi e primissimi piani…”. Nelle scene d’insieme (il liceo, le cene in famiglia, il pub, le manifestazioni, la festa, le mostre di Emma, l’asilo in cui insegna Adèle), che spesso molti recensori dimenticano o subordinano a quelle sentimentali ed erotiche, Kechiche esplora i limiti del contesto culturale e antropologico.

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Fin dall’inizio, dunque,  Kechiche dedica ancora una volta il suo omaggio al drammaturgo Marivaux, come già nel precedente L’Esquive, in questo caso parodiando anche il titolo di uno dei suoi romanzi, La vita di Marianne, scritto in più parti fra il 1731 e il 1742, giudicato anch’esso “scandaloso” all’epoca. Non a caso il titolo completo del film è La Vie d’Adèle – Chapitres 1 & 2 (possiamo attenderci il seguito? O come il romanzo di Marivaux, possiamo considerarlo, volutamente, “incompiuto”?). Ma soprattutto, come già per Marivaux, il titolo predispone a un “effetto di realtà”, un’”impressione di realtà”, in cui documentario e finzione si sovrappongono e si fondono fino a identificare l’attrice, Adèle Exarchopoulos, con il personaggio, la sua stessa età, la sua intensità, il suo tempo di vita, il suo totale coinvolgimento, i primi e primissimi piani, perfino le sue reazioni emotive e istintive, il suo sudore, le lacrime, l’ansia, il sorriso: insomma, appunto, La vita di Adèle, in senso pieno, la sua “educazione sentimentale”, il suo “romanzo di formazione”, abbastanza impegnativo per l’attrice stessa come già per le precedenti muse di Kechiche: Elodie Bouchez, Sara Forestier, Hafsia Herzi, Yahima Torres. “E’ in trance!”, esclama allegramente un’amica di Emma durante la festa conviviale. E in trance, e in lacrime,  lo è anche Adèle Exarchopoulos durante la premiazione a Cannes, giustamente.

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C’è quindi una stretta omologia fra la maturazione del personaggio Adèle e quella dell’attrice Adèle Exarchopoulos. Per questo il film non si chiama Emma & Adèle, come pure molti si aspetterebbero, e non si chiama neppure Il blu è un colore caldo (salvo che nella versione inglese). Non ci sono due protagoniste principali, ma una sola, Adèle, la protagonista-narratrice come Marianne per Marivaux, dalla prima scena fino all’ultima. Non ci sono scene con Emma in cui non sia presente anche Adèle, al contrario ci sono molte scene con Adèle senza Emma.  Rispetto al personaggio principale di Adèle, Emma è in un primo momento la sua ancella, la sua levatrice, la mediatrice delle sue fantasìe, ma anche la sua castratrice nel momento in cui l’abbandona al suo destino per unirsi a una donna incinta .Allora Adèle torna on the road, come lo era all’inizio del film, allontanandosi definitivamente da quell’ambiente chimerico che aveva attratto la sua curiosità ma non aveva saputo trattenerla.

Un “omaggio” di Kechiche ad Adèle Exarchopoulos, ma anche, per proiezione, al suo personale tentativo di trouver sa place dans le monde, e delle difficoltà a trovarlo. Una finezza non da poco, che solo un fine commediante par suo poteva imbastire, sul filo della sua conoscenza approfondita della narrativa, del teatro e della cultura francese, e che a quanto pare non è stata gradita da parte di un certo establishment conservatore d’oltralpe. Ma questa è un’altra storia.

http://rue89.nouvelobs.com/rue89-culture/2013/10/23/abdellatif-kechiche-a-ceux-voulaient-detruire-vie-dadele-246826?imprimer=1

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??????????????????????Com’è noto, il film di Kechiche si ispira al fumetto di Julie Maroh Il blu è un colore caldo (2010). La polemica inevitabile se il film corrisponda al fumetto (o al romanzo, in altri casi) personalmente la ritengo superflua e noiosa. Sono due opere, due stili, due mezzi differenti, e ognuna va giudicata nel suo ambito. Il fumetto di Julie Maroh in realtà è sfrondato da tutto l’insieme di citazioni letterarie e artistiche presenti nel film di kechiche, ed è molto più centrato sulla relazione triangolare che coinvolge Emma, Clèmentine (Adèle nel film) e Sabine, tanto coinvolgente da condurre alla morte di Clem. Ma di questo ne parlerò in un prossimo post…

Carisma e spettacolo, da Savonarola a Grillo

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Interessante riflessione di Nique la Police sul paragone fra Grillo e Savonarola, e fra spettacolo e realtà. Nique cita un testo di Thomas Csordas, Language, Charisma and Creativity, University of California Press, 1997, dedicato ai movimenti carismatici cattolici, e del quale si possono trovare ampi stralci su Google Books. Come esempi di leadership carismatica legata alla teatralità spettacolare, Csordas cita, oltre Savonarola, anche il movimento Cattolico Romano Jamaa dello Zaire e i Cargo Cults dei Kanaka in Nuova Guinea, sui quali avevo già pubblicato un paio di post in passato (https://artobjects.wordpress.com/tag/cargo-cult/).

L’intero articolo di Nique la Police qui:

http://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/4406-nique-la-police-beppe-grillo-il-gatto-che-mangio-se-stesso.html

“Viene invece a mente un testo di ormai diversi anni fa, di Thomas Csordas, sul rapporto tra Savoranola e lo spettacolo. Csordas sostiene come la teatralità spettacolare sia stata, assieme, elemento di forza e di distruzione del potere carismatico di Savonarola. Elemento di forza perchè, come per ogni convenzione teatrale, perimetrava le predicazioni dal resto del mondo rendendo possibile, amplificata ed intensa una critica al mondo impraticabile altrove. Elemento di distruzione perché, nel momento in cui cresceva impetuosamente la forza della denuncia, la tendenza a rompere i confini della teatralità, e a passare nel mondo reale, si faceva insopprimibile. Finendo però per essere travolta, fino alla distruzione del suo creatore, da un mondo del potere politico dove le leggi sono persino più complesse e spietate di quanto immaginato. Chi abbia letto, anche velocemente, i sermoni e le prediche di Savonarola sa come la predicazione sia consapevolmente rappresentata in termini di spettacolo. Uno spettacolo morale, fatto per dividere violentemente il mondo in buoni (sia “perfetti” che “imperfetti” secondo Savonarola) e cattivi (“che ogni cosa convertono in veleno”). E per invocare, con tutta la forza morale della predicazione, l’intervento del divino per sanare e redimere questa divisione e questa frattura. Ma nel momento in cui la forza della predicazione è dirompente, e lo spettacolo rompe i confini sociali che si è dato, per Savonarola non c’è salvezza e per il mondo non c’è alcuna redenzione. C’è il rogo e il trionfo di un mondo di reticoli velenosi di potere…

Il movimento fondato da Beppe Grillo è infatti cresciuto, e con forza elettorale grazie al potere carismatico emanato dal suo fondatore. Un potere carismatico generato nel campo di forza dello spettacolo, eccezionale rispetto alla tradizione politica (in questo caso il “nè di destra nè di sinistra” è il modo non originale ma sicuramente dirompente con il quale il M5S si è differenziato dalla tradizione). Ma proprio questa crescita tanto più, a causa del successo, ha imposto l’uscita dal terreno del puro spettacolo tanto più ha generato serie sconfitte politiche.”

Interessante anche la conclusione di Csordas: la retorica spettacolare creò “Savonarola”, ma fu anche la sua rovina. Era uno spettacolo che temporaneamente lo salvava quando sfidava le autorità, in quanto creava una scena tracciando un cerchio magico attorno a sé inviolabile, che gli altri avevano paura di attraversare. I suoi seguaci volevano l’esperienza carismatica, ne avevano un insaziabile appetito. Ma quando spezzarono l’illusione del potere (o il potere illusorio) di Savonarola, essi ruppero anche il loro (distrussero anche la propria illusione).

Tribal Sound of Politics – intervista a Marshall McLuhan, 1969

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Da un lato politica-spettacolo, o stile spettacolare della politica, e dall’altro l’emersione brutale e ricorrente di fenomeni come Mafia Capitale, la violenza e la criminalità fascio-mafiosa. in cui peraltro ritroviamo il consueto sottobosco di starlettes, calciatori, cantanti, cocainomani e presentatori assortiti. Ha ragione Carminati il Nero quando parla di “mondo di mezzo” fra “i vivi sopra e i morti sotto”? Un mondo di mezzo in cui tutti si incontrano? Aveva ragione Marshall McLuhan quando già negli anni Sessanta parlava di ri-tribalizzazione della società?

1969: Playboy intervista Marshall McLuhan

L’intera intervista qui:

https://sites.google.com/site/uominieculture/people/marshall-mcluhan/intervista-mcluhan-1969

 

Eric Norden – Anche se, come lei afferma, il mezzo è il vero messaggio, come può trascurare interamente l’importanza del contenuto? Il contenuto dei discorsi radio di Hitler, ad esempio, non ha avuto alcun effetto sui tedeschi?

McLuhan: Mettendo in evidenza il fatto che il mezzo, e non il contenuto, è il messaggio, non voglio suggerire che il contenuto non svolga alcun ruolo— ma semplicemente che il suo ruolo è di tipo subordinato. Anche se Hitler avesse tenuto conferenze sulla botanica, qualche altro demagogo avrebbe utilizzato la radio per re-tribalizzare i tedeschi e per riaccendere il lato atavico della natura tribale che ha dato vita al fascismo europeo degli anni Venti e Trenta. Dirigendo tutta l’attenzione sul contenuto, e praticamente nessuna sul mezzo, perdiamo l’occasione di percepire e di influenzare l’impatto delle nuove tecnologie sull’essere umano, e rimaniamo perciò sempre sbalorditi—e impreparati— davanti alle trasformazioni ambientali rivoluzionarie prodotte dai nuovi media. Sopraffatto da cambiamenti ambientali che non può comprendere, l’uomo fa risuonare l’ultimo grido lamentoso del suo antenato tribale, Tarzan, mentre precipitava al suolo: “Chi ha oliato la mia liana”? Anche l’ebreo tedesco perseguitato dai nazisti a causa del suo antico tribalismo che collideva con la loro nuova forma tribale, non poteva comprendere perché il suo mondo fosse messo sottosopra, nello stesso modo in cui gli americani di oggi non comprendono la riconfigurazione delle istituzioni politiche e sociali causata dai media elettronici in generale e dalla televisione in particolare.

Eric Norden – In che modo la televisione sta ridefinendo le nostre istituzioni politiche?

McLuhan – La TV sta rivoluzionando tutti i sistemi politici del mondo occidentale. Un esempio su tutti ne sia il fatto che essa sta creando un tipo completamente nuovo di leader nazionale, un uomo che assomiglia molto più a un capo tribale che a un politico. Castro è un buon esempio di nuovo capo tribale che guida il suo paese attraverso un dialogo e un feedback televisivo basato sulla partecipazione di massa; egli governa il suo paese attraverso la telecamera, dando al popolo cubano l’esperienza di essere direttamente e intimamente coinvolto nel processo decisionale collettivo. L’abile amalgama d’istruzione politica, propaganda e guida paternalistica creata da Castro è il modello per i capi tribali in altri paesi. Il nuovo politico di spettacolo deve letteralmente, e figurativamente, indossare il proprio pubblico come indosserebbe degli abiti e trasformarsi in un’immagine tribale collettiva—come Mussolini, Hitler e F.D.R. nei giorni della radio e come Jack Kennedy nell’era della televisione. Tutti questi uomini erano imperatori tribali operanti su una scala fino ad allora sconosciuta al mondo, proprio perché essi padroneggiavano i propri media… La riorganizzazione del nostro sistema politico tradizionale è solo una manifestazione del processo di re-tribalizzazione generato dai media elettronici, che sta trasformando il pianeta in un villaggio globale.

Eric Norden – Vorrebbe descrivere più dettagliatamente questo processo di re-tribalizzazione?

McLuhan – L’estensione tecnologica del sistema nervoso centrale provocata dai media elettronici, della quale ho parlato in precedenza, ci sta facendo immergere in un mondo di informazioni in movimento, permettendo all’uomo di incorporare in sé il resto dell’umanità. Il ruolo distante e dissociato dell’uomo occidentale alfabetizzato sta soccombendo davanti alla nuova e intensa partecipazione generata dai media elettronici e ci sta facendo ritrovare il contatto con noi stessi, oltre che con gli altri. Ma la natura istantanea del movimento dell’informazione elettronica sta decentralizzando—piuttosto che ampliando—la famiglia umana in un nuovo stato composto da una moltitudine di esistenze tribali. Specialmente nei paesi in cui i valori alfabetici sono profondamente istituzionalizzati, si tratta di un processo altamente traumatico, poiché lo scontro tra la vecchia cultura visuale segmentata e la nuova cultura elettronica integrale crea una crisi d’identità, un vuoto del sé, che genera enorme violenza—violenza che è semplicemente una ricerca d’identità, privata o collettiva, sociale o commerciale.

Eric Norden – Lei relaziona questa crisi d’identità con gli attuali disordini sociali e la violenza presenti negli Stati Uniti?

McLuhan – Sì, e anche con il boom di lavoro per gli psichiatri. Tutte le nostre alienazioni e atomizzazioni si riflettono nel crollo di valori sociali per tanto tempo venerati come il diritto alla privacy e all’inviolabilità dell’individuo; mentre si arrende alle intensità del circo elettronico delle nuove tecnologie, all’individuo pare che il mondo stia crollando. Mentre l’uomo viene modificato in senso tribale dai media elettronici, diveniamo tutti come tanti Chicken Littles, che si agitano freneticamente avanti e indietro alla ricerca delle nostre precedenti identità, generando in tal modo un’enorme quantità di violenza. Mentre il pre-alfabetizzato affronta l’alfabetizzato nell’arena post-alfabetizzata, mentre nuovi modelli informativi sommergono e sradicano i vecchi, diversi livelli di crollo mentale—incluso il crollo nervoso collettivo di intere società incapaci di risolvere la propria crisi d’identità—diverranno assai comuni.

Non è un periodo facile in cui vivere, in particolare per i giovani condizionati dalla televisione i quali, diversamente dai loro padri alfabetizzati, non possono rifugiarsi nella trance da zombie della narcosi di Narciso, capace di attutire lo shock psichico indotto dall’impatto con i nuovi media. Da Tokyo a Parigi a Columbia, i giovani inscenano incoerentemente sui palcoscenici della strada la loro ricerca d’identità, inseguendo non degli obiettivi, ma dei ruoli, cercando disperatamente un’identità che sfugge loro.

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A New Miracle Elixir Show in the City – from Adolfo Pirelli to Grullum Circus

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Non c’è fenomeno sociale e politico che, per quanto inizialmente possa sembrare eccentrico, oscuro o bizzarro, non venga prima o poi conosciuto e “identificato”, riconducibile cioè a qualcosa di già noto o entro schemi noti. Fino alle elezioni politiche del 2013, il M5S si è potuto vantare nei confronti del grande pubblico di essere un “oggetto misterioso” della politica italiana, vivace e innovativo e quindi “inafferrabile”. Sulla scorta del repertorio istrionico del suo Megafono, ha accolto nelle sue fila ogni sorta di reperti umani da Freak Show.

Il successo di Pizzarotti a Parma nelle Amministrative del 2012 ha improvvisamente portato a galla la presenza fra noi umani di queste misteriose entità provenienti da Gaia che si pensava fossero relegate a qualche pittoresco Vaffanculo Day o qualche comune minore della turbolenta provincia emiliana. Da Parma in poi è accaduto che l’irregolare è emerso alla superficie del regolare, della politica mainstream, con una forza d’urto imprevedibile, fino allora assolutamente sottostimata. Gli Osservatori si sono improvvisamente accorti che in città era arrivato un nuovo Circo, di cui si era in effetti già sentito chiacchierare…

 

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stralci del libro di Federico Mello,

Un altro blog è possibile. Perché non funziona la democrazia digitale, 14 euro, 192 pag, Imprimatur

Via http://www.europaquotidiano.it/2014/06/12/come-funziona-la-disinformatija-di-grillo/

 

Federico Mello è stato giornalista del Fatto Quotidiano, direttore del sito web del quotidiano Pubblico, ora è nella redazione di Servizio Pubblico e collabora con l’Huffington Post Italia. Dopo aver seguito per il Fatto l’esperienza del Popolo Viola, ha scritto “Viola”, un saggio sui meriti e i limiti dell’attivismo politico online. Nel 2011 è uscito il suo terzo libro “Steve Jobs – Affamati e folli” mentre nel febbraio 2013, due settimane prima delle elezioni politiche, è arrivato in libreria il suo quarto libro: “Il lato oscuro delle stelle”, un’inchiesta su Beppe Grillo e il Movimento 5Stelle che ha anticipato molte criticità del movimento grillino che sarebbero esplose nei mesi successivi.

 

 

Notizie false, manipolazioni, enfasi: sono gli ingredienti del sistema di propaganda del sito del Movimento 5 Stelle, svelati da un libro di Federico Mello, di cui qui pubblichiamo uno stralcio

 

“Dalla primavera 2012, anno dell’esplosione con la conquista di Parma, il blog di Grillo e di conseguenza il Movimento 5 Stelle cambiano totalmente natura. Alcuni sondaggi indicano intenzioni di voto record per il Movimento e da lì in poi si assiste a una prassi alla quale la stampa da allora in avanti si troverà, suo malgrado, sempre costretta: qualsiasi cosa scritta online da Grillo diventa notizia – e non potrebbe essere altrimenti. Il web diventa uno straordinario strumento per sparare le proprie bordate senza dover ricevere domande, senza dover rispondere della loro coerenza, della loro fattibilità, delle contraddizioni su questioni fondamentali (come quelle della democrazia interna). Il blog, inoltre, si evolve e diventa una vera e propria galassia. All’indirizzo principale, beppegrillo.it, si aggancia una serie di sottodomini e sottositi. Ci sono le pagine interne del Movimento, quelle dei gruppi parlamentari, La Cosa, una sorta di web-tv con un palinsesto che alterna immagini d’archivio con dirette e contenuti originali e poi, soprattutto, sul blog di Beppe compare la famosa “colonna destra”. È l’aggregatore di notizie di Casaleggio. Si chiama Tze-Tze e, almeno nelle intenzioni, viene descritto come un portale, «un palinsesto dinamico originato dagli utenti, aggiornato ogni mezz’ora, che seleziona da siti rigorosamente solo online, che non hanno quindi una derivazione cartacea o televisiva, le informazioni in base alla loro popolarità e attualità». L’obiettivo? «promuovere l’informazione indipendente in rete svincolandosi dai mainstream media e pubblicare notizie in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti».

Con l’ottica della rete anni novanta, sembrerebbe un progetto degno di lode: si dà spazio all’informazione in rete diversa da quella dei media mainstream; con gli occhi che vedono l’acqua digitale, invece, queste parole con cui Tze-Tze descrive la propria “mission” sono, di fatto, una confessione. Pubblicando notizie «in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti», Tze-Tze e i portali simili della Casaleggio (come lafucina.it, altra testata della galassia, registrata dal figlio di Gianroberto, Davide) producono in realtà contenuti politici e di attualità senza nessun criterio giornalistico. È una specie di BuzzFeed della politica, nel quale il principio della viralità si impone su tutto il resto. Non solo: questo arcipelago digitale viene presentato come «informazione indipendente» quando è esattamente il contrario, è propaganda elettorale sfacciatamente schierata con il Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo: non si risparmia in alcun modo accuse, insulti, contumelie, che nessuna testata potrebbe pubblicare senza incappare in seri problemi di carattere penale (non a caso nel 2014, per la prima volta, andrà a giudizio per diffamazione un post pubblicato dal blog e che ricostruiva in maniera fantasiosa un’inchiesta giornalistica della trasmissione Piazzapulita).

In rete, inoltre, uno strumento del genere, con l’enorme visibilità assicurata dall’home page di Grillo (Tze-Tze si è guadagnata oltre mezzo milione di fan su Facebook) e con i rimbalzi garantiti dalla potenza di fuoco del comico sui social network, risulta un mezzo formidabile per orientare l’opinione pubblica – almeno quella connessa – e per trasformare bufale e ricostruzioni parziali, in “prove” e argomentazioni per tutti coloro che guardano con simpatia ai 5 Stelle. Sul web, infatti, le bufale sono virali quanto le breaking news e grazie alla disattenzione generale continuano a girare e a essere condivise anche quando sono state ampiamente smentite. Lo ha chiarito benissimo una ricerca – Collective Attention in the Age of (Mis)Information – realizzata dalle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston e riportata in Italia dal bravo blogger Fabio Chiusi su Wired. La ricerca ha analizzato oltre due milioni di post concentrandosi sui dibattiti Facebook nel periodo a cavallo delle elezioni politiche italiane 2013. Ebbene, i ricercatori hanno scoperto, non senza qualche sorpresa, che «la maggior parte degli utenti che interagiscono con i contenuti prodotti dai troll è composta principalmente da utenti che interagiscono con le pagine di informazione alternativa». Insomma, sono paradossalmente gli utenti che si ritengono più informati online a cadere preda con maggior facilità di notizie false. (…) E c’è anche un’ulteriore contro-indicazione da tenere bene a mente: «I risultati del nostro studio segnalano un pericolo concreto, dato che più il numero di affermazioni prive di fondamento in circolazione è elevato, più utenti saranno tratti in inganno nella selezione dei contenuti». Vuole dire che sul web, anche se sono state smentite, le bufale non vengono disinnescate: continuano a girare, a essere condivise come verità, anche per lunghi periodi di tempo.

Quando questi meccanismi vengono usati scientemente per i propri scopi commerciali o politici, ci troviamo di fronte a una non-informazione che è il contrario del giornalismo. (…) In questi contenuti prodotti e diffusi a spron battente si trova di tutto. (…) La parte del leone la fa naturalmente la propaganda politica pro 5 Stelle e contro i suoi avversari. (…) Si trova davvero qualsiasi personaggio o argomento in un frame comune, e i contenuti risultano in fin dei conti tutti uguali. Il titolo “tipo” di questi status o post comprende espressioni perennemente urlate che nel lancio della “notizia” contengono già la reazione emotiva che quella informazione vuole stimolare: «Vergognoso», «Brutte notizie», «Questa è l’Italia», «Rimarrete scandalizzati», «Non ne possiamo più», «È finita», «Vergogna» in caratteri cubitali. Non mancano vere e proprie infamie e trollaggi contro i dissidenti, le istituzioni, gli avversari. Il testo, infine, termina sempre con esortazioni, richieste o domande che stimolano inconsciamente la partecipazione degli utenti: «condividi», «fai girare», «massima diffusione», «diffondi». Tze-Tze, beppegrillo.it, Facebook, Twitter, è tutto così, tutto sullo stesso tono, ogni giorno, ogni momento. (…)

Cito tutti questi attacchi a Renzi perché è lui l’obiettivo più frequente delle attenzioni della galassia Grillo nel periodo preso in considerazione, come in precedenza erano stati Mario Monti ed Enrico Letta. «Sputtanato – Uno dei più autorevoli quotidiani del mondo ha appena umiliato Renzi. In Italia non leggerete mai una cosa simile. Guardate cos’hanno scritto. Impressionante: clicca qui» annota Grillo su Facebook. Vai al link e che dice l’articolo? «L’Economist su Renzi: fa molte promesse, ma non ci sono dettagli». Ma nella galassia Tze-Tze gli argomenti sono infiniti, tutti quelli che fanno comodo per creare viralità incattivita: «Clamoroso. I lettori di Repubblica danno ragione a Beppe Grillo. Guardate che sta succedendo: clicca qui». Cosa dice l’articolo citato? Che dopo che la Repubblica ha riportato una polemica dei 5 Stelle contro il quotidiano, alcuni lettori (chissà se spontanei) nei commenti hanno trollato a favore di Grillo. Una non-notizia, che però su Facebook di Grillo conta cinquemila “mi piace”, trecento commenti e trenta condivisioni. (…)

Non tutti i contenuti sono così apertamente diffamatori nei confronti di avversari politici e giornalisti. Altri, sfruttando lo stesso metodo, entrano nel campo della contesa politica legittima senza però farsi mancare pesanti forzature propagandistiche. Come questo post (soliti cinquemila like e duemila condivisioni): «Il M5S ha appena indetto una conferenza per fare una denuncia gravissima! Seguiteci in diretta ora: clicca qui. Diffondete!» che porta il video di una conferenza stampa dei deputati 5 Stelle sul cosiddetto decreto svuotacarceri; (…)

Un’ultima categoria della mala-informazione di Tze-Tze è quella chiaramente e dichiaratamente sessista. Niente infatti colpisce di più il “Sistema1” maschile di un paio di cosce o di una scollatura. Ecco che anche questi mezzucci sono usati per attirare click e attaccare le avversarie o le giornaliste. Il solito post recita: «Fate i complimenti a questa giornalista. Era in diretta tv su La7 e guardate che ha combinato. Solo in Italia! Che vergogna, clicca qui». Allegato allo status c’è la parte inferiore di un corpo femminile: si vedono solo le gambe, l’abito rosso e tacchi a spillo. Apri il link e che trovi? Un “articolo” in cui si sottolineano alcuni commenti negativi ricevuti dalla giornalista Myrta Merlino di La7 sulla pagina Facebook della sua trasmissione. (…) Che rete è quella di cui fa uso beppegrillo.it? Quanto è distante dal luogo di “intelligenza collettiva” che dovrebbe risultare diverso e migliore della democrazia rappresentativa? Beppegrillo.it in realtà si fa forte della retorica dell’“intelligenza collettiva” ma alimenta e orienta piuttosto una “scemenza collettiva” per i suoi scopi e interessi; sul blog qualsiasi senso critico del senso critico, potremmo dire con un paradosso, è bandito: «Non c’è tempo» d’altronde, «siamo in guerra» dice Grillo, con «l’elmetto».

 

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È in questa gestione del web che emerge la maggiore contraddizione del grillismo. Il web per beppegrillo.it non è una piattaforma orizzontale per discutere e confrontarsi, ma una clava verticale da utilizzare su una massa indistinta per fare pubblicità al suo prodotto.

Per questo è interessante studiare il fenomeno Grillo e M5S dalla sua prospettiva peculiare, quella web: è un modello che mostra cosa si può fare con questa tecnologia, fino a che punto si può spingere l’utilizzo sovietico del web e dei social network, fino a dove, direbbe Morozov, può arrivare «la viralità del male».”

Romanticismo e Rivoluzione – Anselm Jappe

Anselm Jappe

Grandezza e limiti del romanticismo rivoluzionario


revolta e melancoliaNon è passato molto tempo da quando il mondo si divideva in due: da una parte, i “progressisti”, dall’altra, i “conservatori”, i “reazionari”. Tutto quello che stava “a sinistra”, quello che era rivoluzionario o, almeno, realmente riformatore, tutto ciò che si batteva per l’emancipazione delle classi oppresse e sfruttate, si poneva nella prospettiva del “progresso”, di un’avanzata – generalmente considerata come ineluttabile – verso un futuro migliore; dall’altra parte della barricata, le classi dominanti si opponevano ad ogni progresso o volevano restaurare le vecchie forme di società di quando esse regnavano in maniera assoluta. Secondo tale visione, ogni distruzione di un elemento delle società ereditate dal passato costituiva un passo in avanti, un passo verso l’emancipazione. Questo “progresso sociale” trovava il suo fondamento e la sua garanzia nell’incessante progresso della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, e lo traduceva sul piano storico, secondo la teoria marxista per cui le forze produttive, alla lunga, finiscono sempre per sovvertire i rapporti di produzione, quando questi non sono adeguati al loro sviluppo: alla fine, è il progresso stesso della tecnologia che fa trionfare la classe operaia sul borghese parassita. Il progresso era il figlio dei Lumi del XVIII secolo e della loro realizzazione parziale durante la Grande Rivoluzione francese, di cui tanto il marxismo quanto le altre correnti “progressiste”, si sono proclamati continuatori – spesso con l’intenzione dichiarata di “portare a termine” il progetto emancipatore dei Lumi, che ritenevano tradito o lasciato incompleto dalla stessa borghesia che l’aveva iniziato.

 
Questa fiducia nella marcia della storia, spinta dalla scienza e dalla tecnica, è rimasta seriamente scossa nel corso di questi ultimi decenni. Inseguire lo sviluppo delle basi materiali del capitalismo, per cambiarne semplicemente il regime di proprietà, si è rivelata sempre meno come una prospettiva desiderabile o semplicemente possibile (anche se questa convinzione, un po’ riformulata, ha vita durevole, sia in seno alla “sinistra” riformista che in quella radicale). Il mondo non va affatto meglio e continua a suscitare il desiderio di cambiarlo profondamente. In tale contesto hanno cominciato ad emergere delle forme di opposizione al capitalismo che non si inseriscono facilmente nello schema concordato “progressista contro conservatore” – in particolare, l’ecologismo. E, parimenti, si è presa coscienza del fatto che la modernità capitalista ha generato, lungo il suo percorso, differenti critiche del progressismo, critiche spesso virulente che si nutrono della nostalgia di un passato suppostamente migliore e ne hanno tratto una condanna del presente; critiche che hanno messo in evidenza, accanto allo sfruttamento e all’oppressione, altre fonti di malessere, come la perdita di senso, il deterioramento dei rapporti umani, la deturpazione del mondo e l’impoverimento della vita quotidiana.

Benjamin-Lowy Per lungo tempo, il marxismo, in pressoché tutte le sue varianti, ha guardato con disprezzo a quello che chiamava “anticapitalismo romantico”: se a volte gli riconosceva la sincerità delle sue intenzioni, ed una certa perspicacia per quanto riguardava la descrizione di alcuni sintomi del capitalismo, il romanticismo restava, agli occhi dei sostenitori del “socialismo scientifico”, solo un’ideologia “piccolo-borghese”, tutt’al più sentimentale e impotente, oggettivamente reazionaria, e spesso perfino alla base delle ideologie fasciste. Non c’è niente di sorprendente in tale rigetto: secondo la visione progressista della storia, il romanticismo è nato come reazione all’illuminismo e alla Rivoluzione francese, come espressione di strati della società – aristocrazia fondiaria, borghesia renditiera – che aveva tutto da perdere nella ricerca del progresso. Elaborando un irrazionalismo aggressivo, fondato su dei concetti come “mito”, “popolo”, “sangue” e “destino”, i romantici tedeschi in particolare hanno contribuito direttamente alla genesi del nazionalismo tedesco e, in fin dei conti, del nazismo; queste forme di anticapitalismo avrebbero tradito gli strati popolari, dirigendo la loro rabbia verso obiettivi sbagliati. György Lukács ha fornito una versione classica di questa identificazione del romanticismo con il pre-nazismo nel suo “La Distruzione della ragione”, nel 1951. Una tale opinione è ancora del tutto comune in Germania, soprattutto in quella parte della sinistra tedesca che rimane assai vigilante a proposito di tutto quello somiglia – per esempio in alcune forme di ecologismo – ad una risorgenza dell’ “ideologia tedesca” con il suo background sciovinista e antisemita.
Michael Löwy ha lavorato per oltre vent’anni, spesso in collaborazione con il sociologo ed anglicista Robert Sayre, per riscoprire il lato rivoluzionario ed anticapitalista del romanticismo. Oltre ai libri, o alla serie di articoli che Löwy ha esplicitamente consacrato alla questione, ci sono in proposito anche i suoi scritti su Walter Benjamin, su Franz Kafka o sui surrealisti, in cui espone la sua tesi centrale: il romanticismo, lungi da essere un movimento solo letterario, è una “visione del mondo” nata con l’inizio del capitalismo industriale, verso la metà del XVIII secolo. Esso è dunque contemporaneo dei Lumi, e non una reazione ad essi, e le due visioni possono essere compatibili – Come è dimostrato dal caso di Rousseau. Il romanticismo, come lo definiscono Löwy e Sayre, è coestensivo al capitalismo e dura fino ai nostri giorni. Essi fanno rientrare in questa categoria un gran numero di scrittori, di pensatori e di artisti, affermando che, nonostante la loro innegabile eterogeneità, hanno espresso un rifiuto almeno parziale della modernità capitalista ed industriale in nome di valori provenienti dal passato, rifiuto che acquista così una dimensione “utopica”. Il tratto comune di tutti i romanticismi sarebbe dunque la loro opposizione alla borghesia, anche se quest’opposizione ha portato alcuni, soprattutto dopo la delusione subita in conseguenza della Rivoluzione francese, ad idealizzare il passato feudale e le sue sopravvivenze (Samuel Coleridge, Friedrich Schlegel, Novalis).

franz kafkaMa identificando il romanticismo con la reazione politica, come ha fatto una certa storiografia “marxista” a lungo egemonica anche in Francia, bisognerebbe dichiarare che  Friedrich Hölderlin o Georg Büchner non sono stati dei romantici, non più che Heinrich Heine o Victor Hugo. Alcuni romantici erano ardenti partigiani dei giacobini; altri, più tardi, hanno preso parte alla rivolta che ha scosso Parigi nel 1832.

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