Silvia Milani, Universal Robots, Delos Digital, nov.2016

dagli albori delle prime civiltà all’epoca del GPS, gli androidi hanno sempre avuto un ruolo all’interno delle più diverse tradizioni culturali e hanno compiuto un emozionante cammino evolutivo con l’uomo.Docili feticci imbambolati o crudeli macchine di sterminio? Dotte entità fluttuanti o cataloghi antiquari del corpo umano?

“Quelli di Čapek non erano più i tempi dei meccanismi a orologeria, delle bambole perturbanti, dei servitori magici e delle anatre da salotto: mentre l’autore concepiva i suoi robot, l’umanità scivolava sulle rapide del progresso, trasportata dai sistemi automatici industriali, dall’elettricità, dall’aviazione, dalla radio e dal telefono. Funzionalità, efficienza, semplificazione e soprattutto velocità, plasmavano e, per alcuni, assoggettavano lo spirito di una nuova civiltà.”

In una recente conversazione un mio amico nerd mi ha illustrato la sua curiosa idea di voler realizzare un’immagine 3D della sua “ragazza perfetta”, una combinazione virtuale di alcune caratteristiche a lui gradite di una ragazza vera di cui si è invaghito con le possibilità offerte da programmi di animazione o DAZ. Senza escludere una versione robotica o tramite stampante 3D, come quelle offerte da realdoll.com. Non so cosa ne verrà fuori, forse mi nasconderà tutto o quasi, ma non senza continuare a parlarmene enfaticamente.

Mi sono ricordato che Silvia Milani accenna a realdol.com nel suo saggio intitolato Universal Robots – La civiltà delle macchine, subito dopo aver parlato della mitica androide (o meglio, ginoide) Hadaly (dal romanzo Eva Futura di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, 1886) e del manichino Cynthia dei Magazzini Saks, divenuta poi, oltre che regina dei salotti newyorkesi,  anche conduttrice di una rubrica giornalistica e di un programma radiofonico e, nel 1938, attrice nel film Artists and models abroad.

Il termine androide, creatura artificiale dalle sembianze umane,  divenne popolare proprio con il romanzo di Auguste de Villiers de L’Isle-Adam, che racconta la storia della ginoide  Hadaly, progettata e costruita da Thomas Alva Edison (!) “allo scopo di dar vita a una nuova Eva, o meglio, a una seconda progenie di creature in grado di riscattare l’Eva decaduta e restituire così nuove speranze “scientifiche” all’umanità”. Il confronto uomo/androide  ci riporta non solo a Olimpia, la bambola meccanica dell’Uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann (1815), ma anche, inevitabilmente, alle più recenti ginoidi, (la Rachael di Blade Runner) fino alle partners ideali che oggi si possono acquistare sul sito realdoll.com, “scegliendo in un catalogo molto ricco il volto, il corpo, il tono dell’incarnato, la lunghezza delle unghie, il colore dei capelli, degli occhi, la carnosità della bocca, la conformazione dei genitali e altri dettagli anatomici personalizzati”. Create come oggetto sessuale,

finiscono spesso per ornare e accompagnare l’intera quotidianità del proprietario. Sembra infatti che proprio nel momento in cui l’immaginario si realizza iperrealisticamente nel corpo della bambola, esso perda la sua carica dirompente, diventando un feticcio imbambolato della routine.”.

Su bambole perturbanti, Eve future, automi e robot dall’antichità ad oggi ci eravamo già confrontati a inizio decennio sui nostri rispettivi blogs di allora, Dead Channel Surfing (il mio) e alleedelisleadam (il suo). Fra il 2008 e il 2010 avevo pubblicato una serie di post dedicati alla robotica e all’automatizzazione in generale, con le sue vaste implicazioni di tipo sociale, economico, storico, psicologico, etico, nell’ambito più generale dell’immaginario fantascientifico, in particolare quello cyberpunk e steampunk. Fra vecchi e nuovi films (The Day The Earth Stood Still, Die Puppe, The Mechanical Man, etc.), cortometraggi, articoli sugli automata di P. Jaquet-Droz  o sui robot nell’Era Vittoriana, strani oggetti steampunk, comics ed eventi, figuravano appunto anche alcuni contributi di Silvia Milani, studiosa attentissima del fenomeno, laureata in Lettere con una tesi sulla genesi del robot nell’immaginario del Futurismo. Fra questi ricordo un paio di post su R.U.R (Rossum’s Universal Robots) di Karel Čapek (1921)., uno su futuro e letteratura e un quarto su Il robot nell’uomo.

Già in questi post era evidente l’interesse dell’autrice per i continui rimandi  storici e culturali. Così i robots di Čapek vengono confrontati con la leggenda del Golem, l’Introduzione alla cibernetica di Norbert Wiener, le riflessioni di Jean Baudrillard sui simulacri e sul virtuale. col Progetto Genoma Umano di Craig Venter, ma anche con la Storia filosofica dei secoli futuri di Ippolito Nievo (1860), in cui lo scrittore parla della Creazione e moltiplicazione degli omuncoli (2066- 2140). Senza dimenticare gli automi di Jacquet-Droz, il taoismo o i pensieri di Blaise Pascal.

 

In questo suo saggio intitolato giustamente Universal Robots, l’autrice si muove agilmente fra automata e androidi, robot e replicanti, fra passato e futuro, fra immaginario e realtà, riassumendone i passaggi fondamentali con un brioso stile narrativo che sollecita la curiosità del lettore ad andare avanti e a approfondire ulteriormente l’argomento, anche dal punto di vista filosofico.

 

L’Introduzione in questo senso è già fatale, perchè ci conduce con mano sapiente dai primi automata di Alessandria d’Egitto (IV e III sec a.C.) agli orologiai del Sei-Settecento, dall’oca di Vaucanson agli studi sul corpo e sull’anatomia (Vesalio, Susini) fino a Galvani, Volta, lo steam man ottocentesco e, dulcis in fundo, le visioni futuristiche di Ippolito Nievo, del sociologo Mario Morasso (La nuova arma: la macchina, 1905), e “naturalmente” di Filippo Tommaso Marinetti con  il suo “universo meccanico di locomotive, aeroplani e automobili, destinato ad accrescersi al ritmo delle industrie e dei cantieri”.

Alcuni decenni dopo, nel 1950,  il teorico della cibernetica Norbert Wiener pubblicò la sua Introduzione alla cibernetica sottotitolata  L’uso umano degli esseri umani. Il passaggio dal futuristico Regno della Divina Luce Elettrica (Marinetti) ai rischi concreti dell’abitudine all’automatismo mette naturalmente i brividi. Di mezzo ci sono evidentemente due guerre mondiali. All’ottimismo fino ad allora rivolto ad automi e civiltà delle macchine subentrano le prime riflessioni critiche, e dal perturbante analizzato da Freud si passa ai replicanti di Blade Runner, il film diretto da Ridley Scott (1982) ispirato al racconto di Philip Dick “Il cacciatore di androidi”. Nel frattempo l’ingegnere cibernetico giapponese Masahiro Mori aveva pubblicato i risultati delle sue analisi sperimentali sulla percezione umana di robot e androidi, in uno studio intitolato La valle perturbante (in inglese The Uncanny Valley, 1970).

Il capitolo  su “La macchina umana: dall’omuncolo al robot”  ci introduce all’odierna tematica della robo-etica,  ovvero delle “implicazioni morali di un possibile uso criminoso delle macchine intelligenti” (robot, droni, armi “autonome”). Lo spunto iniziale è la Storia filosofica dei secoli futuri fino all’anno 2222 di Ippolito Nievo. Gli omuncoli, “detti anche uomini di seconda mano, o esseri ausiliari”, costituiscono il precedente ottocentesco dei robot di R.U.R.  Secondo Nievo verranno costruiti a Liverpool nel 2060 da due costruttori di macchine per cucire. Il famulus (“servitore”) sarà un calzolaio, un automa che riproduce non soltanto i movimenti meccanici del corpo, ma anche la capacità di sentire “la differenza e il valore degli ostacoli in cui si abbattono”, ottimizzato per essere il più possibile produttivo. I due soci finiscono per litigare, e l’uno fa uccidere l’altro da un altro omuncolo creato allo scopo. Come si regoleranno i giudici su questo delitto? Il mandante dell’omicidio verrà condannato a morte. Ma cosa fare dell’artificial man che è di fatto l’assassino, seppure “sprovvisto della capacità di comprendere”? La giuria di Nievo non ha dubbi, e fa decapitare anche lui “come reo di materiale omicidio premeditato e consumato”.

Ma come comportarsi nel caso in cui un drone, oggi, ad esempio un drone fattorino di Amazon,  dovesse commettere un crimine? E nei confronti delle armi cosiddette autonome  (Lethal Autonomous Weapon Systems)?  Il dibattito sulla robo-etica investe anche l’ONU, che dovrebbe stilare una lista dei dispositivi da bandire o limitare in caso di conflitti. Sono preferibili droni che vanno in guerra senza controllo umano, o droni pilotati  in remoto?

Queste e altre questioni che investono diverse discipline (informatica, sociologia, diritto, teologia etc.) riguardano inoltre non soltanto gli eventi bellici ma sempre più “diversi ambiti delle relazioni sociali, della politica tra Stati, dell’ambiente, dell’economia e della giustizia, sempre più vicini all’uomo”, a causa dell’impatto di congegni “sempre più invasivi e sostitutivi”. Quali saranno le ricadute “sociali” delle sperimentazioni belliche?

Questo sempre più è stato anticipato, ci ricorda l’autrice, in film come Crash o Tetsuo, che ricordano l’elettricità sessuale di Marinetti:

“In queste rappresentazioni i protagonisti rispondono unicamente al richiamo d’una corrente vitale che comunica con il mondo gelido delle forze e dei meccanismi; quel mondo che Gregory Bateson (1903-1980) ha definito, con un prestito da Jung e lo gnosticismo, il Pleroma.”

A questo livello non è facile stabilire le differenze fra androidi ed esseri umani (immaginari e reali). Bisognerebbe affidarsi, secondo Pascal, ai sentimenti, che però sono falsificabili. Al contrario, l’amore fra Primus ed Elena, i robot amanti di RUR, potrebbe essere considerato autentico. Di conseguenza “la geografia ufficiale, in un prossimo futuro, avrà il dovere di segnalare l’esistenza di una sempre più estesa Valle perturbante tra il mondo del Pleroma e quello della Creatura”.

 

 

Nella Terza e conclusiva parte del saggio, la Milani rivisita dunque alcuni dei fondamenti, sia classici che meno noti, di questa “geografia ufficiale”, alcuni dei quali abbiamo avuto modo di conoscere in precedenza: i robot di Čapek, naturalmente, l’estetica della velocità futurista, Mario Morasso e il suo wattman (La nuova arma: la macchina, 1905) e le teorie cibernetiche di Norbert Wiener e Masahiro Mori. Lasciamo qui al lettore la curiosità e la responsabilità di approfondire per proprio conto questa nuova geografia del futuro, non senza un messaggio di speranza e di amore   🙂

 

 

A questo punto Alquist ha la prova certa che i due robot si amano. Spalanca la porta del laboratorio, ordina loro di uscire e di stare insieme per sempre. Si siede poi alla scrivania, fa cadere tutti i libri che ha di fronte e raccoglie da terra una Bibbia:

E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, li creò maschio e femmina. E Dio li benedisse e disse loro: Prolificate, moltiplicatevi e riempite il mondo…

Quando l’uomo si allontana dalla scena e il sipario sta per calare, in cima al cumulo di volumi sul pavimento troviamo aperto il libro di Mario Morasso. Tra quelle righe che vibrano e sbuffano il gas di un motore a scoppio, leggiamo:

E non ci sembrerà più impossibile che in un avvenire lontanissimo sia sparsa per il mondo una specie vivente, nuovissima e chimerica, una folla strana di individui metallici, di automi invulnerabili, mostruosi e docili, genitura vera dell’uomo e forse sua erede e continuatrice sul nostro pianeta assiderato. (Mario Morasso, op.cit.)

 

Amen.

Silvia Milani, laureata in Lettere con una tesi sulla genesi del robot nell’immaginario del Futurismo, insegna lettere e si occupa da freelance di editing, scrittura creativa e editoria. Ha curato numerosi contenuti per la sezione “letteratura italiana” di Oilproject, sito di e-learning. Vive e lavora a Pesaro

 

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Bomberismo (neologismo)

Se con il grillismo pensavamo di aver toccato il fondo, prepariamoci a scavare ancora di più!

Bomberismo

http://www.treccani.it/vocabolario/bomberismo_%28Neologismi%29/

bomberismo s. m. (iron.) Atteggiamento sessista e xenofobo, basato su una visione semplificata, acritica e rozza della realtà, che prende a modello i comportamenti di alcuni noti personaggi del mondo dello sport e trova sfogo nei siti di relazione sociale in Rete.

Il bomberismo è una corrente religiosa che mette insieme la dottrina stoica di Seneca, l’estasi mistica del Buddhismo e l’ubriachezza molesta di Paul Gascoigne. Nata in una serata mistica “da Mimmo” a cui erano presenti Bobo Vieri, Davide Moscardelli, Dario Hubner e Ighli Vannucchi, essa si diffuse rapidamente in tutto il mondo principalmente grazie all’ignoranza del genere umano. I canali divulgativi usati più spesso dai profeti del bomberismo sono i social network: Facebook, Twitter e Instagram, a testimonianza di come il bomberismo sia una religione al passo coi tempi, a differenza del Cristianesimo o del Partito Democratico (Nonciclopedia).

La definizione di “bomberismo” in realtà non esiste (se non, in qualche modo, su Nonciclopedia) ma serve a dare un’etichetta e a fissare un certo fenomeno online che in queste ultimi mesi continua a crescere enormemente, principalmente su pagine e gruppi Facebook. Ossia: l’esaltazione di comportamenti sostanzialmente sessisti, xenofobi, ammantati da livelli incerti di ironia e animati dall’esaltazione della vita “ignorante”, della “provincia”, del “bomber vero” e del concetto travisato di “degrado.” (Vincenzo Marino, Vice.com, 9 marzo 2017; Internet)

Cominciamo a prendere confidenza con il termine “bomberismo”, movimento approfondito da Vincenzo Marino, che non è una corrente di avanguardia, ma piuttosto l’emergere della rozzezza machista da baretto dello sport di paese, che sta diventando una forma di fascino dell’ignorante che dilaga nei social network. Il bomber inteso come super eroe del calcio è il nume ispiratore di un’opinione diffusa e condivisa, che ha la sua filosofia basilare fondata su pochi elementi chiave che sono l’alimento di numerosissimi profili su Facebook, ma soprattutto gruppi chiusi “a tema” accomunati dal disprezzo per ogni pensiero minimamente elaborato, definito con disprezzo “intellettuale”, la misoginia rozza e violenta espressa con ostentazione attraverso la propria presunta ipersessualità predatoria, l’odio accecante per ogni categoria che il pensiero “politicamente corretto” indebitamente salvaguarderebbe, come rom, omosessuali, stranieri, “gente di sinistra”, giornalisti prezzolati ecc. (Gianluca Nicoletti, Stampa.it, 13 marzo 2017, Costume).
Derivato dal s. m. bomber (‘calciatore che segna molti gol, cannoniere’) con l’aggiunta del suffisso -ismo.

Why We Fall In Love: Frustration & Satisfaction

Why We Fall in Love: The Paradoxical Psychology of Romance and Why Frustration Is Necessary for Satisfaction

“All love stories are frustration stories… To fall in love is to be reminded of a frustration that you didn’t know you had.”

By Maria Popova

https://www.brainpickings.org/2015/10/05/adam-phillips-missing-out-frustration-love/

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Adrienne Rich, in contemplating how love refines our truths, wrote: “An honorable human relationship — that is, one in which two people have the right to use the word ‘love’ — is a process, delicate, violent, often terrifying to both persons involved, a process of refining the truths they can tell each other.” But among the dualities that lend love both its electricity and its exasperation — the interplay of thrill and terror, desire and disappointment, longing and anticipatory loss — is also the fact that our pathway to this mutually refining truth must pass through a necessary fiction: We fall in love not just with a person wholly external to us but with a fantasy of how that person can fill what is missing from our interior lives.

Psychoanalyst Adam Phillips addresses this central paradox with uncommon clarity and elegance in Missing Out: In Praise of the Unlived Life (public library).

Phillips writes:

All love stories are frustration stories… To fall in love is to be reminded of a frustration that you didn’t know you had (of one’s formative frustrations, and of one’s attempted self-cures for them); you wanted someone, you felt deprived of something, and then it seems to be there. And what is renewed in that experience is an intensity of frustration, and an intensity of satisfaction. It is as if, oddly, you were waiting for someone but you didn’t know who they were until they arrived. Whether or not you were aware that there was something missing in your life, you will be when you meet the person you want. What psychoanalysis will add to this love story is that the person you fall in love with really is the man or woman of your dreams; that you have dreamed them up before you met them; not out of nothing — nothing comes of nothing — but out of prior experience, both real and wished for. You recognize them with such certainty because you already, in a certain sense, know them; and because you have quite literally been expecting them, you feel as though you have known them for ever, and yet, at the same time, they are quite foreign to you. They are familiar foreign bodies.

This duality of the familiar and the foreign is mirrored in the osmotic relationship between presence and absence, with which every infatuated lover is intimately acquainted — that parallel intensity of longing for our lover’s presence and anguishing in her absence. Phillips writes:

However much you have been wanting and hoping and dreaming of meeting the person of your dreams, it is only when you meet them that you will start missing them. It seems that the presence of an object is required to make its absence felt (or to make the absence of something felt). A kind of longing may have preceded their arrival, but you have to meet in order to feel the full force of your frustration in their absence.

[…]

Falling in love, finding your passion, are attempts to locate, to picture, to represent what you unconsciously feel frustrated about, and by.

Missing Out, previously discussed here, is a magnificent read in its totality. Complement this particular portion with Stendhal on the seven stages of romance, Susan Sontag on the messiness of love, and the great Zen teacher Thich Nhat Hahn on how to love, then revisit Phillips on balance, the essential capacity for “fertile solitude,” and how kindness became our guilty pleasure.

 

Club Culture, fra Lapassade e Bains Douches (introduzione di Pierfrancesco Pacoda)

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Pierfrancesco Pacoda, Rischio e desiderio, NFC 2015, pag. 232 € 11.90, antologia di saggi sulla nascita della “Club Culture” – estratto dall’Introduzione (foto di Mauro Baldrati)

 

***

 

Pacoda_rischioNegli anni ’90 l’antropologo francese George Lapassade, esponente di spicco della cultura che mescolava ribellione e accademia (buon amico di Pier Paolo Pasolini con il quale in pieno 68 protesta contro la Biennale di Venezia) arriva in Romagna per avviare una serie di osservazioni sul campo all’interno del Cocoricò di Riccione.
Lui che ha studiato gli stati modificati di coscienza e lo sciamanesimo tra il Marocco, Haiti e il Brasile sceglie una discoteca della Romagna per continuare i suoi studi sul cosiddetto fenomeno della ‘trance’ metropolitana.
Era quello, va ricordato, il Cocorico che ospitava le performance del nascente teatro della nuova avanguardia italiana (indimenticabili le azioni della neonata Societas Raffaello Sanzio) e le lezioni, prima delle luci delle luci dell’alba del filosofo Manlio Sgalambro nel piccolo privè Morphine, dove spesso il dj, invece della techno, selezionava musica classica.
Erano gli anni dell’elaborazione della club culture, dell’idea, cioè, che la pista da ballo potesse generare inediti flussi culturali, al di là della sua funzione ‘naturale’ di produttrice di piacere, che il club, la ‘discoteca’ potessero tornare a essere riflesso immediato delle grandi modificazioni sociali, accompagnandole, persino.
Che è poi il motivo per il quale nella New York di metà anni ’70 la disco, insieme all’hip hop e al punk (linguaggi sonori non a caso provenienti dallo stesso luogo nella stessa epoca), parlava un forte linguaggio di ‘liberazione’. La gioia insieme alla rivoluzione.Bainsrid1

La conquista del diritto alla visibilità e, in fondo (sembra paradossale parlando di club e di stravaganze) e alla ‘normalità’ per una subcultura che subito fece suo, come elemento fondante, come essenza stessa, come anima, il ‘mito’ della ‘diversità’.
Sia essa una diversità etnica, sociale, sessuale.
Le grandi rivendicazioni, l’orgoglio di essere come si vuole essere, contro tutto e contro tutti, sono state il segno distintivo della club culture. Per questo la definizione di cultura, per raccontare questa scena, è più che opportuna.

Perché ballare sino all’alba era la risposta di strada alla necessità di costruire una identità negata.

Dal ‘leggendario’ Loft di David Mancuso, che con le sue feste in casa mescolava alto e basso, intellettuali e emarginati, al fenomeno dei rave parties, dalla nascita dei superclub che da semplici discoteche si fanno stili di vita ai sound system nomadici che a Capodanno fanno ballare Sarajevo sotto assedio dei cecchini, il club ha sempre cercato di confondere il piacere e il rischio, che sono due caratteristiche delle quali le cosiddette culture giovanili, sin dal loro emergere nel secondo dopoguerra, hanno un infinito bisogno.
E gli eccessi dei jazzisti del bebop, quelli di Elvis e del versante oscuro del rock’n’roll, quelli della psichedelica californiana che, complici gli allucinogeni, credeva davvero che il cielo fosse finalmente caduto sulla terra, sono tasselli di una ‘ribellione senza una causa’ che accompagna la difficoltà di accettare che l’adolescenza sia un rito di passaggio (transe, trance, appunto).
In questo territorio instabile, di difficile lettura si muovono da tempo sociologi, antropologi (pensiamo nuovamente a George Lapassade), medici, ma anche gestori di club, scrittori, dj che cercano di posare il loro sguardo su quello che è diventato il luogo di aggregazione per eccellenza (e quindi di sviluppo) delle culture giovanili.
A loro abbiamo chiesto di accompagnarci in questo viaggio verso il cuore nascosto, ma incredibilmente pulsante, della pista da ballo (…)


continua

http://www.carmillaonline.com/2015/12/29/la-club-culture-tra-rischio-e-desiderio/

 

 

Jefferson Airplane – White Rabbit (Woodstock, 1969)

 

Jefferson Airplane’s diamonds performed at Woodstock, on 17th August 1969 .

“Somebody to Love”, written by Darby Slick and “White rabbit”, written by Grace Slick.

It was back in the year 2008. I had just started listening to Jefferson Airplane. I had looked them up due to a reference John Densmore does in his book “Riders on the storm” to the song “White rabbit”; I was very impressed by the lyrics and…well, the rest is history I guess 🙂
Searching through youtube, I found this very video that I have posted here. Sadly, it was taken down shortly after that, probably due to copyright issues and shit. So, I decided to upload it and make it available for everyone again.

Jefferson Airplane’s performance of these two songs is included in a film called “Woodstock:The Director’s Cut” by Michael Wadleigh.

“Good mornin’,people!”

Really digging: Jack’s outfit and groovy headbanging, Spencer’s hat and badass drumming, Marty’s voice, sideburns and tambourine, Jorma’s playing and crazy hair, Paul’s headband and vocals (well on other songs :p) and Grace’s eyes, barefootness (lol) and of course her unbelievably amazing voice.

Buon 2015!

auguri a tutti, ai visitatori più fedeli e anche a quelli casuali!

“We talk about it all night long
We define our moral ground.
But when I crawl into your arms
Everything comes tumbling down.

Come sail your ships around me
And burn your bridges down.
We make a little history baby
Every time you come around.”

I movimenti ecologico-fascisti in Germania (Janet Biehl, Peter Staudenmaier) – Riepilogo dei post

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Ho notato di recente, nella dashboard, molte visite ai post di Janet Biehl e Peter Staudenmaier sui movimenti ecologici fascisti, o eco-fascisti,  in Germania, dalle origini ad oggi. Penso di far cosa gradita riepilogando qui tutti i link ai 9 post in cui avevo suddiviso i due saggi senz’altro molto attuali di entrambi gli autori, quello di Janet Biehl sui movimenti contemporanei, l’altro di Peter Staudenmaier sugli antecedenti storici, dal movimento volkisch al nazismo. Buona lettura!

 

I. PETER STAUDENMEIER, ECOLOGIA FASCISTA – L’ALA VERDE DEL PARTITO NAZISTA E I SUOI ANTECEDENTI STORICI

 

1. LE RADICI DELLA MISTICA DI SANGUE E SUOLO

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/11/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-lala-verde-del-partito-nazista/

 

2. DAL MOVIMENTO WANDERVOGEL ALLA REPUBBLICA DI WEIMAR

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/17/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-2-dal-movimento-wandervogel-alla-repubblica-di-weimar/

 

3.LA POLITICA ECOLOGICA NAZISTA: Walther Darré e la Dottrina Blut und Boden

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/21/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-3-la-politica-ecologica-nazista/

 

4. L’APPLICAZIONE DEL PROGRAMMA ECOFASCISTA – CONCLUSIONI

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/25/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-4-conclusioni-dallordine-naturale-alla-barbarie/

 

 

II. JANET BIEHL, L’ECOLOGIA E LA MODERNIZZAZIONE DEL FASCISMO NELL’ULTRA-DESTRA TEDESCA

 

1. INTRODUZIONE

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/05/janet-biehl-ecologia-e-modernizzazione-del-fascismo-nellultra-destra-tedesca/

 

2. IL NETWORK ECO-FASCISTA IN GERMANIA

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/15/janet-biehl-il-network-eco-fascista-in-germania/

 

3. ANTROPOSOFIA E LEGA MONDIALE PER LA PROTEZIONE DELLA VITA

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/19/1684/

 

4. L’ALTERNATIVA VERDE SPIRITUALISTA – RUDOLPH BAHRO

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/25/lalternativa-verde-spiritualista-rudolf-bahro-janet-biehl-ecofascismo-4/

 

5. IL DARWINISMO SOCIALE ECOLOGISTA, DA ERNEST HAECKEL A HERBERT GRUHL

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/30/il-darwinismo-sociale-ecologista-da-ernst-haeckel-a-herbert-gruhl-janet-biehl-ecofascismo-5-e-conclusioni/

 

 

 

Il patriarca paranoico è completamente sbroccato – Quit the Doner

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“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”
Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921.

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Quit the Doner colpisce ancora, e il Grullo paranoico impazzisce, nominandolo “giornalista del giorno”:

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“Il movimento di Grillo si autocelebra come portatore della verità rivelata e assoluta, espressione unica e univoca della volontà popolare, in opposizione a un magma indistinto di affaristi, corrotti uniti dalla volontà di nascondere la suddetta verità per i propri sordidi scopi personali a cui gli elettori possono credere solo nella misura in cui non capiscono.

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La visione rientra nella più classica delle strutture complottiste-paranoiche, secondo le quali chi “non è con noi” non solo “è contro di noi” ma è anche in malafede e al soldo di qualcun altro. La politica per i cinquestelle non è rappresentanza d’interessi compositi, ma si configura come la dialettica di illuminati vs resto del mondo. La struttura delle sette, degli estremisti religiosi e dei sistemi totalitari.

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L’idea originaria, lo sappiamo bene, era: esiste una verità unica e indivisibile magicamente evocabile attraverso la consultazione sul web. Questo è stato il cavallo di battaglia durante la scorsa campagna elettorale, poi il tema è finito un po’ in ombra, forse perché ha tutta l’aria di un postulato idiota se in vita vostra avete avuto almeno un Gameboy. Nel primo, disastroso, anno dei 5 stelle in parlamento (quello che dovevano aprire come “una scatola di tonno”, qualsiasi cosa questo significhi) le famose piattaforme di voto promesse non sono state realizzate e sono finite nel dimenticatoio, sostituite da brevi processi politici per le espulsioni di parlamentari “traditori” avallati tramite votazioni non certificate da enti terzi, tenute sul sito di proprietà di Beppe Grillo. Durante l’intervista da Mentana, Grillo si è lasciato sfuggire anche una raffinata analisi a più livelli dei rischi insiti nelle forme di consultazione online dell’elettorato:
«I Piraten si sono liquefatti con il liquid feedback»
Una spiegazione esauriente, un po’ come quando, poco dopo, interrogato su come si comporterebbe con la Merkel recita in un pessimo tedesco una filastrocca e una barzelletta su un wurstel, risposte che se non altro hanno il pregio di spiegare come mai Scanzi lo giudichi uno statista.

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Al di là della croccante scorza urlata di democrazia totale, il movimento 5 stelle ha il più classico funzionamento dei partiti totalitari: Grillo di fatto decide tutto o direttamente oppure tramite strutture che rispondono ai suoi voleri o nella migliore delle ipotesi sono totalmente prive di trasparenza…”

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continua a leggere: http://www.linkiesta.it/movimento-cinque-stelle-antidemocratico

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vedi anche:

http://www.quitthedoner.com/?p=1268

 

LAGGENTE 25-17

 

 

L’algoritmo di Morozov

“Fissata la cornice teorica, Morozov inizia a demolire uno per uno personaggi come Jeff Jarvis, Nicholas Carr, Clay Shirky, David Weinberger, Kevin Kelly e Jeff Bezos, teorici, critici e animatori di Internet tra i più letti e citati. Quello a cui Morozov si riferisce con “The Internet”, scritto provocatoriamente tra virgolette per tutte le 350 e oltre pagine del libro, o quanto meno la sua teorizzazione nei termini dell’ Internet-centrismo, è diventata una sorta di religione, una mistica del Web che ha spinto il milieu intellettual-tecnologico contemporaneo a credersi sul promontorio finale dei tempi, alla fine della Storia, nel momento di massima estensione e sviluppo della tecnologia.”

http://daily.wired.it/news/internet/2013/04/01/morozov-libro-to-save-everything-6743787.html

Idiocracy (film, 2005)

Il film Idiocracy  (2005),  mi ricorda istintivamente questo passo di Mario Perniola a proposito di subculture (Miracoli e traumi della comunicazione):

“i Cultural Studies (CS)  dovrebbero emancipare i nuovi attori del sapere – le donne, i giovani, gli intellettuali non occidentali – dalle trappole dell’ingenuità e dell’ideologia. Il femminismo, il giovanilismo, il multiculturalismo hanno svolto un ruolo importante nel focalizzare il rapporto tra la conoscenza e i sessi, le generazioni e le culture; tuttavia molto spesso sono rimasti invischiati nella rivendicazione di identità anziché consentire esperienze di differenza. In altri termini son state più manifestazioni di un “risentimento” che di un “sentire” alternativo…Questo orientamento storiografico ha avuto il merito di ampliare enormemente l’orizzonte della ricerca storica; tuttavia soffre oggi di una bulimia e di una mancanza di discernimento e di selezione nella scelta dei suoi oggetti di studio che lo ha reso del tutto inadeguato a scoprire l’intelligibilità di ciò che è accaduto. Esso non ha fornito nemmeno una piccola chiave interpretativa che consenta di distinguere l’importante e il significativo dall’effimero e dal futile. ..Se tutto può essere oggetto di ricerca storica, vuol dire che nulla merita di essere tramandato alle generazioni future, che tutto è considerato come destinato ad esaurirsi in una manifestazione priva di effettualità. Chi apprezza tutto in realtà non apprezza nulla. …la pratica storiografica dei CS corre il rischio di condurre a una nuova forma di oscurantismo, che consiste nell’impossibilità di distinguere ciò che vale la pena di raccontare da ciò che può essere gettato senza rimorsi dans la poubelle de l’histoire…Sicchè spesso i CS dimenticano che criticare vuol dire scegliere e spacciano un cumulo di inezie, di quisquilie e di scempiaggini per espressioni di creatività. Il criterio meramente quantitativo annulla tutti gli altri parametri di valutazione. In tal modo i CS finiscono con l’essere solidali con quel fenomeno di dumbing down (abbrutimento, istupidimento e ammutolimento) della società nel suo complesso, dal cui rifiuto sono partiti. (“dumbocracy”)