Bomberismo (neologismo)

Se con il grillismo pensavamo di aver toccato il fondo, prepariamoci a scavare ancora di più!

Bomberismo

http://www.treccani.it/vocabolario/bomberismo_%28Neologismi%29/

bomberismo s. m. (iron.) Atteggiamento sessista e xenofobo, basato su una visione semplificata, acritica e rozza della realtà, che prende a modello i comportamenti di alcuni noti personaggi del mondo dello sport e trova sfogo nei siti di relazione sociale in Rete.

Il bomberismo è una corrente religiosa che mette insieme la dottrina stoica di Seneca, l’estasi mistica del Buddhismo e l’ubriachezza molesta di Paul Gascoigne. Nata in una serata mistica “da Mimmo” a cui erano presenti Bobo Vieri, Davide Moscardelli, Dario Hubner e Ighli Vannucchi, essa si diffuse rapidamente in tutto il mondo principalmente grazie all’ignoranza del genere umano. I canali divulgativi usati più spesso dai profeti del bomberismo sono i social network: Facebook, Twitter e Instagram, a testimonianza di come il bomberismo sia una religione al passo coi tempi, a differenza del Cristianesimo o del Partito Democratico (Nonciclopedia).

La definizione di “bomberismo” in realtà non esiste (se non, in qualche modo, su Nonciclopedia) ma serve a dare un’etichetta e a fissare un certo fenomeno online che in queste ultimi mesi continua a crescere enormemente, principalmente su pagine e gruppi Facebook. Ossia: l’esaltazione di comportamenti sostanzialmente sessisti, xenofobi, ammantati da livelli incerti di ironia e animati dall’esaltazione della vita “ignorante”, della “provincia”, del “bomber vero” e del concetto travisato di “degrado.” (Vincenzo Marino, Vice.com, 9 marzo 2017; Internet)

Cominciamo a prendere confidenza con il termine “bomberismo”, movimento approfondito da Vincenzo Marino, che non è una corrente di avanguardia, ma piuttosto l’emergere della rozzezza machista da baretto dello sport di paese, che sta diventando una forma di fascino dell’ignorante che dilaga nei social network. Il bomber inteso come super eroe del calcio è il nume ispiratore di un’opinione diffusa e condivisa, che ha la sua filosofia basilare fondata su pochi elementi chiave che sono l’alimento di numerosissimi profili su Facebook, ma soprattutto gruppi chiusi “a tema” accomunati dal disprezzo per ogni pensiero minimamente elaborato, definito con disprezzo “intellettuale”, la misoginia rozza e violenta espressa con ostentazione attraverso la propria presunta ipersessualità predatoria, l’odio accecante per ogni categoria che il pensiero “politicamente corretto” indebitamente salvaguarderebbe, come rom, omosessuali, stranieri, “gente di sinistra”, giornalisti prezzolati ecc. (Gianluca Nicoletti, Stampa.it, 13 marzo 2017, Costume).
Derivato dal s. m. bomber (‘calciatore che segna molti gol, cannoniere’) con l’aggiunta del suffisso -ismo.

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Why We Fall In Love: Frustration & Satisfaction

Why We Fall in Love: The Paradoxical Psychology of Romance and Why Frustration Is Necessary for Satisfaction

“All love stories are frustration stories… To fall in love is to be reminded of a frustration that you didn’t know you had.”

By Maria Popova

https://www.brainpickings.org/2015/10/05/adam-phillips-missing-out-frustration-love/

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Adrienne Rich, in contemplating how love refines our truths, wrote: “An honorable human relationship — that is, one in which two people have the right to use the word ‘love’ — is a process, delicate, violent, often terrifying to both persons involved, a process of refining the truths they can tell each other.” But among the dualities that lend love both its electricity and its exasperation — the interplay of thrill and terror, desire and disappointment, longing and anticipatory loss — is also the fact that our pathway to this mutually refining truth must pass through a necessary fiction: We fall in love not just with a person wholly external to us but with a fantasy of how that person can fill what is missing from our interior lives.

Psychoanalyst Adam Phillips addresses this central paradox with uncommon clarity and elegance in Missing Out: In Praise of the Unlived Life (public library).

Phillips writes:

All love stories are frustration stories… To fall in love is to be reminded of a frustration that you didn’t know you had (of one’s formative frustrations, and of one’s attempted self-cures for them); you wanted someone, you felt deprived of something, and then it seems to be there. And what is renewed in that experience is an intensity of frustration, and an intensity of satisfaction. It is as if, oddly, you were waiting for someone but you didn’t know who they were until they arrived. Whether or not you were aware that there was something missing in your life, you will be when you meet the person you want. What psychoanalysis will add to this love story is that the person you fall in love with really is the man or woman of your dreams; that you have dreamed them up before you met them; not out of nothing — nothing comes of nothing — but out of prior experience, both real and wished for. You recognize them with such certainty because you already, in a certain sense, know them; and because you have quite literally been expecting them, you feel as though you have known them for ever, and yet, at the same time, they are quite foreign to you. They are familiar foreign bodies.

This duality of the familiar and the foreign is mirrored in the osmotic relationship between presence and absence, with which every infatuated lover is intimately acquainted — that parallel intensity of longing for our lover’s presence and anguishing in her absence. Phillips writes:

However much you have been wanting and hoping and dreaming of meeting the person of your dreams, it is only when you meet them that you will start missing them. It seems that the presence of an object is required to make its absence felt (or to make the absence of something felt). A kind of longing may have preceded their arrival, but you have to meet in order to feel the full force of your frustration in their absence.

[…]

Falling in love, finding your passion, are attempts to locate, to picture, to represent what you unconsciously feel frustrated about, and by.

Missing Out, previously discussed here, is a magnificent read in its totality. Complement this particular portion with Stendhal on the seven stages of romance, Susan Sontag on the messiness of love, and the great Zen teacher Thich Nhat Hahn on how to love, then revisit Phillips on balance, the essential capacity for “fertile solitude,” and how kindness became our guilty pleasure.

 

Club Culture, fra Lapassade e Bains Douches (introduzione di Pierfrancesco Pacoda)

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Pierfrancesco Pacoda, Rischio e desiderio, NFC 2015, pag. 232 € 11.90, antologia di saggi sulla nascita della “Club Culture” – estratto dall’Introduzione (foto di Mauro Baldrati)

 

***

 

Pacoda_rischioNegli anni ’90 l’antropologo francese George Lapassade, esponente di spicco della cultura che mescolava ribellione e accademia (buon amico di Pier Paolo Pasolini con il quale in pieno 68 protesta contro la Biennale di Venezia) arriva in Romagna per avviare una serie di osservazioni sul campo all’interno del Cocoricò di Riccione.
Lui che ha studiato gli stati modificati di coscienza e lo sciamanesimo tra il Marocco, Haiti e il Brasile sceglie una discoteca della Romagna per continuare i suoi studi sul cosiddetto fenomeno della ‘trance’ metropolitana.
Era quello, va ricordato, il Cocorico che ospitava le performance del nascente teatro della nuova avanguardia italiana (indimenticabili le azioni della neonata Societas Raffaello Sanzio) e le lezioni, prima delle luci delle luci dell’alba del filosofo Manlio Sgalambro nel piccolo privè Morphine, dove spesso il dj, invece della techno, selezionava musica classica.
Erano gli anni dell’elaborazione della club culture, dell’idea, cioè, che la pista da ballo potesse generare inediti flussi culturali, al di là della sua funzione ‘naturale’ di produttrice di piacere, che il club, la ‘discoteca’ potessero tornare a essere riflesso immediato delle grandi modificazioni sociali, accompagnandole, persino.
Che è poi il motivo per il quale nella New York di metà anni ’70 la disco, insieme all’hip hop e al punk (linguaggi sonori non a caso provenienti dallo stesso luogo nella stessa epoca), parlava un forte linguaggio di ‘liberazione’. La gioia insieme alla rivoluzione.Bainsrid1

La conquista del diritto alla visibilità e, in fondo (sembra paradossale parlando di club e di stravaganze) e alla ‘normalità’ per una subcultura che subito fece suo, come elemento fondante, come essenza stessa, come anima, il ‘mito’ della ‘diversità’.
Sia essa una diversità etnica, sociale, sessuale.
Le grandi rivendicazioni, l’orgoglio di essere come si vuole essere, contro tutto e contro tutti, sono state il segno distintivo della club culture. Per questo la definizione di cultura, per raccontare questa scena, è più che opportuna.

Perché ballare sino all’alba era la risposta di strada alla necessità di costruire una identità negata.

Dal ‘leggendario’ Loft di David Mancuso, che con le sue feste in casa mescolava alto e basso, intellettuali e emarginati, al fenomeno dei rave parties, dalla nascita dei superclub che da semplici discoteche si fanno stili di vita ai sound system nomadici che a Capodanno fanno ballare Sarajevo sotto assedio dei cecchini, il club ha sempre cercato di confondere il piacere e il rischio, che sono due caratteristiche delle quali le cosiddette culture giovanili, sin dal loro emergere nel secondo dopoguerra, hanno un infinito bisogno.
E gli eccessi dei jazzisti del bebop, quelli di Elvis e del versante oscuro del rock’n’roll, quelli della psichedelica californiana che, complici gli allucinogeni, credeva davvero che il cielo fosse finalmente caduto sulla terra, sono tasselli di una ‘ribellione senza una causa’ che accompagna la difficoltà di accettare che l’adolescenza sia un rito di passaggio (transe, trance, appunto).
In questo territorio instabile, di difficile lettura si muovono da tempo sociologi, antropologi (pensiamo nuovamente a George Lapassade), medici, ma anche gestori di club, scrittori, dj che cercano di posare il loro sguardo su quello che è diventato il luogo di aggregazione per eccellenza (e quindi di sviluppo) delle culture giovanili.
A loro abbiamo chiesto di accompagnarci in questo viaggio verso il cuore nascosto, ma incredibilmente pulsante, della pista da ballo (…)


continua

http://www.carmillaonline.com/2015/12/29/la-club-culture-tra-rischio-e-desiderio/

 

 

Jefferson Airplane – White Rabbit (Woodstock, 1969)

 

Jefferson Airplane’s diamonds performed at Woodstock, on 17th August 1969 .

“Somebody to Love”, written by Darby Slick and “White rabbit”, written by Grace Slick.

It was back in the year 2008. I had just started listening to Jefferson Airplane. I had looked them up due to a reference John Densmore does in his book “Riders on the storm” to the song “White rabbit”; I was very impressed by the lyrics and…well, the rest is history I guess 🙂
Searching through youtube, I found this very video that I have posted here. Sadly, it was taken down shortly after that, probably due to copyright issues and shit. So, I decided to upload it and make it available for everyone again.

Jefferson Airplane’s performance of these two songs is included in a film called “Woodstock:The Director’s Cut” by Michael Wadleigh.

“Good mornin’,people!”

Really digging: Jack’s outfit and groovy headbanging, Spencer’s hat and badass drumming, Marty’s voice, sideburns and tambourine, Jorma’s playing and crazy hair, Paul’s headband and vocals (well on other songs :p) and Grace’s eyes, barefootness (lol) and of course her unbelievably amazing voice.

Buon 2015!

auguri a tutti, ai visitatori più fedeli e anche a quelli casuali!

“We talk about it all night long
We define our moral ground.
But when I crawl into your arms
Everything comes tumbling down.

Come sail your ships around me
And burn your bridges down.
We make a little history baby
Every time you come around.”

I movimenti ecologico-fascisti in Germania (Janet Biehl, Peter Staudenmaier) – Riepilogo dei post

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Ho notato di recente, nella dashboard, molte visite ai post di Janet Biehl e Peter Staudenmaier sui movimenti ecologici fascisti, o eco-fascisti,  in Germania, dalle origini ad oggi. Penso di far cosa gradita riepilogando qui tutti i link ai 9 post in cui avevo suddiviso i due saggi senz’altro molto attuali di entrambi gli autori, quello di Janet Biehl sui movimenti contemporanei, l’altro di Peter Staudenmaier sugli antecedenti storici, dal movimento volkisch al nazismo. Buona lettura!

 

I. PETER STAUDENMEIER, ECOLOGIA FASCISTA – L’ALA VERDE DEL PARTITO NAZISTA E I SUOI ANTECEDENTI STORICI

 

1. LE RADICI DELLA MISTICA DI SANGUE E SUOLO

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/11/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-lala-verde-del-partito-nazista/

 

2. DAL MOVIMENTO WANDERVOGEL ALLA REPUBBLICA DI WEIMAR

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/17/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-2-dal-movimento-wandervogel-alla-repubblica-di-weimar/

 

3.LA POLITICA ECOLOGICA NAZISTA: Walther Darré e la Dottrina Blut und Boden

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/21/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-3-la-politica-ecologica-nazista/

 

4. L’APPLICAZIONE DEL PROGRAMMA ECOFASCISTA – CONCLUSIONI

https://artobjects.wordpress.com/2013/08/25/peter-staudenmeier-ecologia-fascista-4-conclusioni-dallordine-naturale-alla-barbarie/

 

 

II. JANET BIEHL, L’ECOLOGIA E LA MODERNIZZAZIONE DEL FASCISMO NELL’ULTRA-DESTRA TEDESCA

 

1. INTRODUZIONE

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/05/janet-biehl-ecologia-e-modernizzazione-del-fascismo-nellultra-destra-tedesca/

 

2. IL NETWORK ECO-FASCISTA IN GERMANIA

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/15/janet-biehl-il-network-eco-fascista-in-germania/

 

3. ANTROPOSOFIA E LEGA MONDIALE PER LA PROTEZIONE DELLA VITA

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/19/1684/

 

4. L’ALTERNATIVA VERDE SPIRITUALISTA – RUDOLPH BAHRO

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/25/lalternativa-verde-spiritualista-rudolf-bahro-janet-biehl-ecofascismo-4/

 

5. IL DARWINISMO SOCIALE ECOLOGISTA, DA ERNEST HAECKEL A HERBERT GRUHL

https://artobjects.wordpress.com/2013/09/30/il-darwinismo-sociale-ecologista-da-ernst-haeckel-a-herbert-gruhl-janet-biehl-ecofascismo-5-e-conclusioni/

 

 

 

Il patriarca paranoico è completamente sbroccato – Quit the Doner

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“Il fascismo si è presentato come l’antipartito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano, non modificati ancora da una tradizione nuova, dalla scuola, dalla convivenza in uno Stato bene ordinato e amministrato”
Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921.

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Quit the Doner colpisce ancora, e il Grullo paranoico impazzisce, nominandolo “giornalista del giorno”:

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“Il movimento di Grillo si autocelebra come portatore della verità rivelata e assoluta, espressione unica e univoca della volontà popolare, in opposizione a un magma indistinto di affaristi, corrotti uniti dalla volontà di nascondere la suddetta verità per i propri sordidi scopi personali a cui gli elettori possono credere solo nella misura in cui non capiscono.

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La visione rientra nella più classica delle strutture complottiste-paranoiche, secondo le quali chi “non è con noi” non solo “è contro di noi” ma è anche in malafede e al soldo di qualcun altro. La politica per i cinquestelle non è rappresentanza d’interessi compositi, ma si configura come la dialettica di illuminati vs resto del mondo. La struttura delle sette, degli estremisti religiosi e dei sistemi totalitari.

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L’idea originaria, lo sappiamo bene, era: esiste una verità unica e indivisibile magicamente evocabile attraverso la consultazione sul web. Questo è stato il cavallo di battaglia durante la scorsa campagna elettorale, poi il tema è finito un po’ in ombra, forse perché ha tutta l’aria di un postulato idiota se in vita vostra avete avuto almeno un Gameboy. Nel primo, disastroso, anno dei 5 stelle in parlamento (quello che dovevano aprire come “una scatola di tonno”, qualsiasi cosa questo significhi) le famose piattaforme di voto promesse non sono state realizzate e sono finite nel dimenticatoio, sostituite da brevi processi politici per le espulsioni di parlamentari “traditori” avallati tramite votazioni non certificate da enti terzi, tenute sul sito di proprietà di Beppe Grillo. Durante l’intervista da Mentana, Grillo si è lasciato sfuggire anche una raffinata analisi a più livelli dei rischi insiti nelle forme di consultazione online dell’elettorato:
«I Piraten si sono liquefatti con il liquid feedback»
Una spiegazione esauriente, un po’ come quando, poco dopo, interrogato su come si comporterebbe con la Merkel recita in un pessimo tedesco una filastrocca e una barzelletta su un wurstel, risposte che se non altro hanno il pregio di spiegare come mai Scanzi lo giudichi uno statista.

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Al di là della croccante scorza urlata di democrazia totale, il movimento 5 stelle ha il più classico funzionamento dei partiti totalitari: Grillo di fatto decide tutto o direttamente oppure tramite strutture che rispondono ai suoi voleri o nella migliore delle ipotesi sono totalmente prive di trasparenza…”

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continua a leggere: http://www.linkiesta.it/movimento-cinque-stelle-antidemocratico

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vedi anche:

http://www.quitthedoner.com/?p=1268

 

LAGGENTE 25-17

 

 

L’algoritmo di Morozov

“Fissata la cornice teorica, Morozov inizia a demolire uno per uno personaggi come Jeff Jarvis, Nicholas Carr, Clay Shirky, David Weinberger, Kevin Kelly e Jeff Bezos, teorici, critici e animatori di Internet tra i più letti e citati. Quello a cui Morozov si riferisce con “The Internet”, scritto provocatoriamente tra virgolette per tutte le 350 e oltre pagine del libro, o quanto meno la sua teorizzazione nei termini dell’ Internet-centrismo, è diventata una sorta di religione, una mistica del Web che ha spinto il milieu intellettual-tecnologico contemporaneo a credersi sul promontorio finale dei tempi, alla fine della Storia, nel momento di massima estensione e sviluppo della tecnologia.”

http://daily.wired.it/news/internet/2013/04/01/morozov-libro-to-save-everything-6743787.html

Idiocracy (film, 2005)

Il film Idiocracy  (2005),  mi ricorda istintivamente questo passo di Mario Perniola a proposito di subculture (Miracoli e traumi della comunicazione):

“i Cultural Studies (CS)  dovrebbero emancipare i nuovi attori del sapere – le donne, i giovani, gli intellettuali non occidentali – dalle trappole dell’ingenuità e dell’ideologia. Il femminismo, il giovanilismo, il multiculturalismo hanno svolto un ruolo importante nel focalizzare il rapporto tra la conoscenza e i sessi, le generazioni e le culture; tuttavia molto spesso sono rimasti invischiati nella rivendicazione di identità anziché consentire esperienze di differenza. In altri termini son state più manifestazioni di un “risentimento” che di un “sentire” alternativo…Questo orientamento storiografico ha avuto il merito di ampliare enormemente l’orizzonte della ricerca storica; tuttavia soffre oggi di una bulimia e di una mancanza di discernimento e di selezione nella scelta dei suoi oggetti di studio che lo ha reso del tutto inadeguato a scoprire l’intelligibilità di ciò che è accaduto. Esso non ha fornito nemmeno una piccola chiave interpretativa che consenta di distinguere l’importante e il significativo dall’effimero e dal futile. ..Se tutto può essere oggetto di ricerca storica, vuol dire che nulla merita di essere tramandato alle generazioni future, che tutto è considerato come destinato ad esaurirsi in una manifestazione priva di effettualità. Chi apprezza tutto in realtà non apprezza nulla. …la pratica storiografica dei CS corre il rischio di condurre a una nuova forma di oscurantismo, che consiste nell’impossibilità di distinguere ciò che vale la pena di raccontare da ciò che può essere gettato senza rimorsi dans la poubelle de l’histoire…Sicchè spesso i CS dimenticano che criticare vuol dire scegliere e spacciano un cumulo di inezie, di quisquilie e di scempiaggini per espressioni di creatività. Il criterio meramente quantitativo annulla tutti gli altri parametri di valutazione. In tal modo i CS finiscono con l’essere solidali con quel fenomeno di dumbing down (abbrutimento, istupidimento e ammutolimento) della società nel suo complesso, dal cui rifiuto sono partiti. (“dumbocracy”)

Gilles Deleuze – Gauche (Sinistra, giustizia e diritto)

Cercando in rete il video dell’Abecedario in cui Deleuze parla di “giudizio” (vedi lettera Z), ho trovato nel frattempo quello in cui parla di Diritto e di Sinistra. La traduzione (con qualche piccola correzione)  è tratta da:

http://www.sabinaguzzanti.it/2011/02/13/g-%E2%80%A6-la-sinistra-gauche-in-fr/

D –  parliamo di una cosa seria, la tua appartenenza alla «gauche», alla «sinistra».

GD – Ah sì, sì

D – sembra farti ridere e sono contenta. Dunque, come abbiamo visto, tu vieni da una famiglia borghese di destra, e dopo la liberazione diventi, come si suol dire, uno di sinistra. Dunque, andando per gradi, innanzitutto alla  Liberazione molti tuoi amici, molti giovani a te vicini, studenti di filosofia, sono legati o entrano nel Partito Comunista.

GD – Sì, ci sono passati tutti, io sono il solo, almeno credo, non ne sono sicuro, ma ci sono passati tutti.

D – Allora, tu perché no?

GD – Non è così difficile. Tutti i miei amici passavano al PC. Allora cosa me l’ha impedito? Ero uno che lavorava molto e non mi piacevano le riunioni. Non mi sono mai piaciute le riunioni, dove si parla in continuazione, non l’ho mai sopportato.  Stare nel PC in quel periodo voleva dire continua riunioni di sezione. Era il periodo, ho un punto di riferimento, dell’appello di Stoccolma. Sebbene fossero molto dotati, passavano la giornata a firmare l’appello: al prete, a chiunque. Andavano in giro con l’appello, non so più neanche che cosa fosse l’appello di Stoccolma, ma teneva occupata un’intera generazione di comunisti.  Era un problema perché, tra gli storici, conoscevo molti storici comunisti, pieni di talento, e mi dicevo che per dio, se avessero fatto le loro tesi, sarebbe stato molto più importante per il Partito Comunista che almeno avrebbe avuto del lavoro da utilizzare, piuttosto che impegnarli per far firmare l’appello di Stoccolma, uno stupido appello non so…sulla pace.

Non avevo nessuna voglia perché non ero tanto comunicativo…Non parlavo, quindi…E far firmare l’appello di Stoccolma mi avrebbe gettato in uno stato di timidezza e di panico.  Non ho mai fatto firmare niente a nessuno. Bisognava poi vendere «L’Humanité».  Per ragioni un po’ basse, quindi, mi sono detto che non faceva per me. Non avevo nessuna voglia di entrare nel Partito.

D – Ma ti sentivi vicino al loro impegno?

GD – Al partito no, non mi ha mai interessato. È anche questo che mi ha salvato. Le discussioni su Stalin, tutte queste cose…Quello che si è scoperto dopo, gli orrori di Stalin, tutti l’hanno sempre saputo. Che le rivoluzioni vanno a finir male…Fa ridere. Ma chi prendiamo in giro?

Quando i «nouveaux philosophes» hanno scoperto che le rivoluzioni finiscono male…allora bisogna essere veramente ottusi. L’hanno scoperto con Stalin, poi la strada era spianata, l’hanno scoperto tutti.  Per esempio, recentemente, a proposito della rivoluzione algerina: «vedi, è finita male perché hanno sparato sugli studenti».

Ma insomma chi ha mai creduto che una rivoluzione potesse finire bene? Chi?

Si dice che gli inglesi almeno evitano di fare le rivoluzioni, ed è assolutamente falso. Ma oggi viviamo in una tale mistificazione…Gli inglesi hanno fatto una rivoluzione, hanno ucciso il loro re…e cosa hanno ottenuto? Cromwell. E cos’è il Romanticismo inglese…è una lunga meditazione sul fallimento della rivoluzione. Non hanno dovuto aspettare Glucksmann per riflettere sul fallimento della rivoluzione staliniana. L’avevano già.

E gli americani, non si parla mai degli americani che hanno fallito nella loro rivoluzione e molto più dei bolscevichi. Non prendiamoci in giro.  Gli americani perfino prima della guerra d’indipendenza, attenzione, di indipendenza, si presentano meglio come…meglio di una nuova nazione.  Hanno superato la «nazione», esattamente come dirà Marx del proletariato.  Superata la nazione, basta con la nazione, realizzano il nuovo popolo, fanno la vera rivoluzione,  esattamente come i marxisti scommetteranno sulla proletarizzazione universale,  gli americani scommettono sull’emigrazione universale.  Sono le due facce della lotta di classe. È assolutamente rivoluzionario.  E l’America di Jefferson, di Thoreau, di Melville. Un’America completamente rivoluzionaria che annuncia l’«uomo nuovo»,  esattamente come lo annunciava la rivoluzione bolscevica.  Ebbene, ha fallito, tutte le rivoluzioni falliscono, lo sanno tutti. Si fa finta di riscoprirlo adesso, ma bisogna essere ottusi. Oggi si rifugiano tutti nel revisionismo. Furet scopre che la Rivoluzione Francese non andava poi così bene. Benissimo, d’accordo, è fallita anche quella, ma lo sanno tutti. La rivoluzione francese ha partorito Napoleone… si scoprono cose che certo non impressionano per novità.  La rivoluzione inglese ha partorito Cromwell, la rivoluzione americana cosa ha dato…ancora peggio. Ha partorito non so…Reagan. Non mi sembra poi tanto meglio.

Insomma siamo in un tale stato di confusione.  Che le rivoluzioni falliscano, che finiscano male, non ha mai fermato la gente, non ha mai impedito che la gente diventasse rivoluzionaria. Si mischiano cose del tutto diverse.  Le situazioni in cui l’unica via d’uscita per l’uomo è diventare rivoluzionario…Anche qui, ne stiamo parlando dall’inizio, è la confusione tra «divenire» e «storia».  Se la gente diviene rivoluzionaria… (taglio)

Sì, è la confusione degli storici. Gli storici ci parlano dell’avvenire della rivoluzione, delle  rivoluzioni, rivoluzioni, ma non è questo il problema. Allora possono sempre risalire indietro per mostrare che se l’avvenire è così fosco è perché il fosco c’era già fin dall’inizio. Ma il problema concreto è perché e come le persone divengano rivoluzionarie. E fortunatamente non saranno gli storici a impedirlo. È evidente che…i sudafricani si trovano in un divenire rivoluzionario, i palestinesi si trovano in un divenire rivoluzionario. Poi ci vengono a dire :  « ah vedrete quando avranno trionfato, se la rivoluzione riuscirà andrà a finir male».  Ma non saremo assolutamente nello stesso genere di problemi.

Ci sarà una nuova rivoluzione, si attiveranno dei nuovi divenire rivoluzionari. Gli uomini, nelle situazioni di tirannia, di oppressione, non hanno altra scelta se non diventare – rivoluzionari.

Quando poi si dice: «è andata male», non si parla della stessa cosa. È come se si parlassero due lingue assolutamente diverse.  L’avvenire della storia e il divenire attuale della gente non sono la stessa cosa.

D – E questo rispetto dei diritti umani, che è così alla moda oggi. Non è il divenire rivoluzionario, è piuttosto il contrario?

GD – Il rispetto dei diritti umani …Verrebbe voglia di fare discorsi odiosi.  Fa così parte del pensiero debole del periodo povero di cui parlavamo prima.  È astrazione pura. Cosa vuol dire «diritto dell’uomo»? È  pura astrazione, è vuoto. È ciò che dicevamo prima per il desiderio.  Quanto cercavo di dire sul desiderio, Il desiderio non consiste nell’erigere un oggetto, nel dire «desidero questo».  Non si desidera per esempio la «libertà»…Per niente. Si desidera…Ci si trova in situazioni…Faccio l’esempio dell’Armenia, recentissimo.

Qual è la situazione, se ho ben capito, in caso mi corregga…c’è questa enclave in una repubblica sovietica, c’è l’enclave armena. C’è una repubblica armena e un’enclave. Bene, questa è una situazione…e c’è il massacro, fatto dai turchi, almeno sembra, una  «specie» di turchi…

D – gli azeri

GD – Per quanto ne sappiamo ora…massacro degli armeni nell’enclave. Gli armeni si rifuggiano nella loro repubblica, correggimi se sbaglio, e arriva un terremoto. Sembra di essere nel Marchese  de Sade. Dei poveracci hanno affrontato le peggiori prove causate dall’uomo e appena arrivano al riparo, ci si mette la natura. E si parla di diritti dell’uomo.

Sono discorsi per intellettuali. E per intellettuali odiosi, senza idee. Tanto per cominciare queste dichiarazioni dei diritti dell’uomo non sono mai fatte in funzione e insieme alle persone interessate. Le società di armeni, le comunità di armeni…per loro il problema non sono i diritti dell’uomo. Quale è il problema?

Ecco un concatenamento. Quando dicevo: il desiderio scorre sempre in concatenamenti. Ecco un concatenamento.  Cosa si può fare per sopprimere o per rendere vivibile questa enclave…cos’è questa enclave?Ecco una questione di territorio e non di diritti dell’uomo. È un’organizzazione del territorio.  Suppongo che Gorbaciov cerchi di uscire da questa situazione, cosa farà per evitare che l’enclave armena resti in balia dei turchi che la minacciano?

Non è una questione di diritti dell’uomo, non è una questione di giustizia. È una questione di giurisprudenza, Tutti gli abomini che l’uomo subisce sono dei «casi».

Non sono la negoziazione di diritti astratti.  Sono casi abominevoli.  Si potrà dire che i casi si somigliano, ma sono situazioni di giurisprudenza.

Il problema armeno è tipicamente un problema di giurisprudenza molto complesso.  Cosa fare per proteggere gli armeni e perché gli armeni si salvino dalla situazione in cui si trovano.

In più c si mette il terremoto. Terremoto, che pure ha le sue ragioni, le costruzioni che non andavano bene, che non erano fatte come si doveva.  Sono casi di giurisprudenza.

Agire per la libertà, divenire rivoluzionario, vuol dire agire nella giurisprudenza. Quando s’invoca la giustizia, la giustizia non esiste. I diritti dell’uomo non esistono.  Conta la giurisprudenza, questa è l’invenzione del diritto.  Allora, quelli che si contentano di ricordare i diritti dell’uomo, di recitarli, sono ottusi. Non si tratta di far applicare i diritti dell’uomo. Si tratta di inventare delle giurisprudenze in cui, per ogni singolo caso,  non sarà più possibile una cosa simile. È molto diverso.  Se ci pensi, prendo un esempio che mi piace molto, perché è il solo mezzo di far capire cos’è la giurisprudenza. Le persone non capiscono.  Non tutti…non comprendono bene, Mi ricordo il periodo in cui si è proibito di fumare nei taxi, mentre prima si fumava.  Ci è stato un periodo in cui non si aveva più il diritto di fumare nei taxi.  I primi tassisti che hanno vietato di fumare…ha fatto discutere, c’erano molti fumatori. Hanno brontolato. E ce n’era uno, che era un avvocato…mi ha sempre appassionato la giurisprudenza, diritto.  Se non avessi fatto filosofia avrei fatto diritto, ma appunto non diritti dell’uomo.  Avrei fatto della giurisprudenza, perché è la vita.  Non ci sono diritti dell’uomo, ma c’è la vita, c sono dei diritti della vita.  Solo che la vita è un’insieme di casi. Ecco allora i taxi.  C’è qualcuno che non accetta il divieto di fumare e fa un processo al tassita. Me ne ricordo benissimo perché mi ero procurato le motivazioni della sentenza. Il tassista è stato condannato. Impossibile oggi, se ci fosse lo stesso processo, il tassista non sarebbe condannato, lo sarebbe il cliente.  Ma inizialmente il tassista è stato condannato. Con quali motivazioni? Quando qualcuno prendeva un taxi era «inquilino». Quindi il cliente del taxi è assimili tao all’inquilino e l’inquilino ha il diritto di fumare in casa propria. Ha il diritto di usarne e abusarne. È come se fosse in affitto.  Come se la proprietaria mi dicesse : «no, non puoi fumare in casa tua».  Sì, se sono l’inquilino posso fumare in casa mia.  Dunque il taxi è assimilato a un appartamento mobile, il cui cliente è l’inquilino.  Dieci anni dopo si è generalizzato, non c’è più alcun taxi su cui si possa fumare. Perché? Il taxi non è più assimilato a un appartamento ma a un servizio pubblico. In un servizio pubblico si ha il diritto di vietare il fumo.  Ecco cos’è la giurisprudenza.

Non è diritto di questo o di quello.  È questione di una situazione e una situazione che si evolve. Lottare per la libertà è veramente fare della giurisprudenza.  Quindi l’esempio dell’Armenia mi sembra tipico.  I diritti dell’uomo: si invocano i diritti dell’uomo e cosa significa? Significa dire ai turchi che non hanno il diritto di massacrare gli armeni.

D’accordo, non hanno il diritto, e allora? E allora siamo veramente andati avanti così? Sono veramente degli ottusi.  Sono ipocriti, questi teorici dei diritti dell’uomo, e filosoficamente sono il nulla.  E la creazione del diritto non è fare dichiarazioni su diritti umani. È la creazione della giurisprudenza. Solo questo esiste.

Quindi lottare per la giurisprudenza.

D – Arriviamo a due argomenti che sono del resto legati…

GD – questo è essere di sinistra, creare diritto.

D – riprendiamo la questione. Parlavamo di questa filosofia dei diritti dell’uomo e del rispetto universale dei diritti umani. Ora è come un rinnegare il maggio ’68…Rinnegare il maggio ’68 e rinnegare il marxismo. Ma tu non hai dovuto rinnegare  Marx perché non sei stato comunista. Puoi ancora usarlo, è un riferimento valido per te. E il maggio ’68, sei ancora una delle poche persona in giro a evocare il ’68 e a non dire che è stato un fallimento, uno schiamazzo, e che tutto sono cambiati.  Vorrei che mi dicessi qualcosa di più sul ’68…

GD – No, ma sei troppo severa a dire che sono uno dei pochi. Ce ne sono molti, non solo vicini a noi e ai nostri amici. Non ci sono solo rinnegati.

D – Ma sono nostri amici.

GD – Sì, ma ce ne sono comunque che non hanno rinnegato. Ma la risposta è semplice, il ’68 è l’irruzione del divenire.  Lo si è visto come il regno dell’immaginario…Ma non è assolutamente l’immaginario, è una ventata di reale allo stato pure.  È il reale, improvvisamente, il reale che arriva.

Allora la gente non capisce, non lo riconosce, si chiede : «Ma che cos’è?». Finalmente la gente reale. Le persone nella loro realtà, era prodigioso.  Che cosa erano le persone nella loro realtà?

Ecco, erano il divenire.  E poteva esserci un cattivo divenire.  È naturale che gli storici non abbiano capito, perché mi sembra così grande la differenza fra la storia e il divenire. Era un divenire rivoluzionario senza un avvenire di rivoluzione.  Allora si può sempre desiderare, si deride quando ormai è passato.  Erano fenomeni di puro divenire che si sono impossessati delle persone. Anche di divenire animale se vuoi, anche divenire bambino, divenire donna di un uomo, divenire uomo di una donna, tutto questo.

È quel dominio così specifico intorno a cui stiamo girando fin dall’inizio: che cos’è esattamene un divenire?

D – Comunque il ’68 è l’irruzione del divenire.  E tu hai avuto un divenire rivoluzionario in quel periodo? Così come si ha un’idea?

GD – Divenire rivoluzionario…Basta il tuo sorriso a far pensare che c’è dell’ironia. Ma dimmi allora cosa vuol dire essere di sinistra? È ben più discreto che divenire rivoluzionario…

D – no, appunto, fammi porre diversamente la domanda. Come te la cavi fra il tuo senso civico, di persona di sinistra, che vota… eil tuo divenire rivoluzionario? E cos’è per te essere di sinistra?

GD – Sì. Guarda penso che non esista un governo di sinistra. Anche qui non ci si deve meravigliare.  Il nostro governo che dovrebbe essere di sinistra non lo è. Non è che i governi siano tutti uguali.  Quello che si può sperare nel migliore dei casi  è un governo favorevole a certe esigenze o istanze della sinistra. Ma un governo di sinistra non esiste, perché la sinistra non è questione di governo. Se mi si chiede come definire la sinistra, essere di sinistra, direi due cose.  Ci sono due modi, E anche qui…è innanzitutto una questione di percezione.  C’è una questione di percezione: cosa vuol dire non essere di sinistra? È un po’ come un indirizzo postale. Partire da sé, la via dove ci si trova, la città, lo Stato, gli altri Stati e sempre più lontano.  Si comincia da sé nella misura in cui si è privilegiati, vivendo in paesi ricchi, ci si chiede: come fare perché la situazione tenga?

È chiaro che ci sono dei pericoli, che tutto questo non può durare, che è demenziale. Bene, ma come fare perché duri? Si dice : «I cinesi sono lontani, ma come fare perché l’Europa duri ancora».

Essere di sinistra è il contrario. È percepire…si dice che i giapponesi percepiscano così. Non percepiscono come noi, ma percepiscono prima di tutto la circonferenza. Dunque direbbero: il mondo, il continente, mettiamo l’Europa, la Francia,  la rue Bizerte…io. È un fenomeno di percezione.

Si percepisce innanzi tutto l’orizzonte, si percepisce all’orizzonte.

D – Non è che siano così a sinistra i giapponesi…

GD – Non per generosità…Quest’obiezione non è un motivo. Su questo sono a sinistra. In questo senso dell’«indirizzo», dell’indirizzo postale sono a sinistra.

Vedi prima di tutto all’orizzonte. E sai che non può durare. È impossibile  che questi miliardi di persone che crepano di fame…Può durare ancora cento anni, non so, ma non si deve esagerare…è l’ingiustizia assoluta. Non è tanto in nome della morale. È in nome della percezione stessa. Se si comincia dal limite, ecco si è di sinistra…e in un certo modo di aspira…si capisce che sono quelli i problemi da risolvere.  E non significa semplicemente: «bisogna diminuire le nascite». È un modo di conservare il privilegio dell’Europa, niente di più. Bisogna veramente trovare le soluzioni, i concatenamenti mondiali…essere di sinistra è sapere che i problemi del terzo mondo sono più vicini a noi dei problemi del nostro quartiere. È veramente una questione di percezione, non di anime belle, no. Prima di tutto è questo per me, essere di sinistra. E in secondo luogo significa essere di natura…o piuttosto divenire, è un problema di divenire. Non smettere mai di divenire minoritari.  La sinistra in quanto tale non può mai essere maggioritaria. E per un motivo semplice, la maggioranza presuppone, anche quando si vota…non è solo una maggioranza che vota per una cosa.  La maggioranza presuppone un’unità di misura. In occidente questa misura che ogni maggioranza presuppone, è «uomo», «adulto», «maschio», «cittadino urbanizzato». Ezra Pound, Joyce hanno detto cose simili. Perfettamente. È l’unità di misura. Ora chi possiede la maggioranza, per natura, è chi in un dato momento…o l’insieme che in quel dato momento realizzerà l’unità di misura. Cioè l’immagine presupposta dell’adulto, maschio, cittadino urbanizzato. A limite si può dire che la maggioranza non sia mai nessuno.  Non è mai nessuno, è un’unità di misura vuota. Semplicemtne diverse persone, un massimo di persone si riconoscono in un’unità di misura vuota. Ma in sé la misura è vuota, l’uomo maschio…E le donne contano o intervengono in questa maggioranza, oppure in minoranze secondarie, in rapporto a questa misura.  Ma cosa c’è d’altro….tutti i divenire sono dei divenire minoritari.  Anche le donne non sono un dato di fatto. Non sono donne per natura. Hanno un divenire donna.  Le donne devono divenire donna come gli uomini hanno un divenire donna.

Parlavamo prima del divenire animale. I bambini hanno un divenire bambini, non sono bambini per natura.  Tutti questi divenire sono divenire minoritari.

D .-  solo gli uomini non hanno un divenire uomini…è dura.

GD –  ah no, perché sono una misura maggioritaria.

D – è vuota

GD – l’uomo maschio adulto non ha alcun divenire. Può divenire donna ma allora si impegna nei processi minoritari.

La sinistra è l’insieme dei processi di divenire minoritario.

Per definizione nessuno è maggioranza , tutti sono minoranza.  Questo è essere di sinistra, sapere che tutti sono minoranza. Ed è qui che si danno i fenomeni del divenire. Per questo non c’è pensatore a non aver dubbi sulla democrazia, su ciò che chiamano elezioni. Sono cose risapute….

D – allora, «H» come «histoire», storia della filosofia.