Fernand Braudel, Napoli capitale d’Italia

A proposito di Capitale d’Italia, e di alcune buone ragioni per trasferirla da Roma a Napoli

 

“Grazie all’orgoglio aristocratico e alla timidezza dolorosa, Londra non è che una popolosa collezione di eremiti: non è una capitale. Vienna è solo un’oligarchia di duecento famiglie circondate da centocinquantamila artigiani o domestici che li servono: neppure quella è una capitale. Napoli e Parigi sono le due sole capitali.”  (Stendhal, 1822)

NAPOLI

secondo Fernand Braudel

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Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d’oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell’astuzia necessarie.

Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell’Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era – e di gran lunga – , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all’altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?

Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa…..Non dimentichiamolo, essa sarà l’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente.

Ma l’errore dell’Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità….Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.

Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di “vetrina del Sud” e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d’aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull’intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.

Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.

Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione. Pensiamo al suo abbagliante Settecento – che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni – in cui essa dona all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere – ne è testimone Galiani – alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.

Questo non è che passato? Forse. Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.

E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti…..Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma…..

Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poichè non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data.

Articolo sul Corriere della Sera, 1983

La terza autodistruzione dell’Europa a guida tedesca – Emmanuel Todd

La crisi greca rivela la frattura fra l’Europa del Nord e quella del Sud

 

 

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via http://www.herodote.net/index.php

Traduzione & editing : vincent

 

 

In un’intervista molto dura al giornale belga Le Soir del 10 luglio, lo storico e antropologo francese Emmanuel Todd ha denunciato la risposta autoritaria e suicida di Berlino e Bruxelles alla crisi greca:

« L’Europa è diventata un sistema gerarchico, autoritario, “austeritario”, a guida tedesca…E’ un’Europa controllata dalla Germania e dai suoi satelliti baltici, polacchi, etc….Tsipras sta probabilmente polarizzando questa Europa del Nord contro l’Europa del Sud”.

“Il lato tragico della situazione è che l’Europa è un continente che nel corso del XX secolo, in modo ciclico, si suicida sotto la guida tedesca. C’è stata prima la guerra del 1914, poi la Seconda Guerra Mondiale. A quel punto il continente diventa molto più ricco, pacifico, demilitarizzato, vecchio, artritico. In questo contesto rallentato, come al ralenti, si sta senza dubbio per assistere alla terza autodistruzione dell’Europa, e di nuovo sotto la guida tedesca…”

La crisi greca mette in rilievo le profonde differenze fra le due Europe, la cui opposizione culturale è « anch’essa antica come l’Europa »:

I Paesi del Sud sono realmente influenzati dall’universalismo romano, dunque istintivamente dalla parte di un’Europa ragionevole, cioè di un’Europa la cui sensibilità non è autoritaria e masochista, che ha compreso che i piani di austerità sono autodistruttivi e suicidi…Al contrario, i paesi del Nord sono piuttosto centrati sul mondo luterano – comune ai due terzi della Germania, a due paesi baltici su tre, ai paesi scandinavi – a cui si aggiunge il satellite polacco – Polonia cattolica ma mai appartenuta all’impero romanoe i socialdemocratici sono impiantati nelle zone protestanti della Germania. Ancora di più al nord, ancora più opposti ai “gaudenti cattolici” del sud…

Secondo Todd, “l’Euro è il buco nero dell’economia mondiale”, e se la Grecia uscisse dalla zona euro ciò mostrerebbe agli altri paesi che ne uscirebbe molto meglio senza di esso, a maggior ragione perché vi sono tanti altri interessati a rimetterla in sesto, “a cominciare dagli Americani”.

 

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E il ruolo della Francia in questa frattura nord-sud?

Per lo storico francese, “i due terzi della Francia profonda sono dalla parte dell’Europa del Sud”. François Hollande deve imporsi e sostenere i Greci, altrimenti si ripeterà la storia del regime del maresciallo Pétain:

Per Hollande è il momento della verità. Se lascia cadere i Greci, finisce storicamente dalla parte dei socialisti che hanno votato i pieni poteri al maresciallo Pétain. Se i Greci vengono massacrati in un modo o nell’altro con la complicità e la collaborazione della Francia, allora si saprà che al potere c’è la Francia di Pétain”.

Quel che s’è visto dal 2011 è l’incredibile ostinazione delle élites europee – e in particolare delle élites francesi neo-vichyste, un misto di zombies cattolici, banchieri e spregevoli alti funzionari – di voler far durare questo sistema che non funziona…L’Europa si è ostinata in un’incredibile attitudine di scacco economico che evoca infatti un elemento di follia”.

 

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(intervista a cura di William Bourton, http://www.herodote.net/Todd_On_assiste_a_la_3e_autodestruction_de_l_Europe_sous_direction_allemande_-article-1513.php)

 

 

 

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Grecia : 5 ragioni per un’Altra Europa – Etienne Balibar

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Come i Greci nella stragrande maggioranza, anche i Francesi sono per la costruzione europea, ma la vogliono del tutto differente.

Etienne Balibar, filosofo, 7 luglio 2015

http://www.liberation.fr/debats/2015/07/07/les-raisons-de-la-passion-francaise-pour-la-grece_1345074

Perché i francesi seguono con tanta passione i passaggi successivi della “crisi greca”, come se ne dipendesse la loro propria sorte? Ma perché ne dipendono. Ciascuno di noi ha le sue ragioni personali, professionali, intellettuali. Ma la ragione di fondo è politica: è l’attualità della politica, la sua resistenza alla “governance”, la sua capacità di riconquistare il posto che essa deve occupare in una società di uomini liberi.

Ecco cinque ipotesi, che ritengo condivisibili, ma di cui sono l’unico responsabile.

 

(traduzione: vincent)

 

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La prima è che i cittadini francesi (e altri) hanno seguito con passione la lotta intelligente, ostinata, coraggiosa, di un governo e dei suoi dirigenti, decisi a rispettare il mandato di cui erano stati investiti. Abbiamo capito progressivamente che l’obiettivo delle “istituzioni” e della “grande coalizione” che governa in questo momento l’Europa non era di far uscire la Grecia dalla catastrofe nella quale l’hanno condotta i “piani d’aiuto”, né di aiutarla a riformare le sue strutture “corrotte”, ma di costringerli a una rinuncia umiliante, affinchè l’esempio non si diffondesse a macchia d’olio. In occasione del referendum, essi hanno capito che le informazioni diffuse da Bruxelles, dall’Eurogruppo, etc., e in gran parte ricambiate dalla nostra stampa, erano false, distorte. C’erano delle alternative!

La seconda, è che essi stanno prendendo le misure del problema di riattivare la democrazia, da cui dipende la legittimità dei poteri che ci rappresentano in ciascun paese e in Europa. I greci danno un esempio e pongono un problema, al quale, certo, essi non possono apportare da soli delle soluzioni. L’argomento martellato da settimane: “La volontà popolare di una nazione non può prevalere contro i trattati”, è divenuto: “Essa non può prevalere contro la volontà delle altre 18 nazioni”. E’ vero. Occorrerebbe infatti che anche queste vengano consultate, nelle forme attive che vengono messe in opera da Tsipras e dal suo governo. Il livello di esigenza democratica sta per montare in Europa.

 

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La terza, è che i greci incarnano un’autentica modalità di sinistra nell’opposizione all’orientamento dominante della costruzione europea. Essi fanno a pezzi lo stereotipo del “populismo” (o degli “estremismi”, che sarebbero confusi in una stessa demagogia e una stessa ostilità di principio alla costruzione europea). Tsipras è pro-europeista e contro la politica della finanza. Non abbiamo nulla di questo in Francia, dove la contestazione si rivolge piuttosto verso il Fronte Nazionale. Questo ci interessa e ci interroga.

Di qui la terza ragione : quale politica di sinistra oggi?

Quale discorso, quali pratiche militanti, quali obiettivi per una sinistra degna di questo nome nel XXI° secolo?

In Francia viviamo un momento deprimente, fra una sinistra associata al liberismo dominante, dimentica di tutti i suoi impegni, e una “sinistra della sinistra” divisa, spesso chiacchierona o esitante. Guardiamo verso Syriza, o verso Podemos, per cercare ispirazione, ma sarebbe meglio parlare di emulazione, perché non c’è un modello traducibile all’identico.

 

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La quarta ragione: la resistenza di Syriza ai diktat omicidi della troika, la lotta che essa deve attualmente condurre (in quanto il referendum non risolve niente, non fa che spostare qualche carta e acuire la posta in gioco), prova che l’economia comporta delle scelte. E’ essa stessa una politica. La grande maggioranza degli economisti (compresi quelli del FMI) sa che occorre ristrutturare il debito, e uscire dall’austerità. Ma la grande questione è lo sviluppo concertato e solidale delle società del continente. Syriza pone questo problema con forza. In una Francia che scivola verso il declino e l‘ingiustizia, questa questione risuona con forza.

 

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Ultima ma non minore, Tsipras con il suo governo e con il suo popolo hanno detto chiaramente che il loro obiettivo non è la fine dell’Europa (verso la quale al contrario ci precipitano il dogmatismo e l’ostinazione dei nostri “dirigenti” attuali), ma la sua rifondazione su nuove basi. Il “momento costituente” di cui alcuni di noi hanno parlato dopo l’inizio della crisi è proprio davanti a noi. Esso non ha però modo di materializzarsi se non a patto che l’opinione pubblica in tutto il continente cambi parecchio, e molto velocemente, anzitutto per evitare il Grexit (l’espulsione di una nazione fuori della UE), e poi per porre la questione: quale Europa? Per chi? Con quali mezzi? Come i greci nella stragrande maggioranza, noi siamo per la costruzione europea, ma la vogliamo molto diversa. Noi sappiamo che è un’occasione da non perdere. Grazie Aléxis Tsipras di avercela data.

 

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Syria mon amour – Il cinema di Mohammad Malas

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“Per la prima volta nella storia dell’umanità, la destra estremista religiosa – islamica, cristiana ed ebraica – domina un’epoca e trasforma le differenze tra civiltà in scontri di forza e di fede. Una destra che disconosce l’altro e, per interessi economici e ideologici, cerca di cancellarlo completamente”

Mohammad Malas è un regista siriano che nei suoi films ha raccontato spesso le città siriane come luoghi d’azione, ma anche come luoghi perduti, delle sue storie, in una Siria schiacciata fra la censura di regime, le tendenze integraliste e oscurantiste e il funesto interventismo americano (e israeliano) in tutto il Medio Oriente. Nella finzione cinematografica viene recuperato quello che nella realtà è andato letteralmente perduto, come ad esempio la sua città natìa di Quneitra, devastata dagli israeliani.

Dopo gli inizi negli anni ’70 come documentarista nella TV siriana (Sogno di una piccola città, Quneitra 74, La memoria), nel 1980-81 cominciò a girare un film-documentario, Il sogno (“al-Manam”) sui campi di rifugiati palestinesi in Libano, (Sabra, Shatila, Bourj el-Barjneh, Ain al-Hilweh, Rashidieh), nel quale chiede ai rifugiati di parlare dei loro sogni. Interrotto dal massacro di Sabra e Shatila del 1982, il film uscì nel 1987, e venne premiato al Festival Internazionale dell’Audiovisivo di Cannes.

Nel frattempo diresse il suo primo lungometraggio, Sogni della città (“Ahlam al-Madina”, 1983), premiato ai festivals di Valencia e Cartagine. Nel 1992 uscì il suo secondo lungometraggio, La notte (“al-Lail”), film autobiografico ambientato a Quneitra negli anni fra il 1936 e la guerra arabo-israeliana del 1948. Primo premio al Carthage Film Festival, il film venne vietato in Siria fino al 1996. Il suo terzo film, Passione (“Bab al-Makam”) uscì nel 2005. Infine, Scala per Damasco, del 2013.

In questa intervista del 2005 (riportata per ampi stralci) Malas parla della produzione dei suoi film, della Siria, della censura, dell’Islam e dei conflitti mediorientali. Tutto ciò che è accaduto dal 2011 ad oggi si può dire che era in nuce già allora, e si riflette nei suoi film.

 

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Intervista a Mohammad Malas, a cura di Silvia Veroli, pubblicata in Alias – supplemento settimanale de ilManifesto, 8 gennaio 2005.

 

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A che punto si trova con la lavorazione di Passione?

…L’idea di questo film ha avuto inizio leggendo in un giornale siriano la notizia di una donna uccisa dalla sua famiglia perché sospettata di avere un amante; sospetto nato dalla constatazione che la donna amava la musica e le piaceva cantare. Mi è sembrato che questo orrendo crimine, questa violenza fornissero diverse importanti indicazioni per un’analisi dell’anatomia dell’odierna società siriana. Ho sentito che quello era il soggetto che volevo trattare. Nelle riprese ho cercato di disegnare, attraverso la storia di questa donna, un “ritratto” della società siriana all’indomani dell’ultima guerra americana in Iraq. Nei miei film precedenti costruivo l’immaginario cinematografico avendo l’”evento generale” quale colonna portante degli avvenimenti nel film. In questo invece ho voluto che la storia della donna e della sua uccisione fossero la colonna portante degli eventi generali che formano l’ambiente, lo sfondo metaforico del film.

Come luogo d’azione ho scelto la città di Aleppo (Halab) – nota in passato per la sua tradizione musicale e canora – per illustrare i cambiamenti avvenuti in Siria, cambiamenti che hanno portato a vedere nel canto un’ambiguità morale che può spingere fino all’estrema punizione. L’uso della camera digitale mi ha permesso di operare con libertà e agilità nel raccontare questa storia, nel rappresentare una società dominata da una mentalità conservatrice e reazionaria nei suoi valori e idee, e nel raccontare un paese in cui l’opposizione politica scompare in prigione nel momento in cui è minacciato dalla guerra. Ho voluto che questo racconto fosse il più vicino possibile a un documentario, e che apportasse una certa riflessione e bellezza; il digitale mi è stato d’aiuto in questo tentativo di rinnovare il linguaggio espressivo cinematografico…
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Nel 1984 ha girato l’opera prima, un film toccante, Sogni della città, in cui offriva, con la rappresentazione del cuore pulsante della città, anche quella del particolare periodo politico di quegli anni…

Quando nel film Sogni della città andai indietro agli anni ’50, riesumando quell’epoca attraverso la città di Damasco, il mio obiettivo era dire che quei sogni da noi allora vissuti, apparivano ormai sogni frantumati…intendo quella pulsione allora dominante la vita politica cittadina in quel periodo di democrazia. Ciò che mi spinse ad andare indietro a quegli anni fu la sensazione che Damasco, all’epoca della realizzazione del film, avesse perso la libera brillantezza politica allora presente nella vita quotidiana della popolazione, e perso lo spazio di vita comune che aveva trasformato il conflitto politico in scontro democratico e aveva fatto sognare alla gente di ogni classe sociale il cambiamento e il progresso. Questo è quanto rievocavo da quell’epoca con una certa nostalgia.

 

Hanno definito la sua opera epico-didattica…

Ho compiuto un lavoro epico-didattico?! Non so! Ma ho tentato di realizzare la “saga” sociale di una città che cominciava a perdere l’anima epica e il diritto allo scontro democratico quando il regime politico iniziò a farla entrare di forza in una “uniforme prefabbricata”.
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E quali sono i sogni della città di Damasco oggi? Come sono cambiati?

La risposta a questa domanda è latente nella sceneggiatura di un nuovo film a cui sto lavorando e che spero di poter girare nel 2005. E’ una sceneggiatura su quello che è successo a Damasco dopo la frantumazione dei sogni…Racconta la storia di un medico che esce da una prigione per politici dopo avervi trascorso 17 anni; parla del suo mondo interiore dopo che la detenzione ha distrutto i suoi ideali, sogni e aspirazioni. Il medico prova a vivere in una città totalmente mutata durante la sua assenza, in un clima generale dominato dal piano americano per il “ridisegno della mappa del medio oriente”, e dalla sfida che la Siria deve affrontare avendo le forze d’occupazione americane sulla sua frontiera est e le forze d’occupazione israeliane su quella sud. Questo ritorno a Damasco è privo d’ogni nostalgia per un tempo e per un luogo…perchè stabilire un rapporto con la realtà è diventato troppo difficile, impossibile.

 

Le sue pellicole mostrano una notevole abilità di montaggio. Sembra riservare a questa fase un’attenzione particolare…conferma quest’impressione?

Certamente, ritengo il montaggio uno strumento tecnico molto importante. La fase del montaggio è il momento cruciale nel dare la forma a ciò che si vuole rappresentare. Per me, il montaggio costituisce la terza “scrittura” del film, dopo quella letteraria e le riprese…Tutti i miei film non sono altro che dei tentativi di rompere la sensazione di estraneità che provo in relazione al mio paese. E’ stato questo sentimento a spingermi a fare dei film che cercano di mettere in luce quello che in questa realtà è andato perduto. In Sogni della città (1984) ho cercato di ritrovare il tempo perduto, cioè quel periodo di democrazia vissuto in Siria negli anni ’50. Nel film La notte (1992) ho cercato di ritrovare il luogo perduto, il luogo privato della mia memoria personale, vale a dire la città di Quneitra, che è stata distrutta dagli israeliani. Così nel film ho ricostruito la città, laddove mi è impossibile ricostruirla nella realtà. Nel tentativo di girare un nuovo film dal titolo Un’altra volta imbrogliati, non ancora realizzato per motivi di censura e produzione, cercherò di ritrovare l’anima libera persa nella vita della gente. Questo progetto costituisce la chiusura di una trilogia cinematografica.

 

Dunque la censura in Siria è un ostacolo reale…

Sì, la censura è un problema fondamentale. La legge non impedisce la realizzazione di film al di fuori del settore pubblico, però è un’impresa ardua. Per cui la sceneggiatura si piega alla censura per ottenere il permesso di girare il film, dopodichè la censura visiona il film per concedere il permesso di distribuzione nelle sale cinematografiche…

 

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Dopo l’11 settembre, i mutati scenari politici hanno portato a una maggiore attenzione per l’Islam e la sua cultura, ponendo gli intellettuali della zona in una posizione particolare, non semplice…

Ritengo che l’11 settembre (e lo affermo col massimo tributo e rispetto alla memoria delle vittime umane), sia una storica messa in scena americana che ha innescato un conflitto con quelle stesse forze fondamentaliste create, addestrate militarmente e preparate, dal punto di vista organizzativo, dagli Stati Uniti d’America nella loro guerra contro l’URSS…così come avevano contribuito alla creazione della rete economica per il finanziamento dell’organizzazione Al Qaeda, attraverso il denaro del petrolio saudita e del Golfo…C’è stata una rivolta della magia contro il mago…e noi dobbiamo ancora una volta farne le spese. Prima dell’11 settembre l’interesse per la cultura islamica rientrava nel normale ambito d’interessi e scambi. Può essere che la cultura islamica avesse meno fortuna nell’interesse generale, o che il suo diritto a interessare fosse come pregiudicato rispetto a quello di cui godono altre culture…Tuttavia questa disparità è dovuta anche a motivi correlati all’arretratezza di cui soffrono la maggior parte dei paesi islamici, all’incapacità da parte di questi paesi di essere presenti e partecipare culturalmente nella vita moderna. L’interesse per la cltura islamica è aumentato dopo l’11 settembre, ma non da un punto di vista culturale bensì da una prospettiva ideologica, arretrata e violenta, che non ricerca la comprensione ma il rifiuto. Questo accresce le difficoltà, i compiti e le questioni che si pongono agli intellettuali islamici e a tutti quegli intellettuali originari di paesi appartenenti alla civiltà islamica…L’11 settembre, che ha offerto alla destra religiosa americana – tradizionale alleata della destra sionista in Israele – l’occasione di egemonizzare la politica degli Stati Uniti, ha portato a un’esplosione di violenza illimitata….Sfortunatamente per la civiltà moderna, la destra estremista religiosa – sia essa islamica, cristiana o ebraica – domina quest’epoca. Una destra che trasforma le differenze fra civiltà in scontri di forza e di fede, che disconosce l’altro, che per i suoi interessi economici e ideologici cerca di distruggere l’altro, di cancellarlo. Mi sembra che tutto ciò non abbia precedenti nella storia dell’umanità fin dall’apparizione delle diverse civiltà sulla terra.

Paura in città

 

paura-nella-citta-dei-morti-viventi-T-lYiUS7Chi l’avrebbe mai detto fino a qualche anno fa? Fino a settembre 2011 per il Banana i ristoranti erano pieni, Sharm el-Sheik pure, e gli italiani erano allegri, spensierati, spendaccioni, un po’ mucillagine, poltiglia inerte, secondo il Censis…La storia si ripete…La paura del disfacimento, della putrefazione, del contagio genera ossessioni di igiene totalitaria: pulizia, disinfestazione, derattizzazione…filo spinato…muri…

 

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“Nessun segno di riflusso allora…”

“Sì, qualcosa che ha a che vedere con la paura. La gente non sa cosa succederà domani. Quindi si rinchiude in se stessa e conserva ciò che è riuscita ad accumulare fino a oggi. In America, come nel mondo, non ci sono più leader. Non c’è più nessuno a cui la gente possa guardare dicendo: “quello ha ragione”. Forse a Cuba esiste ancora qualcosa del genere…Forse sarebbe diverso se Kennedy fosse vivo. La paura è malattia: la middle class tende a diventare fascista. Negli anni Trenta le Unions (i sindacati) erano di sinistra, gli operai erano di sinistra. Oggi la classe operaia è diventata middle class e le Unions sono di destra. Oggi gli unici radicali che continuano a lottare sono le donne e gli omosessuali, anche i neri oggi sono diventati middle class”

Jerry Schatzberg, regista di Panico a Needle Park, Lo spaventapasseri, La seduzione del potere, L’amico ritrovato; intervista in Hollywood 1969-79, Marsilio

 

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Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 2)

http://Kurdistan2   Perchè la lotta contro il terrorismo del califfato passa per la rimessa in discussione delle stesse fondamenta dell’islam sunnita, e non soltanto attraverso la designazione di “buoni” o “cattivi” mussulmani

 

Il caos siriano è divenuto l’epicentro di un conflitto ormai globalizzato che oppone mussulmani sunniti e sciiti, e il nazionalismo all’utopia califfale dalle ambizioni planetarie.

 

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Estratto da “Le chaos syrien”, di Randa Kassis e Alexandre del Valle, pubblicato da Dhow éditions, 2014. Traduzione: vincent.

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Read more at http://www.atlantico.fr/decryptage/pourquoi-lutte-contre-terrorisme-califal-passe-remise-en-cause-fondements-memes-islam-sunnite-et-pas-seulement-pas-designation-1876422.html#GHiEq4XqJ1DtmDv3.99

fark_XdaS0kneqo274xCJQZB2LMZpI4wCombattenti kurde

Tornando alla problematica dell’islamismo radicale in antitesi al nazionalismo arabo militarista, è tempo di uscire dal dilemma sterile e manicheo che non lascerebbe altra scelta, come in Algeria o in Egitto, che entro “la peste del nazionalismo sradicatore” e “il colera dell’islamismo jihadista”. Era d’altronde quello l’obiettivo principale dei primi rivoluzionari arabi attivi sulle reti sociali e avidi di libertà, di giustizia, di laicità e di democrazia…prima che gli adepti del totalitarismo verde (islamico) non rubassero loro le loro rivoluzioni.

Noi pensiamo tuttavia che l’Inverno islamista, succeduto alla Primavera araba, non abbia affatto la vocazione di durare in eterno. Non è una fatalità o un flagello irreversibile. In primo luogo, perché la storia accelera e perché “il peggio non è mai inevitabile”; in secondo luogo, perché la follia totalitaria degli islamisti (sia jihadisti salafiti che Fratelli mussulmani eletti democraticamente in Egitto, Marocco o Tunisia) ha già contribuito a “vaccinare” numerosi Arabi che finiranno, secondo noi, per uscire prima o poi dalla loro ibernazione oscurantista e dalla loro passività nei confronti del “fascismo teocratico” di cui sono le prime vittime. Dopo aver provato o subito la soluzione islamica, le masse arabo-mussulmane prenderanno coscienza infatti che l’islam politico non è necessariamente più virtuoso e benefico della dittatura nazionalista o dei malvagi valori occidentali..

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http://www.dailymail.co.uk/video/news/video-1189780/EXCLUSIVE-Syrian-women-escape-ISIS-tear-robes.html

 

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Come si è visto lungo questo saggio, la situazione che predomina attualmente nei paesi arabo-mussulmani – e a maggior ragione in Siria – è, certamente, sotto numerosi aspetti, inquietante, sia dal punto di vista dell’avanzata democratica – inesistente nella maggior parte dei paesi, ad eccezione della Tunisia e in minor misura il Marocco – sia da quello della sicurezza e della pace. In numerosi paesi infatti (Libia, Siria, Yemen, Irak, Somalia, Mali, Giordania, paesi del Golfo, etc.) gli islamisti più fanatici riempiono il vuoto dello Stato. Essi promettono di rovesciare i poteri taghut (“false divinità”, tutto ciò che non è Allah) in piazza. E dopo la cosiddetta “Primavera araba”, il “terrorismo califfale” non è mai stato così bene. Numerosi esperti prevedono scenari molto pessimisti, ivi compreso quello di una rimessa in discussione delle frontiere del Medio-Oriente e dell’equilibrio instaurato dopo la caduta dell’Impero ottomano che fece nascere numerosi Stati nella regione in conformità alla spartizione degli accordi di Sykes-Picot. E’ vero che il mondo arabo-mussulmano è sempre prigioniero della sua “tentazione oscurantista” e che la soluzione islamica non è ancora stata provata in un numero sufficiente di paesi tanto da convincere la gente ad allontanarsene massicciamente nella misura in cui la prova dei fatti aumenta il suo discredito.

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  Una nuova generazione di intellettuali anti-oscurantisti e laici

 

Ma dei segni precorritori non erronei ci danno alcune ragioni di speranza per il futuro. I blogs arabi, molto frequentati dalla generazione dei rivoluzionari all’origine della Primavera araba, le prese di posizione di intellettuali, giornalisti e anche di politici lasciano intravedere da alcuni mesi una autentica luce di speranza, tanto la parola, laica, progressista, liberale o riformista non cessa di liberarsi in reazione alla barbarie islamista. Le gesta mostruose dei fanatici di Da’ech non devono ispirare soltanto gli scenari catastrofisti, perché i tagliagole jihadisti, che nel quadro della loro strategia di siderazione (“fascinazione”, “stupore”) diffondono i loro atti atroci, rivoltano ancor più mussulmani di quanti non ne affascinano.

Certo, ottengono di suscitare ancora molte adesioni. Ma la barbarie verde commessa in nome della concezione totalitaria dei salafiti e della loro interpretazione del Corano e della sharia ha già cominciato a provocare in numerosi paesi arabi e mussulmani e in seno all’intellighentsia araba illuminata non solo disapprovazione e indignazioni – spesso sterili, perché non seguiti da soluzioni di fondo -, ma anche tutta una corrente di riflessione critica “islamicamente scorretta”, cosa che è ancora più incoraggiante e profonda. Questa nuova scuola di pensiero critico, che non è soltanto incarnata da laici o atei militanti, ma anche da credenti riformisti decisi a “riaprire le porte dell’ ijtihad” dell’islam sunnita – ahimé sclerotizzato e bloccato dal X° secolo -, non si contenta più come prima di apostrofare gli estremisti violenti accusandoli di essere “l’inverso dell’islam” o dei “cattivi mussulmani”. Non è più solamente declamatorio e formale. Osa ormai puntare il dito e criticare le fondamenta stesse dell’islam sunnita-ortodosso sclerotizzato, di cui tutta una scolastica classica che giustifica teologicamente la violenza e l’inferiorità degli “infedeli” serve (purtroppo ancora oggi) come fonte di legittimazione agli sgozzatori che hanno prestato fedeltà al califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, alle diverse branche rivali di Al-Qaeda, a Hamas o altri movimenti jihadisti (Boko Haram, Chebab, etc.). tumblr_ndrevmyPXx1qkhca0o1_500     Evidentemente, l’islamismo jihadista non è sorto dal nulla. Non proviene né dal buddismo, né dall’ebraismo, né dall’induismo, né dal cristianesimo. Viene dall’islam sunnita e più precisamente da una corrente che è purtroppo dominante e ufficiale nei paesi sunniti del Golfo. Non è mai stata denunciata nei suoi fondamenti teologici e nelle sue fonti canoniche da coloro che controllano i luoghi santi (haramain) dell’Islam, a cominciare da questo strano paese produttore di fanatismo che è l’Arabia Saudita. Non è una semplice “reazione” all’ingiustizia dei “satana” Israele o Stati Uniti, ma “una malattia che incancrenisce il corpo stesso dell’Islam” (Soheib Bencheikh) già da secoli, prima ancora della creazione stessa degli Stati Uniti e di Israele, e prima della colonizzazione. Non viene quindi “dall’esterno”, ma dall’interno della Umma, purtroppo poco abituata a rimettersi in discussione e troppo spesso pronta a “gettare il bambino del progressismo con l’acqua dell’anticolonialismo revanscista”. E’ ugualmente evidente che non sarà distrutto nei suoi fondamenti teologici per mezzo di bombardamenti aerei che uccidono tanti civili innocenti, presi essi stessi in ostaggio come scudi umani da coloro che “preferiscono la morte alla vita”.

Secondo i nuovi pensatori del riformismo sunnita, soltanto una “desacralizzazione” (Abu Zeit, Soheib e Ghaleb Bencheikh, etc.) e una rimessa in discussione di alcune fondamenta teologiche dell’islam sunnita (in particolare hanbalita, purtroppo al potere in Arabia Saudita) potranno permettere di vincere i tagliagole jihadisti che si appoggiano (lo si voglia o no) in parte su alcuni testi canonici legali mai riformati e sfortunatamente sempre insegnati nelle moschee dei grandi paesi mussulmani adepti dell’ortodossia sunnita.

Non bisogna mai perdere di vista il fatto che gli stessi che fingono di combattere i terroristi islamisti a fianco degli Occidentali, in particolare il Qatar, il Kuwait, gli Emirati, o l’Arabia Saudita, applicano ufficialmente e distillano a casa propria e poi nel mondo intero una doxa islamica di ispirazione hanbalita-wahhabita-salafita – riferimento degli jihadisti – , che non è un’eresia, ma una corrente ufficiale del sunnismo riconosciuta dalle altre tre scuole sunnite, shafeismo, hanafismo e malikismo…   so tell me again

Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 1)

“Abbattere un tiranno non deve portare alla distruzione degli apparati dello Stato o dell’esercito. Ciò che è avvenuto in Iraq ci deve essere d’insegnamento: fare tabula rasa apre solo la strada alla disgregazione e all’affermarsi di milizie e tribù.”

(http://www.huffingtonpost.it/2015/05/25/isis-randa-kassis-il-mondo-ci-aiuti)

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Il caos siriano

Perchè gli Occidentali fanno tanto fatica ad ammettere che la ribellione sunnita siriana era dominata dai fanatici

Estratto da Le chaos syrien“, di Randa Kassis e Alexandre del Valle, pubblicato da Dhow éditions, 2014. Traduzione: vincent.
Read more at http://www.atlantico.fr/decryptage/pourquoi-occidentaux-ont-eu-tant-mal-admettre-que-rebellion-sunnite-syrienne-etait-dominee-fanatiques-da-ech-jihadisme-2.0

Randa Kassis è una giornalista, scrittrice e antropologa siriana, nonché fondatrice del Movimento per una società pluralista (2012) e già membro del Consiglio nazionale siriano (2011-12), da cui è uscita a causa dell’influenza delle componenti islamiste eterodirette. Ha pubblicato due libri, Crypts of the Gods (2013), analisi antropologica della morale religiosa, e Le chaos syrien (2014).

Alexandre Del Valle è un noto studioso di geopolitica. Editorialista a France Soir, insegna Relazioni Internazionali all’Università di Metz, ed è ricercatore associato all’Institut Coiseul. Ha pubblicato diversi libri sui Balcani, sulla Turchia e sul terrorismo islamico, fra cui Le Chaos Syrien, printemps arabes et minorités face à l’islamisme (Editions Dhow 2014), Pourquoi on tue des chrétiens dans le monde aujourd’hui ? : La nouvelle christianophobie (éditions Maxima), Le dilemme turc : Ou les vrais enjeux de la candidature d’Ankara (Editions des Syrtes) et Le complexe occidental, petit traité de déculpabilisation (Editions du Toucan).

 

DEL VALLE intv

 

Il modus operandi dell’Isis, o del “jihadismo 2.0”

Il modus operandi dei jihadisti di “ultima generazione”, fan dei Mohammed Merah o di Mehdi Nemmouche, è sempre lo stesso: prima di essere sgozzato e poi decapitato in diretta, il cattivo “infedele” viene costretto a pronunciare un breve discorso colpevolizzante e umiliante per sé e per il suo campo. Come un virus lanciato dalla bocca del sacrificato, il messaggio funebre consiste nel rendere responsabili della sua triste sorte non i barbari islamici che giocano a calcio con le teste mozzate – al contrario, presentati come “vittime” dei “crociati” – ma il suo campo occidentale, colpevole di “aggredire i mussulmani”.

Il doppio obiettivo non è dunque quello di uccidere per uccidere, che ci riporterebbe a sottovalutare le leggi del terrorismo, ma piuttosto quello di provocare una “sindrome di Stoccolma” presso il pubblico terrorizzato, poi di suscitare una fascinazione lugubre in seno a una minoranza attiva di esseri umani ahimé affascinati dalla barbarie.

In effetti dobbiamo sempre tener presente che la guerra scatenata dal totalitarismo islamista è tanto psicologica e mediatica quanto militare o terrorista. L’estrema efficacia da marketing di queste insostenibili messe in scena non deve mai venir sottostimata o messa sul conto della semplice follia, perché questa strategia di siderazione (di choc emotivo, di stupefazione) spiega perché intere città e villaggi in Siria e in Irak siano stati conquistati dall’Isis molto spesso senza che i jihadisti avessero dovuto combattere (1).

Lo scopo degli sgozzatori del Da’ech (Isis) è anzitutto quello di minare il morale del nemico e di far parlare di sé stessi grazie al potere moltiplicatore quasi infinito delle reti sociali (dei social networks). Questa strategia di guerra semantica e psicologica è fondata su vecchi metodi conosciuti da tutti i manipolatori-disinformatori: siderazione della preda, capovolgimento semantico, rovesciamento dei ruoli, colpevolizzazione e demonizzazione dell’obiettivo e dei suoi alleati. Essa non deve essere soprattutto sottostimata dagli Occidentali, complessati e ricettivi agli argomenti di altri islamisti, apparentemente più “moderati”, che ci spiattellano la stessa propaganda sovversiva e colpevolizzante secondo cui ci sarebbe un “complotto occidentale” contro il mondo mussulmano. L’”islamofobia” degli Occidentali di oggi non avrebbe eguali, secondo un certo numero di “progressisti” affascinati dall’esotismo verde (Islam), come la giudeofobia di ieri che sboccò nella Shoah…Purtroppo, questa vulgata vittimista, carburante di tutti i totalitarismi, penetra da diversi decenni non solamente nei paesi mussulmani, ma anche nelle società occidentali che offrono d’altronde in pasto i propri cittadini mussulmani ai predicatori barbuti, essi stessi appoggiati e addestrati dai nostri strani “amici” del Golfo e altri “alleati” oscurantisti, fabbricanti di fanatici.

Come si può vedere in Siria, nei paesi arabo-mussulmani, in Occidente o altrove, le prime vittime della barbarie islamista, che comincia con il jihad del Verbo dei famosi “islamisti moderati”, sono i mussulmani stessi. Intimiditi, costretti a rispettare l’ordine della sharia e a marciare al passo della Umma, o molto semplicemente manipolati dal veleno del risentimento, queste prime vittime dell’islamismo radicale devono prendere coscienza che oggi i veri produttori di islamofobia sono gli islamisti stessi e le loro sanguinarie caricature jihadiste. D’altra parte, se questi ultimi credessero nella loro proprio propaganda nutrita di lotta contro l’islamofobia, non passerebbero il loro tempo a uccidere mussulmani, in Siria, in Irak, in Algeria, etc., o degli operatori umanitari occidentali, amici della loro civiltà, come questa sfortunata guida d’alta montagna, Hervé Gourdel, che è stato sgozzato in Kabilia il 24 settembre 2014 dopo essere stato venduto a dei terroristi algerini che lo hanno obbligato a dire: “Hollande, tu hai seguito Obama” , per rendere il governo francese responsabile del suo supplizio. Ma il peggio è che numerosi intellettuali – e non solamente masse passive sprovviste di strumenti d’analisi – cascano regolarmente in questo genere di trappole quando affermano che le prese di ostaggi e gli sgozzamenti di Occidentali in Siria, in Algeria, in Yemen, in Somalia, in Afghanistan, o in Irak, non sarebbero che la conseguenza delle “nuove crociate” occidentali contro i mussulmani.

 

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La Siria non è la Libia…

L’accecamento ideologico e psicologico descritto prima spiega perché numerosi Occidentali hanno avuto un grande malessere – fino all’avvento dello Stato islamico – la cui capitale è Raqqa in Siria – ad ammettere che la ribellione sunnita siriana è dominata, e ciò fin dall’inizio dell’insurrezione armata, da dei fanatici: la deriva jihadista della rivolta sunnita non sarebbe d’altronde, per molti di loro, che una “reazione” alla violenza primaria del regime di Bachar al-Assad. Da ciò, se si avesse avuto il “coraggio” di rovesciare il dittatore siriano e se si fosse messo lo Stato baathista in grado di non nuocere, la rivolta islamista sarebbe restata “ragionevole” e maggioritariamente “moderata”…

Smentita flagrante a questa visione ad un tempo naive e pericolosa delle relazioni internazionali fondata sul cambio di regime, i precedenti dell’Irak (2003) e della Libia (2011) hanno pertanto mostrato che il rovesciamento, con bombardamenti aerei mortali, di dittature che perseguono i loro oppositori islamisti, non ha mai avuto per effetto di rendere questi ultimi più pacifici, né ugualmente di calmare la loro collera che trova d’altronde sempre nuovi pretesti…Da ciò, e forti delle dolorose esperienze regionali passate, noi riteniamo che un intervento militare occidentale innescato fin dall’inizio dell’insurrezione anti-Assad, sarebbe stata controproducente e avrebbe al contrario accelerato il caos. Un simile intervento avrebbe, senza alcun dubbio, trovato in Siria una ben maggiore resistenza da parte dell’insieme della popolazione, e avrebbe probabilmente condotto, secondo l’esempio della guerra in Libia, all’instaurazione di un regime della sharia assai meno favorevole alle minoranze, al pluralismo e alla democrazia, che non il regime, certamente dittatoriale, del partito Baath e del clan Assad.

Certamente, l’instaurazione nella primavera scorsa (2014) dello Stato islamico (Da’ech) ha nettamente cambiato i dati e ha anche dissuaso gli adepti del cambio di regime…Gli Stati Uniti, la Francia e gli altri paesi della Coalizione internazionale impegnati in un’operazione militare di grande ampiezza contro l’Isis sembrano oggi concentrare i loro sforzi bellici non contro il regime siriano, ma contro la minaccia incarnata dallo Stato islamico, che ha stabilito il suo QG a Raqqa, nel centro della Siria, a 160 km da Aleppo.

Tuttavia, nel caso poco probabile in cui un intervento militare fosse comunque scatenato in seguito dalla coalizione per colpire il regime al fine di armare l’opposizione ‘moderata’, sotto copertura dell’instaurazione di una ‘zona di interdizione aerea’ come la propone la Turchia del sultano-presidente Erdogan, si tratterebbe in quel caso di un enorme errore strategico. Simile operazione, fortemente sollecitata dai nostri strani alleati sunniti del Golfo – che hanno finanziato la maggior parte dei gruppi islamisti sunniti radicali (Al-Nosra, Fronte islamico) – e dalla Turchia, ugualmente molto legata alle forze islamiste attive in Siria, ritornerebbe in effetti a rafforzare le brigate jihadiste più criminali e più efficaci sul terreno. Perchè queste compongono, già da molto tempo prima (ben prima dell’ascesa spettacolare del Da’ech) la schiacciante maggioranza della rivolta armata.

Il terrificante Stato islamico proclamato nel luglio del 2014 da Abu Bakr al-Baghdadi, alias califfo Ibrahim, che sogna di estendere il suo ubuesco ma non meno minaccioso califfato dalla Siria e dall’Irak al Libano, in Giordania, poi a tutta la regione, non è che uno – fra tanti altri – dei movimenti islamisti totalitari attori del caos siriano.

Tenuto conto della forte capacità di disturbo regionale del regime di Damasco, più che mai legato all’Iran e a Hezbollah, in grado di destabilizzare i vicini israeliani e libanesi, e prendendo atto della sua sbalorditiva capacità di resistenza di fronte alla minaccia jihadista, la ragione comanda di trattare il dossier siriano in modo più prudente e più realista, cessando in particolare di rigettare sistematicamente le proposte di buon senso dei Russi che, fin dall’inizio della crisi, avevano deplorato l’attitudine oltranzista dell’opposizione siriana e dei suoi padrini del Golfo o occidentali, che volevano escludere dai negoziati due attori imprescindibili: l’Iran e lo stesso regime siriano.

Dal 2011, la maggior parte delle cancellerie occidentali hanno in effetti escluso questi due protagonisti dai negoziati. Ciò ha creato un autentico squilibrio, perché le petromonarchie del Golfo, madrine wahhabite delle peggiori brigate jihadiste della rivolta siriana, avevano voce in capitolo e venivano ascoltate. D’altronde esattamente come la Turchia del neo-sultano-presidente Erdogan, membro della NATO, che ha sostenuto Da’ech e la maggior parte dei movimenti islamisti sunniti siriani fin dall’inizio dell’insurrezione…Le strategie dei nostri dirigenti occidentali – che hanno rigettato fin dall’inizio le proposte russe ed escluso l’Iran da qualsiasi discussione – erano sbagliate e votate allo scacco. Il loro dilettantismo non è estraneo ai pietosi risultati attuali e al fatto che nessuna soluzione negoziata di uscita dalla crisi sia stata possibile.

La posizione francese, lungi dall’essere originale, purtroppo si è accontentata grosso modo di seguire quella del presidente del Consiglio nazionale siriano (CNS), Georges Sabra, faccia “presentabile” dell’opposizione e oppositore cristiano laico storico, che si è in effetti accontentato egli stesso di dare il cambio alle posizioni dei Fratelli mussulmani (che dominavano il CNS), in particolare per quanto riguarda la richiesta di consegna macciccia di armi pesanti ai ribelli, in maggioranza islamisti, radicali o “moderati”, ciò al fine di permettere loro di travolgere il regime o di “riequilibrare le forze”. Tutti sanno che il risultato di una tale strategia fondata sul rovesciamento di Assad da parte delle forze jihadiste sarebbe inevitabilmente l’applicazione della sharia in un paese peraltro fortemente multiconfessionale ed eterogeneo. E’ chiaro che questa prospettiva sarebbe allo stesso tempo drammatica per le minoranze religiose, in particolare alawiti, cristiani, israeliani o sciiti, e irrealistica diplomaticamente, in quanto essa esclude d’ufficio qualsiasi negoziato con il potere che resta, lo si voglia o no, imprescindibile.
Certo, noi ascoltiamo le grida di indignazione di tutti coloro che non comprendono perché i paesi occidentali sono tornati sulla loro determinazione iniziale di intervenire militarmente per far cessare la terribile repressione che si è abbattuta sul popolo siriano dall’inizio della Primavera araba, e che avrebbe già fatto quasi 170.000 morti (2). Ma noi siamo ugualmente convinti, dalla metà dell’anno 2012, che qualsiasi intervento militare occidentale avrebbe avuto molte più ripercussioni imprevedibili che altrove, e che, in ogni caso, la rivolta siriana non ha più da molto tempo granché di siriano, poiché essa è dominata da legioni jihadiste internazionali il cui progetto politico non è la nazione siriana e ancor meno la democrazia, ma il califfato universale… Il fatto che fra i 3000 e i 4000 “volontari” occidentali abbiano raggiunto questa internazionale jihadista la dice lunga sul caos siriano.

Scegliere fra il colera dell’islamismo jihadista intervenendo contro la peste di una dittatura militare non avrebbe né senso strategico né coerenza. Perchè da un punto di vista geopolitico, la Siria è diventata oggi, con l’Irak e il Libano, il teatro maggiore di uno scontro regionale al quale si dedicano per procura l’Iran sciita e i suoi nemici sunniti del Golfo, Arabia saudita in testa, nel quadro di una triplice guerra totale: politica, religiosa ed economica. La posta in gioco è né più né meno che la leadership del mondo mussulmano e l’estensione della profondità strategica di ciascuno dei due campi.

A ciò si aggiunge una quarta dimensione conflittuale, questa volta globale, poiché il conflitto fra sciiti alawiti pro-iraniani e sunniti pro-saudiani (e poi pro-turchi, pro-qatar) si svolge sullo sfondo di una “nuova guerra fredda” che oppone, dall’Ucraina al dossier del nucleare iraniano, passando per la rivendicazione di un nuovo ordine mondiale multipolare, da una parte le potenze occidentali legate ai padrini sunniti dei ribelli siriani, e dall’altra parte il tandem Russia-Cina, difensori della sovranità della Siria, vicini all’Iran e ostili a qualsiasi ingerenza dell’Occidente negli affari dello stato siriano.

Se la situazione in Siria sembra attualmente senza uscita, per il peso delle poste in gioco e degli interessi antagonisti degli Stati della zona e anche di alcune potenze mondiali che attizzano il conflitto e si nutrono dell’eterogeneità siriana invece di proporre soluzioni di pace realistiche, noi pensiamo tuttavia che soltanto delle soluzioni politiche pragmatiche potranno permettere di conciliare la stabilità nazionale e la pluralità etnica e religiosa esistente in Siria. Così, la doppia chiave politica e geopolitica per mettere fine a questa terribile guerra civile risiede, secondo noi, in primo luogo, all’interno, in una soluzione federalista, la sola che possa assicurare la pace e la “convivenza” senza che un gruppo ne tirannizzi un altro, e in secondo luogo, all’esterno, nel tener conto non soltanto delle posizioni dell’Occidente e degli altri alleati dell’opposizione siriana, ma anche di quelle della Russia e dell’Iran, alleati del regime dittatoriale siriano. Perchè nessuna pace sarà possibile e durevole senza questo equilibrio.

Astuzia della storia o piuttosto della geopolitica, è forse in fin dei conti l’avanzata del “califfato islamico” di Abu Bakr al-Baghdadi (alias califfo Ibrahim), lanciato all’assalto dell’Irak, della Siria, delle loro minoranze, e poi di tutti gli Stati della regione (Giordania, Israele e petromonarchie incluse), poi del mondo, che obbligherà le potenze mondiali e regionali opposte a dialogare un po’ più fra di loro. Perchè senza questo dialogo, il caos siriano e medio-orientale non potrà venir arginato in poco tempo. Scommettiamo anche che questo lungo inverno islamista e gli atti di barbarie commessi dai salafiti dell’Isis finiranno per far ribellare le masse mussulmane, le prime vittime del totalitarismo verde…

1. Il primo a “professionalizzare” su scala planetaria e in modo molto moderno questo atroce modus operandi che unisce barbarie e video-fascinazione fu Abu Moussab al-Zarqawi, l’ex capo di Al-Qaeda in Mesopotamia e precursore del Da’ech. E’ con questi assassini-decapitazioni “live” che Da’ech è riuscita a soppiantare la vecchia guardia di Al-Qaeda e la stessa figura carismatica di Bin Laden. Osama è infatti ormai divenuto démodé presso i nuovi barbari 4G dello Stato islamico. In effetti questi ultimi non sono dei semplici “integralisti oscurantisti”, come spesso s’intende o si legge nei media occcidentali. Al contrario, essi sono ultramoderni, alla loro maniera, assai più “interconnessi”, “mondializzati” e appassionati di reti sociali o di smartphone rispetto ai loro antichi mentori dai metodi di comunicazione sorpassati. In un vecchio video tristemente celebre postato il 13 maggio 2004, che suscitò purtroppo migliaia di vocazioni, il vecchio responsabile di Al-Qaeda in Irak inaugurò in effetti una nuova era di ciber-guerra psicologica sgozzando poi decapitando minuziosamente per la prima volta in diretta l’americano Nicholas Berg, con sfondo di versetti coranici e di logorrea paranoica. Ucciso nel 2006 in un raid dell’aviazione americana, Zarqawi fu l’iniziatore del “jihadismo 2.0”.

2. cifra approssimativa che include militari e civili di tutte le parti in conflitto.

La catastrofe di Yarmouk: una Nakba senza comunità? (Yarmouk 2)

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“Yarmouk (Damasco), Idlib, Tikrit, Aden: cosa unisce queste città? In tutte queste città si combatte aspramente, con il cambio della bandiera – magari solo provvisorio – di chi le controlla. Quattro battaglie solo nelle ultime 48 ore “(Leonardo Mazzei)

Vasi di coccio

Come si diceva alla fine del post precedente, all’inizio della primavera siriana a metà marzo del 2011, la maggioranza dei palestinesi e delle loro fazioni politiche era determinata a restare fuori dal conflitto, a restare neutrale fino all’ultimo, in maniera persino ostinata e commovente. A guerra civile ormai ampiamente deflagrata, il destino di Yarmouk, un’enclave senza potere politico e dipendente dagli aiuti umanitari dell’UNRWA e della Mezzaluna Rossa, esposta alle scorribande dei “ribelli” e alla reazione delle truppe governative, non poteva che essere la catastrofe, umanitaria, civile e urbana.

Il lungo intervento di Nidal Bitari (già segnalato qui ), è una tenace esposizione delle ragioni “neutraliste” che si conclude amaramente nella constatazione della più completa impotenza:

And if the Palestinians cannot stay in Syria, where can they go?”

 

 

1948

 

 

 

Up in the Air

La conclusione tragica dell’articolo di Nidal Bitari merita una severa riflessione, non solo per i suoi risvolti di umana disperazione, ma anche perché evidenzia il fallimento di un’approccio puramente “umanitarista”, che ha preteso di restare fuori dalla “politica” e dalla guerra soltanto per esserne completamente travolto. Una neutralità che, da fattore positivo di crescita sociale ed economica, si è trasformata, dal 2011 in poi, per assenza di struttura e di identità politica (e culturale), in una catastrofe totale, ripetizione amara della Nakba del 1948:

“La guerra in Siria è una tragedia orrenda e terribile per tutti i siriani, ma, sia pure in modo differente,  lo è ancor di più per i palestinesi che vivevano fra loro. Per i palestinesi rifugiati in Siria, la distruzione dei loro campi non è solo la distruzione delle loro case e del loro ambiente, ma la distruzione di un’intera struttura sociale, delle loro reti di relazione, del sistema culturale ed economico, la perdita delle loro posizioni e ruoli, e un terribile assalto ai loro costumi e valori politici.

Eravamo cresciuti con l’idea del diritto al ritorno (in Palestina). Avevamo il sogno di liberare la Palestina e di ricostruire l’OLP, ma allo stesso tempo la nostra vita era in Siria, fra i siriani. Coscientemente o no, ci sentivamo parte di questo Paese, e non avvertivamo alcuna contraddizione fra il sentirci parte della Siria ed essere palestinesi. Adesso, abbiamo il senso di essere rimasti orfani.

(…)

Per molti di noi che sono fuggiti…c’è un senso di qualcosa che è finito, che non può essere riparato. C’è anche la comprensione, per la prima volta nella nostra vita, di ciò che significa essere “palestinesi”, di cosa significa essere “senza stato”, sentendoci come se non fossimo mai stati in Siria. Il senso di non essere ben accetti in qualsiasi posto, non trattati come altri arabi nazionali (normali cittadini), di dover sentirsi fortunati quando si riesce a trovare un posto in cui restare. E con tutte queste perdite, c’è l’amarezza di come le forze politiche continuino ad usare la questione palestinese per i propri fini…

 

 

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Abbiamo ascoltato tantissimo sulla Nakba, dai nostri genitori e dai nostri nonni, sulla loro sofferenza, quando sono stati costretti a lasciare il loro paese, quando hanno perso tutto. Hanno lavorato duro per ricostruire le loro vite in Siria, e quello che hanno costruito è stato distrutto. E noi, adesso, la terza generazione, stiamo sperimentando nuovamente la stessa cosa, la Nakba, partendo da zero verso altri paesi, ma questa volta individualmente, senza alcun aiuto, incapaci di restare uniti come comunità. Per non parlare dei tanti che non sanno dove andare, e tutto è per aria, incerto, come un punto interrogativo.”

 

 

 

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Venere Nera (Vénus Noire, Abdellatif Kechiche, 2010)

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Etes-vous d’accord avec l’idée selon laquelle le lien entre vos films, c’est la façon dont l’être humain trouve sa place dans le monde ?

Plutôt la difficulté de trouver sa place. Mais c’est davantage une question : comment trouver sa place auprès de ceux qui vous regardent comme quelqu’un de différent ? Je prends d’ailleurs cette interrogation à mon compte. A cause de mes origines sociales et de mes racines, j’ai du mal à obtenir qu’on me juge comme un artiste.

Intervista di Eric Libiot (L’Express), 26/10/2010

lexpress.fr/culture/cinema/abdellatif-kechiche-venus-noire-ne-devait-pas-etre-un-film-agreable

blackvenus“C’est beau ce qu’on fait. On fait rever les pauvres anglais. On leur donne du plaisir. Tu comprends? On leur montre un monde sauvage qu’ils ne voient jamais. C’est pas beau, ça?”.

Bisogna comprendere questo. I film di Abdellatif Kechiche sono film di “impegno civile”, film sulla “cittadinanza”, sui rapporti di inclusione/esclusione, a partire dalle fasce più marginali della società: sans papiers, disadattati, immigrati, ragazzi delle banlieus, schiavi e attrazioni da freak show. Senza compiacimento, i film “giocano” sul linguaggio o il non-linguaggio, la gestualità, la comunicazione e l’anti-comunicazione, lo spettacolo e la rappresentazione (mimesi) fatti propri dai ceti sociali esclusi dalla cittadinanza o ai suoi margini. Gli attori, e anche i tecnici, non stanno lì sul set per fare i narcisi, per riempire i rotocalchi di gossip, o per fare i miracolati del jet set che si cibano degli avanzi di “gloria” dello star system. Stanno lì per recitare, per interpretare, per creare, per assumersi la responsabilità di partecipare a quel determinato film. Film di “impegno civile” come ce n’erano tanti fra gli anni ’50 e ’70 anche in Italia, prima che il cinema fosse distrutto dal berlusconismo. Anche il gesto quindi di riprendersi lo “spettacolo” e farlo proprio, di riprendersi il “cinema” a proprio modo con un proprio linguaggio che affonda nella realtà e nelle sue rappresentazioni (e nessuna rappresentazione è “neutra”), è a suo modo un gesto politico, che giustamente Kechiche rivendica e difende con orgoglio. A proposito delle polemiche sul film La vie d’Adèle, il regista replica:

Aujourd’hui, le hasard de la vie ou le destin font, qu’un peu partout dans le monde, j’ai le bonheur de « représenter le cinéma français » : ses valeurs, sa liberté créatrice, ses traditions émancipatrices, en plus de l’histoire portée à l’écran. Dans certains pays, pour ces mêmes raisons, à cause de ces mêmes valeurs, le film ne pourra être diffusé. Dans le mien, la France, dont je suis fier d’exalter, à travers mes films, cette aspiration de la jeunesse d’aujourd’hui à la liberté d’aimer et de vivre, à l’art et à la modernité, « La Vie d’Adèle » est la proie d’une forme de censure d’autant plus pernicieuse qu’elle ne dit pas son nom.

(rue89-culture/2013/10/23/abdellatif-kechiche-a-ceux-voulaient-detruire-vie-dadele)

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Una delle caratteristiche dei film di Kechiche è la loro lunghezza, che va dalle 2 ore circa di La Faute à Voltaire o L’Esquive, alle 2 ore e mezza di Cous Cous e Vénus Noire, fino alle 3 ore di La vita di Adele. Una volta assicurato il coinvolgimento, emotivo e drammatico, dello spettatore, il film scorre veloce come un treno senza che questi si ponga il problema di quanto stia durando, contento di andare fino in fondo, di esplorare fino in fondo dove porta il film. Naturalmente questo coinvolgimento viene assicurato dalla capacità del regista di saper utilizzare gli strumenti che il linguaggio cinematografico gli assegna. C’è però talvolta il solito “critico” evidentemente troppo legato a tagli più “consumistici”, che deve piantare la solita sterile polemica sui “tempi”, o perché sollecitato da interessi di parte (produttori, proprietari di sale, circuiti tv, star “maltrattate”, tecnici “sfruttati”, etc.) o per dar fiato alle solite trombonerie della professione di giornalista.

Un’altra caratteristica fondamentale dei film di Kechiche è data dall’importanza crescente, in progress, nel corso del racconto filmico, del ruolo delle protagoniste femminili, ruolo “speciale” che il personaggio assume nei confronti del piccolo gruppo o della comunità di riferimento rispetto alle istituzioni che fanno da sfondo in maniera “generalista” o impersonale, che si tratti delle strutture di accoglienza, della scuola multietnica della banlieu o della burocrazia comunale che deve rilasciare le autorizzazioni per il ristorante (con contorno di notabilato di provincia). Sono proprio queste giovani protagoniste, con la loro energia, la loro creatività, a volte quasi a sorpresa, e assai più dei maschietti, a proporsi come ponte, come messaggeri di dialogo fra comunità e istituzioni, laddove gli adulti, da una parte e dall’altra, coi loro traffici, i loro intrighi, i loro interessi consolidati, le loro rivalità o le loro gelosie, non fanno che approfondire solchi, barriere, differenze, diffidenze e isolamenti. Non che questo significhi un’improvvisa ventata di ottimismo immotivato: la vita “reale” o reificata è sempre lì, dopo qualche momento di celebrazione, a riprendere il corso di tutti i giorni.

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Ce sentiment renvoie à l’idée de trouver votre place dans le monde, celui du cinéma en l’occurrence…

C’est une longue histoire. Je suis arrivé très jeune en France, je peux même dire que j’ai ouvert les yeux ici. J’ai grandi dans le racisme. En tout cas, dans l’oppression du regard. J’en parle dans mes films…Et puis, dans les années 2000, particulièrement en avril 2002, avec la présence du Front national au second tour de l’élection présidentielle, quelque chose a commencé à changer. Il y a, actuellement, un retour aux tristes années symbolisé par ces petites phrases racistes qu’on nomme dérapages. Je vois des gens s’enfermer. Se replier sur eux-mêmes. Adopter des idées d’un autre temps. Tout cela sent mauvais. “

Les grands cinéastes font des films au moment où ils le doivent. Ni avant, ni après. Pourquoi avoir réalisé Vénus noire aujourd’hui ?

Sans doute parce que j’entends la résonance entre cette histoire et notre époque. J’ai rencontré Saartjie Baartman dans les livres et son histoire m’a bouleversé. Elle prolongeait mes interrogations sur le regard qu’on porte à l’autre. J’avais trouvé dans son parcours une façon de questionner le monde sans être, je l’espère, moralisateur. En revanche, je n’ai pas voulu mettre le spectateur dans une position confortable. Ni moi, d’ailleurs. J’ai besoin de me bousculer, de sortir d’un certain confort cinématographique. J’aime ce malaise. Sur ce film, c’était presque une ligne de conduite : Vénus noire ne devait pas être un film agréable. Ne pas enjoliver les choses, même par l’émotion. Enlever toute idée de divertissement.

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Se i primi tre film, grazie al vitalismo delle protagoniste femminili, sembravano indicare alle nuove generazioni una via di speranza e di riscatto, il quarto film, Vénus Noire (2010) è fin dalle prime scene un film pessimista e chiuso, in cui un lontano riscatto è affidato solo al termine, oltre il film vero e proprio, con le immagini di repertorio dei funerali di Stato del 2002 a Città del Capo di Saartjie “Sarah” Baartman, la “Venere ottentotta” , mentre scorrono velocemente i titoli di coda (https://artobjects.wordpress.com/2015/01/19/gli-zoo-umani-nellera-degli-imperi-coloniali-venus-noire-2/). La protagonista femminile è presente fin dalla prima scena, come calco in gesso, con disegni e i flaconi che contengono il cervello e gli organi femminili esposti davanti a una platea di medici e scienziati dal noto biologo Georges Cuvier, che la paragona a una scimmia, come anello mancante tra la scimmia e l’essere umano. In quanto oggetto di studio, per la medicina e la biologia, il corpo di riferimento non può essere che un cadavere.

Nella sequenza finale del film, vediamo l’antefatto della scena iniziale: il cadavere viene portato al laboratorio di Cuvier dall’impresario Réaux, che viene lautamente ricompensato. Finalmente Cuvier può osservare i dettagli anatomici che dal vivo non aveva potuto osservare, per l’opposizione della stessa Sarrtjie. Il laboratorio è colmo di scheletri di animali (Cuvier, oltre che zoologo, era anche paleontologo). Dal corpo della Venere nera viene ricavato il calco in gesso, successivamente dipinto in maniera realistica, quello che poi Cuvier presenta in aula (all’inizio del film). Gli organi, compreso il cervello, vengono misurati, recisi e quindi collocati nei flaconi. Infine il calco, velato, viene portato in aula.

Fra queste due sequenze, come un virgolettato, si svolge l’intero film, cioè l’intera narrazione delle vicende europee delle Venere Nera come fenomeno da baraccone in freak shows e salotti, ambientata appunto fra il 1810 e il 1815, prima a Londra e poi a Parigi. Estrapolata dalla sua comunità e dalla sua cultura di riferimento, mostrata come “creatura mostruosa” e “animale umano” prima nei freak shows di strada, poi nei salotti borghesi e libertini, Saartjie è, al contrario delle altre protagoniste femminili dei film di Kechiche, una creatura in completo isolamento e, per paradossale rovesciamento, in balìa di gruppi e comunità a lei alieni e avidi delle novità esotiche e zoologiche portate dall’espansione coloniale. Così de-finita e isolata, anche zoologicamente, alla vita miserabile di Sarrtjie corrisponde un diverso tipo di spettacolo, plebeo e borghese, in cui lei non è che un oggetto impersonale da manipolare senza alcuna possibilità di riscatto, nonostante i suoi flebili tentativi e le sue timide proteste, subito represse dai suoi impresari, di essere considerata “un’artista”.

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Perché ha deciso di raccontare questa storia?
Credo sia una storia contemporanea. La fine di Sarah è avvenuta poco tempo fa, fino alla fine del XX secolo il suo corpo è stato esibito. Di fronte alle derive odierne dei politici francesi ho pensato fosse necessario ricordare un passato che non è poi così lontano, né tanto glorioso.

L’attualità di Venere nera  lo rende un film decisamente politico.
Certamente, anche perché dai politici attuali abbiamo sentito purtroppo di nuovo parlare di non uguaglianza delle razze. Si usano discorsi pseudoscientifici per sostenere il ritorno del fascismo in Europa. Il discorso di Cuvier, lo scienziato che studiò il corpo di Sarah paragonandolo a quello dei primati e che divulgò nel 1817 i risultati delle sue ricerche, ha avuto conseguenze catastrofiche in termini di colonialismo e schiavitù delle razze. La Francia di oggi esprime attraverso il suo presidente Sarkozy un disprezzo per il popolo Rom che è arrivato fino all’espulsione. Una sciagura: anche per questo il mio film è così attuale.

Gli zoo umani nell’era degli Imperi coloniali (Vénus Noire 2)

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Gli zoo umani nell’era degli Imperi coloniali

 

Nel 2002 si tennero a Città del Capo i funerali di Stato di Saartjie “Sarah” Baartman, la “Venere ottentotta” morta nel 1815, famosa agli inizi del XIX secolo come fenomeno da baraccone nei Freak Show e nei circoli borghesi di Parigi e Londra. Nel maggio del 2002 infatti il Sudafrica di Nelson Mandela era riuscito ad ottenere dalla Francia i resti della povera ragazza, uno scheletro e due flaconi di formalina che contenevano il cervello e gli organi femminili, che per quasi due secoli erano rimasti esposti al Museo dell’Uomo di Parigi, dopo l’autopsia eseguita dal celebre biologo e anatomista Georges Cuvier. Saartjie apparteneva al popolo dei Khoisan, uno dei più antichi dell’Africa Australe, chiamati dagli olandesi “ottentotti” (il gruppo dei Khoi) o “boscimani” (il gruppo dei San), ormai ridotto a poche migliaia dopo innumerevoli stermini e repressioni.

Saartjie, o “piccola Sara”, fu il nome che le venne dato dai Baartman, coltivatori olandesi di Città del Capo che l’assunsero come serva. Era alta un metro e 35 cm, ed era considerata particolarmente bella fra le donne Khoi perché in lei erano molto sviluppate le caratteristiche fisiche che quell’etnia teneva in gran conto, le natiche molto prominenti e rialzate, e le piccole labbra, lunghe 8-10 cm (il cosiddetto “grembiule ottentotto”).

Quand’era ormai ventenne, il fratello del padrone, Cezar, le propose una tournée in Inghilterra come fenomeno da baraccone da esporre nei freak shows, in cambio della metà degli incassi e della possibilità di diventare un’artista. Fu così che nel breve giro di 5 anni, dal 1810 al 1815, Saartjie compì l’intera sua parabola europea da “creatura mostruosa”, offerta in pasto a un pubblico avido di novità esotiche, a prostituta di strada e alle malattìe che la porteranno alla morte, passando per salotti borghesi, feste private e bordelli. Nelle sue esibizioni, Saartjie appariva legata alla catena, completamente nuda, ma con la vagina coperta, e camminava a quattro zampe mettendo in risalto le natiche e dimenandosi come un animale selvatico. Le esibizioni londinesi suscitarono grande scandalo, al punto che un’associazione di beneficenza, la African Institution, denunciò il caso, ma lei sostenne di non essere ridotta in schiavitù e di farlo liberamente per guadagnare denaro e tornare, ricca, in Sudafrica. Sempre a Londra Saartjie si sposò ed ebbe due figli. Tre anni dopo si trasferì a Parigi dove venne ingaggiata da un addestratore di animali, e posò nuda per “ritratti scientifici” al Jardin du Roi (poi Jardin des Plantes), dove venne esaminata da Georges Cuvier e altri scienziati. Nella seconda metà del 1815 si ammalò, si diede a bere e a prostituirsi, e morì il 29 dicembre, a causa di una malattia infiammatoria. L’autopsia venne condotta dall’anatomista de Blainville e ripubblicata nel 1817 da Cuvier con relative osservazioni. Lo scheletro, i genitali e il cervello vennero esposti, fino al 1974, al Musée de l’Homme (Palais de Chaillot).

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Saartjie fu la più famosa delle “Veneri ottenttotte” portate in tournée, ma non la sola. Da secoli gli indigeni venivano portati in Europa come “curiosità”. A partire dagli inizi dell’’800 cominciarono ad essere abbinati, come “umani feroci”, agli “animali feroci”. La ricerca dello “straordinario” e del “selvaggio” portò negli anni ’70 dell’ ‘800 alla nascita degli “Zoo umani” , di cui furono pionieri l’americano Phineas Barnum e il tedesco Carl Hagenbeck, i quali sfruttarono l’enorme curiosità verso l’esotico suscitata a livello di massa dall’espansione coloniale. Ottentotti, Boscimani, “pigmei”, “trogloditi”, “nani d’Africa” vennero esposti in cattività in “villaggi negri” o “indigeni” fedelmente ricostruiti (“Trogloditi Africani” a Berlino, “Pigmei d’Africa” alle Folies Bergeres di Parigi, freak shows in America).

Con gli zoo umani e i freak shows, il mito del “selvaggio” diventa un fenomeno di massa a portata di mano, o di sguardo, e affiancandosi alla biologia e allo sviluppo di nuove scienze, come l’antropologia e l’etnologia, fanno “da tramite tra le ricerche scientifiche sull’essenza razziale e il desiderio popolare di immagini del dominio bianco…”Collezionare, scrutare, misurare, promuovere… la differenza” diventa un modo per addomesticare il selvaggio, per stabilire rassicuranti gerarchie e zone “di chiara leggibilità e di stabilità dei confini”, messe al riparo dal vortice della modernizzazione (AA.VV., Zoo umani. op.cit.).

Fra le prime “Veneri ottentotte” e gli “zoo umani” della seconda metà dell’0ttocento si sviluppò un poderoso intreccio di scienza, spettacolo, Esposizioni e comunicazione di massa sotto il segno sempre più accelerato dell’avventura coloniale, che trova la sua apoteosi nell’Exposition Coloniale del 1931 a Vincennes. Eppure stranamente, nonostante i milioni di spettatori e il loro enorme successo, le “esibizioni antropozoologiche” sono state completamente dimenticate per lungo tempo, rimosse dalle versioni gloriose e decantatorie delle “magnifiche sorti e progressive” democratiche e “occidentali”, salvo essere riscoperte dai cantori cosiddetti “neo-vittoriani”, eredi dei loro progenitori ottocenteschi che si accalcavano eccitati per guardare le ultime attrazioni esotiche rinchiuse come “bestie selvagge” e messe in scena dietro sbarre e cancelli.

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I primi “zoo umani” vennero organizzati a partire dal 1874 (Carl Hagenbeck in Germania) e dal 1876 in Francia (Jardin d’acclimatation dello zoo di Parigi). In realtà la definizione di “zoo umani” è stato coniata dallo zoologo inglese Desmond Morris come titolo di un suo libro del 1969, in cui paradossalmente considera, come animali in uno zoo, gli abitanti delle città civilizzate contemporanee, costretti a vivere nelle “giungle di cemento” come animali in gabbia. Lo storico Pascal Blanchard ha però riportato indietro lo “zoo umano” ai suoi esordi ottocenteschi, per indicare l’esibizione spettacolare di individui o gruppi di esseri umani esotici principalmente all’interno di circhi e giardini zoologici, dall’Ottocento fino agli Trenta del XX secolo. Blanchard e i suoi colleghi (Sandrine Lemaire, Nicolas Bancel, Gilles Boëtsch, etc.) hanno dunque “scoperchiato” un ambito di ricerca praticamente rimosso, i cui lavori sono stati pubblicati in libri come il già citato Zoo umani. Dalla Venere ottentotta ai reality show (2003) e il suo seguito Human Zoos. Science and spectacle in the Age of colonial Empires (2008).

Lo spettacolo non ha solo la funzione di escludere e rinchiudere, ma anche quella di rendere possibile, grazie alle esibizioni antropozoologiche, un “primo vero e proprio contatto di “massa” tra i mondi cosiddetti esotici e ampie frange della popolazione europea (da Parigi a Mosca) e americana. Un contatto in cui si tocca, si guarda, si compra il “souvenir” di qualcosa che fa paura in quanto bestiale, animalesco, non umano, altro. Il concetto di “zoo umano” va riportato al suo significato proprio, sia come modello di organizzazione dello spazio (cancelli, sbarre, recinti) in quanto separazione e distanza, sia come addomesticamento dell’animalità umana, quella dello spettatore, non quella della “belva feroce” rinchiusa in gabbia. E’ vero che successivamente anche la “belva” avrà il diritto, anzi dovrà reclamare il diritto di divenire “umana” e educarsi da sé, quando il tempo delle colonie volge al termine, ma in pieno Ottocento è l’animale umano europeo che bisogna educare a una nuova impresa degna dell’avventura coloniale. E questa educazione avviene proprio grazie alle esposizioni etnologiche o antropozoologiche, ai “villages nègres”, poi anche “indocinesi”, “arabi”, “kanak”:

“Se esiste una pedagogia della cittadinanza, le esibizioni antropozoologiche ne sono state uno dei luoghi fondamentali di esercizio: guardando il selvaggio, il cittadino bianco, europeo o americano, vedeva la propria immagine riflessa, imparava a disciplinare il proprio oscuro desiderio di trasgressione (sempre implicito nel rapporto con l'”altro”), trovava conferma, nello spettacolo della barbarie offerto da corpi “mostruosi”, della superiorità di un insieme di tecniche di “individuazione corporea” calibrate sui tempi e sui ritmi del lavoro industriale…” (S.Mezzadra, “Il grande circo della modernità”, il manifesto, 24 ottobre 2003).

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La carriera del tedesco Carl Hagenbeck (come quella di Phineas Barnum negli USA) è esemplare in questo senso. Favorito dall’attività del padre, che era un pescivendolo di Amburgo, negli anni ’60 del XIX secolo cominciò a collezionare animali esotici e selvatici, prima comprati al porto, poi direttamente in giro per il mondo, diventando uno dei più grossi commercianti europei di animali esotici, e costruendosi uno zoo privato fra i più rinomati, il Thierpark Hagenbeck. Già dal 1874 alla collezione cominciarono ad aggiungersi popoli “naturali”, da esibire in pubblico negli “zoo umani”, come samoani e lapponi, insieme alle loro tende, armi, slitte e un gruppo di renne. A questi ben presto si aggiunsero i nubiani del Sudan, con relativi animali feroci, ottenendo un successo strepitoso in tutta Europa, e gli esquimesi (Inuit). Sia gli zoo animali che umani intendevano ricreare l’habitat originario, separati dal pubblico mediante fossati piuttosto che sbarre. L’obiettivo di Hagenbeck era di offrire esibizioni sempre più “realistiche”, in questo sollecitato anche dalla concorrenza della crescente popolarità della fotografia. Il circo di Hagenbeck divenne una delle “attrazioni” più popolari in Europa e nei parchi di divertimento americani. Successivamente si applicò a perfezionare la sua concezione dello zoo come “panorama” aperto, in cui far apparentemente convivere “in armonia” più specie animali, ormai liberate dalla lotta per la sopravivenza. Nel 1910 diresse anche il design del Giardino Zoologico di Roma.

Le concezioni di Hagenbeck influenzarono Geoffroy de Saint-Hilaire, il direttore del Jardin zoologique d’acclimatation di Parigi, che decise di risollevarsi da una delicata situazione finanziaria organizzando nel 1877 due “spettacoli etnologici” con nubiani ed esquimesi come protagonisti. Il numero dei visitatori raddoppiò e il Giardino registrò un milione di entrate a pagamento. Evidentemente, come si leggeva sulla stampa, la curiosità per “animali umani” così singolari non era inferiore a quella per gli animali esotici. Le entrate economiche e la concorrenza di altri shows e media, costringevano a inventarsi nuovi tipi di “offerta” a un pubblico avido di nuove attrazioni. Tra il 1877 e il 1912 vennero organizzate a Parigi una trentina di «esposizioni etnologiche» di questo tipo con un successo costante.

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Fu poi la volta delle Esposizioni Universali parigine del 1878 e del 1889 (quella della Torre Eiffel) coi loro “village nègre” e le centinaia di comparse indigene, visitate da decine di milioni di spettatori. A seguire poi l’Esposizione mondiale del 1900, col Diorama “vivente” del Madagascar, le Esposizioni coloniali del 1906 e 1907 a Marsiglia e Parigi, per chiudere con l’Exposition Coloniale Internationale del 1931 contestata dai Surrealisti. Naturalmente l’America non fu da meno, e così si moltiplicarono “Piccoli Egitti” e “Grandi Orienti” in tutte le Esposizioni più importanti. Dalle Fiere, dagli zoo e dai circhi, questi spettacoli finirono alle Folies Bergères o ai Champ de Mars, ai teatri e ai varietà, con messinscene sempre più elaborate dei “selvaggi”: costumi sfarzosi, danze frenetiche, “lotte sanguinarie”, “riti cannibalici”, ricostruzione di interi episodi della conquista coloniale, in genere sottolineando la “crudeltà”, la “barbarie” e i “costumi disumani”. Il cinematografo ai suoi albori, interno esso stesso alle fiere e ai luna park, si impossessò rapidamente di tutte queste attrazioni, riproposte a prezzi stracciati nei pidocchietti di periferia.

"Villages sénégalais et dahoméens. Troupe de 160 indigènes. Exposition ethnographique"

Anche in Italia, durante l’intero periodo coloniale (1880-1940) vi furono numerosi Zoo umani o Esposizioni etnologiche viventi, organizzate all’interno di Fiere e Mostre oppure da impresari privati o da Opere missionarie, come dimostrazione dell’azione civilizzatrice delle Missioni. Fu così che il pubblico italiano cominciò a familiarizzare con Assabesi ed Amazzoni, Abissini e Dinka, Togolesi e Mandingo, ma anche con il Buffalo Bill’s Wid West show, e villaggi Eritrei ed Etiopici, organizzati da Carl Hagenbeck: un viaggio intorno al mondo “per circa mezza lira”. La complessa evoluzione del fenomeno in Italia in rapporto al razzismo e al colonialismo durante il periodo liberale e fascista è stata analizzata attentamente dagli storici Guido Abbattista e Nicola Labanca (G.Abbattista, “Africani a Torino – La rappresentazione dell’Altro nelle esposizioni torinesi 1884-1911”, 2003; G.Abbattista, “«Dagli Ottentotti agli Assabesi. Preambolo a una ricerca sulle esposizioni etniche in Italia nel sec. XIX», Cromohs, 9 (2004); G. Abbattista- N. Labanca, “Living Ethnological and Colonial Exhibitions in Liberal and Fascist Italy”, in Human Zoos, Science and Spectacle in the Age of Colonial Empires, 2008; G.Abbattista, Umanità in mostra – Esposizioni etniche e invenzioni esotiche in Italia (1880-1940), EUT, 2013).
l'invention du sauvage

  1. continua