La poltrona Djinn (Airborne International) – 2001 Odissea nello spazio

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Nei vecchi film di fantascienza anni ’50 o ’60 del secolo scorso è facile che vi fossero fra l’altro oggetti che anche nel design hanno anticipato oggetti tecnologici effettivamente realizzati qualche decennio dopo, come ad esempio i CD ne La macchina del tempo o i tablet in 2001 Odissea nello spazio. I legali di Samsung hanno allegato una sequenza di quest’ultimo per dimostrare che il design di Galaxy e altri smartphones non è stato copiato da altri, ma esisteva già prima in un’opera di fantasia. In una scena del film, i membri dell’equipaggio guardano un video su una tavoletta dalle dimensioni e dalla forma simili all’iPad (http://www.wired.co.uk/news/archive/2011-08/24/samsung-2001-prior-art)

Più in generale, era l’intero set ad essere avvenirista e modernista, “un parco giochi futuristico”, dallo spazio all’arredamento fino ai costumi disegnati da Hardy Amies:

“Il guardaroba di Kubrick in 2001 rifletteva ancora lo stile slanciato degli abiti che andava nel 1960, come le tute unisex con pantaloni. Quando i personaggi sono nelle stazioni spaziali, invece, i vestiti rispecchiano lo stile classico delle tute spaziali e sono colorate in giallo, blu e rosso luminoso o metalliche.”.

“La science fiction indubbiamente forniva un repertorio iconico e di soluzioni formali ricorrenti nella cultura pop: dalla House of the Future degli Smithson e i progetti del gruppo Archigram al design avveniristico degli anni sessanta (le poltrone Djinn di Olivier Mourgue del 1965, utilizzate tre anni dopo da Stanley Kubrick in 2001: A Space Odyssey, la Globe Chair di Eero Aarnio del 1963, o Visiona 1, l’habitat futuristico presentato da ]oe Colombo alla Fiera di Colonia nel 1969), dalla collezione spaziale del 1964 proposta da André Courrèges o a quella di Pierre Cardin del 1967 fino ai costumi disegnati da Paco Rabanne per quel vero e proprio florilegio di sensibilità pop estremizzate che fu Barbarella di Roger Vadim.”

(Andrea Mecacci, L’estetica del Pop, Donzelli, 2011)

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Fra il racconto La sentinella di Arthur C.Clarke, da cui 2001 è tratto, e la realizzazione del film, intercorre uno spostamento dalla narrazione alla percezione che si traduce in teoria dell’immagine. Kubrick e Clarke collaborarono alla sceneggiatura, anche per quanto riguarda i dettagli scientifici, ma il film è del tutto diverso dal romanzo. Vennero assunti esperti della NASA per quanto riguarda i veicoli spaziali (Frederick Ordway e Harry Lange), ma furono poi lo scenografo Tony Masters e il direttore artistico Ernest Archer a rendere i loro concetti di design una realtà.

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Di questo spostamento “dalla narrazione alla percezione” sono testimoni famose le poltrone Djinn, prodotte dal marchio francese Airborne International, “un modello unico per la sua silhouette originale, ribassata e ondulata”, e avveniristica ancora oggi, del designer francese Olivier Mourgue progettate a partire dal 1963 e poi rese famose dal film. Mourgue chiama la linea di poltrone “Djinn” (Genio) perché, secondo una legenda islamica, rappresenta uno spirito che assume una forma umana o animale ed esercita un’influenza soprannaturale sulle persone.
“Il modello originario ha generato anche, un pouf, un sofà a due posti e un lounge, un ancora più rilassante dormeuse concepito e costruito in modo analogo. La caratteristica principale di quest’ oggetto è il disegno in un pezzo unico che comprende, oltre ai piedi e alla seduta, anche un comodo poggia testa. “.

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“Airborne ha costruito Djinn con un telaio in acciaio, gomma piuma e tessuto jersey stretch.
Un’altra innovazione adottata dal designer, Olivier Mourgue, è il fatto di aver rivestito di tessuto l’ intera forma, battezzando così una moda che caratterizza l’intero design degli anni ’60.”.

(http://www.designmag.it/articolo/poltrona-djinn-originale-e-avveniristica/7735/)

La poltrona Djinn-Airborne divenne un’icona del design futuristico degli anni ’60 proprio grazie al film di Kubrick e al suo “avveniristico hotel a cinque stelle di rotazione nello spazio”.

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L’istanza materna: la poltrona Airborne

…Un tempo le norme morali imponevano all’individuo di adattarsi all’insieme della società, ma questa è l’ideologia ormai superata di un’epoca di produzione; in un’epoca di consumi, o che pretende di essere tale, sarà la società globale ad adattarsi all’individuo. Non soltanto anticipa i suoi bisogni, ma si prende anche la cura di adattare se stessa non a questo o a quel bisogno, ma addirittura all’individuo personalmente …la Vostra poltrona, la Vostra sedia, il Vostro divano…Nella poltrona…bisogna riconoscere l’essenza di una società definitivamente civilizzata, che ha fatto proprio l’ideale della felicità, della Vostra felicità, e che dispensa spontaneamente a ogni suo membro gli strumenti per realizzare se stesso.

…”L’acciaio, è la struttura”. Ecc. L’acciaio esalta, ma è anche un materiale duro, che ricorda lo sforzo, la necessità dell’individuo di adattarsi – si osservi allora come si trasforma e diventa malleabile, come la struttura si umanizzi…La struttura è sempre violenza, la violenza angosciante. Anche a livello di oggetti, rischia di compromettere il rapporto dell’individuo con la società. Per rappacificare la realtà, occorre salvare la quiete delle apparenze. La poltrona diventerà dunque, passando dall’acciaio al tessuto come per una trasmutazione naturale fatta per piacere, uno specchio di forza e tranquillità. Infine l’”estetica” avviluppa la struttura celebrando le nozze definitive dell’oggetto con la “personalità”.

(…)

La società diventa materna per potere meglio conservare un sistema di obblighi e costrizioni. La diffusione dei prodotti e le tecniche pubblicitarie svolgono dunque un ruolo politico immenso: assicurano perfettamente la sostituzione delle ideologie precedenti, morali e politiche. Meglio ancora: mentre l’integrazione morale e politica non è mai avvenuta senza violenza (è stata sempre necessaria la repressione aperta) le nuove tecniche riescono a evitare la repressione: il consumatore interiorizza l’istanza sociale e le sue norme, nell’atto stesso del consumo.

(…)

Gratificazione, frustrazione: due aspetti inscindibili dell’integrazione “

(J.Baudrillard, Il sistema degli oggetti, “La poltrona Airborne”, 1968)

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Il mito del Cargo – Jean Baudrillard

(mentre rimuginavo su un articolo che parla di gap delle aspettative, frustrazione diffusa e populismo espiatorio o auto-assolutorio, http://www.ilfoglio.it/soloqui/23335, mi sono imbattuto in questo brano dedicato dal sociologo Jean Baudrillard al Culto del Cargo, di cui ho già parlato nel precedente post. Il libro da cui è tratto è stato pubblicato in Francia nel 1970, e quindi la sua stesura risale a fine anni ’60, all’incirca lo stesso periodo in cui il fisico Richard Feynman si confrontava con le pseudoscienze californiane. Cosa è cambiato oggi rispetto a quella società dei consumi? E più a fondo, come mai si ripropongono sempre gli stessi miti e le stesse curve delle aspettative, con risultati a volte disastrosi e a volte ironici?)

Articoli interessanti che parlano dello stesso argomento:

* Lo strano culto delle navi da carico, http://bhutadarma.wordpress.com/2014/05/22/lo-strano-culto-delle-navi-da-carico/

* Mike Jay, “The Last Cargo Cult”, http://mikejay.net/articles/the-last-cargo-cult/[/

 

THE LAST CARGO CULT

JEAN BAUDRILLARD

IL MITO DEL CARGO

 

(estratto da La società dei consumi, cap. secondo, “Lo statuto miracoloso del consumo”, p.25-28, Il Mulino, 1976)

 

Gli indigeni della Melanesia erano rapiti alla vista degli aerei che sfrecciavano in cielo. Ma mai questi oggetti discendevano fin verso di loro. I bianchi invece riuscivano a catturarli. E questo perché, essi, a terra, disponevano in certi determinati spazi di oggetti simili capaci di attrarre gli aerei volanti. Perciò gli indigeni pensarono di costruire, con rami e liane, un simulacro di aereo. Delimitarono poi un terreno, che illuminavano accuratamente durante la notte, e si misero ad attendere pazientemente che i veri aerei vi si posassero.

*
Senza voler tacciare di primitivismo (e perché no?) i cacciatori-raccoglitori che ai nostri giorni vagano per la giungla delle città, in quanto esposto si potrebbe vedere un apologo del consumo. Il miracolato del consumo mette in mostra tutto un dispositivo di oggetti-simulacro, di segni caratteristici di felicità, e poi attende (disperatamente direbbe un moralista) che la felicità vi si posi.

*
Non è questione di vedervi un principio di analisi. Si tratta semplicemente della mentalità consumatrice privata e collettiva. Ma a questo livello assai superficiale si può arrischiare un confronto: è un pensiero magico che regola il consumo, è una mentalità miracolosa che regola la vita quotidiana, come la mentalità primitiva viene considerata fondata sulla credenza nell’onnipotenza dei pensieri, così qui c’è la credenza nell’onnipotenza dei segni. L’opulenza, l’”affluenza” non è in effetti che l’accumulazione dei segni della felicità. Le soddisfazioni che conferiscono gli oggetti stessi sono equivalenti agli aerei-simulacri, i modelli ridotti dei melanesiani, vale a dire il riflesso anticipato della grande soddisfazione virtuale, dell’opulenza totale, dell’ultimo giubilo dei definitivii miracolati, la cui folle speranza alimenta la banalità quotidiana. Queste minori soddisfazioni non sono altro che delle pratiche di esorcismo, dei mezzi per catturare, per accattivarsi il benessere totale, la beatitudine.

*
Nella pratica quotidiana i benefici del consumo non sono vissuti come il risultato di un’opera o di un processo di produzione, sono vissuti come miracolo. C’è certo una differenza tra l’indigeno melanesiano e il telespettatore che si siede davanti al proprio apparecchio, spinge il bottone e attende che le immagini del mondo intero discendano verso di lui: e consiste nel fatto che generalmente le immagini obbediscono, mentre gli aerei non accondiscendono mai ad atterrare a motivo dell’ingiunzione magica. Ma questo successo tecnico non è sufficiente a dimostrare che il nostro comportamento sia di ordine reale e quello degli indigeni di ordine immaginario. Infatti la stessa economia psichica fa sì che da un lato la fiducia magica degli indigeni non venga mai meno (se essa non funziona è perché non si è fatto quel che si doveva fare) e che, d’altro lato, il miracolo della TV sia perpetuamente realizzato senza cessare di essere un miracolo – e questo grazie alla tecnica che cancella per la coscienza del consumatore il principio stesso della realtà sociale, il lungo processo sociale di produzione che conduce al consumo delle immagini. Per questo il telespettatore, come l’indigeno, vive l’appropriazione come una captazione in virtù di una modalità di efficacia miracolosa.

 

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IL MITO DEL CARGO
I beni di consumo si propongono come una potenza carpita, non come prodotti del lavoro. E più in generale la profusione dei beni è sentita, una volta privata delle sue determinazioni oggettive, come una grazia della natura, come una manna e un beneficio del cielo. I melanesiani – ancora loro – hanno sviluppato a contatto coi bianchi un culto messianico, quello del Cargo: i bianchi vivono nella profusione mentre essi non hanno nulla, questo perché i bianchi sanno catturare o sviare le merci che sono spedite a loro, i neri, dai loro antenati ritiratisi ai confini del mondo. Un giorno, una volta posta in scacco la magia dei bianchi, i loro antenati ritorneranno col carico miracoloso ed essi non conosceranno più il bisogno.
Così i popoli “sottosviluppati” considerano l’”aiuto” occidentale come qualcosa di atteso, di naturale, e che era loro dovuto da lungo tempo. Come una medicina magica, senza rapporto con la storia, la tecnica e il progresso continuo e lo sviluppo mondiale. Ma se vi si guarda un po’ più da vicino, i miracolati occidentali dello sviluppo non si conportano collettivamente allo stesso modo? La massa dei consumatori non vive la profusione come un effetto della natura , circondata com’è dai fantasmi del Paese di Bengodi e persuasa dalla litania pubblicitaria che tutto le sarà dato d’avanzo e che ha sulla profusione un diritto legittimo e inalienabile? La buona fede nel consumo è un elemento nuovo; le nuove generazioni sono ormai delle eredi : esse non ereditano più solamente dei beni, ma anche il diritto naturale all’abbondanza. Così in Occidente rivive il mito del Cargo mentre esso declina in Melanesia.

Infatti anche se l’abbondanza si è fatta quotidiana e banale, essa resta vissuta come un miracolo quotidiano nella misura in cui essa appare non come prodotta, strappata e conquistata al termine di uno sforzo storico e sociale, ma come dispensata da parte di un’istanza mitologica benefica di cui siamo i legittimi eredi: la tecnica, il progresso, la crescita, ecc.
Questo non vuol dire che la nostra società non sia oggettivamente e in maniera decisiva innanzi tutto una società di produzione, un ordine di produzione, dunque il luogo di una strategia economia e politica. Ma questo vuol dire che vi si inserisce un ordine del consumo, che è un ordine della manipolazione dei segni. In questa misura si può tracciare un parallelo (senza dubbio avventuroso) col pensiero magico: infatti l’uno e l’altro vivono di segni e al riparo dei segni. Sempre un maggior numero di aspetti fondamentali delle nostre società contemporanee fanno capo a una logica delle significazioni, a un’analisi dei codici e dei sistemi simbolici – e quest’analisi si deve articolare su quella del processo della produzione materiale e tecnica come suo prolungamento teorico.

 

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Burning Man 2013

 

Lo strano mondo del Culto del Cargo (R.Feynman, The Strange World of Cargo Cult Science)

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THE STRANGE WORLD OF CARGO CULT SCIENCE

 

Richard Feynman, Sta scherzando, Mr. Feynman! Vita e avventure di uno scienziato curioso, Zanichelli, Bologna 1988

 

Una parte della società italiana, costituita in particolar modo dalla cosiddetta “generazione perduta” dei 30-40 enni, sembra caduta in una versione particolarmente depressa e isterica del Culto del Cargo (Cargo Cult), vale a dire una versione attualizzata della stregoneria e dell’irrazionalismo in rivolta contro tutto ciò che sia “scientifico” e “razionale”. Nel 1974 fu il fisico  Richard Feynman premio Nobel per l’elettrodinamica quantistica, nonchè “padre delle nanotecnologie”,  nella sua appassionata difesa del metodo scientifico, a definire “cargo cult science” l’insieme delle pseudo-scienze e degli atteggiamenti mistici nei quali si era imbattuto in quegli anni ’60 e ‘70, durante i quali insegnava fisica al California Institute of Technology (CalTech) di Pasadena. “Cargo cult sciences” erano dunque tutte quelle pratiche che avevano l’apparenza di essere scientifiche, o se ne davano il tono, mentre in realtà non seguivano il metodo scientifico.

 

Erano gli anni dei “figli dei fiori” e della “contestazione globale”, e Feynman, che era anche appassionato di arte, musica e racconti umoristici, non si sottrasse alla curiosità, al confronto e perfino alla sperimentazione diretta di pratiche “alternative”, come le vasche di “deprivazione sensoriale” ideate da John Lilly, all’Esalen Institute di Big Sur, ispirato alle teorie di Aldous Huxley sul “potenziale umano”, e frequentato da tutti i personaggi di spicco della Beat & Psychedelic Generation (Joan Baez, Timothy Leary, Gregory Bateson, Alan Watts, Allen Ginsberg, Bob Dylan, Bruce Springsteen, Ringo Starr, John Cage, Lawrence Ferlinghetti, etc.).

 

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Nel suo celebre discorso inaugurale tenuto agli studenti del Caltech di Pasadena in occasione dell’apertura dell’Anno Accademico 1974-75, intitolato appunto “Cargo Cult Science”, Feynman metteva a confronto queste sue avventure nel pensiero parascientifico con l’integrità del metodo scientifico:

 

Nel corso del Medioevo si è creduto in numerose idee balzane, come quella secondo la quale un pezzo di corno di rinoceronte aumenterebbe la potenza sessuale. Poi però venne scoperto un metodo per selezionare le idee, e che consisteva nel provare a farle funzionare: se esse non funzionavano, dovevano essere eliminate. Il metodo si affinò, divenne scienza, e come tale ebbe larga notorietà; a tal punto che l’era in cui oggi viviamo viene talvolta chiamata “era scientifica”. La nostra è un’era talmente scientifica che ci è difficile oggi capire come possano mai avere avuto successo nel passato gli stregoni, dato che nulla di quanto essi hanno proposto, o quasi, ha funzionato.

Eppure ancora oggi mi capita di incontrare gente che ad un certo momento porta la conversazione sugli ufo, sull’astrologia o su qualche forma di misticismo, di coscienza allargata, telepatia, parapsicologia e roba simile.

 

Io da questo ho concluso che non viviamo in un mondo realmente scientifico.

La gente crede, a volte, a cose talmente strane che ho voluto cercare di capire perchè. E così quella che è stata definita la mia curiosità per la ricerca mi ha trascinato in mezzo a cumuli di idiozie tali che mi sono spesso trovato senza parole. Dapprima mi sono occupato di fenomeni mistici: sono entrato in cassoni di isolamento sensoriale ed ho provato ore ed ore di allucinazioni, esperienze su cui ora dispongo di molti dati. Poi mi sono recato ad Esalen, una roccaforte di questo tipo di pensiero parascientifico (un bellissimo posto; dovreste andarci anche voi, un giorno o l’altro). E mi sono veramente trovato senza parole: non sapevo che in quelle pseudodiscipline potesse rientrare così tanto.”

 

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Infatti dopo le vasche si occupò anche di percezione extrasensoriale e fenomeni paranormali, e altre credenze oggi genericamente riunite sotto il termine “New Age”, come pure di teorie alternative di istruzione, insegnamento, trattamento dei detenuti, per scoprire che nessuno di questi metodi funzionava realmente:

“Questo sì è un agire da stregone, un agire che non funziona! Andrebbe controllato; come fanno a stabilire che un metodo è realmente efficace? Tanti metodi, ma niente progressi: altrimenti il numero di reati diminuirebbe. Eppure questi metodi sono detti scientifici. Li studiamo. E credo che esista molta gente di buon senso che si lascia purtroppo intimidire da queste pseudoscienze. Dovremmo davvero esaminare più a fondo le teorie che nella realtà non funzionano, le scienze che non sono scienze.”.

Le scienze che non funzionano sono appunto le cargo cult sciences:

“Gli studi pedagogici e psicologici che ho citato sono esempi di quelli che chiamerei una scienza da cargo cult. Nei mari del Sud (Nuova Guinea, Polinesia) vive un popolo che pratica infatti il “culto dei cargo”: durante la seconda guerra mondiale hanno visto atterrare aerei carichi di ogni ben di Dio, ed ora vorrebbero che la cosa continuasse. Hanno tracciato sul terreno delle specie di piste; accendono fuochi ai loro lati; hanno costruito una capannuccia in cui si siede un uomo con due pezzi di legno a mo’ di cuffie, e da cui sporgono dei bambù a mo’ di antenne radio (l’uomo rappresenta il controllore di volo); ed aspettano che gli aerei atterrino. Fanno tutto correttamente; la forma è perfetta e rispetta quella originale: ma la cosa non funziona. Non atterra nessun aereo.

Così parlo di scienze da cargo cult: sono scienze che seguono i precetti e le forme apparenti dell’indagine scientifica ma alle quali, però, manca un elemento essenziale, visto che gli aerei non atterrano.”.

 

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Hanno la sembianza di essere “scientifiche”, ma in realtà non lo sono, sono pseudoscientifiche – il Culto del Cargo è piuttosto una pratica religiosa che riappare in molte società tribali nel momento in cui impattano con culture tecnologicamente avanzate, per ottenere ugualmente la ricchezza materiale (il “cargo”) con mezzi simili alla stregoneria (aerei finti, finte piste di atterraggio, capanne come torri di controllo, etc.) (*). Purtroppo non è facile spiegare ai “primitivi” qual è l’elemento essenziale mancante, così come è difficile “spiegare agli isolani dei mari del Sud come procedere per far funzionare il loro sistema ed arrivare ad un certo benessere. Non si tratta di una cosa semplice, come dir loro di migliorare la forma delle cuffie.”. L’elemento mancanteè l’integrità scientifica, “un principio del pensiero scientifico che corrisponde essenzialmente ad una totale onestà, ad una disponibilità totale”, come ad esempio “riferire tutto ciò che potrebbe invalidarlo, e non soltanto quello che sembra in accordo con le aspettative” :

“Bisogna riferire tutti i punti superati di precedenti esperimenti, e spiegare cosa sia avvenuto di nuovo (e come); ed accertarsi che anche gli altri possano capire che sono stati davvero superati. Vanno dati i dettagli che potrebbero mettere in forse l’interpretazione, se vi sono noti. Dovete fare del vostro meglio per spiegare qualsiasi eventuale discordanza. Se elaborate una teoria, e la pubblicate, dovete pubblicare tutti i fatti che la contraddicono oltre a quelli che la sostengono.

Ma c’è un problema ancor più sottile. Quando avete sistemato le idee in una teoria completa e la riferite, dovete accertarvi che i fenomeni che la teoria spiega non siano proprio soltanto quelli che vi hanno fatto venire in mente l’idea originale: la teoria, una volta completata, deve quadrare con altri fenomeni ancora. Insomma occorre fornire tutte le informazioni che aiuteranno gli altri a giudicare il valore del vostro contributo; non si possono dare solo quelle che orientano in una determinata direzione.”.

“Altri scienziati ripeteranno il vostro esperimento, e scopriranno se era corretto o no. I fenomeni della natura saranno o no in accordo con la vostra teoria. E magari otterrete una fama temporanea ma, se non avrete lavorato con accuratezza, la vostra reputazione di scienziato non sarà buona. Sono questa integrità, questa volontà di non autoingannarsi, che mancano alla ricerca delle scienze da cargo cult.”.

 

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Le scienze da cargo cult si fondano sull’autoinganno, e sul fatto che il metodo scientifico è inapplicabile all’argomento: gli aerei, con tutto il loro carico di beni e merci non atterrano, nonostante tutte le magie e le pratiche religiose. Quindi il primo principio è: non ingannare se stessi. Il secondo gradino, l’integrità ulteriore è non solo non mentire, a se stessi e agli altri, ma

“farsi in quattro per mettere in evidenza dove forse si è sbagliato: ciò fa parte dell’agire scientifico.

E questa è la vostra responsabilità di scienziati, sia nei confronti dei colleghi sia, secondo me, verso tutti gli altri.

Ad esempio, sono rimasto sorpreso da una conversazione avuta con un amico che doveva parlare alla radio. Si occupa di cosmologia e di astronomia, e si chiedeva come spiegare le applicazioni pratiche delle sue ricerche. “Tanto”, dissi io, “non ce ne sono.” “Già, ma se dico così non finanzieranno mai più ricerche come la mia.” Secondo me, questa era disonestà. Se vi presentate come uno scienziato, dovete spiegare quello che state veramente facendo. Se nessuno vorrà finanziarvi, dopo, beh…questa è una decisione che spetta a loro”.

 

I metodi para-scientifici sono quindi caratterizzati dall’ansia di ottenere il risultato, in termini di ritorno accademico, economico o pubblicitario, piuttosto che curare l’integrità del metodo scientifico:

“Tutti i parapsicologi sono a caccia dell’esperimento che possa essere ripetuto in identiche condizioni e con identici risultati, così da ottenere dei dati statistici…E’ assai pericoloso insegnare agli studenti che ciò che si vuole da loro è l’ottenere un certo risultato, invece del modo per condurre un esperimento con integrità scientifica.

Vi auguro una cosa sola: la fortuna di trovarvi sempre in una situazione che vi consenta di mantenere liberamente l’integrità di cui ho parlato, e di non sentirvi costretti a perderla per conservare il posto, trovare fondi, o altro. Possiate voi avere questa libertà.”.

 

 

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UNO STRANO ESEMPIO DI SCONTRO FRA CULTURE: IL “CULTO DEL CARGO”

 

 

Durante la seconda guerra mondiale, dal 1941 al 1945 l’Oceano Pacifico fu la scena degli aspri combattimenti tra i Giapponesi da un lato, e gli Alleati – Inglesi, Americani, Australiani, Neozelandesi – dall’altro. Il Giappone aveva invaso e occupato una vasta zona tra l’Asia sudorientale e il Pacifico, arrivando fin quasi all’Australia. Uno tra i luoghi dove più a lungo e più duramente si combattè era la grande isola della Nuova Guinea. Subito dopo la fine della guerra, nel 1946, alcuni soldati australiani vi fecero una scoperta che aveva dell’incredibile. Gli abitanti delle zone più vicine ai punti di rifornimento delle truppe alleate avevano costruito, usando materiali facilmente reperibili sul luogo come canne di bambù, legno e frasche, delle rozze riproduzioni di aerei da trasporto e di piste di atterraggio. Attorno alle “piste” gli indigeni avevano posto dei fuochi per simulare le luci di orientamento per gli atterraggi notturni. Una capanna riprendeva la forma delle torri di controllo, con tanto di canne poste sul tetto a imitazione delle antenne; in essa trovava posto un indigeno con una cuffia fatta di legno e noci di cocco, che comunicava con gli spiriti degli antenati tramite un “microfono”, costituito da un barattolo collegato con un filo ad un oggetto in legno che doveva somigliare, nelle intenzioni di chi lo aveva fatto, ad una radio.

Le radici di questo comportamento stavano in alcuni movimenti magico-religiosi che già dall’epoca della prima guerra mondiale si erano diffusi sia in Nuova Guinea che in altre isole vicine. Essi mischiavano credenze originarie del luogo (es. il culto degli antenati) con nozioni apprese dai missionari cristiani, come l’attesa della salvezza, nascendo e sviluppandosi sull’onda delle proteste per l’oppressione da parte delle potenze coloniali.

Si scoprì quindi, dopo le prime indagini, che gli indigeni, trovatisi in mezzo a una guerra sanguinosa e spesso per loro incomprensibile (anche se è vero che altre tribù collaborarono con gli Alleati contro i Giapponesi), erano stati grandemente impressionati dai cargo, gli enormi aerei da trasporto che scaricavano regolarmente ogni genere di rifornimenti per le truppe alleate: cibi, bevande, uniformi, armi, munizioni, mezzi militari, sigarette. Essi ritenevano che tali beni non fossero in effetti destinati agli uomini bianchi, i quali venivano da fuori, ma che i veri destinatari fossero gli indigeni e che i mittenti fossero i loro antenati. Perciò, sotto l’inizativa di alcuni capi religiosi, essi copiarono le forme degli aeroporti e degli aerei servendosi di ciò che avevano a portata di mano, nella speranza di “dire” agli antenati che i bianchi stavano impadronendosi dei beni in realtà destinati agli indigeni, e di dirottare i cargo verso i loro villaggi. In tal modo, con l’aiuto dei poderosi mezzi forniti loro dagli antenati, gli indigeni sarebbero riusciti a rovesciare il dominio dei bianchi e a fondare una nuova società pacifica e prospera.

 

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Il “culto del cargo” è un esempio di ciò che può avvenire quando due civiltà estremamente diverse tra loro si incontrano in una circostanza drammatica, come può esserlo una guerra. I soldati alleati non erano certo antropologi e non potevano prevedere lo shock culturale che avrebbero subito gli indigeni, i quali erano perfettamente in buona fede nella costruzione dei loro “aeroporti” e nell’esercizio delle loro pratiche magiche. Infatti nella loro visione della realtà gli spiriti degli antenati e la magia erano presenze vive e reali, quindi per loro era assolutamente credibile ritenere che le merci scaricate dai cargo fossero un aiuto mandato magicamente dai loro antenati, e che i bianchi fossero stregoni malvagi che usavano poteri misteriosi per derubarli; oppure basti immaginare che effetto potesse avere il vedere aerei in volo o carri armati per un uomo che non aveva mai visto nulla del genere. Pertanto, secondo gli indigeni, sarebbe bastato copiare i “riti magici” dei bianchi per ottenere lo stesso effetto!

 

 

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Una tranquilla settimana di isteria mediatica collettiva

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 “Social networks can lead to global mass hysteria”

Benvenuti in HisterItaly! Abbiamo appena vissuto una settimana di normalissima, banalissima  isteria mediatica collettiva sul cosiddetto” impeachment” del Presidente Napolitano e sul “caso” Cancellieri, pompato letteralmente sul nulla da quei gran maestri del genere quali sono quelli de La Repubblica, seguita a ruota da quasi tutti gli altri media e social (ad eccezione, bisogna dire, de “Gli Altri” di Piero Sansonetti (cancellieri-unico-reato-e-fuga-di-notizie), e alcuni post di Luigi Manconi e Gad Lerner), e naturalmente immediatamente cavalcata dai dipendenti della Ditta Casaleggio, che dell’isteria hanno fatto  la propria mission per la gioia degli indivanados dello Stivale . Con assoluta nonchalance il Grullo Demens il giorno dopo racconta ai suoi boy scouts che l’impeachment è una “finzione politica” che parla alla “pancia” della gente,  mentre il “caso Cancellieri”, sgonfiandosi,  finisce a fondo  pagina dimostrando che l’unico reato commesso è quello di chi ha favorito la fuga delle notizie comprate da La Repubblica. Da domani non  ne parlerà più nessuno, come tanti casi in precedenza, fino alla prossima nuova e ancor più sconvolgente  isteria mass-mediatica.  Come scriveva Bruce Sterling al suo cattivo discepolo,  “ C’è stata solamente una breve orgia catartica pubblica con strappo di capelli…”

Post interessanti:

* social-networks-can-lead-global-mass-hysteria

.quitthedoner.com/Femminicidio la bolla mediatica di ultima generazione

* Christopher Cepernich – L’isteria mediatica – Il Mulino

 

” Così funziona il giornalismo in questo paese, fonde perennemente commento e cronaca e cavalca le emergenze che crea come giumente sotto anabolizzanti finché non le abbandona riverse sulla strada e passa ad altro.” (Quit The Doner)

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Andy Warhol & Factory

azz! mi ero dimenticato che oggi è il compleanno di Andy Warhol, cioè, se fosse vivo, anch’io ho le mie piccole commemorazioni

“E’ come se la sua vita fosse un derivato,

è un’istituzione, come Walt Disney.

Quando sarà morto ci saranno sempre

i film di Warhol. Quanto a Andy,

la sua vita esisterà senza di lui…” (Gérard Malanga)

 

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“La serie dei morti che ho fatto era divisa in due parti: una sui morti celebri, l’altra su gente mai sentita nominare, e a cui trovo che si dovrebbe pensare di tanto in tanto: la ragazza che si è gettata dall’Empire State Building o le donne che hanno mangiato del tonno in scatola avvelenato e la gente morta in incidenti automobilistici. Non è che io provi pietà per loro, è solo che la gente passa e non si interessa alla morte di uno sconosciuto, così ho pensato che sarebbe stato carino per questi sconosciuti essere ricordati da gente che di solito non ci penserebbe. Non avrei impedito a Marilyn Monroe di uccidersi per esempio: penso che ciascuno debba fare ciò che vuole, e che se ciò l’ha resa più felice, è quanto doveva fare. Nelle teste che ho fatto di Jacqueline Kennedy per la serie dei morti, volevo semplicemente mostrare il suo viso e il passaggio di tempo fra il momento in cui la pallottola ha ucciso Kennedy e quello in cui lei lo ha sotterrato. Gli Stati Uniti hanno l’abitudine di trasformare in eroi qualunque cosa e chiunque, è straordinario. Si può fare qualunque cosa qui. O non fare niente. Ma io penso sempre che si dovrebbe fare qualcosa. Battersi per qualcosa, battersi, battersi. Adesso stiamo entrando nel mondo dello spettacolo, abbiamo un gruppo rock che si chiama The Velvet Underground, provano alla Factory. Io recito nel loro spettacolo, non faccio altro che passare in una scena Ma chiunque passi di lì è il benvenuto, cerchiamo solo di lavorare un po’ qui!”

(Intervista a cura di Gretchen Berg)

 

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Faster, Pussycat – The Cramps

Certo, con Varla, Rosie e Billie, le tre pussycat del mitico film di Russ Meyer (1965), ehm, diciamo, anche Revolution (la serie tv) sarebbe stata tutt’altra cosa! E invece accontentiamoci di Charlie, Rachel e Nora (ma sarebbe andata bene anche Barbarella, dopotutto!). Ma si sa che la fantascienza e l’erotismo raramente sono andati d’accordo. Se poi è post-apocalittica decrescetista, amen, solo buoni sentimenti, allusioni e qualche sospiro.

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Quel che non manca, in questo confronto un po’ azzardato, è il Kill!kill!, uccidere in maniera quasi improvvisata, per folle gioco o rituale, o in maniera sistematica, in guerra, da una parte o dall’altra del fronte.

faster-pussycat

“In Sacramento a homeless person walked up to us on K Street and said, “You know what you are? You’re beautiful monsters”. We loved that – that wast just what we felt like. We felt like kings and queens in our world; we had made our own world because there wasn’t another one for us” (Ivy Rorschach)

Deadwarhols, l’unico, originale, inconfondibile!

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Ho appena scoperto che c’è in giro una band che ha l’ardire di chiamarsi The Dead Warhols, e che pubblica pure CD, a li mortè! Mi tocca tornare all’antico, serio, unico, autentico, marchio Deadwarhols. E mo’ vediamo chi mi frega pure questo! Ma guarda te! Che tempi…

(che poi mi tocca fare fatwe e pure i processi del popppolo della rete!)

(che cazzo c’entra? trovata nella soundtrack di Skins, stile rockabilly-post Cramps abbastanza deadwarhols, piaciuta assai…)

NFP -New Fashion Party, Elezioni novembre 2013

http://zombiekiara.blogspot.it/

Secondo gli utlimi sondaggi di Piepoli e Swg , il nFp – New Fashion Party  (versione 3.2) otterrà alle prossime elezioni politiche del novembre 2013  il       12, 48 % dei voti. Secondo il NYT e l’Economist, invece, il risultato è stimato per difetto, e dovrebbe attestarsi intorno al 19-21 %. Pare infatti che il 30 % degli elettori PD, il 76 %  di SEL, il’74 % del M5S  e il 48 % del Pdl siano più che propensi ad appoggiare la nuova formazione politica ideata dal guru del marketing, tale Cicciu u’ Gnuru & Sisters, abbandonando Bunga Bunga, buson, gargamelle e grilli paranoici al loro infausto destino di infamoni e portasfiga. Per una nazione Nuova, Moderna, e soprattutto Fashion & Sexy, vota, direttamente dal tuo computer, NFP – New Fashion Party, un’Italia Nuova in una Nuova Galassia!

PS  mi dicono che ho dimenticato Monti, ma chi c…o  è???

PSS per le candidature alle elezioni politiche di novembre 2013, dovete iscrivervi al MeetIn di ZombieKiara.  Le votazioni saranno gestite dall’ultimissimo software di Liquidation 2.0, Liquid Liquid.

Vitaliano Trevisan, Francis Bacon e i 15000 passi nell’orrore

loggia valmarana

Giardini Salvi e Loggia Valmarana

Di passaggio a Vicenza, percorro il consueto itinerario palladiano, piazza Matteotti, Corso Palladio, poi zigzagando fra le varie piazze, piazza delle Biade, dei Signori, delle Erbe, del Duomo, fino a sbucare in piazza Castello, ampia e vuota, a quell’ora. Ad un angolo della piazza con Corso Palladio c’è la libreria Galla (“dal 1880”), con caffetteria inclusa, nell’ultima saletta in fondo. Forse qui, mi dico, riesco a comprare I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan (autore di cui ho già trattato qui  a proposito di Tristissimi giardini) che dalle mie parti non ero riuscito a trovare (“Trevisan chi? Ci sono tanti Trevisan…”). Entro, prendo un caffè, e poi in effetti trovo il libro, vado alla cassa, pago ed esco. Dopo qualche decina di passi ci sono i Giardini Salvi, mi siedo ad una panchina per divorare un panino, subito attorniato da decine di piccioni che litigano fra di loro per le briciole che rimbalzano di qua e di là. Do un’occhiata al libro appena acquistato, e con non poca sorpresa scopro  che l’itinerario del protagonista, Thomas Boschiero, si conclude proprio in piazza Castello: “Ero alla fine del corso. Girai a destra. Fatti pochi passi (nove), entrai nel cortile di palazzo Bonin Longare e proseguii diritto per un totale di altri ventuno passi e mi fermai davanti all’ingresso dello studio Strazzabosco…casa studio Strazzabosco 15000 passi. Suonai il campanello”.

E che cosa scrive il protagonista, nell’epilogo?

“solo ripercorrendo i percorsi che mio fratello aveva già percorso, leggendo ciò che lui aveva letto, pensando ciò che lui aveva già pensato, sono riuscito a dare un senso alle sue opere, che ora mi appaiono strettamente legate l’una all’altra, una conseguente all’altra, dall’inizio alla fine, dalla fine all’inizio, un continuo flusso di pensiero mai finito, ma solo interrotto, di cui questo resoconto, la cui architettura, come ora mi è chiaro, si tiene in piedi solo in relazione a quel flusso di pensiero, è parte integrante” (p.154).

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Francis Bacon e William Burroughs a Londra, 1989, photo by John Minihan

E in effetti mi ritrovo io stesso a ripercorrere i passi di questo lungo e serrato flusso di pensieri, direi quasi materialmente, da piazza Matteotti, dove Visentin colloca la galleria d’arte che possiede una litografia del Trittico di Bacon, “Three Studies for Self-Portrait” (1979) (“ma le gallerie d’arte, a Vicenza, hanno vita breve”), fino agli stessi Giardini Salvi, senza dimenticare, lungo il tragitto del romanzo, autentiche perle letterarie come La casa incompiuta della vedova Magnabosca, Costruire in altezza dedicato all’architetto Lazzaron, e l’intenso La casa nel parco nella casa sui Colli Berici, che è un po’ la rivincita del paesaggio bistrattato contro i tristissimi giardini del desolante NordEst  (Trevisan, com’è noto,  non è certo tenero con Vicenza e la sua provincia). Il flusso ossessivo dei pensieri del protagonista, sovrapposti e interpolati a quelli del fratello e a volte dello stesso scrittore, ci accompagna in una sorta di apocalittico e labirintico viaggio nell’orrore che non ha alcuna soluzione, neppure nella morte (“messo al mondo per sbaglio e repentinamente lasciato solo nell’orrore”). Un orrore senza fine, solo interrotto, appunto, da cui fuoriescono personaggi grotteschi, paesaggi stravolti, identità distrutte e ricomposte in trittici mostruosi.

“La morte è presente sempre e dappertutto, diceva sfogliando il Bacon, in ogni cosa, in ogni essere vivente, in ogni situazione, in ogni opera d’arte degna di questo nome incombe la presenza della morte. E come potrebbe essere altrimenti?, disse ancora, come potrebbe non essere così? Anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora minuto secondo dopo secondo, la morte è al lavoro sulle nostre persone…”

francis_bacon_three_studies_for_self_portrait_1974

Three Studies for Self Portrait

Tre teste

“Quando vidi per la prima volta quelle tre teste, attraverso la vetrina del negozio di piazza Matteotti, me ne restai immobile, davanti a quella vetrina, per non so quanto tempo, con gli occhi fissi su quelle tre teste, deformi di una deformità che non avevo mai visto, una deformità esatta, rispondente al vero, per così dire, tanto che, a un certo punto, mi convinsi che non di dipinti si trattava, ma di un trittico fotografico, di una scheda segnaletica: profilo destro, fronte, profilo sinistro. Ingrandimenti, pensai allora, disse mio fratello, pensavo camminando, non sono che ingrandimenti di foto, una variante del caso Warhol…tre foto dello stesso soggetto visto di fronte: tre foto assolutamente diverse dello stesso soggetto visto di fronte. ..esatta brutale deformità di quella testa, cangiante ma sempre in qualche modo uguale…

Ognuna delle innumerevoli versioni del mio volto, che mi ero proposto e riproposto fino allo sfinimento davanti allo specchio, nel tentativo di confermare quella prima, assurda idea della somiglianza della mia testa con le tre versioni della testa di piazza Matteotti, assomigliava in realtà a me stesso, ognuna di loro comunque più conforme all’immagine di me stesso dell’immagine che ora, passato il crampo e rilassatisi i muscoli della testa e del collo, lo specchio mi rimandava. Per la prima volta mi ero visto dall’esterno all’interno, avevo davvero, come si dice, tirato fuori ciò che avevo dentro, e ciò che avevo dentro aveva modificato e riordinato i miei lineamenti e l’intera testa, in accordo alle proprie tensioni e alle proprie linee di forza. La nostra faccia normale, disse mio fratello, la faccia e il corpo che mostriamo tutti i giorni al mondo, non sono che un ridicolo camuffamento. Non è quella la faccia, né il corpo quel corpo, non la vera faccia e il vero corpo. Non sono le facce che ci vediamo venire incontro per strada, le vere facce di chi ci viene incontro…Se ognuno si vedesse per ciò che è. Se ognuno fosse, al suo esterno, corrispondente a ciò che è al suo interno, se davvero potessimo vederci, e dunque vedere gli altri in modo corrispondente, l’esterno con l’interno, non vedremmo che facce e corpi completamente deformi e spaventosamente asimmetrici, che si trascinano che si contorcono che strisciano, urlanti, sibilanti, farfuglianti; facce distorte e rovinate portate in giro da corpi distorti e rovinati, questa è la verità, disse mio fratello, pensavo camminando. Davanti allo specchio, quella notte, capii tutto questo, e al tempo stesso capii anche che quelle che avevo creduto essere tre foto della stessa testa vista di fronte, non erano affatto foto, ma ritratti, tre ritratti  deformi della stessa testa vista di fronte, che di quella testa, dell’essere umano proprietario di quella testa, davano tre versioni prive dell’armatura che normalmente sosteneva i lineamenti del suo aspetto cosiddetto normale…

La luce dell’alba mi sorprese che ancora mi osservavo attentamente il viso davanti allo specchio, dicendomi che no, non ero io quello, non erano quelli i miei lineamenti, che quella ridicola composizione dei miei elementi facciali, in qualche modo neutra e rassicurante, che vedevo riflessa nello specchio, era una composizione completamente falsa, non quello che ero, ma quello che ero costretto e mi costringevo ad apparire:  il più neutro, il più rassicurante, il più simmetrico, il più armonico possibile, cioè quanto di più lontano dalla mia vera natura che, viceversa, era quanto di meno neutro  e di più inquietante, di meno simmetrico e di più distonico. Grazie alle teste, pensavo, disse mio fratello, mi ero visto per qualche attimo per come ero, e non per come apparivo”, agli altri come a me stesso…

Non mi ero sbagliato, disse, erano davvero ritratti, tre ritratti della stessa testa, vista di fronte, su fondo nero, tre ritratti dall’interno verso l’esterno…così che la composizione risultava essere perfettamente equilibrata e affatto simmetrica, tanto che ciò che appariva distorto e asimmetrico, liquido, cadente, tendente in modo innaturale verso destra e verso sinistra e, altrettanto innaturalmente, compresso verso il centro, concentrando lo sguardo alternativamente sul ritratto di destra di sinistra o di centro, dava vita a una testa in qualche modo perfettamente simmetrica ed equilibrata, se i tre ritratti venivano osservati contemporaneamente. I tre ritratti, pensai allora, disse mio fratello, pensavo camminando, erano in realtà un solo ritratto, o comunque, pensai ancora, davano vita a un solo ritratto, perché erano tutti in stretto riferimento allo stesso soggetto nello stesso presente…Un equilibrio per distorsione, un’armonia per stridore, un paradosso che prendeva forma e si cristallizzava all’interno della mia testa, attraverso i miei occhi, per opera dei tre ritratti che si ricomponevano in un unico ritratto.”

(Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi, Einaudi, 2002)

giardini di ninfa

Walter’s Passwor(l)d – Black Blotter (Fringe 5×09)

Dopo i fasti e nefasti dei doppi universi e dei doppi personaggi con gli stessi attori negli stessi ruoli, J.J. Abrams  & soci tornano all’antico, nella 5a e ultima stagione di Fringe, con una (in)sana distopia ambientata nel 2036,  e con tanto di invasori dal futuro, che poi sono sempre loro, gli Osservatori, ma in veste totalitaria alla 1984 (o alla Essi vivono, alla Matrix  o quel che vi pare). Per fortuna, c’è la Resistenza, di cui fa parte Etta la figlia di Olivia e di Peter, che ormai è grandicella e abbastanza graziosa, oltre che cattiva. E ci sono anche i nostri quattro eroi della Fringe, Walter, Peter, Olivia e Astril, ripescati chissà come dall’ambra che li ha preservati dall’invecchiamento al momento dell’invasiome, nel 2015, e così si ritrovano belli freschi nel 2036, arruolati anche loro inevitabilmente nella Resistenza,  per amore filiale. Dall’ FBI alla Resistenza, Wow! Peccato che la nostra eroina Etta, che prometteva bene come cattiva resistente senza pietà contro i miserabili Lealisti, venga uccisa in modo proditorio al quarto episodio dal capitano Windmark, che le si materializza improvvisamente alle spalle – e visto che Windmark ha questi superpoteri di teletrasportarsi e di attraversare muri e barriere spazio-temporali, non si capisce perchè non li sfrutti anche contro gli altri resistenti. Ma tant’è! Morta l’eroica Etta, cosa ci resta, dopo le lacrime?

– Peter, per vendicare l’amata figlioletta ritrovata e subito riperduta,  si innesta il congegno degli Osservatori, e comincia a farli fuori tutti, puntando al malefico Windmark. Sconfitto lui, il nostro Universo sarà salvo. Purtroppo, pian pianino, comincia anche lui, Peter,  a diventare un Osservatore, finchè, per amore, dopo una supplica straziante di Olivia, si estrae il congegno osservante dalla nuca.

– Olivia, ahimé, sembra proprio cotta, disperata, stanca, lontana anni luce dalla cazzuta agente delle prime stagioni. Ora ha capito che la serie è finita, quale sarà la prossima?

– Walter, episodio dopo episodio, invece è sempre più “fatto” di LSD, più  per ragioni ludico-ricreative che utilitaristiche (coltivare le scienze di confine, messe al servizio della impossibile lotta contro il crimine internazionale, il terrorismo, le multinazionali e lo Schema). Del resto non si ricorda niente o fa fatica a ricordare, perchè ha la mente disassemblata. Quindi ringraziamo lo studio 6PH di Los Angeles per averci regalato questa animazione alla Terry Gilliam, che però consente a Walter il coup de thèatre, il sussulto magico, cioè ricordare la fatidica password, prima che il villano, che custodisce Michael l'”eterno bambino”,  cominci a sparare nel mucchio! E ringraziamo anche l’attore John Noble che con alto senso civico e morale ha interpretato magistralmente il personaggio dello scienziato pazzo e fatto versione anni ’60 (o ’70), quando i freakettoni protestavano contro la guerra in Vietnam, i Weathermen coniugavano il fucile con le canne, facendo evadere il guru della psichedelia Timothy Leary, e la CIA cercava di utilizzare l’LSD come “siero della verità” (il famoso Progetto MK Ultra).

– E ringraziamo anche Astrid o Astril o Astro o Afro per tutta la carica di saggezza e pazienza profusa in questi magnifici e intensi 5 anni. Grazie a lei il nostro Universo, e anche l’altro, hanno ancora qualche minima chance di non collassare in un minaccioso buco nero o in un wormhole. Grazie di cuore. Tutto dipenderà, però, ahinoi, dalla prossima ventura Guerra Civile americana. Prossimamente, su questi schermi.

fringe-409

Domani intanto (venerdì 18)  gli ultimi due episodi della quinta stagione su Fox, e poi…Revolution (sempre prodotto da Abrams, che ci tiene tanto agli scenari apocalittici), già in onda da settembre negli USA, e da ieri in Italia.

When the truth gets buried deep
Beneath the thousand years of sleep
Time demands a turn-around
And once again the truth is found
Awakening the Hurdy Gurdy Man
Who comes singing songs of love.

Music: “Hurdy Gurdy Man ”  by Donovan, 1968