Miracolismo mediatico – Intervista a Mario Perniola

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Sul caso Stamina ho letto un paio di articoli interessanti, il primo della scienziata e senatrice Elena Cattaneo (http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2013/12/Attenti a chi confonde neuroni e lumache.PDF), l’altro di Vittorio Zucconi (http://zucconi.blogautore.repubblica.it/Sesso Salute Soldi e Sciacalli?ref=HROO-1)  e un post sul sito Movimento dei Caproni (http://movimentocaproni.altervista.org/blog/la-sconfitta-della-scienza/) in cui l’autrice fra l’altro scrive:

“Tra la gente di scienza c’è chi si preoccupa che i creduloni vengano truffati da imbroglioni, e si impegna nello smascheramento di truffe clamorose: disgraziatamente, questo lavoro non procura certo loro una maggior benevolenza da parte di quelli che stanno cercando di proteggere.
Le persone VOGLIONO credere a queste cose, VOGLIONO che i miracoli accadano davvero, certamente non vogliono che si mostri loro che c’è un trucco.
Perchè il problema è tutto lì, le persone hanno bisogno di credere in qualcosa, e, visto che la scienza li ha delusi e traditi, si rivolgono ad altro…

Adesso però è ormai da qualche mese che mi frulla per la testa l’idea che fenomeni come quello di Scientology, del Casalgrillo, dei complottismi, della “fede” in boiate (o peggio in truffe orrende come il metodo Stamina) siano tutti aspetti di una medesima realtà, quella delle persone che son troppo deboli per reggersi in piedi da sole ed han bisogno di puntelli e che per questo motivo sono l’obiettivo ideale dei truffatori.”

Al rapporto fra miracolismo e comunicazione il prof. Mario Perniola ha pubblicato presso Einaudi due interessanti libri tuttora attuali, Contro la comunicazione (2004) e Miracoli e traumi della comunicazione (2009). Prima di ricapitolarne alcuni spunti interessanti, mi sembra utile come agile presentazione ripescare l’intervista rilasciata da Perniola ad Antonio Gnoli de la Repubblica a proposito del secondo libro.

MIRACOLI E TRAUMI COSÌ È FINITA LA STORIA BENVENUTI NEL MONDO DELL’ IRREALTÀ

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2009/06/02/miracoli-traumi-cosi-finita-la-storia-benvenuti.html

Allora professor Perniola, davvero non è successo più nulla da sessant’ anni a questa parte? Davvero l’ azione è finita?

«Le ultime azioni veramente importanti sono state la sconfitta del nazi-fascismo e l’ asservimento dell’ ultima grande cultura che era riuscita a sottrarsi alla colonizzazione euro-americana, quella giapponese. Dagli anni Sessanta la comunicazione ha preso il posto dell’ azione e oggi ha raggiunto un’ egemonia soverchiante».

Con quali effetti?

«Il mio assunto è che il significato di ciò che è avvenuto negli ultimi quarant’ anni resta tuttora opaco e indecifrabile fintanto che si ricorre ai concetti e alle nozioni che hanno dominato nell’ Ottocento e nella prima metà del Novecento, perché queste sono appunto categorie che non appartengono al mondo della comunicazione».

Cosa intende quando dice che il mondo è sotto il dominio della comunicazione?

«Significa che il posto della Storia è stato preso da eventi-matrice del tutto imprevedibili e da una infinità di “storiette”, il cui legame dipende dal modo in cui vengono presentate».

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Che cos’ è un evento-matrice?

«Un avvenimento-matrice congiunge l’ attualità di un fatto che avviene qui e ora con un prolungamento immaginario negli anni successivi. Per esempio, il Maggio ‘68 era qualcosa di molto mediatico nel momento in cui è avvenuto, ma ha continuato a occupare l’ immaginazione per molto tempo ancora».

Dagli anni Sessanta a oggi, come lei stesso osserva, ci sono stati quattro grandi eventi-matrice: il Maggio francese del 1968, la rivoluzione iraniana del 1979, il crollo del muro di Berlino del 1989 con relativo crollo dell’ impero sovietico e infine l’ attentato alle torri gemelle nel 2001. Possibile che non abbiano cambiato neanche un po’ il corso della storia?

«Diciamo che non hanno alterato la struttura dell’ ordine mondiale: quelli che lei cita sono eventi che hanno avuto un carattere essenzialmente mediatico».

A questo proposito lei parla di un miracolismo mediatico. Cosa intende?

«Il prezzo della stabilità politica mondiale è la puerilizzazione e la futilizzazione del mondo, insieme al dilagare di una mentalità miracolistico-traumatica, la cui sostanza è un “impossibile” che diventa improvvisamente reale. Si tratta di una sindrome psicopatologica di carattere sociale».

Con quali ricadute?

«Una larga maggioranza di persone pensa che le cose si ottengano in modo “miracolistico” attraverso il gioco, la fortuna, la corruzione, il malaffare, l’ eredità o un matrimonio vantaggioso e non attraverso il lavoro, la pazienza, il rispetto della legalità, la comunanza, la dedizione, la collaborazione. Si crede che esista una via breve alla felicità».

Sembra il ritratto dell’ Italia di questi anni. Ma questa sindrome miracolistica ha a che vedere con il sacro?

«No, il sacro è scomparso da molto tempo dall’ orizzonte: è stato sostituito dal business della New Age. Quanto ai valori, nel corso dell’ ultimo decennio la comunicazione è entrata nella fase della valutazione. In ogni ambito si stabiliscono classifiche e canoni demenziali, abilmente manipolati. Il progetto, in prospettiva, è quello di schedare e valutare gran parte degli abitanti del globo in tutti gli aspetti della loro vita quotidiana, economica, ricreativa, turistica, intellettuale, spirituale e perfino intima».

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La società dello spettacolo è immediatamente riconducibile alla società del miracolo?

«La società dello spettacolo è solo la prima fase della società della comunicazione, riconducibile agli anni Sessanta-Settanta. Per descrivere le fasi ulteriori bisogna ricorrere ad altri concetti come quelli di “deregolamentazione” (anni Ottanta), “provocazione” (anni Novanta) ed oggi appunto “valutazione”».

Tutto sembra svolgersi in un eterno presente: assenza di futuro, inutilità del passato. Che tipo di legami sociali sono oggi possibili?

«Mi sembra che le malattie psichiche tipiche di oggi siano la dipendenza, l’ autismo e l’ anedonia, ossia la scomparsa della capacità di provare piacere. È evidente che su queste basi non si possono creare legami sociali. Tuttavia la presa di coscienza di questa catastrofe porta alla creazione di piccoli circoli, dai quali dipenderà l’ avvenire dell’ Occidente».

Davvero è tramontata la possibilità di provare piacere?

«Sì, e basta vedere cosa è accaduto nell’ ambito della sessualità. Nel corso degli ultimi quarant’ anni ci sono state trasformazioni insieme miracolistiche e traumatiche».

Ossia?

«Con la rivoluzione sessuale degli anni Sessanta-Settanta tramonta il sentire erotico della civiltà occidentale, in cui la seduzione aveva un’ importanza centrale. Sotto l’ ingiunzione di una impossibile “trasparenza”, le relazioni sessuali diventarono banali, rozze, brutali, perché si presumeva che gli esseri umani disponessero a loro piacere del loro inconscio e della loro sessualità. Gli anni Ottanta hanno visto il sorgere di due fenomeni apparentemente opposti, ma complementari anche da un punto di vista politico: il ritorno del velo nelle società islamiche e la democratizzazione della pornografia in Europa e in America».

Con quali conseguenze?

«Da un lato un neopuritanesimo delirante e dall’ altro una trivialità collettiva senza precedenti. Con gli anni Novanta si è arrivati al “sesso estremo” che, promosso in ambienti artistici e letterari,è stato rapidamente recuperato e assimilato dal video e da Internet. Nell’ ultimo decennio sono tramontate perfino le perversioni che sono formazioni psichiche troppo complesse e raffinate per avere la possibilità di svilupparsi in un mondo in cui tutto ha assunto l’ immediatezza del miracolo e del trauma».

Insomma questi quarant’ anni di egemonia della comunicazione sono da buttare?

«Non direi. Chi è sopravvissuto in condizioni decenti ed ha seguito con vigilanza intellettuale e partecipazione emozionale lo svolgersi degli eventi, corre ora il rischio di morire dal ridere».

Tra una risata e l’ apocalisse?

«Ma io non sono un apocalittico. Come dicevano gli stoici: “neanche così, poi è tanto male”, dato che una Terza guerra mondiale non è scoppiata e siamo ancora qui ad analizzare il declino della civiltà».

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Mario Perniola, Oltre il nichilismo e il populismo

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Già in altre occasioni ho presentato dei brevi testi del filosofo Mario Perniola dedicati al rapporto fra Estetica e Politica (Agalma 24, “Da Nietzsche a Breivik”, da-nietzsche-a-breivik-mario-perniola/) o alla Società dei simulacri (“Introduzione –  La societa dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori-mario-perniola/), in cui fra l’altro afferma

“Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.”.

Ma Perniola non è tipo che si fa rinchiudere in facili stereotipi. E perciò così come ci avverte sui rischi dell’oclocrazia, ci avverte anche del rischio opposto, di bollare il vasto mondo dell’insurrezione e della rabbia col nome di “antipolitica”, il che ci consente certo di autoassolverci, ma non di elaborare una nuova teoria adeguata ai tempi:

“ Il tarlo populistico, che già negli anni Ottanta “era sotto gli occhi di tutti” (come allora scrivevo), manifestandosi ovunque l’intrigo e la macchinazione prendono il posto della società e dell’organizzazione razionale oppure con l’esaltazione delle idiozie più diffuse e con l’intrigo o con una combinazione di ambedue le cose, sta ora facendo crollare il tavolo, che è ormai fradicio.

È molto riduttivo e addirittura narcotizzante riportare nell’alveo del neo-nazismo, del neo-fascismo, dell’anarchismo, del populismo tradizionale o dell’anti-semitismo, la rabbia che cova nelle società euro-americane. Tale sentimento di ira impotente appartiene al mondo della globalizzazione e non alle ideologie politiche di cent’anni fa. Esso non trova un’espressione teorica e si veste perciò con i panni del passato, così come gli insorti della Rivoluzione francese si travestivano da antichi Romani.

Trovo piuttosto fuorviante bollare tutta questa vasta insurrezione col nome di “antipolitica”, perché essa è alla ricerca di una politica differente da quella ideologica: ora questo è un compito che non può essere svolto né dai demagoghi, né dai comici, ma da un’intelligentsia, che non sia più disposta ad accodarsi a questo o a quel partito, a questa o a quella ideologia. Nel passato la teoria era sempre più avanti del movimento sociale; ora avviene il contrario. Ci troviamo dinanzi ad una rivolta in atto, ma fanno difetto gli strumenti teorici per pensarla.”

QUI (http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=24) il testo intero tratto dal nr.24 della rivista Agalma.

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“Le tendenze descritte nel sesto capitolo, Nichilismo e populismo, scritto negli anni Ottanta, il nietzscheanismo e il neo-nazismo, che allora consideravo come marginali, hanno acquistato un’importanza sempre più rilevante. Già allora tuttavia ritenevo che questi due termini non fossero adeguati a descrivere quanto stava accadendo. Il tarlo nichilistico cominciava a trasmettersi all’intera filosofia: ora nessuno può considerarsi immune da questa patologia, anche perché nel frattempo gli intellettuali sono stati destituiti da ogni rilevanza politica, per cui ognuno lotta da solo per la propria sopravvivenza con le armi arrugginite di cui dispone. Niente di più ipocrita e di intimidatorio che l’appello alla responsabilità morale e politica dell’intelligentsia, quando tutti sanno che questa non conta nulla: è come mettere sotto accusa un disabile perché non vince una gara atletica! Così piuttosto patetiche mi sembrano le dispute culturali, quando queste superano i limiti della legittima divergenza tra opinioni ed interpretazioni differenti trasformandosi in biliosi e stizzosi attacchi personali, che emozionano soltanto i diretti interessati: per quanto diversi siano i punti di vista e le scelte, chi dedica la propria vita allo studio deve sempre mantenere un atteggiamento di rispetto nei confronti di chi opera con impegno e sacrificio nello stesso campo. Non siamo più ai tempi dei “compagni di strada” o poput?iki, cioè coloro che mostravano uno spontaneo spirito di collaborazione nei confronti dei politici pur essendo estranei rispetto al nucleo organico dei partiti. Così non è più tempo di esercitare il proprio iper-moralismo nei confronti di coloro che si lasciano sedurre dalle sirene del teatrino della politica. Gli intellettuali che si azzannano tra loro sono come i proverbiali capponi di Renzo descritti da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, che si beccavano l’un l’altro invece di far fronte alla comune malasorte. Su questo argomento penso come gli antichi filosofi Stoici, i quali, dopo aver delineato il grande ideale del saggio, si guardavano bene dall’attribuirselo, affermando che in tutta la storia era stato tale solo Socrate e forse anche qualcun altro di cui non si sapeva nulla!”

Da Nietzsche a Breivik – Mario Perniola

DA NIETZSCHE A BREIVIK

 

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Alcuni post fa

Alcuni post fa  (cest-boulanger-quil-nous-faut-ne-destra-ne-sinistra-il-fascismo-in-francia-zeev-sternhell/)  si accennava al dilagare della violenza verbale, soprattutto sul web e in alcuni social network da parte di frotte di troll grillisti, leghisti o fascisti (categorie accomunate dal linguaggio e dall’odio livoroso ancor più che da qualche ideologia d’accatto), violenza che non risparmia nessuno al minimo cenno di critica, battuta sgradita o perfino di innocuo sondaggio , e che, come nelle sette di fanatici religiosi, si riversa immancabilmente anche sui propri iscritti o eletti epurati con tipico sistema stalinista o nazista. Ci si chiedeva se questa violenza verbale, che fa ricorso ai più accesi toni di necrofilìa, coprofilìa o pornografia sado-maso, possa divenire “fisica”, in che modo questa violenza “catartica e revanchista” faccia da contraltare all’apatia di massa, e che significato ha rispetto ad altri modelli di violenza storica o politica. Nel frattempo il 28 aprile c’è stato il gesto “folle” dello “squilibrato” Luigi Preiti davanti Montecitorio, nonché un’ulteriore spirale di insulti, minacce e farneticazioni assortite (il “colpo di stato” diventato poi “golpettino” e ridiventato in pochi giorni  “colpo di stato”, la “marcia su Roma” diventata in pochi minuti “retromarcia”, i “dossier”, etc.). Vi è un punto che mi interessa in questo intervento di Mario Perniola, e cioè: questa violenza verbale, comunicativa, non ha nulla a che vedere con la violenza storica e politica delle rivoluzioni passate o degli anni Settanta, ma è una violenza fine a se stessa (autotelica), anaffettiva e barbara, che tuttavia non è l’espressione della follìa del singolo ma di un intero sistema sociale a rischio di collasso. Anders Breivik, Luigi Preiti o Gianluca Casseri, da questo punto di vista, rischiano di essere il modello, il paradigma di una violenza non dissimile da quella manifestatasi spesso negli Stati Uniti, e che quindi chiama in causa la salute, mentale e psicologica, della civiltà occidentale.

Tratto da Mario Perniola, Agalma nr.24, ottobre 2012

EDITORIALE

L’intero articolo:

http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=24

(…)

Queste considerazioni mi consentono di passare al secondo capitolo di questo testo, Scena e violenza (http://www.sinistrainrete.info/filosofia/2544-mario-perniola-la-scena-terroristica-e-il-suo-motore-occulto.html ), in cui si sostiene che la civiltà politica aperta dalla Rivoluzione francese si basa sul legame tra la scena e la morte: l’azione storica ha bisogno di essere azione scenica per avere senso ed azione violenta per essere effettuale. Nel tramonto di questa concezione del divenire storico, questo legame si spezza. All’azione succede la comunicazione: la scena diventa spettacolo e la violenza regredisce a mera barbarie. Alla concezione terroristica della storia che pretende di imporre il senso della rappresentazione scenica con la violenza succede una violenza che non si cura per nulla del significato, che non ha più bisogno di alcuna legittimazione. Quest’ultima, restata negli ultimi tre secoli confusa con la violenza ideologica, appare oggi in tutta la sua problematica enigmaticità, perché ogni sorta di giustificazione ideologica è screditata e inaccettabile. La “crudeltà priva di senso” è sempre esistita, ma solo oggi ci appare come qualcosa che non può più essere esorcizzata con giustificazioni pseudo-ideologiche, pseudo-belliche o pseudo-sicuritarie.

Un contributo importante allo studio della violenza è stato recentemente recato dal volume di Jan Philipp Reemtsma, Vertrauen und Gewalt. Versuch über eine besondere Kostellation der Moderne, in cui l’autore distingue tre differenti tipi di violenza definendole rispettivamente con i termini di localizzante, rapitrice e autotelica (vale a dire che ha il suo fine in se stessa). La prima è diretta al raggiungimento di uno scopo preciso: essa mira a sbarazzarsi del corpo di una persona che è di ostacolo. La seconda vuole impadronirsi del corpo altrui per utilizzarlo in qualche modo. La terza non ha altro scopo che la distruzione del corpo indipendentemente da qualsiasi logica comprensibile. Quest’ultima costituisce un vero enigma, per il quale ogni spiegazione risulta inadeguata. Perciò è considerata sbrigativamente come una manifestazione di follia, individuale come nel caso del serial killer, o collettiva quando coinvolge intere collettività, come nei genocidi. Reemtsma fornisce molti esempi di quest’ultimo tipo di violenza che resta uno scandalo per la coscienza moderna. Con l’avvento del nuovo millennio, la violenza autotelica non è per nulla scomparsa; anzi il ritorno della pratica sistematica della tortura come castigo, la violazione delle convenzioni di Ginevra sul trattamento dei prigionieri, sullo status dei rifugiati e sulla proibizione di alcuni tipi di armi, il coinvolgimento delle popolazioni civili nelle operazioni belliche, ormai considerate come danni collaterali inevitabili, la scarsa efficacia dei tribunali internazionali nel perseguire i crimini contro l’umanità, hanno assuefatto l’opinione pubblica mondiale a comportamenti che minano la stessa idea di modernità e di civiltà. Il nuovo millennio si è aperto con una spaventosa crisi di fiducia nella fiducia degli altri. La retorica della missione civilizzatrice e dell’esportazione della democrazia perdono ogni plausibilità dal momento in cui nello stesso Occidente si insinua il dubbio sul carattere civile e democratico delle sue società.

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Una spiegazione della violenza autotelica si può forse trovare nell’odio, argomento sul quale i filosofi sono stati piuttosto reticenti. Nella storia della filosofia troviamo moltissime teorie dell’amore, ma ben poche considerazioni dell’odio. Sembra che questo sentimento resti inaccessibile ad un’indagine razionale. Alcune domande s’impongono immediatamente all’attenzione. La prima riguarda il carattere asimmetrico dell’odio rispetto all’amore: l’odio conterrebbe qualcosa di primordiale e costituzionale che precede l’amore. Le guerre religiose e ideologiche della modernità ci hanno portato a collegare l’odio con la guerra. In realtà la polemologia è un sapere completamente diverso dal furore omicida: impegnarsi in una guerra implica una serie di valutazioni razionali estremamente complesse. Chi si fa trascinare da passioni insensate e agisce in preda a impulsi sconsiderati e precipitosi procede alla cieca senza tattiche né strategie. Odiare non favorisce la vittoria, anzi l’ostacola. Anzi si può senz’altro affermare: “odio, dunque perderò”. La distinzione di Clausewitz tra intenzione di ostilità e sentimento di ostilità lo porta talora a sopravvalutare il secondo rispetto alla prima: egli ha davanti agli occhi i successi degli eserciti di Napoleone sulle armate dei governi dell’antico regime. Ma nello stesso tempo considerando la guerra come la continuazione della politica con altri mezzi e definendo la difesa come la forma più forte della guerra, è quanto mai estraneo all’idea di una violenza fine a se stessa. Non diversamente Jean-Paul Charnay distingue la guerra come strategia (quella teorizzata in modo ineguagliabile dal generale e filosofo cinese Sun Tzu nel V sec. A.C.) da quella fondata su distorsioni sociali (l’invidia e la gelosia) e ideologiche (jacqueries, crociate, guerre di religione, guerre rivoluzionarie, guerre nazionalistiche-imperiali, fondamentalismi ed estremismi di vari tipi, teoria della guerra infinita…). La prima è l’arte militare, la seconda è la guerra del nemico negato.

Più a fondo sulla natura dell’odio sono andati gli scrittori. Per esempio, Cesare Pavese scrive “Si odiano gli altri, perché si odia se stessi”; lo stesso pensiero si trova in Hermann Hesse: “Quando odiamo qualcuno, odiamo nella sua immagine qualcosa che è dentro di noi”. La radice della violenza autotelica andrebbe quindi ricercata in una patologia psicologica che, come scrive Reemtsma, infligge dei dolori agli altri per assicurarsi del proprio corpo e del proprio io. Si vuole annullare il corpo altrui, perché si è stati vittime di un trauma, che non è stato elaborato sotto la forma di un’esperienza, ma è rimasto come impronta. La brutalità del trauma lascia talvolta un’impronta nella vita psichica di ogni soggetto, prima che questi abbia la possibilità di ripristinare un nuovo ordine simbolico perché quello precedente viene attaccato e perso. Ciò è particolarmente evidente nella violenza psichica: “ Si può concepire la violenza psichica, al di là della minaccia manifesta – scrive Reemtsma – come un comportamento che fa intendere che l’altro non interviene come partner libero e uguale in materia di potere e di sessualità”.

Nel trauma, ogni violenza subita può scatenare un elemento autotelico. Questo fenomeno è, a mio avviso, diventato più frequente nella società attuale, nella quale alla facilità di accesso a Internet, in particolare ai social networks e ai messaggi individualisti ed ugualitari che implicitamente trasmettono, non corrisponde per nulla né un effettivo miglioramento della situazione economico-sociale, né una maturazione psichica e culturale. Schiacciato tra la pressione della società consumistica e spettacolare da un lato e la miseria della sua condizione reale, il singolo si rivela inaccessibile al dialogo e ad ogni ragionamento condiviso: la misologia, cioè l’odio dei discorsi, che era già nota a Platone e a Kant, produce esistenze murate, nelle quali ogni consiglio o suggerimento scatena una reazione violenta connessa con l’anaffetività, cioè l’incapacità di esprimere affetti ed emozioni.

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La filosofia si trova così dinanzi ad un ostacolo insuperabile: “Allo stesso modo altri diviene misantropo e ha avversione e antipatia per i propri simili. Oh! Davvero non c’è sventura più grande di questa antipatia per ogni discussione” (Platone, Fedone). Tutto questo induce a pensare che siamo entrati in una società in cui la violenza si manifesta in un modo ancor più efferato e gratuito del passato. Infatti, la violenza autotelica è fomentata da un furore e da una rabbia la cui legittimazione ideologica è talmente assurda da apparire delirante: nello stesso tempo è quantomeno autoassolutorio e deresponsabilizzante spiegare questi atti come espressioni di una follia individuale.

Il caso del norvegese Anders Behring Breivik, autore degli attentati del 22 luglio 2011 (al centro di Oslo e nell’isola di Utoya, dove travestito da poliziotto ha ucciso a sangue freddo 69 ragazzi che partecipavano a un campo estivo organizzato dall’organizzazione giovanile del Partito Laburista, costituisce la manifestazione esemplare di una violenza autotelica. In questo caso, a differenza degli attentati dell’11 settembre 2001, la minaccia non proviene da un’organizzazione in lotta contro l’euro- americanismo, ma da un solo individuo che si proclama paladino dei “valori” occidentali. Questo fatto è il segno del profondo malessere che l’Occidente prova nei confronti di se stesso: Breivik è la sua cattiva coscienza. Molto interessante è l’intervista al sociologo e matematico norvegese Johann Galtung, rilasciata il 17 aprile (il secondo giorno del processo a Breivik) ai giornalisti di “New Democracy. A daily independent global news hour”, Amy Goodman & Juan González. Galtung, la cui nipote era tra i giovani di Utoya ed è scampata per miracolo al massacro, comincia con l’osservare che Breivik non è affatto un paranoico schizofrenico: è un giovane colto, autodidatta, gran lavoratore. La scelta della data del massacro, il 22 luglio, è simbolica. Infatti in quel giorno del 1099 i Cavalieri Templari liberarono Gerusalemme dai Musulmani, e sempre lo stesso giorno del 1946 avvenne l’attentato al King David Hotel, noto per essere il Quartier Generale delle autorità britanniche per la Palestina, che provocò 91 morti: tale attentato fu opera dell’IRGUN, un’organizzazione sionista, cui partecipava anche Yitzhak Shamir (1915-2012), che sarebbe diventato due volte primo ministro d’Israele tra il 1983-84 e il 1986-92.

Per Galtung, le motivazioni del massacro sono politiche: indubbiamente sono sbagliate, “ma non molto di più del governo norvegese che uccide gli Afghani in Afghanistan”, con la differenza aggravante che mentre Breivik piange in aula, nessun segno di commozione viene da parte del governo norvegese. A me sembra che il parallelo, molto provocatorio, non sia plausibile. La violenza dell’IRGUN come quella del governo norvegese appartiene al genere della violenza localizzante: esse hanno uno scopo ben preciso, che nel primo caso è la cacciata degli inglesi dalla Palestina, nel secondo il controllo politico-militare dell’Afghanistan. Invece è sintomatica la risposta che Breivik dà a un avvocato dei familiari delle vittime che gli chiedeva perché non mostra nessuna empatia: “Posso decidere di rimuovere lo scudo mentale, ma ho deciso di non farlo… perché non sopravviverei” (La Repubblica, 20 aprile 2012).

Il caso Breivik va affrontato in un altro modo e riguarda la legittimità del monopolio statale dell’uso della violenza. Presentandosi sull’isola di Utoya, travestito da poliziotto, Breivik contesta non lo stato, ma quello stato che a suo dire tradisce se stesso, perché non si difende dall’“invasione musulmana”; egli perciò dichiara una sua guerra personale allo stato norvegese, reo di alto tradimento e di connivenza col nemico. A me sembra che l’approccio di Galtung a questa questione non sia politica, ma ancora una volta moralistica. A rigor di logica, la risposta dello stato norvegese avrebbe dovuto essere la stessa che ha avuto nei confronti di Vidkun Quisling, che collaborò con l’occupante nazista: fu condannato per alto tradimento e fucilato il 24 ottobre 1945. Evidentemente questa strada era impercorribile, perché avrebbe dato a Breivik quel riconoscimento politico che le Brigate Rosse hanno chiesto invano per anni allo stato italiano, trasformandolo in un’icona politica. Tuttavia in un’epoca in cui i mass-media e Internet condizionano la politica, Breivik è diventato ugualmente un’icona della società dello spettacolo, per cui l’unica strategia possibile sembra essere quella giapponese: condannarlo a morte e rimandando l’esecuzione della sentenza a tempo indeterminato, senza fornire in modo assoluto più nessuna notizia di lui. Questa specie di “morte civile” è quella che il Giappone ha praticato con successo nei confronti di Hiroko Nagata (1941-2011), la leader della United Red Army, protagonista della tremenda purga interna all’organizzazione, in cui nell’inverno 1971-72 ben 14 membri, su 29, vennero uccisi dai loro stessi compagni. Questo evento sembra la manifestazione prototipica della violenza autotelica.

Il Breivik toscanoGianluca Casseri, il “Breivik toscano”

Tuttavia anche questa opzione è oggi inefficace, perché Breivik si è premunito mettendo in rete un suo Manifesto di 1518 pagine intitolato A European Declaration of Indipendence. Il suo sito è stato oscurato. Tuttavia il manifesto è scaricabile attraverso molti altri siti. Il risultato è che la visibilità mediatica in Internet di Breivik ha raggiunto livelli record: al 31 luglio 2012 inserendo il suo nome nel motore di ricerca Google si ottengono più di cinquanta milioni di risultati, mentre Lady Gaga ne raccoglie venticinque milioni, Berlusconi meno di venti milioni, Benedetto XVI appena poco più di cinque milioni, per non parlare dei filosofi viventi più celebri il cui score raramente supera i due milioni! Questo fatto dovrebbe far riflettere molto sui processi autodistruttivi in atto nella società occidentale, nei confronti dei quali Breivik rappresenta una risposta. A questo punto si pone una domanda veramente inquietante: chi pratica la violenza più autodistruttiva, la società occidentale (attraverso le infinite imbecillità della società della comunicazione e le imprese criminali di carattere economico e militare), oppure Breivik che adopera i mezzi fornitigli da questa società per uno scopo che nella sua mente ha un significato costruttivo?