Il neofascismo repubblichino di sinistra – FattoQuotidiano, laRepubblica, HP e altri disastri

Convergenze parallele

  • 17 maggio 2017

http://www.wittgenstein.it/2017/05/17/convergenze-parallele/

 

“Roma Fascista”, periodico il cui caporedattore era Eugenio Scalfari

Sul Foglio di ieri il direttore Claudio Cerasa ha scritto una cosa lunga in risposta a un articolo di Eugenio Scalfari: un po’ per difendere la rilevanza del suo quotidiano, diminuita da Scalfari, un po’ per controaccusare Scalfari di una cosa molto fondata: di essere stati – lui e un grosso pezzo di persone cosiddette di sinistra (“la sinistra scalfariana”, dice Cerasa) che si sono fatte rappresentare e guidare negli anni passati da Repubblica – in sostanza “i cattivi maestri” del grillismo, predicando e praticando per anni uno sventato giustizialismo demagogico e missionario che ha coltivato il consenso successivo per gli slogan del M5S.

È inutile girarci attorno ed è inutile cercare perifrasi. La sinistra alla Scalfari – quella cioè che considera come moralmente inferiore tutto ciò che non fa parte del pensiero progressista – non è solo una sinistra che ha incatenato il pensiero progressista rendendolo irrilevante per una vita, ma è anche una sinistra che ha disseminato in giro per l’Italia un concime che oggi ha prodotto i suoi frutti e che in un certo modo costituisce il terreno che ingrossa i fusti del populismo italiano. Scalfari oggi stenterà a crederci, ma il grillismo è un derivato limpido e chiaro della sinistra scalfariana. Di una sinistra, per capirci, che ha scelto per una vita di trasformare la questione morale nella sua stella polare. Di una sinistra, per intenderci, che ha scelto per una vita di delegare ai magistrati il compito di moralizzare un paese. Di una sinistra, per continuare, che ha scelto di far diventare la parola moralismo e la parola giustizialismo facce della stessa medaglia e che, per una vita, si è specializzata in una serie di attività culturali, che queste sì hanno avuto una rappresentanza culturale di assoluto rilievo, che si sono contraddistinte per avere una serie di caratteristiche chiare. La tendenza a utilizzare la magistratura per conseguire obiettivi politici. La tendenza a risolvere per via giudiziaria la complessità dei problemi della politica. La tendenza ad attribuire un aprioristico favore ai magistrati dell’accusa. La tendenza a far proprie tutte le battaglie combattute dalla magistratura. La tendenza a considerare i magistrati figure sempre più mitizzate, come giustizieri senza macchia e senza paura, custodi dei valori etici di una società civile, idealizzata e contrapposta a una politica corrotta. La tendenza ad alimentare la corsa a chi era il più puro tra i più puri. La tendenza, come disse Enrico Berlinguer nella famosa intervista concessa a Eugenio Scalfari il 28 luglio del 1981, a issare sul galeone della sinistra la bandiera della questione morale, “diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”.
L’educazione siberiana scalfariana ha avuto involontariamente il “merito” di asfaltare la stessa strada che oggi stanno percorrendo i grandi (e veri) demagoghi italiani ed è una strada dove per viaggiare veloci si utilizzano gli stessi mezzi spicci consigliati per una vita dalla sinistra scalfariana: la presunzione di innocenza è un optional; il moralismo è il giusto surrogato del riformismo; le battaglie politiche è legittimo combatterle anche per via giudiziaria; la gogna è uno strumento accettabile per far fuori un avversario politico; e inevitabilmente il rispetto della pubblica morale diventa il criterio principale con cui valutare i soggetti della politica. Un tempo, l’approccio scalfariano, poi ereditato da Ezio Mauro, oggi rinnegato da Mario Calabresi, coincideva con l’Italia anti berlusconiana dei Palasharp. Quell’Italia però non ha prodotto un’alternativa al centrodestra (a meno che non si consideri il movimento 5 stelle o Articolo 1 una grande alternativa di governo) ma paradossalmente ha prodotto un’Italia che non aveva altra alternativa se non quella di scaricare l’agenda Scalfari – il moralismo come strumento di lotta politica – per provare a rimettere insieme i cocci di una sinistra grillizzata prima ancora
dell’arrivo in politica di Beppe Grillo.

 

L’analisi è accurata e condivisibile, e chiarissima la sintesi finale: “una sinistra grillizzata – da Repubblica (e da derive del PD) – prima ancora dell’arrivo in politica di Beppe Grillo”, è l’aggiornamento di quello che andiamo dicendo da tantissimi anni sulla “sinistra che è uguale alla destra“. Il M5S ha radunato – depoliticizzandole – le attrazioni fasciste di destra e quelle di sinistra (è un paese fascista culturalmente, dice Michele Serra oggi).
Quello che avrei aggiunto all’analisi di Cerasa è la sua dimostrazione matematica più palese: ovvero che ciò di cui “la sinistra scalfariana” è stato un più educato incubatore – il fascismo “di sinistra” del Fatto Quotidiano – e Repubblica un imbarazzato tentativo di imitazione quando ha capito che ne sarebbe stata usurpata, ha oggi naturalmente trovato il suo nuovo nido nel M5S, assai più confortevole di quello della sinistra, che qualche resistenza a quegli eccessi antidemocratici ogni tanto continua a manifestarli. Il Palasharp è diventato vaffanculo leggendo il Fatto, prima che Repubblica. E se è vero che indubbiamente hanno vinto loro – la predicazione giustizialista della “sinistra scalfariana” è diventata la cultura di mezzo paese, il M5S quasi il primo partito, il Fatto il suo cantore (leggete con quale rivendicazione antidemocratica viene democraticamente ospitato a Torino) – è anche vero che il sequestro di quei temi da parte di Grillo ha permesso a una più benintenzionata parte del PD di liberarsene (su Repubblica forse è presto per dirlo) e di essere oggi per questo – al contrario di quel che si racconta – più di sinistra di ieri, sui diritti, sul garantismo, sul progresso civile, su un’idea di comunità condivisa invece che divisa. Ma perché questo sviluppo abbia un futuro bisogna non darlo mai per ottenuto, che le inclinazioni alla demagogia violenta e capricciosa non mancano per niente – lo chiamano già “grillorenzismo” o simili –  tra i seguaci dell’attuale segreteria del PD, né i “populismi” vili in certe scelte della maggioranza (non parliamo poi di quanto fattoquotidianismo permanga a Repubblica).

 

p.s. del giorno dopo. C’è un intervento di Michele Serra, esatto e sacrosanto, ma che non attenua di una virgola la contestazione di cui si parla, e anzi rischia di suonare come un “non accetto lezioni”, o “avete cominciato voi”.

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Bruce Sterling, Panico morale e caccia alle streghe nell’era di Internet

Un tempo si chiamava caccia alle streghe, ricerca del capro espiatorio, pogrom, maccartismo, etc. Nell’epoca dei mass-media e di Internet si chiama moral panic, panico morale, secondo la definizione datane dal sociologo Stanley Cohen nel suo libro Folk Devils and Moral PanicsThe Creation of the Mods and the Rockers, 1972

La differenza attuale consiste nel fatto che gli episodi di moral panic costituiscono per molte parti politiche, in particolare quelle cosiddette “populiste” (Trump, Putin, Farage, Le Pen, MSS etc.) una strategia politica quotidiana, che sostituisce completamente i programmi politici e le strategie tradizionali (come si vede appunto nel caso della Casaleggio-MSS Associati)

“Alle volte la politica di tutti i giorni viene interrotta con violenza da un evento perverso e odioso, talmente inaccettabile da mettere in crisi l’intero sistema. A quel punto la corruzione palese, il cinismo e la corrosione degli ideali divengono improvvisamente intollerabili. Come l’infedeltà all’interno di un matrimonio, si tratta di una trasgressione così volgare ed esasperante, un affronto così grave da non poter essere risolto con la ragione o con la burocrazia. Anni di indefesso servizio pubblico e di stabilità tecnocratica non possono porvi rimedio. Intimidazioni, recriminazioni, tintinnio di sciabole, singhiozzi istrionici e un collettivo torcere di mani sono all’ordine del giorno: è il panico morale.

Il panico morale non comporta una riforma politica. Lo si capisce dai risultati politici che ne conseguono: non ve ne sono, non cambia nulla di ciò che conta veramente. Generalmente durante l’episodio di panico un gruppo o una persona vengono usati come capro espiatorio e puniti severamente. Tuttavia, quando il panico finalmente si riassorbe, nessuno si sente più felice, più sicuro, più rassicurato o più a suo agio. Il governo che ha sofferto il panico non diventa più giusto o più efficiente, non si pone rimedio a nessuna ingiustizia; niente funziona meglio o diventa più logico, e nessuna delle crisi incalzanti viene risolta, regolata o chiarita. C’è stata solamente una breve orgia catartica pubblica con strappo di capelli…

 

Il panico morale è il leitmotiv politico doc dell’era dell’informazione.

Se il mondo dell’era dei network è perseguitato da episodi di panico morale c’è una buona ragione: non esiste nient’altro che scuota l’indifferenza generale.

Provocare un episodio di panico morale è una tattica che promette bene. Un tecnocrate che ha esaurito le proprie risorse preme il bottone del panico. E’ meglio accendere un fuoco diversivo e magari dare avvio a qualche utile e precipitosa fuga di massa che dichiararsi completamente irrilevanti rispetto al corso degli eventi.

Quel che passa per regolamentazione e politica di Internet è solo sensazionalismo, battage pubblicitario, disastri, scandali, sussulti improvvisi e un lontano, soffocato, martellamento.”

(Bruce Sterling, Tomorrow Now, Mondadori, 2004, p.138)

 

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

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I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

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Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

L’Era dei Trolls – dai blogs a facebook (un articolo di Mauro Baldrati)

brothers__atots_trolls_by_bumhand-d6il9q8Nella prima metà degli anni Novanta, quando Internet era solo un giovane di belle speranze adulato da tutti i tecnofili, già nei primissimi forum si faceva anche un gran discorrere di net etiquette, flame wars, trolls, etc, e cioè di come porre un rimedio alla presenza, peraltro assai limitata e controllabilissima, dei primi trolls. Dopo un ventennio, i trolls in fondo hanno vinto, trasformando quasi l’intera Rete in una gigantesca cloaca maleodorante…Forse, come avevano già intuito Victor Hugo e George Wells nell’Ottocento, è il destino di tutte le grandi Reti quello di trasformarsi, per contrappasso, in una gigantesca rete fognaria di stampo fascista…La voce della fogna…

“I Troll erano erranti, ma più spesso stanziali. Talvolta autori loro stessi di un blog, si insediavano in un sito più autorevole, con molti lettori e commentatori, e scatenavano tutta l’aggressività di cui erano pervasi. Tentavano di stroncare qualunque articolo, di qualunque genere e scritto da chiunque. Attaccavano anche l’autore, cercando di farlo apparire come un ignorante rimbambito, indegno di scrivere anche solo una lista della spesa. Erano piuttosto bravi, scaltri, subdoli e a loro modo studiosi. Infatti, non appena riuscivano a individuare un errore, un riferimento sbagliato, un dato incompleto, si avventavano sul malcapitato coprendolo di epiteti del tipo “sei un insulto alla letteratura” e similari. I Troll per alcuni erano diventati un incubo, e sappiamo per certo che per causa loro qualche scrittore ha smesso di intervenire in un determinato sito.

Nel retro sportello di qualche blog si discuteva animatamente su quale atteggiamento tenere coi Troll. Alcuni redattori sostenevano che i commenti andavano chiusi, o quanto meno moderati con mano ferma, perché, oltre al danno creato dalla violenza verbale, non era giusto offrire uno spazio agli sproloqui di psicopatici. Altri invece sostenevano che i Troll erano a modo loro un prodotto deviato di quella rivoluzione, e che occorreva affrontare il rischio e il disagio, perché sarebbe stata contraria all’ispirazione del sito qualsiasi forma di censura.

Poi i blog sono diventati obsoleti, perché sono spuntati i social, che hanno travolto in poco tempo quasi tutti i siti, molti dei quali hanno chiuso, mentre altri resistono, dopo avere adottato riforme strutturali per renderli sempre più simili a vere e proprie riviste.

Facebook, il principe dei social, ha fagocitato quasi tutto lo spazio dei blog, aspirando i commentatori e i lettori, che sono diventati dei nuovi bloggers rifondati, alimentandosi a vicenda col sistema dei “mi piace”, che ricevono dopo averli dati alle pagine di altri “amici”. La rete si è allargata, globalizzata, fino a raccogliere milioni di utenti.

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo, pena l’eliminazione dei commenti e la radiazione dalla lista dei commentatori. Insomma, tutti i sentimenti più bassi, in una sorta di esplosione di demenza e negatività. Il problema etico dello spazio ai deliri di psicopatici non si pone, perché il sistema si sostiene e cresce sugli “utenti”, aumentando la propria forza contrattuale nella raccolta di pubblicità con la potenza di un parco utenti poderoso. Al massimo a qualcuno tra i più estremi può capitare di ritrovarsi la pagina bloccata per un mese, quando la violenza e la qualità degli insulti può diventare pericolosa, per le denunce. Ma quando tornano sono più inferociti di prima…

Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.”

 

continua:

http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/

Carisma e spettacolo, da Savonarola a Grillo

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Interessante riflessione di Nique la Police sul paragone fra Grillo e Savonarola, e fra spettacolo e realtà. Nique cita un testo di Thomas Csordas, Language, Charisma and Creativity, University of California Press, 1997, dedicato ai movimenti carismatici cattolici, e del quale si possono trovare ampi stralci su Google Books. Come esempi di leadership carismatica legata alla teatralità spettacolare, Csordas cita, oltre Savonarola, anche il movimento Cattolico Romano Jamaa dello Zaire e i Cargo Cults dei Kanaka in Nuova Guinea, sui quali avevo già pubblicato un paio di post in passato (https://artobjects.wordpress.com/tag/cargo-cult/).

L’intero articolo di Nique la Police qui:

http://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/4406-nique-la-police-beppe-grillo-il-gatto-che-mangio-se-stesso.html

“Viene invece a mente un testo di ormai diversi anni fa, di Thomas Csordas, sul rapporto tra Savoranola e lo spettacolo. Csordas sostiene come la teatralità spettacolare sia stata, assieme, elemento di forza e di distruzione del potere carismatico di Savonarola. Elemento di forza perchè, come per ogni convenzione teatrale, perimetrava le predicazioni dal resto del mondo rendendo possibile, amplificata ed intensa una critica al mondo impraticabile altrove. Elemento di distruzione perché, nel momento in cui cresceva impetuosamente la forza della denuncia, la tendenza a rompere i confini della teatralità, e a passare nel mondo reale, si faceva insopprimibile. Finendo però per essere travolta, fino alla distruzione del suo creatore, da un mondo del potere politico dove le leggi sono persino più complesse e spietate di quanto immaginato. Chi abbia letto, anche velocemente, i sermoni e le prediche di Savonarola sa come la predicazione sia consapevolmente rappresentata in termini di spettacolo. Uno spettacolo morale, fatto per dividere violentemente il mondo in buoni (sia “perfetti” che “imperfetti” secondo Savonarola) e cattivi (“che ogni cosa convertono in veleno”). E per invocare, con tutta la forza morale della predicazione, l’intervento del divino per sanare e redimere questa divisione e questa frattura. Ma nel momento in cui la forza della predicazione è dirompente, e lo spettacolo rompe i confini sociali che si è dato, per Savonarola non c’è salvezza e per il mondo non c’è alcuna redenzione. C’è il rogo e il trionfo di un mondo di reticoli velenosi di potere…

Il movimento fondato da Beppe Grillo è infatti cresciuto, e con forza elettorale grazie al potere carismatico emanato dal suo fondatore. Un potere carismatico generato nel campo di forza dello spettacolo, eccezionale rispetto alla tradizione politica (in questo caso il “nè di destra nè di sinistra” è il modo non originale ma sicuramente dirompente con il quale il M5S si è differenziato dalla tradizione). Ma proprio questa crescita tanto più, a causa del successo, ha imposto l’uscita dal terreno del puro spettacolo tanto più ha generato serie sconfitte politiche.”

Interessante anche la conclusione di Csordas: la retorica spettacolare creò “Savonarola”, ma fu anche la sua rovina. Era uno spettacolo che temporaneamente lo salvava quando sfidava le autorità, in quanto creava una scena tracciando un cerchio magico attorno a sé inviolabile, che gli altri avevano paura di attraversare. I suoi seguaci volevano l’esperienza carismatica, ne avevano un insaziabile appetito. Ma quando spezzarono l’illusione del potere (o il potere illusorio) di Savonarola, essi ruppero anche il loro (distrussero anche la propria illusione).

A New Miracle Elixir Show in the City – from Adolfo Pirelli to Grullum Circus

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Non c’è fenomeno sociale e politico che, per quanto inizialmente possa sembrare eccentrico, oscuro o bizzarro, non venga prima o poi conosciuto e “identificato”, riconducibile cioè a qualcosa di già noto o entro schemi noti. Fino alle elezioni politiche del 2013, il M5S si è potuto vantare nei confronti del grande pubblico di essere un “oggetto misterioso” della politica italiana, vivace e innovativo e quindi “inafferrabile”. Sulla scorta del repertorio istrionico del suo Megafono, ha accolto nelle sue fila ogni sorta di reperti umani da Freak Show.

Il successo di Pizzarotti a Parma nelle Amministrative del 2012 ha improvvisamente portato a galla la presenza fra noi umani di queste misteriose entità provenienti da Gaia che si pensava fossero relegate a qualche pittoresco Vaffanculo Day o qualche comune minore della turbolenta provincia emiliana. Da Parma in poi è accaduto che l’irregolare è emerso alla superficie del regolare, della politica mainstream, con una forza d’urto imprevedibile, fino allora assolutamente sottostimata. Gli Osservatori si sono improvvisamente accorti che in città era arrivato un nuovo Circo, di cui si era in effetti già sentito chiacchierare…

 

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stralci del libro di Federico Mello,

Un altro blog è possibile. Perché non funziona la democrazia digitale, 14 euro, 192 pag, Imprimatur

Via http://www.europaquotidiano.it/2014/06/12/come-funziona-la-disinformatija-di-grillo/

 

Federico Mello è stato giornalista del Fatto Quotidiano, direttore del sito web del quotidiano Pubblico, ora è nella redazione di Servizio Pubblico e collabora con l’Huffington Post Italia. Dopo aver seguito per il Fatto l’esperienza del Popolo Viola, ha scritto “Viola”, un saggio sui meriti e i limiti dell’attivismo politico online. Nel 2011 è uscito il suo terzo libro “Steve Jobs – Affamati e folli” mentre nel febbraio 2013, due settimane prima delle elezioni politiche, è arrivato in libreria il suo quarto libro: “Il lato oscuro delle stelle”, un’inchiesta su Beppe Grillo e il Movimento 5Stelle che ha anticipato molte criticità del movimento grillino che sarebbero esplose nei mesi successivi.

 

 

Notizie false, manipolazioni, enfasi: sono gli ingredienti del sistema di propaganda del sito del Movimento 5 Stelle, svelati da un libro di Federico Mello, di cui qui pubblichiamo uno stralcio

 

“Dalla primavera 2012, anno dell’esplosione con la conquista di Parma, il blog di Grillo e di conseguenza il Movimento 5 Stelle cambiano totalmente natura. Alcuni sondaggi indicano intenzioni di voto record per il Movimento e da lì in poi si assiste a una prassi alla quale la stampa da allora in avanti si troverà, suo malgrado, sempre costretta: qualsiasi cosa scritta online da Grillo diventa notizia – e non potrebbe essere altrimenti. Il web diventa uno straordinario strumento per sparare le proprie bordate senza dover ricevere domande, senza dover rispondere della loro coerenza, della loro fattibilità, delle contraddizioni su questioni fondamentali (come quelle della democrazia interna). Il blog, inoltre, si evolve e diventa una vera e propria galassia. All’indirizzo principale, beppegrillo.it, si aggancia una serie di sottodomini e sottositi. Ci sono le pagine interne del Movimento, quelle dei gruppi parlamentari, La Cosa, una sorta di web-tv con un palinsesto che alterna immagini d’archivio con dirette e contenuti originali e poi, soprattutto, sul blog di Beppe compare la famosa “colonna destra”. È l’aggregatore di notizie di Casaleggio. Si chiama Tze-Tze e, almeno nelle intenzioni, viene descritto come un portale, «un palinsesto dinamico originato dagli utenti, aggiornato ogni mezz’ora, che seleziona da siti rigorosamente solo online, che non hanno quindi una derivazione cartacea o televisiva, le informazioni in base alla loro popolarità e attualità». L’obiettivo? «promuovere l’informazione indipendente in rete svincolandosi dai mainstream media e pubblicare notizie in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti».

Con l’ottica della rete anni novanta, sembrerebbe un progetto degno di lode: si dà spazio all’informazione in rete diversa da quella dei media mainstream; con gli occhi che vedono l’acqua digitale, invece, queste parole con cui Tze-Tze descrive la propria “mission” sono, di fatto, una confessione. Pubblicando notizie «in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti», Tze-Tze e i portali simili della Casaleggio (come lafucina.it, altra testata della galassia, registrata dal figlio di Gianroberto, Davide) producono in realtà contenuti politici e di attualità senza nessun criterio giornalistico. È una specie di BuzzFeed della politica, nel quale il principio della viralità si impone su tutto il resto. Non solo: questo arcipelago digitale viene presentato come «informazione indipendente» quando è esattamente il contrario, è propaganda elettorale sfacciatamente schierata con il Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo: non si risparmia in alcun modo accuse, insulti, contumelie, che nessuna testata potrebbe pubblicare senza incappare in seri problemi di carattere penale (non a caso nel 2014, per la prima volta, andrà a giudizio per diffamazione un post pubblicato dal blog e che ricostruiva in maniera fantasiosa un’inchiesta giornalistica della trasmissione Piazzapulita).

In rete, inoltre, uno strumento del genere, con l’enorme visibilità assicurata dall’home page di Grillo (Tze-Tze si è guadagnata oltre mezzo milione di fan su Facebook) e con i rimbalzi garantiti dalla potenza di fuoco del comico sui social network, risulta un mezzo formidabile per orientare l’opinione pubblica – almeno quella connessa – e per trasformare bufale e ricostruzioni parziali, in “prove” e argomentazioni per tutti coloro che guardano con simpatia ai 5 Stelle. Sul web, infatti, le bufale sono virali quanto le breaking news e grazie alla disattenzione generale continuano a girare e a essere condivise anche quando sono state ampiamente smentite. Lo ha chiarito benissimo una ricerca – Collective Attention in the Age of (Mis)Information – realizzata dalle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston e riportata in Italia dal bravo blogger Fabio Chiusi su Wired. La ricerca ha analizzato oltre due milioni di post concentrandosi sui dibattiti Facebook nel periodo a cavallo delle elezioni politiche italiane 2013. Ebbene, i ricercatori hanno scoperto, non senza qualche sorpresa, che «la maggior parte degli utenti che interagiscono con i contenuti prodotti dai troll è composta principalmente da utenti che interagiscono con le pagine di informazione alternativa». Insomma, sono paradossalmente gli utenti che si ritengono più informati online a cadere preda con maggior facilità di notizie false. (…) E c’è anche un’ulteriore contro-indicazione da tenere bene a mente: «I risultati del nostro studio segnalano un pericolo concreto, dato che più il numero di affermazioni prive di fondamento in circolazione è elevato, più utenti saranno tratti in inganno nella selezione dei contenuti». Vuole dire che sul web, anche se sono state smentite, le bufale non vengono disinnescate: continuano a girare, a essere condivise come verità, anche per lunghi periodi di tempo.

Quando questi meccanismi vengono usati scientemente per i propri scopi commerciali o politici, ci troviamo di fronte a una non-informazione che è il contrario del giornalismo. (…) In questi contenuti prodotti e diffusi a spron battente si trova di tutto. (…) La parte del leone la fa naturalmente la propaganda politica pro 5 Stelle e contro i suoi avversari. (…) Si trova davvero qualsiasi personaggio o argomento in un frame comune, e i contenuti risultano in fin dei conti tutti uguali. Il titolo “tipo” di questi status o post comprende espressioni perennemente urlate che nel lancio della “notizia” contengono già la reazione emotiva che quella informazione vuole stimolare: «Vergognoso», «Brutte notizie», «Questa è l’Italia», «Rimarrete scandalizzati», «Non ne possiamo più», «È finita», «Vergogna» in caratteri cubitali. Non mancano vere e proprie infamie e trollaggi contro i dissidenti, le istituzioni, gli avversari. Il testo, infine, termina sempre con esortazioni, richieste o domande che stimolano inconsciamente la partecipazione degli utenti: «condividi», «fai girare», «massima diffusione», «diffondi». Tze-Tze, beppegrillo.it, Facebook, Twitter, è tutto così, tutto sullo stesso tono, ogni giorno, ogni momento. (…)

Cito tutti questi attacchi a Renzi perché è lui l’obiettivo più frequente delle attenzioni della galassia Grillo nel periodo preso in considerazione, come in precedenza erano stati Mario Monti ed Enrico Letta. «Sputtanato – Uno dei più autorevoli quotidiani del mondo ha appena umiliato Renzi. In Italia non leggerete mai una cosa simile. Guardate cos’hanno scritto. Impressionante: clicca qui» annota Grillo su Facebook. Vai al link e che dice l’articolo? «L’Economist su Renzi: fa molte promesse, ma non ci sono dettagli». Ma nella galassia Tze-Tze gli argomenti sono infiniti, tutti quelli che fanno comodo per creare viralità incattivita: «Clamoroso. I lettori di Repubblica danno ragione a Beppe Grillo. Guardate che sta succedendo: clicca qui». Cosa dice l’articolo citato? Che dopo che la Repubblica ha riportato una polemica dei 5 Stelle contro il quotidiano, alcuni lettori (chissà se spontanei) nei commenti hanno trollato a favore di Grillo. Una non-notizia, che però su Facebook di Grillo conta cinquemila “mi piace”, trecento commenti e trenta condivisioni. (…)

Non tutti i contenuti sono così apertamente diffamatori nei confronti di avversari politici e giornalisti. Altri, sfruttando lo stesso metodo, entrano nel campo della contesa politica legittima senza però farsi mancare pesanti forzature propagandistiche. Come questo post (soliti cinquemila like e duemila condivisioni): «Il M5S ha appena indetto una conferenza per fare una denuncia gravissima! Seguiteci in diretta ora: clicca qui. Diffondete!» che porta il video di una conferenza stampa dei deputati 5 Stelle sul cosiddetto decreto svuotacarceri; (…)

Un’ultima categoria della mala-informazione di Tze-Tze è quella chiaramente e dichiaratamente sessista. Niente infatti colpisce di più il “Sistema1” maschile di un paio di cosce o di una scollatura. Ecco che anche questi mezzucci sono usati per attirare click e attaccare le avversarie o le giornaliste. Il solito post recita: «Fate i complimenti a questa giornalista. Era in diretta tv su La7 e guardate che ha combinato. Solo in Italia! Che vergogna, clicca qui». Allegato allo status c’è la parte inferiore di un corpo femminile: si vedono solo le gambe, l’abito rosso e tacchi a spillo. Apri il link e che trovi? Un “articolo” in cui si sottolineano alcuni commenti negativi ricevuti dalla giornalista Myrta Merlino di La7 sulla pagina Facebook della sua trasmissione. (…) Che rete è quella di cui fa uso beppegrillo.it? Quanto è distante dal luogo di “intelligenza collettiva” che dovrebbe risultare diverso e migliore della democrazia rappresentativa? Beppegrillo.it in realtà si fa forte della retorica dell’“intelligenza collettiva” ma alimenta e orienta piuttosto una “scemenza collettiva” per i suoi scopi e interessi; sul blog qualsiasi senso critico del senso critico, potremmo dire con un paradosso, è bandito: «Non c’è tempo» d’altronde, «siamo in guerra» dice Grillo, con «l’elmetto».

 

sweeney todd

 

È in questa gestione del web che emerge la maggiore contraddizione del grillismo. Il web per beppegrillo.it non è una piattaforma orizzontale per discutere e confrontarsi, ma una clava verticale da utilizzare su una massa indistinta per fare pubblicità al suo prodotto.

Per questo è interessante studiare il fenomeno Grillo e M5S dalla sua prospettiva peculiare, quella web: è un modello che mostra cosa si può fare con questa tecnologia, fino a che punto si può spingere l’utilizzo sovietico del web e dei social network, fino a dove, direbbe Morozov, può arrivare «la viralità del male».”

Never Land

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Never Land è il nome dell’isola su SecondLife che Casaleggio ha gestito per conto di Tonino Di Pietro e dell’IDV, dal 2007 al 2009, anno in cui chiuse i battenti perchè, a fronte del successo di massa di Facebook e degli altri social network, più facili da gestire rispetto agli obiettivi di marketing politico-elettorale, SecondLife era divenuto troppo complicato e poco seguito. All’inizio, tuttavia, in pieno stile “virtuale” super-avveniristico, l’ allora Ministro delle Infrastrutture  aveva trasferito su Never Land  quasi l’intera comunicazione politica dell’IDV: conferenze, convegni, incontri, interviste.  (http://www.antoniodipietro.com/conferenza_second_life.php ; http://youtu.be/UhA9xJvinvk ).

Dal momento della chiusura di Never Land, nell’estate del 2009, cominciarono gli attriti fra IDV e Casaleggio, che culminarono con la “scomunica” di Sonia Alfano ( in precedenza già candidata dall’M5S in Sicilia) e di De Magistris. ( a rigore Sonia Alfano fu la prima grillina di un certo rango ad essere scomunicata, molto prima della Salsi, di Favia, Gambaro ed altri).  Alla fine, per una sorta di selezione darwiniana del web, Di Pietro e l’IDV hanno ceduto il passo, e l’elettorato, al M5S, (fondato, guarda caso nell’ottobre 2009), pagando lo scotto di  un esperimento “virtuale” non riuscito e di non facile accesso di massa, dopo aver lautamente finanziato la Casaleggio Associati con i soldi del finanziamento pubblico. Tuttavia Never Land risuona ancora nel fumoso utopismo elettronico e nelle  strategie aziendali del Casaleggio pensiero, applicate al marketing politico del M5S e di Grillo. Non c’è Gaia senza Never Land.

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IL MARKETING POLITICO-VIRTUALE

“Il mondo che Grillo e Casaleggio dicono di volere è una via di mezzo tra un’utopia New Age e un incubo. Un mondo da cui è scomparsa ogni scena pubblica, faccia a faccia, riservata solo ai monologhi del “non leader” Grillo; una vita reale sostituita dalla Rete, e cioè dal dominio virtuale di una moltitudine di nerd, ognuno incollato al suo terminale; un mondo privo di istituzioni, partiti, sindacati, canali televisivi, giornali; un mondo in cui è obbligatorio partecipare, per sopravvivere, visto che la sola forma di democrazia conosciuta è quella del referendum senza quorum; un mondo in cui si è così liberi, che se uno nutre dubbi sulla natura della libertà “deve andare fuori dai coglioni e ci andrà”, per usare una sobria espressione di Grillo. Un mondo, infine, in cui si crede tutto e il contrario di tutto, purché siano i leader a dirlo.

Un mondo inesistente e impossibile, forse. Tuttavia, se da quello che Casaleggio e Grillo vanno dicendo e scrivendo si grattano via le sciocchezze, le date sbagliate, i riferimenti culturali a casaccio, il gergo aziendal-digitale del primo e quello scurrile del secondo, le invettive contro chiunque, che resta? In realtà, rimane l’inquietante visione di un mondo spoliticizzato e privatizzato, in cui solo le grandi multinazionali digitali (Google, Amazon, e magari, un domani lontano, Casaleggio e Associati…), o i social network come Facebook e Twitter, sono legittimate a stabilire regole di accesso e d’uso al mondo fatato della Rete. L’impossibile si rivela, di colpo, quello che esiste già nello schermo dei nostri computer. “

“La volontà di potenza di Grillo e Casaleggio…non ha eguali, anche se si esprime in comportamenti e stili diversi e complementari: in Grillo l’istrionismo del consumato teatrante, le interviste provocatorie, il linguaggio violento e volgare, oltre ai gesti, come l’attraversamento a nuoto dello stretto di Messina, che ricordano gli exploit natatori di Mao Zedong e Saddam Hussein; nel semi-misterioso Casaleggio, l’utopismo elettronico e le abili strategie aziendali applicate al nuovo marketing politico.

Insieme, i due stili rappresentano qualcosa che altrove è sconosciuto e per il quale, almeno in Italia, non esistono per il momento antidoti. Se consideriamo la facilità e la rapidità con cui il M5S si è imposto come uno degli attori politici più rilevanti in un paese di sessanta milioni di abitanti, le attese messianiche che suscita nei seguaci e lo stile autoritario dei suoi leader, nonché il comportamento spesso servile (verso Grillo e Casaleggio) della maggioranza dei suoi rappresentanti in Parlamento, l’espressione “fascismo elettronico” non suonerà davvero eccessiva.”

(Alessandro Dal Lago, Clic! Grillo, Casaleggio e la demagogia elettronica, Cronopio, 2013)

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BIBLIOGRAFIA

Per un’analisi delle utopie elettroniche contemporanee e delle possibili manipolazioni della libertà in rete,  E. Morozov, L’ingenuità della rete. Il lato oscuro della libertà di internet, Codice Edizioni, Torino 2011.

Si veda anche C. Formenti, Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media, Raffaello Cortina, Milano 2008. Per le logiche dell’economia digitalizzata, cfr. C. Steiner, Automate This. How Algorithms Came to Rule Our World, Penguin, New York 2012.

Lo stile paranoico della politica: il caso M5S

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“We are all sufferers from history, but the paranoid is a double sufferer, since he is afflicted not only by the real world, with the rest of us, but by his fantasies as well.” (Richard Hofstadter)

Scrive Christian Rocca, rifacendosi ad alcuni recenti articoli pubblicati su riviste USA sul cosiddetto “paranoid libertarianism” (i casi Snowden, Greenwald, Assange), e al saggio di Richard Hofstadter, The Paranoid Style in American Politics (1964) a proposito di gombloddi, cospirazioni e fantasie dietrologiche assortite:

“Questa patologia applicata alla politica continua a farsi sentire ancora oggi, a destra come a sinistra, con l’intransigenza suicida dei Tea Party e l’inconsistenza velleitaria degli Occupy Wall Street; con gli Snowden e gli Assange e i Greenwald convinti, grazie anche alla complicità della stampa borghese, di essere i nuovi Che Guevara contemporanei…

Copia di The Paranoid Style

Con l’avvento di Beppe Grillo, della Casaleggio Associati e della loro ideologia da romanzi Urania è cambiato tutto: lo stile paranoico ora è tra noi. Quello che scrive Sunstein vale anche per i grillisti: la sindrome da accerchiamento, l’idea che gli altri, i cattivi, stiano tramando con metodi illeciti, anzi occulti, per piegare il movimento, i diritti civili, la democrazia. Non credono a niente, quindi credono a tutto, dalle sirene alle scie chimiche, e non c’è verso di farli ragionare. Sono fanatici e non si fidano di nessuno, nemmeno dei loro amici. Presumono sempre la cattiva fede di chiunque non faccia parte del clan, e sospettano che anche i membri ristretti del gruppo possano essere potenziali traditori. Infine sono vittimisti, si oppongono alla mediazione, celebrano l’indifferenza allo scambio. Per loro ogni giorno è quello del giudizio, del colpo di Stato, dell’apocalisse. E non si capisce mai se lo temano o se ne siano tentati.

Questa intransigenza insensata non è una strategia, come prescritto dai manuali dei regimi totalitari. Non sono così raffinati. Il lato paranoico è l’essenza stessa del movimento: si comportano come fascisti o polpottisti, con violenza per ora soltanto verbale, ma in realtà non sanno, non capiscono, non conoscono. Il deputato che urla in Parlamento «boia chi molla» convinto di difendere il collega che aveva dato di «boia» al presidente Napolitano non sa che quello è stato un motto caro al Duce e, poi, l’inno dei moti della Reggio Calabria di Ciccio Franco. O quell’esperto di comunicazione un metro sotto Casaleggio che, in un italiano stentato ma d’ordinanza, spiega che anche se i grillini fossero stupratori potenziali non ci sarebbe nessun pericolo per la presidente Boldrini, be’, anche lui non si rende conto di cosa sta dicendo. Esattamente come il führer massimo, Grillo Giuseppe detto Beppe, quando chiede alla Rete che cosa ci farebbe con la Boldrini in macchina.

Quello che voglio dire è che non ci fanno, ci sono. E non lo sanno.”

(http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2014-02-20/il-nuovo-stile-paranoico-politica-italiana-101227.shtml?uuid=AB5krqx)

The Illuminati & witchcraft

Il rogo dei libri (The Augias Book Burning)

Durante questi ultimi giorni di follia fascista a 5 stelle ne abbiamo sentite e viste di tutti i colori. Non poteva mancare il solito idiota che, istigato dall’ennesimo linciaggio di un giornalista sul Blogghe del Profeta, ha deciso di fornire il suo prezioso contributo alla demenza grilliota  rieditando in proprio il Rogo dei libri di memoria nazista. Si sa, i libri si fa prima a bruciarli che a leggerli. E pensare che io posseggo anche libri di autori considerati fascisti o nazisti o di destra (Céline, P.Drieu la Rochelle, Ernst Junger, J.Evola, Y.Mishima, etc. etc) ma mai mi sognerei non dico di bruciarli ma neppure di farci cadere una sola macchia di caffé. Questo è un episodio che, a torto, può essere considerato minore, irrilevante, rispetto al rogo nazista dei libri in piazza; in realtà ne è l’esatto equivalente nell’epoca della riproduzione virale dei messaggi su Internet. Che questo imbecille lo abbia fatto nel suo camino di casa piuttosto che sotto il balcone di piazza Venezia,e poi lo abbia postato trionfalmente su FB,  non sposta di un millimetro la gravità del fatto.

the book burning

“Che succederebbe se ti trovassi con la Boldrini in macchina?”. Il comico Beppe Grillo voleva far divertire i ragazzi lanciando sul blog la sua provocazione a metà tra stupidità e infamia. Mossa calcolata a freddo, sapeva che cosa sarebbe successo. Infatti è successo. Ometto le risposte, fantasie di uomini repressi, oscenità correnti, postribolo. Poi perfino lui dev’essersi reso conto d’aver esagerato e ha fatto sparire la sequela di (banali) oscenità. Battute di quel tipo le sentivamo nei film degli anni Cinquanta, uomini in calore che si sussurravano “Quella bottana è”. Lì era satira di costume, qui è in gioco la terza carica dello Stato. Anche il fascismo demoliva gli avversari col ridicolo. Li si imbottiva d’olio di ricino, poi tutti a ridere nel vedere il disgraziato torcersi. Ogni giorno il grillismo scende un po’ più giù, l’attacco alla Boldrini non è certo il livello più basso. Gente di quella risma quando tocca il fondo non ci pensa due volte: comincia a scavare.”

(Corrado Augias, “Le nuove tenebre”,

http://www.repubblica.it/politica/2014/02/02/news/nuove_tenebre-77503737/?ref=HREA-1)

“Venerdì sera, a La7, Corrado Augias non disse niente di nuovo. Tuttavia, la reazione che hanno suscitato le sue parole ci fa capire in quale situazione ci troviamo,..La trasmissione della Bignardi però non aveva fatto altro che cercare di affermare Di Battista come personaggio mediatico, alla Bignardi interessava il “personaggio” di Battista e non parlare di politica, ed ecco che l’intervento di Augias, per quanto possa sembrare scontato alle persone che si occupano da tempo del M5S, ci voleva. Perché è stato fortunatamente uno dei pochi contraddittori che il M5S non riceve, curiosamente, ogni volta che si recano a trasmissioni televisive come “Servizio Pubblico”.

Non meraviglia quindi che all’indomani di tale intervento, il suddetto intellettuale compaia tra i “giornalisti del giorno” nel blog di Beppe Grillo,  e che in seguito compaia una foto in cui qualcuno brucia il suo libro. Una azione che ricorda tanto il nazismo, se non fosse che oggigiorno queste azioni le si fanno dal salotto di casa, per poi caricare tranquillamente la foto sulla piazza virtuale. Nazisti da divano, magari pure in mutande. Pagliacci a 5 Stelle di cui non sai se provare paura o pena.”

http://anonimoconiglio.blogspot.it/2014/02/consenso-5-stelle-augias-di-battista-libro-m5s.html

Copia di the book burning

Questo episodio ricorda il precedente Book Burning del gennaio 2011, aizzato allora da alcuni assessori veneti di Lega e PDL, sul quale  Luis Sepulveda scrisse:
“El burdo fascismo berlusconiano, la vulgaridad extrema de los perfectos ignorantes de la Lega Nord y la pasividad cómplice de los llamados partidos de “centro derecha” son los responsables de esta odiosa forma de censura. De aquí a quemar libros en la plaza pública no hay más que un paso. Pobre Italia, gobernada por un anciano degenerado, y en manos de la peor escoria de la sociedad.”
(Luis Sepulveda)

Cambiano i personaggi, ma la storia si ripete, dal berlusconismo degenere al grullismo degenerato. Si capisce immediatamente, senza se e senza ma, a quali precedenti si ispirano Casaleggio e Grullo:

A Venezia un gennaio nero shocking/carmillaonline.com
«Una prassi da dittatura», intervista a Tiziano Scarpa, Corriere del Veneto, 16 gennaio 2011

Nella lista di proscrizione  c’erano  Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Tiziano Scarpa, Nanni Balestrini, Daniel Pennac, Giuseppe Genna, Giorgio Agamben, Girolamo De Michele, Vauro, Lello Voce, Pino Cacucci, Christian Raimo, Sandrone Dazieri, Loredana Lipperini, Marco Philopat, Gianfranco Manfredi, Laura Grimaldi, Antonio Moresco, Carla Benedetti, Stefano Tassinari e molti altri.

Scriveva allora Serge Quadruppani, su Carmilla on line:

«Di fronte all’imbecillità fascistoide, si resta come ammutoliti: l’idiota enormità di certe dichiarazioni potrebbe lasciarci senza voce. E’ una cosa talmente stupida che si ha soltanto voglia di alzare le spalle e pensare ad altro. Ma questa enormità e quest’idiozia hanno effetti molto concreti. Se si lascia diffondere la sola idea (per non parlare della prassi reale) che si possano ufficialmente compilare liste nere contro chi non cede alla dittatura della tristezza, chi non si adegua alla visione dominante di questo o quell’aspetto del passato, allora si capitola a una concezione della società più vicina a quella della Tunisia di Ben Ali che a quella sognata in Europa dagli illuministi e dalla Resistenza. Per fortuna la storia recente dimostra che, a conti fatti, i piccoli e grandi Ben Ali non sempre sono vittoriosi.»

Fascismo 2.0 – Liste di proscrizione a 5 Stalle

original

” Io spero in una nostra affermazione totale perchè, se non ci affermiamo noi, ci saranno
le barricate ” –

“La mafia non ha mai strangolato le proprie vittime, i propri clienti, si limita a prendere il pizzo”.

“Vincere e vinceremo”

“L’antifascismo? Non mi compete”

Adolf Mussolini ?Benito Hitler? Nicolae Pino Chet? Augusto Ceausescu? Il Vate(r)? .

“qui si co­min­cia a ve­de­re il tes­su­to che negli anni il duo Gril­lo-Ca­sa­leg­gio ha in­tes­su­to per il Mo­vi­men­to; mi­glia­ia di sog­get­ti or­di­na­ria­men­te nor­ma­li ed in­di­stin­gui­bi­li ma che spin­ti nella giu­sta gab­bia men­ta­le pos­so­no ar­ri­va­re a dire ed a fare le cose peg­gio­ri con­vin­ti dalla spin­ta della folla o dal­l’or­di­na­to ra­gio­na­men­to che quan­to si fac­cia sia solo uno spo­sta­re nu­me­ri ed or­di­na­re ca­sel­le, met­te­re una cro­cet­ta su un sim­bo­lo e per­se­gui­re un pro­get­to per il bene su­pre­mo del­l’al­vea­re…

come tante api ope­ra­ie si ade­gua­no ed ub­bi­di­sco­no a quel­lo che è il me­glio per l’al­vea­re: sem­pre più privi di freni ideo­lo­gi­ci sono con­vin­ti che quel che fa male al­l’al­vea­re non può far bene al­l’a­pe… con­vin­ti che se qual­co­sa è giu­di­ca­to “sba­glia­to” o “inac­cet­ta­bi­le” dal­l’al­vea­re (e qui sap­pia­mo chi è che de­ci­de cos’è giu­sto e cos’è sba­glia­to, chi è la co­scien­za del­l’al­vea­re) al­lo­ra loro de­vo­no at­tac­car­lo e di­strug­ger­lo non per con­vin­zio­ne per­so­na­le ma per­ché que­stio­na­re tale de­ci­sio­ne si­gni­fi­ca met­te­re a re­pen­ta­glio l’al­vea­re, la co­mu­ni­tà, l’u­ni­cum di cui fanno parte… met­te­re a ri­schio loro stes­si.” (Count Zero)

“Lo spettacolo è finito. È ora che la magistratura si occupi, senza distrazioni né timidezze, delle ricorrenti istigazioni a delinquere che vengono da esponenti del M5S. La lista di proscrizione dei giornalisti ‘nemici’, l’indicazione nominativa di un primo nemico da colpire, con tanto di foto segnaletica, sono un insulto alle regole elementari del vivere civile .”

L’Ordine dei giornalisti.

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Il programma dei Due Minuti d’Odio cambiava ogni giorno, ma Goldstein ne era sempre l’interprete principale. Era il traditore per antonomasia, il primo ad aver contaminato la purezza del Partito. […] Insultava il Grande Fratello, denunciava la dittatura del Partito, esigeva la rottura immediata della pace con l’Eurasia, chiedeva a gran voce libertà di espressione, libertà di stampa, libertà di associazione, libertà di pensiero, con toni isterici urlava che la Rivoluzione era stata tradita, parlando concitatamente ed esprimendosi in uno stile polisillabico che suonava come una parodia del modo di parlare tipico dei membri del Partito e nel quale non mancava, addirittura, qualche parola in Neolingua. […] Nel secondo minuto, l’Odio raggiunse il parossismo. I presenti si sedevano e balzavano in piedi di continuo, urlando con tutte le loro forze nel tentativo di coprire l’esasperante belato che proveniva dal teleschermo; la donna dai capelli color sabbia si era fatta tutta rossa in faccia, mentre la bocca le si apriva e chiudeva come quella di un pesce tirato fuori dall’acqua. Perfino il tozzo volto di O’Brien si era infiammato. Sedeva ben dritto al suo posto, col petto poderoso che si gonfiava e fremeva come se dovesse reggere l’impatto di un’onda. La ragazza dai capelli neri che sedeva alle spalle di Winston aveva cominciato a urlare: «Porco! Porco! Porco!». […] La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. Un’estasi orrenda, indotta da un misto di paura e di sordo rancore, un desiderio di uccidere, di torturare, di spaccare facce a martellate, sembrava attraversare come una corrente elettrica tutte le persone lì raccolte, trasformando il singolo individuo, anche contro la sua volontà, in un folle urlante, il volto alterato da smorfie. E tuttavia, la rabbia che ognuno provava costituiva un’emozione astratta, indiretta, che era possibile spostare da un oggetto all’altro come una fiamma ossidrica. […]