Vacanze al sole: Jihadisti britannici in Nord Africa attraverso l’Italia – Holidays in the Sun: British Jihadi join ISIS via Italy

Mentre nei giorni scorsi l’attenzione mediatica era concentrata sugli sbarchi di profughi e sul caso del marocchino Abdel Majid Touil, con l’insinuazione che fra i profughi potrebbero dissimularsi anche terroristi mussulmani, sembrerebbe che il vero transito di jihadisti in Italia sia in uscita e non in entrata. Perlomeno questo è quanto scrive il quotidiano inglese Guardian, di solito ben informato:

 

Amer Deghayes on the frontline in Syria

British jihadis heading to join Isis switch routes via Italy

Isis recruits are taking Channel ferries to avoid detection at UK airports when en route to Libya

http://www.theguardian.com/world/2015/may/23/british-jihadis-isis-channel-ferries-libya

British jihadis heading to Syria are increasingly choosing to travel south through Italy and across the Mediterranean to north Africa in order to evade detection to reach the forces of Islamic State. The route is in the opposite direction of the main migration channel north for the tens of thousands of people attempting to cross the Mediterranean from Libya before moving up through Italy, often starting in Sicily.

Sources monitoring the movements of British jihadis say that to avoid security measures at UK airports Isis recruits are crossing the channel by ferry then heading to Italy from where they sail south to north Africa, frequently landing in Tunisia before crossing into Libya.

 

traghetto manica

Gli jihadisti britannici diretti a unirsi all’Isis scelgono la rotta italiana

Le reclute Isis in viaggio verso la Libia prendono i traghetti della Manica per evitare di essere intercettati negli aeroporti UK

Gli jihadisti britannici diretti in Siria stanno sempre più scegliendo di dirigersi a sud attraverso l’Italia e il Mediterraneo verso il Nord Africa, in modo da eludere i controlli e raggiungere le forze dello Stato Islamico. La rotta è nella direzione opposta a quella della principale migrazione verso nord per le decine di migliaia di profughi che cercano di attraversare il Mediterraneo partendo dalla Libia, prima di sbarcare in Italia, spesso a cominciare dalla Sicilia.

Le fonti che monitorano i movimenti di jihadisti britannici dicono che per evitare le misure di sicurezza negli aeroporti UK le reclute Isis attraversano il Canale (della Manica) coi traghetti, dirigendosi quindi verso l’Italia, da cui salpano verso sud diretti in Nord Africa, spesso approdando in Tunisia prima di attraversare la Libia…

 

tunisia ferries

 

Libya is viewed as a favourable destination for British Isis recruits bound for Syria as it is increasingly coming under the control of Isis. The troubled north African state is now the third biggest stronghold for the group nd follows a week in which it has consolidated its grip on its self-declared caliphate in Syria and Iraq.

Isis fighters in Libya recently took control of Sirte, the home town of Muammar Gaddafi, defeating forces loyal to the country’s unofficial administration in Tripoli.

“We are seeing more and more taking the route across the Mediterranean to Libya; it’s becoming established. When they get there they are looked after. You can even follow some of them on Facebook going through Italy,” said a source.

Earlier this month, an adviser to the Libyan government alleged that Isis fighters were being smuggled into Europe by traffickers in the Mediterranean, claiming that militants were hiding on boats filled with migrants. Officials in Italy and Egypt have previously warned that Isis fighters could reach Europe via migrant boats, although experts caution that it is very difficult to verify or assess such claims…

 

 

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Napoli (Fernand Braudel)

NAPOLI

secondo Fernand Braudel

Forse, come europeisti, dobbiamo auspicare il trasferimento della Capitale da Roma a Napoli?

toto-e-dorian-gray-in-una-scena-di-toto-peppino-e-la-malafemmina-40514Totò e Dorian Gray, in Totò, Peppino e la Malafemmina

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(NOTA.  Piccolo cambio di impostazione del blog. Purtroppo non ho più molto tempo da dedicare al blog, ma questo non significa che smetta di leggere, vedere, ascoltare, interessarmi di tante belle (e brutte) cose. Per cui ho deciso di citare  quel che trovo interessante in giro, ed eventualmente scrivere post più brevi, salvo eccezioni. Non necessariamente il mio punto di vista coincide con quello degli autori citati. Chi vuole può lasciare il suo parere, ma non sono sicuro di poter sempre rispondere. Naturalmente, a causa di spam e troll, bisogna fare l’accesso. E’ un piccolo impegno da parte vostra, e un fastidio in meno da parte mia. )

 

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Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d’oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell’astuzia necessarie.

Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell’Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era – e di gran lunga – , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all’altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?

Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa…..Non dimentichiamolo, essa sarà l’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente.

Ma l’errore dell’Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità….Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.

Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di “vetrina del Sud” e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d’aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull’intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.

Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.

Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione. Pensiamo al suo abbagliante Settecento – che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni – in cui essa dona all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere – ne è testimone Galiani – alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.

Questo non è che passato? Forse. Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.

E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti…..Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma…..

Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poichè non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data.

Articolo sul Corriere della Sera, 1983

Italia alla deriva – Dio Patria Famiglia, come no? Una ricerca del Censis

Secondo una recente ricerca del Censis (Centro Studi Investimenti Sociali) i valori più importanti per gli italiani restano…DIO, ITALIA E FAMIGLIA!  L’infelice titolo de La Repubblica,  “Dio, Italia e famiglia  – Restano questi i valori più importanti” (13 marzo 2012) (repubblica.it/cronaca/2012/03/1) ha giustamente scatenato decine di commenti sarcastici, tranne uno scritto, manco a dirlo, da un nostalgico del Ventennio! che qualche rimasuglio, sia pure ben mimetizzato, ancora ce n’è. Leggendo meglio però fra i numeri forniti da questa ricerca o sondaggio, si capisce che questi presunti “valori” non corrispondono alla realtà: la famiglia è in profonda trasformazione, per Italia s’intendono le bellezze naturali intese come risorse economiche, quanto alla religione due terzi degli italiani non entrano mai in chiesa. Insomma, l’obiettivo pretestuoso di questa ricerca è dimostrare che gli italiani vogliono superare “le passate sregolatezze dell’individualismo” e del consumismo sfrenato e che infine pentiti vogliono tornare  ai “sani valori di un tempo”, responsabilità, moralità, onestà, attenzione verso gli altri, con un bel po’ di “riflesso law and order”. Sì, certo, come no.

Purtroppo il titolo e l’interpretazione de La Repubblica, diventata come dice qualcuno “un giornale clerico-liberista à la Monti”, fanno acqua da tutte le parti, e sono in palese contraddizione coi dati stessi del sondaggio (che di per sé è già pretestuosamente ideologico). Il fatto è che l’Italia è un Paese morto, senza futuro, vecchio, stanco, produttivamente, culturalmente e creativamente finito. Senza più un modello di sviluppo di sicuro riferimento (l’industria meccanica, il siderurgico, le piccole e medie imprese), che era quello del secondo dopoguerra. Senza che si intraveda alcuna nuova possibilità, che non sia quella solita, di un ritorno a mammà e papà, e alla Chiesa cattolica, e a un po’ di “law and order”.

Dice bene Giuseppe Panella: “la soluzione verrà non a livello di incremento produttivo ma a livello di gestione finanziaria con la conseguente estorsione di nuovi capitali a mezzo di tassazioni straordinarie, tagli alla spesa pubblica, riduzioni di salari e stipendi e pensioni, sostanziale smantellamento del welfare e di riduzione dei diritti generali (alla sanità, allo studio, alla cultura) previsti precedentemente” (http://retroguardia2.wordpress)

L’Italia è quindi in mano ai mercati finanziari, come gli altri PIGS, che determinano anche chi deve governare, con tanti saluti a qualsiasi finzione di autonomia e democrazia. Finchè le leve finanziarie reggeranno, il Paese eviterà il default e verrà governato à la Monti. Una dimostrazione complementare è il fallimento delle ipotesi comunitariste, localiste, di ripresa del tessuto economico e produttivo locale:

“Un minimo di organizzazione da parte dei cittadini, un semplice cambio di marcia nelle attività – o non-attività – locali, e si potrebbe creare un sistema fiorente, con una elevata qualità della vita, una economia solida, capace di reggere a qualsiasi sorpresa del mercato, a qualsiasi colpo di coda politico nazionale o internazionale.
Lavoro, movimento, idee.
Ma qui tutti preferiscono starsene davanti al bar (neanche dentro, perché toccherebbe consumare), a parlare del tempo (se fa caldo fa caldo, se fa freddo fa freddo, se piove era meglio quando non pioveva, se non piove c’è il rischio della siccità)”, affidandosi alle pensioni elargite in passato con la pratica abituale del voto di scambio strategieevolutive.wordpress.com/).

E questo in Piemonte, figuriamoci al Sud!

Finchè regge la finanziarizzazione dell’economia, ci sarà questo clima dai toni smorti e lugubri evocato da La Repubblica. Dopo, arriveranno i barbari!

Come mettono in rilievo Alberto Burgio e Alfonso Gianni sul Manifesto:

“L’inazione e la passività dei corpi sociali dipendono dal fatto che questa crisi è letta, quindi subita, come la conseguenza di comportamenti errati: come la punizione per presunti errori commessi. Ed è con ciò giustificata. Per questa ragione – crediamo –  si tende a non reagire: si mugugna, tutt’al più si eccepisce su aspetti marginali…Ma la diffusione capillare dell’indebitamento, nonché la presenza attiva dei fondi pensione – cui tanti lavoratori avevano affidato la sicurezza del loro futuro – sui mercati finanziari, ha congiunto interessi collettivi e individuali alla sorte di questi ultimi. Questo non solo ha reso in fondo desiderabile anche a livello di massa che gli istituti bancari venissero salvati dal denaro pubblico, malgrado il loro comportamento spesso delinquenziale, ma anche che il debito privato accumulato venisse percepito dalle singole persone come una colpa derivante da un eccesso dei propri desideri rispetto alle proprie possibilità. Quando dalla crisi del debito privato si è passati a quella del debito pubblico – il che è ciò che contraddistingue l’attuale fase soprattutto in un’Europa renitente a politiche anticicliche – quel senso di colpa si è dilatato, introiettando la convinzione che interi popoli e nazioni fossero «vissuti al di sopra dei propri mezzi». Il tutto nel bel mezzo di una sovrapproduzione di merci tradizionali. I sacrifici diventerebbero quindi la penitenza per gli eccessi passati. E il pareggio di bilancio la medicina salvifica pronta a prevenire prima ancora che curare. Un capolavoro ideologico, non c’è che dire…” (A.Burgio e A.Gianni, “Torniamo a Marx, non andiamo oltre“, ilManifesto, 17 marzo 2012, rdsht.files.wordpress.com/)

Le rivolte, o piuttosto le linee di frattura, non correranno più lungo i binari delle rivendicazioni salariali, se non in misura “mugugnante” e da “tassisti in rivolta”, corporativa e parassitaria, né tantomeno verranno agitate da quegli strati che hanno beneficiato della finanziarizzazione, del “capitalismo rentier”; non ci sarà nessuna rivoluzione escatologica, piuttosto ci saranno, o sono già in atto, tanti microcosmi culturali in conflitto con il sistema e le sue classi in generali, come per esempio in tutto ciò che contrappone le “nuove unioni” alla “famiglia”, o le “subculture” ai media mainstream.