Alt-right, bomberismo e comunicazione politica 1.

Dopo la sconfitta elettorale alle Politiche  del PD e della Sinistra in generale , qualcuno ha cominciato a chiedersi se per caso fra le cause di questa sconfitta non vi fosse anche un problema di “comunicazione politica”, in particolare sui social. In un articolo recente su Wired , “I tre grandi problemi riguardo la comunicazione del Pd”,  ( https://www.wired.it/attualita/politica/2018/10/09/problemi-comunicazione-pd/ ), l’autore, Marco Romandini, scrive di aver appurato, dopo un giro di telefonate, che il PD non ha un responsabile politico della comunicazione, né tantomeno una società di comunicazione specializzata alle spalle come lo sono la Casaleggio Ass. (M5S) e Morisi/Sistema Intranet (Lega), ma soltanto un capo ufficio stampa, Marco Agnoletti, già portavoce di Matteo Renzi, e qualche ragazzo per la comunicazione social. Ma nella guerra del web il PD è rimasto indietro.

 

Secondo lo stesso Agnoletti M5S e Lega hanno una comunicazione centralizzata, che assomiglia molto a una caserma, mentre quella del PD è dispersiva e occasionale, pur essendoci stato un tentativo parziale di correggere la rotta fra il 2015 e il 2016, con l’arrivo dello spin doctor di Obama, Jim Messina. Ma il fallimento del referendum per la riforma costituzionale  ha rovinato tutto.  Secondo un altro noto spin doctor, Marco Maturano, non è soltanto un problema tecnico,

Se voglio funzionare sulla rete non mi basta avere i migliori tecnici del mondo, ma devo usare il linguaggio che va bene su quel mezzo. La Lega e il M5s funzionano perché hanno liberato il linguaggio, e sulla rete vince il messaggio emotivo… E la passione, per guadagnare il consenso, oggi con la rete pesa al 90%”.

Le passioni, le emozioni.  Per riconquistare l’elettorato perduto, continua Maturano, serve una svolta pop, bisogna riavvicinarsi al popolo, ripartendo ad esempio dalle periferie, “dove le cose non funzionano”, migliorando la situazione delle fasce più povere, con iniziative che hanno un ritorno sociale ma anche economico e una forte presenza sui social, con un linguaggio rivolto alle persone comuni (l’”uomo comune”, di cui parla anche Luisi), e non agli “intellettuali”.  Che è poi quanto affermava lo sceneggiatore Fabrizio Luisi nel suo post su Ribelli e Saggi (https://artobjects.wordpress.com/2018/09/27/il-ribelle-il-guerriero-il-saggio/),

la  “capacità di parlare alla pancia, al cuore, e alla testa della popolazione, attribuendo pari dignità a queste differenti esigenze”.

 

Secondo Luisi la Sinistra in generale, radicale e non, dovrebbe rispolverare le Grandi Narrazioni del passato, del Ribelle e del Rivoluzionario, ma narrando un Ribelle di tipo nuovo, che tiri fuori la Rabbia e non si limiti a enunciare un elenco di Valori, come fa LeU.

E come abbiamo detto, il Ribelle ha bisogno di un nemico interno; ha bisogno di mettere in discussione il sistema dalle sue fondamenta; la sua voce è arrabbiata. Ma non c’è traccia di nemico nel racconto di LeU. Non c’è una visione del futuro. Non c’è rivolta. Non c’è rabbia. Il risultato è stato regalare alla destra peggiore la sana rabbia di tanti italiani…. Se si continua a guardare ai “valori” e non al “racconto” non si comprende il comportamento dell’elettorato…”.

E la sinistra radicale è attrezzata per farlo, da sempre. Nonostante la loro eccezionale preparazione teorica, i bolscevichi hanno conquistato il consenso nel paese con due slogan elementari: «pace, pane, terra» e «tutto il potere ai soviet». Pancia, pancia, e ancora pancia. Mica andavano in giro citando i Grundrisse. Redistribuire ricchezza e potere alla popolazione dovrebbe essere il punto di partenza di ogni movimento di sinistra radicale…I valori e le istituzioni (antirazzismo, antifascismo, i diritti civili, i sindacati) ne sono solo un’emanazione. La sinistra italiana ha commesso l’errore di aggrapparsi ai valori e alle istituzioni, e non si è accorta che la terra che la sosteneva non era più sotto i suoi piedi, come un Willy il Coyote qualsiasi.”.

 

Sia Luisi che Maturano ritengono centrali l’economia, il sociale, parlare al popolo, alle periferie, etc, insomma potenziare il “populismo di sinistra”. Solo che la “comunicazione politica” attuale sul Web e sui social passa forse più attraverso la conquista dei cuori e delle menti che delle pance – passa attraverso l’”egemonia culturale”, o sottoculturale nell’ infinita proliferazione di Pagine, Gruppi, profili Instagram che acchiappano milioni di followers egemonizzando il loro immaginario “anti-intellettuale”, la rivolta cinica e “ironica” da tastiera,  dell’ “ignorante” e dell’ “analfabeta funzionale”,  dello sfigato e  del macho di provincia  contro lo snobismo degli intellettuali e dei radical chic.  Ed è su questo terreno che trionfa la cosiddetta alt-right , la “destra alternativa” filo-trumpiana negli Stati Uniti, e dei suoi proseliti in Italia, e adesso anche in Brasile, che promuove la resurrezione di  “valori”, o meglio “emozioni” e stili di vita dichiaratamente reazionari, unpolitically correct, razzisti, xenofobi, misogini, e “immorali”.

 

In un articolo di due anni fa su Vice, il giornalista Vincenzo Marino si chiedeva appunto se esista anche in Italia una alt-right sul modello americano. Ai vertici dello schema interpretativo Marino pone quattro fenomeni:  i provocatori reazionari mainstream, la cultura troll, il bomberismo, e le bufale e il populismo online. (, https://www.vice.com/it/article/7b55vy/alt-right-italiana-provocatori-fake-news-bufale-troll-bomberismo-populismo. ). Di troll, bufale e populismo si è detto già così tanto che ormai riteniamo la loro presenza sul web di default. Più interessante invece il percorso che porta dai “provocatori mainstream”  o “opinionisti estremi” , tipo Vittorio Sgarbi, Vittorio Feltri, Giuseppe Cruciani, etc.  fino a tendenze particolarmente virali e diffuse nei social come il bomberismo e il suo analogo al femminile, l’ Alpha Woman, passando per gli apripista del fenomeno, cioè i bomber sciupafemmine come Vieri, Balotelli, Moscardelli, e, sul piano del linguaggio e dell’immaginario, i maestri del bomberismo: la Gialappa’s Band, Sandro Piccinini, Federico Buffa: “una tendenza che esalta comportamenti, linguaggi o personaggi un po’ abbietti solo perché veracemente abbietti. “. In parole povere, figa-calcio-alcol e cazzate. E su tutto questo poi arriva a metterci il cappello l’endorsement di Salvini.

Ma di bomberismo, Alpha Woman e simili tornerò a parlarne in un secondo post…

 

  1. continua

 

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Il Ribelle, il Guerriero, il Saggio

Ribelli 5 stelle contro saggi PD!

https://not.neroeditions.com/ribelli-5-stelle-saggi-pd/

Fabrizio Luisi, sceneggiatore per il web, la televisione e il cinema.

 

Interessante articolo che mette a confronto le ragioni per le quali la comunicazione politica delle due forze al governo, M5S e Lega, è risultata vincente rispetto a quelle del PD e della sinistra in generale, che in materia si sono rivelate scarsamente incisive o subalterne.

La comunicazione politica è anzitutto “storytelling”,  scontro di storie, ossia una vera e propria guerra per l’egemonia degli archetipi: il Ribelle (M5S e Sinistra radicale), l’Uomo Comune (M5S), il Guerriero o Soldato  (Salvini), il Saggio (PD), il Mago (Renzi), il Guaritore (Merkel), il Sovrano (Berlusconi). Si potrebbe aggiungerne altri, come ad esempio il Giudice (LeU), il Rivoluzionario (Potere al Popolo), il Seduttore, il Padre, la Madre, l’Amazzone, etc. L’archetipo si traduce in una narrazione attraverso una voce singolare, unica, una leadership: una voce per una storia, un solo Guerriero, un solo Saggio, un solo Sovrano, etc.

 

 

Gli archetipi attualmente vincenti al Governo sono un mix del Ribelle e dell’Uomo comune per quanto riguarda il M5S, e del Guerriero per la Lega. Mentre la storia del M5S sembra giunta al culmine, quella della Lega, del “Guerriero” sembra appena iniziata e in ascesa. Il ribellismo dell’Uomo Comune “trova compimento nella rimozione dello status quo. Arrivato al governo, il Ribelle ha compiuto il suo arco narrativo. La sua storia è finita. Al contrario, l’archetipo della Lega – il Guerriero – è ancora al primo atto: l’Invasore alle Porte, la Richiesta d’Aiuto, l’Investitura da parte della Comunità. Adesso inizia la guerra. La storia della Lega è appena iniziata.”.

Nonostante i successi apparentemente repentini, una narrazione richiede tempo per affermarsi. Soltanto dopo una lunga contesa con Fratelli d’Italia e Casapound Salvini e la sua Lega hanno potuto ottenere l’egemonia narrativa sull’archetipo del Guerriero, grazie all’intensità e alla coerenza con cui l’ha incarnato. Fratelli d’Italia ha creato una sua figura di amazzone ma anche madre (la Meloni), e le due cose non si combinano bene insieme; CasaPound è stata costretta a darsi un’apparenza di rispettabilità, meno bellicosa, per farsi accettare dal mondo degli adulti.

Per quanto riguarda il PD post-Renzi l’autore non può non rilevare anzitutto un’incredibile incompetenza comunicativa, e anche un arretramento rispetto alla storia , alle grandi narrazioni della sinistra, in cui si fondevano “strategia e tattica, visione su lungo termine e soddisfazione dei bisogni primari delle persone… In sintesi quella capacità di parlare alla pancia, al cuore, e alla testa della popolazione, attribuendo pari dignità a queste differenti esigenze”. In mancanza di una narrazione coerente la comunicazione PD è diventata puramente reattiva, e si è risolta in invettive contro il “populismo”, in difesa delle “istituzioni”, percepita come difesa dello statu quo, o della “competenza” (in senso altezzoso).

Fino alla crisi economica apertasi nel 2008 il PD,  il centro-sinistra in generale,  ha basato la sua narrazione sull’archetipo del Saggio (competenza, serietà, affidabilità, responsabilità), caratteristica della Prima Repubblica e in parte della Seconda (Fanfani, Moro, Ciampi, Prodi, Monti..).  La figura del Saggio, dominante nella narrazione europea post-bellica, è comunque entrata in crisi da molto tempo, principalmente a causa del crollo della reputazione degli esperti. In reazione a questo declino è stata proposta la narrazione del Mago, Renzi, in grado di riassumere e rivitalizzare le figure del Saggio e del Guaritore, grazie alla sua capacità di  “trasformare rapidamente la realtà, violando le leggi naturali “. Con la sconfitta al referendum la magia renziana della velocità è svanita, e con essa anche la voce narrativa del PD, che non ha più espresso alcun racconto, consentendo alle contro-narrazioni avversarie di straripare. Il ritorno al Saggio, Gentiloni, non è stato sufficiente, non ha avuto spazio narrativo, e la comunicazione del PD è diventata sterile e semplicemente reattiva, non più dominante. A meno di individuare una figura di Saggio o di Sovrano credibile, riconosciuta e ben raccontabile, il PD potrebbe far ricorso alla narrazione del Guaritore dei mali prodotti dall’attuale governo, in vista di un eventuale dopoguerra, che lascerà “ferite e macerie”. Ma, appunto, occorre che la guerra in corso faccia tutto il suo percorso.

Nel frattempo il PD ha perso per strada quel che era rimasto dell’anima sociale, e socialista, PCI o post-PCI.  E qui vengono i dolori della Sinistra nel suo insieme, da quella moderata a quella “radicale”, da quella ex PCI a quella rivoluzionaria. Secondo l’autore, la sinistra radicale dovrebbe incarnare l’archetipo del Ribelle, e forse, ancor più l’archetipo del Rivoluzionario (pancia, cuore, e testa), che però scompare sullo sfondo, come una generica Grande Narrazione che fu, e che è stata ormai archiviata. Non resta allora che narrare un Ribelle di tipo nuovo, che tiri fuori la Rabbia e non si limiti a enunciare un elenco di Valori, come fa LeU, che “invece si è presentata in giacca e cravatta, con il rispettabile e molto poco ribelle volto di Grasso” (il Giudice).

“E come abbiamo detto, il Ribelle ha bisogno di un nemico interno; ha bisogno di mettere in discussione il sistema dalle sue fondamenta; la sua voce è arrabbiata. Ma non c’è traccia di nemico nel racconto di LeU. Non c’è una visione del futuro. Non c’è rivolta. Non c’è rabbia… Il risultato è stato farsi superare a sinistra non solo dal M5S (per esempio su ecologismo e reddito di cittadinanza), ma anche dal Papa (che usa senza vergogna la parola capitalismo, al contrario della sinistra italiana). Il risultato è stato regalare alla destra peggiore la sana rabbia di tanti italiani…LeU non è esistita. Non ha espresso alcun racconto coerente con l’archetipo della sinistra, che è il Ribelle, e che, lo ripetiamo, prevede un Nemico e una radicale messa in discussione dello stato di cose presente. Se si continua a guardare ai “valori” e non al “racconto” non si comprende il comportamento dell’elettorato”.

Non a caso Potere al Popolo, quasi assente nella maggior parte d’Italia, ha ottenuto un risultato importante, offrendo una versione del Ribelle sganciata dalla narrazione dell’Uomo Comune. Questo spazio politico c’era, c’è, anche se nessuno, a parte Potere al Popolo, si è degnato di occuparlo per tempo.

“E la sinistra radicale è attrezzata per farlo, da sempre. Nonostante la loro eccezionale preparazione teorica, i bolscevichi hanno conquistato il consenso nel paese con due slogan elementari: «pace, pane, terra» e «tutto il potere ai soviet». Pancia, pancia, e ancora pancia. Mica andavano in giro citando i Grundrisse. Redistribuire ricchezza e potere alla popolazione dovrebbe essere il punto di partenza di ogni movimento di sinistra radicale…I valori e le istituzioni (antirazzismo, antifascismo, i diritti civili, i sindacati) ne sono solo un’emanazione. La sinistra italiana ha commesso l’errore di aggrapparsi ai valori e alle istituzioni, e non si è accorta che la terra che la sosteneva non era più sotto i suoi piedi, come un Willy il Coyote qualsiasi.”.

 

I Cavalieri del Nulla (Martino Branca)

(molto tempo fa, fra la Sapienza e la stazione Termini, capitava di trovare affissi strani volantini firmati “Cavalieri del Nulla”, di cui nessuno finora era riuscito a svelare il mistero; ci ha pensato ora Martino Branca, ex “Uccello” a Valle Giulia,  a indicarci almeno le basi culturali di questo stranissimo Ordine, quanto mai attuale)

 

I Cavalieri Del Nulla. L’Ordine e la Regola

by Martino Branca, 3 novembre 2016

 

L’Ordine dei Cavalieri Del Nulla è una Regola, non una struttura. Prende forma definita e concreta a periodi, con geometria variabile. Si incarna, assumendo la veste e la consistenza di un esercito multiforme, ogni volta che l’accenno di un movimento o addirittura un segno di vita in un punto qualsiasi dello suo spazio geografico segnalino l’urgenza di un intervento repressivo. Tuttavia di norma l’Ordine è dormiente, vive in sonno allo stato potenziale, disaggregato nelle sue componenti: le Confraternite del Nulla. Queste viceversa hanno carattere stabile, continuità e organizzazione; all’interno si articolano in diete, comitati, organi fiduciari, funzioni condottiere. Per evidenziare la durata e la quadratura culturale del proprio impegno esse assumono quasi sempre nomi riferiti all’universo scientifico: l’astronomia (“Cinque Stelle”), la botanica (“Sinistra Radicale”), la ginecologia (“Travaglio”) eccetera.

Le Confraternite non sono uguali né equipollenti. Pur nell’osservanza rigorosa della Regola, esse si differenziano per l’indole, la taglia e soprattutto quanto ai modi dell’operare, che sono tipici di ciascuna: l’inquisizione (“Travaglio”), l’ostruzione (“Cinque Stelle”), il deragliamento (per i radicalisti c’è sempre, di lato, qualche altra priorità), il rinvio ad una palingenesi cosmica futura (tutti).

Unità operativa di ogni Confraternita, e attraverso questa dell’Ordine, sono i Cavalieri Del Nulla, insieme opliti ed eroi, materia e simbolo.

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L’orizzonte dell’Ordine Del Nulla è la quiete assoluta, l’assenza di quantità di moto. L’Ordine esiste in funzione dell’esistente. Il suo imperativo è la preservazione dell’immobilità dell’essere, perciò esso combatte ogni possibile divenire del contesto di cui è parte. Tocca ai suoi organi costitutivi, le Confraternite, il compito di segnalare accenni anche minimi di cambiamenti, embrioni di processi evolutivi, focolai di movimento. Non appena percepita una vibrazione, una Confraternita si attiva e sollecita le altre a fare squadra, a destare l’Ordine dalla sonnolenza, per incarnare tutte insieme attivamente – s’intende pro tempore –  il verbo della Regola.

All’interno di ogni Confraternita i Cavalieri riproducono il dispositivo che governa la relazione tra l’Ordine e il mondo. Essi sono votati a preservare la Confraternita dal divenire, a mantenerla per sempre uguale a sé stessa. Accade raramente che un Cavaliere, violando la Regola, colto da una inopinata pulsione vitale tenti di modificare lo statuto o lo stile della sua Confraternita, ovvero che, assurto per combinazione a responsabilità di governo, dispieghi un progetto ambizioso, diverso dal Nulla. In quei casi un Campione o una Cerchia cavalleresca si ergono,  disarcionano il traditore, lo espellono o lo inviano in un paese lontano.

Come alle Confraternite anche ai Cavalieri è imposto il vincolo dell’eterna uguaglianza a sé stessi. Ad esempio, se all’atto dell’Ordinamento e dell’assunzione del Voto di fedeltà un Cavaliere indossa i baffetti, quello sarà il suo vessillo fino al termine dei suoi giorni.

Cavaliere del Nulla dispiega la sua opera su tre livelli – la nazione, la Confraternita, la persona – ma con metodi differenti. Nella dimensione più ampia egli non ostacola la formazione di governi esterni all’Ordine, altrimenti non vi sarebbe stabilità né stasi. Simula ostilità e assalti ma osserva attentamente i governanti: purchè non causino alcun tipo di cambiamento egli nel suo cuore li ama e li rispetta, e senza apparire spende la sua indole generosa per aiutarli a superare le loro crisi.

Diverso è il portamento del Cavaliere all’interno della sua Confraternita di pertinenza. Qui egli è inflessibile nell’impedire che la Confraternita dia vita o prenda parte all’amministrazione della nazione o di un segmento di essa. Qualora per un capriccio del popolo o per una sfortunata combinazione astrale la sua Confraternita sia indotta a governare, il Cavaliere del Nulla attacca quella compagine esecutiva fino a provocarne la caduta e procede contro i responsabili affinché siano sfiduciati per sempre. Se si è distinto nella battaglia gli vengono tributate ovazioni, poi viene dimenticato. Non è escluso tuttavia, benché accada raramente, che un Cavaliere dall’intelligenza spregiudicata partecipi, per astuzia tattica, ad un’attività di governo. In quel caso egli trasgredisce in apparenza, allo scopo di procurarsi un’occasione più alta di diniego. Ad esempio, la mattina partecipa all’attività del consiglio dei ministri, il pomeriggio scende nell’Arengo e da lì marcia in massa contro il proprio Ministero. Per questa via il Cavaliere, reprimendo nel medesimo tempo la Confraternita e sé stesso,  raggiunge la condizione del Sublime.

La storia procede, in un modo o nell’altro. Il Cavaliere Del Nulla è ben conscio di non poterne fermare il corso. Tuttavia resta tranquillo perché sa che la logica è dalla sua parte. Egli non perde mai di vista la Regola e difende con tutta le sue capacità lo stato di cose esistente. È il Campione del Presente e il nemico implacabile del Futuro e del Passato: si impegna con pari energia tanto per bloccare qualunque moto di avanzamento quanto per impedire ogni tentativo di ripristino. Quando le circostanze avverse o la preponderante forza del nemico producono, nonostante i suoi sforzi, una innovazione qualsiasi Il Cavaliere De Nulla non si scoraggia. Egli sa attendere che il cambiamento si affermi e si consolidi, e perciò stesso termini di prefigurare Futuro e diventi attualità. A quel punto il Cavaliere lo riconosce come Presente e si dispone a difenderlo, anzi  diventa il suo Campione. E così via.

In forza del medesimo logos, Il Cavaliere Del Nulla si oppone sempre alla riparazione di guasti prodotti da attività pubbliche pregresse, perché le ritiene ormai legittimate dal tempo trascorso. In generale egli non cade mai in contraddizione perché è attento alle circostanze. Lo spirito della Regola gli consente, anzi gli impone, di colpire duramente iniziative e intenzioni oggi pericolose per la quiete, incluse quelle che in passato aveva sostenuto quando un diverso contesto le rendeva innocue.

Il Cavaliere agisce sempre in funzione del Principio Superiore del Nulla e non indulge alle categorie della morale comune, quali il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.

IL Cavaliere Del Nulla combatte strenuamente contro la vita, ispirato dalla Regola dell’Ordine. In generale egli agisce come oplita dell’alleanza delle Confraternite, nel rispetto delle disposizioni statutarie che sono parte inevitabile delle condizioni al contorno. Ma è all’interno della sua Confraternita che egli da il meglio di sé, dimostrando di saper coniugare il rigore con la licenza, la creatività con la norma.

Egli non dimentica mai la scala dei valori autentici, che pone il Nulla al disopra di tutto, perciò non si lascia influenzare da ricatti ideologici. Dentro la Confraternita accetta il gioco democratico, ma con riserva, solo  finchè questo gli garantisce spazio nella maggioranza degli adepti. Ma non appena si accorge di trovarsi ai margini della partita egli ripudia la democrazia, riconosce la maggioranza come forza nemica della Regola e la combatte. Se la battaglia volge a suo sfavore il Cavaliere è colto da un sospetto crescente. Ha motivo di credere che la sua Confraternita sia in contrasto con l’Ordine, perciò la abbandona senza rimpianti. E con i compagni ed i seguaci ne fonda immediatamente una nuova, più piccola ma più aderente alla Regola.

Non sempre l’atto rifondativo risolve la contraddizione. Può darsi che nella nuova Confraternita il Cavaliere si ritrovi nello stato di minoranza che lo aveva indotto a lasciare quella originaria. Egli non si avvilisce per questo. Sa dalla logica che lo spazio politico è divisibile all’infinito, e provvede ad una ulteriore scissione. Sicché avviene che esistano Confraternite talmente numerose che solo la rete di interconnessione globale può governarle, accanto ad altre piccolissime, consistenti in una sola persona (“Travaglio”, “Civati”).

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Così come combatte e si ingegna per mantenere il Tempo in un eterno Presente, allo stesso modo il Cavaliere Del Nulla difende la forma dello Spazio da ogni tentativo di alterazione. E poiché l’Architettura è l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane, essa è il principe dei suoi nemici. Esperto di comunicazione e arte retorica, il Cavaliere non la nomina mai, ma vi allude con disprezzo, usando i nomi dei materiali ordinari da costruzione: “Il Mattone”, “Il Cemento”. L’astuzia gli consiglia di evitare, nella sineddoche, parole altrettanto pertinenti (Pietra, Acciaio, Vetro, Titanio) ma pericolosamente suggestive per la semplice psicologia del popolo. Egli sa di essere il custode dell’inerzia delle sue città e dei suoi contadi, perché lui solo è indifferente agli esempi inquietanti forniti dal resto del mondo: sviluppi impetuosi di reti, innumerevoli e monumentali opere pubbliche, torri spericolate.

Con analoga, simmetrica lucidità il Cavaliere Del Nulla si oppone all’anastilosi dei monumenti caduti. Egli è conscio del pericolo insito nel ripristino: la restituzione della forma architettonica perduta. Conservando ai ruderi la condizione attuale, mantenendoli a terra, muti e inerti, garantisce la funzione di preziosa testimonianza degli eventi banali che li hanno ridotti al silenzio: i cataclismi, i terremoti, le guerre.

 

https://ytali.com/2016/11/03/i-cavalieri-del-nulla-lordine-e-la-regola/

Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

Gallipoli

 

Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

 

L’estate del 2017 verrà ricordata non solo come una delle più calde degli ultimi decenni, ma anche come quella dell’emergenza di frizioni connesse all’invadenza del turismo di massa, agevolato dalle tariffe low cost di viaggi, affitti e prenotazioni on line. Mi vengono in mente Gallipoli (LE), Dubrovnik (dov’è stato introdotto il numero chiuso), Barcellona (con la protesta degli abitanti), ma anche spiagge, porti, per esempio in Sardegna, senza dimenticare la Fontana di Trevi a Roma o le navi da crociera a Venezia. Ai già notevoli problemi di affluenza, traffico, controllo, sicurezza, sanità pubblica (che poco interessano naturalmente alle compagnie aeree e agli affittuari) si aggiunga il fatto che le località oggetto di questo iperturismo di massa diventano anche obiettivo privilegiato dei terroristi. Ma anche senza terroristi, occorre aggiungere ormai la problematicità di gestione di movide e manifestazioni di massa in genere: non dimentichiamo quello che è successo a Torino in piazza Statuto , dove si è sfiorata la strage per panico derivante da motivi probabilmente molto futili, per un fenomeno collettivo di autosuggestione. Peraltro le stesse considerazioni erano già state fatte in occasione dell’attentato al Bataclan di Parigini: Libération infatti intitolava un suo articolo “Génération Bataclan : la jeunesse qui trinque –  En s’attaquant aux lieux festifs de Paris et Saint-Denis, les terroristes ont ciblé le mode de vie hédoniste et urbain d’une génération déjà marquée par «Charlie». ». 

Tralascio qui quel che le singole amministrazioni faranno o non faranno per arginare il problema, e ricondurre le mandrie a più miti consigli. Forse introducendo il numero chiuso da una parte, le mandrie si trasferiranno da un’altra, dove gli affittuari saranno ben contenti di ehm, fornire loro un recinto o una movida ancora più stracciona. Forse qualcuno farà ricorso al TAR o all’ONU o al Papa per violazione del principio umanitario sacrosanto di pascolare, pisciare, scacazzare e scopare ovunque, non lo so. Jean Baudrillard ci aveva visto giusto già nel 1977, quando scrisse un suo saggio sul Beaubourg, visto come anticipazione  degli attuali fenomeni degenerativi (consiglio di leggerlo per intero, ovviamente, e senza pregiudizi moralistici) :

 

L’EFFETTO BEAUBOURG

Jean Baudrillard, 1977

 

Animazione. Rianimazione.

Implosione irreversibile in profondità.

L’unico contenuto di Beaubourg è la massa stessa, che l’edificio tratta come un convertitore, come una camera oscura o in termini di input/output…Non è mai stato così chiaro che il contenuto – qui la cultura, altrove l’informazione o la merce – è solo il supporto fantasma di quanto viene compiuto dal medium stesso, la cui funzione è sempre quella di indurre una massa, di produrre un flusso umano e mentale omogeneo.

Ipermercato della cultura,  già il modello di qualsiasi forma futura di socializzazione controllata: ritotalizzazione in uno spazio-tempo omogeneo di tutte le funzioni disperse del corpo e della vita sociale (lavoro, tempo libero, media, cultura), ritrascrizione di tutti i flussi contraddittori in termini di circuiti integrati…

Qui si elabora la massa critica, oltre la quale la merce diviene ipermerce e la cultura ipercultura…una specie di universo segnaletico totale, o di circuito integrato, transito incessante di scelte, letture, referenti, marchi, decodifiche…

Dovunque nel “mondo civile” la costruzione di stocks di oggetti ha comportato il processo complementare degli stocks di uomini: la coda, l’attesa, l’imbottigliamento, la concentrazione, il campo di concentramento. Questa è la “produzione di massa”, non nel senso di una produzione massiccia o ad uso delle masse, ma la produzione della massa. La massa come prodotto finale di ogni socialità, che pone fine di colpo alla socialità; giacchè questa massa, di cui ci si vuol far credere che è il sociale, è al contrario il luogo dell’implosione del sociale.

Ma se gli stocks di oggetti implicano lo stoccaggio degli uomini, la violenza latente nello stock di oggetti implica la violenza inversa degli uomini. Qualunque stock è violento, e c’è una violenza specifica anche in qualòunque massa umana, poichè implode – violenza propria alla sua gravitazione, al suo addensarsi intorno al suo punto (foyer) d’inerzia…

Massa critica, massa implosiva…la massa calamitata dalla struttura diventa una variabile disrtuttiva della struttura stessa…Fate piegare Beaubourg” Nuova parola d’ordine rivoluzionaria: inutile incendiarlo, inutile contestarlo, andateci! E’ il modo migliore per distruggerlo. Il successo di Beaubourg non è più un mistero: le persone ci vanno per questo, si riversano su questo edificio, la cui fragilità respira già la catastrofe, con il solo scopo di farlo piegare…mirano espressamente, senza saperlo, a questo annientamento. L’irruzione è il solo atto che la massa possa compiere in quanto tale – massa proiettile che ribatte con il suo peso, cioè con il suo aspetto più stupido, più spoglio di senso, meno culturale, alla sfida di culturalità lanciata da Beaubourg…Alla dissuasione mentale la massa risponde con una dissuasione fisica diretta. E’ la sua propria sfida, la sua astuzia…ipersimulazione distruttiva.

La gente ha voglia di prendere tutto, di azzannare tutto, di abbuffarsi di tutto, di manipolare tutto. Vedere, decifrare, imparare non la emoziona. La sola emozione “massiccia” (di massa) è quella della manipolazione. “

 

 

 

 

 

 

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

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I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

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Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

Club Culture, fra Lapassade e Bains Douches (introduzione di Pierfrancesco Pacoda)

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Pierfrancesco Pacoda, Rischio e desiderio, NFC 2015, pag. 232 € 11.90, antologia di saggi sulla nascita della “Club Culture” – estratto dall’Introduzione (foto di Mauro Baldrati)

 

***

 

Pacoda_rischioNegli anni ’90 l’antropologo francese George Lapassade, esponente di spicco della cultura che mescolava ribellione e accademia (buon amico di Pier Paolo Pasolini con il quale in pieno 68 protesta contro la Biennale di Venezia) arriva in Romagna per avviare una serie di osservazioni sul campo all’interno del Cocoricò di Riccione.
Lui che ha studiato gli stati modificati di coscienza e lo sciamanesimo tra il Marocco, Haiti e il Brasile sceglie una discoteca della Romagna per continuare i suoi studi sul cosiddetto fenomeno della ‘trance’ metropolitana.
Era quello, va ricordato, il Cocorico che ospitava le performance del nascente teatro della nuova avanguardia italiana (indimenticabili le azioni della neonata Societas Raffaello Sanzio) e le lezioni, prima delle luci delle luci dell’alba del filosofo Manlio Sgalambro nel piccolo privè Morphine, dove spesso il dj, invece della techno, selezionava musica classica.
Erano gli anni dell’elaborazione della club culture, dell’idea, cioè, che la pista da ballo potesse generare inediti flussi culturali, al di là della sua funzione ‘naturale’ di produttrice di piacere, che il club, la ‘discoteca’ potessero tornare a essere riflesso immediato delle grandi modificazioni sociali, accompagnandole, persino.
Che è poi il motivo per il quale nella New York di metà anni ’70 la disco, insieme all’hip hop e al punk (linguaggi sonori non a caso provenienti dallo stesso luogo nella stessa epoca), parlava un forte linguaggio di ‘liberazione’. La gioia insieme alla rivoluzione.Bainsrid1

La conquista del diritto alla visibilità e, in fondo (sembra paradossale parlando di club e di stravaganze) e alla ‘normalità’ per una subcultura che subito fece suo, come elemento fondante, come essenza stessa, come anima, il ‘mito’ della ‘diversità’.
Sia essa una diversità etnica, sociale, sessuale.
Le grandi rivendicazioni, l’orgoglio di essere come si vuole essere, contro tutto e contro tutti, sono state il segno distintivo della club culture. Per questo la definizione di cultura, per raccontare questa scena, è più che opportuna.

Perché ballare sino all’alba era la risposta di strada alla necessità di costruire una identità negata.

Dal ‘leggendario’ Loft di David Mancuso, che con le sue feste in casa mescolava alto e basso, intellettuali e emarginati, al fenomeno dei rave parties, dalla nascita dei superclub che da semplici discoteche si fanno stili di vita ai sound system nomadici che a Capodanno fanno ballare Sarajevo sotto assedio dei cecchini, il club ha sempre cercato di confondere il piacere e il rischio, che sono due caratteristiche delle quali le cosiddette culture giovanili, sin dal loro emergere nel secondo dopoguerra, hanno un infinito bisogno.
E gli eccessi dei jazzisti del bebop, quelli di Elvis e del versante oscuro del rock’n’roll, quelli della psichedelica californiana che, complici gli allucinogeni, credeva davvero che il cielo fosse finalmente caduto sulla terra, sono tasselli di una ‘ribellione senza una causa’ che accompagna la difficoltà di accettare che l’adolescenza sia un rito di passaggio (transe, trance, appunto).
In questo territorio instabile, di difficile lettura si muovono da tempo sociologi, antropologi (pensiamo nuovamente a George Lapassade), medici, ma anche gestori di club, scrittori, dj che cercano di posare il loro sguardo su quello che è diventato il luogo di aggregazione per eccellenza (e quindi di sviluppo) delle culture giovanili.
A loro abbiamo chiesto di accompagnarci in questo viaggio verso il cuore nascosto, ma incredibilmente pulsante, della pista da ballo (…)


continua

http://www.carmillaonline.com/2015/12/29/la-club-culture-tra-rischio-e-desiderio/

 

 

Jefferson Airplane – White Rabbit (Woodstock, 1969)

 

Jefferson Airplane’s diamonds performed at Woodstock, on 17th August 1969 .

“Somebody to Love”, written by Darby Slick and “White rabbit”, written by Grace Slick.

It was back in the year 2008. I had just started listening to Jefferson Airplane. I had looked them up due to a reference John Densmore does in his book “Riders on the storm” to the song “White rabbit”; I was very impressed by the lyrics and…well, the rest is history I guess 🙂
Searching through youtube, I found this very video that I have posted here. Sadly, it was taken down shortly after that, probably due to copyright issues and shit. So, I decided to upload it and make it available for everyone again.

Jefferson Airplane’s performance of these two songs is included in a film called “Woodstock:The Director’s Cut” by Michael Wadleigh.

“Good mornin’,people!”

Really digging: Jack’s outfit and groovy headbanging, Spencer’s hat and badass drumming, Marty’s voice, sideburns and tambourine, Jorma’s playing and crazy hair, Paul’s headband and vocals (well on other songs :p) and Grace’s eyes, barefootness (lol) and of course her unbelievably amazing voice.

Il Nuovo Presidente

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(nel caso qualcuno non abbia ancora capito come funziona…)

 

Jimmy Morales, 46 anni, segretario del Frente de Convergencia Nacional, partito nazionalista di destra, è il nuovo presidente del Guatemala. La schiacciante vittoria sulla candidata dell’Unidad Nacional de la Esperanza, Sandra Torres, ottenuta con il 67,44% delle preferenze e un milione di voti in più non lascia spazio ai dubbi, Morales – maglietta della nazionale guatemalteca indosso – è sceso in campo al momento giusto e ha sbaragliato la concorrenza dei tradizionali partiti politici del Paese, travolti dagli scandali di corruzione e pressati dalle inedite mobilitazioni popolari degli ultimi mesi.

All’anagrafe il suo nome sarebbe James Ernesto Morales Cabrera ma nel 2011 ha deciso di cambiarlo nel più telegenico – e gringo – “Jimmy Morales”. È alla prima esperienza nell’amministrazione pubblica, non avendo mai ricoperto un incarico politico in passato, ma nonostante ciò non è un volto nuovo per i guatemaltechi e le guatemalteche, avendo condotto per 18 anni un programma satirico di successo sulle reti nazionali. Il programma politico di Morales si è imposto scandendo con durezza e verve televisiva le parole d’ordine della lotta alla corruzione, della sicurezza nazionale e inneggiando al governo degli onesti e degli incensurati. Discorsi già sentiti anche in Italia, che dietro la negazione del proprio agire, riassunta nella parola “antipolitica”, celano pratiche reazionarie e conservatrici…

continua a leggere:

http://www.carmillaonline.com/2015/10/27/il-nuovo-presidente-del-guatemala-un-comico-appoggiato-dallala-piu-reazionaria-dellesercito/

 

 

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Grecia : 5 ragioni per un’Altra Europa – Etienne Balibar

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Come i Greci nella stragrande maggioranza, anche i Francesi sono per la costruzione europea, ma la vogliono del tutto differente.

Etienne Balibar, filosofo, 7 luglio 2015

http://www.liberation.fr/debats/2015/07/07/les-raisons-de-la-passion-francaise-pour-la-grece_1345074

Perché i francesi seguono con tanta passione i passaggi successivi della “crisi greca”, come se ne dipendesse la loro propria sorte? Ma perché ne dipendono. Ciascuno di noi ha le sue ragioni personali, professionali, intellettuali. Ma la ragione di fondo è politica: è l’attualità della politica, la sua resistenza alla “governance”, la sua capacità di riconquistare il posto che essa deve occupare in una società di uomini liberi.

Ecco cinque ipotesi, che ritengo condivisibili, ma di cui sono l’unico responsabile.

 

(traduzione: vincent)

 

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La prima è che i cittadini francesi (e altri) hanno seguito con passione la lotta intelligente, ostinata, coraggiosa, di un governo e dei suoi dirigenti, decisi a rispettare il mandato di cui erano stati investiti. Abbiamo capito progressivamente che l’obiettivo delle “istituzioni” e della “grande coalizione” che governa in questo momento l’Europa non era di far uscire la Grecia dalla catastrofe nella quale l’hanno condotta i “piani d’aiuto”, né di aiutarla a riformare le sue strutture “corrotte”, ma di costringerli a una rinuncia umiliante, affinchè l’esempio non si diffondesse a macchia d’olio. In occasione del referendum, essi hanno capito che le informazioni diffuse da Bruxelles, dall’Eurogruppo, etc., e in gran parte ricambiate dalla nostra stampa, erano false, distorte. C’erano delle alternative!

La seconda, è che essi stanno prendendo le misure del problema di riattivare la democrazia, da cui dipende la legittimità dei poteri che ci rappresentano in ciascun paese e in Europa. I greci danno un esempio e pongono un problema, al quale, certo, essi non possono apportare da soli delle soluzioni. L’argomento martellato da settimane: “La volontà popolare di una nazione non può prevalere contro i trattati”, è divenuto: “Essa non può prevalere contro la volontà delle altre 18 nazioni”. E’ vero. Occorrerebbe infatti che anche queste vengano consultate, nelle forme attive che vengono messe in opera da Tsipras e dal suo governo. Il livello di esigenza democratica sta per montare in Europa.

 

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La terza, è che i greci incarnano un’autentica modalità di sinistra nell’opposizione all’orientamento dominante della costruzione europea. Essi fanno a pezzi lo stereotipo del “populismo” (o degli “estremismi”, che sarebbero confusi in una stessa demagogia e una stessa ostilità di principio alla costruzione europea). Tsipras è pro-europeista e contro la politica della finanza. Non abbiamo nulla di questo in Francia, dove la contestazione si rivolge piuttosto verso il Fronte Nazionale. Questo ci interessa e ci interroga.

Di qui la terza ragione : quale politica di sinistra oggi?

Quale discorso, quali pratiche militanti, quali obiettivi per una sinistra degna di questo nome nel XXI° secolo?

In Francia viviamo un momento deprimente, fra una sinistra associata al liberismo dominante, dimentica di tutti i suoi impegni, e una “sinistra della sinistra” divisa, spesso chiacchierona o esitante. Guardiamo verso Syriza, o verso Podemos, per cercare ispirazione, ma sarebbe meglio parlare di emulazione, perché non c’è un modello traducibile all’identico.

 

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La quarta ragione: la resistenza di Syriza ai diktat omicidi della troika, la lotta che essa deve attualmente condurre (in quanto il referendum non risolve niente, non fa che spostare qualche carta e acuire la posta in gioco), prova che l’economia comporta delle scelte. E’ essa stessa una politica. La grande maggioranza degli economisti (compresi quelli del FMI) sa che occorre ristrutturare il debito, e uscire dall’austerità. Ma la grande questione è lo sviluppo concertato e solidale delle società del continente. Syriza pone questo problema con forza. In una Francia che scivola verso il declino e l‘ingiustizia, questa questione risuona con forza.

 

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Ultima ma non minore, Tsipras con il suo governo e con il suo popolo hanno detto chiaramente che il loro obiettivo non è la fine dell’Europa (verso la quale al contrario ci precipitano il dogmatismo e l’ostinazione dei nostri “dirigenti” attuali), ma la sua rifondazione su nuove basi. Il “momento costituente” di cui alcuni di noi hanno parlato dopo l’inizio della crisi è proprio davanti a noi. Esso non ha però modo di materializzarsi se non a patto che l’opinione pubblica in tutto il continente cambi parecchio, e molto velocemente, anzitutto per evitare il Grexit (l’espulsione di una nazione fuori della UE), e poi per porre la questione: quale Europa? Per chi? Con quali mezzi? Come i greci nella stragrande maggioranza, noi siamo per la costruzione europea, ma la vogliamo molto diversa. Noi sappiamo che è un’occasione da non perdere. Grazie Aléxis Tsipras di avercela data.

 

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