Zardoz e le comunità del futuro

Zardoz, e le comunità del futuro

 

     Zardoz è un film di fantascienza del 1974 diretto da John_Boorman, con  Sean Connery nel ruolo del protagonista principale, Zed lo Sterminatore, e la splendida Charlotte Rampling nel ruolo di Consuela, la gran sacerdotessa della Casta degli Immortali.

 

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Nell’anno 2293 la Casta degli Immortali vive sigillata entro le barriere impenetrabili del Vortex, amministrato da un possente cervello elettronico, il Tabernacolo, contenuto in un misterioso cristallo dalle infinite capacità riflessive. Il Vortex è una dimensione separata dal mondo esterno, dove vivono i mortali, i “bruti”, schiavizzati e uccisi dagli Sterminatori a cavallo, anch’essi mortali, ma al servizio degli Immortali. Nonostante l’alto sviluppo scientifico e tecnologico, gli Immortali si annoiano: alcuni di loro diventano Apatici, altri Rinnegati, coloro che per qualche gesto di ribellione vengono condannati a un’eterna vecchiaia. Sul mondo esterno domina Zardoz, una enorme maschera di pietra volante, somigliante alla Sfinge de La macchina del tempo o a una scultura dell’isola di Pasqua. Ed è proprio attraverso questa gigantesca testa di pietra che lo Sterminatore Zed (Sean Connery) entra nel Vortex, dopo aver ucciso il “pilota” Arthur Frayn, seminandovi la mortalità attraverso la resurrezione dei desideri e delle passioni, finchè anche il Tabernacolo, il grande cristallo trasparente che presiede all’organizzazione del Vortex, viene distrutto. Riportati alla vita, mortale ma autentica, gli Immortali implorano la morte. Zed e Consuela si accoppiano, generando un figlio, invecchiando e morendo come tutti i mortali.

Zardoz si rifà in parte alla Macchina del tempo, per quanto riguarda la divisione sociale fra Immortali e Bruti (Eloi e Morlocks), anche se rovesciata di segno, e senza viaggio nel tempo (il futuro è già qui). Un altro riferimento è il romanzo Il meraviglioso mago di Oz di L.Frank Baum (da cui il titolo “the wiZARD of OZ”), in cui il Mago di Oz, nella Città di Smeraldo, si presenta a Dorothy, la protagonista, nelle sembianze di una Grande Testa. Ma il film nel suo insieme offre molteplici risvolti e significati già presenti in altri romanzi di fantascienza, come L’alba delle tenebre di Fritz Leiber o Sixth Column di Robert Heinlein e soprattutto, dal punto di vista filosofico, La città e le stelle di Arthur C.Clarke, in cui chiaramente lo scrittore britannico concepisce la Città, Diaspar, come una specie di Eden dove vivono gli Immortali, sotto il controllo costante di un onnipresente calcolatore e dei Banchi della Memoria. Ma la perfezione della sua ingegneria sociale la sta portando all’inerzia, alla decadenza e alla monotonia. Mentre questa vita apparentemente perfetta sta portando la città all’estinzione, si sviluppa un elemento perturbatore, nelle sembianze di Alvin e del Buffone di corte, previsto dagli stessi progettisti della città, grazie al quale la vita si rinnova e Diaspar crolla.

Ma, al di là dei numerosi e complessi riferimenti letterari e filosofici, Zardoz è soprattutto una geniale esperienza visiva e psichedelica, una sorta di Matrix dell’era psichedelica, così come psichedelico e tipicamente controculturale è il tema della rigenerazione vitale per poter progredire oltre la staticità di un sistema perfetto e conchiuso. Tema che nel 1995 verrà ripreso, con accenti diversi, dal romanzo post-cyberpunk di Neal Stephenson, The Diamond Age (L’Era del Diamante, Shake, 1997).

Movimento di rigenerazione che evidentemente coinvolge lo stesso regista e i suoi attori. Sembra infatti che Zardoz nasca all’intersezione di più destini personali in un periodo particolarmente prolifico della fantascienza colta, filosofica e new wave, a partire, non a caso, da alcuni film della Nouvelle Vague (vedi il cortometraggio sperimentale La jetée di Chris Marker, 1962, fonte d’ispirazione per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam del 1995; Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965; Fahrenheit 451 di Francois Truffaut, 1966). Fino ai film di Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964; 2001: Odissea nello spazio,1968; Arancia meccanica, 1971) o di Andrej Tarkovskij (Solaris 1972; Stalker, 1979).

 

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John Boorman attraversa in quegli anni un periodo sfolgorante della sua carriera di regista, dopo Senza un attimo di tregua, Duello nel Pacifico, Leone l’ultimo, Un tranquillo week-end di paura, film holliwoodiani imperniati sulla socialità e sui comportamenti selvaggi dell’uomo “civile”,  e prima di L’esorcista II: l’eretico (1977), ed Excalibur, una delle riduzioni cinematografiche più riuscite del complesso di leggende di Re Artù e del Ciclo bretone (en passant faccio notare che anche K.W. Jeter, nel romanzo capostipite dello steampunk, La notte dei Morlock, pubblicato nel 1979, riprende in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur; la coincidenza è tanto più significativa in quanto sia Zardoz che il romanzo di Jeter, pur nella loro diversità, si riallacciano alla Macchina del tempo di H.G.Wells).

Nella carriera di Sean Connery, Zardoz si colloca immediatamente dopo la fine del ciclo di James Bond, ruolo da cui cercava di distaccarsi. Così, da agente segreto diventa lo Sterminatore, che riesce a seminare la morte fra gli Immortali grazie al suo sex appeal. E dopo 30 anni lo ritroviamo ancora nelle parti del vecchio cacciatore Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari. Infine, la ventisettenne Charlotte Rampling, già indossatrice e modella, stava vivendo un momento particolarmente felice della sua carriera, da  La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969) fino a Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), in ruoli piuttosto controversi  che ne sottolineano la bellezza ambigua.

In conclusione, Zardoz è una delle prime trasposizioni cinematografiche delle ansie legate all’emergere prepotente delle gated communities e delle Common Interest Developments, enclaves high tech per ricchi da cui escludere altri gruppi etnici o sociali anche mediante muri, vigilantes e dispositivi elettronici di sicurezza. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici, a scapito dell’interesse generale, aveva già portato, nella California degli anni Settanta, alla privatizzazione del governo locale, quel che nella incipiente subcultura cyberpunk verranno rappresentate come vere e proprie città-stato, e che Neal Stephenson in Snow Crash (1992) definisce “burbclaves”. Né bisogna dimenticare, su un piano in cui fantasia e realtà si mischiano ancora più strettamente, le Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT), le comunità del futuro o Disney’s Dream Town progettate da Walt Disney già a metà anni Sessanta  come fusione di pianificazione urbana e ingegneria sociale, con una visione ottimistica e techno-friendly del futuro, enfaticamente basata su “educazione, tecnologia, salute e senso del luogo”: un “mondo più perfetto”, o “un nuovo modello di apartheid urbana”? Qui, come in Zardoz, il cristallo comincia a incrinarsi, e appare il lato oscuro della disgregazione urbana.

 

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

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I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

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Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

Il Nuovo Presidente

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(nel caso qualcuno non abbia ancora capito come funziona…)

 

Jimmy Morales, 46 anni, segretario del Frente de Convergencia Nacional, partito nazionalista di destra, è il nuovo presidente del Guatemala. La schiacciante vittoria sulla candidata dell’Unidad Nacional de la Esperanza, Sandra Torres, ottenuta con il 67,44% delle preferenze e un milione di voti in più non lascia spazio ai dubbi, Morales – maglietta della nazionale guatemalteca indosso – è sceso in campo al momento giusto e ha sbaragliato la concorrenza dei tradizionali partiti politici del Paese, travolti dagli scandali di corruzione e pressati dalle inedite mobilitazioni popolari degli ultimi mesi.

All’anagrafe il suo nome sarebbe James Ernesto Morales Cabrera ma nel 2011 ha deciso di cambiarlo nel più telegenico – e gringo – “Jimmy Morales”. È alla prima esperienza nell’amministrazione pubblica, non avendo mai ricoperto un incarico politico in passato, ma nonostante ciò non è un volto nuovo per i guatemaltechi e le guatemalteche, avendo condotto per 18 anni un programma satirico di successo sulle reti nazionali. Il programma politico di Morales si è imposto scandendo con durezza e verve televisiva le parole d’ordine della lotta alla corruzione, della sicurezza nazionale e inneggiando al governo degli onesti e degli incensurati. Discorsi già sentiti anche in Italia, che dietro la negazione del proprio agire, riassunta nella parola “antipolitica”, celano pratiche reazionarie e conservatrici…

continua a leggere:

http://www.carmillaonline.com/2015/10/27/il-nuovo-presidente-del-guatemala-un-comico-appoggiato-dallala-piu-reazionaria-dellesercito/

 

 

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Grecia : 5 ragioni per un’Altra Europa – Etienne Balibar

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Come i Greci nella stragrande maggioranza, anche i Francesi sono per la costruzione europea, ma la vogliono del tutto differente.

Etienne Balibar, filosofo, 7 luglio 2015

http://www.liberation.fr/debats/2015/07/07/les-raisons-de-la-passion-francaise-pour-la-grece_1345074

Perché i francesi seguono con tanta passione i passaggi successivi della “crisi greca”, come se ne dipendesse la loro propria sorte? Ma perché ne dipendono. Ciascuno di noi ha le sue ragioni personali, professionali, intellettuali. Ma la ragione di fondo è politica: è l’attualità della politica, la sua resistenza alla “governance”, la sua capacità di riconquistare il posto che essa deve occupare in una società di uomini liberi.

Ecco cinque ipotesi, che ritengo condivisibili, ma di cui sono l’unico responsabile.

 

(traduzione: vincent)

 

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La prima è che i cittadini francesi (e altri) hanno seguito con passione la lotta intelligente, ostinata, coraggiosa, di un governo e dei suoi dirigenti, decisi a rispettare il mandato di cui erano stati investiti. Abbiamo capito progressivamente che l’obiettivo delle “istituzioni” e della “grande coalizione” che governa in questo momento l’Europa non era di far uscire la Grecia dalla catastrofe nella quale l’hanno condotta i “piani d’aiuto”, né di aiutarla a riformare le sue strutture “corrotte”, ma di costringerli a una rinuncia umiliante, affinchè l’esempio non si diffondesse a macchia d’olio. In occasione del referendum, essi hanno capito che le informazioni diffuse da Bruxelles, dall’Eurogruppo, etc., e in gran parte ricambiate dalla nostra stampa, erano false, distorte. C’erano delle alternative!

La seconda, è che essi stanno prendendo le misure del problema di riattivare la democrazia, da cui dipende la legittimità dei poteri che ci rappresentano in ciascun paese e in Europa. I greci danno un esempio e pongono un problema, al quale, certo, essi non possono apportare da soli delle soluzioni. L’argomento martellato da settimane: “La volontà popolare di una nazione non può prevalere contro i trattati”, è divenuto: “Essa non può prevalere contro la volontà delle altre 18 nazioni”. E’ vero. Occorrerebbe infatti che anche queste vengano consultate, nelle forme attive che vengono messe in opera da Tsipras e dal suo governo. Il livello di esigenza democratica sta per montare in Europa.

 

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La terza, è che i greci incarnano un’autentica modalità di sinistra nell’opposizione all’orientamento dominante della costruzione europea. Essi fanno a pezzi lo stereotipo del “populismo” (o degli “estremismi”, che sarebbero confusi in una stessa demagogia e una stessa ostilità di principio alla costruzione europea). Tsipras è pro-europeista e contro la politica della finanza. Non abbiamo nulla di questo in Francia, dove la contestazione si rivolge piuttosto verso il Fronte Nazionale. Questo ci interessa e ci interroga.

Di qui la terza ragione : quale politica di sinistra oggi?

Quale discorso, quali pratiche militanti, quali obiettivi per una sinistra degna di questo nome nel XXI° secolo?

In Francia viviamo un momento deprimente, fra una sinistra associata al liberismo dominante, dimentica di tutti i suoi impegni, e una “sinistra della sinistra” divisa, spesso chiacchierona o esitante. Guardiamo verso Syriza, o verso Podemos, per cercare ispirazione, ma sarebbe meglio parlare di emulazione, perché non c’è un modello traducibile all’identico.

 

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La quarta ragione: la resistenza di Syriza ai diktat omicidi della troika, la lotta che essa deve attualmente condurre (in quanto il referendum non risolve niente, non fa che spostare qualche carta e acuire la posta in gioco), prova che l’economia comporta delle scelte. E’ essa stessa una politica. La grande maggioranza degli economisti (compresi quelli del FMI) sa che occorre ristrutturare il debito, e uscire dall’austerità. Ma la grande questione è lo sviluppo concertato e solidale delle società del continente. Syriza pone questo problema con forza. In una Francia che scivola verso il declino e l‘ingiustizia, questa questione risuona con forza.

 

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Ultima ma non minore, Tsipras con il suo governo e con il suo popolo hanno detto chiaramente che il loro obiettivo non è la fine dell’Europa (verso la quale al contrario ci precipitano il dogmatismo e l’ostinazione dei nostri “dirigenti” attuali), ma la sua rifondazione su nuove basi. Il “momento costituente” di cui alcuni di noi hanno parlato dopo l’inizio della crisi è proprio davanti a noi. Esso non ha però modo di materializzarsi se non a patto che l’opinione pubblica in tutto il continente cambi parecchio, e molto velocemente, anzitutto per evitare il Grexit (l’espulsione di una nazione fuori della UE), e poi per porre la questione: quale Europa? Per chi? Con quali mezzi? Come i greci nella stragrande maggioranza, noi siamo per la costruzione europea, ma la vogliamo molto diversa. Noi sappiamo che è un’occasione da non perdere. Grazie Aléxis Tsipras di avercela data.

 

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O X I – Il disordine europeo (Boltanski & Esquerre)

L’annuncio di un referendum in Grecia ha suscitato l’indignazione quasi unanime dei leaders europei. E’ così scioccante che dei cittadini vengano consultati su una questione eminentemente politica che li riguarda direttamente?

 

OXI

Arnaud ESQUERRE sociologue et Luc BOLSTANSKI sociologue

http://www.liberation.fr/monde/2015/07/02/trouble-dans-la-democratie_1341918

 

Traduzione. vincent

 

Dopo mesi di trattative, scaduta il 30 giugno senza rimborso la rata del debito verso il Fondo Monetario Internazionale, il governo guidato da Alexis Tsipras ha indetto un referendum consultivo sull’accettazione o meno del Piano dei creditori. Alla luce del mandato ricevuto dagli elettori nel gennaio scorso, che sollecitava a mettere in discussione l’austerità economica che rischia di trasformare la Grecia in un Paese eternamente debitore e vassallo delle imposizioni della Troika, la decisione del governo Tsipras è assolutamente corretta e legittima, l’accettazione del Piano avrebbe significato infatti tradire la volontà dell’elettorato. Allo stesso tempo, su una decisione cruciale che riguarda tutti i cittadini greci, e non solo quelli di una parte, è giusto che tutti si esprimano. Cosa accadrà dopo lo sapremo presto, a partire da lunedì.

 

(le opinioni espresse in quest’articolo sono degli autori e non corrispondono necessariamente a quelle del titolare di questo blog)

***

 

L’annuncio del Primo Ministro Tsipras dell’organizzazione di un referendum ha suscitato, in Francia e in Europa, reazioni indignate da parte dei dirigenti appartenenti al mondo politico, economico o mediatico. Questo annuncio, intervenuto dopo mesi di inutili negoziati, è stata la risposta del governo greco a un rapporto di forza politico che, al livello delle istanze europee, non ha cessato di penalizzare i greci non soltanto in quanto cittadini, ma anche come membri dell’Unione Europea.

Cosa sembra motivare questa indignazione pressocchè unanime? Il fatto che i cittadini vengano consultati su una questione che riguarda la loro vita quotidiana e, più nel profondo, i rapporti di uguaglianza nell’insieme politico al quale essi appartengono.

(…)

Nella concezione che le Istituzioni europee hanno della democrazia, il suffragio popolare deve riguardare unicamente la scelta dei dirigenti, assimilati ad una èlite, l’unica in grado di esprimere un giudizio sui problemi dello Stato, in particolare quando questi ultimi sembrano riguardare un dominio particolare come l’”economia”. Ma, se questi dirigenti consultano, a loro volta, i cittadini su alcune scelte politiche fondamentali, che sono anche scelte sociali, vengono allora accusati di “populismo”. Quel che viene soprattutto rimproverato a Tsipras, non è tanto di avere un “discorso populista”, quanto di voler mettere in atto un certo numero di misure – come una tassazione più forte dei ricchi o dei redditi finanziari delle banche – e di voler dare a questi atti una legittimità democratica.

 

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L’accusa di “populismo” mira a squalificare l’orientamento politico dei dirigenti greci presentandolo come antidemocratico. Ma questa reazione rivela forse soprattutto la forza dei riflessi antidemocratici che animano le élites dirigenti delle democrazie occidentali e che si manifestano ogni volta che sembra esser messo in pericolo il carattere esclusivo del loro potere decisionale.

Il “populismo” si tradirebbe per il fatto che l’estrema destra, in Grecia, ha sostenuto l’annuncio del referendum. La vittoria del NO farebbe temere, in Francia, che ne beneficerebbe l’estrema destra. Insomma, quel che è stupefacente è che non si trova nessuno nei partiti tradizionali, che si suppongono dirigere degli Stati democratici, come difensori di un processo democratico. La migliore risposta da dare al timore che l’organizzazione di un referendum beneficerebbe all’estrema destra, sarebbe che la Sinistra apparisse come difensore di un simile processo. La Sinistra ha paura a tal punto del suffragio che essa non osa consultare i cittadini che quando non vi sia obbligata, cioè in occasione delle elezioni dei nuovi rappresentanti? Le cose sarebbero forse più semplici se le elezioni venissero soppresse…

Occorre, come ha dichiarato Pablo Iglesias del Movimento Podemos, “essere dalla parte dell’Europa e della Grecia”. Ma di fronte alla reazione terrorizzata della Commissione Europea e dei principali esponenti europei, si capisce che essere dalla parte di un’Europa democratica non è essere dalla parte delle Istituzioni europee così come funzionano attualmente. Perché nelle reazioni delle “élites” che gravitano attorno a Bruxelles, c’è qualcosa degli aristocratici spaventati delle monarchie europee di fronte all’annuncio della Rivoluzione francese. Votare la fine dei privilegi aveva certamente, dal loro punto di vista, qualcosa di “irresponsabile”. Per non parlare dell’abolizione del “diritto divino” che fondava il potere del sovrano, un po’ come, oggi, l’economia cosiddetta “neoliberale” – o più in generale l’economia ortodossa – basa le decisioni politiche, e talvolta le più assurde o le più crudeli fra quelle, dando loro tutti i dettami della necessità, come per ancorarli nell’ordine delle cose in ciò che ha di naturale.

La reazione spaventata dei leaders europei è triste e inquietante perché essa svela a qual punto non soltanto le istituzioni europee non sono democratiche nel loro funzionamento, ma a qual punto esse non desiderano esserlo e ancor meno divenirlo. Come si è potuti arrivare a una tale situazione in cui essere democratici significa esserlo contro le istituzioni europee e, allo stesso tempo, sembrare di esserlo contro l’Europa? O a cosa si riduce uno Stato democratico, scegliere fra esperti in una cerchia ristretta, esperti che si distinguono coi loro discorsi prima delle elezioni, ma che, una volta eletti, si comportano più o meno alla stessa maniera, avendo come unico riferimento la “necessità”? Se ci sono degli irresponsabili, sono probabilmente coloro hanno perduto il senso della responsabilità democratica.

Syria mon amour – Il cinema di Mohammad Malas

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“Per la prima volta nella storia dell’umanità, la destra estremista religiosa – islamica, cristiana ed ebraica – domina un’epoca e trasforma le differenze tra civiltà in scontri di forza e di fede. Una destra che disconosce l’altro e, per interessi economici e ideologici, cerca di cancellarlo completamente”

Mohammad Malas è un regista siriano che nei suoi films ha raccontato spesso le città siriane come luoghi d’azione, ma anche come luoghi perduti, delle sue storie, in una Siria schiacciata fra la censura di regime, le tendenze integraliste e oscurantiste e il funesto interventismo americano (e israeliano) in tutto il Medio Oriente. Nella finzione cinematografica viene recuperato quello che nella realtà è andato letteralmente perduto, come ad esempio la sua città natìa di Quneitra, devastata dagli israeliani.

Dopo gli inizi negli anni ’70 come documentarista nella TV siriana (Sogno di una piccola città, Quneitra 74, La memoria), nel 1980-81 cominciò a girare un film-documentario, Il sogno (“al-Manam”) sui campi di rifugiati palestinesi in Libano, (Sabra, Shatila, Bourj el-Barjneh, Ain al-Hilweh, Rashidieh), nel quale chiede ai rifugiati di parlare dei loro sogni. Interrotto dal massacro di Sabra e Shatila del 1982, il film uscì nel 1987, e venne premiato al Festival Internazionale dell’Audiovisivo di Cannes.

Nel frattempo diresse il suo primo lungometraggio, Sogni della città (“Ahlam al-Madina”, 1983), premiato ai festivals di Valencia e Cartagine. Nel 1992 uscì il suo secondo lungometraggio, La notte (“al-Lail”), film autobiografico ambientato a Quneitra negli anni fra il 1936 e la guerra arabo-israeliana del 1948. Primo premio al Carthage Film Festival, il film venne vietato in Siria fino al 1996. Il suo terzo film, Passione (“Bab al-Makam”) uscì nel 2005. Infine, Scala per Damasco, del 2013.

In questa intervista del 2005 (riportata per ampi stralci) Malas parla della produzione dei suoi film, della Siria, della censura, dell’Islam e dei conflitti mediorientali. Tutto ciò che è accaduto dal 2011 ad oggi si può dire che era in nuce già allora, e si riflette nei suoi film.

 

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Intervista a Mohammad Malas, a cura di Silvia Veroli, pubblicata in Alias – supplemento settimanale de ilManifesto, 8 gennaio 2005.

 

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A che punto si trova con la lavorazione di Passione?

…L’idea di questo film ha avuto inizio leggendo in un giornale siriano la notizia di una donna uccisa dalla sua famiglia perché sospettata di avere un amante; sospetto nato dalla constatazione che la donna amava la musica e le piaceva cantare. Mi è sembrato che questo orrendo crimine, questa violenza fornissero diverse importanti indicazioni per un’analisi dell’anatomia dell’odierna società siriana. Ho sentito che quello era il soggetto che volevo trattare. Nelle riprese ho cercato di disegnare, attraverso la storia di questa donna, un “ritratto” della società siriana all’indomani dell’ultima guerra americana in Iraq. Nei miei film precedenti costruivo l’immaginario cinematografico avendo l’”evento generale” quale colonna portante degli avvenimenti nel film. In questo invece ho voluto che la storia della donna e della sua uccisione fossero la colonna portante degli eventi generali che formano l’ambiente, lo sfondo metaforico del film.

Come luogo d’azione ho scelto la città di Aleppo (Halab) – nota in passato per la sua tradizione musicale e canora – per illustrare i cambiamenti avvenuti in Siria, cambiamenti che hanno portato a vedere nel canto un’ambiguità morale che può spingere fino all’estrema punizione. L’uso della camera digitale mi ha permesso di operare con libertà e agilità nel raccontare questa storia, nel rappresentare una società dominata da una mentalità conservatrice e reazionaria nei suoi valori e idee, e nel raccontare un paese in cui l’opposizione politica scompare in prigione nel momento in cui è minacciato dalla guerra. Ho voluto che questo racconto fosse il più vicino possibile a un documentario, e che apportasse una certa riflessione e bellezza; il digitale mi è stato d’aiuto in questo tentativo di rinnovare il linguaggio espressivo cinematografico…
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Nel 1984 ha girato l’opera prima, un film toccante, Sogni della città, in cui offriva, con la rappresentazione del cuore pulsante della città, anche quella del particolare periodo politico di quegli anni…

Quando nel film Sogni della città andai indietro agli anni ’50, riesumando quell’epoca attraverso la città di Damasco, il mio obiettivo era dire che quei sogni da noi allora vissuti, apparivano ormai sogni frantumati…intendo quella pulsione allora dominante la vita politica cittadina in quel periodo di democrazia. Ciò che mi spinse ad andare indietro a quegli anni fu la sensazione che Damasco, all’epoca della realizzazione del film, avesse perso la libera brillantezza politica allora presente nella vita quotidiana della popolazione, e perso lo spazio di vita comune che aveva trasformato il conflitto politico in scontro democratico e aveva fatto sognare alla gente di ogni classe sociale il cambiamento e il progresso. Questo è quanto rievocavo da quell’epoca con una certa nostalgia.

 

Hanno definito la sua opera epico-didattica…

Ho compiuto un lavoro epico-didattico?! Non so! Ma ho tentato di realizzare la “saga” sociale di una città che cominciava a perdere l’anima epica e il diritto allo scontro democratico quando il regime politico iniziò a farla entrare di forza in una “uniforme prefabbricata”.
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E quali sono i sogni della città di Damasco oggi? Come sono cambiati?

La risposta a questa domanda è latente nella sceneggiatura di un nuovo film a cui sto lavorando e che spero di poter girare nel 2005. E’ una sceneggiatura su quello che è successo a Damasco dopo la frantumazione dei sogni…Racconta la storia di un medico che esce da una prigione per politici dopo avervi trascorso 17 anni; parla del suo mondo interiore dopo che la detenzione ha distrutto i suoi ideali, sogni e aspirazioni. Il medico prova a vivere in una città totalmente mutata durante la sua assenza, in un clima generale dominato dal piano americano per il “ridisegno della mappa del medio oriente”, e dalla sfida che la Siria deve affrontare avendo le forze d’occupazione americane sulla sua frontiera est e le forze d’occupazione israeliane su quella sud. Questo ritorno a Damasco è privo d’ogni nostalgia per un tempo e per un luogo…perchè stabilire un rapporto con la realtà è diventato troppo difficile, impossibile.

 

Le sue pellicole mostrano una notevole abilità di montaggio. Sembra riservare a questa fase un’attenzione particolare…conferma quest’impressione?

Certamente, ritengo il montaggio uno strumento tecnico molto importante. La fase del montaggio è il momento cruciale nel dare la forma a ciò che si vuole rappresentare. Per me, il montaggio costituisce la terza “scrittura” del film, dopo quella letteraria e le riprese…Tutti i miei film non sono altro che dei tentativi di rompere la sensazione di estraneità che provo in relazione al mio paese. E’ stato questo sentimento a spingermi a fare dei film che cercano di mettere in luce quello che in questa realtà è andato perduto. In Sogni della città (1984) ho cercato di ritrovare il tempo perduto, cioè quel periodo di democrazia vissuto in Siria negli anni ’50. Nel film La notte (1992) ho cercato di ritrovare il luogo perduto, il luogo privato della mia memoria personale, vale a dire la città di Quneitra, che è stata distrutta dagli israeliani. Così nel film ho ricostruito la città, laddove mi è impossibile ricostruirla nella realtà. Nel tentativo di girare un nuovo film dal titolo Un’altra volta imbrogliati, non ancora realizzato per motivi di censura e produzione, cercherò di ritrovare l’anima libera persa nella vita della gente. Questo progetto costituisce la chiusura di una trilogia cinematografica.

 

Dunque la censura in Siria è un ostacolo reale…

Sì, la censura è un problema fondamentale. La legge non impedisce la realizzazione di film al di fuori del settore pubblico, però è un’impresa ardua. Per cui la sceneggiatura si piega alla censura per ottenere il permesso di girare il film, dopodichè la censura visiona il film per concedere il permesso di distribuzione nelle sale cinematografiche…

 

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Dopo l’11 settembre, i mutati scenari politici hanno portato a una maggiore attenzione per l’Islam e la sua cultura, ponendo gli intellettuali della zona in una posizione particolare, non semplice…

Ritengo che l’11 settembre (e lo affermo col massimo tributo e rispetto alla memoria delle vittime umane), sia una storica messa in scena americana che ha innescato un conflitto con quelle stesse forze fondamentaliste create, addestrate militarmente e preparate, dal punto di vista organizzativo, dagli Stati Uniti d’America nella loro guerra contro l’URSS…così come avevano contribuito alla creazione della rete economica per il finanziamento dell’organizzazione Al Qaeda, attraverso il denaro del petrolio saudita e del Golfo…C’è stata una rivolta della magia contro il mago…e noi dobbiamo ancora una volta farne le spese. Prima dell’11 settembre l’interesse per la cultura islamica rientrava nel normale ambito d’interessi e scambi. Può essere che la cultura islamica avesse meno fortuna nell’interesse generale, o che il suo diritto a interessare fosse come pregiudicato rispetto a quello di cui godono altre culture…Tuttavia questa disparità è dovuta anche a motivi correlati all’arretratezza di cui soffrono la maggior parte dei paesi islamici, all’incapacità da parte di questi paesi di essere presenti e partecipare culturalmente nella vita moderna. L’interesse per la cltura islamica è aumentato dopo l’11 settembre, ma non da un punto di vista culturale bensì da una prospettiva ideologica, arretrata e violenta, che non ricerca la comprensione ma il rifiuto. Questo accresce le difficoltà, i compiti e le questioni che si pongono agli intellettuali islamici e a tutti quegli intellettuali originari di paesi appartenenti alla civiltà islamica…L’11 settembre, che ha offerto alla destra religiosa americana – tradizionale alleata della destra sionista in Israele – l’occasione di egemonizzare la politica degli Stati Uniti, ha portato a un’esplosione di violenza illimitata….Sfortunatamente per la civiltà moderna, la destra estremista religiosa – sia essa islamica, cristiana o ebraica – domina quest’epoca. Una destra che trasforma le differenze fra civiltà in scontri di forza e di fede, che disconosce l’altro, che per i suoi interessi economici e ideologici cerca di distruggere l’altro, di cancellarlo. Mi sembra che tutto ciò non abbia precedenti nella storia dell’umanità fin dall’apparizione delle diverse civiltà sulla terra.

Roma, una città coloniale? – Christian Raimo

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In Italia gli indignados indolenti ingrossano le file di quello che Michele Prospero – in un bel libro recente, Il nuovismo realizzato chiama (a proposito del renzismo)  “il populismo mite”, una melassa di passioni tristi, frustrazione e risentimento, senso di impotenza, fascino per la reazione.

Cosa allora si può fare perché la crisi della politica non si trasformi automaticamente in antipolitica?

 

Interessante articolo di Christian Raimo su Internazionale del 16 giugno. Consiglio di leggere anche il saggio di Walter Tocci, Non si piange su una citta coloniale, citato dallo stesso Raimo. L’espressione “Roma, città coloniale” viene attribuita agli architetti e urbanisti Leonardo Benevolo e Italo Insolera, Laterza, 1985.

La fragilità di Ignazio Marino è anche colpa nostra

 

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/16/roma-marino-partito-democratico

Christian Raimo, giornalista e scrittore

Che fine farà Roma?

Per come passa nel discorso pubblico, la capitale è un malato in agonia, non c’è nessuno che osi dire il contrario. Le reazioni dei mezzi d’informazione e della politica, disarmate dalla seconda tornata di arresti di Mafia capitale, assumono giorno per giorno un gergo medico sempre più emergenziale: salviamo Roma, occorre una terapia d’urto…

La giunta di Ignazio Marino subisce attacchi sempre più possenti che arrivano dall’inchiesta del giudice Giuseppe Pignatone sulle collusioni con la banda Buzzi-Carminati di molti uomini del governo comunale e regionale; dalle opposizioni che, seppure in modo sgangherato, ne hanno fatto un bersaglio condiviso; da un’opinione pubblica che chiede con urgenza un capro espiatorio da sacrificare.

Anche i vertici del Partito democratico sono incerti se mollarlo o meno.

Renzi il rottamatore si trova con due gatte da pelare molto ispide. Difendere De Luca in Campania e Marino a Roma vuol dire diventare l’emblema di una politica vecchia e compromessa, e di fatto regalare al Movimento 5 stelle – se non a Salvini, o addirittura a Fratelli d’Italia – la patente di lotta alla casta e di rinnovamento: difficile immaginare che riesca a (o voglia) farsi carico di entrambi.

E così l’unica soluzione, quella draconiana, sembra il commissariamento: il prefetto Franco Gabrielli è l’uomo forte che dovrebbe igienizzare l’ambiente infetto.

A leggerla così, senza nemmeno troppa profondità di analisi, quella di Roma si mostra come l’esemplificazione di una crisi politica che si è aggravata per vent’anni e che oggi non trova rimedi.

Del resto, la ormai celebre cooperativa 29 giugno cominciò ad allargare il suo potere dalla fine degli anni novanta. La sua ascesa e la sua deriva criminale sono il simbolo di uno scompenso che ha cause endemiche: la mafia non si afferma se non ci sono le condizioni di una crisi sociale.

E queste condizioni sono almeno cinque: tre sono analisi sociali – più che politiche – ben individuate in un lungo saggio dell’ex vicesindaco Walter Tocci (che riprende anche le tesi di un importante libro del 2013 di Francesco Erbani, Il tramonto della città pubblica):

1) L’industria a Roma non esiste più. Telecom, Fs, Alitalia, Eni, Enel, Finmeccanica se ne sono andate fuori dell’Italia, hanno venduto agli stranieri, non si sono rinnovate, hanno attraversato crisi profondissime. Il motore di sviluppo che dovevano rappresentrare è ingolfato se non spento. Il terziario avanzato romano somiglia a una cassa del mezzogiorno informale piuttosto che a un volano di un progresso di qualche new economy.

Allo stesso tempo il capitalismo straccione italiano invece di ristrutturare le vecchie aziende municipalizzate le ha spolpate. La vicenda di Cragnotti con la Centrale del latte o quella della corruzione dell’Acea ai tempi di Alemanno sono due tra i molti esempi.

2) La bolla del mattone è esplosa, ma con i danni che può fare una bomba a grappolo. Roma è, nonostante il recente piano regolatore, una città senza urbanistica. In cui sono paradossalmente aumentate sia l’emergenza abitativa sia la quantità di città cementificata, che si è mangiata in modo feroce l’agro romano.

L’approccio alla crisi economica e al tentativo di contrastarlo attraverso l’investimento nell’edilizia non si è mai discostato da quella che Francesco Erbani ha chiamato la “moneta urbanistica”. Come rimpinguare le casse del comune? Concedendo sistematicamente nuovi permessi edilizi in cambio di microelargizioni.

3) L’idea delle varie amministrazioni di trasformare la periferia romana, anzi tutta la cintura urbana romana, in una grande area commerciale, con decine di megastore e poli della grande distribuzione, si è rivelata – all’arrivo della crisi del 2008 – un’idea di sviluppo fragile: le presenze si sono dimezzate, i negozi chiudono e l’indotto crolla.

Se si vuole capire la trasformazione di uomini del Pd in funzionari imbelli o in piccoli faccendieri corrotti bisogna fare i conti anche con un’idea di organizzazione politica che per anni è stata autoreferenziale.

La quarta e la quinta condizione sono invece politiche e sono quelle più fatali, perché indicano delle responsabilità ancora più precise:

4) Il decentramento amministrativo si è rivelato solo un outsourcing sociale. Senza concedere reali autonomie, si è creato “un terreno sfavorevole alla qualità e all’innovazione delle imprese sociali: le gare a ribasso, il ritardo nei finanziamenti, l’instabilità degli obiettivi non erano certo stimoli alla crescita di una nuova imprenditorialità, anzi costringevano questi soggetti, chi più chi meno, a negare la vocazione solidale utilizzando forme di lavoro precario, rinunciando alla formazione e legandosi al potere politico come protezione rispetto all’instabilità delle decisioni e alle inadempienze dei burocrati. Nel contempo il rapido e intenso aumento della spesa sociale attraeva sempre più le attenzioni del notabilato, prima rivolte ad altri settori”.

Ed è facile che questa amministrazione squalificata finisca per essere permeabile all’affarismo mafioso.

5) La crisi della rappresentanza è stata risolta con il feticcio della disintermediazione. Il risultato è che non è cresciuta una nuova classe politica. Il “mondo di mezzo” – che metteva insieme i neofascisti alla Carminati e speculatori del terzo settore come Buzzi – ha colmato un vuoto.

L’esternalizzazione del governo pubblico, con municipalizzate e cooperative sociali che invece di assumere il meglio del pubblico e del privato ne hanno incarnato il peggio, ha reso possibile il mostro dello sfruttamento del disagio sociale. Chi poteva ha cominciato a lucrare sui migranti, i tossicodipendenti, i senza casa, i rom.

Se si vuole capire la trasformazione di uomini del Pd in funzionari imbelli (nel migliore dei casi) o in piccoli faccendieri corrotti (nel caso, abbiamo visto, assai comune) si deve però fare i conti non solo con i “gravi fenomeni degenerativi” – come li ha definiti Fabrizio Barca alla conclusione di un’inchiesta interna al Pd – ma con un’idea di organizzazione politica che per anni è stata autoreferenziale, impermeabile ai movimenti sociali, incapace di leggere le trasformazioni in atto, attenta al massimo a quella che un tempo si sarebbe chiamata la sovrastruttura, desiderosa soprattutto di autoconservarsi.

 

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Per questo vale la pena risfogliarsi le analisi dei dirigenti politici dal 2000 in poi. Prendete il libro di quello che viene considerato il manovratore del Pd romano degli ultimi due decenni, Goffredo Bettini, un’intervista che gli fece Carmine Fotia giusto due anni fa all’indomani dell’elezione di Marino, Carte segrete (qui trovate ampi estratti).

La visione di Bettini è purtroppo tutta politicista e romanocentrica. Non cita praticamente nulla delle esperienze politiche fuori dell’Italia; rispetto alla cultura, il massimo che riesce a proporre è un polo d’eccellenza “per un turismo consapevole” tra l’Auditorium e il Maxxi; rispetto alla macchina amministrativa, un decentramento che non sembra tenere conto della rivoluzione sociale che oggi vive Roma.

Fa impressione riprendere in mano questo testo perché è del 2013! Nel 2013 il vento delle primavere arabe, degli indignados, di Occupy Wall street, delle battaglie sui beni comuni era ancora potente. E questo vento aveva cominciato a soffiare nelle città: al Cairo, a Istanbul, a New York, a Madrid, perfino a Roma.

Rispetto a queste esperienze, Bettini mostra una conoscenza vaga e un interesse astratto.

 

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È davvero possibile, ci si chiede allora, che il Pd non abbia mai intercettato nessuna delle spinte dei movimenti? Se Walter Tocci ricorda che “il segretario Marco Miccoli cercò un’alleanza con le associazioni del referendum sull’acqua per contrastare le manovre di Alemanno nella svendita dell’Acea” è solo perché è stata un’assoluta eccezione.

Questi giorni devono essere di difficile meditazione per il sindaco Marino: isolato, spalle al muro, sbeffeggiato. La sua linea di difesa è quella di aver fatto argine alla corruzione, di essere stato – magari perché ingenuo – insospettabilmente onesto. Ma il suo tentativo di passare per eroe è sciocco e disastroso.

Se non fosse già così evidente, si potrebbe fargli notare che si tratta di una difesa fragile: per chi fa il politico l’onestà è semplicemente la condizione preliminare, mentre la responsabilità più grave si rivela sempre quella di non avere una prospettiva di lungo raggio.

Per esempio: sui giornali di questi giorni la sua faccia tesa compariva, creando uno strano effetto di contrasto, vicino a quella del sindaco di Napoli Luigi De Magistris che partecipava al centro sociale Asilo Filangeri di Napoli alla presentazione dell’importantissimo libro di Pierre Dardot e Christian Laval, Del comune, o della rivoluzione del XXI secolo. Perfino un sindaco criticatissismo come De Magistris ha compreso cosa vuol dire immaginare un diverso concetto di amministrazione cittadina, meno verticale, più porosa alle istanze dal basso. Perché quando Dardot e Laval sono venuti a Roma, Marino non ha nemmeno immaginato di incrociarli?

 

 

pablo-iglesias-manuela-carmenaPablo Iglesias y Manuela Carmena

Per non essere delle anime belle, dobbiamo riconoscere la responsabilità anche di chi ha vissuto questa città infischiandosene di prendere qualunque impegno politico.

E sempre in questi giorni si trovavano dappertutto i volti molto sorridenti delle due nuove sindache spagnole – Manuela Carmena a Madrid e Ada Colau a Barcellona. Elette con Podemos, entrambe sono espressione di una lunga militanza in movimenti extrapartitici, entrambe protagoniste di battaglie politiche dal basso: l’allargamento della partecipazione, la lotta alla corruzione, quella per il diritto all’abitare.

Prendiamo anche solo questi temi: è possibile che Marino abbia delegato la questione della corruzione a un’inchiesta di Orfini all’interno del Pd e a un assessorato-fantoccio alla legalità affidato ad Alfonso Sabella? È possibile che, rispetto all’emergenza case, sia ogni volta imbelle e assente? È possibile che rispetto al manifestarsi di un’esigenza di democrazia diretta, la risposta della giunta Marino sia quella di aumentare gli sgomberi?

Ma non vogliamo peccare di qualunquismo, finendo per esercitarci anche noi nella pratica del “dagli al sindaco”. Se non vogliamo essere delle anime belle, dobbiamo ammettere che la crisi politica della giunta Marino e della sinistra che rappresenta è anche responsabilità di chi ha vissuto questa città, infischiandosene di prendersi qualunque impegno politico.

Quanti di noi negli ultimi anni hanno partecipato a un’assemblea pubblica? Quanti di noi hanno fatto politica attiva? Chi di noi ha fatto un qualche intervento pubblico, spendendo un tempo maggiore di quello utile a scrivere qualche commento indignato sui social network? Quanti invece hanno in fondo pensato che la politica si possa rimpicciolire al feticcio della denuncia del degrado urbano?

In quella fase che Colin Crouch definisce “postdemocrazia” non ci identifichiamo forse con una cittadinanza che non può fare altro che essere relegata a una dimensione passiva? E perché? Perché spesso di fronte ai processi di crisi della democrazia che ci investono così violentemente, reagiamo con un’indifferenza schifata o al massimo con un moto di sdegno?

 

 

ada colauAda Colau, neo sindaco di Barcelona

In Italia gli indignados indolenti ingrossano le file di quello che Michele Prospero – in un bel libro recente, Il nuovismo realizzato chiama “il populismo mite”, una melassa di passioni tristi, frustrazione e risentimento, senso di impotenza, fascino per la reazione.

Cosa allora si può fare perché la crisi della politica non si trasformi automaticamente in antipolitica?

Il testo di Prospero nelle pagine finali indica una strada in controtendenza rispetto a quello che ha seguito Marino finora seguendo l’esempio di Renzi, ossia ricostruire la mediazione, ripensare l’organizzazione politica non in base alle leadership carismatiche, o al fascino per uomini forti, commissari, paladini della legalità repressiva.

Ecco – senza chiamare in causa i progetti della Coalizione sociale di Maurizio Landini (il cui primo appuntamento, il 18 maggio, non a caso si è svolto a Roma) o di Possibile di Pippo Civati (il cui primo appuntamento, il 21 giugno, non a caso si svolgerà a Roma) – è forse lo stesso tentativo, faticoso, solitario ma lodevole, che porta avanti da ormai due anni Fabrizio Barca all’interno del Pd e non solo, e che proprio sabato scorso sempre a Roma ha provato a riesporlo in un’assemblea di militanti: “il partito palestra” che immagina è l’idea di un partito dove ci sia un attivismo quotidiano, al posto di una macchina celibe che funziona solo per autoalimentare il potere (qui c’è il video dell’intero incontro, ed è molto istruttivo).

L’intuizione di Prospero e Barca potrebbe indicare, almeno sul breve periodo, un metodo reale per curare un partito così marcio come il Pd. Ma – se poi vogliamo guardare a un orizzonte più lontano – non possiamo che immaginare che il vero cambiamento necessario si manifesterà nella trasfigurazione della stessa forma di quella che chiamiamo democrazia.

Un pamphlet del 2007 (prima della crisi!) di David Graeber, Critica della democrazia occidentale. Nuovi movimenti, crisi dello stato, democrazia diretta indicava come molti movimenti politici, dagli zapatisti a quelli che si opponevano agli sfratti nelle township sudafricane, avessero trovato molte strade per superare la crisi della rappresentanza e innescare processi di partecipazione diretta.

Se non vuole soccombere alle slavine dell’antipolitica, sulla sua poltrona traballante Ignazio Marino potrebbe magari trovare il modo e il tempo per leggersi almeno le prime dieci pagine del libretto di Graeber, e – senza perdere troppo tempo – provare a capire come aprirsi ai movimenti sociali e alle battaglie che portano avanti.

Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 2)

http://Kurdistan2   Perchè la lotta contro il terrorismo del califfato passa per la rimessa in discussione delle stesse fondamenta dell’islam sunnita, e non soltanto attraverso la designazione di “buoni” o “cattivi” mussulmani

 

Il caos siriano è divenuto l’epicentro di un conflitto ormai globalizzato che oppone mussulmani sunniti e sciiti, e il nazionalismo all’utopia califfale dalle ambizioni planetarie.

 

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Estratto da “Le chaos syrien”, di Randa Kassis e Alexandre del Valle, pubblicato da Dhow éditions, 2014. Traduzione: vincent.

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Read more at http://www.atlantico.fr/decryptage/pourquoi-lutte-contre-terrorisme-califal-passe-remise-en-cause-fondements-memes-islam-sunnite-et-pas-seulement-pas-designation-1876422.html#GHiEq4XqJ1DtmDv3.99

fark_XdaS0kneqo274xCJQZB2LMZpI4wCombattenti kurde

Tornando alla problematica dell’islamismo radicale in antitesi al nazionalismo arabo militarista, è tempo di uscire dal dilemma sterile e manicheo che non lascerebbe altra scelta, come in Algeria o in Egitto, che entro “la peste del nazionalismo sradicatore” e “il colera dell’islamismo jihadista”. Era d’altronde quello l’obiettivo principale dei primi rivoluzionari arabi attivi sulle reti sociali e avidi di libertà, di giustizia, di laicità e di democrazia…prima che gli adepti del totalitarismo verde (islamico) non rubassero loro le loro rivoluzioni.

Noi pensiamo tuttavia che l’Inverno islamista, succeduto alla Primavera araba, non abbia affatto la vocazione di durare in eterno. Non è una fatalità o un flagello irreversibile. In primo luogo, perché la storia accelera e perché “il peggio non è mai inevitabile”; in secondo luogo, perché la follia totalitaria degli islamisti (sia jihadisti salafiti che Fratelli mussulmani eletti democraticamente in Egitto, Marocco o Tunisia) ha già contribuito a “vaccinare” numerosi Arabi che finiranno, secondo noi, per uscire prima o poi dalla loro ibernazione oscurantista e dalla loro passività nei confronti del “fascismo teocratico” di cui sono le prime vittime. Dopo aver provato o subito la soluzione islamica, le masse arabo-mussulmane prenderanno coscienza infatti che l’islam politico non è necessariamente più virtuoso e benefico della dittatura nazionalista o dei malvagi valori occidentali..

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http://www.dailymail.co.uk/video/news/video-1189780/EXCLUSIVE-Syrian-women-escape-ISIS-tear-robes.html

 

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Come si è visto lungo questo saggio, la situazione che predomina attualmente nei paesi arabo-mussulmani – e a maggior ragione in Siria – è, certamente, sotto numerosi aspetti, inquietante, sia dal punto di vista dell’avanzata democratica – inesistente nella maggior parte dei paesi, ad eccezione della Tunisia e in minor misura il Marocco – sia da quello della sicurezza e della pace. In numerosi paesi infatti (Libia, Siria, Yemen, Irak, Somalia, Mali, Giordania, paesi del Golfo, etc.) gli islamisti più fanatici riempiono il vuoto dello Stato. Essi promettono di rovesciare i poteri taghut (“false divinità”, tutto ciò che non è Allah) in piazza. E dopo la cosiddetta “Primavera araba”, il “terrorismo califfale” non è mai stato così bene. Numerosi esperti prevedono scenari molto pessimisti, ivi compreso quello di una rimessa in discussione delle frontiere del Medio-Oriente e dell’equilibrio instaurato dopo la caduta dell’Impero ottomano che fece nascere numerosi Stati nella regione in conformità alla spartizione degli accordi di Sykes-Picot. E’ vero che il mondo arabo-mussulmano è sempre prigioniero della sua “tentazione oscurantista” e che la soluzione islamica non è ancora stata provata in un numero sufficiente di paesi tanto da convincere la gente ad allontanarsene massicciamente nella misura in cui la prova dei fatti aumenta il suo discredito.

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  Una nuova generazione di intellettuali anti-oscurantisti e laici

 

Ma dei segni precorritori non erronei ci danno alcune ragioni di speranza per il futuro. I blogs arabi, molto frequentati dalla generazione dei rivoluzionari all’origine della Primavera araba, le prese di posizione di intellettuali, giornalisti e anche di politici lasciano intravedere da alcuni mesi una autentica luce di speranza, tanto la parola, laica, progressista, liberale o riformista non cessa di liberarsi in reazione alla barbarie islamista. Le gesta mostruose dei fanatici di Da’ech non devono ispirare soltanto gli scenari catastrofisti, perché i tagliagole jihadisti, che nel quadro della loro strategia di siderazione (“fascinazione”, “stupore”) diffondono i loro atti atroci, rivoltano ancor più mussulmani di quanti non ne affascinano.

Certo, ottengono di suscitare ancora molte adesioni. Ma la barbarie verde commessa in nome della concezione totalitaria dei salafiti e della loro interpretazione del Corano e della sharia ha già cominciato a provocare in numerosi paesi arabi e mussulmani e in seno all’intellighentsia araba illuminata non solo disapprovazione e indignazioni – spesso sterili, perché non seguiti da soluzioni di fondo -, ma anche tutta una corrente di riflessione critica “islamicamente scorretta”, cosa che è ancora più incoraggiante e profonda. Questa nuova scuola di pensiero critico, che non è soltanto incarnata da laici o atei militanti, ma anche da credenti riformisti decisi a “riaprire le porte dell’ ijtihad” dell’islam sunnita – ahimé sclerotizzato e bloccato dal X° secolo -, non si contenta più come prima di apostrofare gli estremisti violenti accusandoli di essere “l’inverso dell’islam” o dei “cattivi mussulmani”. Non è più solamente declamatorio e formale. Osa ormai puntare il dito e criticare le fondamenta stesse dell’islam sunnita-ortodosso sclerotizzato, di cui tutta una scolastica classica che giustifica teologicamente la violenza e l’inferiorità degli “infedeli” serve (purtroppo ancora oggi) come fonte di legittimazione agli sgozzatori che hanno prestato fedeltà al califfato di Abu Bakr al-Baghdadi, alle diverse branche rivali di Al-Qaeda, a Hamas o altri movimenti jihadisti (Boko Haram, Chebab, etc.). tumblr_ndrevmyPXx1qkhca0o1_500     Evidentemente, l’islamismo jihadista non è sorto dal nulla. Non proviene né dal buddismo, né dall’ebraismo, né dall’induismo, né dal cristianesimo. Viene dall’islam sunnita e più precisamente da una corrente che è purtroppo dominante e ufficiale nei paesi sunniti del Golfo. Non è mai stata denunciata nei suoi fondamenti teologici e nelle sue fonti canoniche da coloro che controllano i luoghi santi (haramain) dell’Islam, a cominciare da questo strano paese produttore di fanatismo che è l’Arabia Saudita. Non è una semplice “reazione” all’ingiustizia dei “satana” Israele o Stati Uniti, ma “una malattia che incancrenisce il corpo stesso dell’Islam” (Soheib Bencheikh) già da secoli, prima ancora della creazione stessa degli Stati Uniti e di Israele, e prima della colonizzazione. Non viene quindi “dall’esterno”, ma dall’interno della Umma, purtroppo poco abituata a rimettersi in discussione e troppo spesso pronta a “gettare il bambino del progressismo con l’acqua dell’anticolonialismo revanscista”. E’ ugualmente evidente che non sarà distrutto nei suoi fondamenti teologici per mezzo di bombardamenti aerei che uccidono tanti civili innocenti, presi essi stessi in ostaggio come scudi umani da coloro che “preferiscono la morte alla vita”.

Secondo i nuovi pensatori del riformismo sunnita, soltanto una “desacralizzazione” (Abu Zeit, Soheib e Ghaleb Bencheikh, etc.) e una rimessa in discussione di alcune fondamenta teologiche dell’islam sunnita (in particolare hanbalita, purtroppo al potere in Arabia Saudita) potranno permettere di vincere i tagliagole jihadisti che si appoggiano (lo si voglia o no) in parte su alcuni testi canonici legali mai riformati e sfortunatamente sempre insegnati nelle moschee dei grandi paesi mussulmani adepti dell’ortodossia sunnita.

Non bisogna mai perdere di vista il fatto che gli stessi che fingono di combattere i terroristi islamisti a fianco degli Occidentali, in particolare il Qatar, il Kuwait, gli Emirati, o l’Arabia Saudita, applicano ufficialmente e distillano a casa propria e poi nel mondo intero una doxa islamica di ispirazione hanbalita-wahhabita-salafita – riferimento degli jihadisti – , che non è un’eresia, ma una corrente ufficiale del sunnismo riconosciuta dalle altre tre scuole sunnite, shafeismo, hanafismo e malikismo…   so tell me again

Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 1)

“Abbattere un tiranno non deve portare alla distruzione degli apparati dello Stato o dell’esercito. Ciò che è avvenuto in Iraq ci deve essere d’insegnamento: fare tabula rasa apre solo la strada alla disgregazione e all’affermarsi di milizie e tribù.”

(http://www.huffingtonpost.it/2015/05/25/isis-randa-kassis-il-mondo-ci-aiuti)

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Il caos siriano

Perchè gli Occidentali fanno tanto fatica ad ammettere che la ribellione sunnita siriana era dominata dai fanatici

Estratto da Le chaos syrien“, di Randa Kassis e Alexandre del Valle, pubblicato da Dhow éditions, 2014. Traduzione: vincent.
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Randa Kassis è una giornalista, scrittrice e antropologa siriana, nonché fondatrice del Movimento per una società pluralista (2012) e già membro del Consiglio nazionale siriano (2011-12), da cui è uscita a causa dell’influenza delle componenti islamiste eterodirette. Ha pubblicato due libri, Crypts of the Gods (2013), analisi antropologica della morale religiosa, e Le chaos syrien (2014).

Alexandre Del Valle è un noto studioso di geopolitica. Editorialista a France Soir, insegna Relazioni Internazionali all’Università di Metz, ed è ricercatore associato all’Institut Coiseul. Ha pubblicato diversi libri sui Balcani, sulla Turchia e sul terrorismo islamico, fra cui Le Chaos Syrien, printemps arabes et minorités face à l’islamisme (Editions Dhow 2014), Pourquoi on tue des chrétiens dans le monde aujourd’hui ? : La nouvelle christianophobie (éditions Maxima), Le dilemme turc : Ou les vrais enjeux de la candidature d’Ankara (Editions des Syrtes) et Le complexe occidental, petit traité de déculpabilisation (Editions du Toucan).

 

DEL VALLE intv

 

Il modus operandi dell’Isis, o del “jihadismo 2.0”

Il modus operandi dei jihadisti di “ultima generazione”, fan dei Mohammed Merah o di Mehdi Nemmouche, è sempre lo stesso: prima di essere sgozzato e poi decapitato in diretta, il cattivo “infedele” viene costretto a pronunciare un breve discorso colpevolizzante e umiliante per sé e per il suo campo. Come un virus lanciato dalla bocca del sacrificato, il messaggio funebre consiste nel rendere responsabili della sua triste sorte non i barbari islamici che giocano a calcio con le teste mozzate – al contrario, presentati come “vittime” dei “crociati” – ma il suo campo occidentale, colpevole di “aggredire i mussulmani”.

Il doppio obiettivo non è dunque quello di uccidere per uccidere, che ci riporterebbe a sottovalutare le leggi del terrorismo, ma piuttosto quello di provocare una “sindrome di Stoccolma” presso il pubblico terrorizzato, poi di suscitare una fascinazione lugubre in seno a una minoranza attiva di esseri umani ahimé affascinati dalla barbarie.

In effetti dobbiamo sempre tener presente che la guerra scatenata dal totalitarismo islamista è tanto psicologica e mediatica quanto militare o terrorista. L’estrema efficacia da marketing di queste insostenibili messe in scena non deve mai venir sottostimata o messa sul conto della semplice follia, perché questa strategia di siderazione (di choc emotivo, di stupefazione) spiega perché intere città e villaggi in Siria e in Irak siano stati conquistati dall’Isis molto spesso senza che i jihadisti avessero dovuto combattere (1).

Lo scopo degli sgozzatori del Da’ech (Isis) è anzitutto quello di minare il morale del nemico e di far parlare di sé stessi grazie al potere moltiplicatore quasi infinito delle reti sociali (dei social networks). Questa strategia di guerra semantica e psicologica è fondata su vecchi metodi conosciuti da tutti i manipolatori-disinformatori: siderazione della preda, capovolgimento semantico, rovesciamento dei ruoli, colpevolizzazione e demonizzazione dell’obiettivo e dei suoi alleati. Essa non deve essere soprattutto sottostimata dagli Occidentali, complessati e ricettivi agli argomenti di altri islamisti, apparentemente più “moderati”, che ci spiattellano la stessa propaganda sovversiva e colpevolizzante secondo cui ci sarebbe un “complotto occidentale” contro il mondo mussulmano. L’”islamofobia” degli Occidentali di oggi non avrebbe eguali, secondo un certo numero di “progressisti” affascinati dall’esotismo verde (Islam), come la giudeofobia di ieri che sboccò nella Shoah…Purtroppo, questa vulgata vittimista, carburante di tutti i totalitarismi, penetra da diversi decenni non solamente nei paesi mussulmani, ma anche nelle società occidentali che offrono d’altronde in pasto i propri cittadini mussulmani ai predicatori barbuti, essi stessi appoggiati e addestrati dai nostri strani “amici” del Golfo e altri “alleati” oscurantisti, fabbricanti di fanatici.

Come si può vedere in Siria, nei paesi arabo-mussulmani, in Occidente o altrove, le prime vittime della barbarie islamista, che comincia con il jihad del Verbo dei famosi “islamisti moderati”, sono i mussulmani stessi. Intimiditi, costretti a rispettare l’ordine della sharia e a marciare al passo della Umma, o molto semplicemente manipolati dal veleno del risentimento, queste prime vittime dell’islamismo radicale devono prendere coscienza che oggi i veri produttori di islamofobia sono gli islamisti stessi e le loro sanguinarie caricature jihadiste. D’altra parte, se questi ultimi credessero nella loro proprio propaganda nutrita di lotta contro l’islamofobia, non passerebbero il loro tempo a uccidere mussulmani, in Siria, in Irak, in Algeria, etc., o degli operatori umanitari occidentali, amici della loro civiltà, come questa sfortunata guida d’alta montagna, Hervé Gourdel, che è stato sgozzato in Kabilia il 24 settembre 2014 dopo essere stato venduto a dei terroristi algerini che lo hanno obbligato a dire: “Hollande, tu hai seguito Obama” , per rendere il governo francese responsabile del suo supplizio. Ma il peggio è che numerosi intellettuali – e non solamente masse passive sprovviste di strumenti d’analisi – cascano regolarmente in questo genere di trappole quando affermano che le prese di ostaggi e gli sgozzamenti di Occidentali in Siria, in Algeria, in Yemen, in Somalia, in Afghanistan, o in Irak, non sarebbero che la conseguenza delle “nuove crociate” occidentali contro i mussulmani.

 

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La Siria non è la Libia…

L’accecamento ideologico e psicologico descritto prima spiega perché numerosi Occidentali hanno avuto un grande malessere – fino all’avvento dello Stato islamico – la cui capitale è Raqqa in Siria – ad ammettere che la ribellione sunnita siriana è dominata, e ciò fin dall’inizio dell’insurrezione armata, da dei fanatici: la deriva jihadista della rivolta sunnita non sarebbe d’altronde, per molti di loro, che una “reazione” alla violenza primaria del regime di Bachar al-Assad. Da ciò, se si avesse avuto il “coraggio” di rovesciare il dittatore siriano e se si fosse messo lo Stato baathista in grado di non nuocere, la rivolta islamista sarebbe restata “ragionevole” e maggioritariamente “moderata”…

Smentita flagrante a questa visione ad un tempo naive e pericolosa delle relazioni internazionali fondata sul cambio di regime, i precedenti dell’Irak (2003) e della Libia (2011) hanno pertanto mostrato che il rovesciamento, con bombardamenti aerei mortali, di dittature che perseguono i loro oppositori islamisti, non ha mai avuto per effetto di rendere questi ultimi più pacifici, né ugualmente di calmare la loro collera che trova d’altronde sempre nuovi pretesti…Da ciò, e forti delle dolorose esperienze regionali passate, noi riteniamo che un intervento militare occidentale innescato fin dall’inizio dell’insurrezione anti-Assad, sarebbe stata controproducente e avrebbe al contrario accelerato il caos. Un simile intervento avrebbe, senza alcun dubbio, trovato in Siria una ben maggiore resistenza da parte dell’insieme della popolazione, e avrebbe probabilmente condotto, secondo l’esempio della guerra in Libia, all’instaurazione di un regime della sharia assai meno favorevole alle minoranze, al pluralismo e alla democrazia, che non il regime, certamente dittatoriale, del partito Baath e del clan Assad.

Certamente, l’instaurazione nella primavera scorsa (2014) dello Stato islamico (Da’ech) ha nettamente cambiato i dati e ha anche dissuaso gli adepti del cambio di regime…Gli Stati Uniti, la Francia e gli altri paesi della Coalizione internazionale impegnati in un’operazione militare di grande ampiezza contro l’Isis sembrano oggi concentrare i loro sforzi bellici non contro il regime siriano, ma contro la minaccia incarnata dallo Stato islamico, che ha stabilito il suo QG a Raqqa, nel centro della Siria, a 160 km da Aleppo.

Tuttavia, nel caso poco probabile in cui un intervento militare fosse comunque scatenato in seguito dalla coalizione per colpire il regime al fine di armare l’opposizione ‘moderata’, sotto copertura dell’instaurazione di una ‘zona di interdizione aerea’ come la propone la Turchia del sultano-presidente Erdogan, si tratterebbe in quel caso di un enorme errore strategico. Simile operazione, fortemente sollecitata dai nostri strani alleati sunniti del Golfo – che hanno finanziato la maggior parte dei gruppi islamisti sunniti radicali (Al-Nosra, Fronte islamico) – e dalla Turchia, ugualmente molto legata alle forze islamiste attive in Siria, ritornerebbe in effetti a rafforzare le brigate jihadiste più criminali e più efficaci sul terreno. Perchè queste compongono, già da molto tempo prima (ben prima dell’ascesa spettacolare del Da’ech) la schiacciante maggioranza della rivolta armata.

Il terrificante Stato islamico proclamato nel luglio del 2014 da Abu Bakr al-Baghdadi, alias califfo Ibrahim, che sogna di estendere il suo ubuesco ma non meno minaccioso califfato dalla Siria e dall’Irak al Libano, in Giordania, poi a tutta la regione, non è che uno – fra tanti altri – dei movimenti islamisti totalitari attori del caos siriano.

Tenuto conto della forte capacità di disturbo regionale del regime di Damasco, più che mai legato all’Iran e a Hezbollah, in grado di destabilizzare i vicini israeliani e libanesi, e prendendo atto della sua sbalorditiva capacità di resistenza di fronte alla minaccia jihadista, la ragione comanda di trattare il dossier siriano in modo più prudente e più realista, cessando in particolare di rigettare sistematicamente le proposte di buon senso dei Russi che, fin dall’inizio della crisi, avevano deplorato l’attitudine oltranzista dell’opposizione siriana e dei suoi padrini del Golfo o occidentali, che volevano escludere dai negoziati due attori imprescindibili: l’Iran e lo stesso regime siriano.

Dal 2011, la maggior parte delle cancellerie occidentali hanno in effetti escluso questi due protagonisti dai negoziati. Ciò ha creato un autentico squilibrio, perché le petromonarchie del Golfo, madrine wahhabite delle peggiori brigate jihadiste della rivolta siriana, avevano voce in capitolo e venivano ascoltate. D’altronde esattamente come la Turchia del neo-sultano-presidente Erdogan, membro della NATO, che ha sostenuto Da’ech e la maggior parte dei movimenti islamisti sunniti siriani fin dall’inizio dell’insurrezione…Le strategie dei nostri dirigenti occidentali – che hanno rigettato fin dall’inizio le proposte russe ed escluso l’Iran da qualsiasi discussione – erano sbagliate e votate allo scacco. Il loro dilettantismo non è estraneo ai pietosi risultati attuali e al fatto che nessuna soluzione negoziata di uscita dalla crisi sia stata possibile.

La posizione francese, lungi dall’essere originale, purtroppo si è accontentata grosso modo di seguire quella del presidente del Consiglio nazionale siriano (CNS), Georges Sabra, faccia “presentabile” dell’opposizione e oppositore cristiano laico storico, che si è in effetti accontentato egli stesso di dare il cambio alle posizioni dei Fratelli mussulmani (che dominavano il CNS), in particolare per quanto riguarda la richiesta di consegna macciccia di armi pesanti ai ribelli, in maggioranza islamisti, radicali o “moderati”, ciò al fine di permettere loro di travolgere il regime o di “riequilibrare le forze”. Tutti sanno che il risultato di una tale strategia fondata sul rovesciamento di Assad da parte delle forze jihadiste sarebbe inevitabilmente l’applicazione della sharia in un paese peraltro fortemente multiconfessionale ed eterogeneo. E’ chiaro che questa prospettiva sarebbe allo stesso tempo drammatica per le minoranze religiose, in particolare alawiti, cristiani, israeliani o sciiti, e irrealistica diplomaticamente, in quanto essa esclude d’ufficio qualsiasi negoziato con il potere che resta, lo si voglia o no, imprescindibile.
Certo, noi ascoltiamo le grida di indignazione di tutti coloro che non comprendono perché i paesi occidentali sono tornati sulla loro determinazione iniziale di intervenire militarmente per far cessare la terribile repressione che si è abbattuta sul popolo siriano dall’inizio della Primavera araba, e che avrebbe già fatto quasi 170.000 morti (2). Ma noi siamo ugualmente convinti, dalla metà dell’anno 2012, che qualsiasi intervento militare occidentale avrebbe avuto molte più ripercussioni imprevedibili che altrove, e che, in ogni caso, la rivolta siriana non ha più da molto tempo granché di siriano, poiché essa è dominata da legioni jihadiste internazionali il cui progetto politico non è la nazione siriana e ancor meno la democrazia, ma il califfato universale… Il fatto che fra i 3000 e i 4000 “volontari” occidentali abbiano raggiunto questa internazionale jihadista la dice lunga sul caos siriano.

Scegliere fra il colera dell’islamismo jihadista intervenendo contro la peste di una dittatura militare non avrebbe né senso strategico né coerenza. Perchè da un punto di vista geopolitico, la Siria è diventata oggi, con l’Irak e il Libano, il teatro maggiore di uno scontro regionale al quale si dedicano per procura l’Iran sciita e i suoi nemici sunniti del Golfo, Arabia saudita in testa, nel quadro di una triplice guerra totale: politica, religiosa ed economica. La posta in gioco è né più né meno che la leadership del mondo mussulmano e l’estensione della profondità strategica di ciascuno dei due campi.

A ciò si aggiunge una quarta dimensione conflittuale, questa volta globale, poiché il conflitto fra sciiti alawiti pro-iraniani e sunniti pro-saudiani (e poi pro-turchi, pro-qatar) si svolge sullo sfondo di una “nuova guerra fredda” che oppone, dall’Ucraina al dossier del nucleare iraniano, passando per la rivendicazione di un nuovo ordine mondiale multipolare, da una parte le potenze occidentali legate ai padrini sunniti dei ribelli siriani, e dall’altra parte il tandem Russia-Cina, difensori della sovranità della Siria, vicini all’Iran e ostili a qualsiasi ingerenza dell’Occidente negli affari dello stato siriano.

Se la situazione in Siria sembra attualmente senza uscita, per il peso delle poste in gioco e degli interessi antagonisti degli Stati della zona e anche di alcune potenze mondiali che attizzano il conflitto e si nutrono dell’eterogeneità siriana invece di proporre soluzioni di pace realistiche, noi pensiamo tuttavia che soltanto delle soluzioni politiche pragmatiche potranno permettere di conciliare la stabilità nazionale e la pluralità etnica e religiosa esistente in Siria. Così, la doppia chiave politica e geopolitica per mettere fine a questa terribile guerra civile risiede, secondo noi, in primo luogo, all’interno, in una soluzione federalista, la sola che possa assicurare la pace e la “convivenza” senza che un gruppo ne tirannizzi un altro, e in secondo luogo, all’esterno, nel tener conto non soltanto delle posizioni dell’Occidente e degli altri alleati dell’opposizione siriana, ma anche di quelle della Russia e dell’Iran, alleati del regime dittatoriale siriano. Perchè nessuna pace sarà possibile e durevole senza questo equilibrio.

Astuzia della storia o piuttosto della geopolitica, è forse in fin dei conti l’avanzata del “califfato islamico” di Abu Bakr al-Baghdadi (alias califfo Ibrahim), lanciato all’assalto dell’Irak, della Siria, delle loro minoranze, e poi di tutti gli Stati della regione (Giordania, Israele e petromonarchie incluse), poi del mondo, che obbligherà le potenze mondiali e regionali opposte a dialogare un po’ più fra di loro. Perchè senza questo dialogo, il caos siriano e medio-orientale non potrà venir arginato in poco tempo. Scommettiamo anche che questo lungo inverno islamista e gli atti di barbarie commessi dai salafiti dell’Isis finiranno per far ribellare le masse mussulmane, le prime vittime del totalitarismo verde…

1. Il primo a “professionalizzare” su scala planetaria e in modo molto moderno questo atroce modus operandi che unisce barbarie e video-fascinazione fu Abu Moussab al-Zarqawi, l’ex capo di Al-Qaeda in Mesopotamia e precursore del Da’ech. E’ con questi assassini-decapitazioni “live” che Da’ech è riuscita a soppiantare la vecchia guardia di Al-Qaeda e la stessa figura carismatica di Bin Laden. Osama è infatti ormai divenuto démodé presso i nuovi barbari 4G dello Stato islamico. In effetti questi ultimi non sono dei semplici “integralisti oscurantisti”, come spesso s’intende o si legge nei media occcidentali. Al contrario, essi sono ultramoderni, alla loro maniera, assai più “interconnessi”, “mondializzati” e appassionati di reti sociali o di smartphone rispetto ai loro antichi mentori dai metodi di comunicazione sorpassati. In un vecchio video tristemente celebre postato il 13 maggio 2004, che suscitò purtroppo migliaia di vocazioni, il vecchio responsabile di Al-Qaeda in Irak inaugurò in effetti una nuova era di ciber-guerra psicologica sgozzando poi decapitando minuziosamente per la prima volta in diretta l’americano Nicholas Berg, con sfondo di versetti coranici e di logorrea paranoica. Ucciso nel 2006 in un raid dell’aviazione americana, Zarqawi fu l’iniziatore del “jihadismo 2.0”.

2. cifra approssimativa che include militari e civili di tutte le parti in conflitto.