Henry Rollins (Black Flag) – Il mio debito con l’Europa

(i musicisti punk hanno spesso affrontato, nei testi come nella forza espressiva delle loro performances, i temi della violenza urbana, dal ribellismo giovanile alle guerre di gangs, dalle violenze razziste a quelle psicologiche, sessiste, famigliari, religiose etc fino agli assassini psicopatici e ai mass murderers. Dalle Death Factory naziste fino a Jim Jones non esiste forse altro genere musicale che abbia trattato direttamente, consapevolmente, senza abbellimenti e sentimentalismi, i temi della violenza, in generale e in una tale estensione, come il punk e i suoi derivati (post, hard, alternative, industrial, etc.), come capacità “artistica” di rielaborare materiale “maledetto” formalmente espulso dal perbenismo e conformismo dominante, e quindi di portarlo alla coscienza come una sorta di “Teatro della Crudeltà” o di Tragedia greca contemporanei; una forma di “catarsi”, se si intende questo termine come grado di consapevolezza raggiunto e non come blando placebo;  Henry Rollins è uno di questi “artisti”, insieme a scrittori come Hubert Selby o Henry Miller da lui citati in questo articolo, uscito su LA Weekly il 19 novembre)

 

Henry Rollins“Solo qualche giorno fa ero in Belgio, e poi in Inghilterra. A questo punto non ho idea di quanti viaggi ho fatto in quali paesi o nel resto di quella che viene chiamata Europa.

Per me l’Europa è come l’Africa: Molti paesi e culture, ma anche qualcosa che a volte può essere considerato un’entità più grande di sé stessa. Quello che voglio dire è che quando qualcosa viene definito “Europeo” non sta venendo considerato come appartenente a un paese ma in senso collettivo. […] Quando ho iniziato ad andare in tour con un gruppo, l’Europa è diventata qualcosa di più di una lista di nazioni in cui suonare come accade con gli stati in America.

Per decadi, l’Europa è stata un rifugio per artisti e musicisti. È il luogo in cui Charlie Parker poteva andare a mangiare nello stesso ristorante in cui stava mangiando un membro qualsiasi del suo pubblico, una cosa impossibile nel suo stato natio, il Kansas, o quella che sarebbe dovuta essere la sua terra natia, l’America.

Essere chiamati con epiteti razziali ed essere trattato come un essere umano di classe inferiore potrebbe non alimentare la fornace del proprio patriottismo. Non c’è da meravigliarsi se l’Europa è diventata un posto accogliente per molti grandi artisti americani, da Lightnin’ Hopkins ad Henry Miller, il cui lavoro è stato bandito per anni nella terra del Primo Emendamento mentre in Europa veniva considerato un eroe letterario.

Se sei in una band alternativa, se fai rumore che viene raramente sentito alla radio, se sei in qualsiasi modo strano o “artistico”, c’è una buona probabilità che molte persone trovino valore in ciò che fai se lo porti in Europa.

[…] Non sarò mai capace di ripagare l’Europa, il luogo geografico o il concetto, per le decadi di gentilezza, rispetto e generosità che mi ha riversato addosso. Ci sono state alcune esperienze dure nei primi tour – così va la vita – ma l’esperienza più ampia è stata fantastica e ha avuto un enorme impatto su di me. […]

La distruzione che ha colpito questi paesi – quello da cui hanno dovuto recuperare e quello che hanno fatto per impedire che nulla di simile possa accadere di nuovo – è parte dell’identità Europea più di qualsiasi altra cosa.

Penso sia per questo che l’Europa mette così tanta enfasi sull’arte. È una salvaguardia contro l’ignoranza e gli atti più osceni perpetrati dalla razza umana. E penso che gli eventi sportivi internazionali aiutino a far sì che le conversazioni tra i paesi europei siano continue e sane.

Le persone di ogni paese in Europa capiscono che quasi tutto può essere perso, e che una guerra implica il fatto che ci vorranno diverse generazioni per riprendersi pienamente. L’umanità non dovrebbe essere così resiliente, ma quello che a volte ci facciamo l’un l’altro non ci lascia altra scelta, che è una delle cose che rende la nostra specie così fantastica.

Ed è per questo che i recenti attacchi su Parigi sono qualcosa di più che titoli orribili provenienti da una città incredibile. Sono un pugnale nel cuore collettivo dell’Europa e del mondo.”

Tradotto da:

http://rumoremag.com/2015/11/20/henry-rollins-sugli-attentati-di-parigi-non-potro-mai-ripagare-il-mio-debito-con-leuropa/

 

 

By Henry Rollins

Thursday, November 19, 2015

http://www.laweekly.com/music/henry-rollins-i-will-never-be-able-to-repay-my-debt-to-europe-6288178

Just days ago, I was in Belgium and England. At this point, I have no idea how many trips I have made to either country or to the rest of what is called Europe.

For me, Europe is very much like Africa: It is many countries and cultures as well as something that can sometimes be considered as an entity larger than itself. What I mean is, when something is termed “European,” it isn’t being described as being of any one country but in more collective sense. When we use such a term, we are often trying to get at a far bigger idea for the sake of conversational expediency. We’re putting an infinitely large concept into a context so small, it can be immediately vague and unintentionally disingenuous.

I went to European countries as a child with my mother. My memories are of interesting accents, a sense of antiquity, the vastness of time and museums.

When I started touring with a band, Europe became more than just a list of countries you could perform in as you did states in America.

For decades, Europe has been a haven for artists and musicians. It was where Charlie Parker could go and eat in the same restaurant as any member of his audience, something that wasn’t always possible in his native state of Kansas or what should have been his native land, America.

Having racial epithets hurled at you and being treated as a subclass of human might not stoke the furnace of your patriotism. It’s no wonder Europe became a welcoming place for so many great American artists, from Lightnin’ Hopkins to Henry Miller, whose work for years was banned in the land of the First Amendment, while he was hailed as a literary hero in Europe.

If you are in an alternative band, if you make noise that is rarely heard on the radio, if you are in any way strange or “arty,” there is a good chance that many people will find value in your output if you take it to Europe.

In 1988, I took the legendary writer Hubert Selby Jr. to Europe as my opener, for a series of speaking dates. It was amazing to watch his mind get blown on an almost daily basis. Preshow, while I was at the venue, Selby often was being whisked around town for radio and television appearances. People hugged him on the street and brought hardcover editions of his books in translation, to be signed after his appearances. When we would do the shows, after his performance, many people would leave. He was the one they came to see. I don’t think he had ever experienced anything like it.

To watch him be so appreciated and respected, as the truly great writer he was, was one of the most inspirational things I have ever witnessed. It moved him to tears more than once. I can’t thank Europe enough for that.

I will never be able to repay Europe for the kindness, respect and generosity it has heaped upon me.

I will never be able to repay Europe, the geographical place or the concept, for the decades of kindness, respect and generosity it has heaped upon me. There were, on the first few tours, some rough experiences — that’s life — but the far larger experience has been amazing and hugely impactful.

I love the countries of Europe. Love them. They are a part of my life. It’s great to be somewhat familiar with so many streets in so many European cities, from Belgium to Portugal. It is like having a home as big as the world. It is something that those who do not travel will simply never know and never be served so well by. Travel makes you a better person.

Although the areas that comprise Scandinavia, the United Kingdom and continental Europe are pretty spread out on the map, I think that, to a certain degree, they all share a connection that is as deep as it gets. World War II has united every European country, even neutral Switzerland, through blood, sadness and incalculable loss, in ways that are still detectable decades later.

The destruction leveled upon these countries — what they have had to recover from and what they have done in order to prevent anything like it from happening again — is as much part of the European identity as anything else.

I think this is why Europe places such emphasis on the arts. It is a safeguard against ignorance and the more obscene acts perpetrated by humankind. And I think international sporting events keep the conversations between European countries continuous and healthy.

The people of every country in Europe understand that almost everything can be lost, and that war takes several generations to fully recover from. Humanity should not have to be so resilient, but what we sometimes do to one another really leaves us no other choice, which is one of the things that makes our species so amazing.

This is why the recent attacks in Paris are more than horrific headlines from an incredible city. It is a stab in the collective heart of Europe, and the world.

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L’Onda (Die Welle, 2008) – Nazisti per una settimana

A Rainer, come il prof Wenger viene chiamato amichevolmente dagli alunni, viene una bella pensata. Perché, al posto di noiose lezioni di storia, non far sperimentare direttamente agli studenti come nasce un sistema autocratico, una dittatura, facendo loro rivivere la storia in prima persona? Come farlo partendo da cose semplici? Come condizionarli ad agire esattamente come i nazisti?

L’Onda (Die Welle) è un film tedesco del 2008,  che mostra come sia possibile trasformare in pochissimi giorni una classe delle medie superiori in un movimento autocratico, i cui membri sono disposti a tutto, pronti anche ad espellere e sacrificare i propri amici. Nato come semplice “simulazione” di una dittatura all’interno della solita noiosa “settimana a tema”, l’esperimento del prof. Wenger,  in passato un punk anarchico a Berlino, ben presto degenera oltre i limiti “didattici” entro i quali egli aveva immaginato di svilupparlo per stimolare la curiosità e il coinvolgimento degli studenti. Gli studenti invece si immedesimano talmente tanto, ad eccezione di un paio di ragazze, da accettare e riprodurre spontaneamente tutti i meccanismi tipici dei movimenti autocratici, dalla cieca obbedienza al Fuhrer (il Capo), identificato nello stesso “signor Wenger” alla delazione, dall’espulsione di chi non si allinea all’aggressione fisica contro gli avversari.

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Il film si rifà a un esperimento reale nella Cubberley High School di Palo Alto, California, nel 1967, denominato “La Terza Onda”, da cui è stato tratto anche un romanzo di Morton Rhue, The Wave (1988). . Sia nella realtà che nella fantasia, l’esperimento (o simulazione) viene scandito implacabilmente giorno dopo giorno dai dispositivi di potere che il prof elabora e impartisce, riprendendoli tali e quali dalle sue letture sul regime nazista. Anzitutto nominando un Fuhrer, al quale si deve rispetto incondizionato.

Il secondo passo è l’imposizione di una disciplina, il potere attraverso la disciplina, Macht durch Disziplin. La disciplina può esser imposta in diversi modi: attraverso posizioni fisiche o esercizi collettivi, il modo di star seduti, il controllo del respiro, la concisione, la concentrazione, l’autorizzazione a parlare, la ripetizione del mantra, o l’espulsione di chi non partecipa.

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Dopo la disciplina, è la volta dell’identità di gruppo, il potere attraverso l’unità (o comunità), Macht durch Gemeinschaft. Attraverso la marcia ritmata la classe diventa un corpo unico, la vera forza del gruppo. Da cosa si riconosce l’identità di gruppo ? “Dallo spirito di gruppo, sig. Wenger” risponde prontamente Tim, uno degli studenti più motivati. E dal punto di vista visivo? Dalle uniformi.  Le uniformi eliminano le differenze sociali, per Lisa, o le individualità, per Mona, la più scettica, che poi si trasferirà a un altro corso. Verrà quindi introdotta una specie di divisa, le camicie bianche. Sorpreso egli stesso dal coinvolgimento attivo degli studenti, Wenger riteneva che lo spirito di gruppo, come la disciplina, doveva essere sperimentato direttamente per poter essere compreso. Egli stesso era parte dell’esperimento.

Il terzo giorno, mercoledì, viene scelto il nome e fra i tanti proposti (Squadra, d’assalto, Club dei visionari, Tsunami, etc.) la scelta cade su L’Onda (Die Welle) (nell’esperimento originario il nome derivava dal saluto, che nel film viene inventato dopo; il saluto, creato direttamente dal prof. Jones,  venne chiamato The Third Wave (La Terza Onda) in quanto assomigliava a un’onda, anzi alla “terza onda” che sarebbe quella finale e più grande). Il saluto era un segnale di riconoscimento riservato soltanto ai membri dell’Onda, anche all’esterno della scuola.

Dopo la scelta del nome, viene il logo, disegnato da Sinan. Infine il terzo fondamentale motto, il potere attraverso l’azione, che nel film comprende ogni mezzo di diffusione propagandistica:  un sito myspace, spillette, tatuaggi, cartoline, cappellini, picnic, ma soprattutto il logo dell’Onda graffitato in tutta la città. Quando al quarto giorno viene inventato il saluto dell’Onda, l’identità e l’appartenenza di gruppo è ormai completamente rafforzata. Entrano a far parte del movimento molti nuovi membri, ma allo stesso tempo cresce l’insofferenza di Karo, l’unica studentessa rimasta ad opporsi al folle esperimento del prof Wenger, cui rimprovera di aver perso completamente il totale controllo della situazione. Karo prepara il volantino, Fermate l’Onda!,che verrà diffuso durante la partita di pallanuoto. In una rissa con gli anarchici, Tim estrae la pistola e minaccia il loro capo.

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L’Onda aumenta rapidamente il tasso di aggressività generale contro gli altri, non solo durante la partita di pallanuoto, ma anche nei rapporti sentimentali. Rainer litiga con la moglie, (“In pochi giorni sei diventato il re degli stronzi!”), e di Marco con Karo: “Ti dava fastidio, eh? non ci saresti stata tu sotto i riflettori”. “Idiota!”. Marco va allora a casa di Rainer, “Abbiamo litigato. Tutta questa storia mi ha fatto diventare un altro. Io amo Karo, l’amo eppure l’ho picchiata. Questa pseudo disciplina è soltanto una stronzata fascista, devi fermarla subito, Rainer!”. “M’inventerò qualcosa”.

Ormai anche Wenger capisce che è ora di porre termine all’”esperimento”, all’onda, che sembra essere andata fuori controllo. Fino al tragico epilogo in cui Tim, uno dei ragazzi più coinvolti fino alla totale identificazione, si suicida quando vede crollare il suo sogno, quella nuova comunità in cui aveva creduto con tutto se stesso.

Nell’ultima drammatica riunione a porte chiuse, prima del disvelamento finale, il “signor Wenger” fa l’apologia del movimento. Dopo aver letto i temi svolti da alcuni studenti, entusiasti della loro nuova appartenenza di gruppo, inizia un discorso assai familiare di questi giorni in Italia:

Mi ha colpito l’effetto che ha avuto su di voi l’Onda, ed è per questo che penso che il progetto non debba finire qui. La Germania sta andando di male in peggio. Noi siamo i falliti della globalizzazione. E i politici vogliono farci credere che una maggiore efficienza ci aiuterà ad uscire dalla crisi. Ma i politici sono i burattini dell’economia. Dicono che la disoccupazione è in calo, e la bilancia commerciale in attivo. Ma la verità è un’altra. I poveri sono sempre più poveri, e i ricchi sempre più ricchi. L’unica vera grande minaccia è il terrorismo, un terrorismo che noi stessi abbiamo alimentato  attraverso l’ingiustizia che facciamo finta di non vedere. E così mentre giorno dopo giorno noi distruggiamo il nostro pianeta, i ricchi e i potenti si fregano compiaciuti le mani. E costruiscono satelliti per poter osservare tutto dall’alto!”

Marco: “Non capite che sta facendo? Vi vuole manipolare tutti…E’ l’Onda il vero problema”.

Rainer: “No! L’Onda è l’unica soluzione per uscire da questa grave crisi. Uniti possiamo fare tutto. Noi oggi abbiamo la grande opportunità di scrivere la storia…Non riuscirai a fermarci. Da qui l’Onda travolgerà l’intera Germania, (applausi),  e chiunque tenterà di ostacolarci sarà spazzato via dall’Onda!”…Portate qui, il traditore!”.

Marco viene trascinato sul palco. E a questo punto Wenger, fra la costernazione generale, compie il rovesciamento che distrugge l’incantesimo:

Sono tutte cose che si fanno in una dittatura! Vi siete accorti di quel che è successo? …Vi ricordate ancora di quel che avevo chiesto all’inizio della settimana? Se nel nostro paese sia possibile un’altra dittatura. E’ appena successo, il fascismo! Ci siamo ritenuti esseri speciali, migliori di tutti gli altri, ma la cosa peggiore però, è che abbiamo escluso dal gruppo chi non la pensava come noi, li abbiamo feriti, e non voglio immaginare cos’altro avremmo potuto fare. Io mi scuso con tutti voi, siamo andati oltre. Io sono andato oltre. Deve finire qui”.

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L’intero film su YouTube:

Vacanze in Cambogia (Dead Kennedys)

Fra dementi che parlano di guerra civile, maniaci che vaneggiano di milioooni di fucili e bastoni, grulli psicopatici che sparlano di colpi di stato, marce e retromarce, io quasi quasi me ne vado in vacanza in Cambogia!

It’s a holiday in Cambodia
It’s tough kid, but it’s life
It’s a holiday in Cambodia
Don’t forget to pack a wife

0

L’immagine di copertina del singolo 7″ si riferisce al massacro degli studenti di sinistra in Thailandia nel 1976 (http://en.wikipedia.org/wiki/6_October_1976_Massacre), poco dopo la fine della guerra in Vietnam. Il testo dei Dead Kennedys sembra in polemica con quegli studenti occidentali come si suol dire radical-chic che “al calduccio”, tifavano per questo o quello. Provate allora ad andare in una vera guerra, mettetevi un fucile sulle spalle, ubbidite agli ordini dei soldati per una manciata di riso, andate a farvi una vacanza in Cambogia!

E’ probabile che il titolo si ispiri alla nota canzone dei Sex Pistols, “Holidays in the Sun”, in cui si citava il Muro di Berlino e il campo di concentramento di Bergen-Belsen,  e al senso di claustrofobia e paranoia che ne derivava.

Nello spirito iconoclasta del punk di quegli anni, voleva essere anche una denuncia della “società dello spettacolo” che rende attraenti o banali immagini altrimenti orribili, mercificandole sia mediaticamente che turisticamente (“turismo di guerra”). Il sistema del cosiddetto Infotainment (informazione+intrattenimento) ha eretto a religione questo trattamento speciale dell’orrore. Al punto che si può parlare a vanvera di “guerra civile” o di “colpo di stato”, senza altra conseguenza che una sonora risata.

Allo stesso tempo chi denuncia l’orrore o la banalizzazione dell’orrore può essere a sua volta vittima o complice di quella spettacolarizzazione, come riproduttore di quello che Susan Sontag chiamava “fascino fascista”. La via d’uscita per i gruppi punk era una sorta di drammatizzazione spinta dell’espressione corporea (e musicale), un mix di Teatro della Crudeltà (Artaud) e Body Art spinto alle estreme conseguenze, con cui si intendeva sfuggire al condizionamento e al controllo della mercificazione universale. Non a caso frontman come lo stesso  Jello Biafra, il cantante dei Dead Kennedys, esasperavano sul palco tutte le proprie capacità mimiche e dinamiche.

DK holiday in cambodia 1

The Dead____________ are a

        plural noun

punk rock band who

sarcastically sing of the

fun to be had in _______Italy_______

                          South European Country

Khmer_Rouge_soldiers_2

khmerrouge.jpg

The Great Complotto – Pordenone e Taranto

The Great Complotto

L’antologia definitiva della straordinaria scena punk di Pordenone

Cd+Libro+Extra video+Pdf della fanzine Musique Mecanique

http://www.shake.it/

Alla fine degli anni Settanta alcuni musicisti di Pordenone decidono di seguire l’ondata punk che si sta propagando per tutta la Gran Bretagna, recandosi a Londra, dove si esibiscono in un celebre concerto pirata. A suonare sono gli HitlerSS e i Tampax sotto il ponte di Aklam a Portobello Road. Siamo nel 1979. Un’esibizione che passa alla storia sotto il nome di “Cartoon Concert” – perché suonato con strumenti fatti di cartone – ma che al contempo importa in Italia alcune delle pratiche più estreme della scena punk. Un evento talmente provocatorio, da poter essere paragonato alla Spaghetti Performance degli Skiantos al Bologna Rock del 1979.

Lì, nel contesto urbano di una cittadina borghese, immobile e ammuffita, nasce in modo del tutto anomalo The Great Complotto: una nuova ondata che pensava se stessa come la controparte creativa allo standard della normalità.

Tra i gruppi protagonisti del cd audio e del video qui presentati troviamo: HitlerSS/Tampax, Mess, Fhedolts, Sexy Angels, Andy Warhol Banana Technicolor, Mind Invaders, 00101100110011, Musique Mecanique, W.K.W., Little Chemist, Waalt Diisneey Prod.

Fino a qualche mese fa possedevo una copia di quest’album, che poi ho rivenduto su Discogs. Il grafico certo non si è sprecato, ma in compenso la copertina spiega proprio tutto! L’LP nacque da una collaborazione fra il Great Complotto di Pordenone e Macchinario Retrò di Taranto, però secondo me il confronto fra le due realtà musicali non regge proprio, né per i gruppi né per la qualità della proposta, due scene troppo differenti. Quella di Pordenone aveva una marcia in più, un’energia e uno spessore critico-culturale  che alla mesta scena dark wave tarantina  mancava del tutto. Sembra quasi un paradosso: una piccola cittadina di poco più di 50000 abitanti produceva una delle migliori scene di quel periodo, con una ventina di gruppi attivi, più un contorno di grafici, artisti, fanzinari, neoisti e lutherblissett, da scena metropolitana, mentre una città industriale come Taranto, che pure in quel momento era al suo apice come economia e popolazione (240mila abitanti, che nei programmi dovevano diventare 320mila), non produceva una scena altrettanto vitale. Credo che ci sia una ragione di fondo: mentre Pordenone catalizzava l’energia grezza dei giovani punk in un territorio che si stava profondamente evolvendo in termini industriali e tecnologici, il NordEst, a Taranto i gruppi sembravano come distaccati dalla realtà industriale. Quest’ultimo aspetto non aveva nulla a che fare con le buone intenzioni di Macchinario Retrò, della rivista Urlo, o di Vittorio Amodio che ne era il promotore. In generale, le industrie a Taranto non hanno mai prodotto una cultura, o sottocultura o controcultura industriale, la città ne è rimasta culturalmente separata, quasi aliena e in ultimo ostile, e ostile o indifferente alla sua stessa classe operaia . Forse non è un caso che la maggior parte degli scrittori , intellettuali, artisti nati a Taranto sono quasi tutti “fuggiaschi”, chi a Roma, chi a Milano, chi in Brianza, e chi a Bologna, come se scappassero da una misera cittadina di provincia per inseguire il sogno della cultura metropolitana altrove. Questa fuga è una costante, non motivata dal solito piagnisteo sul Sud, ma dall’estrazione sociale piccolo-medio borghese dei fuggiaschi, e dal loro complesso di inferiorità rispetto a una presunta “cultura alta” o metropolitana, immancabilmente “altrove”. I ragazzi “naoniani”, al contrario, passarono certamente da Londra a “sciacquare i panni nel Tamigi”, ma per portare a casa un’attitudine provocatoria e creativa geniale, assai più prolifica e promettente.

SteamPunk Magazine nr.8

“After all, what our world is and can be, are more about human imagination than, well… anything else. And isn’t that a lot of what steampunk has to say? Imagine! Play! Create! Push past the artificial boundary of time to ask the real questions: what does it mean to be human? What are we going to do with all this technology? How can we create the future we want and need?”

—James H. Carrott,Cultural Historian, 2011

“The past? It’s about 75 feet deep, depending on the season.”

Henry Hoke, in Mark Thompson, Henry Hoke’s Guide to the Misguided (2007)

 

 

Ho sempre avuto problemi a mettere insieme passato e futuro, a trovare un punto d’equilibrio fra mitologie e tendenze, e lo Steampunk mi è sembrato per alcuni anni un ottimo modo per mettere sulla stessa barca capra e cavoli. Ma dato il suo aspetto prevalentemente fashionista e vintage, la componente critica e riflessiva, controculturale dello Steampunk, legata peraltro alle autoproduzioni, al do-it-yourself e all’hacktivism, è rimasta più in ombra rispetto al glamour dei nostalgici. Ma non ci può essere Steampunk senza una costante coscienza critica delle tendenze tecnologiche in atto. Faccio quindi parte di quella ultra-minoranza che insiste sulla derivazione dello Steampunk dal Cyberpunk, sia pure distaccandosene, dando al termine –punk il giusto rilievo, al contrario della maggioranza di coloro che lo considerano un maledetto inconveniente, pur continuando ad usarlo, per (infime) ragioni di moda.

Sono peraltro più o meno le stesse parole di presentazione del nr.8 di Steampunk Magazine da parte della sua storica promotrice, Margaret Killjoy, rimandando al manifesto inserito nel primo numero, “What Then, is Steampunk?”. Numero 8, che esce dopo un paio d’anni di silenzio, grazie anche alla promozione di Combustion Books, editrice autogestita di New York. Ma il magazine resta comunque una pubblicazione do-it-yourself e gratuita, per la versione scaricabile. Con un interessante sommario, che include anche, fra l’altro, un’intervista a una delle poche, ma importanti, realtà steampunk italiane (non modaiole), Reginazabo e il collettivo di Collana di Ruggine, con un racconto di Pinche, Licheni (tradotto in inglese, ovviamente; l’intervista è disponibile nella traduzione italiana sul sito Collanadiruggine).

In effetti la parte dedicata alla fiction, sulle 112 pagine totali, è notevole, con soggetti che vanno dalla Guerra civile americana agli emigrati che hanno costruito la metropolitana di New York, dall’Est Europa a città fantastiche governate da macchine. Vi è poi una sezione dedicata alle interviste (oltre Reginazabo, anche Unwoman aka Erica Mulkey, e le attiviste Emma Goldman e Voltairine DeCleyre, con le loro idee sull’anacro-anarco-femminismo), un’altra dedicata al do-it-yourself  (dal laudano agli aeromobili più leggeri dell’aria). Senza dimenticare gli editoriali e i mini saggi: Occupy & Steampunk (Nevermind the Morlocks: Here’s Occupy Wall Street), Why Steampunk Still Matters, Riot Grrls 19th-Century Style, Toussaint Louverture, etc. Un numero fra protesta sociale, controcultura, sottoculture di strada, pirati dell’aria e immaginazione a go-go. Un ritorno gradito dopo un’inevitabile pausa di riflessione ( I got into steampunk with naive assumptions. I thought it would be all tea and regicide, all the time, but it wasn’t. Sometimes—and haven’t we all felt this way?—steampunk was just some gears hot-glued onto the boring mainstream culture I’d long ago rejected…)…

Liberamente scaricabile qui:

http://www.steampunkmagazine.com/2012/02/steampunk-magazine-8/

http://www.combustionbooks.org/product/steampunk-magazine-8/

L’intervista in italiano:

http://collanediruggine.noblogs.org/

Decoder (Klaus Maeck, 1984)

1984, l’anno del Grande fratello orwelliano, qui in versione muzak, quella musica così carina e stupida che si ascolta in sottofondo nei supermercati, centri commerciali fast-food o altri luoghi pubblici simili, il cui unico scopo è quello…lassativo-sedativo, per produrre una popolazione di docili consumatori. Ma il protagonista del film, F.M.Einheit “Mufti” (percussionista degli Einsturzende Neubauten), decide di combattere questo “controllo mentale” con rumori industriali che si sostituiscono alle cassette di muzak (le care vecchie cassette degli anni ’80!), suoni molto più terribili che incitano alla rivolta in tutta la Germania, ispirando numerosi proseliti di “cassette terrorists”!
Basato sugli scritti di Williams Burroughs in La rivoluzione elettronica (1970), diretto da Jurgen Muschalek e sceneggiato da Klaus Maeck, il film coglie lo spirito battagliero e anti-corporations dell’underground industrial-punk-cyberpunk a metà degli anni ’80. Quel che il film idealmente combatte, è quel che in maniera enormemente massificata le società occidentali sono davvero diventate nell’ultimo ventennio.
Nel film ci sono ovviamente citazioni diffuse dell’Industrial Music anni ’80, dalla colonna sonora (lo stesso F.M.Einheit con Dave Ball dei Soft Cell, Genesis P-Orridge e Alexander Hacke), ai cameo di Burroughs, P-Orridge , Brion Gysin e la sua Dreamachine devota a un “culto industriale”, fino al logo del Survival Research Laboratories sul muro dello studio del protagonista.