Babsi Jones e la reinvenzione del silenzio (C’è del marcio nella blogosfera?)

C’è del marcio nella blogosfera?

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(Questo è un mio vecchio post, credo dell’ottobre 2007, pubblicato sul mio precedente blog su Splinder, a proposito di una polemica non solo “letteraria” che tenne banco per un paio di mesi, prima che l’autrice di Sappiano le mie parole di sangue (SLMPDS), Babsi Jones, scomparisse nel silenzio dal quale sembra non essere più ritornata. Il periodo, ehm, “storico”, è proprio quello giusto, fra il primo  V-Day, il veltronismo-clintonismo, la rielezione di Papi e la proliferazione in rete dei “goliardi isterici” sdoganati dal Grullo Urlans. Il blog letterario citato in questo post adesso sembra diventato più “serio”, ma in quel momento corrispondeva abbastanza precisamente alla descrizione fattane qui o da altri bloggers.   Ho lasciato il post esattamente come era allora, senza cambiare neppure una virgola).

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   Due giorni fa mi è arrivata la newsletter di Babsi Jones che, in termini piuttosto definitivi, dichiara chiuso il suo blog, e rimanda al suo ultimo post per le spiegazioni. La cosa ovviamente mi ha piuttosto colpito. Il libro di BJ, “SLMPDS”, Sappiano le mie parole di sangue, è appena uscito, ed è passato quasi sotto silenzio nei media tradizionali, come nota Andrea Cortellessa in una quasi-recensione su “Tuttolibri” (“Dum Dum che silenzio”, 20 ottobre):

   “Silenzio che sorprende, intanto perché il libro non è uscito presso qualche sofisticata stamperia di provincia, bensì per Rizzoli (sia pure con orripilante package editoriale); e poi perché l’uscita era da mesi la più preannunciata – sino all’isteria di piccoli e grandi fan – nell’universo sempre molto su di giri dei lit-blog”.

Cortellessa non apprezza il filo-serbismo dell’autrice, però riconosce che “queste 250 pagine di micidiale durezza sono anche (ardua combinazione!) un’autentica esplosione di energia, una tumultuosa cavalcata di ferro e sangue pressoché perfettamente padroneggiata da una raffinata struttura multipiano, che sbriciola la narrazione in mille schegge”: una “prosa dum dum” semplice e pura come l’acciaio.

Non solo. Cortellessa si spinge ad affermare che il blog di “SLMPDS”  “è in effetti uno dei pochissimi blog che valga la pena leggere. E quanto è sortito da questo calderone elettronico risulta il primo vero nostro testo letterario concepito ed elaborato in rete: strange fruit per intero cresciuto nella serra della blogosfera. Strano, sì: affascinante quanto ripugnante”.

Ad appena due giorni di distanza da questo articolo, BJ annuncia perentoriamente di chiudere il blog, per ragioni di salute, e perché ha maturato già da tempo un senso di nausea ed inutilità, di non necessità di tenere un taccuino pubblico (vedi questa “polemica” risalente a marzo del 2007). Un bel paradosso, non c’è che dire. Anche perché al silenzio dei media tradizionali ha corrisposto “l’isteria di piccoli e grandi fan – nell’universo sempre molto su di giri dei lit-blog”.  A questa isteria, secondo BJ,  non può che corrispondere la (re)invenzione del silenzio e il commiato. Scelta drammatica e netta, che viene spiegata nell’ultimo post.

A questo punto, com’è doveroso in un dramma, entra in scena un nuovo personaggio, l’isterico, di cui fino allora ignoravo l’esistenza. Anzi, non è un solo personaggio, ma è una persona multipla, un blog di gruppo appena fondato e ben piazzato nelle classifiche di blogbabel : il Cabaret Bisanzio – Laboratorio di Finzioni.  Grafica ineccepibile e policy editoriale corretta, il CB si occupa più di satira letteraria che di recensioni: un cabaret letterario propenso più all’avanspettacolo che al dramma. Nel varietà, nel cabaret, le battute sono di bocca buona, i drammi scekspiriani vengono tritati alla Franco Franchi & Ciccio Ingrassia. Un buon dadaista non rifiuta la monnezza, il trash, quando è autentico. In Italia è uno dei pochi generi, anche cinematografici, di lungo successo, una vera specialità. Ergo, l’Italia non è un paese drammatico, tragico o futurista: è un paese dadaista, la cui vocazione culturale principale dovrebbe consistere nel ripristinare in tutte le città, cittadine, paesi, villaggi, campagne, e a partire dalle scuole elementari, la grande arte del Varietà e dell’Avanspettacolo. Gli italiani sono delle maschere “nature” (!), la manodopera abbonda, e anche l’economia ne gioverebbe assai. A partire, s’intende, dal festoso e quotidiano cabaret politico, tanto prodigo di personaggi straordinari e inimitabili. Ora, a questo popolo di comici, battutisti e mangiaspaghetti non gli puoi rifilare il dramma scekspiriano. Ma se perfino Mussolini, il Gran Dittatore, si è acchittato da “antico romano”, inter-scambiandosi con Petrolini! Dunque, va riconosciuto al nostro personaggio, l’isterico, multiplo, di essere saldamente nel solco di una ricca tradizione italica, diciamo, tutta ancora da rivalutare, per la quale occorre l’Alto Patronato della Presidenza del Consiglio, quantomeno (e con Berlusconi c’eravamo andati vicino).

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La pietra d’inciampo, si fa per dire, del nostro cabaret, è un post del 18 ottobre di tale Sauro Sandroni, intitolato “Ma che libro leggi tu? Il suo (quello di Babsi Jones)”, parodia della frase “Ma che guerra combatti, tu? La mia”  inserita nel libro di BJ. E a questo punto si scatena la vena ciccio-franchesca-toscanesca del nostro buon Sandroni il quale, cercando di valorizzarsi come un buon guitto di provincia davanti ai suoi amichetti di baldorie, si scatena su due parole “colte”, sinapsi e paradigmi, usate da Sbancor nella recensione del libro di BJ su Carmillaonline. Ne nasce un tormentone su cui la compagnia del gruppo, già piuttosto ebbra, comincia a sghignazzare e rigirare la frittata, scompisciandosi dal ridere.

Intendiamoci. La recensione non c’entra un cazzo, e tantomeno il libro, che il Sandroni dichiara di non aver letto. Il Sandroni non ha letto nemmeno la recensione, di cui non gli frega niente. Era solo un pretesto per sghignazzare ai danni di questi presuntuosi e pomposi intellettualoidi radical-chic che se la menano tanto, nientemeno, che sulle guerre jugoslave, che vuoi che siano. Al bar sotto casa, giuro, ne sento di più spassose e di più tremende. Infatti, questo blog collettivo dovrebbe chiamarsi, più appropriatamente, Bar Maruchein – Laboratorio di Scoreggie e Peti. Sarebbe più appropriato, credetemi, e nessuno si offenderebbe, tutti applaudirebbero. Basta saperlo.

Purtroppo siamo in tempi duri, in cui i comici fanno i politici, i politici fanno i comici, e s’incontrano tutti quanti alle buvette di Montecitorio o della Rai o di Fininvest, tranne gli sfigati che devono arrangiarsi con Casaleggio.  Niente è più ammosciante di quando il guitto e la sua compagnia di giro cominciano a prendersi sul serio. Perché questi si prendono maledettamente sul serio, sono ambiziosi, e hanno scelto bene il loro obiettivo che, come diceva Cortellessa all’inizio, costituisce il primo vero testo letterario elaborato in rete: è un obiettivo facile, isolato, e di facile risonanza. In breve, si scatena un filo ininterrotto di commenti, un vero flusso merdaiolo (scatologico, per le persone più sensibili) e sghignazzante. Riporto un solo commento, che vale per gli altri: “però ora io mi chiedo… ma la jugoguerra è ai frutti di bosco o pesca e ananas?” (Elisabetta).

A un certo punto, per interrompere il gioco al massacro (Grillo ha fatto lezione in questo campo, ormai, non solo, ha rivelato l’esistenza di un mercato), intervengono nientemeno che la Lipperini e Wu Ming 1 in persona minacciando di abbandonare e isolare il facinoroso blogghetto “satirico” de noantri. Gli ubriachi si riprendono un attimo dalle risate, e il tono diventa improvvisamente più serioso e patetico, alcool permettendo, con il branco intento a difendere le ragioni del tanto vituperato Sandroni (che sarebbe lui ora la vittima dei radical chic salottieri). Dagli interventi di Wu Ming, Lipperini e qualcun altro di cui ora non ricordo il nome,  emerge chiaramente che il Bar delle Scoreggie ha cercato di accreditarsi nella magica blogosfera per un Cabaret Lit-Letterario (di Satira, ma anche la Satira è un genere letterario) mentre era soltanto un ritrovo di ubriaconi. Niente di male, per carità, basta saperlo, ripeto, così uno sceglie dove passare la serata e in quale compagnia.

La Babsi Jones, che peraltro non possiede una connessione internet, viene a conoscenza di questa querelle qualche giorno dopo, e si convince che è il caso di chiudere definitivamente con questa storia. Decide di sottrarsi a tutto il florilegio di lodi o linciaggi, di sostenitori o detrattori,  cui non riconosce alcuna “interlocuzione possibile”, e quindi rilancia sul “silenzio”:

“Nei commenti, che sono come sempre una gara di tralignamento, qualcuno parla de “il prezzo che bisogna pagare” per aver scritto e pubblicato un romanzo. Prezzo che si declinerebbe in glorie e infamie, in lodi e insulti, in applausi e sputi. Così come è accaduto con l’informazione, che è degenerata in informazione-spettacolo (esiste persino un neologismo, infotainment, tanto il fenomeno è diffuso), così come è accaduto con la politica, che da un livello di confronto ideologico è scivolata nel cabaret più grossolano e, in casi estremi (ma estremi ancora per poco, temo) nel grand-guignol, tanto da legittimare come politiche le esternazioni grossolane e iperpopuliste di comici e di starlette, allo stesso modo si chiede (e non sono solo i lettori a chiederlo, ma è la stessa “industria culturale”) che anche la letteratura si pieghi ai dettami di questa perpetua Corrida; sicché, l’autore che pubblica non ha un… pubblico senziente che legge e apprezza o non apprezza in termini costruttivi, ma è piuttosto simile all’attaccante che si porta sul dischetto del rigore in uno stadio stracolmo di ominidi vocianti, che urleranno di giubilo e lo sbeffeggeranno. La letteratura, e l’arte in generale, ormai è — al pari dello sport, della politica, della religione e persino della scienza — assoggettata ai dettami delle tifoserie. Santificato e idolatrato, diffamato e vituperato, lo scrittore è ormai fine a se stesso, icona da incorniciare o calpestare nel fango; il testo è accessorio, persino superfluo, così come lo è la notizia in un sistema informativo unicamente teso a catturare l’attenzione dello spettatore, così come lo è la politica che, ripulita dalle ideologie e quindi dalle idee, finisce per mettersi in scena solo come pantomima.
In questo solenne casino, la differenza fra Internet e l’inguardabile e intollerabile “televisione moderna” a me sfugge. I meccanismi sono identici”.

In un mondo in cui la letteratura viene data in pasto alle tifoserie, alla democrazia televisiva, ai Bar delle Scoreggie, allo scrittore non resta che imparare a vivere, “e a vivere senza essere “scrittore”. Si vive meglio e, per quanto io resti l’unico lettore delle mie pagine, posso dire serenamente che si scrive meglio, quando si scrive lontani dai rumori del circo equestre”. Lasciando “l’adorazione degli sciacalli” ai somari (Henry Louis Mencken).

Il punto è, e qui chiudo per oggi, che la famosa “democrazia internettiana”  non è niente di diverso (nonostante i suoi luccichii “modernississimi”) dalla altrettanto famosa “democrazia televisiva”, la “democrazia in un salotto solo” o davanti al monitor. L’unica scelta dignitosa per smettere di alimentare il baraccone è, secondo BJ, quella di smettere:  “smetto, almeno io, di alimentare questo horror pleni, e ascolto la voce di Heiner Müller che chiede di lavorare alacremente per l’invenzione, o la re-invenzione, del silenzio”.

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Poesia è libertà – Cesare Pavese

(Questo celebre testo di Cesare Pavese venne pubblicato su “Il Sentiero dell’Arte” di Pesaro, 15 marzo 1949, poi ripubblicato postumo in “Cultura e realtà”, luglio-agosto 1950, nella stesura che segue. Mi ha sempre colpito questa bellissima descrizione del rapporto fra pionieri ed epigoni, poeti e letterati, che in questo caso estendo anche al rapporto fra anticipatori (che non sanno di esserlo) e rivoluzionari (che capitalizzano le nuove scoperte), in relazione al post precedente su vecchia e nuova tv.

In poesia l’inventore di un genere, di uno stile, di un tono, lo scopritore di una terra incognita, riesce – è cosa nota –  piú esauriente ed efficace dei suoi epigoni, dei molti o dei pochi che su questo stile e tono, su questa terra incognita dovrebbero ormai saperla piú lunga del pioniere, e certo continuano l’opera sua con facile confidenza e piú raffinati strumenti. Avviene qui un fatto che non ha riscontro in nessun’altra attività umana. Il primo che getta lo sguardo e si avanza in una nuova provincia è anche il suo piú efficiente sfruttatore, e piú che un diboscamento e una messa a coltura la sua si direbbe un’incursione mongolica, uno di quei saccheggi sulle orme dei quali non ricresce l’erba. Non mancano i casi di creatori che letteralmente soffocano in culla gli epigoni e non sorge il secondo a raccoglierne l’eredità. A costoro, di solito, si ritorna soltanto dopo secoli, quando cioè la vicissitudine delle ideologie e dei gusti ha fatto della loro opera quasi un oggetto, una creazione della natura – come le intemperie fanno di certi monumenti – e si può ispirarsene con un senso di scoperta genuino, come rifacendosi a un dato naturale.

   Il pioniere e l’epigono. Il primo inventa, comprende e passa oltre; il secondo, toccato dall’evidente ambiguo fascino della terra fino a ieri sconosciuta, ci ritorna e indugia, ci costruisce la casetta, pianta il frutteto e fa le conserve. Qualche volta vive tutta la vita, tra il rispetto e l’applauso del prossimo, senz’accorgersi che alle sue conserve manca il gusto della terra – dell’acqua e del cielo. È un letterato. Quasi sempre lo sa e se ne vanta. Meglio cosí, del resto, che se disperasse di sé: il letterato che dispera di sé, cioè che comincia a lagnarsi, diventa non poeta ma soltanto peggior letterato.

   Il poeta – diciamo – inventa, comprende e passa oltre. Ma non c’è da scherzare nemmeno per lui. A ogni svolta del suo lavoro, della sua conquista, lo attende il pericolo della Capua letteraria. Uno può sempre farsi epigono di se stesso: cedere alla tentazione di fermarsi piú del lecito a sfruttare il paese già conosciuto e conquistato. E il tragico è questo: che mentre a un letterato non occorre esser altro che letterato, un poeta dev’esser anche letterato (cioè colto, secondo il suo tempo) e dominare con mano ferma questo groviglio di abitudini e compiacenze che è la sua letteratura. Il suo cammino è quello delle anime sul ponte del Paradiso: un filo di rasoio o, se si vuole, una bava di ragno.

Che cosa significa che un poeta si fermi piú del lecito a sfruttare il paese? Significa che finga a se stesso di non sapere quel che già sa. Fonte della poesia è sempre un mistero, un’ispirazione, una commossa perplessità davanti a un irrazionale – terra incognita. Ma l’atto della poesia – se è lecito distinguere qui, separare la fiamma dalla materia divampante – è un’assoluta volontà di veder chiaro, di ridurre a ragione, di sapere. Il mito e il logo. Chi ha veduto una volta nella propria ispirazione, chi ha ridotto a parole, a discorso, articolandola nel tempo e nello spazio, l’estatica meraviglia dell’essere, si rassegni e a proposito del mito in questione non finga a se stesso, per rigustare il tormentoso piacere, una verginità che ha perduto. Se, beninteso, la sua occhiata, la sua riduzione del mito a figura, è stata esauriente e sovrana (e quest’occhiata non è mai folgorante; occorrono giorni e anche anni di tormentosi tentativi e di ricerche); costui può contentarsi e attendere con equanimità che dal groviglio della coscienza, del ricordo e della macerazione gli nasca una nuova verginità, una nuova ispirazione, un nuovo mito. Per ora dovrà contentarsi. O fingendo di non sapere quel che già sa, cincischiare il pubblicato mistero e farsi letterato.

Non è facile dire quando il poeta debba fermarsi. Di solito la meraviglia gli è nata cosí dal profondo, e l’immagine creata – la prima preda della terra incognita – ha radici cosí tenere e sensibili nella sua sostanza spirituale, che staccarsene significa lacerare se stesso, restar vuoto come un guscio succhiato. Di solito la capacità di stupirsi, la ricchezza mitica, è in ciascuno una dote limitata, finita. Come non esiste uno spirito che non possa, stando su di sé, cogliere nel suo fondo un barlume di mistero, una capacità sia pur esile di poesia (su ciò è fondata l’universale leggibilità dei poeti), cosí è ogni volta una eccezione, è esso stesso un prodigio, il creatore per cui questo barlume si allarghi irresistibile a paesaggio complesso, a multiforme, accidentata, inesauribile provincia. Si aggiunga che la riduzione a figura, a chiara visione, a conoscenza mondana di un’estatica e rovente intuizione mitica può soltanto avvenire sul terreno di una fredda consuetudine tecnica, di un’acquisita esperienza culturale di avvenute riduzioni di vecchi miti a mondo organico e razionale, sulla esperienza insomma di passate estasi altrui già divenute letteratura. C’è un senso in cui il poeta autentico non può non essere il piú colto dei letterati contemporanei. Ma dunque il pericolo di abbandonarsi ad abitudini e compiacenze, di fingere a se stesso ispirazione e verginità, di prendere la scorciatoia di uno stile dato – di vedere mistero dove mistero non c’è piú – è tanto piú immediato per l’autentico poeta, quanto maggiore è il numero a lui noto di comode strade già aperte, già spianate, e quanto piú impervia e singolare gli appare la strada dell’ignoto, dell’informe, dell’inespresso.

   Va da sé che anche i letterati compiono opera proficua, e nulla è piú inconcludente della romantica crociata rivolta a sterminarli e umiliarli. Ciò non soltanto perché i maggiori poeti affondano radici nel terriccio e nel concime della letteratura e ne sono nutriti e insomma composti per massima parte, ma soprattutto perché i letterati costituiscono l’ossatura del pubblico che ascolta i poeti e dànno una voce e un senso alle aspirazioni e risposte di questo pubblico ingenuo. Ciò che è stato veduto e ridotto a chiarezza dal poeta, le sue prede nel paese sconosciuto, somiglia a quella fauna della savana e della giungla che il cacciatore ha catturato e che trasporta in paese civile. Queste creature strane, ancora intrise di un fiero e primordiale sbigottimento, vanno ingabbiate, mostrate, spiegate, fatte vivere tra noi. Non serve stare sulle sue. Se fosse possibile moltiplicando e isolando tra noi i grandi capolavori poetici far tacere ogni altra voce, ogni commento, ogni volgarizzazione, avremmo fatto un lavoro come di chi riempisse i crocicchi con belve ombrose e feroci, e ne adibisse intanto le gabbie a carcere dei domatori e dei guardiani. Sparirebbero insieme la vita civile e le belve, o meglio si assisterebbe a una nuova partita di caccia con spreco di vite, di tempo, e con indignazione degli stessi cacciatori. Meglio riconoscere che fin che il mondo produce poesia – fin che giungono dall’ignoto mostri incantevoli o atroci – il compito dell’uomo civile è popolarne lo zoo e dar loro un nome e una gabbia – farne letteratura.

   Ma che siano davvero mostri, miti incarnati, scoperte. Non cani bassotti o tacchini. Il mondo è pieno di chimere e di sorprese, ma soltanto quelle autentiche interessano al poeta, e soltanto quando a questi sia riuscito di costringerle a rivelare il loro nome esse interessano a noi. Ora, non tutti si rendono conto di che cosa questo importi.

Una cosa da nulla. Il poeta, in quanto tale, lavora e scopre in solitudine, si separa dal mondo, non conosce altro dovere che la sua lucida e furente volontà di chiarezza, di demolizione del mito intravisto, di riduzione di ciò ch’era unico e ineffabile alla normale misura umana. L’estasi o groviglio in cui s’affiggono i suoi sguardi dev’esser tutta contenuta nel suo cuore, e filtratavi con impercettibile processo che risalga per lo meno alla sua adolescenza, come nel lento agglomerarsi di sali e di succhi da cui dicono che nascano i tartufi. Nulla di preesistente, nessun’autorità esteriore, pratica, può quindi aiutarlo o guidarlo nella scoperta della nuova terra. Questa è ormai cosa tanto a lui carnalmente interiore quanto il feto nell’utero. Se egli sta veramente riducendo a chiarezza un nuovo tema, un nuovo mondo (e poeta è soltanto chi faccia questo), per definizione nessun altro può essere a giorno di questo tema, di questo mondo in gestazione, se non lui che ne è l’arbitro. Inevitabilmente i consigli e i richiami che gli giungeranno dall’esterno, usciranno da un’esperienza già scontata, rifletteranno una tematica e un gusto già esistenti, cioè insisteranno perché il poeta sfrutti un paese già noto, finga a se stesso di non sapere quel che già sa. A farla breve, gli interventi dottrinali, pratici – sia pure espressi da un consesso dei piú competenti colleghi, dei meglio intenzionati lettori o dei padri piú reverendi – non possono tendere ad altro che a respingere il poeta nella letteratura, a impedirgli di svolgere il suo compito specifico di conquistatore di terra incognita. La costrizione ideologica esercitata sull’atto della poesia trasforma senz’altro i leopardi e le aquile in agnelli e tacchini. Detto altrimenti, instaura l’Arcadia.

Qui si vede l’importanza della cultura del poeta, quell’imperativo per cui nella sua vita quotidiana egli deve tendere a farsi il piú colto dei contemporanei. Se il poeta veramente ricerca chiarezza e attende a esorcizzare i suoi miti trasformandoli in figure, non va taciuto ch’egli potrà dire d’avercela fatta soltanto quando questa chiarezza sarà tale per tutti, sarà cioè un bene comune in cui la generale cultura del suo tempo potrà riconoscersi. E che altro vuol dir questo se non che lo stile, il tono, il paese da lui scoperti s’inseriranno naturalmente nello storico panorama della sua generazione e contribuiranno a comporne il nuovo orizzonte, la consapevolezza, frutto come sono di un autentico stupore che soltanto i piú progrediti e spregiudicati mezzi d’indagine hanno potuto risolvere in umano discorso? Ma, si badi, un autentico stupore vuoi dire uno stupore autentico, cioè non mentito, cioè quel residuo irrazionale che resta tale alla luce della piú scientifica teoria dell’epoca. Prima d’essere poeti siamo uomini, cioè coscienze che hanno il dovere di darsi, mettendosi alla scuola sociale dell’esperienza, la massima consapevolezza possibile. Invece, tutti quei consigli, quegli ammonimenti che i responsabili di una generazione rivolgono ai poeti in quanto tali, sono a dir poco superflui, esteriori, indecenti, come i consigli che la madre usava un tempo dare alla figlia la vigilia delle nozze. Il vero poeta se li è già rivolti da sé, facendosi colto. Meglio sarebbe esortare con vigore a cultura e consapevolezza i candidati alla vita sociale – i giovani letterati, ingegneri, seminaristi – e inculcar loro che la direzione della vita interiore è una sola, l’instancabile demolizione dei miti, la riduzione di ogni perplessità da stupore a chiarezza. E poi, se qualcuno di loro annuncerà d’essere poeta e ne darà ragionevoli speranze, lasciarlo tuffarsi nel gorgo della sua inquietudine e stare a vedere l’effetto. Nessuno altri che lui può trovare la strada giusta, poiché lui solo conosce la mèta.