I Cavalieri del Nulla (Martino Branca)

(molto tempo fa, fra la Sapienza e la stazione Termini, capitava di trovare affissi strani volantini firmati “Cavalieri del Nulla”, di cui nessuno finora era riuscito a svelare il mistero; ci ha pensato ora Martino Branca, ex “Uccello” a Valle Giulia,  a indicarci almeno le basi culturali di questo stranissimo Ordine, quanto mai attuale)

 

I Cavalieri Del Nulla. L’Ordine e la Regola

by Martino Branca, 3 novembre 2016

 

L’Ordine dei Cavalieri Del Nulla è una Regola, non una struttura. Prende forma definita e concreta a periodi, con geometria variabile. Si incarna, assumendo la veste e la consistenza di un esercito multiforme, ogni volta che l’accenno di un movimento o addirittura un segno di vita in un punto qualsiasi dello suo spazio geografico segnalino l’urgenza di un intervento repressivo. Tuttavia di norma l’Ordine è dormiente, vive in sonno allo stato potenziale, disaggregato nelle sue componenti: le Confraternite del Nulla. Queste viceversa hanno carattere stabile, continuità e organizzazione; all’interno si articolano in diete, comitati, organi fiduciari, funzioni condottiere. Per evidenziare la durata e la quadratura culturale del proprio impegno esse assumono quasi sempre nomi riferiti all’universo scientifico: l’astronomia (“Cinque Stelle”), la botanica (“Sinistra Radicale”), la ginecologia (“Travaglio”) eccetera.

Le Confraternite non sono uguali né equipollenti. Pur nell’osservanza rigorosa della Regola, esse si differenziano per l’indole, la taglia e soprattutto quanto ai modi dell’operare, che sono tipici di ciascuna: l’inquisizione (“Travaglio”), l’ostruzione (“Cinque Stelle”), il deragliamento (per i radicalisti c’è sempre, di lato, qualche altra priorità), il rinvio ad una palingenesi cosmica futura (tutti).

Unità operativa di ogni Confraternita, e attraverso questa dell’Ordine, sono i Cavalieri Del Nulla, insieme opliti ed eroi, materia e simbolo.

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L’orizzonte dell’Ordine Del Nulla è la quiete assoluta, l’assenza di quantità di moto. L’Ordine esiste in funzione dell’esistente. Il suo imperativo è la preservazione dell’immobilità dell’essere, perciò esso combatte ogni possibile divenire del contesto di cui è parte. Tocca ai suoi organi costitutivi, le Confraternite, il compito di segnalare accenni anche minimi di cambiamenti, embrioni di processi evolutivi, focolai di movimento. Non appena percepita una vibrazione, una Confraternita si attiva e sollecita le altre a fare squadra, a destare l’Ordine dalla sonnolenza, per incarnare tutte insieme attivamente – s’intende pro tempore –  il verbo della Regola.

All’interno di ogni Confraternita i Cavalieri riproducono il dispositivo che governa la relazione tra l’Ordine e il mondo. Essi sono votati a preservare la Confraternita dal divenire, a mantenerla per sempre uguale a sé stessa. Accade raramente che un Cavaliere, violando la Regola, colto da una inopinata pulsione vitale tenti di modificare lo statuto o lo stile della sua Confraternita, ovvero che, assurto per combinazione a responsabilità di governo, dispieghi un progetto ambizioso, diverso dal Nulla. In quei casi un Campione o una Cerchia cavalleresca si ergono,  disarcionano il traditore, lo espellono o lo inviano in un paese lontano.

Come alle Confraternite anche ai Cavalieri è imposto il vincolo dell’eterna uguaglianza a sé stessi. Ad esempio, se all’atto dell’Ordinamento e dell’assunzione del Voto di fedeltà un Cavaliere indossa i baffetti, quello sarà il suo vessillo fino al termine dei suoi giorni.

Cavaliere del Nulla dispiega la sua opera su tre livelli – la nazione, la Confraternita, la persona – ma con metodi differenti. Nella dimensione più ampia egli non ostacola la formazione di governi esterni all’Ordine, altrimenti non vi sarebbe stabilità né stasi. Simula ostilità e assalti ma osserva attentamente i governanti: purchè non causino alcun tipo di cambiamento egli nel suo cuore li ama e li rispetta, e senza apparire spende la sua indole generosa per aiutarli a superare le loro crisi.

Diverso è il portamento del Cavaliere all’interno della sua Confraternita di pertinenza. Qui egli è inflessibile nell’impedire che la Confraternita dia vita o prenda parte all’amministrazione della nazione o di un segmento di essa. Qualora per un capriccio del popolo o per una sfortunata combinazione astrale la sua Confraternita sia indotta a governare, il Cavaliere del Nulla attacca quella compagine esecutiva fino a provocarne la caduta e procede contro i responsabili affinché siano sfiduciati per sempre. Se si è distinto nella battaglia gli vengono tributate ovazioni, poi viene dimenticato. Non è escluso tuttavia, benché accada raramente, che un Cavaliere dall’intelligenza spregiudicata partecipi, per astuzia tattica, ad un’attività di governo. In quel caso egli trasgredisce in apparenza, allo scopo di procurarsi un’occasione più alta di diniego. Ad esempio, la mattina partecipa all’attività del consiglio dei ministri, il pomeriggio scende nell’Arengo e da lì marcia in massa contro il proprio Ministero. Per questa via il Cavaliere, reprimendo nel medesimo tempo la Confraternita e sé stesso,  raggiunge la condizione del Sublime.

La storia procede, in un modo o nell’altro. Il Cavaliere Del Nulla è ben conscio di non poterne fermare il corso. Tuttavia resta tranquillo perché sa che la logica è dalla sua parte. Egli non perde mai di vista la Regola e difende con tutta le sue capacità lo stato di cose esistente. È il Campione del Presente e il nemico implacabile del Futuro e del Passato: si impegna con pari energia tanto per bloccare qualunque moto di avanzamento quanto per impedire ogni tentativo di ripristino. Quando le circostanze avverse o la preponderante forza del nemico producono, nonostante i suoi sforzi, una innovazione qualsiasi Il Cavaliere De Nulla non si scoraggia. Egli sa attendere che il cambiamento si affermi e si consolidi, e perciò stesso termini di prefigurare Futuro e diventi attualità. A quel punto il Cavaliere lo riconosce come Presente e si dispone a difenderlo, anzi  diventa il suo Campione. E così via.

In forza del medesimo logos, Il Cavaliere Del Nulla si oppone sempre alla riparazione di guasti prodotti da attività pubbliche pregresse, perché le ritiene ormai legittimate dal tempo trascorso. In generale egli non cade mai in contraddizione perché è attento alle circostanze. Lo spirito della Regola gli consente, anzi gli impone, di colpire duramente iniziative e intenzioni oggi pericolose per la quiete, incluse quelle che in passato aveva sostenuto quando un diverso contesto le rendeva innocue.

Il Cavaliere agisce sempre in funzione del Principio Superiore del Nulla e non indulge alle categorie della morale comune, quali il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, l’utile e il dannoso.

IL Cavaliere Del Nulla combatte strenuamente contro la vita, ispirato dalla Regola dell’Ordine. In generale egli agisce come oplita dell’alleanza delle Confraternite, nel rispetto delle disposizioni statutarie che sono parte inevitabile delle condizioni al contorno. Ma è all’interno della sua Confraternita che egli da il meglio di sé, dimostrando di saper coniugare il rigore con la licenza, la creatività con la norma.

Egli non dimentica mai la scala dei valori autentici, che pone il Nulla al disopra di tutto, perciò non si lascia influenzare da ricatti ideologici. Dentro la Confraternita accetta il gioco democratico, ma con riserva, solo  finchè questo gli garantisce spazio nella maggioranza degli adepti. Ma non appena si accorge di trovarsi ai margini della partita egli ripudia la democrazia, riconosce la maggioranza come forza nemica della Regola e la combatte. Se la battaglia volge a suo sfavore il Cavaliere è colto da un sospetto crescente. Ha motivo di credere che la sua Confraternita sia in contrasto con l’Ordine, perciò la abbandona senza rimpianti. E con i compagni ed i seguaci ne fonda immediatamente una nuova, più piccola ma più aderente alla Regola.

Non sempre l’atto rifondativo risolve la contraddizione. Può darsi che nella nuova Confraternita il Cavaliere si ritrovi nello stato di minoranza che lo aveva indotto a lasciare quella originaria. Egli non si avvilisce per questo. Sa dalla logica che lo spazio politico è divisibile all’infinito, e provvede ad una ulteriore scissione. Sicché avviene che esistano Confraternite talmente numerose che solo la rete di interconnessione globale può governarle, accanto ad altre piccolissime, consistenti in una sola persona (“Travaglio”, “Civati”).

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Così come combatte e si ingegna per mantenere il Tempo in un eterno Presente, allo stesso modo il Cavaliere Del Nulla difende la forma dello Spazio da ogni tentativo di alterazione. E poiché l’Architettura è l’insieme delle modifiche e delle alterazioni operate sulla superficie terrestre in vista delle necessità umane, essa è il principe dei suoi nemici. Esperto di comunicazione e arte retorica, il Cavaliere non la nomina mai, ma vi allude con disprezzo, usando i nomi dei materiali ordinari da costruzione: “Il Mattone”, “Il Cemento”. L’astuzia gli consiglia di evitare, nella sineddoche, parole altrettanto pertinenti (Pietra, Acciaio, Vetro, Titanio) ma pericolosamente suggestive per la semplice psicologia del popolo. Egli sa di essere il custode dell’inerzia delle sue città e dei suoi contadi, perché lui solo è indifferente agli esempi inquietanti forniti dal resto del mondo: sviluppi impetuosi di reti, innumerevoli e monumentali opere pubbliche, torri spericolate.

Con analoga, simmetrica lucidità il Cavaliere Del Nulla si oppone all’anastilosi dei monumenti caduti. Egli è conscio del pericolo insito nel ripristino: la restituzione della forma architettonica perduta. Conservando ai ruderi la condizione attuale, mantenendoli a terra, muti e inerti, garantisce la funzione di preziosa testimonianza degli eventi banali che li hanno ridotti al silenzio: i cataclismi, i terremoti, le guerre.

 

https://ytali.com/2016/11/03/i-cavalieri-del-nulla-lordine-e-la-regola/

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Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

Gallipoli

 

Iperturismo cafonal & Effetto Beaubourg

 

L’estate del 2017 verrà ricordata non solo come una delle più calde degli ultimi decenni, ma anche come quella dell’emergenza di frizioni connesse all’invadenza del turismo di massa, agevolato dalle tariffe low cost di viaggi, affitti e prenotazioni on line. Mi vengono in mente Gallipoli (LE), Dubrovnik (dov’è stato introdotto il numero chiuso), Barcellona (con la protesta degli abitanti), ma anche spiagge, porti, per esempio in Sardegna, senza dimenticare la Fontana di Trevi a Roma o le navi da crociera a Venezia. Ai già notevoli problemi di affluenza, traffico, controllo, sicurezza, sanità pubblica (che poco interessano naturalmente alle compagnie aeree e agli affittuari) si aggiunga il fatto che le località oggetto di questo iperturismo di massa diventano anche obiettivo privilegiato dei terroristi. Ma anche senza terroristi, occorre aggiungere ormai la problematicità di gestione di movide e manifestazioni di massa in genere: non dimentichiamo quello che è successo a Torino in piazza Statuto , dove si è sfiorata la strage per panico derivante da motivi probabilmente molto futili, per un fenomeno collettivo di autosuggestione. Peraltro le stesse considerazioni erano già state fatte in occasione dell’attentato al Bataclan di Parigini: Libération infatti intitolava un suo articolo “Génération Bataclan : la jeunesse qui trinque –  En s’attaquant aux lieux festifs de Paris et Saint-Denis, les terroristes ont ciblé le mode de vie hédoniste et urbain d’une génération déjà marquée par «Charlie». ». 

Tralascio qui quel che le singole amministrazioni faranno o non faranno per arginare il problema, e ricondurre le mandrie a più miti consigli. Forse introducendo il numero chiuso da una parte, le mandrie si trasferiranno da un’altra, dove gli affittuari saranno ben contenti di ehm, fornire loro un recinto o una movida ancora più stracciona. Forse qualcuno farà ricorso al TAR o all’ONU o al Papa per violazione del principio umanitario sacrosanto di pascolare, pisciare, scacazzare e scopare ovunque, non lo so. Jean Baudrillard ci aveva visto giusto già nel 1977, quando scrisse un suo saggio sul Beaubourg, visto come anticipazione  degli attuali fenomeni degenerativi (consiglio di leggerlo per intero, ovviamente, e senza pregiudizi moralistici) :

 

L’EFFETTO BEAUBOURG

Jean Baudrillard, 1977

 

Animazione. Rianimazione.

Implosione irreversibile in profondità.

L’unico contenuto di Beaubourg è la massa stessa, che l’edificio tratta come un convertitore, come una camera oscura o in termini di input/output…Non è mai stato così chiaro che il contenuto – qui la cultura, altrove l’informazione o la merce – è solo il supporto fantasma di quanto viene compiuto dal medium stesso, la cui funzione è sempre quella di indurre una massa, di produrre un flusso umano e mentale omogeneo.

Ipermercato della cultura,  già il modello di qualsiasi forma futura di socializzazione controllata: ritotalizzazione in uno spazio-tempo omogeneo di tutte le funzioni disperse del corpo e della vita sociale (lavoro, tempo libero, media, cultura), ritrascrizione di tutti i flussi contraddittori in termini di circuiti integrati…

Qui si elabora la massa critica, oltre la quale la merce diviene ipermerce e la cultura ipercultura…una specie di universo segnaletico totale, o di circuito integrato, transito incessante di scelte, letture, referenti, marchi, decodifiche…

Dovunque nel “mondo civile” la costruzione di stocks di oggetti ha comportato il processo complementare degli stocks di uomini: la coda, l’attesa, l’imbottigliamento, la concentrazione, il campo di concentramento. Questa è la “produzione di massa”, non nel senso di una produzione massiccia o ad uso delle masse, ma la produzione della massa. La massa come prodotto finale di ogni socialità, che pone fine di colpo alla socialità; giacchè questa massa, di cui ci si vuol far credere che è il sociale, è al contrario il luogo dell’implosione del sociale.

Ma se gli stocks di oggetti implicano lo stoccaggio degli uomini, la violenza latente nello stock di oggetti implica la violenza inversa degli uomini. Qualunque stock è violento, e c’è una violenza specifica anche in qualòunque massa umana, poichè implode – violenza propria alla sua gravitazione, al suo addensarsi intorno al suo punto (foyer) d’inerzia…

Massa critica, massa implosiva…la massa calamitata dalla struttura diventa una variabile disrtuttiva della struttura stessa…Fate piegare Beaubourg” Nuova parola d’ordine rivoluzionaria: inutile incendiarlo, inutile contestarlo, andateci! E’ il modo migliore per distruggerlo. Il successo di Beaubourg non è più un mistero: le persone ci vanno per questo, si riversano su questo edificio, la cui fragilità respira già la catastrofe, con il solo scopo di farlo piegare…mirano espressamente, senza saperlo, a questo annientamento. L’irruzione è il solo atto che la massa possa compiere in quanto tale – massa proiettile che ribatte con il suo peso, cioè con il suo aspetto più stupido, più spoglio di senso, meno culturale, alla sfida di culturalità lanciata da Beaubourg…Alla dissuasione mentale la massa risponde con una dissuasione fisica diretta. E’ la sua propria sfida, la sua astuzia…ipersimulazione distruttiva.

La gente ha voglia di prendere tutto, di azzannare tutto, di abbuffarsi di tutto, di manipolare tutto. Vedere, decifrare, imparare non la emoziona. La sola emozione “massiccia” (di massa) è quella della manipolazione. “

 

 

 

 

 

 

Bruce Sterling, Panico morale e caccia alle streghe nell’era di Internet

Un tempo si chiamava caccia alle streghe, ricerca del capro espiatorio, pogrom, maccartismo, etc. Nell’epoca dei mass-media e di Internet si chiama moral panic, panico morale, secondo la definizione datane dal sociologo Stanley Cohen nel suo libro Folk Devils and Moral PanicsThe Creation of the Mods and the Rockers, 1972

La differenza attuale consiste nel fatto che gli episodi di moral panic costituiscono per molte parti politiche, in particolare quelle cosiddette “populiste” (Trump, Putin, Farage, Le Pen, MSS etc.) una strategia politica quotidiana, che sostituisce completamente i programmi politici e le strategie tradizionali (come si vede appunto nel caso della Casaleggio-MSS Associati)

“Alle volte la politica di tutti i giorni viene interrotta con violenza da un evento perverso e odioso, talmente inaccettabile da mettere in crisi l’intero sistema. A quel punto la corruzione palese, il cinismo e la corrosione degli ideali divengono improvvisamente intollerabili. Come l’infedeltà all’interno di un matrimonio, si tratta di una trasgressione così volgare ed esasperante, un affronto così grave da non poter essere risolto con la ragione o con la burocrazia. Anni di indefesso servizio pubblico e di stabilità tecnocratica non possono porvi rimedio. Intimidazioni, recriminazioni, tintinnio di sciabole, singhiozzi istrionici e un collettivo torcere di mani sono all’ordine del giorno: è il panico morale.

Il panico morale non comporta una riforma politica. Lo si capisce dai risultati politici che ne conseguono: non ve ne sono, non cambia nulla di ciò che conta veramente. Generalmente durante l’episodio di panico un gruppo o una persona vengono usati come capro espiatorio e puniti severamente. Tuttavia, quando il panico finalmente si riassorbe, nessuno si sente più felice, più sicuro, più rassicurato o più a suo agio. Il governo che ha sofferto il panico non diventa più giusto o più efficiente, non si pone rimedio a nessuna ingiustizia; niente funziona meglio o diventa più logico, e nessuna delle crisi incalzanti viene risolta, regolata o chiarita. C’è stata solamente una breve orgia catartica pubblica con strappo di capelli…

 

Il panico morale è il leitmotiv politico doc dell’era dell’informazione.

Se il mondo dell’era dei network è perseguitato da episodi di panico morale c’è una buona ragione: non esiste nient’altro che scuota l’indifferenza generale.

Provocare un episodio di panico morale è una tattica che promette bene. Un tecnocrate che ha esaurito le proprie risorse preme il bottone del panico. E’ meglio accendere un fuoco diversivo e magari dare avvio a qualche utile e precipitosa fuga di massa che dichiararsi completamente irrilevanti rispetto al corso degli eventi.

Quel che passa per regolamentazione e politica di Internet è solo sensazionalismo, battage pubblicitario, disastri, scandali, sussulti improvvisi e un lontano, soffocato, martellamento.”

(Bruce Sterling, Tomorrow Now, Mondadori, 2004, p.138)

 

BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

BIZZARRO POPOLO GLI ITALIANI….

(New York Times e stelle schizoidi)

by Ipazia

 

http://movimentocaproni.altervista.org/blog/bizzarro-popolo-gli-italiani/

 

Certi fenomeni della situazione politica italiana sono come i quadri. Bisogna guardarli da lontano per vedere meglio l’insieme perchè a vederli troppo da vicino si rischia di farsi sfuggire particolari importanti.
Forse è per questo che la stampa estera nota, e con molta chiarezza evidenzia, che il Re Beppe Grillo è nudo, come il famoso bambino della fiaba. Cioè quello che tutti qui in Italia vedono ma in pochi osano dire per paura di ritorsioni o per essere dalla parte della ggente.
Nel giro di pochi giorni è accaduto che R.S.F. ha detto a chiare lettere che in Italia l’informazione è condizionata e intimidita dal Movimentocinquestelle e tutto il suo purtroppo ormai enorme seguito.
Il N.Y.T. ha scritto che il Movimento di Beppegrillo continua a fare propaganda antivaccini, cosa che è sotto gli occhi di tutti da sempre.
Ciò che stupisce non è ciò che all’estero viene affermato ma la reazione degli adepti e del loro Guru che con incredibile faccia di bronzo dichiara di non essere mai stato contro i vaccini.
Basta digitare sul motore di ricerca ‘Beppe Grillo e vaccini’ per trovare decine di filmati e articoli che dimostrano il contrario. Ma come tutti i cialtroni il pluripregiudicato grida al complotto contro di lui, addirittura sarebbe un complotto internazionale e tutti i suoi seguaci si uniscono a lui nel coro di proteste. Hanno paura….stiamo vincendo…. Ho letto qualche commento secondo il quale si sarebbe addirittura scomodata la CIA perchè le elezioni si avvicinano e vogliono mettere in cattiva luce Beppe. La cosa che sarebbe comica se non fosse triste è che scorrendo i commenti si evince un forte spirito antivaccinista e allo stesso tempo gli adepti negano che il Movimentocinquestelle sia antivaccinista.
E’ difficile sostenere sia una cosa che il suo contrario, ma è quello che succede quando un Movimento cerca di raccattare consensi ovunque e comunque, quando si è ‘Nè a destra, nè a sinistra ma avanti’ quando si sfrutta il malcontento per il proprio tornaconto, quando si parla alla pancia della gente.
E quindi si è antieuro ma anche no, antivaccinisti ma anche no, capo di un movimento politico che annulla le votazioni, da e toglie il simbolo ma anche no, anche solo portavoce.
Quindi si nega che gli articoli del Sacro Blog siano stati visti e approvati dal Capo quando si rischia una querela: io non c’ero e se c’ero dormivo.
Nel Belpaese, invece, quello che ha dato i natali a Benito Mussolini e alla sua follia perchè in tanti, troppi, erano accecati dal suo populismo e non ne percepivano l’enorme pericolosità, i nuovi fascisti vengono coccolati e assecondati dalla stragrande maggioranza dei giornalisti, in parte per paura di ritorsioni, in parte per assecondare quella che pare essere la ‘volontà popolare’.
Non si spiega in altro modo il fatto che un giornalista si faccia umiliare da un pagliaccio lasciandosi dire ‘Se vuoi l’intervista dammi prima il numero di telefono di tua mamma che voglio parlare di te con lei’ senza reagire.
Non si spiega che il pagliaccio possa dire ‘Guardate, questi sono giornalisti, ricordatevi le loro facce’ senza che gli stessi reagiscano quantomeno alzandosi e mandandolo dove lui è abituato a mandare chiunque non la pensi come lui.
Ricordo le lettere senza risposta di Paolo Flores D’Arcais che ritenevo un giornalista intelligente, umiliato dall’esaltato di Genova.
Questo clima di accettazione dell’assurdo, questo assecondare la follia e le contraddizioni di uno psicopatico solo perchè piace alla gente, da parte di buona parte della stampa ma anche da parte di molti politici privi dei necessari attributi, mi fa pensare allo stesso clima che immagino ci fosse in Italia nel periodo che precedette la nascita del fascismo.
Quando tutti coloro che ora fingono di non vedere ciò che è evidentissimo, e cioè che questo è un teatro dell’assurdo nel quale un pazzoide può affermare qualunque sciocchezza e poi negare di averla detta, allora sarà troppo tardi. Allora tutti negheranno di essere mai stati grillini, com’è successo con Mussolini, com’è successo con Berlusconi.
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“Bizzarro popolo gli italiani. Un giorno 45 milioni di fascisti.
Il giorno successivo 45 milioni tra antifascisti e partigiani.
Eppure questi 90 milioni di italiani non risultano dai censimenti.”
– Winston Churchill –

 

 

Fernand Braudel, Napoli capitale d’Italia

A proposito di Capitale d’Italia, e di alcune buone ragioni per trasferirla da Roma a Napoli

 

“Grazie all’orgoglio aristocratico e alla timidezza dolorosa, Londra non è che una popolosa collezione di eremiti: non è una capitale. Vienna è solo un’oligarchia di duecento famiglie circondate da centocinquantamila artigiani o domestici che li servono: neppure quella è una capitale. Napoli e Parigi sono le due sole capitali.”  (Stendhal, 1822)

NAPOLI

secondo Fernand Braudel

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Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d’oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell’astuzia necessarie.

Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell’Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era – e di gran lunga – , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all’altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?

Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa…..Non dimentichiamolo, essa sarà l’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente.

Ma l’errore dell’Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità….Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.

Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di “vetrina del Sud” e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d’aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull’intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.

Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.

Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione. Pensiamo al suo abbagliante Settecento – che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni – in cui essa dona all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere – ne è testimone Galiani – alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.

Questo non è che passato? Forse. Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.

E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti…..Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma…..

Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poichè non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data.

Articolo sul Corriere della Sera, 1983

Zardoz e le comunità del futuro

Zardoz, e le comunità del futuro

 

     Zardoz è un film di fantascienza del 1974 diretto da John_Boorman, con  Sean Connery nel ruolo del protagonista principale, Zed lo Sterminatore, e la splendida Charlotte Rampling nel ruolo di Consuela, la gran sacerdotessa della Casta degli Immortali.

 

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Nell’anno 2293 la Casta degli Immortali vive sigillata entro le barriere impenetrabili del Vortex, amministrato da un possente cervello elettronico, il Tabernacolo, contenuto in un misterioso cristallo dalle infinite capacità riflessive. Il Vortex è una dimensione separata dal mondo esterno, dove vivono i mortali, i “bruti”, schiavizzati e uccisi dagli Sterminatori a cavallo, anch’essi mortali, ma al servizio degli Immortali. Nonostante l’alto sviluppo scientifico e tecnologico, gli Immortali si annoiano: alcuni di loro diventano Apatici, altri Rinnegati, coloro che per qualche gesto di ribellione vengono condannati a un’eterna vecchiaia. Sul mondo esterno domina Zardoz, una enorme maschera di pietra volante, somigliante alla Sfinge de La macchina del tempo o a una scultura dell’isola di Pasqua. Ed è proprio attraverso questa gigantesca testa di pietra che lo Sterminatore Zed (Sean Connery) entra nel Vortex, dopo aver ucciso il “pilota” Arthur Frayn, seminandovi la mortalità attraverso la resurrezione dei desideri e delle passioni, finchè anche il Tabernacolo, il grande cristallo trasparente che presiede all’organizzazione del Vortex, viene distrutto. Riportati alla vita, mortale ma autentica, gli Immortali implorano la morte. Zed e Consuela si accoppiano, generando un figlio, invecchiando e morendo come tutti i mortali.

Zardoz si rifà in parte alla Macchina del tempo, per quanto riguarda la divisione sociale fra Immortali e Bruti (Eloi e Morlocks), anche se rovesciata di segno, e senza viaggio nel tempo (il futuro è già qui). Un altro riferimento è il romanzo Il meraviglioso mago di Oz di L.Frank Baum (da cui il titolo “the wiZARD of OZ”), in cui il Mago di Oz, nella Città di Smeraldo, si presenta a Dorothy, la protagonista, nelle sembianze di una Grande Testa. Ma il film nel suo insieme offre molteplici risvolti e significati già presenti in altri romanzi di fantascienza, come L’alba delle tenebre di Fritz Leiber o Sixth Column di Robert Heinlein e soprattutto, dal punto di vista filosofico, La città e le stelle di Arthur C.Clarke, in cui chiaramente lo scrittore britannico concepisce la Città, Diaspar, come una specie di Eden dove vivono gli Immortali, sotto il controllo costante di un onnipresente calcolatore e dei Banchi della Memoria. Ma la perfezione della sua ingegneria sociale la sta portando all’inerzia, alla decadenza e alla monotonia. Mentre questa vita apparentemente perfetta sta portando la città all’estinzione, si sviluppa un elemento perturbatore, nelle sembianze di Alvin e del Buffone di corte, previsto dagli stessi progettisti della città, grazie al quale la vita si rinnova e Diaspar crolla.

Ma, al di là dei numerosi e complessi riferimenti letterari e filosofici, Zardoz è soprattutto una geniale esperienza visiva e psichedelica, una sorta di Matrix dell’era psichedelica, così come psichedelico e tipicamente controculturale è il tema della rigenerazione vitale per poter progredire oltre la staticità di un sistema perfetto e conchiuso. Tema che nel 1995 verrà ripreso, con accenti diversi, dal romanzo post-cyberpunk di Neal Stephenson, The Diamond Age (L’Era del Diamante, Shake, 1997).

Movimento di rigenerazione che evidentemente coinvolge lo stesso regista e i suoi attori. Sembra infatti che Zardoz nasca all’intersezione di più destini personali in un periodo particolarmente prolifico della fantascienza colta, filosofica e new wave, a partire, non a caso, da alcuni film della Nouvelle Vague (vedi il cortometraggio sperimentale La jetée di Chris Marker, 1962, fonte d’ispirazione per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam del 1995; Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965; Fahrenheit 451 di Francois Truffaut, 1966). Fino ai film di Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964; 2001: Odissea nello spazio,1968; Arancia meccanica, 1971) o di Andrej Tarkovskij (Solaris 1972; Stalker, 1979).

 

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John Boorman attraversa in quegli anni un periodo sfolgorante della sua carriera di regista, dopo Senza un attimo di tregua, Duello nel Pacifico, Leone l’ultimo, Un tranquillo week-end di paura, film holliwoodiani imperniati sulla socialità e sui comportamenti selvaggi dell’uomo “civile”,  e prima di L’esorcista II: l’eretico (1977), ed Excalibur, una delle riduzioni cinematografiche più riuscite del complesso di leggende di Re Artù e del Ciclo bretone (en passant faccio notare che anche K.W. Jeter, nel romanzo capostipite dello steampunk, La notte dei Morlock, pubblicato nel 1979, riprende in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur; la coincidenza è tanto più significativa in quanto sia Zardoz che il romanzo di Jeter, pur nella loro diversità, si riallacciano alla Macchina del tempo di H.G.Wells).

Nella carriera di Sean Connery, Zardoz si colloca immediatamente dopo la fine del ciclo di James Bond, ruolo da cui cercava di distaccarsi. Così, da agente segreto diventa lo Sterminatore, che riesce a seminare la morte fra gli Immortali grazie al suo sex appeal. E dopo 30 anni lo ritroviamo ancora nelle parti del vecchio cacciatore Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari. Infine, la ventisettenne Charlotte Rampling, già indossatrice e modella, stava vivendo un momento particolarmente felice della sua carriera, da  La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969) fino a Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), in ruoli piuttosto controversi  che ne sottolineano la bellezza ambigua.

In conclusione, Zardoz è una delle prime trasposizioni cinematografiche delle ansie legate all’emergere prepotente delle gated communities e delle Common Interest Developments, enclaves high tech per ricchi da cui escludere altri gruppi etnici o sociali anche mediante muri, vigilantes e dispositivi elettronici di sicurezza. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici, a scapito dell’interesse generale, aveva già portato, nella California degli anni Settanta, alla privatizzazione del governo locale, quel che nella incipiente subcultura cyberpunk verranno rappresentate come vere e proprie città-stato, e che Neal Stephenson in Snow Crash (1992) definisce “burbclaves”. Né bisogna dimenticare, su un piano in cui fantasia e realtà si mischiano ancora più strettamente, le Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT), le comunità del futuro o Disney’s Dream Town progettate da Walt Disney già a metà anni Sessanta  come fusione di pianificazione urbana e ingegneria sociale, con una visione ottimistica e techno-friendly del futuro, enfaticamente basata su “educazione, tecnologia, salute e senso del luogo”: un “mondo più perfetto”, o “un nuovo modello di apartheid urbana”? Qui, come in Zardoz, il cristallo comincia a incrinarsi, e appare il lato oscuro della disgregazione urbana.

 

Internet: Agorà permanente o Arena di gladiatori? (I giustizieri della rete 3)

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I servi sciocchi

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.” (Nicola Lagioia, http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

Quel che scaturisce dalla lettura de I giustizieri della rete di Jon Ronson, nonché dalle recensioni, è che il dilagare della violenza verbale nei social network non è più attribuibile ai tradizionali troll, a fanatici o pazzi, ma al contrario a persone “normali”, comuni, che sui social si trasformano, da soli o in gruppo, in un branco di assatanati Mr.Hyde 2.0, e trasformano quel che Internet avrebbe dovuto diventare secondo i cyber-utopisti, un’agorà permanente, in un’arena di gladiatori. Non parliamo più di trolls, ma di haters che si trasformano in Mr.Hyde, con le più svariate motivazioni, poco importa se basse o alte, ignobili o nobili, dettate dal’invidia o da una “giusta causa”. Ma in questo “spettacolo” chi fornisce i “contenuti” (i “servi sciocchi”) lo fa gratis, mentre chi fornisce i contenitori ci guadagna un sacco di soldi, e ha interesse a fomentare l’arena piuttosto che l’agorà. Osservare “i social network al loro peggio”, come scrive Lagioia, “è un po’ come per le risse televisive: più fanno schifo, più le guardi. Anche perché quell’oscuro scrutare certe volte è istruttivo. “.

E fra questi “servi sciocchi”, inutile illudersi o far finta di niente, può esserci chiunque: può esserci @dolcecandy, che stalkerizza ossessivamente un cantante famoso; può essere un noto direttore di una nota rivista che improvvisamente si scatena in una serie di tweet deliranti, ma può esserci lo stesso Lagioia, per caso o per malaugurata occasione, e naturalmente possiamo esserci noi stessi. E’ una violenza imprevedibile e trasversale, che non riguarda soltanto la rabbiosa hater che cerca di infangare l’immagine del divo o del vip, ma anche il professionista in carriera frustrato da una qualche aspettativa non realizzata, e perfino il sobrio scrittore che, in un momento di fragilità emotiva usa l’arma del sarcasmo contro la rappresentante di un’associazione culturale, rea di un errore irrisorio, scatenando, senza volerlo, una lapidazione virtuale.

Senza che la mia parte vigile se ne fosse resa conto – ma i bassi istinti dovevano averlo saputo – avevo cercato di dar vita a una lapidazione, e le mani altrui armate di pietre non si erano fatte attendere… la gente, intorno a me, sembrava attendere solo un’autorizzazione, un motivo, per quanto futile, per gettare merda su qualcuno che, fino a un attimo prima, era un perfetto sconosciuto…

Il tutto per un motivo irrisorio….L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia di ridursi a un’arena di gladiatori…Fosse pure stata gestita l’associazione X in modo sciatto, meritava due ore di terrorismo virtuale come punizione? Soprattutto, la mia parte più rozza e primitiva aveva preferito dimenticare che dietro la lettera d’invito c’era una persona in carne e ossa, un essere umano che, esattamente come me, era capace di soffrire, di sentirsi ferito dall’altrui brutalità. A quel punto ho chiesto scusa per l’accaduto all’autrice della lettera e ho cancellato il post per evitare che arrivassero altri insulti.” (N. Lagioia, idem)

Ancora una volta la cyber-utopia si è trasformata in una distopia: che si tratti di rabbia cieca, frustrazione, volontà di distruzione o auto-distruzione, “mai, come in questi frangenti, gli anni novanta così carichi di promesse sembrano lontani.”.

 

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“I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi. Chi mette a disposizione i contenitori, invece, fa soldi a palate “

E veniamo dunque alle considerazioni finali che Lagioia ricava dalle sue osservazioni.

Primo. A scatenare la violenza, la regressione primitiva, lo scadimento nel mister Hyde 2.0 è spesso una delle passioni umane che in rete (e non solo lì) sta avendo in questi anni maggior corso: il risentimento.

Secondo. Non importa che a provare risentimento sia l’anonima fan/hater della pop star da un milione di follower o il direttore della rivista patinata che si trasforma a tradimento in troll. Non è importante quanti soldi tu abbia, che ruolo svolga, quante persone lavorino sotto di te. In rete, se non stai attento a controllare i tuoi borborigmi emotivi, suonerai sempre un po’ troppo risentito. Sentirai di meritare di più, o che qualcuno ti sta rubando qualcosa.

Terzo. Questo risentimento di fondo può nascere da tante situazioni. L’assenza della fisicità consentita da internet (lo abbiamo detto) può farci provare il brivido di comportarci come bestie in balia degli istinti primari senza che nessuna goccia di sangue sia versata. Può essere il fatto che in un mercato zavorrato dalla crisi ognuno è spinto a credere di ricevere troppo poco rispetto agli sforzi che compie ogni giorno. E tuttavia può esserci anche altro. Per esempio, il fatto che qualcuno ti mette a disposizione un palcoscenico dove sei libero di esibirti ventiquattr’ore al giorno. Tu lo fai, ti esibisci, ricevi degli applausi. Lo spettacolo genera addirittura qualche spicciolo, che subito però svanisce. Non è nelle tue tasche, non in quelle del pubblico. Cos’è successo? Cominci a sentirti nervoso.

Quarto. Recentemente intervistato da Gianni Santoro per la Repubblica, il leader dei Radiohead Thom Yorke, alla domanda “da dove vengono oggi i maggiori profitti per un musicista?”, ha risposto stizzito:

Non lo so, ditemelo voi. Non ho la soluzione a questi problemi. So solo che si fanno soldi con il lavoro di molti artisti che non ne traggono alcun beneficio. Si continua a dire che è un’epoca in cui la musica è gratis, il cinema è gratis. Non è vero. I fornitori di servizi fanno soldi. Google. YouTube. Un sacco di soldi, facendo pesca a strascico, come nell’oceano, prendono tutto quello che c’è trascinando. ‘Ah, scusate, era roba vostra? Ora è nostra. No, no, scherziamo, è sempre vostra’. Se ne sono impossessati. È come quello che hanno fatto i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Anzi, quello che facevano tutti durante la guerra, anche gli inglesi: rubare l’arte agli altri paesi. Che differenza c’è?

 

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Quinto. La rete è probabilmente il contesto in cui oggi si sconta la maggiore sproporzione economica tra chi mette a disposizione i contenitori e chi fornisce i contenuti. I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi (si tratti dello sfogo astioso di @dolcecandy o dell’ultimo meraviglioso album di Sufjan Stevens). Chi mette a disposizione i contenitori fa invece soldi a palate. La musica è stata letteralmente fatta a pezzi da questo sistema di cose…Sta di fatto comunque che mentre il patrimonio di Mark Zuckerberg supera il prodotto interno lordo del Ghana, ai produttori di contenuti non va praticamente nulla, fossero anche il giovane Wittgenstein e il non più giovane Russell che rifondano su Facebook la filosofia del linguaggio.

Sesto. Quanto conta la “struttura” che rende possibile il nostro stare in rete rispetto alla nostra antropologia, alla temperatura emotiva dei nostri comportamenti? Mentre scriviamo un post, un tweet, o discutiamo in una chat, quanto è automaticamente influenzato il nostro umore (consapevolmente o meno) dalle regole profonde (meccanismi economici in primis) che determinano il funzionamento del contenitore che ci ospita? Al di là della nostra libertà di digitare un tweet, quanto è giusta e democratica, e libera, al livello di fondamenta, la struttura di internet?

Se la rete è destinata ad aumentare sempre più il suo potere, e cioè il suo peso economico e politico, non si dovrebbe auspicare nel ventunesimo secolo, per la galassia di internet, ciò che nel novecento è stato oggetto di lotta rispetto al mondo reale? Perché mai dovremmo accettare le regole della rete così come sono, se si tratta di regole anche ingiuste? In fondo non è questo che gli ultimi tre secoli di processi democratici ci hanno insegnato? Avere il diritto/dovere di spendersi per cambiare uno status quo che non ha alcuna intenzione di migliorarsi da sé…

Pur immaginandoli (i padroni della rete) mossi da buone intenzioni, ai loro interessi fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Settimo. D’accordo, abbiamo scherzato. Abbiamo letto troppe volte Philip Dick. Nulla di tutto questo è vero. E se una parte lo fosse? Cosa ci costa una scommessa pascaliana? Va bene, non è vero. Fingiamo che il web sia strutturalmente il migliore dei mondi possibili. Lo stesso: che senso può avere andarsene in giro nei panni di mister Hyde 2.0? Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in maniera dissennata.

Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un battito di ciglia – quali mondi non stiamo esplorando e quali possibilità ci stiamo precludendo comportandoci come i pazzi sanguinari che non aspiriamo a essere? Che cosa, in fin dei conti, stiamo perdendo nel non usare la rete per evolverci?

(tutte le citazioni da http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

 

 

Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

I Giustizieri della Rete 1. Gogne mediatiche e tweet storm (Jon Ronson, rec. M.Baldrati e B.Vecchi)

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I Giustizieri della Rete 1.

 

Alcune settimane fa citavo un post di Mauro Baldrati (http://www.carmillaonline.com/2015/12/17/vecchi-e-nuovi-troll-nella-suburra-di-facebook/)

su trolls e violenza verbale dilagante in Rete, spinta spesso fino al linciaggio e alla diffamazione, reati gravissimi che incomprensibilmente non vengono quasi mai puniti, alimentati peraltro dai cosiddetti social network, che bisognerebbe ribattezzare asocial network, collettori di spazzatura e fogna degli scarti umani della nostra società, ove primeggiano senza vergogna grulloidi, fascisti, leghisti e psicopatici di ogni specie classificata dal DSM. Dalle ormai lontane utopie (vent’anni fa!) sulle potenzialità rivoluzionare della Rete in termini di comunicazione e democrazia orizzontale si è precipitati in feroci distopìe concrete, già anticipate in numerosi film di fantascienza o nella narrativa Cyberpunk, e che sempre più rischiano di dilagare nel cosiddetto reale, o realtà, basta dargliene il modo. Non si dimentichi mai cosa sono diventate in pochi mesi le sedicenti primavere arabe, che nel 2011 (cioè non un secolo fa) venivano elogiate come “rivoluzione di Facebook e di Twitter”, e su cui ha scritto ampiamente Evgheni Morozov. Per non parlare di quell’altra splendida invenzione delle “rivoluzioni” arancioni nell’Est Europa! Primavere e Rivoluzioni che non mancheranno di far visita nell’Europa Occidentale in tempi strettissimi, come molti segnali lasciano già prevedere.

Nel suo intervento su trolls e violenza in Rete, Baldrati, dopo aver riepilogato il passaggio dai blogs ai social network, concludeva:

Ma i Troll non sono scomparsi. Anzi, sono mutati, si sono per così dire incattiviti, liberando senza freni forme di aggressività violenta, di razzismo, di fascismo, di misoginia e omofobia che nella precedente versione in fondo erano tenute sotto controllo…il problema è costituito dagli aggressivi violenti. Ci sono post costituiti esclusivamente da dichiarazioni di odio, con auguri di incidenti e malattie mortali. Sono lì, liberi, trionfanti, senza freni…. Una sorta di rete simil-sotterranea della follia…Tutti i sentimenti più “bassi” della specie insomma, che vengono scatenati in un gioco fatale di auto alimentazione, che costituiscono una sorta di plusvalore per le destre e per i detentori dei “parchi utenti”. In definitiva è un’uscita dal reale, e un’entrata nel nulla, del quale si nutrono tutte le metafisiche di questo mondo.

 

Negli stessi giorni del post di Baldrati uscivano le recensioni al libro del giornalista e scrittore Jon Ronson, intitolato appunto I giustizieri della rete (Codice edizioni), in cui attraverso la ricostruzione di alcuni casi la magica Rete viene definita come la riedizione contemporanea (in peggio) della gogna medievale. Il libro viene presentato così dallo stesso editore:

 

La pubblica umiliazione ai tempi di internet…Twitter e Facebook hanno un lato oscuro: spesso alimentano i peggiori istinti moralizzatori delle persone, dando vita a una versione moderna e violentissima della gogna pubblica. Il bersaglio può essere chiunque, il perfetto sconosciuto come il personaggio famoso: Justine Sacco, che per un tweet di cattivo gusto ha perso il lavoro; Jonah Lehrer, star della divulgazione scientifica che si è visto rovinare la carriera per una citazione (inventata) di Bob Dylan; Lindsey Stone, che per una foto su Facebook si è dovuta quasi nascondere in casa per un anno; sono solo alcune delle vittime della violenza cieca e anonima dei giustizieri della rete. Dopo i paranoici cospirazionisti di “Loro” e gli insospettabili “Psicopatici al potere”, Ronson ci accompagna ancora una volta nelle pieghe nascoste della nostra “sana” e “normale” società.”

 

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Questi moderni giustizieri e lapidatori digitali non sono, nella realtà quotidiana, dei “cattivi” e “mostri”, ma sono e si presentano come i “buoni”, i “moralisti”, persone normali, cittadini, la cosiddetta “gente”: sono gli onesti cittadini della porta accanto, che improvvisamente si trasformano in bulli, in tanti (spesso tantissimi) Mr Hyde (e non dimentichiamo che il Dr.Jekyll è uno scienziato).

 

Ciò che a Ronson preme indagare – scrive Benedetto Vecchi nella sua recensione su il manifesto (http://ilmanifesto.info/il-potere-oscuro-delle-folle/) sono le inedite forme di ripristino della gogna, che non ha un ceppo, né un pubblico ghignante raccolto in una piazza, bensì piattaforme digitali, social network e una platea potenzialmente illimitata… Leggendo i commenti (su Facebook o su Twitter) ha constatato il crescendo di violenza verbale e di turpiloquio, fino a quando i messaggi diventano uno tsunami che ha una sola vittima e tanti carnefici. Il racconto della decisione di scrivere il libro I giustizieri della rete (Codice edizione, pp. 238, euro 21) potrebbe ridursi a una catena ininterrotta di aneddoti che, d’altronde, l’autore dispensa a piene mani, ma ha a che fare con la riduzione della comunicazione on line in un inferno.”

I casi osservati e raccontati da Ronson sono tantissimi e, fra haters, tweet storm, umiliazioni pubbliche, giustizialismo da bar, bufale, diffusione virale dei messaggi delineano un fenomeno che ben conosciamo anche qui da noi e che spesso si abbatte sulle vittime malcapitate come uno tsunami, in molti casi alimentato ad arte da professionisti della gogna mediatica, che solo in pochi casi pagano per le loro diffamazioni (multe peraltro ampiamente ammortizzate dai loro lauti guadagni).

I case study di questo libro sono però storie di licenziamenti, di cancellazione coatta della socialità, di personalità andate in frantumi dopo la gogna on line. Ma più che per l’analisi della vergogna e dell’umiliazione, il libro di Ronson è significativo perché aggiunge un tassello nel puzzle che ha come oggetto le forme di produzione dell’opinione pubblica nell’era di Internet. Da buon liberale, Ronson ritiene che nella produzione dell’opinione pubblica ci siano antidoti alla gogna mediatica. È cioè convinto che alla fine la verità si faccia strada nel labirinto delle falsità e nella foresta del verosimile. La diffusione delle «bufale» e il loro «svelamento» da parte degli internauti è sicuramente una conferma di questa fiducia illuministica nel potere della folla. Ma ciò che è rilevante è il fatto che la denigrazione, gli insulti, i troll e i flame sono elementi fondanti della comunicazione on line, perché hanno la capacità di catturare l’attenzione di un pubblico distratto, sovraccarico di stimoli e informazioni.

L’opinione pubblica dentro e fuori la Rete – la televisione è stata l’apripista di questa modalità «gridata» della comunicazione – non si forma attraverso un agire discorsivo «razionale» ma facendo leva su reattività primarie. In altri termini, il giustizialismo in rete è fratello gemello del giustizialismo politico. Sono cioè i due volti del populismo dentro e fuori la rete, dove l’essere connessi a «ciclo continuo» è la condizione necessaria alla presenza di una opinione pubblica sempre in divenire, dove il verosimile è preferito alla verità. Con buona pace di Aristotele, Platone e Jürgen Habermas.

I giustizieri della rete – conclude Benedetto Vecchi, sono persone cosiddette “normali”, comuni,

sono i guerrieri dell’ordine costituito, anche se a parole si scagliano contro i potenti. Fanno leva sul verosimile per legittimare punti di vista che di sovversivo hanno ben poco, come testimonia l’esperienza on line di movimenti politici come gli italiani pentastellati o i blog legati alla destra evangelica negli Stati Uniti. La radice del problema – la gogna mediatica – sta dunque nel modo di produzione dell’opinione pubblica, cioè in quel dispositivo che produce consenso all’ordine costituito.”

Ma una riflessione completa di questo fenomeno esula dalle intenzioni di Ronson, secondo il quale, nella sua ottica liberal, in fondo non si tratta che di “distorsioni della comunicazione pubblica” in senso gregario, giustizieri che si trasformano in folle (Gustave Le Bon). La manipolazione e la propaganda sarebbero dunque uno strumento estrinseco, sovrapposto alla Rete, che sarebbe fondamentalmente buona (uno strumento neutro, come si suol dire, solo momentaneamente infestato da parassiti e psicopatici).

Se, al contrario, fosse proprio la Rete il problema?

Ma più che una eccezione, le azioni dei giustizieri della rete sono dunque la norma. Perché contribuiscono a una sovrapproduzione di informazione, fattore fondamentale alla crescita dei Big Data e delle cloud che devono puntare a saturare l’infosfera per produrre accumulo dei dati da elaborare e trasformare in merci. Il conflitto, come suggerisce una giovane radical intervistata da Ronson, riguarda proprio questo modo di produzione capitalistico dell’opinione pubblica.”

Solo prendendo coscienza di queste contraddizioni i “ribelli a favore dell’ordine costituito” potrebbero trasformarsi, secondo Vecchi, in “militanti politici contro l’ordine costituito”.

 

  1. continua

 

 

 

 

 

Club Culture, fra Lapassade e Bains Douches (introduzione di Pierfrancesco Pacoda)

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Pierfrancesco Pacoda, Rischio e desiderio, NFC 2015, pag. 232 € 11.90, antologia di saggi sulla nascita della “Club Culture” – estratto dall’Introduzione (foto di Mauro Baldrati)

 

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Pacoda_rischioNegli anni ’90 l’antropologo francese George Lapassade, esponente di spicco della cultura che mescolava ribellione e accademia (buon amico di Pier Paolo Pasolini con il quale in pieno 68 protesta contro la Biennale di Venezia) arriva in Romagna per avviare una serie di osservazioni sul campo all’interno del Cocoricò di Riccione.
Lui che ha studiato gli stati modificati di coscienza e lo sciamanesimo tra il Marocco, Haiti e il Brasile sceglie una discoteca della Romagna per continuare i suoi studi sul cosiddetto fenomeno della ‘trance’ metropolitana.
Era quello, va ricordato, il Cocorico che ospitava le performance del nascente teatro della nuova avanguardia italiana (indimenticabili le azioni della neonata Societas Raffaello Sanzio) e le lezioni, prima delle luci delle luci dell’alba del filosofo Manlio Sgalambro nel piccolo privè Morphine, dove spesso il dj, invece della techno, selezionava musica classica.
Erano gli anni dell’elaborazione della club culture, dell’idea, cioè, che la pista da ballo potesse generare inediti flussi culturali, al di là della sua funzione ‘naturale’ di produttrice di piacere, che il club, la ‘discoteca’ potessero tornare a essere riflesso immediato delle grandi modificazioni sociali, accompagnandole, persino.
Che è poi il motivo per il quale nella New York di metà anni ’70 la disco, insieme all’hip hop e al punk (linguaggi sonori non a caso provenienti dallo stesso luogo nella stessa epoca), parlava un forte linguaggio di ‘liberazione’. La gioia insieme alla rivoluzione.Bainsrid1

La conquista del diritto alla visibilità e, in fondo (sembra paradossale parlando di club e di stravaganze) e alla ‘normalità’ per una subcultura che subito fece suo, come elemento fondante, come essenza stessa, come anima, il ‘mito’ della ‘diversità’.
Sia essa una diversità etnica, sociale, sessuale.
Le grandi rivendicazioni, l’orgoglio di essere come si vuole essere, contro tutto e contro tutti, sono state il segno distintivo della club culture. Per questo la definizione di cultura, per raccontare questa scena, è più che opportuna.

Perché ballare sino all’alba era la risposta di strada alla necessità di costruire una identità negata.

Dal ‘leggendario’ Loft di David Mancuso, che con le sue feste in casa mescolava alto e basso, intellettuali e emarginati, al fenomeno dei rave parties, dalla nascita dei superclub che da semplici discoteche si fanno stili di vita ai sound system nomadici che a Capodanno fanno ballare Sarajevo sotto assedio dei cecchini, il club ha sempre cercato di confondere il piacere e il rischio, che sono due caratteristiche delle quali le cosiddette culture giovanili, sin dal loro emergere nel secondo dopoguerra, hanno un infinito bisogno.
E gli eccessi dei jazzisti del bebop, quelli di Elvis e del versante oscuro del rock’n’roll, quelli della psichedelica californiana che, complici gli allucinogeni, credeva davvero che il cielo fosse finalmente caduto sulla terra, sono tasselli di una ‘ribellione senza una causa’ che accompagna la difficoltà di accettare che l’adolescenza sia un rito di passaggio (transe, trance, appunto).
In questo territorio instabile, di difficile lettura si muovono da tempo sociologi, antropologi (pensiamo nuovamente a George Lapassade), medici, ma anche gestori di club, scrittori, dj che cercano di posare il loro sguardo su quello che è diventato il luogo di aggregazione per eccellenza (e quindi di sviluppo) delle culture giovanili.
A loro abbiamo chiesto di accompagnarci in questo viaggio verso il cuore nascosto, ma incredibilmente pulsante, della pista da ballo (…)


continua

http://www.carmillaonline.com/2015/12/29/la-club-culture-tra-rischio-e-desiderio/