Gli zoo umani nell’era degli Imperi coloniali (Vénus Noire 2)

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Gli zoo umani nell’era degli Imperi coloniali

 

Nel 2002 si tennero a Città del Capo i funerali di Stato di Saartjie “Sarah” Baartman, la “Venere ottentotta” morta nel 1815, famosa agli inizi del XIX secolo come fenomeno da baraccone nei Freak Show e nei circoli borghesi di Parigi e Londra. Nel maggio del 2002 infatti il Sudafrica di Nelson Mandela era riuscito ad ottenere dalla Francia i resti della povera ragazza, uno scheletro e due flaconi di formalina che contenevano il cervello e gli organi femminili, che per quasi due secoli erano rimasti esposti al Museo dell’Uomo di Parigi, dopo l’autopsia eseguita dal celebre biologo e anatomista Georges Cuvier. Saartjie apparteneva al popolo dei Khoisan, uno dei più antichi dell’Africa Australe, chiamati dagli olandesi “ottentotti” (il gruppo dei Khoi) o “boscimani” (il gruppo dei San), ormai ridotto a poche migliaia dopo innumerevoli stermini e repressioni.

Saartjie, o “piccola Sara”, fu il nome che le venne dato dai Baartman, coltivatori olandesi di Città del Capo che l’assunsero come serva. Era alta un metro e 35 cm, ed era considerata particolarmente bella fra le donne Khoi perché in lei erano molto sviluppate le caratteristiche fisiche che quell’etnia teneva in gran conto, le natiche molto prominenti e rialzate, e le piccole labbra, lunghe 8-10 cm (il cosiddetto “grembiule ottentotto”).

Quand’era ormai ventenne, il fratello del padrone, Cezar, le propose una tournée in Inghilterra come fenomeno da baraccone da esporre nei freak shows, in cambio della metà degli incassi e della possibilità di diventare un’artista. Fu così che nel breve giro di 5 anni, dal 1810 al 1815, Saartjie compì l’intera sua parabola europea da “creatura mostruosa”, offerta in pasto a un pubblico avido di novità esotiche, a prostituta di strada e alle malattìe che la porteranno alla morte, passando per salotti borghesi, feste private e bordelli. Nelle sue esibizioni, Saartjie appariva legata alla catena, completamente nuda, ma con la vagina coperta, e camminava a quattro zampe mettendo in risalto le natiche e dimenandosi come un animale selvatico. Le esibizioni londinesi suscitarono grande scandalo, al punto che un’associazione di beneficenza, la African Institution, denunciò il caso, ma lei sostenne di non essere ridotta in schiavitù e di farlo liberamente per guadagnare denaro e tornare, ricca, in Sudafrica. Sempre a Londra Saartjie si sposò ed ebbe due figli. Tre anni dopo si trasferì a Parigi dove venne ingaggiata da un addestratore di animali, e posò nuda per “ritratti scientifici” al Jardin du Roi (poi Jardin des Plantes), dove venne esaminata da Georges Cuvier e altri scienziati. Nella seconda metà del 1815 si ammalò, si diede a bere e a prostituirsi, e morì il 29 dicembre, a causa di una malattia infiammatoria. L’autopsia venne condotta dall’anatomista de Blainville e ripubblicata nel 1817 da Cuvier con relative osservazioni. Lo scheletro, i genitali e il cervello vennero esposti, fino al 1974, al Musée de l’Homme (Palais de Chaillot).

extraordinaire! du jamais vu en Europe!”

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Saartjie fu la più famosa delle “Veneri ottenttotte” portate in tournée, ma non la sola. Da secoli gli indigeni venivano portati in Europa come “curiosità”. A partire dagli inizi dell’’800 cominciarono ad essere abbinati, come “umani feroci”, agli “animali feroci”. La ricerca dello “straordinario” e del “selvaggio” portò negli anni ’70 dell’ ‘800 alla nascita degli “Zoo umani” , di cui furono pionieri l’americano Phineas Barnum e il tedesco Carl Hagenbeck, i quali sfruttarono l’enorme curiosità verso l’esotico suscitata a livello di massa dall’espansione coloniale. Ottentotti, Boscimani, “pigmei”, “trogloditi”, “nani d’Africa” vennero esposti in cattività in “villaggi negri” o “indigeni” fedelmente ricostruiti (“Trogloditi Africani” a Berlino, “Pigmei d’Africa” alle Folies Bergeres di Parigi, freak shows in America).

Con gli zoo umani e i freak shows, il mito del “selvaggio” diventa un fenomeno di massa a portata di mano, o di sguardo, e affiancandosi alla biologia e allo sviluppo di nuove scienze, come l’antropologia e l’etnologia, fanno “da tramite tra le ricerche scientifiche sull’essenza razziale e il desiderio popolare di immagini del dominio bianco…”Collezionare, scrutare, misurare, promuovere… la differenza” diventa un modo per addomesticare il selvaggio, per stabilire rassicuranti gerarchie e zone “di chiara leggibilità e di stabilità dei confini”, messe al riparo dal vortice della modernizzazione (AA.VV., Zoo umani. op.cit.).

Fra le prime “Veneri ottentotte” e gli “zoo umani” della seconda metà dell’0ttocento si sviluppò un poderoso intreccio di scienza, spettacolo, Esposizioni e comunicazione di massa sotto il segno sempre più accelerato dell’avventura coloniale, che trova la sua apoteosi nell’Exposition Coloniale del 1931 a Vincennes. Eppure stranamente, nonostante i milioni di spettatori e il loro enorme successo, le “esibizioni antropozoologiche” sono state completamente dimenticate per lungo tempo, rimosse dalle versioni gloriose e decantatorie delle “magnifiche sorti e progressive” democratiche e “occidentali”, salvo essere riscoperte dai cantori cosiddetti “neo-vittoriani”, eredi dei loro progenitori ottocenteschi che si accalcavano eccitati per guardare le ultime attrazioni esotiche rinchiuse come “bestie selvagge” e messe in scena dietro sbarre e cancelli.

highres

I primi “zoo umani” vennero organizzati a partire dal 1874 (Carl Hagenbeck in Germania) e dal 1876 in Francia (Jardin d’acclimatation dello zoo di Parigi). In realtà la definizione di “zoo umani” è stato coniata dallo zoologo inglese Desmond Morris come titolo di un suo libro del 1969, in cui paradossalmente considera, come animali in uno zoo, gli abitanti delle città civilizzate contemporanee, costretti a vivere nelle “giungle di cemento” come animali in gabbia. Lo storico Pascal Blanchard ha però riportato indietro lo “zoo umano” ai suoi esordi ottocenteschi, per indicare l’esibizione spettacolare di individui o gruppi di esseri umani esotici principalmente all’interno di circhi e giardini zoologici, dall’Ottocento fino agli Trenta del XX secolo. Blanchard e i suoi colleghi (Sandrine Lemaire, Nicolas Bancel, Gilles Boëtsch, etc.) hanno dunque “scoperchiato” un ambito di ricerca praticamente rimosso, i cui lavori sono stati pubblicati in libri come il già citato Zoo umani. Dalla Venere ottentotta ai reality show (2003) e il suo seguito Human Zoos. Science and spectacle in the Age of colonial Empires (2008).

Lo spettacolo non ha solo la funzione di escludere e rinchiudere, ma anche quella di rendere possibile, grazie alle esibizioni antropozoologiche, un “primo vero e proprio contatto di “massa” tra i mondi cosiddetti esotici e ampie frange della popolazione europea (da Parigi a Mosca) e americana. Un contatto in cui si tocca, si guarda, si compra il “souvenir” di qualcosa che fa paura in quanto bestiale, animalesco, non umano, altro. Il concetto di “zoo umano” va riportato al suo significato proprio, sia come modello di organizzazione dello spazio (cancelli, sbarre, recinti) in quanto separazione e distanza, sia come addomesticamento dell’animalità umana, quella dello spettatore, non quella della “belva feroce” rinchiusa in gabbia. E’ vero che successivamente anche la “belva” avrà il diritto, anzi dovrà reclamare il diritto di divenire “umana” e educarsi da sé, quando il tempo delle colonie volge al termine, ma in pieno Ottocento è l’animale umano europeo che bisogna educare a una nuova impresa degna dell’avventura coloniale. E questa educazione avviene proprio grazie alle esposizioni etnologiche o antropozoologiche, ai “villages nègres”, poi anche “indocinesi”, “arabi”, “kanak”:

“Se esiste una pedagogia della cittadinanza, le esibizioni antropozoologiche ne sono state uno dei luoghi fondamentali di esercizio: guardando il selvaggio, il cittadino bianco, europeo o americano, vedeva la propria immagine riflessa, imparava a disciplinare il proprio oscuro desiderio di trasgressione (sempre implicito nel rapporto con l'”altro”), trovava conferma, nello spettacolo della barbarie offerto da corpi “mostruosi”, della superiorità di un insieme di tecniche di “individuazione corporea” calibrate sui tempi e sui ritmi del lavoro industriale…” (S.Mezzadra, “Il grande circo della modernità”, il manifesto, 24 ottobre 2003).

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La carriera del tedesco Carl Hagenbeck (come quella di Phineas Barnum negli USA) è esemplare in questo senso. Favorito dall’attività del padre, che era un pescivendolo di Amburgo, negli anni ’60 del XIX secolo cominciò a collezionare animali esotici e selvatici, prima comprati al porto, poi direttamente in giro per il mondo, diventando uno dei più grossi commercianti europei di animali esotici, e costruendosi uno zoo privato fra i più rinomati, il Thierpark Hagenbeck. Già dal 1874 alla collezione cominciarono ad aggiungersi popoli “naturali”, da esibire in pubblico negli “zoo umani”, come samoani e lapponi, insieme alle loro tende, armi, slitte e un gruppo di renne. A questi ben presto si aggiunsero i nubiani del Sudan, con relativi animali feroci, ottenendo un successo strepitoso in tutta Europa, e gli esquimesi (Inuit). Sia gli zoo animali che umani intendevano ricreare l’habitat originario, separati dal pubblico mediante fossati piuttosto che sbarre. L’obiettivo di Hagenbeck era di offrire esibizioni sempre più “realistiche”, in questo sollecitato anche dalla concorrenza della crescente popolarità della fotografia. Il circo di Hagenbeck divenne una delle “attrazioni” più popolari in Europa e nei parchi di divertimento americani. Successivamente si applicò a perfezionare la sua concezione dello zoo come “panorama” aperto, in cui far apparentemente convivere “in armonia” più specie animali, ormai liberate dalla lotta per la sopravivenza. Nel 1910 diresse anche il design del Giardino Zoologico di Roma.

Le concezioni di Hagenbeck influenzarono Geoffroy de Saint-Hilaire, il direttore del Jardin zoologique d’acclimatation di Parigi, che decise di risollevarsi da una delicata situazione finanziaria organizzando nel 1877 due “spettacoli etnologici” con nubiani ed esquimesi come protagonisti. Il numero dei visitatori raddoppiò e il Giardino registrò un milione di entrate a pagamento. Evidentemente, come si leggeva sulla stampa, la curiosità per “animali umani” così singolari non era inferiore a quella per gli animali esotici. Le entrate economiche e la concorrenza di altri shows e media, costringevano a inventarsi nuovi tipi di “offerta” a un pubblico avido di nuove attrazioni. Tra il 1877 e il 1912 vennero organizzate a Parigi una trentina di «esposizioni etnologiche» di questo tipo con un successo costante.

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Fu poi la volta delle Esposizioni Universali parigine del 1878 e del 1889 (quella della Torre Eiffel) coi loro “village nègre” e le centinaia di comparse indigene, visitate da decine di milioni di spettatori. A seguire poi l’Esposizione mondiale del 1900, col Diorama “vivente” del Madagascar, le Esposizioni coloniali del 1906 e 1907 a Marsiglia e Parigi, per chiudere con l’Exposition Coloniale Internationale del 1931 contestata dai Surrealisti. Naturalmente l’America non fu da meno, e così si moltiplicarono “Piccoli Egitti” e “Grandi Orienti” in tutte le Esposizioni più importanti. Dalle Fiere, dagli zoo e dai circhi, questi spettacoli finirono alle Folies Bergères o ai Champ de Mars, ai teatri e ai varietà, con messinscene sempre più elaborate dei “selvaggi”: costumi sfarzosi, danze frenetiche, “lotte sanguinarie”, “riti cannibalici”, ricostruzione di interi episodi della conquista coloniale, in genere sottolineando la “crudeltà”, la “barbarie” e i “costumi disumani”. Il cinematografo ai suoi albori, interno esso stesso alle fiere e ai luna park, si impossessò rapidamente di tutte queste attrazioni, riproposte a prezzi stracciati nei pidocchietti di periferia.

"Villages sénégalais et dahoméens. Troupe de 160 indigènes. Exposition ethnographique"

Anche in Italia, durante l’intero periodo coloniale (1880-1940) vi furono numerosi Zoo umani o Esposizioni etnologiche viventi, organizzate all’interno di Fiere e Mostre oppure da impresari privati o da Opere missionarie, come dimostrazione dell’azione civilizzatrice delle Missioni. Fu così che il pubblico italiano cominciò a familiarizzare con Assabesi ed Amazzoni, Abissini e Dinka, Togolesi e Mandingo, ma anche con il Buffalo Bill’s Wid West show, e villaggi Eritrei ed Etiopici, organizzati da Carl Hagenbeck: un viaggio intorno al mondo “per circa mezza lira”. La complessa evoluzione del fenomeno in Italia in rapporto al razzismo e al colonialismo durante il periodo liberale e fascista è stata analizzata attentamente dagli storici Guido Abbattista e Nicola Labanca (G.Abbattista, “Africani a Torino – La rappresentazione dell’Altro nelle esposizioni torinesi 1884-1911”, 2003; G.Abbattista, “«Dagli Ottentotti agli Assabesi. Preambolo a una ricerca sulle esposizioni etniche in Italia nel sec. XIX», Cromohs, 9 (2004); G. Abbattista- N. Labanca, “Living Ethnological and Colonial Exhibitions in Liberal and Fascist Italy”, in Human Zoos, Science and Spectacle in the Age of Colonial Empires, 2008; G.Abbattista, Umanità in mostra – Esposizioni etniche e invenzioni esotiche in Italia (1880-1940), EUT, 2013).
l'invention du sauvage

  1. continua

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