Mario Perniola, Oltre il nichilismo e il populismo

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Già in altre occasioni ho presentato dei brevi testi del filosofo Mario Perniola dedicati al rapporto fra Estetica e Politica (Agalma 24, “Da Nietzsche a Breivik”, da-nietzsche-a-breivik-mario-perniola/) o alla Società dei simulacri (“Introduzione –  La societa dei simulacri nel tempo del governo dei peggiori-mario-perniola/), in cui fra l’altro afferma

“Nel momento in cui l’amministrazione della giustizia e le istituzioni sanitarie, scolastiche ed accademiche collassano, si è manifestato finalmente il dubbio che il furore contro le aristocrazie scientifiche, intellettuali e burocratiche ha portato al trionfo delle oclocrazie, cioè al governo dei peggiori. Spacciare l’oclocrazia per democrazia è un errore fatale che gli antichi Greci non avrebbero mai commesso.”.

Ma Perniola non è tipo che si fa rinchiudere in facili stereotipi. E perciò così come ci avverte sui rischi dell’oclocrazia, ci avverte anche del rischio opposto, di bollare il vasto mondo dell’insurrezione e della rabbia col nome di “antipolitica”, il che ci consente certo di autoassolverci, ma non di elaborare una nuova teoria adeguata ai tempi:

“ Il tarlo populistico, che già negli anni Ottanta “era sotto gli occhi di tutti” (come allora scrivevo), manifestandosi ovunque l’intrigo e la macchinazione prendono il posto della società e dell’organizzazione razionale oppure con l’esaltazione delle idiozie più diffuse e con l’intrigo o con una combinazione di ambedue le cose, sta ora facendo crollare il tavolo, che è ormai fradicio.

È molto riduttivo e addirittura narcotizzante riportare nell’alveo del neo-nazismo, del neo-fascismo, dell’anarchismo, del populismo tradizionale o dell’anti-semitismo, la rabbia che cova nelle società euro-americane. Tale sentimento di ira impotente appartiene al mondo della globalizzazione e non alle ideologie politiche di cent’anni fa. Esso non trova un’espressione teorica e si veste perciò con i panni del passato, così come gli insorti della Rivoluzione francese si travestivano da antichi Romani.

Trovo piuttosto fuorviante bollare tutta questa vasta insurrezione col nome di “antipolitica”, perché essa è alla ricerca di una politica differente da quella ideologica: ora questo è un compito che non può essere svolto né dai demagoghi, né dai comici, ma da un’intelligentsia, che non sia più disposta ad accodarsi a questo o a quel partito, a questa o a quella ideologia. Nel passato la teoria era sempre più avanti del movimento sociale; ora avviene il contrario. Ci troviamo dinanzi ad una rivolta in atto, ma fanno difetto gli strumenti teorici per pensarla.”

QUI (http://www.agalmaweb.org/editoriale.php?rivistaID=24) il testo intero tratto dal nr.24 della rivista Agalma.

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“Le tendenze descritte nel sesto capitolo, Nichilismo e populismo, scritto negli anni Ottanta, il nietzscheanismo e il neo-nazismo, che allora consideravo come marginali, hanno acquistato un’importanza sempre più rilevante. Già allora tuttavia ritenevo che questi due termini non fossero adeguati a descrivere quanto stava accadendo. Il tarlo nichilistico cominciava a trasmettersi all’intera filosofia: ora nessuno può considerarsi immune da questa patologia, anche perché nel frattempo gli intellettuali sono stati destituiti da ogni rilevanza politica, per cui ognuno lotta da solo per la propria sopravvivenza con le armi arrugginite di cui dispone. Niente di più ipocrita e di intimidatorio che l’appello alla responsabilità morale e politica dell’intelligentsia, quando tutti sanno che questa non conta nulla: è come mettere sotto accusa un disabile perché non vince una gara atletica! Così piuttosto patetiche mi sembrano le dispute culturali, quando queste superano i limiti della legittima divergenza tra opinioni ed interpretazioni differenti trasformandosi in biliosi e stizzosi attacchi personali, che emozionano soltanto i diretti interessati: per quanto diversi siano i punti di vista e le scelte, chi dedica la propria vita allo studio deve sempre mantenere un atteggiamento di rispetto nei confronti di chi opera con impegno e sacrificio nello stesso campo. Non siamo più ai tempi dei “compagni di strada” o poput?iki, cioè coloro che mostravano uno spontaneo spirito di collaborazione nei confronti dei politici pur essendo estranei rispetto al nucleo organico dei partiti. Così non è più tempo di esercitare il proprio iper-moralismo nei confronti di coloro che si lasciano sedurre dalle sirene del teatrino della politica. Gli intellettuali che si azzannano tra loro sono come i proverbiali capponi di Renzo descritti da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, che si beccavano l’un l’altro invece di far fronte alla comune malasorte. Su questo argomento penso come gli antichi filosofi Stoici, i quali, dopo aver delineato il grande ideale del saggio, si guardavano bene dall’attribuirselo, affermando che in tutta la storia era stato tale solo Socrate e forse anche qualcun altro di cui non si sapeva nulla!”

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