Sound of the City – Walking in London (Concrete Blonde, Coldplay, D.Bowie & list of many others)

Di tutte le canzoni dedicate a Londra, quelle che ascolto più volentieri ultimamente sono

 

 

ma anche

 

 

 

inoltre:

Adele – Hometown GloryHometown_Glory

Alanis Morissette – London

Antoine Dufour – 30 Minutes in London
Archive – Londinium

Athlete – The Tourist
Babyshambles – Albion
Babyshambles – Black Boy Lane

Barry Manilow – London

Belle & Sebastian – Mornington Crescent

Bloc Party – Always new dephts
Blur – London Loves

Blur – Parklife

Carter USM – The Only Living Boy in New Cross

Cat Stevens – Portobello Road

Chemical Brothers – Hold Tight London
David Bowie – Lady Grinning soul (London)
David Bowie – London Boys
David Bowie – London Bye Ta-Ta

David Bowie, Maid of Bond Street

 

David Bowie – A Foggy Day in London Town

R.I.P.

 


Elvis Costello – Clubland
Elvis Costello – I don’t want to go to Chealsea
Elvis Costello – London’s Brilliant
Elvis Costello – New amsterdam
Jethro Tull – Baker Street Muse
Lily Allen – LDNLily-Allen-LDN
London Posse – How’s life in London
Marc Bolan and T.Rex – Funky London Childhood
Morrissey – Come back to Camden
Morrissey – Hairdresser on fire
Morrisey – Piccadilly Palare
Nick Drake – At the Chime of a City Clock
Nick Cave -Brompton Oratory
Nico – Chelsea girl
Patrick Wolf – London
Paul McCartney – London Town
Pulp – Common People
R.E.M. – Aftermath
Sonic Youth – Westminster Chimes
Suede – By the Sea
Talking Heads – Cities
The Beatles – A Day in the life
The Beatles- The Streets of London
The Clash – London Callinglondon_calling1
The Clash – Guns of Brixton
The Clash- Capital Radio
The Clash – First Night Back in London
The Clash – London’s Burning
The Clash – (White Man) in Hammersmith Palais
The Clash – White Riot
The Jam – A’ Bomb in Wardour Street
The Jam – Carnaby Street
The Jam – Eton Rifles
The Jam – London Girl
The Jam – London Traffic
The Jam – Strange Town
The Kinks -Berkeley Mews
the Kinks – Big Black Smoke
The Kinks – Denmark Street
The Kinks – Dedicated follower of fashion
The Kinks – Lola
the Kinks – Waterloo Sunset
The Libertines – The Boy Looked at Johnny
The Libertines – France
The Magnetic Fields – All the Umbrellas in London
The Pet Shop Boys -King’s Cross
The Pet Shop Boys – London
The Pogues – Dark Streets of London
The Pogues – London You’re a Lady
The Pogues – Lullaby of London
The Rakes – 22 Grand Job
The Rakes – Leave The City and Come Home
The Rolling Stones – Play with Fire
The Rolling Stones – Street Fighting Man
The Smiths – Half a Person
The Smiths – London
The Smiths – Panic
Tori Amos – London Girls

 

 

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La catastrofe di Yarmouk: una Nakba senza comunità? (Yarmouk 2)

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“Yarmouk (Damasco), Idlib, Tikrit, Aden: cosa unisce queste città? In tutte queste città si combatte aspramente, con il cambio della bandiera – magari solo provvisorio – di chi le controlla. Quattro battaglie solo nelle ultime 48 ore “(Leonardo Mazzei)

Vasi di coccio

Come si diceva alla fine del post precedente, all’inizio della primavera siriana a metà marzo del 2011, la maggioranza dei palestinesi e delle loro fazioni politiche era determinata a restare fuori dal conflitto, a restare neutrale fino all’ultimo, in maniera persino ostinata e commovente. A guerra civile ormai ampiamente deflagrata, il destino di Yarmouk, un’enclave senza potere politico e dipendente dagli aiuti umanitari dell’UNRWA e della Mezzaluna Rossa, esposta alle scorribande dei “ribelli” e alla reazione delle truppe governative, non poteva che essere la catastrofe, umanitaria, civile e urbana.

Il lungo intervento di Nidal Bitari (già segnalato qui ), è una tenace esposizione delle ragioni “neutraliste” che si conclude amaramente nella constatazione della più completa impotenza:

And if the Palestinians cannot stay in Syria, where can they go?”

 

 

1948

 

 

 

Up in the Air

La conclusione tragica dell’articolo di Nidal Bitari merita una severa riflessione, non solo per i suoi risvolti di umana disperazione, ma anche perché evidenzia il fallimento di un’approccio puramente “umanitarista”, che ha preteso di restare fuori dalla “politica” e dalla guerra soltanto per esserne completamente travolto. Una neutralità che, da fattore positivo di crescita sociale ed economica, si è trasformata, dal 2011 in poi, per assenza di struttura e di identità politica (e culturale), in una catastrofe totale, ripetizione amara della Nakba del 1948:

“La guerra in Siria è una tragedia orrenda e terribile per tutti i siriani, ma, sia pure in modo differente,  lo è ancor di più per i palestinesi che vivevano fra loro. Per i palestinesi rifugiati in Siria, la distruzione dei loro campi non è solo la distruzione delle loro case e del loro ambiente, ma la distruzione di un’intera struttura sociale, delle loro reti di relazione, del sistema culturale ed economico, la perdita delle loro posizioni e ruoli, e un terribile assalto ai loro costumi e valori politici.

Eravamo cresciuti con l’idea del diritto al ritorno (in Palestina). Avevamo il sogno di liberare la Palestina e di ricostruire l’OLP, ma allo stesso tempo la nostra vita era in Siria, fra i siriani. Coscientemente o no, ci sentivamo parte di questo Paese, e non avvertivamo alcuna contraddizione fra il sentirci parte della Siria ed essere palestinesi. Adesso, abbiamo il senso di essere rimasti orfani.

(…)

Per molti di noi che sono fuggiti…c’è un senso di qualcosa che è finito, che non può essere riparato. C’è anche la comprensione, per la prima volta nella nostra vita, di ciò che significa essere “palestinesi”, di cosa significa essere “senza stato”, sentendoci come se non fossimo mai stati in Siria. Il senso di non essere ben accetti in qualsiasi posto, non trattati come altri arabi nazionali (normali cittadini), di dover sentirsi fortunati quando si riesce a trovare un posto in cui restare. E con tutte queste perdite, c’è l’amarezza di come le forze politiche continuino ad usare la questione palestinese per i propri fini…

 

 

Nakba2

 

 

Abbiamo ascoltato tantissimo sulla Nakba, dai nostri genitori e dai nostri nonni, sulla loro sofferenza, quando sono stati costretti a lasciare il loro paese, quando hanno perso tutto. Hanno lavorato duro per ricostruire le loro vite in Siria, e quello che hanno costruito è stato distrutto. E noi, adesso, la terza generazione, stiamo sperimentando nuovamente la stessa cosa, la Nakba, partendo da zero verso altri paesi, ma questa volta individualmente, senza alcun aiuto, incapaci di restare uniti come comunità. Per non parlare dei tanti che non sanno dove andare, e tutto è per aria, incerto, come un punto interrogativo.”

 

 

 

NakbaLost-cities-of-Palestine-Pre-1948

 

 

Da New York a Parigi – Bill de Blasio e Christiane Taubira

de blasio

 

“Potremmo, appena un po’ forzando le parole, riassumere la politica di De Blasio in modo paradossale: più tasse e meno sicurezza. Vale a dire l’esatto opposto di qualunque politica o di qualunque campagna di propaganda nel nostro paese. In Italia chiunque, a prescindere da ogni altra considerazione, prima di presentarsi a qualunque tipo di competizione elettorale, deve giurare che diminuirà le tasse e aumenterà la repressione. De Blasio fa il contrario, vince le primarie e poi – salvo errore- vince o forse addirittura stravince le elezioni sbaragliando l’avversario repubblicano.”  (Piero Sansonetti, Gli Altri, 6 novembre 2013)

 

 

Mentre i media italiani celebravano l’elezione di Bill de Blasio a sindaco di New York quasi come una specie di folclore politico (l’altezza, i nonni beneventani, la moglie attivista nera, scrittrice e lesbica, i figli Dante e Chiara, etc.) (oltretutto dovrebbe essere considerato italo-tedesco-americano, ma vabbè…), in Francia il ministro della Giustizia Christiane Taubira, originaria della Guyana, è attualmente oggetto di violenti attacchi razzisti dello stesso tenore di quelli subiti in Italia dal ministro Cécile Kyenge (liberation.fr/societe/2013/11/05/des-inhibitions-disparaissent-des-digues-tombent).taubira-fred-kihn

Da notare che la Taubira è stata relatrice della legge sui matrimoni gay, approvata nell’aprile del 2013. Al fondo c’è la sfida per una società più mista, più eterogenea di quella europea tradizionale. In ciò, osservava il sociologo Jean Baudrillard nel suo reportage dall’America, quest’ultima è assai più avvantaggiata:

“L’America si è trovata in posizione di rottura e di modernità radicale…Del decentramento iniziale resterà sempre, nella sfera politica, un federalismo, un’assenza di centralità e, al livello dei costumi e della cultura, una decentralizzazione, una eccentricità che è la medesima del Nuovo Mondo in rapporto all’Europa. Gli Stati Uniti non hanno problemi insolubili di federazione (certo, c’è stata una guerra di Secessione, ma stiamo parlando dell’attuale insieme federale) perché sono fin dall’inizio della loro storia una cultura della promiscuità, del mixage, del rimescolamento nazionale e razziale, della rivalità e dell’eterogeneità. E’ così evidente a New York, dove successivamente ogni building ha dominato la città, dove volta per volta ogni etnia ha dominato la città alla sua maniera, e dove pertanto l’insieme dona un’impressione non eteroclita, varia, ma di convergenza nell’energia, non di unità o di pluralità, ma di intensità rivale, di potenza antagonista, che crea così una complicità, un’attrazione collettiva, al di là della cultura o della politica, nella violenza o nella banalità stessa del modo di vivere.

Nello stesso ordine di idee, c’è una profonda differenza di tonalità razziale, etnica, fra l’America e la Francia. Laggiù, il mix violento di molteplici nazionalità europee  prima, poi di razze esogene, ha prodotto una situazione originale. Questa multirazzialità ha trasformato il paese e gli ha dato la sua complessità caratteristica.

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In Francia, non vi è stato né rimescolamento originale né soluzione autentica, né sfida di un gruppo con l’altro. La situazione coloniale è stata semplicemente trasferita nella metropoli, al di fuori del suo contesto originale. Tutti gli immigrati sono in fondo degli Harkis, sotto il protettorato sociale dei loro oppressori, ai quali non hanno nient’altro da opporre che la propria miseria o la propria segregazione di fatto. L’immigrazione è senz’alcun dubbio una questione rovente, ma di per sé la presenza di parecchi milioni di immigrati non ha affatto segnato il modo di vita francese né alterato la configurazione di questo paese.

E’ questo il motivo per cui, quando si torna in Francia, si ha soprattutto l’impressione viscosa di piccolo razzismo, di situazione falsa e vergognosa per tutti. Sequela di una situazione coloniale, in cui persiste la malafede del colonizzatore e del colonizzato.

Mentre in America, ogni etnia, ogni razza sviluppa una lingua, una cultura competitiva, a volte superiore a quella degli “autoctoni”, e ogni gruppo prende volta a volta simbolicamente il posto superiore. Non si tratta di uguaglianza o di libertà formale, ma di una libertà di fatto, che si esprime nella rivalità e nella sfida, e questo dà una vivacità singolare, una tonalità aperta al confronto delle razze.

Noi siamo una cultura, quella europea, che ha scommesso sull’universale, e il pericolo che la tallona è di perire a causa dell’universale…Questa pretesa di universalità ha per conseguenza una uguale impossibilità a diversificarsi verso il basso e a federarsi verso l’alto. Una nazione o una cultura una volta centralizzata secondo un processo storico durevole prova difficoltà insormontabili tanto a creare dei sotto-insiemi vitali che a integrarsi in un super-insieme coerente…C’è una specie di fatalità nel processo centralizzatore. Da cui conseguono le difficoltà attuali a trovare uno slancio, una cultura, un dinamismo europeo. Incapacità a produrre un avvenimento federale (l’Europa), un avvenimento locale (la decentralizzazione), un avvenimento razziale o multirazziale (la promiscuità). Troppo impacciati dalla nostra storia, non sappiamo produrre altro che un centralismo vergognoso (il pluralismo à la Clochemerle) e una promiscuità vergognosa (il nostro razzismo soft).”

(Jean Baudrillard, America, SE ed., 2009)

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