Da New York a Parigi – Bill de Blasio e Christiane Taubira

de blasio

 

“Potremmo, appena un po’ forzando le parole, riassumere la politica di De Blasio in modo paradossale: più tasse e meno sicurezza. Vale a dire l’esatto opposto di qualunque politica o di qualunque campagna di propaganda nel nostro paese. In Italia chiunque, a prescindere da ogni altra considerazione, prima di presentarsi a qualunque tipo di competizione elettorale, deve giurare che diminuirà le tasse e aumenterà la repressione. De Blasio fa il contrario, vince le primarie e poi – salvo errore- vince o forse addirittura stravince le elezioni sbaragliando l’avversario repubblicano.”  (Piero Sansonetti, Gli Altri, 6 novembre 2013)

 

 

Mentre i media italiani celebravano l’elezione di Bill de Blasio a sindaco di New York quasi come una specie di folclore politico (l’altezza, i nonni beneventani, la moglie attivista nera, scrittrice e lesbica, i figli Dante e Chiara, etc.) (oltretutto dovrebbe essere considerato italo-tedesco-americano, ma vabbè…), in Francia il ministro della Giustizia Christiane Taubira, originaria della Guyana, è attualmente oggetto di violenti attacchi razzisti dello stesso tenore di quelli subiti in Italia dal ministro Cécile Kyenge (liberation.fr/societe/2013/11/05/des-inhibitions-disparaissent-des-digues-tombent).taubira-fred-kihn

Da notare che la Taubira è stata relatrice della legge sui matrimoni gay, approvata nell’aprile del 2013. Al fondo c’è la sfida per una società più mista, più eterogenea di quella europea tradizionale. In ciò, osservava il sociologo Jean Baudrillard nel suo reportage dall’America, quest’ultima è assai più avvantaggiata:

“L’America si è trovata in posizione di rottura e di modernità radicale…Del decentramento iniziale resterà sempre, nella sfera politica, un federalismo, un’assenza di centralità e, al livello dei costumi e della cultura, una decentralizzazione, una eccentricità che è la medesima del Nuovo Mondo in rapporto all’Europa. Gli Stati Uniti non hanno problemi insolubili di federazione (certo, c’è stata una guerra di Secessione, ma stiamo parlando dell’attuale insieme federale) perché sono fin dall’inizio della loro storia una cultura della promiscuità, del mixage, del rimescolamento nazionale e razziale, della rivalità e dell’eterogeneità. E’ così evidente a New York, dove successivamente ogni building ha dominato la città, dove volta per volta ogni etnia ha dominato la città alla sua maniera, e dove pertanto l’insieme dona un’impressione non eteroclita, varia, ma di convergenza nell’energia, non di unità o di pluralità, ma di intensità rivale, di potenza antagonista, che crea così una complicità, un’attrazione collettiva, al di là della cultura o della politica, nella violenza o nella banalità stessa del modo di vivere.

Nello stesso ordine di idee, c’è una profonda differenza di tonalità razziale, etnica, fra l’America e la Francia. Laggiù, il mix violento di molteplici nazionalità europee  prima, poi di razze esogene, ha prodotto una situazione originale. Questa multirazzialità ha trasformato il paese e gli ha dato la sua complessità caratteristica.

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In Francia, non vi è stato né rimescolamento originale né soluzione autentica, né sfida di un gruppo con l’altro. La situazione coloniale è stata semplicemente trasferita nella metropoli, al di fuori del suo contesto originale. Tutti gli immigrati sono in fondo degli Harkis, sotto il protettorato sociale dei loro oppressori, ai quali non hanno nient’altro da opporre che la propria miseria o la propria segregazione di fatto. L’immigrazione è senz’alcun dubbio una questione rovente, ma di per sé la presenza di parecchi milioni di immigrati non ha affatto segnato il modo di vita francese né alterato la configurazione di questo paese.

E’ questo il motivo per cui, quando si torna in Francia, si ha soprattutto l’impressione viscosa di piccolo razzismo, di situazione falsa e vergognosa per tutti. Sequela di una situazione coloniale, in cui persiste la malafede del colonizzatore e del colonizzato.

Mentre in America, ogni etnia, ogni razza sviluppa una lingua, una cultura competitiva, a volte superiore a quella degli “autoctoni”, e ogni gruppo prende volta a volta simbolicamente il posto superiore. Non si tratta di uguaglianza o di libertà formale, ma di una libertà di fatto, che si esprime nella rivalità e nella sfida, e questo dà una vivacità singolare, una tonalità aperta al confronto delle razze.

Noi siamo una cultura, quella europea, che ha scommesso sull’universale, e il pericolo che la tallona è di perire a causa dell’universale…Questa pretesa di universalità ha per conseguenza una uguale impossibilità a diversificarsi verso il basso e a federarsi verso l’alto. Una nazione o una cultura una volta centralizzata secondo un processo storico durevole prova difficoltà insormontabili tanto a creare dei sotto-insiemi vitali che a integrarsi in un super-insieme coerente…C’è una specie di fatalità nel processo centralizzatore. Da cui conseguono le difficoltà attuali a trovare uno slancio, una cultura, un dinamismo europeo. Incapacità a produrre un avvenimento federale (l’Europa), un avvenimento locale (la decentralizzazione), un avvenimento razziale o multirazziale (la promiscuità). Troppo impacciati dalla nostra storia, non sappiamo produrre altro che un centralismo vergognoso (il pluralismo à la Clochemerle) e una promiscuità vergognosa (il nostro razzismo soft).”

(Jean Baudrillard, America, SE ed., 2009)

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