Il campo di Yarmouk (Yarmouk Camp) 1. Prima del 2011

Yarmouk 1“Yarmouk resembles an urban quarter, and it looks very different from the other Palestine refugee concentrations in Syria”

Yarmouk 3“Many of the refugees in Yarmouk are professional, working as doctors, engineers and civil servants. Others are employed as casual labourers and street vendors. Overall, living conditions in Yarmouk are far better than those of the other Palestine refugee camps in Syria.”

 

Yarmouk 4“Over the years, the refugees have improved their shelters and added more rooms to them. Today, the camp is crowded with cement block homes, and is densely populated. Three main roads lined with shops and crammed with service taxis and microbuses run through Yarmouk.”
(http://www.unrwa.org/where-we-work/syria/camp-profiles)

(Informazioni UNRWA precedenti all’inizio del conflitto in Siria nel 2011)

UNRWA : United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East.

 

“Che cosa sta succedendo in Siria?”. Questo sembrerebbe il grido d’allarme di una “opinione pubblica” anestetizzata e berlusconizzata fino al midollo, che evidentemente ritiene lontani gli avvenimenti in Medio Oriente, tanto qualcuno ci penserà, Dio, l’ONU, Obama, la super-bomba, in modo da garantirci la quiete post-prandiale. Almeno finchè dura. Conseguentemente, anche i media fanno fatica ad andare oltre il sensazionalismo, la notizia dell’ultima ora, il più recente massacro, che ne segue un altro e un altro ancora, fino alla assefuazione. E perché preocupparsi di tutti gli altri massacri, dei milioni di morti in Irak, Afghanistan, Pakistan, in Africa? Perché parlare di “guerra civile internazionale”, che mette da parte le guerre tradizionali e coinvolge in primo luogo le città, come tentano di ricordare alcuni autori (Paul Virilio, Giorgio Agamben, Antonio Negri & Michael Hardt?)  Perché ricordare i nuovi apartheid, i nuovi campi di concentramento, le gated communities, le banlieus, i check-points, i nuovi Muri che sezionano, recintano, dividono il territorio?

Come sostiene Leonardo Lippolis (http://www.sinistrainrete.info/societa/4902-leonardo-lippolis-la-lotta-per-liberare-lo-spazio-urbano-sara-la-nuova-lotta-di-classe.html), riferendosi alle città occidentali, “tutta l’organizzazione dello spazio urbano congiura per negare la natura storica della città come luogo dell’incontro e del possibile… Queste gated communities (“comunità recintate”), nate negli anni settanta negli Stati Uniti come utopia residenziale della borghesia ossessionata dai pericoli della metropoli e rapidamente diffusesi ai quattro angoli del globo, rappresentano la forma più compiuta della negazione della città come luogo del possibile.”. I campi dei rifugiati, dei palestinesi, dei migranti, ne rappresentano la forma complementare, a rovescio, nuda e cruda, per gli esclusi, gli espulsi dal territorio, dalla polis dei ricchi, delle classi dominanti. Luogo estremo, perfino sperimentale, delle anti-polis, “delle città morte, luoghi in cui gli individui sono consegnati all’isolamento, all’autoreclusione e al reciproco controllo”, e alla guerra civile.

Il campo di rifugiati palestinesi Yarmouk, alla periferia di Damasco, rappresenta in questo senso un esempio paragdimatico, o uno degli esempi principali,  perché da campo “non ufficiale” si è trasformato in un vero e proprio “quartiere” con palazzi e palazzine, strade principali, scuole, ospedali, mezzi di trasporto pubblici, etc., tanto da essere oggetto di attenzione costante sia da parte dell’amministrazione siriana che degli organismi ONU (UNRWA), per poi piombare nella catastrofe attuale.

Inevitabilmente, se si vogliono cercare fonti originarie, oltre l’informazione sensazionalistica dell’ultima ora, occorre fare un tentativo di entrare dentro, e il modo migliore per iniziare mi sembra quello di farlo o attraverso la stessa UNRWA o attraverso fonti palestinesi, come l’Institute for Palestine Studies, o la Palestinian Association of Human Rights in Syria, fondata dal sociologo Nidal Bitari, già residente nel campo e membro della SARC (Syrian Arab Red Crescent, o “Mezzaluna Rossa”), organizzazione umanitaria facente parte della Croce Rossa internazionale. Una delle fonti per comprendere  il contesto siriano e palestinese, e gli eventi che riguardano il campo di Yarmouk  in particolare.

 

 

 

 bimba

 

IL CAMPO DI YARMOUK – SCHEDA

1. PRIMA DELLA RIVOLTA DEL 2011

 

Il campo non “ufficiale” di Yarmouk, “Mukhayyam al-Yarmouk“, a 8 km dal centro di Damasco, venne realizzato nel 1957, ed è (era) il campo più grande di rifugiati palestinesi in Siria fra i 12 esistenti, registrando fino a 165000 abitanti, quasi un terzo dei rifugiati in Siria. Gli altri campi sono molto più piccoli. Tre dei dodici campi non sono “ufficiali”, nel senso che non sono stati realizzati dall’UNRWA dopo la Nakba del 1948 (creazione di Israele e spoliazione della Palestina), ma dal governo siriano successivamente, e il campo di Yarmouk è uno di questi. Anche i tre campi non “ufficiali” ricevono l’assistenza dell’UNRWA, salvo alcuni servizi municipali gestiti dal governo siriano.

Amministrativamente viene considerato una città (madina) del Governatorato di Damasco. Negli anni il campo si è densamente popolato, divenendo un vero e proprio centro abitato, un quartiere urbano con palazzi costruiti su strade strette, negozi, servizi di trasporto, etc. (cfr UNRWA). Non ci sono tende o slums in vista. “E’ un’area residenziale con saloni di bellezza e internet cafés”, come raccontava un servizio della BBC prima della Rivolta siriana del 2011  (BBC, “Lure of the homeland fades for Palestinian refugees,” Lina Sinjab, 24 August, 2010, BBC News, Damascus.). Le condizioni di vita appaiono migliori rispetto ad altri campi di rifugiati in Siria, e molti residenti sono professionisti, medici, ingegneri, impiegati, lavoratori, commercianti, venditori ambulanti.

Ci sono 4 ospedali e scuole secondarie. L’UNRWA gestisce 20 scuole elementari e 8 scuole secondarie, più due programmi per donne, e 3 centri sanitari (con contributi canadesi). Sei scuole ricevono contributi dal governo degli Stati Uniti, un asilo è stato costruito con fondi del governo australiano. Nel 1998 l’UNRWA ha costruito un centro sanitario con fondi del governo olandese. Un centro di cura della talassemia è stato costruito nel 2009 con i fondi del governo spagnolo.

 

famiglia yarmouk

 

I palestinesi in Siria godevano di una situazione privilegiata, con diritti sociali, economici e culturali, inclusi diritti al lavoro e all’istruzione. Molto integrati nella società siriana, non come in Libano: niente checkpoints, né confini certi del campo.

Per decenni Yarmouk è stato il centro di movimenti politici palestinesi e associazioni per i diritti umani, e molti leaders palestinesi sono nati e cresciuti nel campo.

“I rifugiati palestinesi in Siria hanno tradizionalmente goduto di una situazione privilegiata se comparata ad altre controparti in altri paesi Arabi. Registrati o meno, per legge essi godevano di quasi tutti i diritti e benefici dei cittadini siriani, ad eccezione della cittadinanza e del diritto di votare. Hanno pieno accesso alle scuole e università siriane sulle stesse basi dei cittadini, sebbene molti vanno alle scuole primarie dell’UNRWA in quanto le classi sono più piccole. Ci sono alcune restrizioni minori sulla proprietà, ma non restrizioni sull’impiego (incluso il settore pubblico) o i viaggi. A causa della loro incidenza minima sulla popolazione siriana (meno del 2%) i rifugiati non sono mai stati percepiti come una minaccia, e il grado di integrazione fra palestinesi e siriani – attraverso il lavoro, l’istruzione e i matrimoni misti – non hanno paralleli nel mondo Arabo”.

“Questi fattori hanno giocato un ruolo importante nella configurazione dei campi stessi. Senza confini segnati o checkpoints come in altri paesi, i campi siriani potevano espandersi senza ostacoli in un modo che favoriva un alto grado di interazione coi siriani. La superficie coperta è in realtà il doppio di quella ufficiale, e la sua espansione include molti residenti siriani. Di fatto, negli anni, i palestinesi sono diventati una minoranza, e i siriani sono 650000, rispetto ai 150000 palestinesi. A dispetto della maggioranza siriana, comunque, l’identità di Yarmouk è sempre stata distintamente palestinese, per cultura e politica, e i residenti siriani spesso sono diventati “palestinizzati”. I palestinesi che non vivono nei campi, circa un terzo del totale, sono ancor più pienamente integrati.”

Nidal Bitari, Yarmuk Refugee Camp and the Syrian Uprising: A View from Within

(http://www.palestine-studies.org/jps/fulltext/162936)

 

Per comprendere cosa è successo a Yarmouk durante la rivolta del 2011, è importante sottolineare la differenza dagli altri campi e dagli usuali stereotipi sui campi di rifugiati. Yarmouk era in questo senso eccezionalmente diverso. Vi erano rappresentate tutte le classi sociali e i livelli economici, dai molto poveri ai milionari, con un gran numero di commercianti e professionisti middle class in mezzo (dottori, avvocati, ingegneri, insegnati, impiegati, businessmen). Le aree residenziali variano (variavano) dai settori ad alta densità alle zone confortevoli della middle class fino ai sobborghi più ricchi. I palestinesi in Siria vedono Yarmouk come il centro della vita culturale e sociale palestinese.

Benchè non detto, la condizione favorevole dei palestinesi in Siria veniva garantita in cambio del fatto che essi restassero al di fuori della sfera politica siriana. L’attivismo e l’espressione politica erano confinati a precisi obiettivi ed eventi. Diversamente dal Libano, i campi siriani non avevano strutture politiche (consigli, comitati, organi decisionali) oltre gli uffici delle fazioni palestinesi. Non c’erano assolutamente armi nei campi. Alcune fazioni molto vicine al regime, come Ahmad e al-Sa’iqa, avevano aree di addestramento con armi pesanti, ma lontano dai campi. Al Sa’iqa e Fatah-Intifada di fatto non avevano alcuna presenza nei campi.

A parte il PFLP-GC (Fronte Popolare) e altri stretti alleati dello Stato siriano, le fazioni palestinesi hanno mantenuto un basso profilo nelle relazioni con il governo. Ciò è stato ancor più vero a partire dalla guerra civile libanese, che ebbe effetti disastrosi sui palestinesi in Siria, in modo particolare dopo la spaccatura fra Damasco e l’OLP nel 1982-83, durata fino alla fine della guerra nel 1991. Fatah fu la più colpita, con migliaia dei suoi militanti arrestati e imprigionati. Tutti i suoi uffici vennero confiscati e assegnati agli scissionisti radicali di Fatah-Intifada. Tuttora Fatah non ha alcuna presenza ufficiale e i suoi meetings avvengono in segreto.

Secondo una stima ragionevole, il 90 % dei palestinesi di Yarmouk sono seguaci di una fazione, con Fatah come gruppo più popolare, seguito da Hamas, dal Democratic Front for the Liberation of Palestine (DFLP), dal Popular Front for the Liberation of Palestine (PFLP-GC), e dall’Islamic Jihad. Fino al 2011 non c’era alcuna animosità fra le fazioni, le relazioni erano cordiali e amichevoli anche con il FPLP, i leaders e i militanti si conoscevano fra di loro, le amicizie personali andavano oltre le fazioni, diversamente che in Libano e altrove.

Ad eccezione  di Fatah, tutte le fazioni avevano centri culturali, sociali, giovanili, oltre i i loro quartier generali e luoghi d’incontro, e sponsorizzavano molte attività ed eventi. Il DFLP era noto per le sue librerie nei campi, Hamas per i suoi servizi sociali, medici ed assistenziali. Nel decennio precedente alla rivolta, questi centri e queste attività proliferarono, stimolando la competizione fra le fazioni, ma in definitiva a determinare le affiliazioni ai vari gruppi furono maggiormente le prospettive ideologiche.

Quando la rivolta siriana cominciò agli inizi della primavera del 2011, la grande maggioranza dei Palestinesi e delle fazioni era determinata a restare neutrale. Era assai vivo il ricordo dei massacri di Sabra e Chatila a Beirut (1982), le espulsioni dal Kuwait durante la prima guerra del Golfo e quel che accadde dopo l’invasione USA dell’Iraq. Molti militanti temevano la reazione aspra del regime. Su questo c’era ampio consenso, condiviso sia dai supporters del regime che dai suoi più duri critici. Il miglior modo di proteggere Yarmouk era restare fuori dal conflitto. Questo consenso era condiviso anche dagli altri campi in Siria. Anche a Homs, teatro di violenti combattimenti, il campo palestinese fece in modo di restare neutrale fino ad epoca molto recente.

 

(1. fine PRIMA PARTE – continua)

 

ARTICOLI:

How Yarmouk refugee camp became the worst place in Syria

Yarmouk, near the centre of Damascus, prospered as a safe haven for Palestinians. Under siege, it is now a prison for its remaining residents, who survive on little food and water, with no hope of escape…

http://www.theguardian.com/news/2015/mar/05/how-yarmouk-refugee-camp-became-worst-place-syria

 

 

Nidal Bitari, Yarmuk Refugee Camp and the Syrian Uprising: A View from Within,

(http://www.palestine-studies.org/jps/fulltext/162936)

Statistics

  • More than 148,500 registered refugees
  • 28 double-shift schools
  • One food distribution centre
  • Three health centres
  • Two community centres
  • Demographic profile:

Programmes in the camp

  • Health
  • Education
  • Social safety net
  • Relief and social services
  • Microcredit and microfinance

Major problems

  • Air pollution
  • Domestic violence
  • High rate of drug addiction
  • Increasing rate of child labour
  • Deplorable and hazardous shelters
  • Living costs disproportionate to income
  • High rate of early marriage and divorce
  • Increasing rate of early school dropouts
  • Lack of environmental health awareness
  • Lack of potable water in certain areas of the camp
  • High unemployment rate and lack of job opportunities
  • Health problems caused by economic and psychological pressure

 

 

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One thought on “Il campo di Yarmouk (Yarmouk Camp) 1. Prima del 2011

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