Zardoz e le comunità del futuro

Zardoz, e le comunità del futuro

 

     Zardoz è un film di fantascienza del 1974 diretto da John_Boorman, con  Sean Connery nel ruolo del protagonista principale, Zed lo Sterminatore, e la splendida Charlotte Rampling nel ruolo di Consuela, la gran sacerdotessa della Casta degli Immortali.

 

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Nell’anno 2293 la Casta degli Immortali vive sigillata entro le barriere impenetrabili del Vortex, amministrato da un possente cervello elettronico, il Tabernacolo, contenuto in un misterioso cristallo dalle infinite capacità riflessive. Il Vortex è una dimensione separata dal mondo esterno, dove vivono i mortali, i “bruti”, schiavizzati e uccisi dagli Sterminatori a cavallo, anch’essi mortali, ma al servizio degli Immortali. Nonostante l’alto sviluppo scientifico e tecnologico, gli Immortali si annoiano: alcuni di loro diventano Apatici, altri Rinnegati, coloro che per qualche gesto di ribellione vengono condannati a un’eterna vecchiaia. Sul mondo esterno domina Zardoz, una enorme maschera di pietra volante, somigliante alla Sfinge de La macchina del tempo o a una scultura dell’isola di Pasqua. Ed è proprio attraverso questa gigantesca testa di pietra che lo Sterminatore Zed (Sean Connery) entra nel Vortex, dopo aver ucciso il “pilota” Arthur Frayn, seminandovi la mortalità attraverso la resurrezione dei desideri e delle passioni, finchè anche il Tabernacolo, il grande cristallo trasparente che presiede all’organizzazione del Vortex, viene distrutto. Riportati alla vita, mortale ma autentica, gli Immortali implorano la morte. Zed e Consuela si accoppiano, generando un figlio, invecchiando e morendo come tutti i mortali.

Zardoz si rifà in parte alla Macchina del tempo, per quanto riguarda la divisione sociale fra Immortali e Bruti (Eloi e Morlocks), anche se rovesciata di segno, e senza viaggio nel tempo (il futuro è già qui). Un altro riferimento è il romanzo Il meraviglioso mago di Oz di L.Frank Baum (da cui il titolo “the wiZARD of OZ”), in cui il Mago di Oz, nella Città di Smeraldo, si presenta a Dorothy, la protagonista, nelle sembianze di una Grande Testa. Ma il film nel suo insieme offre molteplici risvolti e significati già presenti in altri romanzi di fantascienza, come L’alba delle tenebre di Fritz Leiber o Sixth Column di Robert Heinlein e soprattutto, dal punto di vista filosofico, La città e le stelle di Arthur C.Clarke, in cui chiaramente lo scrittore britannico concepisce la Città, Diaspar, come una specie di Eden dove vivono gli Immortali, sotto il controllo costante di un onnipresente calcolatore e dei Banchi della Memoria. Ma la perfezione della sua ingegneria sociale la sta portando all’inerzia, alla decadenza e alla monotonia. Mentre questa vita apparentemente perfetta sta portando la città all’estinzione, si sviluppa un elemento perturbatore, nelle sembianze di Alvin e del Buffone di corte, previsto dagli stessi progettisti della città, grazie al quale la vita si rinnova e Diaspar crolla.

Ma, al di là dei numerosi e complessi riferimenti letterari e filosofici, Zardoz è soprattutto una geniale esperienza visiva e psichedelica, una sorta di Matrix dell’era psichedelica, così come psichedelico e tipicamente controculturale è il tema della rigenerazione vitale per poter progredire oltre la staticità di un sistema perfetto e conchiuso. Tema che nel 1995 verrà ripreso, con accenti diversi, dal romanzo post-cyberpunk di Neal Stephenson, The Diamond Age (L’Era del Diamante, Shake, 1997).

Movimento di rigenerazione che evidentemente coinvolge lo stesso regista e i suoi attori. Sembra infatti che Zardoz nasca all’intersezione di più destini personali in un periodo particolarmente prolifico della fantascienza colta, filosofica e new wave, a partire, non a caso, da alcuni film della Nouvelle Vague (vedi il cortometraggio sperimentale La jetée di Chris Marker, 1962, fonte d’ispirazione per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam del 1995; Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965; Fahrenheit 451 di Francois Truffaut, 1966). Fino ai film di Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964; 2001: Odissea nello spazio,1968; Arancia meccanica, 1971) o di Andrej Tarkovskij (Solaris 1972; Stalker, 1979).

 

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John Boorman attraversa in quegli anni un periodo sfolgorante della sua carriera di regista, dopo Senza un attimo di tregua, Duello nel Pacifico, Leone l’ultimo, Un tranquillo week-end di paura, film holliwoodiani imperniati sulla socialità e sui comportamenti selvaggi dell’uomo “civile”,  e prima di L’esorcista II: l’eretico (1977), ed Excalibur, una delle riduzioni cinematografiche più riuscite del complesso di leggende di Re Artù e del Ciclo bretone (en passant faccio notare che anche K.W. Jeter, nel romanzo capostipite dello steampunk, La notte dei Morlock, pubblicato nel 1979, riprende in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur; la coincidenza è tanto più significativa in quanto sia Zardoz che il romanzo di Jeter, pur nella loro diversità, si riallacciano alla Macchina del tempo di H.G.Wells).

Nella carriera di Sean Connery, Zardoz si colloca immediatamente dopo la fine del ciclo di James Bond, ruolo da cui cercava di distaccarsi. Così, da agente segreto diventa lo Sterminatore, che riesce a seminare la morte fra gli Immortali grazie al suo sex appeal. E dopo 30 anni lo ritroviamo ancora nelle parti del vecchio cacciatore Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari. Infine, la ventisettenne Charlotte Rampling, già indossatrice e modella, stava vivendo un momento particolarmente felice della sua carriera, da  La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969) fino a Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), in ruoli piuttosto controversi  che ne sottolineano la bellezza ambigua.

In conclusione, Zardoz è una delle prime trasposizioni cinematografiche delle ansie legate all’emergere prepotente delle gated communities e delle Common Interest Developments, enclaves high tech per ricchi da cui escludere altri gruppi etnici o sociali anche mediante muri, vigilantes e dispositivi elettronici di sicurezza. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici, a scapito dell’interesse generale, aveva già portato, nella California degli anni Settanta, alla privatizzazione del governo locale, quel che nella incipiente subcultura cyberpunk verranno rappresentate come vere e proprie città-stato, e che Neal Stephenson in Snow Crash (1992) definisce “burbclaves”. Né bisogna dimenticare, su un piano in cui fantasia e realtà si mischiano ancora più strettamente, le Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT), le comunità del futuro o Disney’s Dream Town progettate da Walt Disney già a metà anni Sessanta  come fusione di pianificazione urbana e ingegneria sociale, con una visione ottimistica e techno-friendly del futuro, enfaticamente basata su “educazione, tecnologia, salute e senso del luogo”: un “mondo più perfetto”, o “un nuovo modello di apartheid urbana”? Qui, come in Zardoz, il cristallo comincia a incrinarsi, e appare il lato oscuro della disgregazione urbana.

 

Sound of the City – Walking in London (Concrete Blonde, Coldplay, D.Bowie & list of many others)

Di tutte le canzoni dedicate a Londra, quelle che ascolto più volentieri ultimamente sono

 

 

ma anche

 

 

 

inoltre:

Adele – Hometown GloryHometown_Glory

Alanis Morissette – London

Antoine Dufour – 30 Minutes in London
Archive – Londinium

Athlete – The Tourist
Babyshambles – Albion
Babyshambles – Black Boy Lane

Barry Manilow – London

Belle & Sebastian – Mornington Crescent

Bloc Party – Always new dephts
Blur – London Loves

Blur – Parklife

Carter USM – The Only Living Boy in New Cross

Cat Stevens – Portobello Road

Chemical Brothers – Hold Tight London
David Bowie – Lady Grinning soul (London)
David Bowie – London Boys
David Bowie – London Bye Ta-Ta

David Bowie, Maid of Bond Street

 

David Bowie – A Foggy Day in London Town

R.I.P.

 


Elvis Costello – Clubland
Elvis Costello – I don’t want to go to Chealsea
Elvis Costello – London’s Brilliant
Elvis Costello – New amsterdam
Jethro Tull – Baker Street Muse
Lily Allen – LDNLily-Allen-LDN
London Posse – How’s life in London
Marc Bolan and T.Rex – Funky London Childhood
Morrissey – Come back to Camden
Morrissey – Hairdresser on fire
Morrisey – Piccadilly Palare
Nick Drake – At the Chime of a City Clock
Nick Cave -Brompton Oratory
Nico – Chelsea girl
Patrick Wolf – London
Paul McCartney – London Town
Pulp – Common People
R.E.M. – Aftermath
Sonic Youth – Westminster Chimes
Suede – By the Sea
Talking Heads – Cities
The Beatles – A Day in the life
The Beatles- The Streets of London
The Clash – London Callinglondon_calling1
The Clash – Guns of Brixton
The Clash- Capital Radio
The Clash – First Night Back in London
The Clash – London’s Burning
The Clash – (White Man) in Hammersmith Palais
The Clash – White Riot
The Jam – A’ Bomb in Wardour Street
The Jam – Carnaby Street
The Jam – Eton Rifles
The Jam – London Girl
The Jam – London Traffic
The Jam – Strange Town
The Kinks -Berkeley Mews
the Kinks – Big Black Smoke
The Kinks – Denmark Street
The Kinks – Dedicated follower of fashion
The Kinks – Lola
the Kinks – Waterloo Sunset
The Libertines – The Boy Looked at Johnny
The Libertines – France
The Magnetic Fields – All the Umbrellas in London
The Pet Shop Boys -King’s Cross
The Pet Shop Boys – London
The Pogues – Dark Streets of London
The Pogues – London You’re a Lady
The Pogues – Lullaby of London
The Rakes – 22 Grand Job
The Rakes – Leave The City and Come Home
The Rolling Stones – Play with Fire
The Rolling Stones – Street Fighting Man
The Smiths – Half a Person
The Smiths – London
The Smiths – Panic
Tori Amos – London Girls

 

 

Roma, una città coloniale? – Christian Raimo

Vacanze-romane

In Italia gli indignados indolenti ingrossano le file di quello che Michele Prospero – in un bel libro recente, Il nuovismo realizzato chiama (a proposito del renzismo)  “il populismo mite”, una melassa di passioni tristi, frustrazione e risentimento, senso di impotenza, fascino per la reazione.

Cosa allora si può fare perché la crisi della politica non si trasformi automaticamente in antipolitica?

 

Interessante articolo di Christian Raimo su Internazionale del 16 giugno. Consiglio di leggere anche il saggio di Walter Tocci, Non si piange su una citta coloniale, citato dallo stesso Raimo. L’espressione “Roma, città coloniale” viene attribuita agli architetti e urbanisti Leonardo Benevolo e Italo Insolera, Laterza, 1985.

La fragilità di Ignazio Marino è anche colpa nostra

 

http://www.internazionale.it/opinione/christian-raimo/2015/06/16/roma-marino-partito-democratico

Christian Raimo, giornalista e scrittore

Che fine farà Roma?

Per come passa nel discorso pubblico, la capitale è un malato in agonia, non c’è nessuno che osi dire il contrario. Le reazioni dei mezzi d’informazione e della politica, disarmate dalla seconda tornata di arresti di Mafia capitale, assumono giorno per giorno un gergo medico sempre più emergenziale: salviamo Roma, occorre una terapia d’urto…

La giunta di Ignazio Marino subisce attacchi sempre più possenti che arrivano dall’inchiesta del giudice Giuseppe Pignatone sulle collusioni con la banda Buzzi-Carminati di molti uomini del governo comunale e regionale; dalle opposizioni che, seppure in modo sgangherato, ne hanno fatto un bersaglio condiviso; da un’opinione pubblica che chiede con urgenza un capro espiatorio da sacrificare.

Anche i vertici del Partito democratico sono incerti se mollarlo o meno.

Renzi il rottamatore si trova con due gatte da pelare molto ispide. Difendere De Luca in Campania e Marino a Roma vuol dire diventare l’emblema di una politica vecchia e compromessa, e di fatto regalare al Movimento 5 stelle – se non a Salvini, o addirittura a Fratelli d’Italia – la patente di lotta alla casta e di rinnovamento: difficile immaginare che riesca a (o voglia) farsi carico di entrambi.

E così l’unica soluzione, quella draconiana, sembra il commissariamento: il prefetto Franco Gabrielli è l’uomo forte che dovrebbe igienizzare l’ambiente infetto.

A leggerla così, senza nemmeno troppa profondità di analisi, quella di Roma si mostra come l’esemplificazione di una crisi politica che si è aggravata per vent’anni e che oggi non trova rimedi.

Del resto, la ormai celebre cooperativa 29 giugno cominciò ad allargare il suo potere dalla fine degli anni novanta. La sua ascesa e la sua deriva criminale sono il simbolo di uno scompenso che ha cause endemiche: la mafia non si afferma se non ci sono le condizioni di una crisi sociale.

E queste condizioni sono almeno cinque: tre sono analisi sociali – più che politiche – ben individuate in un lungo saggio dell’ex vicesindaco Walter Tocci (che riprende anche le tesi di un importante libro del 2013 di Francesco Erbani, Il tramonto della città pubblica):

1) L’industria a Roma non esiste più. Telecom, Fs, Alitalia, Eni, Enel, Finmeccanica se ne sono andate fuori dell’Italia, hanno venduto agli stranieri, non si sono rinnovate, hanno attraversato crisi profondissime. Il motore di sviluppo che dovevano rappresentrare è ingolfato se non spento. Il terziario avanzato romano somiglia a una cassa del mezzogiorno informale piuttosto che a un volano di un progresso di qualche new economy.

Allo stesso tempo il capitalismo straccione italiano invece di ristrutturare le vecchie aziende municipalizzate le ha spolpate. La vicenda di Cragnotti con la Centrale del latte o quella della corruzione dell’Acea ai tempi di Alemanno sono due tra i molti esempi.

2) La bolla del mattone è esplosa, ma con i danni che può fare una bomba a grappolo. Roma è, nonostante il recente piano regolatore, una città senza urbanistica. In cui sono paradossalmente aumentate sia l’emergenza abitativa sia la quantità di città cementificata, che si è mangiata in modo feroce l’agro romano.

L’approccio alla crisi economica e al tentativo di contrastarlo attraverso l’investimento nell’edilizia non si è mai discostato da quella che Francesco Erbani ha chiamato la “moneta urbanistica”. Come rimpinguare le casse del comune? Concedendo sistematicamente nuovi permessi edilizi in cambio di microelargizioni.

3) L’idea delle varie amministrazioni di trasformare la periferia romana, anzi tutta la cintura urbana romana, in una grande area commerciale, con decine di megastore e poli della grande distribuzione, si è rivelata – all’arrivo della crisi del 2008 – un’idea di sviluppo fragile: le presenze si sono dimezzate, i negozi chiudono e l’indotto crolla.

Se si vuole capire la trasformazione di uomini del Pd in funzionari imbelli o in piccoli faccendieri corrotti bisogna fare i conti anche con un’idea di organizzazione politica che per anni è stata autoreferenziale.

La quarta e la quinta condizione sono invece politiche e sono quelle più fatali, perché indicano delle responsabilità ancora più precise:

4) Il decentramento amministrativo si è rivelato solo un outsourcing sociale. Senza concedere reali autonomie, si è creato “un terreno sfavorevole alla qualità e all’innovazione delle imprese sociali: le gare a ribasso, il ritardo nei finanziamenti, l’instabilità degli obiettivi non erano certo stimoli alla crescita di una nuova imprenditorialità, anzi costringevano questi soggetti, chi più chi meno, a negare la vocazione solidale utilizzando forme di lavoro precario, rinunciando alla formazione e legandosi al potere politico come protezione rispetto all’instabilità delle decisioni e alle inadempienze dei burocrati. Nel contempo il rapido e intenso aumento della spesa sociale attraeva sempre più le attenzioni del notabilato, prima rivolte ad altri settori”.

Ed è facile che questa amministrazione squalificata finisca per essere permeabile all’affarismo mafioso.

5) La crisi della rappresentanza è stata risolta con il feticcio della disintermediazione. Il risultato è che non è cresciuta una nuova classe politica. Il “mondo di mezzo” – che metteva insieme i neofascisti alla Carminati e speculatori del terzo settore come Buzzi – ha colmato un vuoto.

L’esternalizzazione del governo pubblico, con municipalizzate e cooperative sociali che invece di assumere il meglio del pubblico e del privato ne hanno incarnato il peggio, ha reso possibile il mostro dello sfruttamento del disagio sociale. Chi poteva ha cominciato a lucrare sui migranti, i tossicodipendenti, i senza casa, i rom.

Se si vuole capire la trasformazione di uomini del Pd in funzionari imbelli (nel migliore dei casi) o in piccoli faccendieri corrotti (nel caso, abbiamo visto, assai comune) si deve però fare i conti non solo con i “gravi fenomeni degenerativi” – come li ha definiti Fabrizio Barca alla conclusione di un’inchiesta interna al Pd – ma con un’idea di organizzazione politica che per anni è stata autoreferenziale, impermeabile ai movimenti sociali, incapace di leggere le trasformazioni in atto, attenta al massimo a quella che un tempo si sarebbe chiamata la sovrastruttura, desiderosa soprattutto di autoconservarsi.

 

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Per questo vale la pena risfogliarsi le analisi dei dirigenti politici dal 2000 in poi. Prendete il libro di quello che viene considerato il manovratore del Pd romano degli ultimi due decenni, Goffredo Bettini, un’intervista che gli fece Carmine Fotia giusto due anni fa all’indomani dell’elezione di Marino, Carte segrete (qui trovate ampi estratti).

La visione di Bettini è purtroppo tutta politicista e romanocentrica. Non cita praticamente nulla delle esperienze politiche fuori dell’Italia; rispetto alla cultura, il massimo che riesce a proporre è un polo d’eccellenza “per un turismo consapevole” tra l’Auditorium e il Maxxi; rispetto alla macchina amministrativa, un decentramento che non sembra tenere conto della rivoluzione sociale che oggi vive Roma.

Fa impressione riprendere in mano questo testo perché è del 2013! Nel 2013 il vento delle primavere arabe, degli indignados, di Occupy Wall street, delle battaglie sui beni comuni era ancora potente. E questo vento aveva cominciato a soffiare nelle città: al Cairo, a Istanbul, a New York, a Madrid, perfino a Roma.

Rispetto a queste esperienze, Bettini mostra una conoscenza vaga e un interesse astratto.

 

quarto statoIl Quarto Stato in Campidoglio

 

È davvero possibile, ci si chiede allora, che il Pd non abbia mai intercettato nessuna delle spinte dei movimenti? Se Walter Tocci ricorda che “il segretario Marco Miccoli cercò un’alleanza con le associazioni del referendum sull’acqua per contrastare le manovre di Alemanno nella svendita dell’Acea” è solo perché è stata un’assoluta eccezione.

Questi giorni devono essere di difficile meditazione per il sindaco Marino: isolato, spalle al muro, sbeffeggiato. La sua linea di difesa è quella di aver fatto argine alla corruzione, di essere stato – magari perché ingenuo – insospettabilmente onesto. Ma il suo tentativo di passare per eroe è sciocco e disastroso.

Se non fosse già così evidente, si potrebbe fargli notare che si tratta di una difesa fragile: per chi fa il politico l’onestà è semplicemente la condizione preliminare, mentre la responsabilità più grave si rivela sempre quella di non avere una prospettiva di lungo raggio.

Per esempio: sui giornali di questi giorni la sua faccia tesa compariva, creando uno strano effetto di contrasto, vicino a quella del sindaco di Napoli Luigi De Magistris che partecipava al centro sociale Asilo Filangeri di Napoli alla presentazione dell’importantissimo libro di Pierre Dardot e Christian Laval, Del comune, o della rivoluzione del XXI secolo. Perfino un sindaco criticatissismo come De Magistris ha compreso cosa vuol dire immaginare un diverso concetto di amministrazione cittadina, meno verticale, più porosa alle istanze dal basso. Perché quando Dardot e Laval sono venuti a Roma, Marino non ha nemmeno immaginato di incrociarli?

 

 

pablo-iglesias-manuela-carmenaPablo Iglesias y Manuela Carmena

Per non essere delle anime belle, dobbiamo riconoscere la responsabilità anche di chi ha vissuto questa città infischiandosene di prendere qualunque impegno politico.

E sempre in questi giorni si trovavano dappertutto i volti molto sorridenti delle due nuove sindache spagnole – Manuela Carmena a Madrid e Ada Colau a Barcellona. Elette con Podemos, entrambe sono espressione di una lunga militanza in movimenti extrapartitici, entrambe protagoniste di battaglie politiche dal basso: l’allargamento della partecipazione, la lotta alla corruzione, quella per il diritto all’abitare.

Prendiamo anche solo questi temi: è possibile che Marino abbia delegato la questione della corruzione a un’inchiesta di Orfini all’interno del Pd e a un assessorato-fantoccio alla legalità affidato ad Alfonso Sabella? È possibile che, rispetto all’emergenza case, sia ogni volta imbelle e assente? È possibile che rispetto al manifestarsi di un’esigenza di democrazia diretta, la risposta della giunta Marino sia quella di aumentare gli sgomberi?

Ma non vogliamo peccare di qualunquismo, finendo per esercitarci anche noi nella pratica del “dagli al sindaco”. Se non vogliamo essere delle anime belle, dobbiamo ammettere che la crisi politica della giunta Marino e della sinistra che rappresenta è anche responsabilità di chi ha vissuto questa città, infischiandosene di prendersi qualunque impegno politico.

Quanti di noi negli ultimi anni hanno partecipato a un’assemblea pubblica? Quanti di noi hanno fatto politica attiva? Chi di noi ha fatto un qualche intervento pubblico, spendendo un tempo maggiore di quello utile a scrivere qualche commento indignato sui social network? Quanti invece hanno in fondo pensato che la politica si possa rimpicciolire al feticcio della denuncia del degrado urbano?

In quella fase che Colin Crouch definisce “postdemocrazia” non ci identifichiamo forse con una cittadinanza che non può fare altro che essere relegata a una dimensione passiva? E perché? Perché spesso di fronte ai processi di crisi della democrazia che ci investono così violentemente, reagiamo con un’indifferenza schifata o al massimo con un moto di sdegno?

 

 

ada colauAda Colau, neo sindaco di Barcelona

In Italia gli indignados indolenti ingrossano le file di quello che Michele Prospero – in un bel libro recente, Il nuovismo realizzato chiama “il populismo mite”, una melassa di passioni tristi, frustrazione e risentimento, senso di impotenza, fascino per la reazione.

Cosa allora si può fare perché la crisi della politica non si trasformi automaticamente in antipolitica?

Il testo di Prospero nelle pagine finali indica una strada in controtendenza rispetto a quello che ha seguito Marino finora seguendo l’esempio di Renzi, ossia ricostruire la mediazione, ripensare l’organizzazione politica non in base alle leadership carismatiche, o al fascino per uomini forti, commissari, paladini della legalità repressiva.

Ecco – senza chiamare in causa i progetti della Coalizione sociale di Maurizio Landini (il cui primo appuntamento, il 18 maggio, non a caso si è svolto a Roma) o di Possibile di Pippo Civati (il cui primo appuntamento, il 21 giugno, non a caso si svolgerà a Roma) – è forse lo stesso tentativo, faticoso, solitario ma lodevole, che porta avanti da ormai due anni Fabrizio Barca all’interno del Pd e non solo, e che proprio sabato scorso sempre a Roma ha provato a riesporlo in un’assemblea di militanti: “il partito palestra” che immagina è l’idea di un partito dove ci sia un attivismo quotidiano, al posto di una macchina celibe che funziona solo per autoalimentare il potere (qui c’è il video dell’intero incontro, ed è molto istruttivo).

L’intuizione di Prospero e Barca potrebbe indicare, almeno sul breve periodo, un metodo reale per curare un partito così marcio come il Pd. Ma – se poi vogliamo guardare a un orizzonte più lontano – non possiamo che immaginare che il vero cambiamento necessario si manifesterà nella trasfigurazione della stessa forma di quella che chiamiamo democrazia.

Un pamphlet del 2007 (prima della crisi!) di David Graeber, Critica della democrazia occidentale. Nuovi movimenti, crisi dello stato, democrazia diretta indicava come molti movimenti politici, dagli zapatisti a quelli che si opponevano agli sfratti nelle township sudafricane, avessero trovato molte strade per superare la crisi della rappresentanza e innescare processi di partecipazione diretta.

Se non vuole soccombere alle slavine dell’antipolitica, sulla sua poltrona traballante Ignazio Marino potrebbe magari trovare il modo e il tempo per leggersi almeno le prime dieci pagine del libretto di Graeber, e – senza perdere troppo tempo – provare a capire come aprirsi ai movimenti sociali e alle battaglie che portano avanti.

Cento milizie e una Guerra impura – Paul Virilio

Guerra impura

di Paul Virilio

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a proposito di “cento milizie” e “labirinti di bande armate” (lastampa.it/2015/02/19/medialab/webdocauto/due-governi-e-cento-milizie-per-uno-stato-fallito), una riflessione tratta dalla postfazione alla nuova edizione di Paul Virilio – Sylvère Lotringer, Pure war. Twenty five years later, Semiotext<e>, Los Angeles 2008, trad. di tysm lab via sinistrainrete.info/teoria/4715-paul-virilio-guerra-impura.

Guerra impura, “Tysm”. Published 11 febbraio 2015.  http://tysm.org/guerre-asimmetriche/

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Con la caduta dell’Unione Sovietica e la fine dell’equilibrio tra potenze, è scomparsa anche la nozione classica di guerra, sostituita da conflitti locali permanenti che hanno l’obiettivo di seminare il panico nelle grandi città. Esattamente venticinque anni fa, mentre scrivevo Pure War (Semiotext<e>-Mit Press, 1983), la dissuasione si poneva ancora sul piano strettamente militare. Gli Stati praticavano una dissuasione reciproca, favorendo l’equilibrio del terrore.

Venticinque anni dopo, sono costretti ad ammettere che la corsa agli armamenti tipica della «guerra pura» ha cancellato non soltanto l’Unione Sovietica, che è implosa, ma anche l’idea stessa della «grande guerra classica», la guerra clausewitziana, prolungamento della politica con altri mezzi.

Questa dissoluzione ha condotto il nostro mondo direttamente tra le braccia del terrore, del disequilibrio terrorista e della proliferazione nucleare che, purtroppo, impariamo a conoscere ogni giorno di più. La copertura antimissilistica globale degli americani – quella sorta di ombrello o parafulmine che Bush sta proponendo a tutti nel mondo – mi pare esemplifichi bene il grado di squilibrio e il delirio geostrategico di cui siamo vittime. Incredibile e degna di nota, a mio avviso, anche la risposta di Vladimir Putin alle proposte americane, una risposta su cui non si è discusso a dovere. Che cosa ha detto, in sostanza, Putin? Ha proposto di installare i radar di questo scudo globale… in Russia e Azerbaigian. Non poteva essere più chiaro. Così, dopo la «grande guerra classica» e politica ci ritroviamo adesso alle prese con una guerra asimmetrica e transpolitica.

cento milizie

Asimmetrie politiche

Ho utilizzato l’espressione «guerra asimmetrica» per la prima volta a Berlino trenta, forse trentacinque anni fa – mi trovavo là con Jean Baudrillard – ipotizzando al tempo stesso che ci stavamo dirigendo verso un’epoca transpolitica. Eccoci dunque, alla fine siamo arrivati al transpolitico. Sostenere che una guerra è asimmetrica e transpolitica al tempo stesso significa affermare che esiste una condizione di totale disequilibrio fra gli eserciti nazionali, quello internazionale, l’esercito della guerra mondiale e i gruppuscoli di tutti gli ordini e gradi che praticano la guerra asimmetrica (dalle semplici gang di quartiere, ai paramilitari). Esiste un parallelismo fra la decomposizione degli Stati avvenuta in Africa e quello che sta succedendo ora nell’America del Sud – in Colombia tanto per fare un esempio – dove nessun esercito nazionale può nulla contro la proliferazione di gang, mafie locali, paramilitari e guerriglieri alla Sendero Luminoso.

Questo, a mio parere, è il punto: non possiamo più parlare o ragionare di una guerra pura, semplicemente perché la nozione di guerra ha cambiato natura. Non esistono più «guerre pure», ma una guerra totale e «impura» nata dalle diverse esigenze e dalla diversa struttura della dissuasione armata. Questa dissuasione non ha più di mira i soli militari, anzi direi che si indirizza essenzialmente ai civili. Vengono da questo salto di paradigma nella natura della dissuasione fenomeni inconcepibili, solo venti o venticinque anni fa, quali il Patriot Act o le prigioni di Guantanamo.

Un fatto da non sottovalutare è il disequilibrio imposto dall’emergere di un nuovo terrorismo. Nell’era della «guerra pura» ci si sforzava di resistere riportando il sistema al suo punto di equilibrio. Ma tutto questo è diventato impossibile, con la continua proliferazione di «nemici asimmetrici». Siamo di fronte a una enorme minaccia che incombe sulla democrazia di ogni paese, non soltanto sulla testa dei regimi dell’est, del sud, del nord, di dove vi pare, ma anche sui paesi ritenuti «democratici», tanto in Europa, quanto negli Stati Uniti. Esiste una dissuasione civile – il Patriot Act ne rappresenta il segno più tangibile, ma ce ne sono molti altri, pensiamo a certe leggi contro gli immigrati che rischiano di passare in Europa – che rende la situazione molto più incerta.

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Una strategia contro le città

Gli esperti sostengono che si debba «ristabilire l’ordine», ma ristabilire l’ordine nella società civile è come aprire una finestra sul caos, è una minaccia assoluta, una sfida lanciata vis-à-vis nei confronti di qualsiasi democrazia. Su questo punto ci si accorge di avere a che fare con i sintomi di un vero e proprio delirio. La strategia militare sembra essersi dislocata nel cuore stesso delle città. Si potrebbe parlare di un proseguimento della strategia anti-città iniziata durante la seconda guerra mondiale, con i bombardamenti di Guernica, di Oradour, Berlino, Dresda, Hiroshima, Nagasaki. La strategia anti-città è stata una delle innovazioni introdotte durante la seconda guerra mondiale, guerra che ha però introdotto anche un equilibrio del terrore: ricordiamoci che le testate nucleari, a est come a occidente, erano puntate direttamente sul cuore delle città. Oggigiorno, assistiamo però a un dislocamento di questa strategia. Siamo passati dall’equilibrio del terrore all’iperterrorismo.

È un dato interessante, perché l’iperterrorismo ha un solo campo di battaglia, e questo campo di battaglia è, appunto, la città. Chiediamocene la ragione. Credo si debba rimarcare che è proprio nelle moderne cittè che si concentra il maximum della popolazione e, con un minimo di armi, può essere raggiunto il massimo risultato, il massimo disastro possibile. Non importa con quali armi si può raggiungere questo risultato: niente più bisogno di panzer, nessuna necessità di portaerei, sottomarini imponenti e via discorrendo.

Potremmo affermare che la guerra asimmetrica – che oramai è un sinonimo del disequilibrio terrorista – cancella il teatro delle operazioni esterne a tutto vantaggio della concentrazione metropolitana. Il luogo della guerra diventa, appunto, la città. L’affollamento urbano trascina guerra e terrorismo nel solco di una geostrategia territoriale, portandolo direttamente sulla linea del fronte. Se vogliamo una perfetta illustrazione del fallimento del modello di esercito classico possiamo ricordare, oltre al caso dell’Iraq, anche quello della più recente guerra libanese. Il fallimento dell’esercito israeliano in Libano è straordinario.

Lo Tsahal è fra gli eserciti più grandi, equipaggiati, motivati al mondo, e uno di quelli che gode di maggiori appoggi e sostegni, anche mediatici. Eppure, nonostante tutto questo, l’esercito israeliano si è «impantanato», possiamo proprio dirlo, nella guerra asimmetrica contro Hezbollah.

Qualcuno può pure sostenere che si tratta di una guerra «fallita», parola che trovo sintomatica. In passato, sapevamo di guerre perse e guerre vinte, oggi apprendiamo che esistono anche le guerre riuscite e quelle fallite. Vorrei però conoscere la differenza tra un fallimento e una disfatta. A mio parere, questa guerra manifesta la debolezza e il principio di incertezza su cui poggia un esercito normale con i suoi carri armati, i suoi missili, i suoi megabombardieri quando si trova dinanzi a una forza, per così dire, artigianale. Mi ricordo di una vignetta, apparsa su un giornale francese, che avrei forse dovuto ritagliare e conservare. Si vedevano i carri dello Tsahal fermi in un città piena di rovine e un cartello sul quale era disegnata la pianta della stessa città con una freccia che indicava: «Vi trovate qui». Il comandante del carro era sceso a terra, sbalordito cercava di capire dove si trovasse.

L’immagine illustrava più di mille commenti la condizione di follia in cui versava un esercito potente che, in altri tempi, era stato capace di vincere la «Guerra dei sei giorni». Ma la «Guerra dei sei giorni» era ancora una guerra di tipo classico. Nel ’67, eravamo ancora in piena epoca di logica e calcoli geopolitici. La geopolitica si giocava sui campi di battaglia, a Verdun, attorno a Stalingrado, sulle spiagge della Normandia. Oggi quei campi sono dislocati, e il conseguente declino della geopolitica va a tutto vantaggio di quello che proporrei di chiamare metropolitica, in quanto concerne la città intesa come metropoli.

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Minacce sfocate

Dopo la crisi della geopolitica e il conseguente affermarsi della metropolitica terrorista, è venuto anche il momento della geostrategia. Va letta in questo contesto la risposta di Putin a Bush – «installate i vostri missili e i vostri radar da me -, una risposta che mette a nudo l’incertezza dell’avversario. C’è qualcosa di umoristico nella sua proposta, ma dietro lo humour venato di assurdo, si nasconde qualcosa di vero. Ci si chiede contro chi ci stiamo difendendo. Installare i missili sulle frontiere come propone di fare Bush, significa minacciare una regione anche se ci si sta rivolgendo a un’altra. Anche se c’è l’Iran di mezzo, anche se c’è la Corea, anche se non ci sono paesi che rappresentano minacce, bisogna capire che non sono più gli Stati a essere in guerra. La vera minaccia è deterritorializzata o piuttosto defocalizzata.

Da qui il fallimento dell’esercito israeliano nei confronti di Hezbollah, un fallimento che rivela l’errore manifesto delle forze militari nei confronti dell’ostilità di un nuovo nemico. Abbiamo assistito a una grande rivoluzione che ha investito e travolto il concetto di «guerra classica» clausewitziana, un concetto che aveva come sua logica appendice quello di «guerra pura», una guerra statica fondata sulla minaccia della fine del mondo e sulla catastrofe nucleare. Oggi tutto questo è finito e, quasi senza accorgercene, ci ritroviamo preda di ciò che i fisici chiamano principio di indeterminazione: i nostri piedi poggiano su terreni incerti, scossi dalla globalizzazione economica e dalla guerra globale eppure «locale». Questo apparente paradosso è determinato dal fatto che l’estensione del campo e del fronte non contano più in rapporto all’immediatezza della minaccia.

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La guerra impura

Quando si arriva a collocare un ordigno nucleare direttamente nella metropolitana di New York, di Parigi o Londra, allora dobbiamo comprendere che non siamo più nella logica totale, ma in quella locale. L’obiettivo è una città, preferibilmente una grande città, per ottenere il massimo disastro.

La «guerra impura» nasce dal globalismo inteso come cambiamento di scala. Il globalismo riduce tutto al più piccolo fra i comuni denominatori possibili: è così che anche un singolo individuo può significare una guerra totale – e quando dico uno, possono ovviamente essere due, tre, dieci.

Quando si pensa al World Trade Center, sono stati undici uomini a fare duemila e ottocento vittime, quasi quante a Pearl Harbor. Stesso risultato. Quanto meno il rapporto tra costi ed efficacia è stato straordinario! Le grandi divisioni, le macchine, la portaerei «Eisenhower» restano lì in attesa di una disfatta che non è determinata dal conflitto di un campo contro l’altro, ma dalla dissoluzione del campo stesso che alimentava la guerra «politica».

La guerra politica aveva di mira un territorio o uno Stato delimitato che da par suo rispondeva arroccandosi attorno alle proprie frontiere. Ora assistiamo a una confusione babelica tra la guerra civile terrorista – che uccide civili, non tanto i militari, anche se ha di mira il Pentagono – e la guerra internazionale. Ma si tratta di nozioni ancora sfocate. Al punto che, parlando con Baudrillard dopo l’attentato del 9/11, dicevo: ecco l’inizio della guerra civile internazionale. Fino a quel momento, c’erano state guerre civili nazionali, ma quella era la prima vera guerra civile mondiale. È ancora possibile premere un bottone e far partire dei missili – la Corea può farlo, l’Iran può farlo, possono farlo altri – ma in realtà con la grande dislocazione della strategia, con la fusione fra guerra civile iperterrorista e guerra internazionale, non è più possibile fare troppe distinzioni. Alcune cose restano, ma il quadro è saltato.

Non c’è più alcun equilibrio da ristabilire, solo caos da creare. Con la crisi degli Stati-nazione, messi in discussione dallo sviluppo dell’Europa, dal Nafta, dalle multinazionali, la guerra legata alla mera territorialità non è più possibile.

Ci troviamo di fronte a una questione di primaria importanza, una questione politica e che travalica la politica al tempo stesso. Ne va della nostra esistenza, proprio mentre un enorme punto di domanda leva la sua ombra sulla Storia.

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Napoli (Fernand Braudel)

NAPOLI

secondo Fernand Braudel

Forse, come europeisti, dobbiamo auspicare il trasferimento della Capitale da Roma a Napoli?

toto-e-dorian-gray-in-una-scena-di-toto-peppino-e-la-malafemmina-40514Totò e Dorian Gray, in Totò, Peppino e la Malafemmina

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(NOTA.  Piccolo cambio di impostazione del blog. Purtroppo non ho più molto tempo da dedicare al blog, ma questo non significa che smetta di leggere, vedere, ascoltare, interessarmi di tante belle (e brutte) cose. Per cui ho deciso di citare  quel che trovo interessante in giro, ed eventualmente scrivere post più brevi, salvo eccezioni. Non necessariamente il mio punto di vista coincide con quello degli autori citati. Chi vuole può lasciare il suo parere, ma non sono sicuro di poter sempre rispondere. Naturalmente, a causa di spam e troll, bisogna fare l’accesso. E’ un piccolo impegno da parte vostra, e un fastidio in meno da parte mia. )

 

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Dimentichiamo il malessere epidermico; Napoli affascina il visitatore frettoloso d’oggi, come ieri gli amministratori ed i soldati di Carlo V e di Filippo II, alle prese con gli enormi problemi di gestione di un agglomerato tanto vasto: il secondo, per popolazione, del Mediterraneo del XVI secolo, dopo Istanbul; il secondo, anche, del cristianesimo occidentale, dopo Parigi. Impossibile restarvi indifferenti. Ma essa sa, ha sempre saputo difendersi. Ed io mi dichiarerò volentieri colpevole di essermi dato vinto troppo rapidamente o di aver mancato della perseveranza o dell’astuzia necessarie.

Impossibile, nondimeno, per me non vagheggiare per Napoli una sorte diversa da quella che le conosco oggi e non invitare i miei amici italiani, per assaporarne reazioni, tanto più inorridite in quanto siano originari di Milano, di Bologna o di Firenze, a immaginare quale avrebbe potuto essere il destino dell’Italia ed il volto attuale di questa città se essa fosse stata preferita a Roma come capitale del nuovo Stato. Roma, che nulla qualificava a svolgere questo ruolo, salvo la sua leggenda e il suo passato, quando Napoli era – e di gran lunga – , malgrado i rapidi progressi di Torino, la sola città ad essere, verso il 1860-70, all’altezza del compito. Avrebbe saputo adattarsi a queste nuove funzioni?

Indubbiamente, la cosa più dura per lei sarebbe stata quella di rinunciare a sfruttare la penisola tutta intera, finalmente riunificata, come si era abituata a fare con tutto il Sud, e di inventare una suddivisione dei compiti e degli oneri, tra città e territorio, meno egoistica o più equa…..Non dimentichiamolo, essa sarà l’unica città dell’Occidente, dopo il riflusso dell’Islam, a dare il proprio nome ad un regno; qualcosa di più di una capitale, e l’asserzione di un diritto di proprietà eminente.

Ma l’errore dell’Unità risiede probabilmente altrove: nella volontà di costruire ad ogni costo uno Stato centralizzato su un modello francese del quale noi francesi abbiamo tanta difficoltà a disfarci oggi, voltando le spalle a ciò che faceva la sua ricchezza, quella pluralità di città abituate a dominare e guardare lontano. Si vagheggia volentieri di una rotazione, di cinque anni in cinque anni. Ma Napoli avrebbe saputo attendere tranquillamente? Temo di no:essa ama troppo la vita e le gioie della potenza per cedere a simili generosità….Facilmente la credo capace di un immenso coraggio, non del gusto del sacrificio. Non la vedo rientrare nei ranghi dopo avere occupato la prima pagina: per conservare questo posto, ha scelto di essere diversa.

Diversa lo è, indubbiamente oggi, che assume clamorosamente il ruolo che le si è voluto far recitare di “vetrina del Sud” e dei suoi problemi, in margine alle norme del mondo industriale e moderno. Provocata, io la sospetto volentieri d’aver fatto buon peso nella sua risposta e con successo indiscutibile: essa scandalizza ancor più di quanto le si chieda. Ma Napoli ha sempre scandalizzato, scandalizzato e sedotto. A cominciare dai sovrani, dai governi, dalle amministrazioni, che hanno voluto impossessarsene per mettere, attraverso di essa, le mani sull’intero Sud. Eccettuato Masaniello per qualche settimana, Napoli non si è data la pena di produrre alcun governante indigeno. Tutti sono venuti da fuori: Normanni e Angioini, Aragonesi e Castigliani, Spagnoli o Ispanofrancesi (coi Borboni), e di nuovo Francesi con Murat.

Tutti, anche, hanno dovuto fare i conti con questa città enorme, che sfuggiva loro incessantemente e che controllavano solo in apparenza. Ma tutti hanno finito per lasciarsi prendere dal gioco; ed io capisco come Murat abbia cercato disperatamente di salvare il suo trono e di averlo preferito, non senza coraggio, alla propria vita. Quale governo, oggi, sarebbe capace di un simile atteggiamento? Tenere Napoli è correre un rischio, e accettare di pagarne il prezzo. Nessuno, di quei sovrani di ieri, che non abbia dovuto annegare nel sangue di molteplici rivolte; nessuno, neppure, che non abbia lasciato dei rimpianti, nemmeno gli spagnoli, nemmeno i Borboni, che a Napoli hanno ancora i loro seguaci inconsolabili.

Ma tenere Napoli è anche potersene aspettare e ricevere molto: troppo spesso presentata come il modello della città parassita, che per finanziare il proprio lusso e le proprie miserie esaurisce tutte le risorse della sua campagna.Napoli è anche un luogo di creazione. Pensiamo al suo abbagliante Settecento – che quasi riconcilia il francese che io sono coi Borboni – in cui essa dona all’Europa l’archeologia, la musica, l’opera, l’economia, e molte altre cose ancora. E ciò senza mai cedere – ne è testimone Galiani – alle mode parigine : la sua relativa lontananza le assicurava il distacco necessario.

Questo non è che passato? Forse. Ma il Settecento era ieri: ci stiamo apprestando a festeggiare il secondo centenario della Rivoluzione francese.

E Napoli ha continuato a dare molto all’Italia, all’Europa e al mondo: essa esporta a centinaia i suoi scienziati, i suoi intellettuali, i suoi ricercatori, i suoi artisti, i suoi cineasti…..Con generosità, certo. Ma anche per necessità. Mentre non riceve nulla, o pochissimo, da fuori. L’Italia, secondo me, ha perso molto a non saper utilizzare, per indifferenza, ma anche per paura, le formidabili potenzialità di questa città decisamente troppo diversa: europea prima che italiana, essa ha sempre preferito il dialogo diretto con Madrid o Parigi, Londra o Vienna, sue omologhe, snobbando Firenze o Milano o Roma…..

Non attendiamoci da essa né compiacimenti, né concessioni. Questo capitale oggi sottoutilizzato, sperperato fino ai limiti dell’esaurimento – poichè non si può dare indefinitamente senza ricevere – quale fortuna per tutti noi, se ora, domani, potesse essere sistematicamente mobilitato, sfruttato, valorizzato. Quale fortuna per l’Europa, ma anche e soprattutto per l’Italia. Questa fortuna, Napoli merita, più che mai, che le sia data.

Articolo sul Corriere della Sera, 1983

Il darwinismo sociale ecologista, da Ernst Haeckel a Herbert Gruhl (Janet Biehl, Ecofascismo 5 e Conclusioni)

Janet Biehl

L’“Ecologia” e  la modernizzazione del fascismo nell’ultra-destra tedesca

 

Published by: AK Press – The Anarchist Library

http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html

(Traduzione in italiano a cura di: blackperrot@anarcotico.net)

Janet Biehl è una scrittrice anarchica statunitense, collaboratrice e compagna di Murray Bookchin, e con lui  teorica dell’Ecologia sociale.  Oltre questo testo, presente nel volume Ecofascism: Lessons from the German Experience (1996) , scritto insieme a Peter Staudenmeier, ha scritto anche Finding our Way. Rethinking Ecofeminist Politics (1991), The Politics of Social Ecology: Libertarian Municipalism (1997), e The Murray Bookchin Reader (1997).

(Con questa ultima parte del saggio di Janet Biehl si chiude la lunga cavalcata sull’ecologia fascista, che parte non a caso dalla biologia razzista di di Ernst Haeckel, descritta da Peter Staudenmeierper arrivare a un suo lontano epigono, il politico Herbert Gruhl, passato dalla CDU al nuovo partito dei Verdi, e poi ritornato alle origini. Credo ci sia ormai abbastanza materiale per riflettere e approfondire., anche grazie al più che accurato apparato delle note. Quel che ho constatato nel confezionare questi post, attraverso le immagini o le fonti, è come in Germania le organizzazioni antifasciste (Antifa), gli ecologisti progressisti, Indymedia e altri siti di archivi abbiano seguito con grande accuratezza, con un lavoro di documentazione eccellente,  il fenomeno dell’ambientalismo fascista attraverso le sue innumerevoli metamorfosi e infiltrazioni, i suoi travestimenti e i suoi ripescaggi nostalgici. La pronta reazione Antifa, in buona parte extra-parlamentare, ha permesso infatti di rintuzzare prontamente ogni sorta di ambiguità e provocazione, di ripulire lo stesso partito dei Grunen, rispedendo fascisti, rossobruni, NIMBY, antimondialisti, mistici,  esoterici e i “né destra né sinistra” nelle loro fogne preferite. In Italia questo fronte antifascista, negli ultimi due decenni, è venuto un po’ meno, consentendo ogni sorta di scempio e di infiltrazione. Non che siano mancati gli studi, i saggi, le inchieste di tipo giornalistico, gli articoli, di cui darò conto in nuovi post.  E’ mancato un adeguato coordinamento frutto soprattutto dello sbracamento,  della deriva qualunquistica e giustizialista di molta parte del pensiero di sinistra., della mancanza di conflitto reale, del parlamentarismo beota e soddisfatto di sé che ha corrotto anche i residui della “sinistra radicale”. Ma su questo occorrerà tornarci in seguito.)

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PARTE QUINTA

Herbert Gruhl: darwinista sociale “ecologista”

 

Bahro, va detto, sostiene di voler ricercare le radici della crisi ecologica nella “malattia” dell’”umanità Nordica bianca“. Ma l’estrema destra di solito individua queste radici nei non-europei ed usa l”ecologia” per muovere le classiche argomentazioni razziste contro l’immigrazione dal terzo mondo. Nell’”Europa delle terre dei padri” di concezione “etno-pluralista“, ogni Volk necessita, per poter prosperare, del suo ambiente familiare specifico, di cui e’ esperto. L’interferenza esterna – immigrazione compresa – disturba questo ambiente naturale, l’”ecologia naturale del Volk.” Più spesso, l’estrema destra sostiene di voler difendere delle culture, anziche’ delle razze. Se i nazisti perseguitarono coloro che praticavano la “mescolanza di razze” e cercarono di conservare la “purezza razziale”, i fascisti odierni sostengono di opporsi alla mescolanza culturale e cercano di conservare la propria cultura.

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Quindi, gli eco-fascisti e il partito fuorviantemente denominato “Partito Ecologista Democratico” (“Okologische Demokratische Partei”, o ODP – http://www.oedp.de)  propongono che i “richiedenti asilo” vengano accettati da paesi che appartengano alla loro medesima sfera culturale” ed auspicano “l’Heimat anziché la multiculturalita’.” (98) La falsità di queste posizioni risulta pero’evidente, quando vengono presentate in termini di “ecologia”’ perchè la nozione di ecologia dell’estrema destra non e’ altro che darwinismo sociale, l’ideologia reazionaria secondo cui e’ la biologia a determinare la forma della società e sono i geni, piuttosto che l’ambiente, a determinare la cultura. L’“ecologia” darwinista sociale può quindi addurre motivazioni apparentemente “ecologiste” per rifiutare l’ingresso degli immigranti e per asserire l’identità etnica o nazionale – evitando di ricorrere alla terminologia della razza.

Nell’ultra-destra tedesca, il darwinismo sociale ha radici profonde. Quando emerse come dottrina per la prima volta, nel diciannovesimo secolo, la sua corrente tedesca era molto differente da quella anglo-americana. Come il darwinismo sociale anglo-americano, quello tedesco proiettava le istituzioni sociali umane nel mondo non-umano, come “leggi naturali”. Dopodichè, adduceva queste “leggi” per definire come “naturali” le disposizioni sociali umane. Inoltre applicava alla società il concetto di “sopravvivenza del più adatto”. Ma mentre il darwinismo sociale anglo-americano concepiva il “più adatto” come il singolo imprenditore in una sanguinaria giungla capitalista, il darwinismo sociale tedesco concepiva il “più adatto” soprattutto in termini di razza. La razza ‘più adatta’, quindi, non soltanto potrebbe, quanto dovrebbe sopravvivere, sgominando tutti i suoi competitori nella sua ‘lotta per l’esistenza.’

Lo storico Daniel Gasman osserva: “Si può dire che, mentre in Inghilterra il darwinismo fu un’estensione di un individualismo laissez faire, proiettato dal mondo sociale al mondo naturale, [in Germania fu] una proiezione del romanticismo tedesco e dell’idealismo filosofico… La forma presa dal darwinismo sociale in Germania fu quella di una religione pseudo-scientifica di culto della natura, un misticismo della natura combinato con nozioni razziste. (99) Dal momento che questo darwinismo sociale sembrava offrisse una base “scientifica” al razzismo, il nazionalsocialismo vi si rifece ampiamente per addurre motivazioni “scientifiche” al proprio virulento razzismo. Hitler scrisse in ‘Mein Kampf’, per esempio, che la gente “deve la propria esistenza superiore non alle idee di pochi ideologi stravaganti, quanto alla conoscenza ed all’applicazione spietata delle severe e rigide leggi della natura“.

Ecco una di queste “leggi”: “La natura generalmente prende alcune decisioni correttive riguardo alla purezza razziale delle creature terrestri. Ha poco amore per i bastardi.” (100) Per stabilire il loro regime totalitario ed avviare il genocidio, i nazisti poterono facilmente fare riferimento a un’ideologia diffusa, secondo cui il Volk sarebbe intermediario tra l’individuo e l’universo, che rende l’individuo soprattutto un membro di una unità più grande, il “Volk complessivo”, o la “comunità del Volk”. Oggi, tra gli attivisti ecologisti e’ ampiamente noto che fu Ernst Haeckel a coniare il termine “ecologia”, nel 1860 circa. Meno noto è il fatto che Haeckel fu il principale portavoce del darwinismo sociale tedesco, nella seconda metà del diciannovesimo secolo, come documentato da Gasman. Il darwinismo sociale tedesco si fuse quindi quasi immediatamente con il concetto di “ecologia”. Haeckel era inoltre un credente nel razzismo e nel nazionalismo mistici; il darwinismo sociale tedesco, quindi, fu fin dalle origini un concetto politico che fornì una base pseudo-biologica al razzismo e al nazionalismo romantici.

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Come sostiene Gasman, infatti, “in Germania il darwinismo sociale ispirato al razzismo… fu quasi interamente creato da Haeckel … Le sue idee servirono a incorporare in una sola ideologia le tendenze del razzismo, dell’imperialismo, del romanticismo, dell’anti-semitismo e del nazionalismo… Fu Haeckel a portare il peso della scienza interamente dalla parte delle idee del volkismo, che erano essenzialmente mistiche e irrazionali”. (101) Fu Haeckel a proporre la trasposizione nella società umana di concetti applicati alla natura non-umana come “allevamento selettivo” ed “igiene razziale”.

Nonostante dai tempi di Haeckel siano emersi concetti scientifici di ecologia ampiamente differenti, l’“ecologia” professata dagli attuali eco-fascisti è essenzialmente il darwinismo sociale di Haeckel. Probabilmente, l’“ecologista” darwinista sociale e razzista attualmente più noto in Germania è Herbert Gruhl (morto nel 1993 – NdT) (102), un ex parlamentare democratico cristiano il cui bestseller del 1975, “Un pianeta saccheggiato: l’equilibrio del terrore della nostra politica”, offre un’interpretazione esplicitamente darwinista sociale dell’ ecologia. (103)

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Verso la fine degli anni Settanta e all’’inizio degli anni Ottanta, Gruhl ha partecipato alla formazione dei Verdi tedeschi con un nuovo gruppo politico che aveva fondato: “Futuro di Azione Verde” (GAZ). Secondo Charlene Spretnak e Fritjof Capra, e’ stato Gruhl a coniare lo slogan “non siamo ne’ di destra ne’ di sinistra, siamo davanti“. (104) All’inizio degli anni Ottanta, i membri dell’ultra-destra, compreso il GAZ di Gruhl, si contesero la direzione del partito verde con correnti di sinistra e di centro; alla fine, il controllo fu preso dal centro-sinistra.

Nelle fasi fondanti dei Verdi, fu grazie alle tendenze di sinistra“, scrive Ditfurth, “che l’ultra-destra e i neofascisti non riuscirono a porsi alla guida delle politiche ecologiste, come all’epoca minacciavano di fare“. (105) Gruhl, che faceva parte della fazione perdente, ne concluse che i Verdi avessero rinunciato alla loro “preoccupazione per l’ecologia, a favore di un’ideologia progressista di sinistra”, ed usci’ dal partito. Fuori dai Verdi, continuò però la lotta per la sua concezione di ecologia. Con il suo collega di ultra-destra Baldur Springmann, nel 1982 fondò’ il “Partito Democratico Ecologista” (ODP) e scrisse la maggior parte della sua letteratura programmatica, orientando l’ecologia verso il fascismo e dotando razzismo e controllo della popolazione di una legittimazione “ecologista”. Nel 1989, quando un congresso del partito ODP osò approvare una risoluzione con cui prendeva formalmente le distanze dal partito NPD e dai Republikaner, questa “vittoria della sinistra” fu troppo per Gruhl, che abbandonò il partito, per formare ancora un altro gruppo.

Dalla meta’ degli anni Ottanta, Gruhl e’ stato spesso ospitato come conferenziere in vari eventi neo-nazisti e di negazione dell’Olocausto, mentre continua a pubblicare libri sull'”ecologia”. L’”ecologia” darwinista sociale di Gruhl riduce gli esseri umani alle loro caratteristiche biologiche ed applica alla società le ‘leggi della natura’: “Tutte le leggi valide per la natura vivente si applicano generalmente anche alle persone, perche’ la gente stessa fa parte della natura vivente “, sostiene. (107).  Queste “leggi naturali” prevedono che la gente dovrebbe accettare l’attuale ordinamento sociale così com’è. Il dominio, la gerarchia e lo sfruttamento dovrebbero essere accettati, perchè “il cigno è bianco, senza che alcuno debba sbiancarlo artificialmente. Il corvo è nero, e ogni cosa si pone spontaneamente nella propria collocazione naturale. Ciò è bene. Tutti i desideri di giustizia organizzata nutriti dalle persone… sono semplicemente disperati.” (108)

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Le persone dovrebbero adattarsi alle circostanze attuali, anzichè tentare inutilmente di cambiarle, dal momento che “ogni forma di vita si adegua a ciò che non può cambiare.” (109) Se la società fosse instaurata secondo natura, sostiene Gruhl, le culture istituirebbero delle prescrizioni contro coloro che deviano dalle loro norme attuali, dato che “nei territori di caccia selvaggi, quando un animale infrange la legge non scritta del branco e intraprende un proprio percorso, generalmente paga con la vita per questa indipendenza.” (110)

Inoltre, le culture dovrebbero essere mantenute separate una dall’altra: “Quando molte culture sono compresenti nella stessa zona, il risultato sarà che vivranno una a fianco dell’altra, in conflitto reciproco, oppure… raggiungeranno l’entropia, trasformandosi in una mistura il cui valore diminuira’ ad ogni miscuglio, fino a che non avrà più alcun valore “. Anche la ragione per la separazione culturale si basa sulla “legge naturale “: “Una specifica legge dell’entropia è particolarmente nota in ecologia e questa legge è valida anche per le culture umane.” (111) Negli anni a venire, secondo Gruhl, in tutto il mondo le culture si contenderanno le fonti di sostentamento necessarie per sopravvivere, in una lotta sociale darwinista per l’esistenza.

“Non c’e’ dubbio che le guerre del futuro saranno combattute per il possesso delle fondamenta basilari della vita – vale a dire per le fonti alimentari e per i sempre più preziosi frutti della terra. In questo scenario, le guerre del prossimo futuro supereranno in ferocia tutte le guerre precedenti.” (112) Le popolazioni con le maggiori probabilità di sopravvivere saranno quelle meglio armate e che meglio conserveranno le proprie risorse; quelle che “riusciranno a portare al più alto livello la loro preparazione militare, mantenendo contemporaneamente basso il loro tenore di vita, avranno un vantaggio enorme.” (113) Per questa battaglia, i tedeschi devono non solo armarsi, ma preservare il loro ambiente

Per questa battaglia, i tedeschi devono non solo armarsi, ma preservare il loro ambiente conservando basso il numero degli abitanti: “le violazioni dell’equilibrio ecologico e la distruzione degli spazi vitali naturali [“Lebensäume”] sono direttamente collegate con la densità demografica.” La ““sovrappopolazione ” nel terzo mondo, comunque, avrebbe prodotto degli “eserciti di persone in cerca di lavoro”, che starebbero entrando in Germania con “ una capacita’ distruttiva ” paragonabile “ ad una bomba nucleare “, scrive Gruhl. Questa “marea di umanità” costituirebbe una grave minaccia primaria, che in Europa causerà il “crollo dell’ordine”. Gli immigranti dal terzo mondo starebbero quindi minacciando la cultura europea stessa, che “perirà non a causa della degenerazione della sua gente, come avvenuto a grandi civiltà precedenti, ma a causa di leggi fisiche: una massa umana costantemente crescente su una superficie di terra che rimane costante.” (115).

Di conseguenza, non c’è spazio per immigranti nella Repubblica Federale: “A causa della sua alta densità demografica, la Repubblica Federale di Germania, uno dei paesi più densamente popolati della terra, non può essere un paese di destinazione per gli emigranti. Rifiutiamo quindi di accettare illimitatamente stranieri.” (116) Di conseguenza, Gruhl chiede “un blocco dell’immigrazione per motivi ecologici.” (117) “Le leggi della natura”, secondo Gruhl, “offrono una soluzione per l’immigrazione dal terzo mondo, specialmente la ‘legge’ secondo cui “l’unica valuta accettabile con cui possono essere pagate le violazioni della legge naturale e’ la morte. La morte pareggia i conti; riduce tutta la vita che ha invaso questo pianeta, cosicche’ il pianeta possa ancora una volta restare in equilibrio.” (118). Fortunatamente – dal suo punto di vista – le popolazioni del terzo mondo accetteranno questa soluzione mortale, perché le loro vite “si basano su un aspettativa di vita completamente differente dalla nostra: accettano come destino la loro morte e quella dei loro bambini.” (119).

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Non c’e’ bisogno di dire che Gruhl non ritiene che la democrazia sia lo strumento più efficace per risolvere questi problemi. Dopo tutto, questa situazione “assumerà le proporzioni di un’emergenza negli anni a venire, e i tentativi che verranno fatti per prevalere causeranno uno stato di emergenza permanente.” (120).  In un’intervista con i redattori di “Junge Freiheit” (“Libertà giovane”), la pubblicazione di punta dei Nazional-rivoluzionari, è stato chiesto a Gruhl se i problemi di protezione dell’ambiente e della vita possano essere risolti in una democrazia. “Probabilmente no”, ha risposto, “perché le democrazie seguono lo Zeitgeist e attualmente in tutti i paesi del mondo lo Zeitgeist è alzare ulteriormente il tenore di vita. I partiti che mettono in guardia rispetto a questo problema e promuovono la rinuncia al consumo sembrano avere poche probabilità di successo.”

Gruhl, invece, richiede “uno Stato forte”, forte sia internazionalmente che nazionalmente – se possibile, anche uno Stato “con poteri dittatoriali.” (121). Nell’autunno del 1991, il Ministro dell’Ambiente della Bassa Sassonia sconcertò molti osservatori assegnando ad Herbert Gruhl un onorificenza statale altamente prestigiosa. “Con il suo best-seller internazionale ‘Un pianeta saccheggiato” – ha dichiarato il Ministro Monika Greifahn – Gruhl avrebbe “posto le idee della protezione dell’ambiente e della cura al centro della consapevolezza politica del pubblico.” (122).

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Un ecologia sociale della liberta’

 

Una combinazione di nazionalismo, autoritarismo e desiderio di guide carismatiche che viene legittimata da un “ecologia” mistica e biologista e’ potenzialmente una catastrofe sociale. Cosi’ come il movimento volkisch venne alla fine assorbito dal movimento nazista, allo stesso modo i nuovi movimenti sociali attratti da questi concetti devono essere consapecoli del loro potenziale per la catastrofe politica e sociale qualora vengano incanalati in una direzione politicamente pericolosa derivata dal misticismo. Un amore per il mondo naturale e l’alienazione dalla società moderna di per sè sono idee innocenti e legittime, e non fu affatto a causa di una necessità storica che vennero trasformate in una giustificazione per lo sterminio di massa. Tantomeno l'”ecologia” si limita a un’interpretazione in chiave di giungla razziale da darwinismo sociale, o politicizzata secondo direzioni tribali, regionali e nazionaliste. L'”ecologia” non e’ neppure un concetto mistico inerentemente antirazionale. Per finire, la crisi ecologica difficilmente può essere negata: è di per sé molto reale e sta rapidamente peggiorando. In realtà, la politicizzazione dell’ecologia non è solo desiderabile, quanto necessaria.

Nonostante questo articolo sia focalizzato sulla destra “ecologista” nella Repubblica Federale, il fascismo “ecologista” non e’ diffuso soltanto in questo paese. In Inghilterra, una corrente del National Front ha come slogan: “La preservazione razziale e’ Verde!” Negli Stati Uniti, il noto razzista Tom Metzger (http://www.resist.com) sostiene:

Ho notato che e’ aumentato il numero di giovani nel movimento razziale bianco che si interessa anche di ecologia, protezione degli animali e cose del genere, e mi sembra che man mano che diveniamo consapevoli della nostra condizione precaria, essendo gli uomini e le donne bianchi soltanto il dieci per cento della popolazione mondiale, cominciamo a simpatizzare, abbiamo maggior empatia, per i lupi ed altri animali.” (123)

La sua collega Monique Wolfing concorda: “Beh, certo. Si trovano nella nostra medesima posizione. Perche’ dovremmo desiderare qualcosa creato da noi stessi e contemporaneamente vedere distrutta la natura? Lavoriamo fianco a fianco con la natura e, mentre cerchiamo di salvare la nostra razza, dovremmo salvare la natura“. (124)

Il noto “ecologista profondo” statunitense Bill Devall, che non e’ certamente un fascista, ha inserito tra le sue opinioni degli argomenti contro l’immigrazione. Apparentemente sollevato dal fatto che “in Europa occidentale ed in Nord America la popolazione sta cominciando a stabilizzarsi“, ha notato che esiste però un pericolo: “l’immigrazione.” Devall critica coloro che vorrebbero “giustificare un’immigrazione su vasta scala dall’America latina e dall’Africa verso l’Europa occidentale e l’America settentrionale come colpevoli di un “umanismo mal riposto“. (125)

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Ciò che chiaramente e’ cruciale e’ la maniera in cui vengono concepite le politiche ecologiste. Se lo slogan dei Verdi “noi non siamo ne’ di destra ne’ di sinistra, siamo davanti” ha mai avuto un senso, l’emergere di una “destra ecologista” rende definitivamente obsoleto questo slogan. La necessità di una sinistra ecologista e’ urgente, specialmente di una che sia saldamente fondata su di una chiara serie di opinioni anticapitaliste, democratiche e antigerarchiche. Deve essere radicata nell’internazionalismo della sinistra e nella critica genuinamente egalitaria dell’oppressione sociale che fu parte dell’Illuminismo, in particolare della sua discendenza di rivoluzionari libertari. Ma una politica ecologicamente orientata deve affrontare anche i fenomeni biologici, dal momento che la loro interpretazione può essere sfruttata per finalità inquietanti.

Quando “rispetto della natura” arriva a significare “reverenza“, può trasformare le politiche ecologiste in una religione che gli “Adolf verdi” possono efficacemente usare per scopi autoritari. Quando, a sua volta, la “Natura” diviene una metafora che legittima la “morale genetica”, le glorie della “purezza razziale“, l'”amore per l’Heimat”,  “donne uguale natura“, o la “consapevolezza pleistocenetica” della sociobiologia, sono gettate le basi per la reazione. Il fascismo “ecologista” e’ un tentativo, cinico ma potenzialmente efficace politicamente, di collegare misticamente, attraverso un frasario ecologista, una sincera preoccupazione per i problemi ambientali attuali, gli elementi veramente migliori dell’Illuminismo, alle paure di antica memoria del “diverso” o del “nuovo”. Le mistificazioni autoritarie non sono un destino inevitabile del movimento ambientalista contemporaneo, come dimostra l’ecologia sociale. Ma potrebbero diventare il suo destino, se faranno strada gli eco-mistici, gli eco-primitivisti, i misantropi e gli antirazionalisti.

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NOTE

98. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen’ und RassistInnen gegen EG und Kolonialismus? Anmerkungen zur ODP und anderen ‘BundnispartnerInnen’ in der Kampagne ’92”, “OkoLinX: Zeitschrift der okologischen Linken 6“ (luglio-agosto.-settembre 1992), pp. 11 e 19

99. Daniel Gasman, “The Scientific Origins of National Socialism: Social Darwinism in Ernst Haeckel and the German Monist League” (New York: American Elsevier; London: Macdonald & Co., 1971), pp. xxii-xxiii.

100. Adolf Hitler, “Mein Kampf“, trad. Ralph Mannheim (Boston: Houghton Mifflin, 1943), pp. 288, 400.

101. Gasman, “Scientific Origins”, p. xxiii.

102. Per una critica di Gruhl, vedi: Anti-EG-Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen’“; Antifa-Gruppe Freiburg und Volksfront gegen Reaktion, “Faschismus und Krieg“, eds., “Beitrag zur Kritik des &OUML;kologismus“ e “Beitrag zur Ideologie und Programmatik der &OUML;DP“ (Cologne: GNN-Verlag, 1989); e Ditfurth, “Feuer“, pp. 151-69.

103. Herbert Gruhl, “Ein Planet wird geplündert “(ristampa Frankfurt/Main, 1987; originale, 1975).

104. Charlene Spretnak e Fritjof Capra, “Green Politics” (New York: E. P. Dutton, 1984), p. 15.

105. Ditfurth, “Feuer“, p. 152.

106. Vedi, ad es.i quotidiani del 7 novembre 1991.

107. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 30.

108. Herbert Gruhl, “Das irdische Gleichgewicht“ (Munich, 1985), p. 127; Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p . 27; e Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen‘”, p. 10.

109. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 35.

110. Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 68.

111. Citato in Ditfurth, “Feuer”, p. 159.

112. Gruhl, “Ein Planet“, p. 322f.

113. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 114f.

114. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen‘” p. 11.

115. Herbert Gruhl, “Die Menschheit ist am Ende”, Der Spiegel 13 (1992), pp. 57-58.

116. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen,'” p. 11.

117. Citato in Anti-EG Gruppe Koln, “Mit ‘LebensschützerInnen,'” p. 10.

118. Gruhl, “Ein Planet“, p. 110.

119. Herbert Gruhl, “Himmelfahrt ins Nichts“ (Munich: Verlag Langen Müller, 1992), p. 242. Vedi la critica di Thomas Ebermann, “Massakriert den Armen!” Konkret (giugno 1991), pp. 36-37

120. Citato in Antifa-Gruppe Freiburg, “Beitrag“, p. 113.

121. Citato in Reimar Paul, “EK III in Grün-Braun”, Konkret [Hamburg] (dicembre 1991), pp. 35-36.

122. Citato in Paul, “EK III”, pp. 35-36.

123. Tom Metzger, citato in Elinor Langer, “The American Neo-Nazi Movement Today”, Nation (16-23 luglio 1990), pp. 82-107 at. 86.

124. Citato in Langer, “American Neo-Nazi Movement”, p. 86.

125. Bill Devall, “Simple in Means, Rich in Ends: Practicing Deep Ecology” (Layton, UT: Gibbs Smith, 1988), p. 189.

Peter Staudenmeier, Ecologia fascista – 3. La politica ecologica nazista: Walther Darré e la dottrina Blut und Boden (Sangue e suolo)

ECOLOGIA FASCISTA:

“L’ALA VERDE” DEL PARTITO NAZISTA

E I SUOI ANTECEDENTI STORICI

 

di Peter Staudenmeier

Published by: AK Press – The Anarchist Library

http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html

(Traduzione: http://www.veneto.antrocom.org)

Ecologia fascista, Parte 1: -1- Le radici della mistica di Sangue e Suolo

Ecologia fascista Parte 2: -2- Dal-movimento-Wandervogel-alla-Repubblica-di-Weimar/

***

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(Dopo aver introdotto sinteticamente gli antecedenti storici dell’ecologia fascista, l’autore passa ad analizzare la politica ecologica del regime nazista, rappresentata in primo luogo dal Ministro dell’Agricoltura Richard Walther Darré e dalla sua ideologia di Sangue e Suolo (Blut und Boden), espressa in un suo libro del 1930, Neuadel aus Blut und Boden (La nuova nobiltà di Sangue e Suolo). La politica ecologica di Darré contribuì potentemente all’affermazione del regime nazista, e il suo Ministero fu il quarto fra i tanti ministeri per importanza economica e budget. Risulta perciò deviante e aberrante il tentativo revisionista, alimentato in particolare dai libri di Anna Bramwell, di separare l'”ala verde” del regime nazista dai suoi esiti funesti, e di presentarlo, così “ripulito” e “vergine”,  “né destra né sinistra”, come immacolato precursore dell’ambientalismo contemporaneo. Un’operazione che non a caso piace tanto all’estrema destra come ai movimenti confusionisti)

???????????????Ragazze berlinesi del BDM, 1939

3. La natura nell’ideologia nazionalsocialista

 

Le idee ecologiste reazionarie di cui abbiamo tracciato un profilo esercitarono un’influenza profonda e durevole su molte delle figure centrali della NSDAP. La cultura di Weimar, dopotutto, ne era letteralmente inondata, ma il nazismo diede loro un’inflessione particolare. La “religione della natura” nazionalsocialista, come l’ha descritta uno storico, era una mistura volatile di misticismo primitivo teutonico, ecologia pseudo-scientifica, anti-umanesimo irrazionalista e mitologia della salvezza razziale attraverso un ritorno alla terra. I suoi temi predominanti erano “l’ordine naturale”, l’olismo organicista e la denigrazione dell’umanità:

“In tutti i loro scritti, non solo quelli di Hitler, ma anche della maggior parte degli ideologi nazisti, si può distinguere un fondamentale disprezzo dell’umano di fronte alla natura e, come corollario logico, un attacco contro gli sforzi umani di dominare la natura” (25).

Citando un educatore nazista, la stessa fonte continua: “le visioni antropocentriche in generale dovevano essere respinte. Sarebbero valide solo “se si presumesse che la natura è stata creata per l’uomo. Noi respingiamo decisamente questo atteggiamento. Secondo la nostra concezione della natura, l’uomo è un legame nella catena vivente della natura solo come qualsiasi altro organismo” (26).

Tali argomenti sono moneta corrente in un modo che fa rabbrividire nel discorso ecologico contemporaneo: la chiave per l’armonia socio-ecologica è accertare “le leggi eterne dei processi di natura” (Hitler) e organizzare la società in corrispondenza ad essi. Al Fuhrer piaceva in modo particolare sottolineare la “impotenza dell’umanità di fronte alla legge eterna della natura” (27). Echeggiando Haeckel e i Monisti, “Mein Kampf” annuncia:

Quando il popolo tenta di ribellarsi contro la ferrea logica della natura, entra in conflitto con gli stessi principi a cui deve l’esistenza come esseri umani. Le loro azioni contro natura devono condurre alla loro caduta” (28).

 

Junge Frauen und M„dchen aus dem Landjahrheim in Finkenkrug

Le implicazioni autoritarie di questo punto di vista sull’umanità e la natura diventano anche più chiare nel contesto dell’enfasi nazista sull’olismo e l’organicismo. Nel 1934 il direttore dell’Agenzia per la Protezione della Natura del Reich, Walter Schoenichen, stabilì i seguenti obiettivi per i programmi di biologia:

Molto presto, il giovane deve sviluppare una comprensione dell’importanza civica “dell’organismo”, cioè il coordinamento di tutte le parti e degli organi per il beneficio dell’unico e superiore compito della vita” (29).

Questo (ora familiare) adattamento non mediato di concetti biologici a fenomeni sociali serviva a giustificare non solo l’ordine sociale totalitario del Terzo Reich ma anche le politiche espansioniste del Lebensraum (il piano di conquista dello “spazio vitale” in Europa orientale da parte dei popoli tedeschi). Forniva anche il legame tra purezza ambientale e purezza razziale:

Due temi centrali della biologia vengono (secondo i nazisti) dalla prospettiva olistica: la protezione della natura e l’eugenetica. Se uno guarda la natura come a un tutto unificato, gli studenti automaticamente svilupperanno un senso per l’ecologia e la conservazione ambientale. Allo stesso tempo, l’idea di protezione della natura dirigerà l’attenzione alla razza umana moderna urbanizzata e “supercivilizzata”» (30).

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In molte varietà della visione del mondo nazionalsocialista temi ecologici furono legati al tradizionale romanticismo agrario e all’ostilità per la civiltà urbana, il tutto intorno all’idea del radicamento nella natura. Questa costellazione concettuale, specialmente la ricerca di una connessione perduta con la natura, fu più pronunciata che mai tra gli elementi neo-pagani della leadership nazista, soprattutto Heinrich Himmler, Alfred Rosenberg e Walther Darré. Rosenberg scrisse nel suo colossale “Il mito del XX secolo”:

Oggi vediamo il continuo flusso dalla campagna alla città, mortale per il Popolo (Volk). Le città si gonfiano sempre più, indebolendo il Popolo e distruggendo i fili che uniscono l’umanità alla natura; attraggono avventurieri e profittatori di ogni colore, favorendo perciò il caos razziale”(31).

 

Tali meditazioni, si deve sottolineare, non erano semplice retorica; riflettevano fermamente opinioni salde e, in realtà, pratiche proprio in cima alla gerarchia nazista che oggi sono associate convenzionalmente con l’atteggiamento ecologico. Hitler e Himmler erano entrambi rigidi vegetariani e amanti degli animali, attratti dal misticismo della natura e dalle cure omeopatiche e strenui oppositori della vivisezione e della crudeltà verso gli animali. Himmler fondò persino fattorie organiche sperimentali per coltivare erbe a scopo medicinale per le SS. E Hitler, a volte, poteva sembrare un vero utopista verde, quando discuteva autorevolmente e in dettaglio varie risorse energetiche rinnovabili (compreso l’uso ambientalisticamente appropriato dell’energia idroelettrica e la produzione di gas naturale dai fanghi) come alternative al carbone,  proclamando “l’acqua, i venti e le maree”  come  strada energetica del futuro (32).

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Anche in piena guerra, i leader nazisti mantennero il loro impegno verso gli ideali ecologici che erano, per loro, un elemento essenziale del ringiovanimento razziale. Nel dicembre 1942 Himmler emanò un decreto “Sul trattamento della terra nei Territori orientali” che si riferiva alle porzioni di Polonia recentemente annesse. Diceva in particolare:

Il contadino del nostro ceppo razziale si è sempre sforzato con cura di aumentare i poteri naturali del suolo, delle piante e degli animali e di conservare l’equilibrio della natura. Per lui, il rispetto della creazione divina è la misura di tutta la cultura. Se, perciò, i nuovi Lebensräume (spazi vitali) devono diventare una patria per i nostri coloni, la sistemazione pianificata del paesaggio per mantenerlo vicino alla natura è un pre-requisito fondamentale. E’ una della basi per fortificare il Volk tedesco” (33).

 

Questo brano ricapitola quasi tutti i luoghi comuni compresi dall’ideologia ecofascista classica: Lebensraum, Heimat, la mistica agraria, la salute del Volk, la vicinanza e il rispetto per la natura (esplicitamente costituito come lo standard su cui deve essere giudicata la società), la conservazione del precario equilibrio della natura e i poteri terreni del suolo e delle sue creature. Tali motivi non erano affatto idiosincrasie personali da parte di Hitler, Himmler o Rosenberg; persino Goring – che era, insieme a Goebbels, il membro del cerchio interno nazista più refrattario alle idee ecologiste – appariva a volte un ecologista impegnato (34). Queste simpatie non erano affatto ristrette agli strati superiori del partito. Uno studio sui registri dei membri di parecchie organizzazioni ufficiali Naturschutz (Protezione della natura) dell’epoca di Weimar rivelarono che nel 1939, un intero 60% di questi conservazionisti si erano uniti alla NSDAP (a paragone con circa il 10% degli adulti e il 25% degli insegnanti e degli avvocati) (35). Chiaramente le affinità tra ambientalismo e nazionalsocialismo erano profonde.

stichtagfebruardreizehn108_v-TeaserAufmacherBDM, Bund Deutscher Mädel

A livello di ideologia, quindi, i temi ecologisti giocarono un ruolo vitale nel fascismo tedesco. Sarebbe un grave errore, comunque, trattare questi elementi come semplice propaganda, abilmente portata avanti per mascherare il vero carattere del nazismo come mostro tecnocratico-industrialista. La storia definitiva dell’anti-urbanesimo e del romanticismo agrario lo proclama apertamente:

 

Nulla potrebbe essere più sbagliato che supporre che la maggior parte dei principali ideologi nazisti avessero cinicamente finto un romanticismo agrario e un’ostilità verso la cultura urbana, senza una convinzione intima e per semplici scopi elettorali e propagandistici, allo scopo di ingannare il pubblico […]. In realtà, la maggioranza dei principali ideologi nazisti erano senza dubbio più o meno propensi al romanticismo agrario e l’anti-urbanesimo e convinti della necessità di un relativo ritorno all’agricoltura” (36).

Comunque resta la questione: fino a che punto i nazisti effettivamente applicarono politiche ambientaliste durante i dodici anni del Terzo Reich? Vi sono forti prove che la tendenza “ecologica” nel partito, anche se oggi è largamente ignorata, ebbe considerevole successo per la maggior parte del regno del partito. Questa “ala verde” della NSDAP era rappresentata soprattutto da Walther Darré, Fritz Todt, Alwin Seifert e Rudolf Hess, le quattro figure che principalmente modellarono l’ecologia fascista nella pratica.

preservazione-razzialeRichard Walther Darré, meeting di Goslar, 13 dicembre 1937

4. Sangue e Suolo come dottrina ufficiale

“L’unità di sangue e suolo deve essere restaurata”, proclamava Richard Walther Darré nel 1930. Questa frase famigerata denotava una connessione quasi mistica tra “sangue” (la razza del Volk) e “suolo” (la terra e l’ambiente naturale) specifici ai popoli germanici e assente, per esempio, tra i celti e gli slavi. Per gli entusiasti del Blut und Boden (Sangue e Suolo), gli ebrei erano della gente particolarmente sradicata e vagabonda, incapace di qualsiasi vera relazione con la terra. Il sangue tedesco, in altre parole, dava vita a una pretesa esclusiva al sacro suolo tedesco. Mentre il termine “sangue e suolo” aveva circolato nei circolo völkisch almeno fin dall’epoca gugliemina, fu Darré che per primo lo divulgò come slogan e poi lo sacralizzò come principio guida del pensiero nazista. Riandando con il pensiero a Arndt e Riehl (v. pt.1), egli sognava una completa ruralizzazione della Germania e dell’Europa, radicata su un contadiname proprietario revitalizzato, allo scopo di assicurare salute razziale e sostenibilità ecologica.

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Darré era uno dei principali “teorici della razza” del partito e fu anche fondamentale nel galvanizzare l’appoggio contadino ai nazisti durante il periodo critico dei primi anni Trenta. Dal 1933 al 1942 egli tenne il posto di Leader dei Contadini del Reich e Ministro dell’Agricoltura. Questo non era un feudo minore; il ministero dell’agricoltura aveva il quarto budget in ordine di grandezza tra tutta la miriade di ministeri nazisti,  fin dentro il periodo  della guerra (38). Da questa posizione Darré fu in grado di prestare un appoggio vitale alle varie iniziative orientate ecologicamente. Giocò un ruolo essenziale nell’unificare le nebulose tendenze proto-ambientaliste nel nazionalsocialismo:

Fu Darré che diede ai mal definiti sentimenti anti-civiltà, antiliberali, anti modernisti e anti-urbani dell’élite nazista un fondamento nella mistica agraria. E sembra che Darré avesse un’influenza immensa sull’ideologia del nazionalsocialismo, come se fosse in grado di articolare in modo significativamente più chiaro di prima il sistema di valori di una società agraria contenuto nell’ideologia nazista e – soprattutto – legittimare questo modello agrario e dare alla politica nazista uno scopo che era chiaramente orientato verso una ri-agriarizzazione di grande portata” (39).

 

Questo scopo non era solo squisitamente consono con l’espansione imperialista in nome del Lebensraum (spazio vitale), era in effetti una delle sue prime giustificazioni, anzi motivazioni. In un linguaggio pieno delle metafore biologizzanti dell’organicismo, Darré dichiarava: “Il concetto di Sangue e Suolo ci dà il diritto morale di riprenderci tanta terra nell’Est quanta è necessaria per stabilire un’armonia tra il corpo del nostro Volk e lo spazio geopolitico” (40).

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Oltre a fornire il camuffamento verde alla colonizzazione dell’Europa orientale, Darré lavorò all’istituzione di principi sensibili ecologicamente come vera base della politica agricola del Terzo Reich. Anche nelle sue fasi più produttivistiche, questi precetti restarono emblematici della dottrina nazista. Quando la “Battaglia per la Produzione” (uno schema per incentivare la produttività nel settore agricolo) fu proclamata al secondo Congresso dei Contadini del Reich nel 1934, proprio il primo punto del programma diceva “Tieni il suolo sano!”  Ma la più importante innovazione di Darré fu l’introduzione su larga scala di metodi di agricoltura biologica, significativamente etichettati “lebensgesetzliche Landbauweise,”  o “agricoltura secondo le leggi della vita”. Il termine mette ancora una volta in rilievo l’ideologia dell’ordine naturale che sta alla base di molto pensiero ecologico reazionario. La spinta per queste misure senza precedenti venne dall’antroposofia di Rudolf Steiner e le sue tecniche di coltivazione biodinamica.

 

La campagna per istituzionalizzare l’agricoltura biologica comprese decine di migliaia di piccole proprietà e di grandi possedimenti in tutta la Germania. Incontrò considerevole resistenza da parte di altri membri della gerarchia nazista, soprattutto Backe e Goring. Ma Darré, con l’aiuto di Hess e altri, fu in grado di sostenere questa politica fino alle sue dimissioni forzate nel 1942 (un evento che aveva poco a che fare con le sue inclinazioni ambientaliste). E questi sforzi in nessun modo rappresentarono semplicemente le predilezioni personali di Darré; come indica la storia convenzionale della Germania agricola, Hitler e Himmler “avevano assoluta simpatia per queste idee” (42).

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Ancora, fu soprattutto l’influenza di Darré nell’apparato nazista che fornì, in pratica, un livello di sostegno governativo a sistemi di coltivazione ecologicamente solidi e a una programmazione dell’uso della terra ineguagliati da nessuno stato né prima né dopo. Per queste ragioni Darré è stato talvolta considerato un precursore del movimento verde contemporaneo. La sua biografa, infatti, una volta fece riferimento a lui come a “padre dei verdi” (43). Il suo libro “Sangue e Suolo”, senza dubbio la miglior fonte singola su Darré in inglese o in tedesco, sminuisce in modo notevole gli elementi virulentemente fascisti del suo pensiero, ritraendolo invece come un radicale agrario fuorviato. Questo grave errore di giudizio indica la spinta potentemente disorientante di una “aura” ecologica. Gli scritti pubblicati da Darré,  che datano ai primi anni venti, da soli sono sufficienti per condannarlo come razzista rabbioso e ideologo sciovinista particolarmente prono a un antisemitismo odioso e volgare (parlava degli ebrei, in modo rivelatore, come di “erbacce”). La sua permanenza decennale come leale servitore e, soprattutto, architetto dello stato nazista dimostra la sua dedizione alla disgraziata causa hitleriana. Un autore afferma persino che fu Darré che convinse Hitler e Himmler della necessità di sterminare gli ebrei e gli slavi (44). Gli aspetti ecologici del suo pensiero non possono, a conti fatti, essere separati dall’intera cornice nazista. Ben lontano dall’incorporare le sfaccettature “redentrici” del nazionalsocialismo, Darré rappresenta lo spettro funesto dell’ecofascismo al potere.

3-4 (segue)

4 reichaustellung munchen

25. Robert Pois, National Socialism and the Religion of Nature, London, 1985, p. 40.

26. ibid., pp. 42-43. La citazione interna è presa da George Mosse, Nazi Culture, New York, 1965, p. 87.

27. Hitler, in Henry Picker, Hitlers Tischgespräche im Führerhauptquartier 1941-1942, Stuttgart, 1963, p. 151.

28. Adolf Hitler, Mein Kampf, Munchen, 1935, p. 314.

29. Citato in Gert Groning e Joachim Wolschke-Bulmahn, “Politics, planning and the protection of nature: political abuse of early ecological ideas in Germany, 1933-1945″, Planning Perspectives 2 (1987), p. 129.

30. Anne Baumer, NS-Biologie, Stuttgart, 1990, p. 198.

31. Alfred Rosenberg, Der Mythus des 20. Jahrhunderts, Munchen, 1938, p. 550. Rosenberg fu, almeno nei primi anni, il principale ideologo del movimento nazista.

32. Picker, Hitlers Tischgespräche, pp. 139-140.

33.Citato in Heinz Haushofer, Ideengeschichte der Agrarwirtschaft und Agrarpolitik im deutschen

Sprachgebiet, Band II, Munchen, 1958, p. 266.

34. See Dominick, The Environmental Movement in Germany, p. 107.

35. ibid., p. 113.

36. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, p. 334. Ernst Nolte pone un’argomentazione simile in Three Faces of Fascism, New York, 1966, pp. 407-408. Vedi anche Norbert Frei, National Socialist Rule in Germany, Oxford, 1993, p. 56: “Il cambio di direzione verso il ‘suolo’ non era stata una tattica elettorale. Fu uno degli elementi ideologici basilari del nazionalsocialismo. . . “

37. R. Walther Darré, Um Blut und Boden: Reden und Aufsätze, Munchen, 1939, p. 28. La citazione è tratta da un discorso del 1930 intitolato ‘Sangue e suolo come fondamenti di vita della razza nordica’.

38. Bramwell, Ecology in the 20th Century, p. 203. Vedi anche Frei, National Socialist Rule in Germany, p. 57, che sottolinea come il controllo totale di Darré sulla politica agricola costituisse una posizione di dominio unica all’interno del sistema nazista.

39. Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, p. 312.

40. ibid., p. 308.

41. Vedi Haushofer, Ideengeschichte der Agrarwirtschaft, pp. 269-271, e Bramwell, Ecology in the 20th  Century, pp. 200-206, per l’influenza formativa delle idee steineriane su Darré.

42. Haushofer, Ideengeschichte der Agrarwirtschaft, p. 271.

43. Anna Bramwell, “Darré. Was This Man ‘Father of the Greens’?” History Today, September 1984, vol.34, pp. 7-13. Questo ripugnante articolo fa parte di una lunga serie di distorsioni che hanno lo scopo di dipingere Darré come un eroe anti Hitler – uno sforzo tanto inutile quanto spregevole.

44. Roger Manvell e Heinrich Fraenkel, Hess: A Biography, London, 1971, p. 34.

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Requiem for Detroit ? (J.Temple, BBC documentario)

BBC Documentary: Requiem For Detroit from Logan Siegel on Vimeo.

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In modo soft, “naturale”, i media hanno dato una falsa rappresentazione della richiesta di bancarotta per Detroit. Una rappresentazione complementare a un certo “romanticismo delle rovine”, riproposto in tanti reportages fotografici. A  scanso di equivoci, va precisato che c’è una netta divisione amministrativa fra la città di Detroit e l’Area metropolitana, i suburbia, dove già dagli anni ’50 si sono trasferiti in massa prima la middle class bianca, i servizi e i centri commerciali, poi le stesse aziende; la bancarotta riguarda quindi l’Inner City, non l’Area metropolitana, che invece gode di ottima salute, “è la dodicesima negli Stati Uniti per popolazione, con quasi quattro milioni di abitanti. Un’area che non è stata toccata che di striscio dalla crisi che ha colpito il municipio di Detroit…Nel 2010 il reddito medio nella Metropolitan Statistical Area era più alto della media del Michigan e di conseguenza di quella americana ed è facile da intuire.” Mazzetta. Di conseguenza, quando di seguito si parla di “collasso industriale della quarta città americana”  bisogna aggiungere “ex industriale” ed “ex quarta”, in quanto la Detroit propriamente detta NON è più industriale. Nel film di Clint Eastwood, “Gran Torino”, 2008,  il figlio del protagonista vive nella tipica villa unifamiliare  suburbana, e si reca di rado a trovare il padre che vive nel desolato centro con accanto i vicini asiatici. Attualmente Detroit è la  diciottesima città degli Stati Uniti per popolazione con 701.475 abitanti (4,3 milioni nell’Area Metropolitana), quindi non più la quarta, quando aveva circa 1.8 milioni di abitanti.  Questo fenomeno, che riguarda anche altre città in particolare della cosiddetta Rust Belt, è noto come  “shrinking cities”, città in contrazione, in calo. Questa nuova divisione economico-territoriale fra Inner City in degrado e Area metropolitana vitale o in espansione ricorda la separazione fra “bad company”  nella quale si riversano le perdite, e “good company”  a cui sono riservati i profitti. Ai “negri” e ai poveri è stato accollato l’enorme debito di circa 20 miliardi di dollari, costringendoli a vivere al buio; mentre i “bianchi” sono giustamente volati (“white flight”) nei tranquilli  e operosi suburbi. Loretta Napoleoni esulta: non potremmo applicare il modello Detroit anche in Europa?

Metropolitan Statistical Area:  http://en.wikipedia.org/wiki/Metro_Detroit

Leggi anche: Alessandro Coppola, Apocalypse Town, Laterza, 2012

Documentario realizzato da Julien Temple sulla decadenza e il collasso industriale della ex quarta città americana per grandezza e importanza. Il documentario ripercorre un secolo di sviluppo e declino  attraverso interviste e testimonianze, presentandoci una visione apocalittica e distopica, “a slow motion Katrina that has had many more victims”.  Programmato sulla BBC a marzo e a luglio 2010, e presentato in anteprima al 28° Torino Film Festival (26 novembre-4 dicembre 2010) nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

Durata: 75 minuti.
Con Grace Lee Boggs, Tyree Guyton, John Sinclair e Martha Reeves.

Conferenza stampa di Julien Temple al Torino Film Festival
via
  http://cinefestival.blogosfere.it

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Alice nel paese della decadenza
Il motivo per cui ho accettato di fare questo film è sostanzialmente che avevo bisogno di soldi! Non sapevo quasi niente di Detroit, c’ero stato una volta, conoscevo la musica e ovviamente l’industria dell’automobile. Quando siamo arrivati all’aeroporto io e il produttore e con la macchina ci siamo allontanati dall’anonimia di quel luogo, per avanzare verso la città, mi sono accorto della strana esperienza che stavo facendo. Sembrava di essere in un certo senso all’interno di Alice nel paese delle meraviglie: un percorso in cui ti senti progressivamente avvolto da un crescendo di decadenza e devastazione…

La fine dell’American Dream e la possibilità di un sogno nuovo
Detroit era il volano dell’American Dream: la produzione delle auto, l’invenzione dei semafori, delle autostrade, dei centri commerciali, tutti elementi costitutivi della produzione di massa, quella che ha creato il benessere della società americana nel Ventesimo secolo. La drammaticità di questo ritratto è dunque tanto più forte per il carattere emblematico di questa città: di fronte a un disastro di tali proporzioni viene spontaneo chiedersi come la civiltà che l’ha prodotto possa essere stata così folle. Eppure non si tratta del racconto di un incubo.
La capacità di reazione della popolazione di quella città lascia infatti sperare in una possibile rinascita, in un possibile nuovo sogno magari più a dimensione umana, più civilizzato. La scena artistica contemporanea, molto fiorente a Detroit, può essere ad esempio considerata un esempio di questo fermento, di questa volontà di andare avanti elaborando un modello differente da quello brutale (e fallimentare) imposto dalla società di massa.
È questo il perchè della punteggiatura del titolo che mira a sottolineare la valenza interrogativa del film. Non si tratta della celebrazione della morte di Detroit ma di quella della morte di una delle sue versioni. Il film è un requiem, un canto funebre che non pregiudica, anzi auspica la possibilità di una rinascita da quelle ceneri.

I rischi del modello
Quella che viene descritta nel film è, come detto, un esempio paradigmatico, ma data la diffusione e il radicamento di quel modello sociale ed economico, anche fuori dagli Stati Uniti, il rischio è che scenari analoghi si ritrovino anche in Europa. Bridgewater per esempio, è una piccola cittadina industriale del South West, vicino a dove vivo io, che sta completamente andando in rovina perchè fondata su un’economia totalmente industriale; molte realtà urbane corrono questo rischio per una crisi dell’industria che il contesto economico internazionale rende ancora più drammatica.
Questa decadenza ha inoltre ripercussioni sociali gravissime soprattutto per le minoranze e gli immigrati; si assiste infatti a un inasprimento della divisione su base razziale, e non solo negli Stati Uniti. Detroit è una città fondata sull’apartheid, è inutile negarlo, e la situazione degli afroamericani è ulteriormente critica rispetto a quella dei bianchi che hanno, a centinaia di migliaia, abbandonato la città. Ancora una volta però non si tratta di problemi estranei al continente europeo: in Gran Bretagna la crisi e la conseguente politica messa in pratica dall’attuale governo, intenzionato più a difendere gli interessi dei gruppi di potere economico – in particolare quelli bancari – che lo stato sociale, si sono abbattute sulle fasce più deboli della popolazione come una scure. È un rischio generale forse meno avvertito in Italia perchè si tratta di una civiltà più antica ma non impossibile, soprattutto se si continua a consentire a dei pagliacci come Silvio Berlusconi di dirigere i lavori…

Gli alberi e i sopravvissuti
C’è un personaggio emblematico nel film che è quello della donna anziana. Quella donna ha 96 anni, ha perciò vissuto direttamente tutta la parabola dallo sviluppo dell’epoca di Ford fino alla decadenza di oggi. Ha dunque la possibilità di assumere una prospettiva di lunga durata e gettare uno sguardo complessivo sulla situazione, un po’ come possono fare gli alberi che erano lì e lì continuano a stare, guardando al futuro ed elaborando strategie di conversione e riassetto che ne consentano la sopravvivenza e la rinascita.

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Nella mappa precedente le aree rosse sono a maggioranza bianca (preponderante se non esclusiva)  e quelle blu a maggioranza nera, l’area gialla sono i latini, ai confini della città.

“La città negli anni ha visto fuggire vero l’area metropolitana aziende, servizi e percettori dei redditi più elevati, lasciando nel centro della città storica una popolazione sempre meno numerosa e sempre più immiserita, impossibilitata comunque a sostenere il costo del funzionamento di quello che rimane il cuore di una città da quattro milioni d’abitanti con le tasse versate da 700.000 residenti che per lo più vivono sotto il livello di povertà. Un luogo che attira solo nuovi poveri che approfittano della grande offerta di abitazioni a prezzi di saldo, mentre dal dopoguerra in poi i sobborghi sono cresciuti  e solo di recente hanno registrato una lieve flessione nel numero degli abitanti.”

via http://mazzetta.wordpress.com/2013/07/19/detroit-unaltra-lettura-del-fallimento/

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Detroit: the last days
by Julian Temple

Detroit is a city in terminal decline. When film director Julien Temple arrived in town, he was shocked by what he found – but he also uncovered reasons for hope

When the film- maker Roger Graef approached me last year to make a film about the rise and fall of Detroit I had very few preconceptions about the place. Like everyone else, I knew it as the Motor City, one of the great epicentres of 20th-century music, and home of the American automobile. Only when I arrived in the city itself did the full-frontal cultural car crash that is 21st-century Detroit became blindingly apparent.

Leaving behind the gift shops of the “Big Three” car manufacturers, the Motown merchandise and the bizarre ejaculating fountains of the now-notorious international airport, things become stranger and stranger. The drive along eerily empty ghost freeways into the ruins of inner-city Detroit is an Alice-like journey into a severely dystopian future. Passing the giant rubber tyre that dwarfs the nonexistent traffic in ironic testament to the busted hubris of Motown’s auto-makers, the city’s ripped backside begins to glide past outside the windows.

Like The Passenger, it’s hard to believe what we’re seeing. The vast, rusting hulks of abandoned car plants, (some of the largest structures ever built and far too expensive to pull down), beached amid a shining sea of grass. The blackened corpses of hundreds of burned-out houses, pulled back to earth by the green tentacles of nature. Only the drunken rows of telegraph poles marching away across acres of wildflowers and prairie give any clue as to where teeming city streets might once have been. Approaching the derelict shell of downtown Detroit, we see full-grown trees sprouting from the tops of deserted skyscrapers. In their shadows, the glazed eyes of the street zombies slide into view, stumbling in front of the car. Our excitement at driving into what feels like a man-made hurricane Katrina is matched only by sheer disbelief that what was once the fourth-largest city in the US could actually be in the process of disappearing from the face of the earth. The statistics are staggering – 40sq miles of the 139sq mile inner city have already been reclaimed by nature.

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One in five houses now stand empty. Property prices have fallen 80% or more in Detroit over the last three years. A three-bedroom house on Albany Street is still on the market for $1.
Unemployment has reached 30%; 33.8% of Detroit’s population and 48.5% of its children live below the poverty line. Forty-seven per cent of adults in Detroit are functionally illiterate; 29 Detroit schools closed in 2009 alone.

But statistics tell only one part of the story. The reality of Detroit is far more visceral. My producer, George Hencken, and I drove around recce-ing our film, getting out of the car and photographing extraordinary places to film with mad-dog enthusiasm – everywhere demands to be filmed – but were greeted with appalled concern by Bradley, our friendly manager, on our return to the hotel. “Never get out of the car in that area – people have been car-jacked and shot.”

Law and order has completely broken down in the inner city, drugs and prostitution are rampant and unless you actually murder someone the police will leave you alone. This makes it great for filming – park where you like, film what you like – but not so good if you actually live there. The abandoned houses make great crack dens and provide cover for appalling sex crimes and child abduction. The only growth industry is the gangs of armed scrappers, who plunder copper and steel from the ruins. Rabid dogs patrol the streets. All the national supermarket chains have pulled out of the inner city. People have virtually nowhere to buy fresh produce. Starbucks? Forget it.

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What makes all this so hard to understand is that Detroit was the frontier city of the American Dream – not just the automobile, but pretty much everything we associate with 20th-century western civilisation came from there. Mass production; assembly lines; stop lights; freeways; shopping malls; suburbs and an emerging middle-class workforce: all these things were pioneered in Detroit.

But the seeds of the Motor City’s downfall were sown a long time ago. The blind belief of the Big Three in the automobile as an inexhaustible golden goose, guaranteeing endless streams of cash, resulted in the city becoming reliant on a single industry. Its destiny fatally entwined with that of the car. The greed-fuelled willingness of the auto barons to siphon up black workers from the American south to man their Metropolis-like assembly lines and then treat them as subhuman citizens, running the city along virtually apartheid lines, created a racial tinderbox. The black riots of 1943and 1967gave Detroit the dubious distinction of being the only American city to twice call in the might of the US army to suppress insurrection on its own streets and led directly to the disastrous so-called white flight of the 50s, 60s and 70s.

The population of Detroit is now 81.6% African-American and almost two-thirds down on its overall peak in the early 50s. The city has lost its tax base and cannot afford to cut the grass or light its streets, let alone educate or feed its citizens. The rest of the US is in denial about the economic catastrophe that has engulfed Detroit, terrified that this man-made contagion may yet spread to other US cities. But somehow one cannot imagine the same fate befalling a city with a predominantly white population.

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On many levels Detroit seems to be an insoluble disaster with urgent warnings for the rest of the industrialised world. But as George and I made our film we discovered, to our surprise, an irrepressible positivity in the city. Unable to buy fresh food for their children, people are now growing their own, turning the demolished neighbourhood blocks into urban farms and kick-starting what is now the fastest-growing movement across the US. Although the city is still haemorrhaging population, young people from all over the country are also flooding into Detroit – artists, musicians and social pioneers, all keen to make use of the abandoned urban spaces and create new ways of living together.

With the breakdown of 20th-century civilisation, many Detroiters have discovered an exhilarating sense of starting over, building together a new cross-racial community sense of doing things, discarding the bankrupt rules of the past and taking direct control of their own lives. Still at the forefront of the American Dream, Detroit is fast becoming the first “post-American” city. And amid the ruins of the Motor City it is possible to find a first pioneer’s map to the post-industrial future that awaits us all.

So perhaps Detroit can avoid the fate of the lost cities of the Maya and rise again like the phoenix that sits, appropriately, on its municipal crest. That is why George and I decided to call our film Requiem for Detroit?– with a big question mark at the end.

Vitaliano Trevisan, Francis Bacon e i 15000 passi nell’orrore

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Giardini Salvi e Loggia Valmarana

Di passaggio a Vicenza, percorro il consueto itinerario palladiano, piazza Matteotti, Corso Palladio, poi zigzagando fra le varie piazze, piazza delle Biade, dei Signori, delle Erbe, del Duomo, fino a sbucare in piazza Castello, ampia e vuota, a quell’ora. Ad un angolo della piazza con Corso Palladio c’è la libreria Galla (“dal 1880”), con caffetteria inclusa, nell’ultima saletta in fondo. Forse qui, mi dico, riesco a comprare I quindicimila passi di Vitaliano Trevisan (autore di cui ho già trattato qui  a proposito di Tristissimi giardini) che dalle mie parti non ero riuscito a trovare (“Trevisan chi? Ci sono tanti Trevisan…”). Entro, prendo un caffè, e poi in effetti trovo il libro, vado alla cassa, pago ed esco. Dopo qualche decina di passi ci sono i Giardini Salvi, mi siedo ad una panchina per divorare un panino, subito attorniato da decine di piccioni che litigano fra di loro per le briciole che rimbalzano di qua e di là. Do un’occhiata al libro appena acquistato, e con non poca sorpresa scopro  che l’itinerario del protagonista, Thomas Boschiero, si conclude proprio in piazza Castello: “Ero alla fine del corso. Girai a destra. Fatti pochi passi (nove), entrai nel cortile di palazzo Bonin Longare e proseguii diritto per un totale di altri ventuno passi e mi fermai davanti all’ingresso dello studio Strazzabosco…casa studio Strazzabosco 15000 passi. Suonai il campanello”.

E che cosa scrive il protagonista, nell’epilogo?

“solo ripercorrendo i percorsi che mio fratello aveva già percorso, leggendo ciò che lui aveva letto, pensando ciò che lui aveva già pensato, sono riuscito a dare un senso alle sue opere, che ora mi appaiono strettamente legate l’una all’altra, una conseguente all’altra, dall’inizio alla fine, dalla fine all’inizio, un continuo flusso di pensiero mai finito, ma solo interrotto, di cui questo resoconto, la cui architettura, come ora mi è chiaro, si tiene in piedi solo in relazione a quel flusso di pensiero, è parte integrante” (p.154).

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Francis Bacon e William Burroughs a Londra, 1989, photo by John Minihan

E in effetti mi ritrovo io stesso a ripercorrere i passi di questo lungo e serrato flusso di pensieri, direi quasi materialmente, da piazza Matteotti, dove Visentin colloca la galleria d’arte che possiede una litografia del Trittico di Bacon, “Three Studies for Self-Portrait” (1979) (“ma le gallerie d’arte, a Vicenza, hanno vita breve”), fino agli stessi Giardini Salvi, senza dimenticare, lungo il tragitto del romanzo, autentiche perle letterarie come La casa incompiuta della vedova Magnabosca, Costruire in altezza dedicato all’architetto Lazzaron, e l’intenso La casa nel parco nella casa sui Colli Berici, che è un po’ la rivincita del paesaggio bistrattato contro i tristissimi giardini del desolante NordEst  (Trevisan, com’è noto,  non è certo tenero con Vicenza e la sua provincia). Il flusso ossessivo dei pensieri del protagonista, sovrapposti e interpolati a quelli del fratello e a volte dello stesso scrittore, ci accompagna in una sorta di apocalittico e labirintico viaggio nell’orrore che non ha alcuna soluzione, neppure nella morte (“messo al mondo per sbaglio e repentinamente lasciato solo nell’orrore”). Un orrore senza fine, solo interrotto, appunto, da cui fuoriescono personaggi grotteschi, paesaggi stravolti, identità distrutte e ricomposte in trittici mostruosi.

“La morte è presente sempre e dappertutto, diceva sfogliando il Bacon, in ogni cosa, in ogni essere vivente, in ogni situazione, in ogni opera d’arte degna di questo nome incombe la presenza della morte. E come potrebbe essere altrimenti?, disse ancora, come potrebbe non essere così? Anno dopo anno, mese dopo mese, giorno dopo giorno, ora minuto secondo dopo secondo, la morte è al lavoro sulle nostre persone…”

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Three Studies for Self Portrait

Tre teste

“Quando vidi per la prima volta quelle tre teste, attraverso la vetrina del negozio di piazza Matteotti, me ne restai immobile, davanti a quella vetrina, per non so quanto tempo, con gli occhi fissi su quelle tre teste, deformi di una deformità che non avevo mai visto, una deformità esatta, rispondente al vero, per così dire, tanto che, a un certo punto, mi convinsi che non di dipinti si trattava, ma di un trittico fotografico, di una scheda segnaletica: profilo destro, fronte, profilo sinistro. Ingrandimenti, pensai allora, disse mio fratello, pensavo camminando, non sono che ingrandimenti di foto, una variante del caso Warhol…tre foto dello stesso soggetto visto di fronte: tre foto assolutamente diverse dello stesso soggetto visto di fronte. ..esatta brutale deformità di quella testa, cangiante ma sempre in qualche modo uguale…

Ognuna delle innumerevoli versioni del mio volto, che mi ero proposto e riproposto fino allo sfinimento davanti allo specchio, nel tentativo di confermare quella prima, assurda idea della somiglianza della mia testa con le tre versioni della testa di piazza Matteotti, assomigliava in realtà a me stesso, ognuna di loro comunque più conforme all’immagine di me stesso dell’immagine che ora, passato il crampo e rilassatisi i muscoli della testa e del collo, lo specchio mi rimandava. Per la prima volta mi ero visto dall’esterno all’interno, avevo davvero, come si dice, tirato fuori ciò che avevo dentro, e ciò che avevo dentro aveva modificato e riordinato i miei lineamenti e l’intera testa, in accordo alle proprie tensioni e alle proprie linee di forza. La nostra faccia normale, disse mio fratello, la faccia e il corpo che mostriamo tutti i giorni al mondo, non sono che un ridicolo camuffamento. Non è quella la faccia, né il corpo quel corpo, non la vera faccia e il vero corpo. Non sono le facce che ci vediamo venire incontro per strada, le vere facce di chi ci viene incontro…Se ognuno si vedesse per ciò che è. Se ognuno fosse, al suo esterno, corrispondente a ciò che è al suo interno, se davvero potessimo vederci, e dunque vedere gli altri in modo corrispondente, l’esterno con l’interno, non vedremmo che facce e corpi completamente deformi e spaventosamente asimmetrici, che si trascinano che si contorcono che strisciano, urlanti, sibilanti, farfuglianti; facce distorte e rovinate portate in giro da corpi distorti e rovinati, questa è la verità, disse mio fratello, pensavo camminando. Davanti allo specchio, quella notte, capii tutto questo, e al tempo stesso capii anche che quelle che avevo creduto essere tre foto della stessa testa vista di fronte, non erano affatto foto, ma ritratti, tre ritratti  deformi della stessa testa vista di fronte, che di quella testa, dell’essere umano proprietario di quella testa, davano tre versioni prive dell’armatura che normalmente sosteneva i lineamenti del suo aspetto cosiddetto normale…

La luce dell’alba mi sorprese che ancora mi osservavo attentamente il viso davanti allo specchio, dicendomi che no, non ero io quello, non erano quelli i miei lineamenti, che quella ridicola composizione dei miei elementi facciali, in qualche modo neutra e rassicurante, che vedevo riflessa nello specchio, era una composizione completamente falsa, non quello che ero, ma quello che ero costretto e mi costringevo ad apparire:  il più neutro, il più rassicurante, il più simmetrico, il più armonico possibile, cioè quanto di più lontano dalla mia vera natura che, viceversa, era quanto di meno neutro  e di più inquietante, di meno simmetrico e di più distonico. Grazie alle teste, pensavo, disse mio fratello, mi ero visto per qualche attimo per come ero, e non per come apparivo”, agli altri come a me stesso…

Non mi ero sbagliato, disse, erano davvero ritratti, tre ritratti della stessa testa, vista di fronte, su fondo nero, tre ritratti dall’interno verso l’esterno…così che la composizione risultava essere perfettamente equilibrata e affatto simmetrica, tanto che ciò che appariva distorto e asimmetrico, liquido, cadente, tendente in modo innaturale verso destra e verso sinistra e, altrettanto innaturalmente, compresso verso il centro, concentrando lo sguardo alternativamente sul ritratto di destra di sinistra o di centro, dava vita a una testa in qualche modo perfettamente simmetrica ed equilibrata, se i tre ritratti venivano osservati contemporaneamente. I tre ritratti, pensai allora, disse mio fratello, pensavo camminando, erano in realtà un solo ritratto, o comunque, pensai ancora, davano vita a un solo ritratto, perché erano tutti in stretto riferimento allo stesso soggetto nello stesso presente…Un equilibrio per distorsione, un’armonia per stridore, un paradosso che prendeva forma e si cristallizzava all’interno della mia testa, attraverso i miei occhi, per opera dei tre ritratti che si ricomponevano in un unico ritratto.”

(Vitaliano Trevisan, I quindicimila passi, Einaudi, 2002)

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Periferia diffusa – Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini

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“Le città attuali non hanno limiti visibili. In America non li hanno mai avuti. In Europa al contrario, il concetto di città in passato stava a indicare un’entità chiusa e finita”.  (Bernard Tschumi, De-, Dis-, S-)

“Più che in una città diffusa, si ha piuttosto l’impressione di spostarsi, ovvero di vivere, in una periferia diffusa. Del resto l’architettura contemporanea, almeno qui da noi, intendo in Italia e nel Veneto in particolare, produce solo ed esclusivamente periferia…

Dunque periferia diffusa è concetto assai diverso che città diffusa, – meno rassicurante, meno elegante, con una connotazione spregiativa che va al di là delle intenzioni dell’autore di questo scritto, il quale, sia detto per inciso, è nato, ha vissuto e si ostina a vivere esattamente in quella periferia diffusa di cui va scrivendo…

Tutte le città, a dire il vero, si espandono attraverso le periferie. Un centro, per definizione, non può espandersi. Nel caso delle città italiane, dove alla parola centro si deve sempre aggiungere l’aggettivo storico, una sua espansione è due volte negata…

Il fatto è che  l’ampliamento-periferia ha ormai superato di gran lunga in superficie, volumetria, numero di abitanti, il cosiddetto “Centro”, storico e non, intorno a cui detto ampliamento è andato e va sviluppandosi, finchè “inevitabilmente la distanza  fra il Centro e la circonferenza aumenta (è aumentata),  fino al punto di rottura”(R.Koolhaas, The Generic City)… I vari ampliamenti non hanno più come riferimento un ideale Centro, ma semplicemente si sviluppano, senza per questo doversi sviluppare intorno a qualcosa- città, quanto piuttosto lungo un qualcosa –  flusso di merci, e si compenetrano fino a fondersi in un’unica gigantesca conurbazione… “

(Vitaliano Trevisan, Tristissimi giardini, Laterza, 2010)

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«Ho visto il paese della tua infanzia: case piccole a due piani, cubi di cemento con i giardinetti delimitati da ringhiere e fiori coltivati. Piccoli giardini di una tristezza devastante, una periferia povera di gente che lavora duro, case con l’intonaco grigio, giallino, rosa pallido, dondoli sotto le verande, finestre con i serramenti in alluminio anodizzato, vetri lustri e tendine di pizzo cucite a mano» (Simona Vinci, Stanza 411, Einaudi, 2006)

Si dice che per conoscere davvero un posto bisogna viverci. Ma, vivendoci, c’è il rischio di perdere quella lucidità, quella freschezza di sguardo che sola ci permette di discernere ciò che, presi come siamo a vivere la vita di tutti i giorni nei luoghi di tutti i giorni, riusciamo al massimo a scorgere, ma che, spesso e volentieri, semplicemente ignoriamo. Guai se non fosse così! Se il nostro cervello dovesse continuamente elaborare la quantità di dati necessaria al semplice orientamento spazio-temporale, come se ci ritrovassimo perennemente in un ambiente sconosciuto, saremmo bloccati prima ancora di aver varcato il cancello. Vivere nel proprio ambiente, conoscerlo, significa anche, in certa misura, darlo per scontato. Il problema, nell’attuale vita di tutti i giorni, è che gli automatismi e le procedure e i protocolli di attuazione ormai necessari a vivere una cosiddetta normale vita di tutti i giorni sono aumentati a dismisura, e si sono complicati a dismisura, così che, non potendo dare questi per scontati, ma dovendosi anzi concentrare in essi, l’essere umano tende sempre più a dare per scontato, cioè a ignorare, ciò che materialmente lo circonda.

Pausa.

Un momento: non era propriamente di questo che volevo parlare. Ma in un testo come questo, che tende a essere un conglomerato allo stato fluido, esattamente come il calcestruzzo che gira nella nostra betoniera, non è strano che un frammento si leghi, del tutto casualmente, con un altro. Riformuliamo da semplicemente ignoriamo, riga sei:

[…], semplicemente ignoriamo. Poter dunque disporre, rispetto al nostro ambiente, di uno sguardo esterno, altro da noi, che di quell’ambiente siamo parte, è dunque, sempre, una grande opportunità. Opportunità ancora più grande che lo sguardo sia quello di uno scrittore, e più grande ancora in questo particolare caso, dato che il paese di cui l’autrice scrive, nel modo in cui ne scrive, è esattamente il mio e non un altro, così come del resto l’infanzia, e quel piccolo giardino di devastante tristezza, è ora il mio piccolo giardino di devastante tristezza delimitato da ringhiere e fiori coltivati.

Dalla morte di mia madre, avvenuta alla fine del mese di settembre dell’anno 2008, l’autore, dopo un’assenza di circa quindici anni, è tornato a vivere nella casa della sua infanzia, ovvero ciò che ne resta, situata in via Dante, nel mezzo di una serie di vie che portano il nome di scrittori – circostanza che, al punto in cui mi trovo, definire casuale mi parrebbe altrettanto assurdo che definire non casuale.

Come che sia, ecco di nuovo una circostanza favorevole: quindici anni non sono pochi, l’occhio che guarda si trova in una situazione particolare, lo sguardo è al tempo stesso fresco e usato, è lo stesso e non è più lo stesso, così come l’ambiente che lo circonda, che è il suo ambiente e non lo è più.

E poi è la prima volta che possediamo davvero qualcosa. Non è affatto un caso. Mai passato nemmeno per la testa di comprare una casa, cosa che sarebbe stata possibile solo accendendo un mutuo come minimo ventennale, opzione che non ho mai preso in considerazione, nonostante le continue pressioni, dirette e indirette, cui sono stato sottoposto – cui tutti coloro che vivono qui e ora sono sottoposti, da un certo punto della mia esistenza in poi, per agire in questo senso. C’è la casa dei miei genitori, ho sempre pensato, male che vada, se sopravvivrò, prima o dopo sarà mia e non dovrò più pagare l’affitto, non c’è ragione di agitarsi tanto per averne un’ altra prima del tempo; e sarebbe ancora più stupido, ho sempre pensato, complicarsi un’esistenza già abbastanza complicata, legandosi mani e piedi a una banca, che mensilmente ci ricorderà che siamo appunto legati mani e piedi e la nostra tranquillità dipende solo dalla puntualità con cui onoreremo la rata del debito, perché di questo si tratta, e i debiti non sono che aggressioni del morto passato contro il meraviglioso presente. Ora, qualsiasi sia la nostra condizione attuale, mettersi volontariamente e per contratto nella posizione di essere mensilmente aggrediti per venti, trenta o addirittura quaranta e più anni significa rinunciare in partenza alla possibilità che il nostro presente possa essere meraviglioso. Così ho sempre pensato. E se poi crepo, il problema si estinguerebbe con me.

Ora la casa è mia. È la casa della mia infanzia, su questo non c’è dubbio, ma all’inizio sembrava che non mi riconoscesse e reagiva come un organismo irritato dall’intrusione di un corpo estraneo. Poche settimane e tutto sembra andare a pezzi: le porte del frigorifero cadono, il forno elettrico va in corto, dell’acqua si infiltra in cucina venendo da non so dove, il bidet perde, il coperchio del wc è sempre più pericolosamente instabile, il diffusore della doccia è da cambiare, la televisione, quella piccola che mia madre teneva in cucina, una sera fa uno strano scoppio soffocato e si spegne per sempre, e mentre le poche piante che ho portato con me sono indecise se continuare a vivere o lasciarsi morire, e nel dubbio deperiscono di giorno in giorno, le stanziali sembrano interdette; non le ho spostate né importunate in alcun modo, ma sentono che qualcosa è cambiato – troppa acqua?, troppo poca?, non ai giusti orari?, e restano in attesa come congelate; e mentre un esercito di formiche prolifera improvviso e rischia di invadere la veranda, varie erbe e piante parassite hanno già conquistato buona parte del piccolo giardino di tristezza devastante.

I vicini mi guardano in modo strano. A dire il vero ho l’impressione che tutti, in paese, mi guardino in modo strano. Annotiamo, di passaggio, che il fatto che il paese della mia infanzia sia ormai interamente e definitivamente inglobato nella periferia diffusa non impedisce ai suoi abitanti di pensarsi, e di pensare, e di agire, non necessariamente in quest’ ordine, come abitanti di un piccolo paese, con tutto ciò che ne consegue. E poi c’è da considerare il fatto che, partito quindici anni prima come operaio lattoniere, tornavo ora con la qualifica, peraltro certificata, grazie ai vari articoli apparsi sul «Giornale di Vicenza», che da queste parti è un po’ come la bibbia, di scrittore/drammaturgo/attore, o più in generale «artista». Niente di strano che non sappiano bene come prendermi. lo stesso, in questo senso, non so bene come prendermi. In ogni caso non troppo sul serio. C’è il rischio di appesantirsi, di interpretare un ruolo, di diventare quel ruolo. Essere formattato!, niente mi fa più orrore. Prima di tornare ero certo che a me non sarebbe successo. Ora, non sono più così sicuro. Sono a casa mia, nel paese della mia infanzia, nel mio ambiente naturale, se pure ne esiste uno, comunque un ambiente che conosco come nessun altro al mondo, eppure mi sento un estraneo, e siccome sono estraneo nel mio ambiente, comincio a sentirmi pericolosamente estraneo a me stesso. Proprio io, che ho fatto dell’estraneità una scienza, ora sono inquieto, incerto, insicuro. E questa casa, che avrebbe dovuto darmi finalmente quel minimo di sicurezza, mi è ostile, mi rifiuta.

Estratto 690

Vitaliano Trevisan, nato a Sandrigo (VI), è scrittore di romanzi (I quindicimila passi, Un mondo meraviglioso, Il ponte – Un crollo, Una notte in Tunisia, etc.), di racconti (Shorts, Wordstar(s), Grotteschi e arabeschi), e di saggi (Tristissimi giardini, sulla periferia diffusa). E’ noto inoltre come attore (Primo amore, Still Life, Riparo, Cose dell’altro mondo, etc), sceneggiatore, drammaturgo, regista teatrale.

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(Fotografie di Bill Owens, http://www.billowens.com/)