Zardoz e le comunità del futuro

Zardoz, e le comunità del futuro

 

     Zardoz è un film di fantascienza del 1974 diretto da John_Boorman, con  Sean Connery nel ruolo del protagonista principale, Zed lo Sterminatore, e la splendida Charlotte Rampling nel ruolo di Consuela, la gran sacerdotessa della Casta degli Immortali.

 

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Nell’anno 2293 la Casta degli Immortali vive sigillata entro le barriere impenetrabili del Vortex, amministrato da un possente cervello elettronico, il Tabernacolo, contenuto in un misterioso cristallo dalle infinite capacità riflessive. Il Vortex è una dimensione separata dal mondo esterno, dove vivono i mortali, i “bruti”, schiavizzati e uccisi dagli Sterminatori a cavallo, anch’essi mortali, ma al servizio degli Immortali. Nonostante l’alto sviluppo scientifico e tecnologico, gli Immortali si annoiano: alcuni di loro diventano Apatici, altri Rinnegati, coloro che per qualche gesto di ribellione vengono condannati a un’eterna vecchiaia. Sul mondo esterno domina Zardoz, una enorme maschera di pietra volante, somigliante alla Sfinge de La macchina del tempo o a una scultura dell’isola di Pasqua. Ed è proprio attraverso questa gigantesca testa di pietra che lo Sterminatore Zed (Sean Connery) entra nel Vortex, dopo aver ucciso il “pilota” Arthur Frayn, seminandovi la mortalità attraverso la resurrezione dei desideri e delle passioni, finchè anche il Tabernacolo, il grande cristallo trasparente che presiede all’organizzazione del Vortex, viene distrutto. Riportati alla vita, mortale ma autentica, gli Immortali implorano la morte. Zed e Consuela si accoppiano, generando un figlio, invecchiando e morendo come tutti i mortali.

Zardoz si rifà in parte alla Macchina del tempo, per quanto riguarda la divisione sociale fra Immortali e Bruti (Eloi e Morlocks), anche se rovesciata di segno, e senza viaggio nel tempo (il futuro è già qui). Un altro riferimento è il romanzo Il meraviglioso mago di Oz di L.Frank Baum (da cui il titolo “the wiZARD of OZ”), in cui il Mago di Oz, nella Città di Smeraldo, si presenta a Dorothy, la protagonista, nelle sembianze di una Grande Testa. Ma il film nel suo insieme offre molteplici risvolti e significati già presenti in altri romanzi di fantascienza, come L’alba delle tenebre di Fritz Leiber o Sixth Column di Robert Heinlein e soprattutto, dal punto di vista filosofico, La città e le stelle di Arthur C.Clarke, in cui chiaramente lo scrittore britannico concepisce la Città, Diaspar, come una specie di Eden dove vivono gli Immortali, sotto il controllo costante di un onnipresente calcolatore e dei Banchi della Memoria. Ma la perfezione della sua ingegneria sociale la sta portando all’inerzia, alla decadenza e alla monotonia. Mentre questa vita apparentemente perfetta sta portando la città all’estinzione, si sviluppa un elemento perturbatore, nelle sembianze di Alvin e del Buffone di corte, previsto dagli stessi progettisti della città, grazie al quale la vita si rinnova e Diaspar crolla.

Ma, al di là dei numerosi e complessi riferimenti letterari e filosofici, Zardoz è soprattutto una geniale esperienza visiva e psichedelica, una sorta di Matrix dell’era psichedelica, così come psichedelico e tipicamente controculturale è il tema della rigenerazione vitale per poter progredire oltre la staticità di un sistema perfetto e conchiuso. Tema che nel 1995 verrà ripreso, con accenti diversi, dal romanzo post-cyberpunk di Neal Stephenson, The Diamond Age (L’Era del Diamante, Shake, 1997).

Movimento di rigenerazione che evidentemente coinvolge lo stesso regista e i suoi attori. Sembra infatti che Zardoz nasca all’intersezione di più destini personali in un periodo particolarmente prolifico della fantascienza colta, filosofica e new wave, a partire, non a caso, da alcuni film della Nouvelle Vague (vedi il cortometraggio sperimentale La jetée di Chris Marker, 1962, fonte d’ispirazione per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam del 1995; Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965; Fahrenheit 451 di Francois Truffaut, 1966). Fino ai film di Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964; 2001: Odissea nello spazio,1968; Arancia meccanica, 1971) o di Andrej Tarkovskij (Solaris 1972; Stalker, 1979).

 

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John Boorman attraversa in quegli anni un periodo sfolgorante della sua carriera di regista, dopo Senza un attimo di tregua, Duello nel Pacifico, Leone l’ultimo, Un tranquillo week-end di paura, film holliwoodiani imperniati sulla socialità e sui comportamenti selvaggi dell’uomo “civile”,  e prima di L’esorcista II: l’eretico (1977), ed Excalibur, una delle riduzioni cinematografiche più riuscite del complesso di leggende di Re Artù e del Ciclo bretone (en passant faccio notare che anche K.W. Jeter, nel romanzo capostipite dello steampunk, La notte dei Morlock, pubblicato nel 1979, riprende in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur; la coincidenza è tanto più significativa in quanto sia Zardoz che il romanzo di Jeter, pur nella loro diversità, si riallacciano alla Macchina del tempo di H.G.Wells).

Nella carriera di Sean Connery, Zardoz si colloca immediatamente dopo la fine del ciclo di James Bond, ruolo da cui cercava di distaccarsi. Così, da agente segreto diventa lo Sterminatore, che riesce a seminare la morte fra gli Immortali grazie al suo sex appeal. E dopo 30 anni lo ritroviamo ancora nelle parti del vecchio cacciatore Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari. Infine, la ventisettenne Charlotte Rampling, già indossatrice e modella, stava vivendo un momento particolarmente felice della sua carriera, da  La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969) fino a Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), in ruoli piuttosto controversi  che ne sottolineano la bellezza ambigua.

In conclusione, Zardoz è una delle prime trasposizioni cinematografiche delle ansie legate all’emergere prepotente delle gated communities e delle Common Interest Developments, enclaves high tech per ricchi da cui escludere altri gruppi etnici o sociali anche mediante muri, vigilantes e dispositivi elettronici di sicurezza. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici, a scapito dell’interesse generale, aveva già portato, nella California degli anni Settanta, alla privatizzazione del governo locale, quel che nella incipiente subcultura cyberpunk verranno rappresentate come vere e proprie città-stato, e che Neal Stephenson in Snow Crash (1992) definisce “burbclaves”. Né bisogna dimenticare, su un piano in cui fantasia e realtà si mischiano ancora più strettamente, le Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT), le comunità del futuro o Disney’s Dream Town progettate da Walt Disney già a metà anni Sessanta  come fusione di pianificazione urbana e ingegneria sociale, con una visione ottimistica e techno-friendly del futuro, enfaticamente basata su “educazione, tecnologia, salute e senso del luogo”: un “mondo più perfetto”, o “un nuovo modello di apartheid urbana”? Qui, come in Zardoz, il cristallo comincia a incrinarsi, e appare il lato oscuro della disgregazione urbana.

 

Internet: Agorà permanente o Arena di gladiatori? (I giustizieri della rete 3)

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I servi sciocchi

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.” (Nicola Lagioia, http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

Quel che scaturisce dalla lettura de I giustizieri della rete di Jon Ronson, nonché dalle recensioni, è che il dilagare della violenza verbale nei social network non è più attribuibile ai tradizionali troll, a fanatici o pazzi, ma al contrario a persone “normali”, comuni, che sui social si trasformano, da soli o in gruppo, in un branco di assatanati Mr.Hyde 2.0, e trasformano quel che Internet avrebbe dovuto diventare secondo i cyber-utopisti, un’agorà permanente, in un’arena di gladiatori. Non parliamo più di trolls, ma di haters che si trasformano in Mr.Hyde, con le più svariate motivazioni, poco importa se basse o alte, ignobili o nobili, dettate dal’invidia o da una “giusta causa”. Ma in questo “spettacolo” chi fornisce i “contenuti” (i “servi sciocchi”) lo fa gratis, mentre chi fornisce i contenitori ci guadagna un sacco di soldi, e ha interesse a fomentare l’arena piuttosto che l’agorà. Osservare “i social network al loro peggio”, come scrive Lagioia, “è un po’ come per le risse televisive: più fanno schifo, più le guardi. Anche perché quell’oscuro scrutare certe volte è istruttivo. “.

E fra questi “servi sciocchi”, inutile illudersi o far finta di niente, può esserci chiunque: può esserci @dolcecandy, che stalkerizza ossessivamente un cantante famoso; può essere un noto direttore di una nota rivista che improvvisamente si scatena in una serie di tweet deliranti, ma può esserci lo stesso Lagioia, per caso o per malaugurata occasione, e naturalmente possiamo esserci noi stessi. E’ una violenza imprevedibile e trasversale, che non riguarda soltanto la rabbiosa hater che cerca di infangare l’immagine del divo o del vip, ma anche il professionista in carriera frustrato da una qualche aspettativa non realizzata, e perfino il sobrio scrittore che, in un momento di fragilità emotiva usa l’arma del sarcasmo contro la rappresentante di un’associazione culturale, rea di un errore irrisorio, scatenando, senza volerlo, una lapidazione virtuale.

Senza che la mia parte vigile se ne fosse resa conto – ma i bassi istinti dovevano averlo saputo – avevo cercato di dar vita a una lapidazione, e le mani altrui armate di pietre non si erano fatte attendere… la gente, intorno a me, sembrava attendere solo un’autorizzazione, un motivo, per quanto futile, per gettare merda su qualcuno che, fino a un attimo prima, era un perfetto sconosciuto…

Il tutto per un motivo irrisorio….L’agorà permanente che per i ciberutopisti sarebbe dovuta diventare internet, rischia di ridursi a un’arena di gladiatori…Fosse pure stata gestita l’associazione X in modo sciatto, meritava due ore di terrorismo virtuale come punizione? Soprattutto, la mia parte più rozza e primitiva aveva preferito dimenticare che dietro la lettera d’invito c’era una persona in carne e ossa, un essere umano che, esattamente come me, era capace di soffrire, di sentirsi ferito dall’altrui brutalità. A quel punto ho chiesto scusa per l’accaduto all’autrice della lettera e ho cancellato il post per evitare che arrivassero altri insulti.” (N. Lagioia, idem)

Ancora una volta la cyber-utopia si è trasformata in una distopia: che si tratti di rabbia cieca, frustrazione, volontà di distruzione o auto-distruzione, “mai, come in questi frangenti, gli anni novanta così carichi di promesse sembrano lontani.”.

 

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“I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi. Chi mette a disposizione i contenitori, invece, fa soldi a palate “

E veniamo dunque alle considerazioni finali che Lagioia ricava dalle sue osservazioni.

Primo. A scatenare la violenza, la regressione primitiva, lo scadimento nel mister Hyde 2.0 è spesso una delle passioni umane che in rete (e non solo lì) sta avendo in questi anni maggior corso: il risentimento.

Secondo. Non importa che a provare risentimento sia l’anonima fan/hater della pop star da un milione di follower o il direttore della rivista patinata che si trasforma a tradimento in troll. Non è importante quanti soldi tu abbia, che ruolo svolga, quante persone lavorino sotto di te. In rete, se non stai attento a controllare i tuoi borborigmi emotivi, suonerai sempre un po’ troppo risentito. Sentirai di meritare di più, o che qualcuno ti sta rubando qualcosa.

Terzo. Questo risentimento di fondo può nascere da tante situazioni. L’assenza della fisicità consentita da internet (lo abbiamo detto) può farci provare il brivido di comportarci come bestie in balia degli istinti primari senza che nessuna goccia di sangue sia versata. Può essere il fatto che in un mercato zavorrato dalla crisi ognuno è spinto a credere di ricevere troppo poco rispetto agli sforzi che compie ogni giorno. E tuttavia può esserci anche altro. Per esempio, il fatto che qualcuno ti mette a disposizione un palcoscenico dove sei libero di esibirti ventiquattr’ore al giorno. Tu lo fai, ti esibisci, ricevi degli applausi. Lo spettacolo genera addirittura qualche spicciolo, che subito però svanisce. Non è nelle tue tasche, non in quelle del pubblico. Cos’è successo? Cominci a sentirti nervoso.

Quarto. Recentemente intervistato da Gianni Santoro per la Repubblica, il leader dei Radiohead Thom Yorke, alla domanda “da dove vengono oggi i maggiori profitti per un musicista?”, ha risposto stizzito:

Non lo so, ditemelo voi. Non ho la soluzione a questi problemi. So solo che si fanno soldi con il lavoro di molti artisti che non ne traggono alcun beneficio. Si continua a dire che è un’epoca in cui la musica è gratis, il cinema è gratis. Non è vero. I fornitori di servizi fanno soldi. Google. YouTube. Un sacco di soldi, facendo pesca a strascico, come nell’oceano, prendono tutto quello che c’è trascinando. ‘Ah, scusate, era roba vostra? Ora è nostra. No, no, scherziamo, è sempre vostra’. Se ne sono impossessati. È come quello che hanno fatto i nazisti durante la seconda guerra mondiale. Anzi, quello che facevano tutti durante la guerra, anche gli inglesi: rubare l’arte agli altri paesi. Che differenza c’è?

 

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Quinto. La rete è probabilmente il contesto in cui oggi si sconta la maggiore sproporzione economica tra chi mette a disposizione i contenitori e chi fornisce i contenuti. I contenuti sono in grande maggioranza gratis o quasi (si tratti dello sfogo astioso di @dolcecandy o dell’ultimo meraviglioso album di Sufjan Stevens). Chi mette a disposizione i contenitori fa invece soldi a palate. La musica è stata letteralmente fatta a pezzi da questo sistema di cose…Sta di fatto comunque che mentre il patrimonio di Mark Zuckerberg supera il prodotto interno lordo del Ghana, ai produttori di contenuti non va praticamente nulla, fossero anche il giovane Wittgenstein e il non più giovane Russell che rifondano su Facebook la filosofia del linguaggio.

Sesto. Quanto conta la “struttura” che rende possibile il nostro stare in rete rispetto alla nostra antropologia, alla temperatura emotiva dei nostri comportamenti? Mentre scriviamo un post, un tweet, o discutiamo in una chat, quanto è automaticamente influenzato il nostro umore (consapevolmente o meno) dalle regole profonde (meccanismi economici in primis) che determinano il funzionamento del contenitore che ci ospita? Al di là della nostra libertà di digitare un tweet, quanto è giusta e democratica, e libera, al livello di fondamenta, la struttura di internet?

Se la rete è destinata ad aumentare sempre più il suo potere, e cioè il suo peso economico e politico, non si dovrebbe auspicare nel ventunesimo secolo, per la galassia di internet, ciò che nel novecento è stato oggetto di lotta rispetto al mondo reale? Perché mai dovremmo accettare le regole della rete così come sono, se si tratta di regole anche ingiuste? In fondo non è questo che gli ultimi tre secoli di processi democratici ci hanno insegnato? Avere il diritto/dovere di spendersi per cambiare uno status quo che non ha alcuna intenzione di migliorarsi da sé…

Pur immaginandoli (i padroni della rete) mossi da buone intenzioni, ai loro interessi fanno più comodo un miliardo di utenti risentiti che si comportano come creature neandertaliane o un popolo di gente evoluta che usa internet in modo consapevole, intelligente e complesso? Le @dolcecandy e i mister Hyde 2.0 che si prendono a sputi e randellate nei corridoi virtuali non sono simili a quegli schiavi ai quali – per farli sentire liberi di qualcosa – era concessa ogni tanto la libertà di massacrarsi almeno tra di loro?

Settimo. D’accordo, abbiamo scherzato. Abbiamo letto troppe volte Philip Dick. Nulla di tutto questo è vero. E se una parte lo fosse? Cosa ci costa una scommessa pascaliana? Va bene, non è vero. Fingiamo che il web sia strutturalmente il migliore dei mondi possibili. Lo stesso: che senso può avere andarsene in giro nei panni di mister Hyde 2.0? Al costo delle sofferenze procurate al lapidato di turno, i lanciatori di pietre non traggono alcun vantaggio nel comportarsi in maniera dissennata.

Così la vera domanda è: tenendo conto dei privilegi offerti dal migliore dei mondi possibili – libertà d’espressione, gratuità, istantaneità, capacità di raggiungere persone lontane in un battito di ciglia – quali mondi non stiamo esplorando e quali possibilità ci stiamo precludendo comportandoci come i pazzi sanguinari che non aspiriamo a essere? Che cosa, in fin dei conti, stiamo perdendo nel non usare la rete per evolverci?

(tutte le citazioni da http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network)

 

 

La poltrona Djinn (Airborne International) – 2001 Odissea nello spazio

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Nei vecchi film di fantascienza anni ’50 o ’60 del secolo scorso è facile che vi fossero fra l’altro oggetti che anche nel design hanno anticipato oggetti tecnologici effettivamente realizzati qualche decennio dopo, come ad esempio i CD ne La macchina del tempo o i tablet in 2001 Odissea nello spazio. I legali di Samsung hanno allegato una sequenza di quest’ultimo per dimostrare che il design di Galaxy e altri smartphones non è stato copiato da altri, ma esisteva già prima in un’opera di fantasia. In una scena del film, i membri dell’equipaggio guardano un video su una tavoletta dalle dimensioni e dalla forma simili all’iPad (http://www.wired.co.uk/news/archive/2011-08/24/samsung-2001-prior-art)

Più in generale, era l’intero set ad essere avvenirista e modernista, “un parco giochi futuristico”, dallo spazio all’arredamento fino ai costumi disegnati da Hardy Amies:

“Il guardaroba di Kubrick in 2001 rifletteva ancora lo stile slanciato degli abiti che andava nel 1960, come le tute unisex con pantaloni. Quando i personaggi sono nelle stazioni spaziali, invece, i vestiti rispecchiano lo stile classico delle tute spaziali e sono colorate in giallo, blu e rosso luminoso o metalliche.”.

“La science fiction indubbiamente forniva un repertorio iconico e di soluzioni formali ricorrenti nella cultura pop: dalla House of the Future degli Smithson e i progetti del gruppo Archigram al design avveniristico degli anni sessanta (le poltrone Djinn di Olivier Mourgue del 1965, utilizzate tre anni dopo da Stanley Kubrick in 2001: A Space Odyssey, la Globe Chair di Eero Aarnio del 1963, o Visiona 1, l’habitat futuristico presentato da ]oe Colombo alla Fiera di Colonia nel 1969), dalla collezione spaziale del 1964 proposta da André Courrèges o a quella di Pierre Cardin del 1967 fino ai costumi disegnati da Paco Rabanne per quel vero e proprio florilegio di sensibilità pop estremizzate che fu Barbarella di Roger Vadim.”

(Andrea Mecacci, L’estetica del Pop, Donzelli, 2011)

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Fra il racconto La sentinella di Arthur C.Clarke, da cui 2001 è tratto, e la realizzazione del film, intercorre uno spostamento dalla narrazione alla percezione che si traduce in teoria dell’immagine. Kubrick e Clarke collaborarono alla sceneggiatura, anche per quanto riguarda i dettagli scientifici, ma il film è del tutto diverso dal romanzo. Vennero assunti esperti della NASA per quanto riguarda i veicoli spaziali (Frederick Ordway e Harry Lange), ma furono poi lo scenografo Tony Masters e il direttore artistico Ernest Archer a rendere i loro concetti di design una realtà.

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Di questo spostamento “dalla narrazione alla percezione” sono testimoni famose le poltrone Djinn, prodotte dal marchio francese Airborne International, “un modello unico per la sua silhouette originale, ribassata e ondulata”, e avveniristica ancora oggi, del designer francese Olivier Mourgue progettate a partire dal 1963 e poi rese famose dal film. Mourgue chiama la linea di poltrone “Djinn” (Genio) perché, secondo una legenda islamica, rappresenta uno spirito che assume una forma umana o animale ed esercita un’influenza soprannaturale sulle persone.
“Il modello originario ha generato anche, un pouf, un sofà a due posti e un lounge, un ancora più rilassante dormeuse concepito e costruito in modo analogo. La caratteristica principale di quest’ oggetto è il disegno in un pezzo unico che comprende, oltre ai piedi e alla seduta, anche un comodo poggia testa. “.

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“Airborne ha costruito Djinn con un telaio in acciaio, gomma piuma e tessuto jersey stretch.
Un’altra innovazione adottata dal designer, Olivier Mourgue, è il fatto di aver rivestito di tessuto l’ intera forma, battezzando così una moda che caratterizza l’intero design degli anni ’60.”.

(http://www.designmag.it/articolo/poltrona-djinn-originale-e-avveniristica/7735/)

La poltrona Djinn-Airborne divenne un’icona del design futuristico degli anni ’60 proprio grazie al film di Kubrick e al suo “avveniristico hotel a cinque stelle di rotazione nello spazio”.

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L’istanza materna: la poltrona Airborne

…Un tempo le norme morali imponevano all’individuo di adattarsi all’insieme della società, ma questa è l’ideologia ormai superata di un’epoca di produzione; in un’epoca di consumi, o che pretende di essere tale, sarà la società globale ad adattarsi all’individuo. Non soltanto anticipa i suoi bisogni, ma si prende anche la cura di adattare se stessa non a questo o a quel bisogno, ma addirittura all’individuo personalmente …la Vostra poltrona, la Vostra sedia, il Vostro divano…Nella poltrona…bisogna riconoscere l’essenza di una società definitivamente civilizzata, che ha fatto proprio l’ideale della felicità, della Vostra felicità, e che dispensa spontaneamente a ogni suo membro gli strumenti per realizzare se stesso.

…”L’acciaio, è la struttura”. Ecc. L’acciaio esalta, ma è anche un materiale duro, che ricorda lo sforzo, la necessità dell’individuo di adattarsi – si osservi allora come si trasforma e diventa malleabile, come la struttura si umanizzi…La struttura è sempre violenza, la violenza angosciante. Anche a livello di oggetti, rischia di compromettere il rapporto dell’individuo con la società. Per rappacificare la realtà, occorre salvare la quiete delle apparenze. La poltrona diventerà dunque, passando dall’acciaio al tessuto come per una trasmutazione naturale fatta per piacere, uno specchio di forza e tranquillità. Infine l’”estetica” avviluppa la struttura celebrando le nozze definitive dell’oggetto con la “personalità”.

(…)

La società diventa materna per potere meglio conservare un sistema di obblighi e costrizioni. La diffusione dei prodotti e le tecniche pubblicitarie svolgono dunque un ruolo politico immenso: assicurano perfettamente la sostituzione delle ideologie precedenti, morali e politiche. Meglio ancora: mentre l’integrazione morale e politica non è mai avvenuta senza violenza (è stata sempre necessaria la repressione aperta) le nuove tecniche riescono a evitare la repressione: il consumatore interiorizza l’istanza sociale e le sue norme, nell’atto stesso del consumo.

(…)

Gratificazione, frustrazione: due aspetti inscindibili dell’integrazione “

(J.Baudrillard, Il sistema degli oggetti, “La poltrona Airborne”, 1968)

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sembra un’architettura messa su con la plastilina…

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ma è nientemeno che Tatooine, il pianeta natale degli Skywalker, e forse dello stesso Anakin Skywalker (o perlomeno dove visse da ragazzo)

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ed è un posto che esiste davvero, in Tunisia, e si chiama Ksar Ouled Soltane, un granaio fortificato su una collina nel distretto di Tataouine, con i suoi granai multilevel a volta, chiamati ghorfas, come una delle popolazioni che abitavano (nella saga) Tatooine, raccolti attorno a due corti.

Ah, che fantasia questo Lucas!

Sveglia! sta per tornare la Forza!

(con J.J.Abrams – Lost, Fringe, Revolution…)

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QS(A)R , in generale

insieme di case addossate con sottoportici coperti contro il caldo. Protetto da cinta muraria, ha una sola porta un tempo sorvegliata da uomini armati. Le abitazioni al suo interno in genere sono su tre piani: quello a terra per stalle e magazzini, al primo livello per cucina e servizi vari, al secondo piano per ospiti e padrone di casa: infine vi e il tetto terrazzato per dormire quando e caldo, seccare legumi e frutta, e comodo passaggio da un’abitazione al|`altra. Ciascuno qs(a)r ha una moschea con uno spazio comune davanti alla casa della persona di riguardo che la governa. e si sviluppa da un apporto costruttivo di crescita non pianificata. Gli qs(a)r si trovano di solito al confine tra le aree urbanizzate e gli spazi desertici nomadici; non diversamente dalle case torre sudarabiche.

I materiali con cui vengono realizzati questi tipi di abitazioni sono in genere reperiti sul posto, usando terra pressata su fondamenta in pietra. In terra viene realizzato ciascun elemento: pareti. tetti. pavimenti. sostegni. La miscela è di terra ben dosata con sabbia; altrimenti l’eccesso di terra porterebbe alla formazione di crepe, mentre quello di sabbia allo sgretolamento. Vi si aggiungono paglia o fieno per l`elasticità, ghiaia per la solidità, succhi vegetali o urina per l’impermeabilità.

La costruzione avviene con casseforme di legno dove la terra viene ben lavorata e lasciata riposare per circa un’ora. Le casseforme poi vengono inserite in un impalcatura di legni con l’aggiunta di travi. La decorazione comporta la realizzazione di semplici motivi geometrici, che insieme alla copertura esterna è fatta in mattoni crudi.

Tratto da Anna Spinelli, Arte islamica – La misura del metafisico, Ed.Fernandel, Ravenna, 2008

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Oceano – B.Sterling, 1977

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Involution Ocean (ed.it. Oceano, 1977) è il primo romanzo di Bruce Sterling, forse il meno noto in Italia, pubblicato successivamente da Perseo Libri. All’epoca fece parlare di “raro capolavoro” , “opera geniale”, “lettura di sorprendente bellezza”, ed è sicuramente uno dei più visionari dell’autore, senza il peso della successiva retorica estetico-politica del cyberpunk. Come Fuoco sacro del 1996, il romanzo ha per tema e titolo un elemento fondamentale, l’acqua, con tutto il suo carico simbolico, onirico e psicanalitico – ma come elemento mancante. In entrambi i casi il protagonista intraprende un viaggio-iniziazione al cui termine vi è una sorta di catarsi e di consapevolezza grazie alla quale egli affronta, fortificato, il proseguio della sua avventura umana.

Sul pianeta di Nullacqua vi è un enorme cratere largo e profondo centinaia di km che ne costituisce l’unica parte abitabile, in quanto il 90 % dell’atmosfera è raccolta lì. Al fondo del cratere vi è un oceano non di acqua, ma di polvere quasi monoatomica, la cui profondità e i cui abitanti sotterranei costituiscono un mistero religiosamente custodito dalla rigida e conformista civiltà di fanatici religiosi che aveva colonizzato il pianeta 500 anni prima. Il protagonista, John Newhouse, s’imbarca sulla nave baleniera Lunglance, un trimarano per la caccia al capodoglio della polvere comandato da un certo Nils Desperandum, per procurarsi la sincofina, o Lampo, una potente droga allucinogena ricavata dall’olio intestinale del capodoglio della polvere, ora messa fuorilegge dai burocrati della Confederazione galattica. Dagli abitanti di Nullaqua la sincofina era ritenuta velenosa; ma per Newhouse e i suoi amici del pianeta Reverie (che ritroviamo nel secondo romanzo di Sterling, Artificial Kid) ai quali la rivendeva, era invece una droga assai preziosa. Veniva chiamata Lampo per il suo tipico effetto, una scossa azzurro-elettrica:

Ci fu un improvviso formicolio gelido alla base della mia spina dorsale. Bruscamente una sopraffacente ondata come un fulmine diretto saettò dalla mia spina dorsale e scoppiò nel mio cranio. Lo sentii distintamente. La cima del cranio si sollevò chiaramente, e una fredda fiamma azzurra saettò dal centro della mia testa. I miei occhi si spalancarono di scatto e la fiamma si ridusse a un continuo e deciso fuoco, come il lampo di una fiamma ossidrica. La cucina, gli utensili sporchi, il viso estatico di Calothrick, tutto possedeva una lucentezza innaturale, come se ogni oggetto avesse cominciato improvvisamente a rilasciare energia da qualche serbatoio interno. Rombi e macchie d’un azzurro elettrico fluttuavano ai margini della mia vista. Guardai le mie mani. Anch’io brillavo”.

Questa specie di olio santo, che si versa a gocce sulla lingua, è a tutti gli effetti un veleno, un pharmakon temuto dai bucolici abitanti di Nullaqua:

Era strano, ma comodo, che il sangue umano dovesse essere un veleno mortale per il capodoglio della polvere. Ma non era più strano del fatto che il cetaceo produceva il Lampo. Come tutte le cose buone, la sincofina in quantità sufficienti è un veleno letale”.

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Tenendo conto del duplice significato del termine pharmakon, veleno e rimedio allo stesso tempo, (Plutarco, kathartikon pharmakon *), non è casuale che i protagonisti principali siano degli alieni, dei paria (pharmakos). E’ quindi un alieno proveniente dal pianeta Reverie che sfiderà le convenzioni puritane del posto, e amerà di un amore profondo la donna aliena mutata chirurgicamente, la bellissima donna-pipistrello Dalusa, desiderosa di lasciare il pianeta:

Mi chiedo se lei ha mai pensato al tipo di motivazione che può aver costretto una persona a cambiare pianeta, corpo, perfino specie…Era un errore di natura…Era un mostro. Nessuno della sua tribù voleva toccarla o parlarle. Era una paria”.

Lo stesso capitano Desperandum è un alieno, che si rivelerà essere Ericald Svobold, il leggendario scopritore della sincofina. Citazioni mitologiche si fondono con citazioni letterarie-cinematografiche (Moby Dick, Conrad, Dune, Nautilus, etc) e fumettare. L’allegoria è costruita sul rapporto che intercorre fra droga visionaria, considerata “veleno” e dunque proibita, tabù, e religione istituzionale, conservatrice, attraverso l’iniziazione/viaggio sottomarino che porterà Newhouse a lasciare dietro di sé sia Nullaqua che il Lampo. Ma ciò accadrà solo grazie al sacrificio del pharmakos (capro espiatorio), cioè sia di Dalusa, ‘elemento femminile alieno e misterioso, che del capitano Desperandum, il quale spinge all’estremo il suo desiderio di vedere oltre l’opacità del mare di polvere, in profondità, contro tutte le restrizioni culturali e le superstizioni di Nullaqua. La droga non è altro che un mezzo per simulare, nel sacrificio, la qualità di pharmakos da parte di Newhouse. Niente di romantico: “Erano soltanto un modo per fare funzionare in modo diverso la mente…”.

Una volta attraversato il “significato del dolore”, fortificato dal sacrificio, non vi è più alcuna ragione di indulgere, al contrario dei suoi sfortunati amici, nella debolezza verso le droghe. Il viaggio interiore o sciamanico di Newhouse termina con “la scoperta di una forma di catarsi così vasta e annichilente da gratificarlo al punto da indurlo a rinunciare alla più blanda catarsi della droga Lampo” (Ugo Malaguti). Il vero riscatto, lascia intendere Sterling, è nella capacità di sognare.

Alla fine del romanzo Newhouse si ritrova in transizione verso qualcos’altro:

Sicuramente era soltanto una questione di tempo, finchè non avessi trovato qualcosa d’altro per riempire quel doloroso vuoto: una verità o un dovere, onore, bellezza, amore o saggezza, qualcosa…”,

(*) “Accanto all’uso religioso e a quello sciamanico, intermedio tra i due, c’è un uso propriamente medico del termine katharsis. Un rimedio catartico è una potente droga che provoca l’evacuazione di umori o di materie la cui presenza è ritenuta nociva. Il rimedio è spesso concepito come partecipante della stessa natura del male o perlomeno suscettibile di aggravarne i sintomi e di provocare, facendo ciò, una crisi salutare da cui emergerà la guarigione” (R.Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, 1980).

Mind Invaders – Dagli Alieni alle paranoie complottiste (D.Arona)

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Segnalo, come introduzione a una piccola serie di post su complottismo, immaginario e comunicazione, questo ottimo articolo di Danilo Arona su Alieni e Invasori Mentali:

“Oggi la storia non si è spostata di molto. Sono però cambiati i soggetti “invasori”. Non più e non soltanto alieni e feticci del folclore (al punto tale che la CIA ha un po’ pateticamente annunciato in tempi molto recenti: «Gli Alieni eravamo noi!»), ma un variegato esercito di controllori e manipolatori della psiche, decisamente più “laici” dei demoni”: scienziati pazzi, politici del Bilderberg Club, spie informatiche e i loro corrispettivi tecnologici, virus geneticamente modificati e computer viventi, fabbricatori di scie chimiche e di nuvole assassine. All’alieno dentro si è succeduto il complotto in ogni sua forma e in ogni dove. Il complotto sta dentro sotto forma di personalità frantumate e assenti. E l’alieno non abita più qui. Magari sogghigna sulle nostre disgrazie da qualche parte nel cosmo. O invisibile in un angolo-striscia della fisica quantistica.”

 

http://www.carmillaonline.com/2014/11/23/lalieno-invasione-mediatica-parassiti-psiche/

A New Miracle Elixir Show in the City – from Adolfo Pirelli to Grullum Circus

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Non c’è fenomeno sociale e politico che, per quanto inizialmente possa sembrare eccentrico, oscuro o bizzarro, non venga prima o poi conosciuto e “identificato”, riconducibile cioè a qualcosa di già noto o entro schemi noti. Fino alle elezioni politiche del 2013, il M5S si è potuto vantare nei confronti del grande pubblico di essere un “oggetto misterioso” della politica italiana, vivace e innovativo e quindi “inafferrabile”. Sulla scorta del repertorio istrionico del suo Megafono, ha accolto nelle sue fila ogni sorta di reperti umani da Freak Show.

Il successo di Pizzarotti a Parma nelle Amministrative del 2012 ha improvvisamente portato a galla la presenza fra noi umani di queste misteriose entità provenienti da Gaia che si pensava fossero relegate a qualche pittoresco Vaffanculo Day o qualche comune minore della turbolenta provincia emiliana. Da Parma in poi è accaduto che l’irregolare è emerso alla superficie del regolare, della politica mainstream, con una forza d’urto imprevedibile, fino allora assolutamente sottostimata. Gli Osservatori si sono improvvisamente accorti che in città era arrivato un nuovo Circo, di cui si era in effetti già sentito chiacchierare…

 

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stralci del libro di Federico Mello,

Un altro blog è possibile. Perché non funziona la democrazia digitale, 14 euro, 192 pag, Imprimatur

Via http://www.europaquotidiano.it/2014/06/12/come-funziona-la-disinformatija-di-grillo/

 

Federico Mello è stato giornalista del Fatto Quotidiano, direttore del sito web del quotidiano Pubblico, ora è nella redazione di Servizio Pubblico e collabora con l’Huffington Post Italia. Dopo aver seguito per il Fatto l’esperienza del Popolo Viola, ha scritto “Viola”, un saggio sui meriti e i limiti dell’attivismo politico online. Nel 2011 è uscito il suo terzo libro “Steve Jobs – Affamati e folli” mentre nel febbraio 2013, due settimane prima delle elezioni politiche, è arrivato in libreria il suo quarto libro: “Il lato oscuro delle stelle”, un’inchiesta su Beppe Grillo e il Movimento 5Stelle che ha anticipato molte criticità del movimento grillino che sarebbero esplose nei mesi successivi.

 

 

Notizie false, manipolazioni, enfasi: sono gli ingredienti del sistema di propaganda del sito del Movimento 5 Stelle, svelati da un libro di Federico Mello, di cui qui pubblichiamo uno stralcio

 

“Dalla primavera 2012, anno dell’esplosione con la conquista di Parma, il blog di Grillo e di conseguenza il Movimento 5 Stelle cambiano totalmente natura. Alcuni sondaggi indicano intenzioni di voto record per il Movimento e da lì in poi si assiste a una prassi alla quale la stampa da allora in avanti si troverà, suo malgrado, sempre costretta: qualsiasi cosa scritta online da Grillo diventa notizia – e non potrebbe essere altrimenti. Il web diventa uno straordinario strumento per sparare le proprie bordate senza dover ricevere domande, senza dover rispondere della loro coerenza, della loro fattibilità, delle contraddizioni su questioni fondamentali (come quelle della democrazia interna). Il blog, inoltre, si evolve e diventa una vera e propria galassia. All’indirizzo principale, beppegrillo.it, si aggancia una serie di sottodomini e sottositi. Ci sono le pagine interne del Movimento, quelle dei gruppi parlamentari, La Cosa, una sorta di web-tv con un palinsesto che alterna immagini d’archivio con dirette e contenuti originali e poi, soprattutto, sul blog di Beppe compare la famosa “colonna destra”. È l’aggregatore di notizie di Casaleggio. Si chiama Tze-Tze e, almeno nelle intenzioni, viene descritto come un portale, «un palinsesto dinamico originato dagli utenti, aggiornato ogni mezz’ora, che seleziona da siti rigorosamente solo online, che non hanno quindi una derivazione cartacea o televisiva, le informazioni in base alla loro popolarità e attualità». L’obiettivo? «promuovere l’informazione indipendente in rete svincolandosi dai mainstream media e pubblicare notizie in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti».

Con l’ottica della rete anni novanta, sembrerebbe un progetto degno di lode: si dà spazio all’informazione in rete diversa da quella dei media mainstream; con gli occhi che vedono l’acqua digitale, invece, queste parole con cui Tze-Tze descrive la propria “mission” sono, di fatto, una confessione. Pubblicando notizie «in funzione dell’importanza attribuita loro dagli utenti», Tze-Tze e i portali simili della Casaleggio (come lafucina.it, altra testata della galassia, registrata dal figlio di Gianroberto, Davide) producono in realtà contenuti politici e di attualità senza nessun criterio giornalistico. È una specie di BuzzFeed della politica, nel quale il principio della viralità si impone su tutto il resto. Non solo: questo arcipelago digitale viene presentato come «informazione indipendente» quando è esattamente il contrario, è propaganda elettorale sfacciatamente schierata con il Movimento 5 Stelle e Beppe Grillo: non si risparmia in alcun modo accuse, insulti, contumelie, che nessuna testata potrebbe pubblicare senza incappare in seri problemi di carattere penale (non a caso nel 2014, per la prima volta, andrà a giudizio per diffamazione un post pubblicato dal blog e che ricostruiva in maniera fantasiosa un’inchiesta giornalistica della trasmissione Piazzapulita).

In rete, inoltre, uno strumento del genere, con l’enorme visibilità assicurata dall’home page di Grillo (Tze-Tze si è guadagnata oltre mezzo milione di fan su Facebook) e con i rimbalzi garantiti dalla potenza di fuoco del comico sui social network, risulta un mezzo formidabile per orientare l’opinione pubblica – almeno quella connessa – e per trasformare bufale e ricostruzioni parziali, in “prove” e argomentazioni per tutti coloro che guardano con simpatia ai 5 Stelle. Sul web, infatti, le bufale sono virali quanto le breaking news e grazie alla disattenzione generale continuano a girare e a essere condivise anche quando sono state ampiamente smentite. Lo ha chiarito benissimo una ricerca – Collective Attention in the Age of (Mis)Information – realizzata dalle università di Lucca, Lione e della Northeastern di Boston e riportata in Italia dal bravo blogger Fabio Chiusi su Wired. La ricerca ha analizzato oltre due milioni di post concentrandosi sui dibattiti Facebook nel periodo a cavallo delle elezioni politiche italiane 2013. Ebbene, i ricercatori hanno scoperto, non senza qualche sorpresa, che «la maggior parte degli utenti che interagiscono con i contenuti prodotti dai troll è composta principalmente da utenti che interagiscono con le pagine di informazione alternativa». Insomma, sono paradossalmente gli utenti che si ritengono più informati online a cadere preda con maggior facilità di notizie false. (…) E c’è anche un’ulteriore contro-indicazione da tenere bene a mente: «I risultati del nostro studio segnalano un pericolo concreto, dato che più il numero di affermazioni prive di fondamento in circolazione è elevato, più utenti saranno tratti in inganno nella selezione dei contenuti». Vuole dire che sul web, anche se sono state smentite, le bufale non vengono disinnescate: continuano a girare, a essere condivise come verità, anche per lunghi periodi di tempo.

Quando questi meccanismi vengono usati scientemente per i propri scopi commerciali o politici, ci troviamo di fronte a una non-informazione che è il contrario del giornalismo. (…) In questi contenuti prodotti e diffusi a spron battente si trova di tutto. (…) La parte del leone la fa naturalmente la propaganda politica pro 5 Stelle e contro i suoi avversari. (…) Si trova davvero qualsiasi personaggio o argomento in un frame comune, e i contenuti risultano in fin dei conti tutti uguali. Il titolo “tipo” di questi status o post comprende espressioni perennemente urlate che nel lancio della “notizia” contengono già la reazione emotiva che quella informazione vuole stimolare: «Vergognoso», «Brutte notizie», «Questa è l’Italia», «Rimarrete scandalizzati», «Non ne possiamo più», «È finita», «Vergogna» in caratteri cubitali. Non mancano vere e proprie infamie e trollaggi contro i dissidenti, le istituzioni, gli avversari. Il testo, infine, termina sempre con esortazioni, richieste o domande che stimolano inconsciamente la partecipazione degli utenti: «condividi», «fai girare», «massima diffusione», «diffondi». Tze-Tze, beppegrillo.it, Facebook, Twitter, è tutto così, tutto sullo stesso tono, ogni giorno, ogni momento. (…)

Cito tutti questi attacchi a Renzi perché è lui l’obiettivo più frequente delle attenzioni della galassia Grillo nel periodo preso in considerazione, come in precedenza erano stati Mario Monti ed Enrico Letta. «Sputtanato – Uno dei più autorevoli quotidiani del mondo ha appena umiliato Renzi. In Italia non leggerete mai una cosa simile. Guardate cos’hanno scritto. Impressionante: clicca qui» annota Grillo su Facebook. Vai al link e che dice l’articolo? «L’Economist su Renzi: fa molte promesse, ma non ci sono dettagli». Ma nella galassia Tze-Tze gli argomenti sono infiniti, tutti quelli che fanno comodo per creare viralità incattivita: «Clamoroso. I lettori di Repubblica danno ragione a Beppe Grillo. Guardate che sta succedendo: clicca qui». Cosa dice l’articolo citato? Che dopo che la Repubblica ha riportato una polemica dei 5 Stelle contro il quotidiano, alcuni lettori (chissà se spontanei) nei commenti hanno trollato a favore di Grillo. Una non-notizia, che però su Facebook di Grillo conta cinquemila “mi piace”, trecento commenti e trenta condivisioni. (…)

Non tutti i contenuti sono così apertamente diffamatori nei confronti di avversari politici e giornalisti. Altri, sfruttando lo stesso metodo, entrano nel campo della contesa politica legittima senza però farsi mancare pesanti forzature propagandistiche. Come questo post (soliti cinquemila like e duemila condivisioni): «Il M5S ha appena indetto una conferenza per fare una denuncia gravissima! Seguiteci in diretta ora: clicca qui. Diffondete!» che porta il video di una conferenza stampa dei deputati 5 Stelle sul cosiddetto decreto svuotacarceri; (…)

Un’ultima categoria della mala-informazione di Tze-Tze è quella chiaramente e dichiaratamente sessista. Niente infatti colpisce di più il “Sistema1” maschile di un paio di cosce o di una scollatura. Ecco che anche questi mezzucci sono usati per attirare click e attaccare le avversarie o le giornaliste. Il solito post recita: «Fate i complimenti a questa giornalista. Era in diretta tv su La7 e guardate che ha combinato. Solo in Italia! Che vergogna, clicca qui». Allegato allo status c’è la parte inferiore di un corpo femminile: si vedono solo le gambe, l’abito rosso e tacchi a spillo. Apri il link e che trovi? Un “articolo” in cui si sottolineano alcuni commenti negativi ricevuti dalla giornalista Myrta Merlino di La7 sulla pagina Facebook della sua trasmissione. (…) Che rete è quella di cui fa uso beppegrillo.it? Quanto è distante dal luogo di “intelligenza collettiva” che dovrebbe risultare diverso e migliore della democrazia rappresentativa? Beppegrillo.it in realtà si fa forte della retorica dell’“intelligenza collettiva” ma alimenta e orienta piuttosto una “scemenza collettiva” per i suoi scopi e interessi; sul blog qualsiasi senso critico del senso critico, potremmo dire con un paradosso, è bandito: «Non c’è tempo» d’altronde, «siamo in guerra» dice Grillo, con «l’elmetto».

 

sweeney todd

 

È in questa gestione del web che emerge la maggiore contraddizione del grillismo. Il web per beppegrillo.it non è una piattaforma orizzontale per discutere e confrontarsi, ma una clava verticale da utilizzare su una massa indistinta per fare pubblicità al suo prodotto.

Per questo è interessante studiare il fenomeno Grillo e M5S dalla sua prospettiva peculiare, quella web: è un modello che mostra cosa si può fare con questa tecnologia, fino a che punto si può spingere l’utilizzo sovietico del web e dei social network, fino a dove, direbbe Morozov, può arrivare «la viralità del male».”

La democrazia dei creduloni, ovvero Come il guru riesce a far levitare l’elefante – Gérald Bronner

La démocratie des crédules

“La démocratie des crédules” è un libro del sociologo francese Gérald Bronner, pubblicato a marzo 2013 ma non ancora tradotto in italiano, che analizza lo sviluppo e la proliferazione dell’anti-scientismo, delle teorie del complotto e delle bufale nell’era della massificazione dell’informazione. La creduloneria si fa passare oggi per intelligenza. La politica tende a diventare populistica. La diffidenza verso gli scienziati cresce.

Com’è stato possibile che un giovane spacciatosi per figlio di Michael Jackson, che dice di essere stato “violato” da Nicholas Sarkozy, sia stato intervistato in un telegiornale delle 20?

Com’è possibile, in generale, che dei fatti immaginari o inventati, dichiaratamente falsi, arrivino a diffondersi e a ricevere l’adesione del pubblico, a influenzare le decisioni dei politici, a foggiare una parte del mondo in cui viviamo? Non sembrava ragionevole sperare che con la libera circolazione delle informazioni e l’aumento del livello di studio, le società democratiche avrebbero teso verso una saggezza collettiva?

Attraverso numerosi esempi Bronner cerca di mostrare come le condizioni di vita contemporanee, insieme al funzionamento intimo dei nostri cervelli, ci rendono facile preda di fregature e raggiri.

Gérald Bronner è professore di sociologia all’Università Paris-Diderot e membro dell’Istituto universitario di Francia. Ha scritto in precedenza L’Empire des croyances (Puf, 2003), e La Pensée extrême (Denoël, 2009), Premio europeo per le scienze sociali di Amalfi, nel 2010. Le sue ricerche principali riguardano le credenze collettive, l’epistomologia delle scienze sociali, le rappresentazioni sociali, la sociologia cognitiva. La démocratie des crédules ha ricevuto il Premio  Revue des Deux Mondes nel 2013.

Leggi anche:

Paolo Attivissimo/Per-favore-non-chiamateli-nativi-digitali.htm

parano mag

INTERVISTA

Tratta da Clary Dionisio:

http://www.facebook.com/notes/clary-dionisio/istruito-e-integrato-laltro-volto-del-fanatico-gerald-bronner/10151493879522579

“Nella maggior parte dei casi, «gli individui che aderiscono a questo tipo di pensiero estremo non sono pazzi, né stupidi o disadattati» —Lo spazio della frustrazione collettiva, osserva Bronner, è definito dallo scarto tra ciò che riteniamo possibile e desiderabile, da un lato, e l’effettiva realizzazione di tali prospettive, dall’altro. Se questo spazio è eccessivo, la situazione rischia di farsi esplosiva. Nel 1962 James C. Davies, studiando la rivoluzione russa del 1917, giunse alla conclusione che «un movimento di protesta sociale ha più probabilità di verificarsi se è preceduto da una crisi economica, a sua volta conseguente a un lungo periodo di crescita e di prosperità». In seguito a lunghi periodi di crescita economica, «le aspirazioni della popolazione si orientano verso l’alto, le azioni, gli investimenti e i desideri sono ispirati dalle modalità di anticipazione dell’avvenire; se una crisi improvvisa manda all’aria tutti i progetti, gli individui, costretti a ridimensionare o ad annullare le loro elevate aspirazioni, sperimentano un’intensa frustrazione». E, dice Davies, l’aggregazione delle frustrazioni può scatenare una rivoluzione. Ma, specifica Bronner, tale struttura della frustrazione collettiva è solo una delle possibili forme che può assumere la distinzione tra livelli d’aspirazione (cioè le credenze collegate al futuro) e il livello di soddisfazione reale (risultato del confronto della credenza con la realtà)

Bronner: Malgrado i costanti progressi tecnici e scientifici, le nostre società restano delle società legate alle credenze. Ho confrontato a distanza di 10 anni, le storie nate sulle ceneri degli attentati del 11 settembre. Ce ne sono migliaia su internet. Come vengono create? e quanti altri complotti sono attualmente ancora discussi in internet? Studiando le credenze in internet ho scritto il libro “la democrazia degli creduloni”.

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Come per il pensiero estremo, chi riporta queste storie fantasiose senza nessun fondamento provato e scientifico, è molto spesso, una persona colta e preparata a sua volta indotta in errore da altri come lui. Spesso il problema nasce da documenti lasciati in rete senza poterli cancellare quando erano semplici ipotesi non dimostrate o opere d’immaginazione. Diventano nel tempo invece delle “prove” come se fossero state lasciate in rete per attirare l’attenzione in modo “democratico”. Sono storie di fumo senza il fuoco, che vengono girate per anni, risalire alle fonti a volte richiede un lavoro improbo.… un esempio è l’atterraggio sulla luna, fabbricato da Kubrik.

Poi, scrive Bronner, una delle modalità di ingresso nel fanatismo, ben documentata dagli esperti, è collegata all’impressione di penetrare nel tempio della purezza, dove si espiano tutti i peccati commessi e si riscattano le umiliazioni precedenti a questa rinascita. La vita dei cittadini convinti di meritare molto più di ciò che hanno e che coltivano ambizioni sempre più grandiose, prosegue Bronner, produce una sentimento che «rischia di convertirsi in un disprezzo del mondo materiale, che alimenta la credenza consolatoria nell’esistenza di un mondo superiore, lontano dalle illusioni terrene». Gli estremisti, nota ancora Bronner, «presentano spesso un livello di istruzione superiore alla media», che inevitabilmente si associa alle loro aspirazioni elevate. Scrive poi l’autore che in tutti i casi che ha studiato «la frustrazione e il desiderio di affermazione costituiscono un mix esplosivo (…). Una delle grandi passioni inedite dei nostri tempi democratici è l’appetito per la notorietà, talvolta privilegiata persino rispetto alla riuscita economica».

Una delle grandi passioni inedite dei nostri tempi, lei dice, è l’appetito per la notorietà, talvolta privilegiata alla riuscita economica. Anche il narcisismo produce fanatici?

Uno dei motivi della radicalizzazione di un individuo può essere la frustrazione, il sentimento che non gli sia riconosciuto il suo giusto valore. Questo sentimento può anche incarnarsi in un’ideologia di redistribuzione delle opportunità sociali. Alcune di queste persone hanno la sensazione di essere state derubate dalla vita, dal sistema sociale, e hanno la tentazione di ripartire da zero. Il fanatismo dunque può sfociare in questa opzione. Tanto più che, come sosteneva Alexis de Tocqueville, i sistemi democratici sono quelli che creano maggiore frustrazione, perché sono fondati sull’idea che si parta tutti dalla stessa linea e si possa ambire a ogni cosa. L’incapacità di regolare il desiderio può generare pulsioni sociopatiche. Nell’era della società mediatica, poi, la notorietà è un bene più desiderabile della giustizia o del bene. Ci sono persone che per raggiungere la fama compiono atti aberranti.

Other worlds 

Nel 1986 Françoise Bouchayer ha fatto un’interessante indagine sul campo a Loch Ness e ha scoperto che a credere all’esistenza del mostro erano soprattutto individui diplomati.

Bronner cita il notissimo “esperimento dell’ultimatum” condotto dagli scienziati cognitivi.  A una persona si offre una cifra di denaro, e la si obbliga a spartirla con un altro, decidendo liberamente come dividerla. Se il secondo rifiuta l’offerta, nessuno prende niente. La razionalità vorrebbe che si accettasse qualunque cifra, perché anche molto poco è meglio di niente. Ma l’esperimento dimostra che non è così: di fronte a proposte umilianti e palesemente inique, c’è il rifiuto. Cioè: in nome di valori come la dignità e la giustizia si può anche andare contro i propri interessi.

Il fenomeno in internet, che conserva per decenni tutto, fa commettere continui errori, in quanto la notizia ormai sconfessata o errata, continua ad esistere e mietere creduloni o vittime ignoranti inconsapevoli. Oppure si può in effetti creare un mito o una teoria di complotto, usando lo schema internet e prove (i famosi pezzi oramai in memoria) che vengono usati allo scopo. La gente ci crede, per il noto paradosso che è impossibile provare che tale Entità non esiste, dio o il nuovo ordine mondiale, o il finto atterraggio sulla luna.. In internet l’uso di questi pezzi diventa più facile per future conversioni di massa, e provare che l’origine è fallace, o che è totalmente irreale quasi impossibile. Per i paradossi noti: “Non puoi provare che Dio esiste, ma non puoi sopra tutto provare che non esiste”. Questo paradosso è fondamentale in internet.

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Il pensiero estremo può quindi essere letto come una disperata risorsa per riguadagnare una visione del mondo unitaria di fronte a una realtà talmente complessa da essere diventata illeggibile?

Sì, certo, perché propone una visione semplicistica e manichea del mondo. Traccia linee di demarcazione, fa eco alle indignazioni spontanee insoddisfatte di spiegazioni del mondo troppo complesse. L’estremismo propone a coloro che lo abbracciano una forma di verginità mentale, la possibilità di ripartire da zero, di capire tutto, soprattutto di spiegare i loro errori con la perversione del mondo e non con i propri limiti. Spesso ci troviamo svuotati di fronte all’ambivalenza del mondo, la grande “virtù” dei sistemi di pensiero estremo sta nell’offrire una comprensione rinnovata e totale, la soddisfazione intellettuale che può fornire la chiara soluzione di un problema matematico. È questo ciò che io chiamo un effetto di svelamento: tipico del pensiero cospirativo.

Il percorso di ideologizzazione del fanatico che lei descrive assomiglia a un’iniziazione progressiva, come quella in uso nelle sette?

Si può stabilire un parallelo: le verità iniziatiche sono ottenute progressivamente perché si suppone che gli individui all’inizio non siano adatti a capire ciò che coronerà la loro elevazione spirituale. Nel caso del fanatismo il termine della dottrina è inaccettabile per uno spirito normale. Sicché fa parte di una strategia cosciente dei reclutatori, in particolare nelle sette, nascondere all’inizio le proposte più stravaganti. Alla fine, dopo una progressiva accettazione della dottrina, anche individui razionali come lei e me sono capaci di accettare enunciati così strani come “il guru riesce a fare levitare degli elefanti”.

La diabolica invenzione (Vynalez Skazy, r. Karel Zeman, 1957)

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LA DIABOLICA INVENZIONE

r. Karel Zeman, 1957 (cech. Vynalez Skazy)

Il cinema come invenzione, o la reinvenzione del cinema.

b/n, in lingua originale, dal romanzo di Jules Verne, Face au drapeau (Di fronte alla bandiera).

Distribuito in America come The Fabulous World of Jules Verne.

Realizzato impiegando attori veri e disegni, pupazzi animati e incisioni ottocentesche nello stesso fotogramma.

Incisioni di Edouard Riou e Lèon Benett, illustratori delle edizioni originali di Verne.

Uno dei più inventivi film di fantascienza mai realizzati, un film di illustrazioni animate e incisioni del XIX secolo con attori veri.

Premio Oscar 1957 per il miglior film straniero.

Sempre in tema di cinema d’animazione cecoslovacco, uno dei primi esempi di steampunk cinematico. Basato sui romanzi di Jules Verne, futuristici quando vennero scritti, il film di Zeman immagina un passato (basato su questi romanzi) che non fu, una storia alternativa

La diabolica invenzione è considerato unanimemente un capolavoro del cinema fantastico. Karel_Zeman, il Disney cecoslovacco, si formò a contatto con la tradizione del teatro di marionette ed esordì in Francia nel settore pubblicitario. Tornato in Cecoslovacchia diventò ben presto il maggior esponente del genere di animazione. Premiato a Cannes nel 1945 con Sogno di Natale,. mescolò attori e fantocci in Viaggio nella preistoria (1955), e raggiunse l’apice delle sue produzioni verso la fine del decennio con La diabolica invenzione, in cui più trucchi vengono usati contemporaneamente nella stessa scena: stop-motion, animazione delle pitture e delle illustrazioni, ritagli, retini, filtri, dissolvenze, miniature e modelli, doppia esposizione,  sovrimpressioni, immagini ferme, travelling –  tutt’insieme in una magistrale miscela delle tecniche di animazione. Sottomarini, treni, balloons, velocipedi, palombari, auto a vapore, aeronavi e fabbriche alla Méliès prendono vita, si animano, come se uscissero letteralmente dalle illustrazioni di Verne. E di Méliès in effetti Zeman eredita la passione per la magìa, per i trucchi e gli effetti speciali, per il cinema fantastico e di fantascienza. Come Melies, Zeman non ha creato la fantascienza…Ha ricreato i romanzi scientifici genuini. Il cinema, come invenzione straordinaria, come ultima meraviglia.

 Bibliografia:

Person, Lawrence and Waldrop, Howard. “Fabulous World of Jules Verne”,LocusOnline. http://locusmag.com/2004/Reviews/10_WaldropPerson_Verne.html.

Cacciatore di androidi

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Cacciatore di androidi

 

Scriveva Alessandra Daniele nel febbraio scorso:

”Blade Runner” capovolge completamente l’originale impianto etico-allegorico del romanzo “Do Androids Dream Of Electric Sheep?”.  Il film suggerisce infatti che gli umani diano la caccia agli androidi – i ”replicanti” – essenzialmente per una forma di razzismo, esplicitata da epiteti sprezzanti come ”skin job”.  Per capire quanto questo sia un ribaltamento delle intenzioni dickiane, basta rileggere cosa PKD intendesse per “androide”: individuo incapace di provare empatia e compassione verso gli altri, e quindi capace di infliggere loro qualsiasi sofferenza, torturando e sterminando con la stessa efficiente indifferenza di una macchina.  Gli androidi del romanzo non sono serial killer isolati, sono perlopiù integrati, organizzati, hanno una polizia parallela, controllano completamente i media. Sono la sociopatia elevata a sistema di potere. Sono nazisti.”

http://www.carmillaonline.com/archives/2013/02/004616.html#004616

 

 


Benchè Blade Runner si ispiri al romanzo di Philip Dick Ma gli androidi sognano pecore elettriche (1968), nel film di Ridley Scott mancano elementi importanti come la religione di Mercer (con la sua “empathy box”), il modulatore d’umore Penfield, la trasmissione tv di Buster Friendly, gli animali artificiali e naturali, etc. Ma soprattutto nel film gli androidi (o “replicanti”) vengono eccessivamente umanizzati e “romanticizzati”, mentre è evidente, dalla lettura del romanzo e dalla citazione che segue, che la posizione di Dick sugli androidi è molto più severa e priva di concessioni ambigue e gratificanti, più simile al concetto di  “perturbante” sviluppato da Ernst Jentsch e Sigmund Freud. Che film avremmo se il romanzo di Dick, invece di essere “aggiornato” come un noir post-apocalittico, venisse sceneggiato riprendendo interamente tutte le sue potenzialità inespresse?

Philip K Dick Do Androids Dream Electric Sheep Boom StudiosMa leggiamo cosa ne pensava lo stesso Dick (che arrivò a litigare con gli sceneggiatori del film):

“Nell’universo esistono cose gelide e crudeli, a cui io ho dato il nome di “macchine”. Il loro comportamento mi spaventa, soprattutto quando imita così bene quello umano da produrre in me la sgradevole sensazione che stiano cercando di farsi passare per umane pur non essendolo. In questo caso le chiamo “androidi”. Per “androide” non intendo il risultato di un onesto tentativo di ricreare in laboratorio un essere umano (come si vede nell’ottimo film The Questor Tapes). Mi riferisco invece a una cosa prodotta per ingannarci in modo crudele, spacciandosi con successo per un nostro simile. Che ciò avvenga in un laboratorio o meno per me non ha molta importanza: l’intero universo è una sorta di enorme laboratorio, da cui provengono scaltre e crudeli entità che ci sorridono tendendoci la mano. Ma la loro stretta è quella della morte, e il loro sorriso è di un gelo tombale. Queste creature sono tra noi, e morfologicamente non sono diverse: la differenza che noi postuliamo pertiene al comportamento, non all’essenza.

Nelle mie opere di fantascienza ne ho parlato continuamente. A volte neppure loro sanno di essere androidi. Come Rachael Rosen, possono essere di ottimo aspetto, benché privi di un certo nonsoché; oppure, come Pris in We Can Build You, possono essere realmente usciti da un utero umano e addirittura capaci di progettare androidi – quello di Abraham Lincoln , in quel libro – pur essendo anch’essi privi di calore: rientrano, insomma, nella categoria clinica dello “schizoide”, cioè mancano di sentimenti veri e propri. Sono sicuro che abbiamo in mente la stessa cosa, e sottolineo “cosa”. Un essere umano privo di capacità empatica e di sentimenti è identico a un androide costruito, intenzionalmente o per errore, senza di essi. Ci riferiamo fondamentalmente a qualcuno cui non importa della sorte delle creature viventi sue simili: costui ostenta distacco, come uno spettatore, confermando con la sua indifferenza il teorema di John Donne, secondo cui “no man is an island” [lett: “nessun uomo è un’isola”], ma in una for­mulazione leggermente diversa: un’isola morale e mentale non è un uomo.

Di questi tempi, il maggiore mutamento in atto nel mondo è probabilmente la tendenza del vivente alla reifi­cazione e, allo stesso tempo, la reciproca compenetrazione di animato e meccanico. Non disponiamo più di una definizione pura del vivente in quanto contrapposto al non-vivente. Il nostro paradigma sarà ben presto il seguente: Hoppy, un personaggio del mio romanzo Dr. Bloodmoney, è una specie di palla umana corredata di un groviglio di servomeccanismi. È solo parzialmente organico, ma interamente vivente: una sua parte è uscita da un utero umano, ma tutto il suo corpo è vivo. Ho in mente il nostro mondo reale, e non quello della fantasia, quando affermo che un giorno avremo milioni di entità ibride a cavallo tra questi due mondi. La definizione dell'”uomo” in quanto contrapposto alla macchina darà luogo a una serie di giochi di parole e rompicapo da sciogliere. La vera preoccupazione presente e futura è: questa entità composita (di cui Palmer Eldritch – per restare ai personaggi dei miei romanzi – è un ottimo esempio) si comporta davvero in modo umano?”

(P.K.Dick, “Uomo, androide e macchina”, in Se vi pare che questo mondo sia brutto, Feltrinelli-InterZone, 1997; e.o. 1976)