Zardoz e le comunità del futuro

Zardoz, e le comunità del futuro

 

     Zardoz è un film di fantascienza del 1974 diretto da John_Boorman, con  Sean Connery nel ruolo del protagonista principale, Zed lo Sterminatore, e la splendida Charlotte Rampling nel ruolo di Consuela, la gran sacerdotessa della Casta degli Immortali.

 

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Nell’anno 2293 la Casta degli Immortali vive sigillata entro le barriere impenetrabili del Vortex, amministrato da un possente cervello elettronico, il Tabernacolo, contenuto in un misterioso cristallo dalle infinite capacità riflessive. Il Vortex è una dimensione separata dal mondo esterno, dove vivono i mortali, i “bruti”, schiavizzati e uccisi dagli Sterminatori a cavallo, anch’essi mortali, ma al servizio degli Immortali. Nonostante l’alto sviluppo scientifico e tecnologico, gli Immortali si annoiano: alcuni di loro diventano Apatici, altri Rinnegati, coloro che per qualche gesto di ribellione vengono condannati a un’eterna vecchiaia. Sul mondo esterno domina Zardoz, una enorme maschera di pietra volante, somigliante alla Sfinge de La macchina del tempo o a una scultura dell’isola di Pasqua. Ed è proprio attraverso questa gigantesca testa di pietra che lo Sterminatore Zed (Sean Connery) entra nel Vortex, dopo aver ucciso il “pilota” Arthur Frayn, seminandovi la mortalità attraverso la resurrezione dei desideri e delle passioni, finchè anche il Tabernacolo, il grande cristallo trasparente che presiede all’organizzazione del Vortex, viene distrutto. Riportati alla vita, mortale ma autentica, gli Immortali implorano la morte. Zed e Consuela si accoppiano, generando un figlio, invecchiando e morendo come tutti i mortali.

Zardoz si rifà in parte alla Macchina del tempo, per quanto riguarda la divisione sociale fra Immortali e Bruti (Eloi e Morlocks), anche se rovesciata di segno, e senza viaggio nel tempo (il futuro è già qui). Un altro riferimento è il romanzo Il meraviglioso mago di Oz di L.Frank Baum (da cui il titolo “the wiZARD of OZ”), in cui il Mago di Oz, nella Città di Smeraldo, si presenta a Dorothy, la protagonista, nelle sembianze di una Grande Testa. Ma il film nel suo insieme offre molteplici risvolti e significati già presenti in altri romanzi di fantascienza, come L’alba delle tenebre di Fritz Leiber o Sixth Column di Robert Heinlein e soprattutto, dal punto di vista filosofico, La città e le stelle di Arthur C.Clarke, in cui chiaramente lo scrittore britannico concepisce la Città, Diaspar, come una specie di Eden dove vivono gli Immortali, sotto il controllo costante di un onnipresente calcolatore e dei Banchi della Memoria. Ma la perfezione della sua ingegneria sociale la sta portando all’inerzia, alla decadenza e alla monotonia. Mentre questa vita apparentemente perfetta sta portando la città all’estinzione, si sviluppa un elemento perturbatore, nelle sembianze di Alvin e del Buffone di corte, previsto dagli stessi progettisti della città, grazie al quale la vita si rinnova e Diaspar crolla.

Ma, al di là dei numerosi e complessi riferimenti letterari e filosofici, Zardoz è soprattutto una geniale esperienza visiva e psichedelica, una sorta di Matrix dell’era psichedelica, così come psichedelico e tipicamente controculturale è il tema della rigenerazione vitale per poter progredire oltre la staticità di un sistema perfetto e conchiuso. Tema che nel 1995 verrà ripreso, con accenti diversi, dal romanzo post-cyberpunk di Neal Stephenson, The Diamond Age (L’Era del Diamante, Shake, 1997).

Movimento di rigenerazione che evidentemente coinvolge lo stesso regista e i suoi attori. Sembra infatti che Zardoz nasca all’intersezione di più destini personali in un periodo particolarmente prolifico della fantascienza colta, filosofica e new wave, a partire, non a caso, da alcuni film della Nouvelle Vague (vedi il cortometraggio sperimentale La jetée di Chris Marker, 1962, fonte d’ispirazione per L’esercito delle dodici scimmie di Terry Gilliam del 1995; Agente Lemmy Caution, missione Alphaville di Jean-Luc Godard, 1965; Fahrenheit 451 di Francois Truffaut, 1966). Fino ai film di Stanley Kubrick (Il dottor Stranamore, 1964; 2001: Odissea nello spazio,1968; Arancia meccanica, 1971) o di Andrej Tarkovskij (Solaris 1972; Stalker, 1979).

 

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John Boorman attraversa in quegli anni un periodo sfolgorante della sua carriera di regista, dopo Senza un attimo di tregua, Duello nel Pacifico, Leone l’ultimo, Un tranquillo week-end di paura, film holliwoodiani imperniati sulla socialità e sui comportamenti selvaggi dell’uomo “civile”,  e prima di L’esorcista II: l’eretico (1977), ed Excalibur, una delle riduzioni cinematografiche più riuscite del complesso di leggende di Re Artù e del Ciclo bretone (en passant faccio notare che anche K.W. Jeter, nel romanzo capostipite dello steampunk, La notte dei Morlock, pubblicato nel 1979, riprende in chiave fantascientifica le figure di Merlino, Re Artù e della spada Excalibur; la coincidenza è tanto più significativa in quanto sia Zardoz che il romanzo di Jeter, pur nella loro diversità, si riallacciano alla Macchina del tempo di H.G.Wells).

Nella carriera di Sean Connery, Zardoz si colloca immediatamente dopo la fine del ciclo di James Bond, ruolo da cui cercava di distaccarsi. Così, da agente segreto diventa lo Sterminatore, che riesce a seminare la morte fra gli Immortali grazie al suo sex appeal. E dopo 30 anni lo ritroviamo ancora nelle parti del vecchio cacciatore Allan Quatermain ne La leggenda degli uomini straordinari. Infine, la ventisettenne Charlotte Rampling, già indossatrice e modella, stava vivendo un momento particolarmente felice della sua carriera, da  La caduta degli dei di Luchino Visconti (1969) fino a Il portiere di notte di Liliana Cavani (1974), in ruoli piuttosto controversi  che ne sottolineano la bellezza ambigua.

In conclusione, Zardoz è una delle prime trasposizioni cinematografiche delle ansie legate all’emergere prepotente delle gated communities e delle Common Interest Developments, enclaves high tech per ricchi da cui escludere altri gruppi etnici o sociali anche mediante muri, vigilantes e dispositivi elettronici di sicurezza. La crescente privatizzazione degli spazi pubblici, a scapito dell’interesse generale, aveva già portato, nella California degli anni Settanta, alla privatizzazione del governo locale, quel che nella incipiente subcultura cyberpunk verranno rappresentate come vere e proprie città-stato, e che Neal Stephenson in Snow Crash (1992) definisce “burbclaves”. Né bisogna dimenticare, su un piano in cui fantasia e realtà si mischiano ancora più strettamente, le Experimental Prototype Community of Tomorrow (EPCOT), le comunità del futuro o Disney’s Dream Town progettate da Walt Disney già a metà anni Sessanta  come fusione di pianificazione urbana e ingegneria sociale, con una visione ottimistica e techno-friendly del futuro, enfaticamente basata su “educazione, tecnologia, salute e senso del luogo”: un “mondo più perfetto”, o “un nuovo modello di apartheid urbana”? Qui, come in Zardoz, il cristallo comincia a incrinarsi, e appare il lato oscuro della disgregazione urbana.

 

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