Groove Armada friends, e nerds sfigati

“Tre ragazze, in vacanza in un’assolata località marina, la sera vanno in discoteca vestite del minimo sindacale. Una di loro, la più carina, protagonista del video, rimorchia un ragazzo, balla con lui, pomicia su un divanetto, poi se ne torna in albergo con le amiche senza curarsi minimamente, la stronza, di quel povero cristo che ha sedotto e abbandonato. Ha avuto un’ulteriore, pleonastica, dimostrazione della sua avvenenza e questo le basta; non pensa che il maschietto a cui ha permesso di carezzarle il pancino, quella sera dovrà ingaggiare una lunga e faticosa serpesmachìa per molcire e ricondurre alla ragione una specifica parte del suo corpo. Asservita ai dettami della moda e alle usanze del suo tempo, la femmina della specie ha messo in mostra le sue piume, ma al momento di “finalizzare il gioco”, come direbbe un commentatore sportivo, ha applicato la strategia della femmina ritrosa e, novella Cenerentola, ha lasciato in Nasso il suo principe azzurro, senza nemmeno il buon gusto di lasciargli una scarpina d’argento come souvenir.”
http://blog.canaro.net/2012/01/04/penetrazione/

 

a proposito di femmine ritrose e femmine sfacciate (Richard Dawkins, Il gene egoista), e di nerds sfigati

consiglio ovviamente di leggere l’intero articolo, un po’ lunghetto, sul blog di Canaro.net

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Rainer Maria RILKE, Sull’amore

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Roma, 14 maggio 1904

“Anche amare è bene: poiché l’amore è difficile. Volersi bene, da uomo a uomo: è forse questo il nostro compito più arduo, l’estremo, l’ultima prova e verifica, il lavoro che ogni altro lavoro non fa che preparare. Per questo i giovani, che sono principianti in tutto, ancora non sanno l’amore; lo devono imparare. Con tutto l’essere, con tutte le energie, raccolte intorno al loro cuore solitario, ansioso, dal battito anelante, devono imparare ad amare.

Ma il tempo dell’apprendistato è sempre un tempo lungo, chiuso al mondo, e così amare è a lungo, e fin nel pieno della vita, solitudine, intenso e approfondito isolamento per colui che ama. Amare non significa fin dall’inizio essere tutt’uno, donarsi e unirsi a un altro (poiché cosa sarebbe mai unire l’indistinto, il non finito, ancora senza ordine?); è una sublime occasione per il singolo di maturare, di diventare in sé qualcosa, di diventare mondo, diventare mondo per sé per amore di un altro, è una grande, immodesta pretesa a lui rivolta, qualcosa che lo presceglie e lo chiama a vasti uffici.

Solo in questo senso, come compito di lavorare a sé (“di stare all’erta e martellare notte e dì”), i giovani potrebbero usare l’amore che viene loro dato. Essere tutt’uno e donarsi e ogni sorta di comunione non è per loro (che ancora a lungo devono risparmiare e radunare), è il compimento, è forse quello per cui oggi intere vite umane ancora non sono sufficienti. In questo però i giovani sbagliano così spesso e gravemente: che essi (nella cui natura è non avere pazienza) si gettano l’uno all’altro quando l’amore li assale, si spandono così come sono, in tutto il loro disordine, scompiglio e turbamento…

Ma come fare allora? (…) Se resistiamo e prendiamo su di noi questo amore come fardello e tirocinio, invece di perderci in tutto quel gioco frivolo e lieve (…) allora forse un piccolo progresso e un certo sollievo saranno percettibili a coloro che verranno molto dopo di noi (…) E questo amore più umano (…) somiglierà a quello che noi lottando con fatica andiamo preparando, l’amore che consiste in questo: che due solitudini si proteggano, si limitino e si inchinino l’una innanzi all’altra.” (Lettere ad un giovane poeta – 1903/1908 – Rainer Maria Rilke)