Nicola Lagioia – Mr Hyde 2.0 & il Troll in me (I giustizieri della rete 2)

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Il problema – parafrasando Giorgio Gaber – non è il troll in sé, ma il troll in me. Anzi, mentre al troll attribuiamo erroneamente una personalità stabile – un essere ributtante 350 giorni all’anno – qui si tratta di gente “normale” che ogni tanto perde il lume della ragione. Così, meglio parlare di dottor Jeckyll e mister Hyde 2.0. “ (Nicola Lagioia)

 

 

Premessa

 Lo scrittore Nicola Lagioia (Riportando tutto a casa, La ferocia) (al quale spero di dedicare prossimamente un post sulla sua narrativa e sui suoi rapporti con Bari), riprende l’argomento della violenza e dei giustizieri della rete in un lunghissimo articolo su Internazionale (http://www.internazionale.it/opinione/nicola-lagioia/2016/01/09/internet-insulti-social-network) in cui, oltre ricordare alcuni esempi ripresi dal libro di Jon Ronson  (Codice ed.)  ne riporta altri, italianissimi,  (Aldo Nove, @dolcecandy, se stesso),  e fissa alcuni punti di discussione che possono servire da promemoria per ulteriori approfondimenti.

 

La violenza in rete in questione non è quella dei terroristi o dei fanatici di professione, ma quella delle “persone normali”, che si trasformano per qualche ora al giorno in “mostri sanguinari”. Ronson, quando ricostruisce il caso di Justine Sacco, solleva alcuni interrogativi:

Può la sete di giustizia scatenare una reazione mille volte più violenta dei comportamenti che vorrebbe censurare? E quale giustizia è quella che agisce rispolverando l’antico strumento della gogna? …I messaggi contro di lei (Justine S.) avevano alimentato un gorgo di insulti sempre più furibondi, selvaggi, scomposti, risentiti. La voce di una persona contro quella di migliaia. E anche se il tweet che aveva innescato la gogna era particolarmente odioso e stupido (“Sto andando in Africa. Spero di non prendere l’aids. Sto scherzando. Sono bianca!”), la stupidità della tempesta che ne è seguita è stata addirittura superiore. Non solo le punizioni che i volenterosi censori auspicavano per la “colpevole” rischiavano di far passare per moderati i vecchi boeri favorevoli all’apartheid, ma la paradossalità di certi ragionamenti risultava disarmante. Avete presente quei pacifisti che si proclamano tali quando affermano di voler vedere morire chi è a favore della pena di morte? Il tutto, naturalmente, in nome della civiltà e della dea ragione.”

Il troll assetato di sangue, in questo caso, non è un nazista o un leghista a caccia di immigrati o di “zinghiri” da bruciare, non ha il poster di Anders Breivik in camera, ma può essere una tranquilla professoressa di liceo, avere il poster di Martin Luther King, e cantare “Imagine” dei Beatles. Può essere il “bravo democratico” o il “cittadino indignato” in lotta per una giusta causa, o ciò che egli ritiene tale.

Lo scrittore Aldo Nove, per aver espresso un suo punto di vista, probabilmente ironico, sulla sua pagina Facebook, a proposito di un argomento scottante quale il fallimento della Banca Etruria e il suicidio del pensionato, si è ritrovato coperto di centinaia di insulti violenti che ne hanno sancito la “lapidazione telematica”, ripetendo, sia pure in modo più circoscritto, il caso Justine Sacco, e quindi ponendo ancora una volta gli interrogativi sulla gogna mediatica.

Da una parte la difesa della persona umana contro chi voglia trattare superficialmente il mistero che rappresenta, nel quale riposa anche l’eventualità di un suicidio. Dall’altra, la trasformazione dell’accusato (Aldo Nove) in una “non persona” contro cui si può dire di tutto. Si brandisce la dichiarazione dei diritti umani (o il corpo di un suicida) per sentirsi liberi di comportarsi come l’Eichmann della porta accanto a cui nessuno ha mai impartito un ordine in tal senso. Il tutto, naturalmente, senza mai uscire dalla sfera del virtuale.”

Ad Aldo Nove sono state augurate sciagure di ogni tipo: malattie, indigenza, morte violenta. Contro di lui sono stati scagliati gli insulti più sfrenati e le accuse più inverosimili. Una su tutte: quella di essere un ricco nullafacente protetto da una kasta che – di messaggio farneticante in messaggio farneticante – era auspicabile a un certo punto fosse come minimo il gruppo Bilderberg perché l’odio risultasse più intenso e giustificabile.”

Ma i nostri novelli Eichmann, i lapidatori virtuali, prosegue Lagioia, si guardano bene dall’approfondire le questioni relative alle banche o dal partecipare alle iniziative promosse dagli stessi obbligazionisti “truffati”. Ai nostri Mr.Hyde importa soprattutto “muovere febbrilmente le falangi sulla tastiera (per soddisfare) l’esigenza sempre più parossistica di avere qualcuno da fare a pezzi”, in modo che la “colpa” del lapidato li illuda di avere, in branco, la coscienza “immacolata”.

I casi di Aldo Nove e Justine Sacco sono due gocce nel mare di odio a buon mercato da cui siamo circondati – non è difficile immaginare l’hater che appende il suo kalashnikov alfanumerico a un qualche tipo di muro e si reca mansueto al lavoro, o a far la spesa, o va a versare un assegno nella banca sotto casa dove tratta tutti con gentilezza.”

In questi casi non abbiamo a che fare col troll abituale, ributtante tutto l’anno, al quale rinfacciare a nostra volta tutte le infamie, riservando a noi stessi tutta la purezza, ma ci riferiamo a “quelle persone sensibili e civili che credevamo di essere, (mentre) ci ritroviamo intrappolate nel cervello di un mostro primitivo”. E “una volta cessata la lapidazione, rientriamo nei nostri ruoli sociali come se niente fosse dimenticandoci di aver scagliato la prima o la centesima pietra”. Il diritto di critica, reso accessibile dalla Rete (Dr.Jekyll) si è trasformato molto spesso “nel diritto a spaccare virtualmente la faccia al prossimo” (Mr.Hyde).

 

 

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La lapidazione telematica, punto per punto.

I Troll 2.0, o haters (https://en.wikipedia.org/wiki/Hater_%28Internet%29),  i giustizieri della rete, non sono più, come dicevamo anche nei post precedenti, delle eccezioni, come i Troll 1.0, che di solito amavano provocare dei flame magari per divertimento, per spirito di contraddizione o per testare i limiti delle argomentazioni altrui, a volte anche con intelligenza e conoscenza di quegli argomenti. Il Troll 2.0 non è un “cattivo”, per definizione o per gioco, anzi è un “buono”, una “persona normale”, un “onesto cittadino”, che difende, a suo dire, ottime cause, ma per il quale ogni causa è buona se può permettergli, senza troppi ragionamenti e approfondimenti, di “spaccare virtualmente la faccia al prossimo”.

 

Primo. Un essere umano altrimenti frequentabile diventa all’improvviso un concentrato di stupidità e violenza. A un certo punto, lo sorprendiamo mentre si aggira nei labirinti telematici con la bava alla bocca e una pietra stretta in mano. Gli domandiamo: “Ehi, che ti succede?”. Lui risponde ringhiando di aver deciso di scendere in campo in nome della giustizia, farfuglia di valori democratici che secondo lui sono stati violati. Usa l’avambraccio per pulirsi un po’ di bava. Poi dice: “Scusa, ho da fare”. Scompare dietro l’angolo. Subito dopo sentiamo un colpo sordo seguito da un urlo strozzato di dolore. La prima pietra è scagliata.

Secondo. Subito dopo la trasformazione, tutti i comportamenti del mister Hyde 2.0 (lo stato di furibonda eccitazione che promana da ogni virgola) fanno presumere che egli sia felice che il lapidato abbia commesso un errore, che abbia detto o fatto ciò che secondo lui giustifica il lancio delle pietre. È felice, per esempio, che Justine Sacco abbia scritto il tweet razzista. Non aspettava altro, perché questo lo fa sentire libero di brandire la clava, di bere il sangue del nemico sollevando con due mani la coppa ricavata dal suo teschio.

Terzo. La violenza è contagiosa. Più è stupida, più è virale. Ecco che a ogni retweet, a ogni condivisione, a ogni endorsement della propria follia omicida, il mister Hyde 2.0 si sente sempre più galvanizzato, più protetto, più giusto, più puro. Non importa che l’escalation di violenza raggiunga vette sempre più vertiginose. Non importa neanche se la clava è travestita da fioretto. I più scaltri tra i mister Hyde 2.0 (basti pensare a ciò che accade nell’ambiente letterario) travestono di raffinato sarcasmo un’energia che, gratta e gratta, ha la stessa primitiva brutalità di chi ti insulta senza sentire il bisogno di citare anche Baudelaire.

Quarto. Il mister Hyde 2.0 non crede che dall’altra parte dello schermo ci sia un altro essere umano. La cosa, semplicemente, non gli sembra verosimile. E così trasforma e tratta il “colpevole” senza il quale non esisterebbe come una “non persona”.

Quinto. Il problema è che se il mister Hyde 2.0 si ritrovasse quel “colpevole” davanti nel mondo reale, non riuscirebbe a essere così violento. Il maleficio della regressione svanirebbe all’istante. Da una parte scatterebbe un antichissimo meccanismo inibitorio legato all’altrui e alla nostra fisicità (se insulto brutalmente chi mi sta di fronte, quello può arrabbiarsi e farmi male), dall’altra, si attiverebbe al tempo stesso un dispositivo più moderno e altrettanto salvifico: quello legato all’empatia, la consapevolezza che chi ci sta di fronte soffre e sanguina proprio come noi. Di conseguenza, se lo insultiamo con assoluta mancanza di pietà, nel suo sguardo ferito riconosciamo la nostra ferita potenziale, il nostro diritto a non essere calpestati in quel modo.

Sesto. Prova ne sia il fatto che quando il mister Hyde 2.0 si ritrova nei panni di chi subisce a sua volta un attacco violento si mostra di solito particolarmente addolorato, risentito, spiazzato e infine scandalizzato, incredulo che dall’altra parte dello schermo possano esistere simili mostri.

Settimo. Come in tutti gli spettacoli in cui ci si eccita davanti ai bagni di sangue altrui, qualcuno ci guadagna. Si paga un biglietto d’ingresso, ci sono degli sponsor, in certi giorni l’incasso è consistente. Ma quanto consistente? Se si trattasse di un incasso favoloso? E chi ne beneficia? Di certo non i lapidati. Ma neanche il pubblico, né i volenterosi mister Hyde 2.0, che a quanto pare potrebbero essere i servi sciocchi di tutta la faccenda.

 

2. continua

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