Emilie Autumn – Elogio della “Follìa” (A.Corelli)

 

Chi più di Emilie Autumn poteva tessere un’Elogio (contemporaneo) della Follia? Nell’album Laced/Unlaced del 2007 il primo brano è appunto “La Folia”, ripreso da Arcangelo Corelli, compositore e violinista italiano dell’età barocca, considerato come il più grande violinista della sua epoca, anzi come colui che conferì al violino il ruolo di protagonista nei concerti, noto per i concerti grossi, le sonate a tre e questa celebre Follia per violino e basso.

In realtà la follia è un tema musicale di origine portoghese (XVI e XVII secolo), a sua volta originato molto probabilmente da una danza rurale, con una struttura definita su cui l’esecutore è libero di improvvisare. Uno dei primi esecutori fu Diego Ortiz nel 1553. Nel 1700 il tema venne ripreso fra l’altro da Corelli (Sonata per Violino op. 5 n. 12), Vivaldi, Scarlatti e Bach (Cantata dei contadini). Variazioni successive sono presenti in Beethoven, Liszt (Danza Macabra), Rachmaninov. In una forma derivata, la Sarabanda di Handel, la ritroviamo anche nella colonna sonora di alcuni film, fra cui Barry Lindon di Stanley Kubrick, con un arrangiamento gonfio e orchestrale.

Come la Sarabanda, la Follia era in origine una danza frenetica che col tempo, nei suoi vari passaggi geografici e musicali, si decantò e si formalizzò, senza perdere quel che di demonico aveva in sé, come del resto il violino. Non più danza, nel 1700 Arcangelo Corelli la erge a tema virtuosistico, facendola diventare un classico per qualsiasi compositore violinista. Corelli era un codificatore, e per lui Follia non significava, musicalmente parlando, “fuori le righe”, follìa strumentale, anche se una certa dose di ambiguità permane. Cinque anni dopo Vivaldi riprese quella follìa astratta e ritualizzata e la ritrasformò in follìa vera. E dopo Vivaldi si arriva ad Handel. Dall’Italia la Follìa si trasferì a Londra, sulla scia di Nicola Matteis e Geminiani, e il ‘700 inglese si definisce, come nel film di Kubrick, attraverso questo tema. Nasce di qui, strano a dirsi, la venerazione londinese per l’Italia e Venezia, e anche quella grande tradizione strumentale britannica aperta alla musica altrui.

La follìa non è per sua natura una musica allegra o positiva, come non lo era in origine la danza (qui corre un parallelo col tarantismo). E’ una musica fatalistica e malinconica, che sembra più allegra nelle variazioni più veloci e virtuosistiche, più fisiche, ma l’ineluttabilità del destino riaffiora immediatamente nei Lento, negli Adagio e nei Largo. Del resto il personaggio di Barry Lindon è quello dell’avventuriero sconfitto. Ma, mentre nei paesi latini il suo fascino demonico e tragico si era trasformato in caricatura, su a Londra nella sua decantazione schematica aveva trovato la sua vera celebrazione nell’auto-riflessione. Divenuta astrazione, la Follìa esprimeva

“il fascino della lotta per l’impossibile, tentata con l’unico mezzo che il corpo, destinato a perdere, può permettersi: la ripetizione dell’atto, della conquista, dell’amore all’infinito, per simulare in terra l’Infinito. C’est à dire, in musica, la Variazione come forma più universale e rivolta elettivamente…E chi è più follemente sfrontato, nello sfidare il cielo, del Demonio?”

http://heinrichvontrotta.blogspot.com/2006/04/elogio-della-follia.html

 

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