Syria mon amour – Il cinema di Mohammad Malas

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“Per la prima volta nella storia dell’umanità, la destra estremista religiosa – islamica, cristiana ed ebraica – domina un’epoca e trasforma le differenze tra civiltà in scontri di forza e di fede. Una destra che disconosce l’altro e, per interessi economici e ideologici, cerca di cancellarlo completamente”

Mohammad Malas è un regista siriano che nei suoi films ha raccontato spesso le città siriane come luoghi d’azione, ma anche come luoghi perduti, delle sue storie, in una Siria schiacciata fra la censura di regime, le tendenze integraliste e oscurantiste e il funesto interventismo americano (e israeliano) in tutto il Medio Oriente. Nella finzione cinematografica viene recuperato quello che nella realtà è andato letteralmente perduto, come ad esempio la sua città natìa di Quneitra, devastata dagli israeliani.

Dopo gli inizi negli anni ’70 come documentarista nella TV siriana (Sogno di una piccola città, Quneitra 74, La memoria), nel 1980-81 cominciò a girare un film-documentario, Il sogno (“al-Manam”) sui campi di rifugiati palestinesi in Libano, (Sabra, Shatila, Bourj el-Barjneh, Ain al-Hilweh, Rashidieh), nel quale chiede ai rifugiati di parlare dei loro sogni. Interrotto dal massacro di Sabra e Shatila del 1982, il film uscì nel 1987, e venne premiato al Festival Internazionale dell’Audiovisivo di Cannes.

Nel frattempo diresse il suo primo lungometraggio, Sogni della città (“Ahlam al-Madina”, 1983), premiato ai festivals di Valencia e Cartagine. Nel 1992 uscì il suo secondo lungometraggio, La notte (“al-Lail”), film autobiografico ambientato a Quneitra negli anni fra il 1936 e la guerra arabo-israeliana del 1948. Primo premio al Carthage Film Festival, il film venne vietato in Siria fino al 1996. Il suo terzo film, Passione (“Bab al-Makam”) uscì nel 2005. Infine, Scala per Damasco, del 2013.

In questa intervista del 2005 (riportata per ampi stralci) Malas parla della produzione dei suoi film, della Siria, della censura, dell’Islam e dei conflitti mediorientali. Tutto ciò che è accaduto dal 2011 ad oggi si può dire che era in nuce già allora, e si riflette nei suoi film.

 

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Intervista a Mohammad Malas, a cura di Silvia Veroli, pubblicata in Alias – supplemento settimanale de ilManifesto, 8 gennaio 2005.

 

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A che punto si trova con la lavorazione di Passione?

…L’idea di questo film ha avuto inizio leggendo in un giornale siriano la notizia di una donna uccisa dalla sua famiglia perché sospettata di avere un amante; sospetto nato dalla constatazione che la donna amava la musica e le piaceva cantare. Mi è sembrato che questo orrendo crimine, questa violenza fornissero diverse importanti indicazioni per un’analisi dell’anatomia dell’odierna società siriana. Ho sentito che quello era il soggetto che volevo trattare. Nelle riprese ho cercato di disegnare, attraverso la storia di questa donna, un “ritratto” della società siriana all’indomani dell’ultima guerra americana in Iraq. Nei miei film precedenti costruivo l’immaginario cinematografico avendo l’”evento generale” quale colonna portante degli avvenimenti nel film. In questo invece ho voluto che la storia della donna e della sua uccisione fossero la colonna portante degli eventi generali che formano l’ambiente, lo sfondo metaforico del film.

Come luogo d’azione ho scelto la città di Aleppo (Halab) – nota in passato per la sua tradizione musicale e canora – per illustrare i cambiamenti avvenuti in Siria, cambiamenti che hanno portato a vedere nel canto un’ambiguità morale che può spingere fino all’estrema punizione. L’uso della camera digitale mi ha permesso di operare con libertà e agilità nel raccontare questa storia, nel rappresentare una società dominata da una mentalità conservatrice e reazionaria nei suoi valori e idee, e nel raccontare un paese in cui l’opposizione politica scompare in prigione nel momento in cui è minacciato dalla guerra. Ho voluto che questo racconto fosse il più vicino possibile a un documentario, e che apportasse una certa riflessione e bellezza; il digitale mi è stato d’aiuto in questo tentativo di rinnovare il linguaggio espressivo cinematografico…
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Nel 1984 ha girato l’opera prima, un film toccante, Sogni della città, in cui offriva, con la rappresentazione del cuore pulsante della città, anche quella del particolare periodo politico di quegli anni…

Quando nel film Sogni della città andai indietro agli anni ’50, riesumando quell’epoca attraverso la città di Damasco, il mio obiettivo era dire che quei sogni da noi allora vissuti, apparivano ormai sogni frantumati…intendo quella pulsione allora dominante la vita politica cittadina in quel periodo di democrazia. Ciò che mi spinse ad andare indietro a quegli anni fu la sensazione che Damasco, all’epoca della realizzazione del film, avesse perso la libera brillantezza politica allora presente nella vita quotidiana della popolazione, e perso lo spazio di vita comune che aveva trasformato il conflitto politico in scontro democratico e aveva fatto sognare alla gente di ogni classe sociale il cambiamento e il progresso. Questo è quanto rievocavo da quell’epoca con una certa nostalgia.

 

Hanno definito la sua opera epico-didattica…

Ho compiuto un lavoro epico-didattico?! Non so! Ma ho tentato di realizzare la “saga” sociale di una città che cominciava a perdere l’anima epica e il diritto allo scontro democratico quando il regime politico iniziò a farla entrare di forza in una “uniforme prefabbricata”.
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E quali sono i sogni della città di Damasco oggi? Come sono cambiati?

La risposta a questa domanda è latente nella sceneggiatura di un nuovo film a cui sto lavorando e che spero di poter girare nel 2005. E’ una sceneggiatura su quello che è successo a Damasco dopo la frantumazione dei sogni…Racconta la storia di un medico che esce da una prigione per politici dopo avervi trascorso 17 anni; parla del suo mondo interiore dopo che la detenzione ha distrutto i suoi ideali, sogni e aspirazioni. Il medico prova a vivere in una città totalmente mutata durante la sua assenza, in un clima generale dominato dal piano americano per il “ridisegno della mappa del medio oriente”, e dalla sfida che la Siria deve affrontare avendo le forze d’occupazione americane sulla sua frontiera est e le forze d’occupazione israeliane su quella sud. Questo ritorno a Damasco è privo d’ogni nostalgia per un tempo e per un luogo…perchè stabilire un rapporto con la realtà è diventato troppo difficile, impossibile.

 

Le sue pellicole mostrano una notevole abilità di montaggio. Sembra riservare a questa fase un’attenzione particolare…conferma quest’impressione?

Certamente, ritengo il montaggio uno strumento tecnico molto importante. La fase del montaggio è il momento cruciale nel dare la forma a ciò che si vuole rappresentare. Per me, il montaggio costituisce la terza “scrittura” del film, dopo quella letteraria e le riprese…Tutti i miei film non sono altro che dei tentativi di rompere la sensazione di estraneità che provo in relazione al mio paese. E’ stato questo sentimento a spingermi a fare dei film che cercano di mettere in luce quello che in questa realtà è andato perduto. In Sogni della città (1984) ho cercato di ritrovare il tempo perduto, cioè quel periodo di democrazia vissuto in Siria negli anni ’50. Nel film La notte (1992) ho cercato di ritrovare il luogo perduto, il luogo privato della mia memoria personale, vale a dire la città di Quneitra, che è stata distrutta dagli israeliani. Così nel film ho ricostruito la città, laddove mi è impossibile ricostruirla nella realtà. Nel tentativo di girare un nuovo film dal titolo Un’altra volta imbrogliati, non ancora realizzato per motivi di censura e produzione, cercherò di ritrovare l’anima libera persa nella vita della gente. Questo progetto costituisce la chiusura di una trilogia cinematografica.

 

Dunque la censura in Siria è un ostacolo reale…

Sì, la censura è un problema fondamentale. La legge non impedisce la realizzazione di film al di fuori del settore pubblico, però è un’impresa ardua. Per cui la sceneggiatura si piega alla censura per ottenere il permesso di girare il film, dopodichè la censura visiona il film per concedere il permesso di distribuzione nelle sale cinematografiche…

 

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Dopo l’11 settembre, i mutati scenari politici hanno portato a una maggiore attenzione per l’Islam e la sua cultura, ponendo gli intellettuali della zona in una posizione particolare, non semplice…

Ritengo che l’11 settembre (e lo affermo col massimo tributo e rispetto alla memoria delle vittime umane), sia una storica messa in scena americana che ha innescato un conflitto con quelle stesse forze fondamentaliste create, addestrate militarmente e preparate, dal punto di vista organizzativo, dagli Stati Uniti d’America nella loro guerra contro l’URSS…così come avevano contribuito alla creazione della rete economica per il finanziamento dell’organizzazione Al Qaeda, attraverso il denaro del petrolio saudita e del Golfo…C’è stata una rivolta della magia contro il mago…e noi dobbiamo ancora una volta farne le spese. Prima dell’11 settembre l’interesse per la cultura islamica rientrava nel normale ambito d’interessi e scambi. Può essere che la cultura islamica avesse meno fortuna nell’interesse generale, o che il suo diritto a interessare fosse come pregiudicato rispetto a quello di cui godono altre culture…Tuttavia questa disparità è dovuta anche a motivi correlati all’arretratezza di cui soffrono la maggior parte dei paesi islamici, all’incapacità da parte di questi paesi di essere presenti e partecipare culturalmente nella vita moderna. L’interesse per la cltura islamica è aumentato dopo l’11 settembre, ma non da un punto di vista culturale bensì da una prospettiva ideologica, arretrata e violenta, che non ricerca la comprensione ma il rifiuto. Questo accresce le difficoltà, i compiti e le questioni che si pongono agli intellettuali islamici e a tutti quegli intellettuali originari di paesi appartenenti alla civiltà islamica…L’11 settembre, che ha offerto alla destra religiosa americana – tradizionale alleata della destra sionista in Israele – l’occasione di egemonizzare la politica degli Stati Uniti, ha portato a un’esplosione di violenza illimitata….Sfortunatamente per la civiltà moderna, la destra estremista religiosa – sia essa islamica, cristiana o ebraica – domina quest’epoca. Una destra che trasforma le differenze fra civiltà in scontri di forza e di fede, che disconosce l’altro, che per i suoi interessi economici e ideologici cerca di distruggere l’altro, di cancellarlo. Mi sembra che tutto ciò non abbia precedenti nella storia dell’umanità fin dall’apparizione delle diverse civiltà sulla terra.

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