Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 1)

“Abbattere un tiranno non deve portare alla distruzione degli apparati dello Stato o dell’esercito. Ciò che è avvenuto in Iraq ci deve essere d’insegnamento: fare tabula rasa apre solo la strada alla disgregazione e all’affermarsi di milizie e tribù.”

(http://www.huffingtonpost.it/2015/05/25/isis-randa-kassis-il-mondo-ci-aiuti)

il caos siriano cover

Il caos siriano

Perchè gli Occidentali fanno tanto fatica ad ammettere che la ribellione sunnita siriana era dominata dai fanatici

Estratto da Le chaos syrien“, di Randa Kassis e Alexandre del Valle, pubblicato da Dhow éditions, 2014. Traduzione: vincent.
Read more at http://www.atlantico.fr/decryptage/pourquoi-occidentaux-ont-eu-tant-mal-admettre-que-rebellion-sunnite-syrienne-etait-dominee-fanatiques-da-ech-jihadisme-2.0

Randa Kassis è una giornalista, scrittrice e antropologa siriana, nonché fondatrice del Movimento per una società pluralista (2012) e già membro del Consiglio nazionale siriano (2011-12), da cui è uscita a causa dell’influenza delle componenti islamiste eterodirette. Ha pubblicato due libri, Crypts of the Gods (2013), analisi antropologica della morale religiosa, e Le chaos syrien (2014).

Alexandre Del Valle è un noto studioso di geopolitica. Editorialista a France Soir, insegna Relazioni Internazionali all’Università di Metz, ed è ricercatore associato all’Institut Coiseul. Ha pubblicato diversi libri sui Balcani, sulla Turchia e sul terrorismo islamico, fra cui Le Chaos Syrien, printemps arabes et minorités face à l’islamisme (Editions Dhow 2014), Pourquoi on tue des chrétiens dans le monde aujourd’hui ? : La nouvelle christianophobie (éditions Maxima), Le dilemme turc : Ou les vrais enjeux de la candidature d’Ankara (Editions des Syrtes) et Le complexe occidental, petit traité de déculpabilisation (Editions du Toucan).

 

DEL VALLE intv

 

Il modus operandi dell’Isis, o del “jihadismo 2.0”

Il modus operandi dei jihadisti di “ultima generazione”, fan dei Mohammed Merah o di Mehdi Nemmouche, è sempre lo stesso: prima di essere sgozzato e poi decapitato in diretta, il cattivo “infedele” viene costretto a pronunciare un breve discorso colpevolizzante e umiliante per sé e per il suo campo. Come un virus lanciato dalla bocca del sacrificato, il messaggio funebre consiste nel rendere responsabili della sua triste sorte non i barbari islamici che giocano a calcio con le teste mozzate – al contrario, presentati come “vittime” dei “crociati” – ma il suo campo occidentale, colpevole di “aggredire i mussulmani”.

Il doppio obiettivo non è dunque quello di uccidere per uccidere, che ci riporterebbe a sottovalutare le leggi del terrorismo, ma piuttosto quello di provocare una “sindrome di Stoccolma” presso il pubblico terrorizzato, poi di suscitare una fascinazione lugubre in seno a una minoranza attiva di esseri umani ahimé affascinati dalla barbarie.

In effetti dobbiamo sempre tener presente che la guerra scatenata dal totalitarismo islamista è tanto psicologica e mediatica quanto militare o terrorista. L’estrema efficacia da marketing di queste insostenibili messe in scena non deve mai venir sottostimata o messa sul conto della semplice follia, perché questa strategia di siderazione (di choc emotivo, di stupefazione) spiega perché intere città e villaggi in Siria e in Irak siano stati conquistati dall’Isis molto spesso senza che i jihadisti avessero dovuto combattere (1).

Lo scopo degli sgozzatori del Da’ech (Isis) è anzitutto quello di minare il morale del nemico e di far parlare di sé stessi grazie al potere moltiplicatore quasi infinito delle reti sociali (dei social networks). Questa strategia di guerra semantica e psicologica è fondata su vecchi metodi conosciuti da tutti i manipolatori-disinformatori: siderazione della preda, capovolgimento semantico, rovesciamento dei ruoli, colpevolizzazione e demonizzazione dell’obiettivo e dei suoi alleati. Essa non deve essere soprattutto sottostimata dagli Occidentali, complessati e ricettivi agli argomenti di altri islamisti, apparentemente più “moderati”, che ci spiattellano la stessa propaganda sovversiva e colpevolizzante secondo cui ci sarebbe un “complotto occidentale” contro il mondo mussulmano. L’”islamofobia” degli Occidentali di oggi non avrebbe eguali, secondo un certo numero di “progressisti” affascinati dall’esotismo verde (Islam), come la giudeofobia di ieri che sboccò nella Shoah…Purtroppo, questa vulgata vittimista, carburante di tutti i totalitarismi, penetra da diversi decenni non solamente nei paesi mussulmani, ma anche nelle società occidentali che offrono d’altronde in pasto i propri cittadini mussulmani ai predicatori barbuti, essi stessi appoggiati e addestrati dai nostri strani “amici” del Golfo e altri “alleati” oscurantisti, fabbricanti di fanatici.

Come si può vedere in Siria, nei paesi arabo-mussulmani, in Occidente o altrove, le prime vittime della barbarie islamista, che comincia con il jihad del Verbo dei famosi “islamisti moderati”, sono i mussulmani stessi. Intimiditi, costretti a rispettare l’ordine della sharia e a marciare al passo della Umma, o molto semplicemente manipolati dal veleno del risentimento, queste prime vittime dell’islamismo radicale devono prendere coscienza che oggi i veri produttori di islamofobia sono gli islamisti stessi e le loro sanguinarie caricature jihadiste. D’altra parte, se questi ultimi credessero nella loro proprio propaganda nutrita di lotta contro l’islamofobia, non passerebbero il loro tempo a uccidere mussulmani, in Siria, in Irak, in Algeria, etc., o degli operatori umanitari occidentali, amici della loro civiltà, come questa sfortunata guida d’alta montagna, Hervé Gourdel, che è stato sgozzato in Kabilia il 24 settembre 2014 dopo essere stato venduto a dei terroristi algerini che lo hanno obbligato a dire: “Hollande, tu hai seguito Obama” , per rendere il governo francese responsabile del suo supplizio. Ma il peggio è che numerosi intellettuali – e non solamente masse passive sprovviste di strumenti d’analisi – cascano regolarmente in questo genere di trappole quando affermano che le prese di ostaggi e gli sgozzamenti di Occidentali in Siria, in Algeria, in Yemen, in Somalia, in Afghanistan, o in Irak, non sarebbero che la conseguenza delle “nuove crociate” occidentali contro i mussulmani.

 

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La Siria non è la Libia…

L’accecamento ideologico e psicologico descritto prima spiega perché numerosi Occidentali hanno avuto un grande malessere – fino all’avvento dello Stato islamico – la cui capitale è Raqqa in Siria – ad ammettere che la ribellione sunnita siriana è dominata, e ciò fin dall’inizio dell’insurrezione armata, da dei fanatici: la deriva jihadista della rivolta sunnita non sarebbe d’altronde, per molti di loro, che una “reazione” alla violenza primaria del regime di Bachar al-Assad. Da ciò, se si avesse avuto il “coraggio” di rovesciare il dittatore siriano e se si fosse messo lo Stato baathista in grado di non nuocere, la rivolta islamista sarebbe restata “ragionevole” e maggioritariamente “moderata”…

Smentita flagrante a questa visione ad un tempo naive e pericolosa delle relazioni internazionali fondata sul cambio di regime, i precedenti dell’Irak (2003) e della Libia (2011) hanno pertanto mostrato che il rovesciamento, con bombardamenti aerei mortali, di dittature che perseguono i loro oppositori islamisti, non ha mai avuto per effetto di rendere questi ultimi più pacifici, né ugualmente di calmare la loro collera che trova d’altronde sempre nuovi pretesti…Da ciò, e forti delle dolorose esperienze regionali passate, noi riteniamo che un intervento militare occidentale innescato fin dall’inizio dell’insurrezione anti-Assad, sarebbe stata controproducente e avrebbe al contrario accelerato il caos. Un simile intervento avrebbe, senza alcun dubbio, trovato in Siria una ben maggiore resistenza da parte dell’insieme della popolazione, e avrebbe probabilmente condotto, secondo l’esempio della guerra in Libia, all’instaurazione di un regime della sharia assai meno favorevole alle minoranze, al pluralismo e alla democrazia, che non il regime, certamente dittatoriale, del partito Baath e del clan Assad.

Certamente, l’instaurazione nella primavera scorsa (2014) dello Stato islamico (Da’ech) ha nettamente cambiato i dati e ha anche dissuaso gli adepti del cambio di regime…Gli Stati Uniti, la Francia e gli altri paesi della Coalizione internazionale impegnati in un’operazione militare di grande ampiezza contro l’Isis sembrano oggi concentrare i loro sforzi bellici non contro il regime siriano, ma contro la minaccia incarnata dallo Stato islamico, che ha stabilito il suo QG a Raqqa, nel centro della Siria, a 160 km da Aleppo.

Tuttavia, nel caso poco probabile in cui un intervento militare fosse comunque scatenato in seguito dalla coalizione per colpire il regime al fine di armare l’opposizione ‘moderata’, sotto copertura dell’instaurazione di una ‘zona di interdizione aerea’ come la propone la Turchia del sultano-presidente Erdogan, si tratterebbe in quel caso di un enorme errore strategico. Simile operazione, fortemente sollecitata dai nostri strani alleati sunniti del Golfo – che hanno finanziato la maggior parte dei gruppi islamisti sunniti radicali (Al-Nosra, Fronte islamico) – e dalla Turchia, ugualmente molto legata alle forze islamiste attive in Siria, ritornerebbe in effetti a rafforzare le brigate jihadiste più criminali e più efficaci sul terreno. Perchè queste compongono, già da molto tempo prima (ben prima dell’ascesa spettacolare del Da’ech) la schiacciante maggioranza della rivolta armata.

Il terrificante Stato islamico proclamato nel luglio del 2014 da Abu Bakr al-Baghdadi, alias califfo Ibrahim, che sogna di estendere il suo ubuesco ma non meno minaccioso califfato dalla Siria e dall’Irak al Libano, in Giordania, poi a tutta la regione, non è che uno – fra tanti altri – dei movimenti islamisti totalitari attori del caos siriano.

Tenuto conto della forte capacità di disturbo regionale del regime di Damasco, più che mai legato all’Iran e a Hezbollah, in grado di destabilizzare i vicini israeliani e libanesi, e prendendo atto della sua sbalorditiva capacità di resistenza di fronte alla minaccia jihadista, la ragione comanda di trattare il dossier siriano in modo più prudente e più realista, cessando in particolare di rigettare sistematicamente le proposte di buon senso dei Russi che, fin dall’inizio della crisi, avevano deplorato l’attitudine oltranzista dell’opposizione siriana e dei suoi padrini del Golfo o occidentali, che volevano escludere dai negoziati due attori imprescindibili: l’Iran e lo stesso regime siriano.

Dal 2011, la maggior parte delle cancellerie occidentali hanno in effetti escluso questi due protagonisti dai negoziati. Ciò ha creato un autentico squilibrio, perché le petromonarchie del Golfo, madrine wahhabite delle peggiori brigate jihadiste della rivolta siriana, avevano voce in capitolo e venivano ascoltate. D’altronde esattamente come la Turchia del neo-sultano-presidente Erdogan, membro della NATO, che ha sostenuto Da’ech e la maggior parte dei movimenti islamisti sunniti siriani fin dall’inizio dell’insurrezione…Le strategie dei nostri dirigenti occidentali – che hanno rigettato fin dall’inizio le proposte russe ed escluso l’Iran da qualsiasi discussione – erano sbagliate e votate allo scacco. Il loro dilettantismo non è estraneo ai pietosi risultati attuali e al fatto che nessuna soluzione negoziata di uscita dalla crisi sia stata possibile.

La posizione francese, lungi dall’essere originale, purtroppo si è accontentata grosso modo di seguire quella del presidente del Consiglio nazionale siriano (CNS), Georges Sabra, faccia “presentabile” dell’opposizione e oppositore cristiano laico storico, che si è in effetti accontentato egli stesso di dare il cambio alle posizioni dei Fratelli mussulmani (che dominavano il CNS), in particolare per quanto riguarda la richiesta di consegna macciccia di armi pesanti ai ribelli, in maggioranza islamisti, radicali o “moderati”, ciò al fine di permettere loro di travolgere il regime o di “riequilibrare le forze”. Tutti sanno che il risultato di una tale strategia fondata sul rovesciamento di Assad da parte delle forze jihadiste sarebbe inevitabilmente l’applicazione della sharia in un paese peraltro fortemente multiconfessionale ed eterogeneo. E’ chiaro che questa prospettiva sarebbe allo stesso tempo drammatica per le minoranze religiose, in particolare alawiti, cristiani, israeliani o sciiti, e irrealistica diplomaticamente, in quanto essa esclude d’ufficio qualsiasi negoziato con il potere che resta, lo si voglia o no, imprescindibile.
Certo, noi ascoltiamo le grida di indignazione di tutti coloro che non comprendono perché i paesi occidentali sono tornati sulla loro determinazione iniziale di intervenire militarmente per far cessare la terribile repressione che si è abbattuta sul popolo siriano dall’inizio della Primavera araba, e che avrebbe già fatto quasi 170.000 morti (2). Ma noi siamo ugualmente convinti, dalla metà dell’anno 2012, che qualsiasi intervento militare occidentale avrebbe avuto molte più ripercussioni imprevedibili che altrove, e che, in ogni caso, la rivolta siriana non ha più da molto tempo granché di siriano, poiché essa è dominata da legioni jihadiste internazionali il cui progetto politico non è la nazione siriana e ancor meno la democrazia, ma il califfato universale… Il fatto che fra i 3000 e i 4000 “volontari” occidentali abbiano raggiunto questa internazionale jihadista la dice lunga sul caos siriano.

Scegliere fra il colera dell’islamismo jihadista intervenendo contro la peste di una dittatura militare non avrebbe né senso strategico né coerenza. Perchè da un punto di vista geopolitico, la Siria è diventata oggi, con l’Irak e il Libano, il teatro maggiore di uno scontro regionale al quale si dedicano per procura l’Iran sciita e i suoi nemici sunniti del Golfo, Arabia saudita in testa, nel quadro di una triplice guerra totale: politica, religiosa ed economica. La posta in gioco è né più né meno che la leadership del mondo mussulmano e l’estensione della profondità strategica di ciascuno dei due campi.

A ciò si aggiunge una quarta dimensione conflittuale, questa volta globale, poiché il conflitto fra sciiti alawiti pro-iraniani e sunniti pro-saudiani (e poi pro-turchi, pro-qatar) si svolge sullo sfondo di una “nuova guerra fredda” che oppone, dall’Ucraina al dossier del nucleare iraniano, passando per la rivendicazione di un nuovo ordine mondiale multipolare, da una parte le potenze occidentali legate ai padrini sunniti dei ribelli siriani, e dall’altra parte il tandem Russia-Cina, difensori della sovranità della Siria, vicini all’Iran e ostili a qualsiasi ingerenza dell’Occidente negli affari dello stato siriano.

Se la situazione in Siria sembra attualmente senza uscita, per il peso delle poste in gioco e degli interessi antagonisti degli Stati della zona e anche di alcune potenze mondiali che attizzano il conflitto e si nutrono dell’eterogeneità siriana invece di proporre soluzioni di pace realistiche, noi pensiamo tuttavia che soltanto delle soluzioni politiche pragmatiche potranno permettere di conciliare la stabilità nazionale e la pluralità etnica e religiosa esistente in Siria. Così, la doppia chiave politica e geopolitica per mettere fine a questa terribile guerra civile risiede, secondo noi, in primo luogo, all’interno, in una soluzione federalista, la sola che possa assicurare la pace e la “convivenza” senza che un gruppo ne tirannizzi un altro, e in secondo luogo, all’esterno, nel tener conto non soltanto delle posizioni dell’Occidente e degli altri alleati dell’opposizione siriana, ma anche di quelle della Russia e dell’Iran, alleati del regime dittatoriale siriano. Perchè nessuna pace sarà possibile e durevole senza questo equilibrio.

Astuzia della storia o piuttosto della geopolitica, è forse in fin dei conti l’avanzata del “califfato islamico” di Abu Bakr al-Baghdadi (alias califfo Ibrahim), lanciato all’assalto dell’Irak, della Siria, delle loro minoranze, e poi di tutti gli Stati della regione (Giordania, Israele e petromonarchie incluse), poi del mondo, che obbligherà le potenze mondiali e regionali opposte a dialogare un po’ più fra di loro. Perchè senza questo dialogo, il caos siriano e medio-orientale non potrà venir arginato in poco tempo. Scommettiamo anche che questo lungo inverno islamista e gli atti di barbarie commessi dai salafiti dell’Isis finiranno per far ribellare le masse mussulmane, le prime vittime del totalitarismo verde…

1. Il primo a “professionalizzare” su scala planetaria e in modo molto moderno questo atroce modus operandi che unisce barbarie e video-fascinazione fu Abu Moussab al-Zarqawi, l’ex capo di Al-Qaeda in Mesopotamia e precursore del Da’ech. E’ con questi assassini-decapitazioni “live” che Da’ech è riuscita a soppiantare la vecchia guardia di Al-Qaeda e la stessa figura carismatica di Bin Laden. Osama è infatti ormai divenuto démodé presso i nuovi barbari 4G dello Stato islamico. In effetti questi ultimi non sono dei semplici “integralisti oscurantisti”, come spesso s’intende o si legge nei media occcidentali. Al contrario, essi sono ultramoderni, alla loro maniera, assai più “interconnessi”, “mondializzati” e appassionati di reti sociali o di smartphone rispetto ai loro antichi mentori dai metodi di comunicazione sorpassati. In un vecchio video tristemente celebre postato il 13 maggio 2004, che suscitò purtroppo migliaia di vocazioni, il vecchio responsabile di Al-Qaeda in Irak inaugurò in effetti una nuova era di ciber-guerra psicologica sgozzando poi decapitando minuziosamente per la prima volta in diretta l’americano Nicholas Berg, con sfondo di versetti coranici e di logorrea paranoica. Ucciso nel 2006 in un raid dell’aviazione americana, Zarqawi fu l’iniziatore del “jihadismo 2.0”.

2. cifra approssimativa che include militari e civili di tutte le parti in conflitto.

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5 thoughts on “Il caos siriano – Randa Kassis & Alexandre del Valle (estratto 1)

  1. “Perchè gli Occidentali fanno tanto fatica ad ammettere che la ribellione sunnita siriana era dominata dai fanatici?”

    Per lo stesso motivo con cui hanno scambiato il golpe nazista in Ucraina, come una compiuta espressione di democrazia, confondendo le bande paramilitari di nazifascisti al soldo di un grumo di miliardari per paladini di libertà.
    Ucraina.. Siria.. e ora anche l’indagine dell’FBI sulla FIFA (come se l’Europol si mettesse a indagare sugli intrallazzi in seno alla NBA americana) non sono altre che una prosecuzione della “guerra fredda” combattuta con altri mezzi. Davvero a Washington c’è ancora qualche esaltato convinto di vivere nel “New American Century” o, peggio ancora, di realizzare il “Destino manifesto” della superpotenza USA!?! Davvero si credeva che una Russia ridotta ad una sorta di stato tributario, governato da un ubriacone obnubilato dall’alcool ed eterodiretto dai board d’Oltroceano, costituisse una soluzione stabile quanto duratura e non un’eccezione transitoria che avrebbe finito col ferire l’orgoglio russo, risvegliandone il revanchismo nazionalista?!?

    Allo stesso modo, per mesi si è fantasticato sul fantomatico “Consiglio siriano”, con le cancellerie occidentali (e massimamente francesi) a baloccarsi sulla natura laica e democratica della ‘pacifica’ rivoluzione siriana.
    C’è da dire che, fortunatamente, dopo la gigantesca cantonata delle “primavere arabe” e la precedente esperienza irachena col credito conferito al mitologico “Congresso Nazionale Iracheno” affidato ad un millantatore professionista come Ahmed Chalabi (e Allawi prima di lui), l’Amministrazione Obama (sicuramente meglio consigliata) ha mostrato un minimo di prudenza e buonsenso, salvo poi impantanarsi in una irresolutezza intervallata da momenti di pura schizofrenia decisionale (in cui le fregole interventiste della Clinton hanno un ruolo non secondario..).

    In quanto ai sensi di colpa, i complessi colonialisti, le esibizioni islamofile di certo “progressismo”, e la solita inzuppata politically correct…. mi sembra siano un problema circoscritto quasi esclusivamente gli asfittici solottini (quelli sì molto “radical-chic”) della gauche francese, al cui confronto la nostra sinistra sembra quasi un movimento rivoluzionario composto da giganti.

    Per contro, l’analisi di Randa Kassis e Alexandre del Valle resta comunque ottima e in massima parte condivisibile, anche se dubito molto della capacità di reazione delle masse musulmane al totalitarismo salafita, che poi altro non è che un’applicazione pratica del fondamentalismo hanbalita (che nasce a Baghdad, si sviluppa in Siria, e si insedia nell’Arabia orientale), di cui i famigerati wahabiti sono solo una filiazione (pre)moderna.
    In quanto al cosiddetto “effetto siderazione”, vale fintanto dura la ‘novità’. La mente umana, superato lo stupore (e la curiosità) iniziale, si abitua presto ad ogni efferatezza, spostando sempre più in alto l’asticella delle nefandezze ed il gusto (malato) per nuove perversioni. Credo che sul lungo periodo l’unico effetto concreto che riusciranno a ottenere i tagliateste dell’Isis sarà il compiacimento e la soddisfazione con cui i loro nemici ne festeggeranno la macellazione e l’esibizione delle spoglie. Perché niente è più catartico di infierire e umiliare chi tanto ci ha spaventato o provocato in precedenza. I barbari barbuti del Daesh, presto o tardi, avranno modo di sperimentarlo personalmente…. E’ solo una questione di tempo…
    Ed io ho già pronti i pop-corn per l’occasione, quando e se sarà.

    • “Ucraina.. Siria.. e ora anche l’indagine dell’FBI sulla FIFA (come se l’Europol si mettesse a indagare sugli intrallazzi in seno alla NBA americana) non sono altre che una prosecuzione della “guerra fredda” combattuta con altri mezzi.”

      condivido ampiamente il tuo commento, e mi pare che, per quel che vale, sulla stessa linea ritroviamo, grosso modo, il buon vecchio Prodi (e il gen. Cucchi, già da me citato in un precedente post, e in linea di massima Limes):

      “Lei è accusato di essere un po’ troppo morbido con i russi. In particolare con Putin.”

      «Duro o morbido non sono concetti politici. Puoi essere duro se ti conviene, o morbido se ti conviene; non puoi fare il duro se te ne vengono solo danni. Isolare la Russia è un danno. Il problema è avere chiara l’idea di dove devi arrivare. Se vuoi che l’Ucraina non sia membro della Nato e dell’Ue, ma sia un Paese amico dell’Europa e un ponte con la Russia, devi avere una politica coerente con questo obiettivo. Se l’obiettivo è portare l’Ucraina nella Nato, allora crei tensioni irreversibili».

      «Il fatto che in Libia ci siano più governi dipende soprattutto dai governi stranieri che li appoggiano. Il governo di Tripoli si regge su Turchia e Qatar, quello di Tobruk su Arabia Saudita ed Egitto; che a loro volta dipendono dagli Stati Uniti, dalla Russia e indirettamente dalla Cina. Se le grandi potenze trovano un accordo, l’Isis finisce in un giorno. Se le grandi potenze usano il Medio Oriente per il loro grande gioco, l’Isis prospererà» .

      (http://www.corriere.it/politica/15_maggio_26/prodi-europa-rischi-c572bc04-036d-11e5-8669-0b66ef644b3b.shtml)

      Per quanto riguarda Randa Kassis e la sua Coalizione laica (estromessa in partenza dal cosiddetto CNS) (http://archive.francesoir.fr/actualite/international/entretien-avec-randa-kassis-opposante-et-intellectuelle-syrienne-porte-parole-coalition-des-forces-laiqu) credo che in questi 4 anni di guerra civile abbia dovuto purtroppo verificare che la “rivoluzione” sia stata scippata fin dall’inizio dai terroristi islamisti; quindi dal punto di vista strategico il nemico nr.1 adesso sono tutte le formazioni islamiste e non più Assad. E la soluzione proposta si avvicina a quella di Prodi, cioè, il coinvolgimento nei negoziati anche della Russia (e della Cina). Che questo divenga realtà dipende da quante ulteriori infamie e batoste l’Europa (o una sua parte) è disposta a sopportare…

  2. Il mio timore è che invece prevarrà la logica dei blocchi contrapposti per interposta persona, dei quali lo scacchiere mediorientale costituisce la scacchiera provilegiata per pessimi giocatori.
    Sarà molto poco carino dirlo, ma l’assoluto elemento di destabilizzazione nella regione è costituito dallo stato israeliano (ovverosia dalle sue politiche neo-coloniali), che in Occidente ci si ostina a comparare ad una normale democrazia ad indirizzo parlamentare mentre è qualcosa di profondamente ibrido e diverso, trattandosi innanzitutto di una “etnocrazia” ‘esclusiva’ di natura identitaria su base religiosa. Per giunta permeata di un pericoloso spirito messianico (con forti elementi integralisti) secondo predestinazione biblica, e militarizzata in uno stato di guerra permanente; certamente condizionato dalle necessità degli eventi, ma che alla lunga finisce per l’incidere profondamente sulla natura costituzionale di un Paese.
    Per riaprire una vecchia ‘polemica’ tra di noi, credo che si possa configurare come un compiuto esempio di “stato d’eccezione”..;)
    Fintanto che la politica estera statunitense in M.O. sarà perfettamente aderente e conforme (per non dire eterodiretta) a quella israeliana, la situazione non cambierà.
    Ossessionati dall’Iran, assurto a ruolo di macropotenza regionale con la dissoluzione dei suoi principali nemici naturali alle proprie frontiere (Iraq saddamita e Afghanistan telebano per paradossale e gentile intervento del “Grande Satana” americano), non potendo attaccare direttamente il bersaglio grosso, si è preferito disgregare la sua potenziale sfera di influenza destabilizzando i suoi alleati: Siria baathista ed Hezbollah libanese. E nell’opera ci si è accompagnati a quanto di peggio aveva da offrire il fondamentalismo wahabita-hanbalita (che dalle nostre parti piace chiamare “salafita”), assecondando per giunta la restaurazione neo-ottomana della Turchia di Erdogan in un pericoloso miscuglio di islamizzazione ed iper-sciovinismo nazionalista.

    Quale fosse la composizione dei “ribelli siriani” e la loro ideologia prevalente era evidente persino ad un idiota, qualora avesse avuto occhi ed orecchie per intendere. Ma qui da noi, senza sapere minimamente di cosa si stia parlando, si confondono perfino alawiti e sciiti come se fossero la medesima equazione. Perciò, figuriamoci!
    Non è un caso che alawiti, sciiti duodecimani, nizariti, ismailiti, drusi… ma anche cristiani nestoriani e armeni e maroniti e siro-caldei e ortodossi e cattolici… si siano fin da subito schierati col governo di Damasco pur non avendo mai parteggiato con particolare calore col regime di Bashar al-Assad (anzi!). Ma questo alle solerti cancellerie occidentali corse subito ad abbracciare la causa dei “ribelli” deve essere sembrato un dettaglio assolutamente irrilevante…
    Senza voler fare alcuna dietrologia, sarà forse un caso che finora l’Isis (o Is o Daesh o dawla islamiya o comunque diavolo lo si voglia chiamare) non ha compiuto una sola azione che sia una contro obiettivi israeliani, ammassando truppe e muovendosi tranquillamente indisturbata ai suoi confini, mentre Tsahal si è sentito in dovere di bombardare le postazioni dell’esercito regolare siriano (operative sul proprio territorio nazionale!) e di abbattere i mig impiegati in battaglia contro l’IS, garantendogli implicitamente quella contraerea dei quali i barbuti non dispongono e aprendo varchi alla loro avanzata. Strategia peraltro emulata dai turchi a Nord in una implicita interdizione aerea e supporto logistico, che finora molto ha giovato alle offensive jihadiste.
    Però, colpendo la Siria, forse uno dei pochi stati veramente laici e multiconfessionali della regione, qualche furbacchione crede di poter scalzare ogni influenza in M.O. da parte di Russia e Cina che hanno nel regime degli al-Assad uno storico referente ed alleato. E questo agli strateghi di Washington deve essere parsa un’ottima strategia per accelerare l’opera di contenimento e di accerchiamento contro Mosca e soprattutto Pechino, dopo la fallita strategia dei colpi di stato travestiti da “rivoluzioni arancioni” ed il tentativo di trasformare la Georgia e l’Ucraina in protettorati clienti, ma opportunisticamente accollati su conto UE.
    E, a proposito di massima destabilizzazione, gli USA premono pure perché la UE si metta in grembo due potenziali bombe ad orologeria come Turchia ed Ucraina (!) onde farci coinvolgere in conflitti che sono assolutamente estranei agli interessi europei, ma funzionali alla prosecuzione del nuovo “Grande Gioco” asiatico.

    • in realtà su Israele mi trovi pienamente concorde, proprio ieri ho letto, le notizie riguardanti le dimissioni di Blair dal cosiddetto Quartetto e quelle di armi di Israele passate all’Arabia Saudita, a conferma di quel che scrivi; lo “stato d’eccezione” (o d’emergenza, o d’urgence) quando c’è, c’è, mica posso negarlo, è errato estenderlo in altri contesti, in cui sono più appropriate altre definizioni (come del resto riconosceva lo stesso Zagrebelsky);
      per quanto riguarda la “rivolta” siriana del 2011 fin da subito ho avuto la percezione di qualcosa di stonato nella “narrazione” mediatica e politica, ivi compresa la formazione dell’Esercito Siriano Libero già pochi mesi dopo le manifestazioni di marzo, con occupazione di interi villaggi e cittadine, assalti ai commissariati e relativi morti; mentre nelle grandi città, multiconfessionali e laiche, gli islamisti non hanno mai sfondato, e le varie comunità si sono alleate di fatto al regime di Assad, più altre forze come Hezbollah, Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, etc;
      quanto al risiko mediorientale, è giustissimo quel che scrivi, con un’Europa che si deve sobbarcare le strategie USA o tedesche; solo sarei meno pessimista, (“il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà”), e al “peggio non c’è mai fine” si può sostituire un più rincuorante “il peggio non è mai inevitabile”:

      “Noi pensiamo tuttavia che l’Inverno islamista, succeduto alla Primavera araba, non abbia affatto la vocazione di durare in eterno. Non è una fatalità o un flagello irreversibile. In primo luogo, perché la storia accelera e perché “il peggio non è mai inevitabile”” (Kassis-Del Valle, 2a parte in corso di pubblicazione).

      Appunto: non è una fatalità, non è un flagello irreversibile, non è ineluttabile.

  3. Per natura, resto un inguaribile pessimista della ragione..;)
    Quello che mi ‘preoccupa’ non è tanto l’esito del conflitto siriano, ma la persistenza della sua durata col caos e le conseguenze che questo comporta: dal completo sradicamento delle comunità etniche e religiose millenarie, alla distruzione indiscriminata ed esibita di un patrimonio culturale unico, all’effetto domino che rischia di abbattersi sul fragilissimo Libano, alle ondate di milioni di profughi che premono sui confini di un’Europa frastornata che non è assolutamente in grado di gestire né di assorbire il fenomeno.
    Ci sono danni non sempre ricomponibili.

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