Il blu è un colore caldo – Julie Maroh (Adéle 2)

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«La vita di Adele in linea di massima funziona, ma non mi piace la sessualizzazione che è stata fatta del rapporto lesbico. Però quando si propone qualcosa al pubblico bisogna lasciarlo andare, e non posso considerare il film un tradimento perché è una cosa altra: il libro non va cercato nel film, come questo non si trova nel fumetto, sono due plausibili versioni della storia di Emma e Clémentine. È però la prima volta che un soggetto lesbico ha un successo del genere. E anche questo è un avanzamento». (Julie Maroh, autrice del fumetto Il blu è un colore caldo al quale si è ispirato Abdellatif Kechiche per il suo film La vita di Adèle, http://caffeletterario-bologna.blogautore.repubblica.it/2013/10/31/lottimismo-di-julie-maroh/)

 

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Quasi mai i film corrispondono ai romanzi, racconti o fumetti cui dicono di ispirarsi. E non a caso anche La vita di Adèle si dice liberamente ispirato al fumetto di Julie Maroh. Molte scene, soprattutto nella prima parte, corrispondono. La lettura in classe de La vita di Marianne di Marivaux sostituisce la lettura del diario di Clémentine (il nome di Adèle nel fumetto) da parte di Emma. C’è un punto però in cui il racconto cinematografico si distacca nettamente da quello fumettistico, ed è segnalato da quella che appare una vistosa lacuna, fra il culmine della passione erotica, con grandi dichiarazioni d’amore eterno, e la successiva festa in cui Emma all’improvviso snobba vistosamente Adèle, lasciandola da sola a cucinare, preparare, servire e lavare piatti mentre lei conversa amabilmente con Lise, la pittrice incinta che diverrà successivamente la sua nuova compagna. In cinque minuti lo spettatore viene trasportato da uno stato d’animo all’altro, senza che vi siano sufficienti motivazioni psicologiche per questo brusco cambiamento.

 

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Questo passaggio viene allora spiegato come dovuto al fossato che separa le due ragazze in termini di ambizioni sociali e culturali. Potrebbe essere anche spiegato in termini psicanalitici, di rapporto madre-padre discendente culturalmente dalle rispettive famiglie. Di qui la preferenza accordata da Emma per Lise per una genitorialità differente: “è la mia famiglia”, dice Emma ad Adèle, rivedendola qualche anno dopo. Ma qui si andrebbe un po’ oltre le reali intenzioni di Kechiche, il quale su questi aspetti privilegia sempre il suo stile che si riversa nell’intensità (e durata) delle scene (la sequenza della festa dura 13 minuti), e sulla distanza sociale delle protagoniste. Una volta data questa indicazione di crisi della passione amorosa, l’ultima parte del film non è che un’insopportabile agonìa e solitudine da parte di Adèle, per sua fortuna controbilanciata dalla sua dedizione all’insegnamento. Nuovamente espulsa, nuovamente da sola, nuovamente sulla strada. Come direbbe di sé lo stesso Kechiche.

 

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Quel che Kechiche non tratta, in termini di dettagli psicologici, bisognerà allora cercarlo nel fumetto della Maroh. La differenza cui allude evidentemente non è quella sociale rimarcata da Kechiche.

«parlare di autobiografia è riduttivo: compio un lavoro attoriale sui personaggi, ne delineo i caratteri e mi ci immergo per comprenderli fino in fondo…è una storia che mostra come sia difficile scoprirsi. Spero che l’adolescente, leggendola, si accorga che non è solo. Di fatto il problema è scoprirsi differenti, nella difficoltà di una relazione amorosa» (Julie Maroh, idem)

 

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Nel fumetto in realtà non c’è nessuna Lise, semmai c’è Sabine Decocq, la ragazza dai capelli corti che vediamo abbracciata a Emma sulla Grand Place, quando Clém la incrocia per la prima volta. E la ritroviamo anche al pub gay. Sabine è una persona molto importante per Emma, perché è la grafica promotrice del gruppo di artiste e artisti omosessuali della città. Emma non si decide a lasciarla per amore di Clém, e quando finalmente, dopo molti dubbi e resistenze, fa il grande passo, con suo grande stupore Clém fugge via. Rivedrà Emma dopo più di un mese, mentre l’aspetta per strada, seduta per terra, che le chiede di restare insieme “tutte le restanti notti della mia vita”. E così fu. E inizia la vera e propria convivenza di Emma e Clém, che vivranno insieme “felici e contente”, non senza qualche angoscia, per circa 10 anni, fin quando una scappatella di Clém col collega di scuola Antoine spingerà una furente Emma a cacciarla di casa, nel modo in cui è stato descritto anche nel film, ma con una differenza assoluta di epoca e di contesto. Clém si ammala, “si lascia morire” a casa di Valentin, l’antico amico gay del liceo. E sarà proprio Valentin a farle rappacificare, facendole incontrare in riva al mare. Clém è gravemente ammalata, e proprio quando finalmente riassapora l’amplesso con il suo amore eterno, il cuore cede. Scherzosamente l’aveva detto in precedenza: “Non avrei mai creduto che potesse diventare sempre più bello. Se esiste uno stadio successivo, dev’essere la morte. Orgasmo mortale! Niente male per la lapide!…”. Inutili le cure in ospedale. Non resta che la memoria, il diario di Clém, e la riappacificazione con la madre: “Forse l’amore non è eterno, ma ci rende eterni. Dopo la nostra morte, l’amore che abbiamo destato continua a compiere il suo cammino”.

 

 

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L’epilogo, purtroppo tragico, nel fumetto, avviene dunque quando ormai Clém ha 30 anni, e vede chiaramente la distanza fra la realtà presente e i suoi sogni di adolescente. La vicenda adolescenziale, tormentata, contrastata, appassionata, occupa la parte preponderante, mentre l’epilogo rappresenta in qualche modo la chiusa inevitabile, il compimento ineluttabile, di un amore che non avrebbe potuto essere eterno se non nella morte, se non tramandandosi nell’estremo sacrificio di sé. Tutte le indecisioni, i turbamenti, i dubbi, le resistenze, le sfide, gli intralci, i pregiudizi, i ritardi, da ambo le parti, non sono che prove di raffinamento, di perfezionamento dell’amore, che non riesce a risolversi né nel sesso, per quanto appassionato, né nella convivenza, ma che restano passaggi fondamentali, stadi successivi, verso l’eternità sognata da adolescenti.

 

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“Ma tu mi hai già salvata, amore mio. Mi hai salvata da un mondo costruito su pregiudizi e su una morale assurda. Mi hai aiutata a realizzarmi pienamente. Nessuno è colpevole per ciò che sta succedendo ora”.

“Porto con me i miei ricordi più belli, la maggior parte dei quali vissuti con te, le nostre risate, il nostro amore…il blu del tuo sguardo e il blu dei tuoi capelli che hanno ossessionato le mie notti di adolescente, per tutto il tempo in cui ti ho amata senza osare farlo. La vita che mi hai offerto non avrebbe potuto essere più bella…”

 

 

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