Venere Nera (Vénus Noire, Abdellatif Kechiche, 2010)

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Etes-vous d’accord avec l’idée selon laquelle le lien entre vos films, c’est la façon dont l’être humain trouve sa place dans le monde ?

Plutôt la difficulté de trouver sa place. Mais c’est davantage une question : comment trouver sa place auprès de ceux qui vous regardent comme quelqu’un de différent ? Je prends d’ailleurs cette interrogation à mon compte. A cause de mes origines sociales et de mes racines, j’ai du mal à obtenir qu’on me juge comme un artiste.

Intervista di Eric Libiot (L’Express), 26/10/2010

lexpress.fr/culture/cinema/abdellatif-kechiche-venus-noire-ne-devait-pas-etre-un-film-agreable

blackvenus“C’est beau ce qu’on fait. On fait rever les pauvres anglais. On leur donne du plaisir. Tu comprends? On leur montre un monde sauvage qu’ils ne voient jamais. C’est pas beau, ça?”.

Bisogna comprendere questo. I film di Abdellatif Kechiche sono film di “impegno civile”, film sulla “cittadinanza”, sui rapporti di inclusione/esclusione, a partire dalle fasce più marginali della società: sans papiers, disadattati, immigrati, ragazzi delle banlieus, schiavi e attrazioni da freak show. Senza compiacimento, i film “giocano” sul linguaggio o il non-linguaggio, la gestualità, la comunicazione e l’anti-comunicazione, lo spettacolo e la rappresentazione (mimesi) fatti propri dai ceti sociali esclusi dalla cittadinanza o ai suoi margini. Gli attori, e anche i tecnici, non stanno lì sul set per fare i narcisi, per riempire i rotocalchi di gossip, o per fare i miracolati del jet set che si cibano degli avanzi di “gloria” dello star system. Stanno lì per recitare, per interpretare, per creare, per assumersi la responsabilità di partecipare a quel determinato film. Film di “impegno civile” come ce n’erano tanti fra gli anni ’50 e ’70 anche in Italia, prima che il cinema fosse distrutto dal berlusconismo. Anche il gesto quindi di riprendersi lo “spettacolo” e farlo proprio, di riprendersi il “cinema” a proprio modo con un proprio linguaggio che affonda nella realtà e nelle sue rappresentazioni (e nessuna rappresentazione è “neutra”), è a suo modo un gesto politico, che giustamente Kechiche rivendica e difende con orgoglio. A proposito delle polemiche sul film La vie d’Adèle, il regista replica:

Aujourd’hui, le hasard de la vie ou le destin font, qu’un peu partout dans le monde, j’ai le bonheur de « représenter le cinéma français » : ses valeurs, sa liberté créatrice, ses traditions émancipatrices, en plus de l’histoire portée à l’écran. Dans certains pays, pour ces mêmes raisons, à cause de ces mêmes valeurs, le film ne pourra être diffusé. Dans le mien, la France, dont je suis fier d’exalter, à travers mes films, cette aspiration de la jeunesse d’aujourd’hui à la liberté d’aimer et de vivre, à l’art et à la modernité, « La Vie d’Adèle » est la proie d’une forme de censure d’autant plus pernicieuse qu’elle ne dit pas son nom.

(rue89-culture/2013/10/23/abdellatif-kechiche-a-ceux-voulaient-detruire-vie-dadele)

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Una delle caratteristiche dei film di Kechiche è la loro lunghezza, che va dalle 2 ore circa di La Faute à Voltaire o L’Esquive, alle 2 ore e mezza di Cous Cous e Vénus Noire, fino alle 3 ore di La vita di Adele. Una volta assicurato il coinvolgimento, emotivo e drammatico, dello spettatore, il film scorre veloce come un treno senza che questi si ponga il problema di quanto stia durando, contento di andare fino in fondo, di esplorare fino in fondo dove porta il film. Naturalmente questo coinvolgimento viene assicurato dalla capacità del regista di saper utilizzare gli strumenti che il linguaggio cinematografico gli assegna. C’è però talvolta il solito “critico” evidentemente troppo legato a tagli più “consumistici”, che deve piantare la solita sterile polemica sui “tempi”, o perché sollecitato da interessi di parte (produttori, proprietari di sale, circuiti tv, star “maltrattate”, tecnici “sfruttati”, etc.) o per dar fiato alle solite trombonerie della professione di giornalista.

Un’altra caratteristica fondamentale dei film di Kechiche è data dall’importanza crescente, in progress, nel corso del racconto filmico, del ruolo delle protagoniste femminili, ruolo “speciale” che il personaggio assume nei confronti del piccolo gruppo o della comunità di riferimento rispetto alle istituzioni che fanno da sfondo in maniera “generalista” o impersonale, che si tratti delle strutture di accoglienza, della scuola multietnica della banlieu o della burocrazia comunale che deve rilasciare le autorizzazioni per il ristorante (con contorno di notabilato di provincia). Sono proprio queste giovani protagoniste, con la loro energia, la loro creatività, a volte quasi a sorpresa, e assai più dei maschietti, a proporsi come ponte, come messaggeri di dialogo fra comunità e istituzioni, laddove gli adulti, da una parte e dall’altra, coi loro traffici, i loro intrighi, i loro interessi consolidati, le loro rivalità o le loro gelosie, non fanno che approfondire solchi, barriere, differenze, diffidenze e isolamenti. Non che questo significhi un’improvvisa ventata di ottimismo immotivato: la vita “reale” o reificata è sempre lì, dopo qualche momento di celebrazione, a riprendere il corso di tutti i giorni.

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Ce sentiment renvoie à l’idée de trouver votre place dans le monde, celui du cinéma en l’occurrence…

C’est une longue histoire. Je suis arrivé très jeune en France, je peux même dire que j’ai ouvert les yeux ici. J’ai grandi dans le racisme. En tout cas, dans l’oppression du regard. J’en parle dans mes films…Et puis, dans les années 2000, particulièrement en avril 2002, avec la présence du Front national au second tour de l’élection présidentielle, quelque chose a commencé à changer. Il y a, actuellement, un retour aux tristes années symbolisé par ces petites phrases racistes qu’on nomme dérapages. Je vois des gens s’enfermer. Se replier sur eux-mêmes. Adopter des idées d’un autre temps. Tout cela sent mauvais. “

Les grands cinéastes font des films au moment où ils le doivent. Ni avant, ni après. Pourquoi avoir réalisé Vénus noire aujourd’hui ?

Sans doute parce que j’entends la résonance entre cette histoire et notre époque. J’ai rencontré Saartjie Baartman dans les livres et son histoire m’a bouleversé. Elle prolongeait mes interrogations sur le regard qu’on porte à l’autre. J’avais trouvé dans son parcours une façon de questionner le monde sans être, je l’espère, moralisateur. En revanche, je n’ai pas voulu mettre le spectateur dans une position confortable. Ni moi, d’ailleurs. J’ai besoin de me bousculer, de sortir d’un certain confort cinématographique. J’aime ce malaise. Sur ce film, c’était presque une ligne de conduite : Vénus noire ne devait pas être un film agréable. Ne pas enjoliver les choses, même par l’émotion. Enlever toute idée de divertissement.

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Se i primi tre film, grazie al vitalismo delle protagoniste femminili, sembravano indicare alle nuove generazioni una via di speranza e di riscatto, il quarto film, Vénus Noire (2010) è fin dalle prime scene un film pessimista e chiuso, in cui un lontano riscatto è affidato solo al termine, oltre il film vero e proprio, con le immagini di repertorio dei funerali di Stato del 2002 a Città del Capo di Saartjie “Sarah” Baartman, la “Venere ottentotta” , mentre scorrono velocemente i titoli di coda (https://artobjects.wordpress.com/2015/01/19/gli-zoo-umani-nellera-degli-imperi-coloniali-venus-noire-2/). La protagonista femminile è presente fin dalla prima scena, come calco in gesso, con disegni e i flaconi che contengono il cervello e gli organi femminili esposti davanti a una platea di medici e scienziati dal noto biologo Georges Cuvier, che la paragona a una scimmia, come anello mancante tra la scimmia e l’essere umano. In quanto oggetto di studio, per la medicina e la biologia, il corpo di riferimento non può essere che un cadavere.

Nella sequenza finale del film, vediamo l’antefatto della scena iniziale: il cadavere viene portato al laboratorio di Cuvier dall’impresario Réaux, che viene lautamente ricompensato. Finalmente Cuvier può osservare i dettagli anatomici che dal vivo non aveva potuto osservare, per l’opposizione della stessa Sarrtjie. Il laboratorio è colmo di scheletri di animali (Cuvier, oltre che zoologo, era anche paleontologo). Dal corpo della Venere nera viene ricavato il calco in gesso, successivamente dipinto in maniera realistica, quello che poi Cuvier presenta in aula (all’inizio del film). Gli organi, compreso il cervello, vengono misurati, recisi e quindi collocati nei flaconi. Infine il calco, velato, viene portato in aula.

Fra queste due sequenze, come un virgolettato, si svolge l’intero film, cioè l’intera narrazione delle vicende europee delle Venere Nera come fenomeno da baraccone in freak shows e salotti, ambientata appunto fra il 1810 e il 1815, prima a Londra e poi a Parigi. Estrapolata dalla sua comunità e dalla sua cultura di riferimento, mostrata come “creatura mostruosa” e “animale umano” prima nei freak shows di strada, poi nei salotti borghesi e libertini, Saartjie è, al contrario delle altre protagoniste femminili dei film di Kechiche, una creatura in completo isolamento e, per paradossale rovesciamento, in balìa di gruppi e comunità a lei alieni e avidi delle novità esotiche e zoologiche portate dall’espansione coloniale. Così de-finita e isolata, anche zoologicamente, alla vita miserabile di Sarrtjie corrisponde un diverso tipo di spettacolo, plebeo e borghese, in cui lei non è che un oggetto impersonale da manipolare senza alcuna possibilità di riscatto, nonostante i suoi flebili tentativi e le sue timide proteste, subito represse dai suoi impresari, di essere considerata “un’artista”.

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Perché ha deciso di raccontare questa storia?
Credo sia una storia contemporanea. La fine di Sarah è avvenuta poco tempo fa, fino alla fine del XX secolo il suo corpo è stato esibito. Di fronte alle derive odierne dei politici francesi ho pensato fosse necessario ricordare un passato che non è poi così lontano, né tanto glorioso.

L’attualità di Venere nera  lo rende un film decisamente politico.
Certamente, anche perché dai politici attuali abbiamo sentito purtroppo di nuovo parlare di non uguaglianza delle razze. Si usano discorsi pseudoscientifici per sostenere il ritorno del fascismo in Europa. Il discorso di Cuvier, lo scienziato che studiò il corpo di Sarah paragonandolo a quello dei primati e che divulgò nel 1817 i risultati delle sue ricerche, ha avuto conseguenze catastrofiche in termini di colonialismo e schiavitù delle razze. La Francia di oggi esprime attraverso il suo presidente Sarkozy un disprezzo per il popolo Rom che è arrivato fino all’espulsione. Una sciagura: anche per questo il mio film è così attuale.

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