Saartjie Baartman e il sinus pudoris (Vénus Noire 1)

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   Durante lo scorso decennio molti lavori artistici e culturali, films, racconti, performances, documentari, drammi teatrali, etc., hanno riportato all’attenzione del grande pubblico la figura di Saartjie Baartman, l’originaria “Venere Ottentotta” o “Venere Nera” – fra questi, ad esempio, il film Vénus Noire diretto da Abdellatif Kechiche (L’Esquive, Cous Cous, La faute à Voltaire) nel 2010, presentato anche al Festival di Venezia, e la riedizione della trilogia Steampunk di Paul di Filippo (Delos Books 2011), il cui secondo racconto era appunto intitolato Hottentots (in italiano “Il feticcio rubato”). Questo ritorno di interesse per Saartjie Baartman è stato favorito dal ritorno in Sudafrica dei suoi resti nel 2002, come pure dagli studi recenti sugli “Zoo umani” che allietavano le folle europee in piena Era Vittoriana e Belle Epoque (v. in particolare il saggio di Pascal Blanchard et al., Zoo umani – Dalla Venere Ottentotta ai reality show, Ombre Corte, 2003).

1. Saartjie Baartman e il sinus pudoris

«Sposare quella mulatta?» chiese George tirandosi il colletto della camicia. «Non mi piace il colore dei mulatti, signore. Proponetela in moglie al negro che fa lo spazzino in Fleet Market. Io, una Venere ottentotta non la sposo di certo.» (in W.M.Thackeray, La fiera della vanità, 1847).

Che io sappia, questa è la prima citazione letteraria della “Venere ottentotta”, segno che ancora 30 anni dopo la morte di Saartjie Baartman il ricordo era ben presente in società, nella fiera della vanità il cui spettacolo delle marionette in giro per le principali città inglesi per fortuna del Regista viene accolto in maniera molto lusinghiera dalla Stampa e dalle persone ragguardevoli. Il Regista è fiero di constatare che

“le sue marionette hanno incontrato i gusti della miglior società dell’Impero. La vezzosa, piccola marionetta di nome Becky è stata giudicata straordinariamente flessibile nelle giunture e agilissima sotto i fili. A sua volta la bambola Amelia, sebbene abbia avuto una cerchia più esigua di estimatori, è stata scolpita e vestita dall’artista con la massima cura. Dobbin, sebbene goffo nella figura, balla peraltro in modo molto spontaneo e naturale. Qualcuno ha mostrato di apprezzare la Danza dei Bambini. Si prega infine di osservare attentamente il personaggio fastosamente abbigliato del Perfido Nobiluomo, per il quale non si è badato a spese, e che Belzebù si porterà via al termine di questa singolare rappresentazione.”

Forse è proprio al celebre romanzo di Thackeray che Paul di Filippo ha dedicato il suo “racconto lungo” Ottentotti, inserito nella trilogia Steampunk (1995, ripubblicato da Delos Books nel novembre del 2011)., e ambientato guarda caso nel 1847, ma a Boston , e avente come protagonisti vari personaggi veri (ma in un certo senso anche finti) dell’epoca, provenienti da mezza Europa. Nella prima edizione italiana del 1996 il titolo del racconto era Il feticcio rubato, con chiaro riferimento al “feminae sinus pudoris” della Venere ottentotta che è l’oggetto del desiderio e delle accanite ricerche dei nostri sventurati e bislacchi personaggi, ma estremamente pretenziosi nelle loro asserite ambizioni (a parte i clowns e i sabotatori, ovviamente). E’ lo stesso Jacob Cezar, figlio dell’impresario che gestiva lo spettacolo della Baartman a Londra a rivelarlo a uno stravolto Dr.Agassiz, che a sua volta era stato allievo del naturalista Georges Cuvier, il quale aveva preservato gli organi genitali e il cervello di Sarah nella formaldeide, esposti poi al pubblico al Musée de l’Homme di Parigi fino al 1974.:

“Il fostro Barone si lanciò sulle parti intime di Zaartjie come un cane da caccia e zcoprì che il dablier, come i francesi chiamano il felo, era né più né meno che l’analogo delle familiari labia minora, ezteze di una decina di cm oltre la norma europea…Allora il Barone mise sotto aceto l’organo di Zaartjie, scrisse un articolo e continuò con altre ricerche…Ja. Und ha fatto di più. Ne ha fatto un feticcio”.

Cuvier, che era un Martinista e praticante di magia nera, voleva convertire, sempre secondo il racconto di Jacob Cezar,

“il dablier di Zaartjie in un talismano di immenso potere, un po’ come la Mano della Gloria. Ma non ebbe successo. O almeno così credette. Mise l’esemplare nel Musée de l’Homme und se ne dimenticò. Quello di cui Cuvier non si era reso conto era ti essere infece a un passo dal successo. Gli mancafa solo un’ingrediente fitale, un’erba ermetica che si trofa in mio paese…” .

Tralascio per ora il sempre più bizzarro racconto di Cezar-Di Filippo per saperne qualcosa di più di questo celebre dablier o grembiule ottentotto o sinus pudoris, “velo della vergogna” o “grembiule di carne a nascondere gli organi sessuali”, che in realtà, come dice lo stesso Cezar, erano delle piccole labbra estese di qualche centimetro, diffuse in particolare presso le popolazioni Khoi-san del Sud Africa (ma non solo), chiamate offensivamente dagli Olandesi “Ottentotte”. Ma l’orrore razzista era destinato a trasformarsi in straordinaria fascinazione, come testimoniava il Times dell’epoca a proposito di Saartjie Baartman (divenuta Sarah):

“The African fair one who has so greatly attracted the notice of the town” (The Times, 12 dicembre 1811)

che, nelle parole del Dr.Agassiz rappresentava “come tutti i suoi simili boscimani, un curioso ibrido di qualità umane e bestiali, ben presto attirò gli spettatori a centinaia, tutti ansiosi di osservare quel degradato esemplare del gradino più infimo dell’umanità”. Un orrore per la “bestialità” e l’”inferiorità razziale” di quegli ibridi uomo-animale, ma anche un’attrazione fatale, proprio in quanto ibridi. Mi è capitato di leggere in un forum femminile le lamentazioni di alcune donne a proposito di piccole labbra troppo lunghe o sporgenti, che chiedevano quindi dove come quando se fosse possibile un’intervento chirurgico o labiaplastica, per ottenere un buon risultato estetico, senza compromettere la funzionalità o il piacere. Non dispongo di statistiche in merito, però posso immaginare il terrore sottile, l’angoscia, l’impossibilità di comunicare, talvolta la disperazione che pervade, o può pervadere tante donne, tante ragazze occidentali alle prese con delle piccole labbra che abbiano “forme, dimensioni e pigmentazioni” non a norma. E se al contrario, come per altre civiltà, piccole labbra più pronunciate fossero fonti di maggior piacere e addirittura un ornamento estetico? A cosa corrisponde questa ossessione occidentale per un corpo normalizzato, sterilizzato, “rettificato” in modo da corrispondere ai dettami contemporanei del design del corpo, femminile ma non solo, asessuato e asettico da un lato, pornografico, funzionale e voyeuristico dall’altro? E perché questo modello di corpo, forse esso stesso conservato in formaldeide, moltiplica l’angoscia invece di trasmettere piacere e passione?

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“Fin dal XVII secolo queste differenze nella lunghezza delle piccole labbra hanno sollecitato la curiosità del mondo occidentale e in particolare degli scienziati… La scienza dell’epoca era profondamente sessista e vedeva nella donna una versione inferiore dell’uomo, come si è già visto. I genitali femminili venivano studiati per mettere in risalto la differenza tra donne e uomini e sottolineare ulteriormente la natura imperfetta delle donne. Molti studiosi del XVII secolo ritenevano che le differenze nella lunghezza delle piccole labbra rappresentassero una deformità, mentre per altri queste donne erano addirittura ermafrodite.

La scienza era anche razzista, e le differenze di dimensione tra le piccole labbra delle donne erano viste erroneamente come un segno della superiorità di una società sull’altra. Nel XVIII secolo Voltaire, pensatore sovrastimato come radicale e libertario, sosteneva che le donne che avevano piccole labbra troppo lunghe erano così strane da dover essere considerate come appartenenti a una specie umana a parte. Alcuni arrivarono a suggerire che si trattava dell’anello di congiunzione tra le scimmie e gli esseri umani mentre altri affermavano che la ragione andava cercata nelle temperature elevate che in Africa producevano fiori particolarmente grandi e carnosi: la stessa cosa doveva accadere ai genitali femminili. L’idea che le donne potessero manipolare deliberatamente i propri genitali perché apparissero più grandi e belli non veniva neppure presa in considerazione. A quanto pare la società occidentale con la sua concezione vergognosa dei genitali femminili, non è capace di comprendere una cultura che li apprezza e li ammira…Per il popolo di Saartjie, piccole labbra particolarmente lunghe erano considerate un segno di bellezza. Per la società occidentale invece rappresentavano un problema, il segno di una differenza sessuale e razziale…”

Catherine Blackledge, Storia di V. – Biografia del sesso femminile, Il Saggiatore, 2005 (The Story of V – Opening Pandora’s Box, Phoenix, 2003).

storia di V

1 – continua

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