Romanticismo e Rivoluzione – Anselm Jappe

Anselm Jappe

Grandezza e limiti del romanticismo rivoluzionario


revolta e melancoliaNon è passato molto tempo da quando il mondo si divideva in due: da una parte, i “progressisti”, dall’altra, i “conservatori”, i “reazionari”. Tutto quello che stava “a sinistra”, quello che era rivoluzionario o, almeno, realmente riformatore, tutto ciò che si batteva per l’emancipazione delle classi oppresse e sfruttate, si poneva nella prospettiva del “progresso”, di un’avanzata – generalmente considerata come ineluttabile – verso un futuro migliore; dall’altra parte della barricata, le classi dominanti si opponevano ad ogni progresso o volevano restaurare le vecchie forme di società di quando esse regnavano in maniera assoluta. Secondo tale visione, ogni distruzione di un elemento delle società ereditate dal passato costituiva un passo in avanti, un passo verso l’emancipazione. Questo “progresso sociale” trovava il suo fondamento e la sua garanzia nell’incessante progresso della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche, e lo traduceva sul piano storico, secondo la teoria marxista per cui le forze produttive, alla lunga, finiscono sempre per sovvertire i rapporti di produzione, quando questi non sono adeguati al loro sviluppo: alla fine, è il progresso stesso della tecnologia che fa trionfare la classe operaia sul borghese parassita. Il progresso era il figlio dei Lumi del XVIII secolo e della loro realizzazione parziale durante la Grande Rivoluzione francese, di cui tanto il marxismo quanto le altre correnti “progressiste”, si sono proclamati continuatori – spesso con l’intenzione dichiarata di “portare a termine” il progetto emancipatore dei Lumi, che ritenevano tradito o lasciato incompleto dalla stessa borghesia che l’aveva iniziato.

 
Questa fiducia nella marcia della storia, spinta dalla scienza e dalla tecnica, è rimasta seriamente scossa nel corso di questi ultimi decenni. Inseguire lo sviluppo delle basi materiali del capitalismo, per cambiarne semplicemente il regime di proprietà, si è rivelata sempre meno come una prospettiva desiderabile o semplicemente possibile (anche se questa convinzione, un po’ riformulata, ha vita durevole, sia in seno alla “sinistra” riformista che in quella radicale). Il mondo non va affatto meglio e continua a suscitare il desiderio di cambiarlo profondamente. In tale contesto hanno cominciato ad emergere delle forme di opposizione al capitalismo che non si inseriscono facilmente nello schema concordato “progressista contro conservatore” – in particolare, l’ecologismo. E, parimenti, si è presa coscienza del fatto che la modernità capitalista ha generato, lungo il suo percorso, differenti critiche del progressismo, critiche spesso virulente che si nutrono della nostalgia di un passato suppostamente migliore e ne hanno tratto una condanna del presente; critiche che hanno messo in evidenza, accanto allo sfruttamento e all’oppressione, altre fonti di malessere, come la perdita di senso, il deterioramento dei rapporti umani, la deturpazione del mondo e l’impoverimento della vita quotidiana.

Benjamin-Lowy Per lungo tempo, il marxismo, in pressoché tutte le sue varianti, ha guardato con disprezzo a quello che chiamava “anticapitalismo romantico”: se a volte gli riconosceva la sincerità delle sue intenzioni, ed una certa perspicacia per quanto riguardava la descrizione di alcuni sintomi del capitalismo, il romanticismo restava, agli occhi dei sostenitori del “socialismo scientifico”, solo un’ideologia “piccolo-borghese”, tutt’al più sentimentale e impotente, oggettivamente reazionaria, e spesso perfino alla base delle ideologie fasciste. Non c’è niente di sorprendente in tale rigetto: secondo la visione progressista della storia, il romanticismo è nato come reazione all’illuminismo e alla Rivoluzione francese, come espressione di strati della società – aristocrazia fondiaria, borghesia renditiera – che aveva tutto da perdere nella ricerca del progresso. Elaborando un irrazionalismo aggressivo, fondato su dei concetti come “mito”, “popolo”, “sangue” e “destino”, i romantici tedeschi in particolare hanno contribuito direttamente alla genesi del nazionalismo tedesco e, in fin dei conti, del nazismo; queste forme di anticapitalismo avrebbero tradito gli strati popolari, dirigendo la loro rabbia verso obiettivi sbagliati. György Lukács ha fornito una versione classica di questa identificazione del romanticismo con il pre-nazismo nel suo “La Distruzione della ragione”, nel 1951. Una tale opinione è ancora del tutto comune in Germania, soprattutto in quella parte della sinistra tedesca che rimane assai vigilante a proposito di tutto quello somiglia – per esempio in alcune forme di ecologismo – ad una risorgenza dell’ “ideologia tedesca” con il suo background sciovinista e antisemita.
Michael Löwy ha lavorato per oltre vent’anni, spesso in collaborazione con il sociologo ed anglicista Robert Sayre, per riscoprire il lato rivoluzionario ed anticapitalista del romanticismo. Oltre ai libri, o alla serie di articoli che Löwy ha esplicitamente consacrato alla questione, ci sono in proposito anche i suoi scritti su Walter Benjamin, su Franz Kafka o sui surrealisti, in cui espone la sua tesi centrale: il romanticismo, lungi da essere un movimento solo letterario, è una “visione del mondo” nata con l’inizio del capitalismo industriale, verso la metà del XVIII secolo. Esso è dunque contemporaneo dei Lumi, e non una reazione ad essi, e le due visioni possono essere compatibili – Come è dimostrato dal caso di Rousseau. Il romanticismo, come lo definiscono Löwy e Sayre, è coestensivo al capitalismo e dura fino ai nostri giorni. Essi fanno rientrare in questa categoria un gran numero di scrittori, di pensatori e di artisti, affermando che, nonostante la loro innegabile eterogeneità, hanno espresso un rifiuto almeno parziale della modernità capitalista ed industriale in nome di valori provenienti dal passato, rifiuto che acquista così una dimensione “utopica”. Il tratto comune di tutti i romanticismi sarebbe dunque la loro opposizione alla borghesia, anche se quest’opposizione ha portato alcuni, soprattutto dopo la delusione subita in conseguenza della Rivoluzione francese, ad idealizzare il passato feudale e le sue sopravvivenze (Samuel Coleridge, Friedrich Schlegel, Novalis).

franz kafkaMa identificando il romanticismo con la reazione politica, come ha fatto una certa storiografia “marxista” a lungo egemonica anche in Francia, bisognerebbe dichiarare che  Friedrich Hölderlin o Georg Büchner non sono stati dei romantici, non più che Heinrich Heine o Victor Hugo. Alcuni romantici erano ardenti partigiani dei giacobini; altri, più tardi, hanno preso parte alla rivolta che ha scosso Parigi nel 1832.

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http://francosenia.blogspot.it/2013/12/reincantare-il-mondo.html

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