Guido Caldiron, Estrema Destra : Destre radicali e populiste in Europa

L’estrema destra in Europa

di Guido Caldiron

 

tratto da Estrema Destra, Newton Compton, giugno 2013, 480 pagine

(http://www.newtoncompton.com/libro/978-88-541-5388-2/)

Un’indagine globale sulla nuova galassia nera
Da Alba Dorata a CasaPound

Caldiron Estrema Destra

“Non occorre essere forti per affrontare il Fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il Fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società” (Pier Paolo Pasolini, settembre 1962)

Saper cogliere le proposte razziste e discriminatorie verso ogni tipo di minoranza. Ad esempio, la riabilitazione almeno parziale, del Fascismo e della sua cultura intollerante proveniente da partiti che si presentano come “moderati” e fanno parte del mainstream della scena politica.

Parlare di “estrema destra” non significa più soltanto occuparsi di gruppi minoritari di nostalgici che celebrano nell’ombra la loro dedizione ai miti di morte del passato, all’ideologia dello sterminio, al nazismo di Hitler e al Fascismo di Mussolini, ma analizzare quanto accade in gran parte della società occidentale, dove movimenti e partiti che non adottano più né il linguaggio, né i simboli del passato, ma che diffondono programmi e parole d’ordine basati sul populismo, sul razzismo, sulla xenofobia, sull’antieuropeismo, sul nazionalismo e sul localismo, raccolgono inquietanti percentuali elettorali, influenzano le scelte dei governi, quando non ne fanno stabilmente parte.

***


Dalla strada al Parlamento: chi sono i protagonisti del nuovo fascismo mondiale? Lupi solitari o gruppi strutturati? Giovani esaltati o uomini di governo? Le loro idee si fermano agli slogan o possono tradursi in violenza? Populisti, xenofobi, identitari, i nuovi fascisti del Terzo millennio fomentano l’odio razziale e spesso cavalcano l’onda dell’antieuropeismo e del rifiuto del mondo globalizzato, “colpevole” ai loro occhi della grande crisi economica. Dall’Italia all’Inghilterra, dall’Europa dell’Est alla Francia, dalla Scandinavia alla Grecia, fino agli Stati Uniti, la nuova destra estrema sta prendendo sempre più potere persino in Paesi dalla lunga tradizione democratica, che insospettabilmente stanno aprendo i loro “salotti buoni” a idee e personaggi che fino a pochi anni fa ne sarebbero stati banditi. Eppure le istanze degli estremisti neri prendono piede anche per le strade di periferia, puntando sul malcontento popolare, sull’islamofobia post 11 settembre, sulla rabbia dei delusi della politica tradizionale. Guido Caldiron – giornalista che da anni studia l’ascesa della destra estrema – analizza, grazie a una vastissima documentazione, un fenomeno inquietante e in espansione, che sta passando dal sottobosco della cultura underground a forme sempre più evidenti di esercizio del potere.

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Tra i temi trattati nel libro:

• Ungheria. Il partito del pogrom e la Woodstock nera
• Germania. La casa comune del neonazismo
• Gran Bretagna. Un partito per soli bianchi
• La “fascistopoli” nelle città
• Fascio-hit: musica alternativa e rock identitario
• Teste rasate, l’Italia è una skinhouse

– Italia, tra cavalieri e cuori neri
• L’internazionale negazionista
• Il nuovo razzismo dopo l’11 settembre
• Il Gesù ariano della Christian Identity
• Da Roma a Belgrado: guerra al Gay Pride
• Il bestseller delle SS
• Londra, Berlino, Parigi: neonazismo 2.0
• L’antisemitismo e la crisi

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GERMANIA, LA CASA COMUNE DEL NEONAZISMO

Le band si chiamano n’Socialist Soundsystem, Division Germania, Confident of Victory, Disbeliever (“Miscredente”), Agnar, come una figura della mitologia nordica. Le canzoni parlano di «National und Sozial», di una patria da riconquistare, di un Paese che risorge dalle proprie ceneri come una fenice, di tedeschi che devono tornare a essere fieri di se stessi, ma anche di «troppa immigrazione», di «élite corrotte», della sconfitta nella seconda guerra mondiale e della repressione della polizia verso i concerti «nazionalisti». Le voci dei cantanti sono cupe, aggressive, rese ancora più profonde dagli effetti che le fanno sembrare la colonna sonora di un film dell’orrore. La musica è, prevalentemente, altrettanto dura, ritmata, metallica, accompagnata da cori e suoni che fanno pensare a un bombardamento o a un’azione di guerra. Ma ci sono anche brani in stile hip hop e qualche ballata accompagnata solo dalla chitarra.

Schulhof cd (“il cd del cortile di scuola”) è un disco venduto via internet dagli Junge Nationaldemocraten, l’organizzazione giovanile del Nationaldemokratische Partei Deutschland (NPD, il partito nazionaldemocratico tedesco), la maggiore formazione della destra radicale tedesca, che da tempo si propone come punto di raccolta dell’intero circuito estremista del Paese, a cominciare dai giovani neonazisti. Realizzato nel 2004 per sostenere la campagna elettorale dell’NPD nel Land della Sassonia, il disco fu all’epoca distribuito nel corso di comizi e manifestazioni. Allo stesso scopo è stato ristampato e utilizzato nel 2006, questa volta per le elezioni che si svolgevano a Berlino e nel Land del Meclemburgo Pomerania: sarà distribuito davanti alle scuole, lasciato sui parabrezza delle auto in sosta e usato nel “porta a porta” dei militanti del partito. Secondo un’inchiesta condotta dal maggiore settimanale tedesco, «Der Spiegel», dello Schulhof cd l’NPD avrebbe stampato oltre 200.000 copie.

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Nata negli anni Sessanta su iniziativa di alcuni ex nazisti, quella nazionaldemocratica è la più vecchia tra le formazioni dell’estrema destra tedesca. Dietro alle parole d’ordine «Arbeit, Familie, Vaterland» (“lavoro, famiglia e patria”), il motto del partito, si cela un nucleo di circa 5.000 attivisti legati al circuito dei negazionisti dell’Olocausto, spesso coinvolti in indagini su episodi di violenza e di razzismo; alla fine del 2011, ad esempio, sono emersi dei contatti tra alcuni esponenti dell’NPD e i membri della cellula terroristica Nationalsozialistische Untergrund (“Clandestinità nazionalsocialista”), responsabile di numerosi omicidi lungo tutto il primo decennio degli anni duemila. Per questo, una prima volta nel 2001 (con esito negativo), e una seconda volta nel 2011 (l’iter è ancora in corso), le autorità tedesche si sono interrogate sulla possibilità di mettere al bando il partito, in base alle leggi che vietano i movimenti ispirati al nazismo e che fanno dell’odio razziale la loro caratteristica.

Nel frattempo, negli ultimi anni, l’NPD si è trasformato nel “partito unico” dell’estrema destra tedesca. Le altre due formazioni che avevano segnalato – dopo la caduta del Muro di Berlino nel novembre del 1989 – il ritorno del radicalismo nero nella Germania riunificata, con qualche successo elettorale locale nel corso degli anni Novanta, sono o pressoché scomparse (come i Republikaner, nati nel 1983 da una costola dei Cristiano-sociali bavaresi, la DC del Sud del Paese), o hanno finito per confluire nello stesso NPD (come ha fatto nel 2010 la Deutsche Volksunion o DVU, “unione del popolo tedesco”). Quest’ultimo partito era stato fondato negli anni Ottanta da Gerhard Frey (1933), un editore bavarese che aveva accumulato una fortuna pubblicando fin dagli anni Sessanta riviste e libri dedicati alla storia della seconda guerra mondiale e del Terzo Reich e sostenendo più meno apertamente anche le tesi dei negazionisti, non a caso definito dal politologo olandese Cas Mudde «una delle figure più influenti della scena dell’estrema destra tedesca dell’ultimo mezzo secolo».

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Per oltre un decennio, l’NPD è stata guidata da Udo Voigt (1952), un ex militare che era entrato nel partito alla fine degli anni Sessanta ed era stato il successore di Günter Deckert, condannato a metà degli anni Novanta per incitamento all’odio razziale e per aver negato l’Olocausto e partecipato a iniziative del circuito negazionista. Lo stesso Voigt – che ha lasciato la leadership del partito alla fine del 2011 a Holger Apfel (n.1970) – ha sollevato ampie polemiche negli ultimi anni parlando di Adolf Hitler come di un «grande statista» e affermando che ad Auschwitz «al massimo saranno morte 340.000 persone. E fa una bella differenza pagare per sei milioni di morti o per 340.000». Voigt ha anche più volte chiesto “la restituzione” alla Germania di regioni come la Slesia, la Pomerania o la Prussia orientale, e di città come Gdansk (Danzica), Kaliningrad o Wrocław, oggi comprese all’interno dei confini polacchi. Richieste simili a quelle che aveva fatto il Terzo Reich e che furono all’origine dello scoppio della seconda guerra mondiale, dopo che le truppe tedesche entrarono in Polonia nel settembre del 1939.

Tra gli esponenti di spicco del partito c’è stato a lungo anche Horst Mahler (1936), già tra i fondatori all’inizio degli anni Settanta del gruppo terroristico di estrema sinistra Rote Armee Fraktion (“frazione dell’Armata Rossa”), approdato trent’anni dopo alle fila dell’ultradestra. Mahler, per anni avvocato ufficiale dell’NPD, è stato condannato tra il 2008 e il 2009 a lunghe pene detentive per incitamento all’odio razziale, per aver partecipato attivamente al circuito negazionista e per una serie di testi e dichiarazioni come «l’Olocausto è la più grande bugia della storia mondiale». Dovrebbe uscire dal carcere nel 2020.

Dopo la riunificazione tra la Repubblica federale e la Repubblica democratica, l’NPD ha guardato soprattutto verso i Länder orientali, dove la crisi sociale che ha accompagnato la caduta del Muro e l’esistenza di una diffusa sottocultura giovanile nazionalista rendevano più propizie le condizioni per un suo radicamento. «Circa un terzo dei giovani dell’Est del Paese è decisamente orientato verso i gruppi e i partiti dell’estrema destra», spiegava alla fine degli anni Novanta Berndt Wagner, un ex agente della polizia della RDT, divenuto ricercatore sociale. Sul piano elettorale, questo tentativo ha dato diversi frutti: nel 2004 il partito ha raccolto il 9% in Sassonia ed è entrato nel parlamento regionale, esito confermato nel 2009, sebbene con solo il 5,2% dei voti; nel 2006 ha fatto lo stesso nel Meclemburgo Pomerania con il 7,3%, e anche in questo caso manterrà alcuni eletti nel 2011 con il 6%. Infine, in occasione delle comunali di Berlino nel 2006, con il 3% dei voti l’NPD è entrato in cinque municipi di quartiere, di cui quattro nella parte est della città.

Gli eletti nazionaldemocratici nei parlamenti regionali non hanno poi mancato di farsi notare per le loro provocazioni. Ad esempio, in Sassonia, si sono prima rifiutati di osservare un minuto di silenzio in omaggio alle vittime del nazismo proposto dagli altri gruppi parlamentari e quindi hanno indossato in aula abiti della marca Thor Steinar, una griffe che, come racconta lo «Spiegel», «è stata vietata nel 2004 per aver utilizzato un logo simile a quello degli ufficiali delle SS». In seguito, malgrado il logo sia stato cambiato, gli estremisti di destra hanno spesso utilizzato abiti di questa marca come segno di «identificazione», malgrado il divieto di indossarli sia rimasto sia nel parlamento federale di Berlino che in alcuni parlamenti regionali, oltre che negli stadi delle squadre di calcio del Borussia Dortmund, del Werder Bremen e dell’Herta Berlino.

Come si può capire anche da questi esempi, la strategia che sta più a cuore all’NPD non sembra riguardare tanto il voto, quanto la possibilità di riunire sotto le sue insegne l’insieme del circuito dell’estrema destra, soprattutto giovanile. Già alla metà degli anni Novanta, buona parte dei gruppi neonazisti tedeschi erano stati sciolti dalle autorità, o messi “fuori gioco” per il loro coinvolgimento nella stagione di violenza razzista che aveva attraversato il Paese. I nazionaldemocratici avevano allora accolto nelle loro fila molti esponenti del circuito radicale, già appartenenti a sigle come la Deutsche Alternative (“alternativa tedesca”), la Freiheitliche Deutsche Arbeiterpartei (“partito operaio della libertà”), il Nationalistische Front (“fronte nazionale”), ma avevano pescato anche negli ambienti del Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei Auslandsorganisation (NSDAP/AO), gruppo neonazista che riprendeva addirittura il nome dell’organizzazione per l’estero del Partito nazista di Hitler), diretto dalla cittadina statunitense di Lincoln, nel Nebraska, da Gary Lauck, condannato nel 1995 in Germania proprio per il suo sostegno alla scena neonazi tedesca. In seguito, il partito aveva fatto della conquista delle cosiddette Kameradschaften (“fraternità di camerati”) – centinaia di gruppetti locali informali e privi di una vera struttura che compongono l’arcipelago neonazista tedesco – il proprio obiettivo prioritario. Un ambiente che il Bundesamt für Verfassungsschutz (BFV o “ufficio federale per la protezione della Costituzione”), che sovraintende alle indagini sull’estrema destra, stima oggi intorno ai 40.000 aderenti. E sempre ai giovani estremisti si rivolge il nuovo leader dell’NPD, Holger Apfel, quando definisce la linea del suo partito nei termini di una «seriöse Radikalität» (“radicalità seria”), vale a dire il progetto di incanalare il neonazismo in un percorso politico nazionale, organizzato e che possa cercare di aggirare le severe norme vigenti nel Paese contro l’apologia del Terzo Reich e l’istigazione all’odio razziale.

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Due i principali piani di azione adottati per mettere in atto tale strategia.

Da un lato, l’attenzione alle sottoculture giovanili. Se un tempo erano soprattutto gli skinheads neonazisti ad attirare l’attenzione dell’NPD, oggi è l’insieme della scena giovanile a interessarlo, a cominciare dalla già citata musica “nazionalista”. I nazionaldemocratici sostengono attivamente questo circuito musicale, i cui appuntamenti sono segnalati via sms o attraverso i social network per sfuggire a divieti e controlli da parte delle forze dell’ordine. Si calcola che solo nel 2009 siano stati organizzati circa 120 concerti del genere in tutto il Paese – con un media di partecipanti intorno al centinaio di persone – di cui un terzo solo in Sassonia.

L’altra caratteristica della campagna di reclutamento dell’NPD risiede in manifestazioni che possano convogliare gli aderenti alle Kameradschaften, dando all’intero movimento neonazista un’immagine di forza e radicamento nel territorio. Si va dalle piccole marce o fiaccolate locali organizzate dai giovani del partito, al grande corteo che l’NPD organizza ogni primo maggio da parecchi anni, sostituendo al tema del lavoro l’allarme per l’immigrazione, la decadenza della nazione tedesca, la denuncia della globalizzazione. Emblematico, da questo punto di vista, è l’appuntamento annuale in occasione dell’anniversario del bombardamento compiuto dagli Alleati su Dresda del 13 febbraio 1945. Nell’ultimo decennio, l’NPD ha in larga misura trasformato la sfilata silenziosa, accompagnata solo da fiaccole e musica classica in omaggio ai morti del ’45, in una prova di forza dell’estrema destra neonazista. Dando precise consegne ai giovani estremisti – caldamente sollecitati a partecipare, ma invitati a non esibire “simboli vietati” – e inquadrando la marcia con in propri militanti, i nazionaldemocratici hanno fatto della manifestazione una sorta di vetrina delle loro capacità organizzative. Questo, mentre i contenuti “politici” dell’evento, nato come ricordo della tragedia della guerra, sono diventati la «rivendicazione dei territori perduti dalla patria» e la denuncia dell’«olocausto attraverso i bombardamenti» voluto, secondo i membri dell’NPD – che tentano così di capovolgere la storia del secondo conflitto mondiale – dagli avversari della Germania nazista.

Ma se sul fronte dell’estrema destra l’NPD rappresenta la minaccia più consistente e organizzata della Repubblica federale tedesca, negli ultimi tempi è cresciuto anche un movimento “euroscettico” che si situa alla destra delle formazioni conservatrici tradizionali. Si tratta dell’ Alternative für Deutschland (“Alternativa per la Germania”), una formazione nata all’inizio del 2013, nel pieno delle polemiche sui costi che “il salvataggio” economico della Grecia e di altri Paesi del Sud dell’Europa potrebbe far pesare sui cittadini tedeschi. L’iniziativa si deve ad alcune figure del mondo economico e intellettuale già vicine alla Christlich Demokratische Union Deutschlands (CDU, “unione cristiano-democratica tedesca”), il partito della Cancelliera Angela Merkel, tra cui l’ex leader della Confindustria tedesca Hans-Olaf Henkel, il pubblicitario Dagmar Metzger e l’economista Bernd Lucke. Contrari all’unione monetaria europea, ma critici anche su molte delle scelte politiche assunte dalla UE (ad esempio, in materia di immigrazione), gli animatori del movimento – che debutterà nelle elezioni politiche tedesche del settembre del 2013 – si dicono certi del successo delle loro proposte. «Rappresentiamo una larga maggioranza del popolo tedesco e siamo convinti di poter costituire un punto di riferimento stabile nel panorama partitico del Paese», ha spiegato Lucke in una delle prime iniziative pubbliche della nuova sigla, spiegando come sia «necessario procedere verso un’ordinata dissoluzione dell’Eurozona, prevedendo una fase di transizione di cinque anni e il ritorno alle monete nazionali». Come nota un analista, si tratta di una rottura senza precedenti per la tradizione politica tedesca: dal dopoguerra a oggi, da Konrad Adenauer a Willy Brandt, da Helmut Schmidt a Helmut Kohl, e già con toni diversi da Gerhard Schröder ad Angela Merkel, passando attraverso la cesura storica della riunificazione, la Germania ha sempre individuato nell’Europa la via maestra per consolidare la propria democrazia ed evitare i rischi di un ritorno del nazionalismo.

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*Tratto da Estrema Destra di Guido Caldiron (Newton Compton, 2013). Si ringraziano l’autore e l’editore per la gentile concessione. Il libro è disponibile in versione cartacea ed ebook.

Guido Caldiron, giornalista, studia da molti anni le nuove destre e le sottoculture giovanili, temi a cui ha dedicato inchieste e analisi pubblicate da riviste e quotidiani. Ha collaborato con radio e TV italiane e del resto d’Europa. Tra le sue pubblicazioni, I fantasmi della République, L’impero invisibile, La destra sociale, Populismo globale e Banlieues.

 

Angela-Merkel

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28 thoughts on “Guido Caldiron, Estrema Destra : Destre radicali e populiste in Europa

  1. il 22 settembre è ormai alle porte, vediamo cosa combinano NPD e Alternative fur Deutschland, che a noi PIIGS ci vogliono cacciare pe farsi il loro nuovo Lebensraum, su misura, non con queste capre di mediterranei 🙂

    • Credo che il modello a cui, più o meno coscientemente, si ispirano sia la vecchia “Lega Anseatica”… Sarà curioso vedere come questa specie di confederazione moderna di gilde mercantili pensa di sopravvivere alla pressione commerciale e geopolitica di giganti come il rinato Celeste Impero (la Cina) e la Russia dello zar Putin. Per non parlare dell’ingombrante cugino americano, tutt’altro che entusiasta dalla prospettiva di un “alleato” militarmente inconsistente e politicamente inutile.

      • scusa la non risposta, ma ormai non posso più passare molto tempo sul web; una volta terminato il ciclo dedicato all’eco-fascismo interverrò solo con brevi frammenti, forse cambierò pure il nome del blog

        ciao

  2. Pingback: Janet Biehl – Il network eco-fascista in Germania | Deadwarhols

    • ti ringrazio di cuore della fiducia. Ad allietare il web ci sarà pur sempre la Banda Casalgrullo :-). Devo trovare un nuovo equilibrio di tempi, impegni, etc. e poi, come sempre, Guerra agli Alieni!

      • Sono una persona molto paziente…. E ritorno sempre nei luoghi delle mie conversazioni predilette..:) Nell’attesa di un tuo ritorno, cercherò di trarre diletto da ciò che offre il bestiario virtuale.

  3. so che sei una persona molto paziente, infatti ricordo ancora quell’amabile guerricciola coi Stormfront! che ne uscirono più “neri” di prima! se scoppia la guerra civile verrò a studiare strategia e tattica da te, ne sono sicuro 🙂

      • sono andato a rivedere il tuo post, lungo e articolato, pubblicato all’incirca nello stesso periodo di un paio di miei post sull’argomento, sul quale forse potremmo fare concorrenza a Caldiron; quel che mi colpisce è che, alla fine, ad andare in galera sono questi esaltati, che in fondo funzionano da “capri espiatori” o da “utili idioti” per ben altri fascisti (questa ovviamente non è un’attenuante per le infamità che dicono e fanno)

  4. E infatti avevo già avuto modo di apprezzare i tuoi articoli..:)
    Sulla vicenda giudiziaria di Biominkio, quello che posso dire è che farebbe meglio a cambiare avvocato..! Personalmente non condivido una virgola dei suoi deliri “identitari” (neo-nazi), ma l’impianto accusatorio montato contro di lui davvero non sta in piedi.
    Esaltato era ed esaltato rimane; l’unico risultato è che alla fine uscirà dal “gabbio”, con l’aureola del martire consacrato alla causa.

    • per quel poco che ho letto del suo arresto, mi pare che ci sia molta fuffa giudiziaria o sbirresca e poca sostanza. Poi, appunto, Silvio Pellico uscirà dal gabbio con l’aureola del martire vittima della “ingiustizia demokratika” ebraica e massone. La legge deve stare ai fatti, non ai “teoremi”. Chiudere le associazioni e i siti neo-nazi, certo, ma non si possono mettere dentro 4 deficienti per qualche svastica e qualche delirio sul web. Altro sarebbero eventuali fatti delittuosi commessi. Intanto i Gentilini, i Borghesio, i Larussa sono a piede libero. In breve: non sono i Mirki Viola che mi preoccupano, soprattutto in questo clima ammorbante di crescita dei populismi in tutta Europa.

      • non credi che si stia esagerando con questa sovrapposizione di delitti veri e propri, cioè “discriminazione, odio o violenza”, e reati di opinione? (vedi legge contro l’omofobia) Non c’è il rischio che venga sabotato l’art.21 della Costituzione? In nome degli omosessuali dobbiamo consentire la limitazione della libertà d’espressione?

    • Esaltato un cazzo… riguardo ai deliri, sarebbe bello capire a quali deliri si riferisce sig. Sendivogius, di deliri ne ho letti tanti anch’io nella fogna in cui è solito postare le sue paranoie filogiudaiche… apprezzo comunque il fatto che ha capito che il processo è stata una farsa giudiziaria montata ad arte dai soliti noti, spero che in cassazione si farà definitivamente chiarezza e caschi l’accusa di “associazione” tra sconosciuti… altrimenti sarà un precedente pericoloso per TUTTI gli utenti dei forum a prescindere dalle idee espresse e dalle opinioni politiche.

      • Wow! Che emozione!!! Il ritorno del nibelungo (o era l’Hobbit?!?), alias Mirko Viola, in arte Biomirko, che appena tornato a piede libero, come prima cosa, corre subito dai suoi affezionatissimi amici ‘compagni’, per abbeverarsi in quelle “fogne” delle quali con ogni evidenza non può proprio fare a meno, tanto grande deve essere stata l’astinenza per sì forzosa separazione.
        Se questo non è amore!?!

  5. Sì, ne sono assolutamente convinto; anche se non è “politically correct” sostenerlo…
    Le Leggi devono avere una valenza universale che riguardino la cittadinanza nella sua entità complessiva ed ideale. Perciò non mi piace per niente questa distinzione coatta, basata sul genere (tipo l’orrendo neologismo del “femminicidio”), sugli orientamenti sessuali, o convizioni religiose: la violenza, le ingiurie, le aggressioni, le discriminazioni a danno di un gay, o ebreo o musulmano o donna che sia, dovrebbero essere sanzionati in quanto ‘oggetto’ di reato e non in riferimento al ‘soggetto’ contro il quale sono esercitati.
    Non so se ho reso bene il concetto…
    Al contempo, la sanzione deve riguardare la fattispecie concreta di reato e NON l’intenzione (o l’ipotesi) del medesimo. A meno che non ci si ispiri al “Minority Report” di Philip K. Dick!

    Sit venia verbo, e a rischio di rendermi antipatico, c’è una sola cosa che detesto più dell’omofobia… è quella che io chiamo “frociolatria”: un mix di esibizionismo estetico, parate stupidine di orgoglio di genere (te l’immagini un etero-pride?!?), e la sagra ipocrita dei buoni sentimenti a cura dei bimbi buoni di certo progressismo caramelloso e buonista (variante idiota del veltronismo).
    In quanto ai “reati d’opinione” sono una contraddizione implicita alla società libera che intenderebbero tutelare. A loro modo, rasentano nostalgie da “Stato etico”.
    Sono una forma di ipocrisia semantica; rappresentano il primo tassello di una società grettamente conformista e asfissiante nel suo moralismo d’accatto, precostituito nel controllo ossessivo del linguaggio. Soprattutto, costituiscono la più odiosa delle forme di censura, perché incredibilmente subdola e pervasiva.

  6. sono completamente d’accordo; il concetto di “politically correct” evidentemente si adatta alle stagioni politiche e ai dettami vincenti, e magari tocca a noi essere “scorretti”; a proposito dell’esibizionismo Susan Sontag, un’autrice che ho sempre letto con piacere, e che ebbe una relazione con la fotografa Annie Leibovitz, scrisse : “In tutte le società che hanno preceduto la nostra il sesso è stato soprattutto una attività (qualcosa da fare, senza parlarne). Ma adesso che il sesso è diventato un gusto, forse si sta già avviando a diventare una attività consapevolmente teatrale, proprio come il sadomasochismo: una forma di gratificazione che è nello stesso tempo violenta e indiretta, molto mentale” (Fascino fascista, 1974). E poi io vivo nella regione di Vendola, che, al di là del giudizio che si può dare sulla sua attività politica, è stato sempre una persona discreta, non ha mai messo in piazza le sue relazioni, né confuso i vari piani, ed è stato votato per 2 volte in una regione un tempo molto cattolica e tradizionalista. Secondo me dovrebbe portare a casa il risultato di questa legge che non è da buttar via, almeno credo, ma deve fare concorrenza al “cannibali politici” del m5s

    • E infatti a me Vendola non dispiace affatto, per quanto per i miei gusti sia un po’ troppo “catto-comunista” di ispirazione berlingueriana, che nell’attuale melassa migliorista-morotea (su innesto doroteo) lo fanno apparire come un “radicale”. E magari lo fosse!
      Ciò detto, quando e se mi ricordo di andare a votare, solitamente le mie preferenze vanno a SEL. Premetto che in passato le mie simpatie elettorali sono andate a Vladimir Luxuria.

      • Vendola, che è cresciuto nella “scuola di partito”, azzeccò il “frame” giusto 8 anni fa, quando coniugò, in maniera brillante, linguaggio popolare-sentimentale e linguaggio colto, per cui sia il colto che l’incolto strabuzzavano gli occhi e appizzavano gli orecchi, rapiti all’ascolto di tanta immaginosa retorica :-), quando è in forma, soprattutto live, pigia molto bene i tasti sentimentali, passionali, tiene in pugno l’audience su una scaletta ben costruita (avrebbe potutto fare lo sceneggiatore, di drammoni all’italiana, credo), in Regione poi è, appunto, un politico “pragmatico”, catto-comunista ma con una puntina di trasgressione; avesse dato un impulso maggiore alle cosiddette “fabbriche” forse oggi prenderebbe il 10 %

  7. Il buon Nichi è un ottimo affabulatore, incline ai voli pindarici di una grande narrazione sociale dall’ampio respiro, dove però è anche facile avvitarsi nel rischio di repentine cadute, man mano che si cozza con la mediocrità della realtà. Per l’appunto Vendola ha il pragmatismo necessario per superare brillantemente il rischio. Ma in una società ignorante, pervasa dall’irrazionalità e dal populismo, come quella italiana… tendenzialmente resta un ‘alieno’.
    Personalmente, non so se coinvolgendo nel sue percorso dialettico le “fabbriche” in funzione operaista, riuscirà ad allargare la base dei suoi consensi.
    Io, che per campare l’operaio faccio e ho frequentato per anni il contesto di fabbrica (lavorandoci chino 12h al giorno sulle famigerate “linee”), posso dire che non ho alcuna fiducia e pochissima stima per quella che categoria non è e che ho persino difficoltà a riconoscere come “classe”…

    • interessante questa tua nota personale, lavori in qualche fabbrichetta, cantiere o magazzino, etc? (puoi anche non dirmelo ovviamente, o dirlo in maniera generica); non frequento le “fabbriche” di Vendola, ma non credo che siano rivolte agli operai in quanto tali, forse è più un vezzo da “centro sociale occupato” che occupa fabbriche dismesse; sulla “classe” ci sarebbe da fare un post a parte, anzitutto riferendosi a situazioni specifiche (Roma non è Torino o Detroit o Taranto o il Nord-Est o la Ruhr etc etc); dal punto di vista della sociologia empirica, anche gli operai in genere sembrano rientrare nella grande “mucilaggine” del nuovo ceto medio (o aspirante tale); da un punto di vista storico il concetto di “classe” o “proletariato” è legato alla sua funzione militare, da Servio Tullio a Marx, dai porti inglesi ai marinai di Kronstatd fino alle fabbriche di Detroit negli anni Trenta. C’è “classe operaia” quando c’è una grande mobilitazione militare. Allora nasce l’Avanguardia dell’Esercito di Liberazione (!). La mobilitazione può essere interna o esterna, ma non esiste un proletariato senza guerra o rivoluzione. Naturalmente questo “proletariato” può essere composto anche da elementi sotto-proletari particolarmente dinamici, come la feccia che veniva imbarcata sulle navi. Oppure poteva essere costituito da masse di braccianti “in libertà”, come nel secondo dopoguerra. Un “proletariato” stanziale è una contraddizione in termini. Forse non a caso la “classe pericolosa” e più odiata è quella dei migranti, che infatti non hanno diritti politici. C’è poi il terrore degli italiani di tornare a fare le valigie, e ricadere fra i migranti. Forse è questa la vera ragione per cui la Boldrini è così odiata.

      • Nel tuo intervento ci sono così tanti spunti di riflessione che se ne potrebbe parlare per mesi, senza esaurire neanche metà degli argomenti..:)

        Eufemisticamente parlando, posso dirti che i discutibili vantaggi della “flessibilità” ad oltranza, permettono di sperimentare, oltre alle ‘gioie’ della precarietà, situazioni sempre nuove insieme alla conoscenza e la frequentazione dei più diversi luoghi e realtà di lavoro…
        E dal momento che la stragrande maggioranza delle gente comune, che la Fornero non ha mai frequentato, è tutt’altro che “choosy”; a prescindere da titoli di studio e competenze, di solito si adatta a fare ciò che il “mercato” offre loro…
        Tra gli infiniti impieghi che hanno deliziato la mia (de)crescita professionale e occupazionale, posso “vantare”: imbianchino, manovale, scaricatore, magazziniere, operaio confezionatore, addetto alle pulizie, servizi di portierato, auto-trasportatore, buttafuori…. Avrei anche esperienze in amministrazione finanziaria, home-banking, pratiche legali, editing, gestione centralizzata archivi e qualche piccola competenza informatica… ma volevo porre l’attenzione sul contesto più propriamente “popolare” e “proletario”.
        Per essere “classe” bisogna innanzitutto avere la consapevolezza della medesima e di essere tale. E come da te giustamente evidenziato, la percezione del sé è diluita in un cetomediume generalizzato.
        L’estensione dei contratti atipici e differenziati ha prodotto poi un’atomizzazione del lavoro, che ha polverizzato ogni relazione di fabbrica e solidarietà di categoria. E in questo le responsabilità della Triplice sindacale sono enormi e spaventose. Se ne sta rendendo conto con ampio ritardo la CGIL, ma ormai il danno è bello che fatto. E, secondo me, irreversibile.
        Un tempo (e forse era sbagliato) ci si identificava col proprio lavoro: si era operai, si era artigiani, si era libero professionista, con tutta la rete di relazioni e connotazioni che ciò comportava. Oggi il verbo prevalente è “fare”: faccio l’operaio, faccio l’artigiano, faccio il ‘consulente’… e nella scelta del verbo è implicito che si è altro da ciò che si fa, nell’aleatorietà e nel carattere temporaneo, provvisorio, della mansione svolta: intercambiabile e di passaggio, senza alcun vero legame continuativo con contesti e persone (colleghi/compagni). Parentesi più o meno anonime, che si aprono e si chiudono a scadenze regolari, secondo il rinnovo o meno del contratto.
        Eppoi, c’è la totale assenza di un Ideale, qualunque esso sia… Un tempo si poteva credere (ingenuamente) nell’avvento imminente dell’Anarchia, tramite l’azione individuale e romantica. Si poteva attendere fiduciosi nel Sol dell’avvenire, aspettando “rosse primavere”…
        Oggi, con il crollo delle ideologie, è scomparsa la mitologia, la mistica, le aberrazioni delle stesse, ma è rimasto intatto il fanatismo di masse amorfe, per giunta conquistate all’edonismo consumista e quindi terrorizzate dall’idea di poter sembrare poveri.
        Per questo trionfano i populismi, dove tutti si diluisce, si confonde e ribolle nell’irrazionalismo di rancori esacerbati, con la loro nuova parola d’ordine: “né di destra né di sinistra”; quando invece la matrice fascistoide è evidente e diffusa.
        D’altro canto, in una società sempre più vecchia crescono le paure ed i timori della maggior parte della popolazione che si chiude a riccio nella fortezza della conservazione, anche e soprattutto contro questi idioti che scimmiottano gli “Enragés”. Da questo punto di vista, la c.d. “sinistra riformista” è il campione di questo neo-conservatorismo compassionevole in nome della “stabilità” (nell’immobilismo dello statu quo): vedasi il PD in Italia, la SPD in Germania o il PSF francese.

        Io credo che buona parte del problema sia insito in una vera e propria regressione culturale.
        Fino a 30 anni fa, la Cultura veniva considerata un valore ed una conquista sociale. Oggi è disprezzata alla stregua di una perdita di tempo, in quanto inutile e “improduttiva”.

      • ottimo commento, anche questo pieno di spunti meritevoli di ulteriori approfondimenti, si potrebbe ripubblicarlo come post vero e proprio, se vuoi, rivedendolo un po’, sul tuo ma anche sul mio blog, così si continua a discuterne diciamo in un post più specifico

  8. Mi riesce davvero molto difficile essere in disaccordo con le tue opinioni e le tue prospettive di analisi… Perciò, qualunque dovesse essere la tua iniziativa in merito, mi trova d’accordo a prescindere..;)

    • appena mi libero un po’, dopo aver completato i post sull’eco-fascismo, riprenderò l’argomento del precariato a partire dal tuo commento, non so ancora come, comunque approfondendo alcuni aspetti emersi da questa discussione

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