L’Onda (Die Welle, 2008) – Nazisti per una settimana

A Rainer, come il prof Wenger viene chiamato amichevolmente dagli alunni, viene una bella pensata. Perché, al posto di noiose lezioni di storia, non far sperimentare direttamente agli studenti come nasce un sistema autocratico, una dittatura, facendo loro rivivere la storia in prima persona? Come farlo partendo da cose semplici? Come condizionarli ad agire esattamente come i nazisti?

L’Onda (Die Welle) è un film tedesco del 2008,  che mostra come sia possibile trasformare in pochissimi giorni una classe delle medie superiori in un movimento autocratico, i cui membri sono disposti a tutto, pronti anche ad espellere e sacrificare i propri amici. Nato come semplice “simulazione” di una dittatura all’interno della solita noiosa “settimana a tema”, l’esperimento del prof. Wenger,  in passato un punk anarchico a Berlino, ben presto degenera oltre i limiti “didattici” entro i quali egli aveva immaginato di svilupparlo per stimolare la curiosità e il coinvolgimento degli studenti. Gli studenti invece si immedesimano talmente tanto, ad eccezione di un paio di ragazze, da accettare e riprodurre spontaneamente tutti i meccanismi tipici dei movimenti autocratici, dalla cieca obbedienza al Fuhrer (il Capo), identificato nello stesso “signor Wenger” alla delazione, dall’espulsione di chi non si allinea all’aggressione fisica contro gli avversari.

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Il film si rifà a un esperimento reale nella Cubberley High School di Palo Alto, California, nel 1967, denominato “La Terza Onda”, da cui è stato tratto anche un romanzo di Morton Rhue, The Wave (1988). . Sia nella realtà che nella fantasia, l’esperimento (o simulazione) viene scandito implacabilmente giorno dopo giorno dai dispositivi di potere che il prof elabora e impartisce, riprendendoli tali e quali dalle sue letture sul regime nazista. Anzitutto nominando un Fuhrer, al quale si deve rispetto incondizionato.

Il secondo passo è l’imposizione di una disciplina, il potere attraverso la disciplina, Macht durch Disziplin. La disciplina può esser imposta in diversi modi: attraverso posizioni fisiche o esercizi collettivi, il modo di star seduti, il controllo del respiro, la concisione, la concentrazione, l’autorizzazione a parlare, la ripetizione del mantra, o l’espulsione di chi non partecipa.

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Dopo la disciplina, è la volta dell’identità di gruppo, il potere attraverso l’unità (o comunità), Macht durch Gemeinschaft. Attraverso la marcia ritmata la classe diventa un corpo unico, la vera forza del gruppo. Da cosa si riconosce l’identità di gruppo ? “Dallo spirito di gruppo, sig. Wenger” risponde prontamente Tim, uno degli studenti più motivati. E dal punto di vista visivo? Dalle uniformi.  Le uniformi eliminano le differenze sociali, per Lisa, o le individualità, per Mona, la più scettica, che poi si trasferirà a un altro corso. Verrà quindi introdotta una specie di divisa, le camicie bianche. Sorpreso egli stesso dal coinvolgimento attivo degli studenti, Wenger riteneva che lo spirito di gruppo, come la disciplina, doveva essere sperimentato direttamente per poter essere compreso. Egli stesso era parte dell’esperimento.

Il terzo giorno, mercoledì, viene scelto il nome e fra i tanti proposti (Squadra, d’assalto, Club dei visionari, Tsunami, etc.) la scelta cade su L’Onda (Die Welle) (nell’esperimento originario il nome derivava dal saluto, che nel film viene inventato dopo; il saluto, creato direttamente dal prof. Jones,  venne chiamato The Third Wave (La Terza Onda) in quanto assomigliava a un’onda, anzi alla “terza onda” che sarebbe quella finale e più grande). Il saluto era un segnale di riconoscimento riservato soltanto ai membri dell’Onda, anche all’esterno della scuola.

Dopo la scelta del nome, viene il logo, disegnato da Sinan. Infine il terzo fondamentale motto, il potere attraverso l’azione, che nel film comprende ogni mezzo di diffusione propagandistica:  un sito myspace, spillette, tatuaggi, cartoline, cappellini, picnic, ma soprattutto il logo dell’Onda graffitato in tutta la città. Quando al quarto giorno viene inventato il saluto dell’Onda, l’identità e l’appartenenza di gruppo è ormai completamente rafforzata. Entrano a far parte del movimento molti nuovi membri, ma allo stesso tempo cresce l’insofferenza di Karo, l’unica studentessa rimasta ad opporsi al folle esperimento del prof Wenger, cui rimprovera di aver perso completamente il totale controllo della situazione. Karo prepara il volantino, Fermate l’Onda!,che verrà diffuso durante la partita di pallanuoto. In una rissa con gli anarchici, Tim estrae la pistola e minaccia il loro capo.

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L’Onda aumenta rapidamente il tasso di aggressività generale contro gli altri, non solo durante la partita di pallanuoto, ma anche nei rapporti sentimentali. Rainer litiga con la moglie, (“In pochi giorni sei diventato il re degli stronzi!”), e di Marco con Karo: “Ti dava fastidio, eh? non ci saresti stata tu sotto i riflettori”. “Idiota!”. Marco va allora a casa di Rainer, “Abbiamo litigato. Tutta questa storia mi ha fatto diventare un altro. Io amo Karo, l’amo eppure l’ho picchiata. Questa pseudo disciplina è soltanto una stronzata fascista, devi fermarla subito, Rainer!”. “M’inventerò qualcosa”.

Ormai anche Wenger capisce che è ora di porre termine all’”esperimento”, all’onda, che sembra essere andata fuori controllo. Fino al tragico epilogo in cui Tim, uno dei ragazzi più coinvolti fino alla totale identificazione, si suicida quando vede crollare il suo sogno, quella nuova comunità in cui aveva creduto con tutto se stesso.

Nell’ultima drammatica riunione a porte chiuse, prima del disvelamento finale, il “signor Wenger” fa l’apologia del movimento. Dopo aver letto i temi svolti da alcuni studenti, entusiasti della loro nuova appartenenza di gruppo, inizia un discorso assai familiare di questi giorni in Italia:

Mi ha colpito l’effetto che ha avuto su di voi l’Onda, ed è per questo che penso che il progetto non debba finire qui. La Germania sta andando di male in peggio. Noi siamo i falliti della globalizzazione. E i politici vogliono farci credere che una maggiore efficienza ci aiuterà ad uscire dalla crisi. Ma i politici sono i burattini dell’economia. Dicono che la disoccupazione è in calo, e la bilancia commerciale in attivo. Ma la verità è un’altra. I poveri sono sempre più poveri, e i ricchi sempre più ricchi. L’unica vera grande minaccia è il terrorismo, un terrorismo che noi stessi abbiamo alimentato  attraverso l’ingiustizia che facciamo finta di non vedere. E così mentre giorno dopo giorno noi distruggiamo il nostro pianeta, i ricchi e i potenti si fregano compiaciuti le mani. E costruiscono satelliti per poter osservare tutto dall’alto!”

Marco: “Non capite che sta facendo? Vi vuole manipolare tutti…E’ l’Onda il vero problema”.

Rainer: “No! L’Onda è l’unica soluzione per uscire da questa grave crisi. Uniti possiamo fare tutto. Noi oggi abbiamo la grande opportunità di scrivere la storia…Non riuscirai a fermarci. Da qui l’Onda travolgerà l’intera Germania, (applausi),  e chiunque tenterà di ostacolarci sarà spazzato via dall’Onda!”…Portate qui, il traditore!”.

Marco viene trascinato sul palco. E a questo punto Wenger, fra la costernazione generale, compie il rovesciamento che distrugge l’incantesimo:

Sono tutte cose che si fanno in una dittatura! Vi siete accorti di quel che è successo? …Vi ricordate ancora di quel che avevo chiesto all’inizio della settimana? Se nel nostro paese sia possibile un’altra dittatura. E’ appena successo, il fascismo! Ci siamo ritenuti esseri speciali, migliori di tutti gli altri, ma la cosa peggiore però, è che abbiamo escluso dal gruppo chi non la pensava come noi, li abbiamo feriti, e non voglio immaginare cos’altro avremmo potuto fare. Io mi scuso con tutti voi, siamo andati oltre. Io sono andato oltre. Deve finire qui”.

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L’intero film su YouTube:

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17 thoughts on “L’Onda (Die Welle, 2008) – Nazisti per una settimana

  1. Fa piacere sapere che i filmati tratti da “L’Onda” hanno ripreso a circolare senza problemi su youtube…. A me la società di produzione teutonica ha rotto i maroni per un anno, intimandone la rimozione dal mio profilo per violazione di copyright..:)
    Tornando al film, non so se, nelle applicazioni reali, il processo di trasformazione sia così rapido secondo tali step predefiniti… Con gli anglosassoni solitamente funziona. E l’esperimento di Ron Jones nel 1967 sta lì a dimostrarlo.
    Da noi credo sia più difficile eliminare del tutto quel substrato di individualismo egotico e anarcoide che caratterizza da sempre lo stomaco degli italiani.
    Ad ogni modo, penso che per riuscire, intrinsecamente un gruppo di persone deve ‘desiderare’ di essere dominato… la disciplina di tipo militare, l’ubbidienza, da sola non è sufficiente a formare un’identità di corpo e di spirito. Oggi il processo di manipolazione richiede mezzi molto più subdoli e manipolativi.
    Certo non sarà il Capo-Grullo con la sua risacca virtuale di geek esaltati a formare l’onda (meno che mai lo “tsunami”). E’ soltanto un idiota, ma pericolosamente “utile”…

  2. a dire il vero, mi sembrava di aver linkato il film intero, invece adesso inizia una decina di minuti dopo! inizialmente volevo fare un paragone fra il film e l’esperimento cui si riferisce, poi mi sono accorto che sarebbe venuto un post forse troppo lungo e complicato, e così ho deciso di dividerlo in 2 parti, prima il film e poi l’esperimento. Il mio interesse si concentra su due aspetti: primo, il concetto di “simulazione”, o “simulated environment”, che pare fosse diffuso in quegli anni, in ambito scolastico e non solo (http://www.sfgate.com/performance/article/In-The-Wave-ex-teacher-Ron-Jones-looks-back-3274503.php); la “simulazione” doveva durare un solo giorno, ma poi prese una certa piega, e non era più soltanto una simulazione (a differenza del film, l’esperimento non fu casuale, ma progettato, dopo che lo stesso Ron Jones non aveva saputo spiegare convenzionalmente agli studenti come fosse stato possibile che il popolo tedesco non si fosse accorto di quanto stava accadendo, e non si fosse ribellato);
    secondo, il prof Ron Jones era un’attisita del movimento SDS (Stuents for a Democratic Society) e contestava il sistema scolastico che, a suo dire, privilegiava i pochi e si disinteressava di tutti gli altri, disinteresse ampiamente contraccambiato attraverso la disaffezione, l’anomia, la solitudine, etc. In quell’esperimento invece proprio i più emarginati e frustrati trovarono un loro protagonismo e una loro forza.
    L’esperimento viene messo anche in relazione a quello della prigione di Stanford (di Philip Zimbardo), che però è del 1971. Questo esperimento era ispirato, secondo la scheda di Wikipedia, agli studi di Gustave Le Bon.
    Concord con te che si tratta di esperimenti tipicamente anglosassoni, difficilmente concepiibili (e comprensibili) realmente qui in Italia. Credo che ci sia un collegamento diretto fra queste sperimentazioni e un certo tipo di musica punk e industrial di poco successivo.
    Non so se ci sono in rete fonti più dirette su questi “simulated environment”, per capire come sono nati, chi li ha ispirati e come si siano diffusi, anche in ambito scolastico…

  3. Credo, se le mie reminiscenze sociologiche non mi ingannano, che questo tipo di simulazioni sperimentali di gruppo si siano affermate in parallelo con lo sviluppo della Psicologia Sociale… disciplina tipicamente USA, perché attraverso lo studio delle dinamiche di gruppo ne elabora un’interpretazione basata sul condizionamento psicologico, senza alcuna altra causale di rilievo. E questo permette di negare, o escludere come marginale, ogni riferimento al conflitto sociale o ad una dialettica di tipo classista, nell’inferenza tipica di una società omologante come quella statunitense che persegue l’unanimità, elevando a modello ideale un’unica ed onnicomprensiva “middle class”, riducendo tutto il resto a problema di ordine pubblico. O sovversione interna da monitorare e tenere costantemente sotto controllo.
    In ambito sociale, l’esperimento più famoso resta senza dubbio quello sulla “obbedienza dovuta”, condotto da Stanley Milgram nel 1961.
    Ma, come i successivi omologhi di Zimbardo e Jones dimostrano, ciò che emerge è una società fortemente conflittuale e utilitaristica di alienati sociali, che in assenza di una qualche forma di elaborazione ideali e privi di un reale sistema valoriale di principi meditati a livello personale, è ansiosa di conformarsi quanto prima ad un ruolo gerarchico conferito da terzi, integrandosi il più velocemente possibile in un “sistema”. Evidentemente concepito come il migliore dei mondi possibili. Da qui una mancanza di empatia nei confronti dei “marginali”, dei “non integrati”, degli “oppositivi”, o degli “aliens” (gli immigrati poveri che faticano ad inserirsi). A suo modo, c’è una predominanza dell’elemento psicopatico in tutto ciò, insieme alla velocità record con cui un gruppo è pronto a dividersi e contrapporsi ferocemente in squadre in competizione esasperata (in attesa di un riconoscimento dall’alto) o trasformarsi in feroci carnefici nei confronti della componente più debole o esposta.
    Altresì, mi vengono in mente l’esperimento di Muzafer Sherif (anni ’30) sulla strutturazione dei gruppi, o quello di Solomon Asch sul conformismo, dove un individualismo estremo è compensato però dall’adozione di medesimi schemi culturali e di comportamento, ai quali tutti devono conformarsi per consuetudine sociale, in un rigido sistema selettivo basato su premi e punizioni. La discriminazione diventa dunque una forma di profilassi sociale, funzionale alla separazione dei “falliti” e dei “loosers” che vengono evidentemente percepiti come contaminanti, pesi morti, inutili perché privi di valore d’uso.
    Secondo me è una derivazione della darwiniana “etica protestante”: un male al quale noi latini siamo decisamente più impermeabili…

  4. Esatto! L’argomento è proprio questo, temporalmente delimitato dall’esperimento di Milgram a quello di Zimbardo, che sono esplicitamente richiamati nel sito “The Wave” (http://www.thewavehome.com/links.htm)

    Nella variante comportamentistica, e in relazione alla beat generation, ho trovato questi 2 interessanti articoli di un certo Rattus Norvegicus:

    1: http://www.psiconautica.in/index.php?option=com_content&view=article&id=432:la-guerra-degli-stati-di-coscienza&catid=3:rivoluzione-psichedelica&Itemid=5

    2. http://digilander.libero.it/initlabor/materiali-link/materiali-link-materiali/rattus-norvegicus.html

    Se hai tempo, fammi sapere cosa ne pensi.

  5. Il cugino americano, quel bambinone zelante che da bravo boy-scout misura la realtà in termini di impiego pratico e riduce la complessità del mondo in utili e benefici, sembra intimamente convinto che esista una pillola per ogni malattia e una macchina per risolvere ogni problema, ottimizzando le prestazioni individuali.
    Ho sempre diffidato dell’epifenomenalismo comportamentista… Figuriamoci quando questo si accompagna al fondamentalismo protestante per di più applicato ad un produttivismo di stampo neo-fordista, speculare all’ideologia mercantilista attualmente dominante.

    “…i comportamentisti si ritrovarono schierati a fianco dei teocon: se la coscienza è un epifenomeno e siamo mossi da stimoli, è ancor più necessario che i pastori guidino il gregge con grande saggezza e – avrebbero aggiunto i comportamentisti – con una strumentazione teorica e tecnologica adeguata. Il rifiuto integrale della coscienza, che i comportamentisti derivavano dalla versione disfattista dall’epifenomenalismo, li portava verso una filosofia del controllo che, pur nelle sue radici materialistiche, si adeguava perfettamente alla politica teocon del controllo dall’alto del gregge. E, soprattutto, portava molta acqua al suo mulino: il potente apparato metodologico del comportamentismo sembrava tagliato su misura per manovrare l’esplosione dei media elettronici. Atei devoti, fondamentalisti autentici, utilitaristi e materialisti cinici si ritrovarono uniti nella costruzione di quella che Chomsky chiamerà la fabbrica del consenso.
    […] Chi detiene il controllo dei mezzi di informazione, naturalmente, non troverà di meglio da fare che prendersela con la beat generation o con gli anni ’70 italiani o con i comunisti e via farneticando. Così, mentre lorsignori trascinano il pianeta sull’orlo del collasso nervoso attraverso un quotidiano bombardamento di stimoli orientati al consumo, fingono una patetica nostalgia per i valori morali tradizionali traditi una volta per tutte e irriversibilmente dai quei capelloni bastardi della beat generation.”

    Tra l’altro, la pretesa di “addestrare” i ragazzi alla stregua dei cani di Pavlov, stravolgendo il concetto stesso di educazione nella negazione della “Coscienza” (e quindi della capacità critica e, a suo modo, del “libero arbitrio”) costituisce un’aberrazione che forse nemmeno i nazisti…!
    Fortunatamente (e non per caso), nella cara “vecchia” Europa il behaviourismo non ha mai davvero attecchito, insidiato dapprima dalla Scuola Gestalt e quindi spazzato via dal cognitivismo e dalle sue applicazioni epistemologiche.

  6. a grandi linee i riferimenti teorici sono chiari, adesso si tratta di capire se e come questo tipo di “istruzione programmata”, o qualche sua variante, venisse applicato alla scuola di Ron Jones, a partire dalle sue osservazioni sui “premi” a determinate ragazze, e l’emarginazione degli “studenti scarsi” che produceva i Tim del film (Robert nella realtà);
    inoltre c’è un altro film, “The Experiment” (2010), sempre tedesco, dedicato all’esperimento di Stanford; forse è una coincidenza, un mini-filone cinematografico o documentario, o c’è qualcos’altro, tipo una critica del sistema scolastico e/o disciplinare (in carcere come in fabbrica) in Germania?

    • Azzardo un’ipotesi, in risposta al tuo interrogativo…
      Probabilmente, in Germania alcuni (non molti per la verità) si pongono, al di là della vulgata di comodo, ancora la domanda su come, dopo le elezioni del 1933, un’intero popolo si risvegliò improvvisamente nazista, nonostante lo NSDAP non avesse superato il 45% dei voti, correndo in massa sul carro del vincitore (le “violette di marzo”). E questo mentre la democrazia di Weimar si scioglieva come neve a ferragosto, la SPD e tutti gli altri partiti sparivano sommessamente dalla circolazione, mentre le organizzazioni paramilitari di ispirazione democratica per l’auto-difesa (pur armate fino ai denti e composte da decine di migliaia di reduci di guerra), su tutte la “Reichsbanner” socialdemocratica, non alzavano un dito e anzi cambiavano di corsa la camicia per arruolarsi nelle SA hitleriane.
      I tedeschi di oggi capiscono di politica ancor meno di Grillo, nel sostanziale disinteresse di appagati ventri pieni. Parlano del nazismo, come da noi si ricordano le guerre puniche, e sembrano ignorare che tutti i loro nonni marciavano a passo dell’oca gridando “Heil Hitler!”, così come in Germania non ci fu mai nulla di lontanamente paragonabile alla nostra Resistenza contro il fascismo.
      Se la crisi economica e sociale che sta divorando (da anni ormai) Grecia e Portogallo, mettendo a dura prova Italia e Irlanda e Spagna, dovesse esplodere con la stessa virulenza in Germania… considerando le basi culturali e gli anticorpi politici dei nipotini di Hitler, quanto pensi sarebbero capaci di resistere prima di affidarsi al Salvatore di turno e scattare sull’attenti, urlando a squarciagola “Deutschland über alles”? Germania sopra a tutti, per l’appunto!
      In fondo parliamo di un popolo convinto che il resto d’Europa campi sulle loro spalle, che predicano la punizione degli Stati non ariani dei nuovi Untermenschen mediterranei, e che il nostro debito pubblico ce lo stiano pagando loro.
      Ecco io credo che in Germania qualcuno continui a chiedersi quanto il Paese sia veramente immune al germe del nazionalsocialismo e quanto il morbo sia stato davvero debellato e non piuttosto in sonno criogenico.

  7. “Parlano del nazismo, come da noi si ricordano le guerre puniche” 🙂

    “considerando le basi culturali e gli anticorpi politici dei nipotini di Hitler, quanto pensi sarebbero capaci di resistere prima di affidarsi al Salvatore di turno …Ecco io credo che in Germania qualcuno continui a chiedersi quanto il Paese sia veramente immune al germe del nazionalsocialismo e quanto il morbo sia stato davvero debellato e non piuttosto in sonno criogenico.”

    In effetti è così, l’argomento del film è proprio questo. Il regista Dennis Gansel è vissuto a Berlino Est fino alla caduta del Muro, e magari un “Ossie” queste cose le avverte di più (se non sbaglio “Ossie” nel film è Dennis, lo studente che fa da regista al testo di Durrenmatt, forse una proiezione del regista del film nel film stesso).

    A proposito di Reichsbanner e formazioni simili, due anni fa ci fu un interessante dibattito, alcuni libri di Valerio Gentili, uno sugli Arditi del Popolo a Roma, alcuni post di Wu Ming, delle marce a San Lorenzo, poi l’argomento sembra essersi volatilizzato. Che fine ha fatto la RASH romana? Che ne pensi in genere di tutta quell’operazione?

    • Ho letto il dibattito aperto a suo tempo dai Wu Ming sull’arditismo popolare, ma ancor prima avevo letto i libri di Valerio Gentili (su tutti “Roma combattente”) oramai pressoché introvabili.
      Personalmente (e Roma la conosco bene dal momento che ci sono nato), il RASH al di fuori delle roccaforti storiche della Sinistra “radicale” al Prenestino, io non l’ho mai visto.
      Ma nel complesso dell’operazione condivido ideali, obiettivi, e formazione…
      Già ai tempi della giunta melassa del buonista Veltroni, i ratti neri della chiavica fascista avevano parecchio rialzato la testa, per imperversare indisturbati sotto la giunta Alemanno e dilagare in zone della città, dove non s’erano mai fatti vedere prima (come quello dove vivo io)…
      Forza Nuova e Casa Pound sembravano diventati i padroni della città, con l’appoggio politico ed i finanziamenti del Comune e la protezione indecente della polizia. Ovviamente, da bravi squadristi, hanno esagerato… E’ bastata una piccola mobilitazione dei compagni del quartiere e dei collettivi antagonisti di zona per ricacciarli nelle fogne in meno di 48h.
      Sono scomparsi come i dinosauri.
      Evidentemente la disinfestazione ha funzionato, a dimostrazione dell’ottima efficacia dell’attivismo antifascista militante.

  8. quando la sinistra antagonista romana vuole, può, peccato che questa forza non si esprima anche a livello di rappresentanza, ma questa forse è una caratteristica generale dei movvimenti reali;
    per quanto riguarda il “buonista” Veltroni, ma non fu lui a lanciare l’operazione “sicurezza” “né di destra né di sinistra” nel settembre 2007, con la caccia a “rom e romeni”, dopo il delitto di via Salaria (se non erro)?

    • Credo tu ti riferisca all’omicidio di Patrizia Reggiani, massacrata a bastonate nei pressi della stazione di Tor di Quinto.
      All’epoca il delitto fece scalpore, persino in una città smaliziata come Roma, innanzitutto per la ferocia gratuita e per l’inutilità (pochi spiccioli di un’anziana signora). Soprattutto, giungeva al termine di una lunga stagione, consacrata ad una microcriminalità feroce e violenta che a Roma non si vedeva, credo, dai tempi di Lallo lo Zoppo e con una inquietante esclusività tutta romena. Diciamo che se ti arrivano tutti in una botta 100.000 rissosi straccioni convinti di essere approdati nella terra di Bengodi, attirati dalle false lucine di un’opulenza tutta televisiva, l’impatto si nota eccome…
      In una simile massa, basta un 10% di criminali incalliti, per peggiorare notevolmente la percezione della “sicurezza”. A me sembrava, per renderti l’idea, la calata dei Visigoti.
      E ti assicuro che la cosa si notava… Gente che con ogni evidenza conosceva alla perfezione le maglie larghe del nostro sistema repressivo. In pochi mesi c’è stata un’impennata degli omicidi di strada e degli stupri (di gruppo) coi casi eclatanti di Tor Vergata.
      Abitazioni letteralmente prese d’assalto: altro che i vecchi topi di appartamento! Questi ti buttavano giù la porta di casa in pieno giorno a colpi di mazza; segavano le inferriate coi frullini, senza preoccuparsi di nessuno; appartamenti occupati e trasformati in bivacchi, senza alcuna preoccupazione né “discrezione”. Per renderti l’idea, si infilavano nei garage; spaccavano tutte le luci e aspettavano la gente di ritorno a casa la sera; senza dire una parola, ti saltavano direttamente addosso, ti spaccavano la faccia e arraffavano tutto quello che gli capitava a tiro… un portafoglio, il cellulare. E’ successo a miei colleghi di lavoro… a dozzine di miei vicini di casa… c’hanno provato pure con me con un vecchio giochetto: uno ti si avvicina per chiederti una sigaretta e il complice ti colpisce a sorpresa da dietro le spalle. Ma io sono, come dire, un tipo piuttosto “impegnativo” e la cosa non ha avuto conseguenze. Per me.
      Oggettivamente, il problema esisteva. La colpa è stata quella di averlo sottovalutato. Ovvio che la destra ci si sia tuffata a pesce, sguazzandoci in campagna elettorale. E’ uno dei principali motivi per cui in una città tendenzialmente a sinistra come Roma, sia potuto accadere l’incredibile con l’elezioni di Gianni Alemanno sindaco. E credo sia stato anche uno dei motivi della vittoria elettorale del signor B.
      Vere “cacce” non ci sono mai state (avrebbero avuto il plauso generale), ma la situazione era davvero degenerata. Ora le cose vanno meglio: ci si ammazza tra pusher per contendersi le piazze dello spaccio, ci si accoltella fuori dai locali per uno sguardo di troppo, ti fregano la macchina (personalmente 5 volte) magari per fare qualche giretto in zona e poi abbandonarla in sosta vietata (sennò come faccio a pagare le multe, il deposito giudiziario e la rimozione?!?), ma almeno non si hanno più brutte sorprese a domicilio.

  9. Il tuo racconto è davvero impressionante. Dall’esterno è difficile cogliere in pieno la drammaticità di certe situazioni, se non appunto attraverso episodi eclatanti che finiscono in cronaca nazionale, come questo di Giovanna Reggiani nel 2007, o l’altro dell’ombrello in un occhio nella metro (in quel caso fu una ragazza). Tutti gli altri episodi di quotidiana micro-criminalità invece appartengono alla cronaca locale. La situazione qui in Puglia non è minimamente paragonabile a quella romana, sia come percentuali che come diffusione sul territorio. A Roma vi sono (dati 2013) circa 345 mila residenti stranieri, di cui 153 mila romeni. In tutta la Puglia ci sono 95mila residenti stranieri su una popolazione di poco più di 4 milioni (ovviamente dati ufficiali). Quindi la concentrazione è particolarmente alta a Roma, secondo una caratteristica che prima riguardava le migrazioni interne: Roma ha sempre rappresentato un luogo di transito e mobilità molto elevata, non solo in entrata ma anche in uscita, per cui il saldo poteva essere, per esempio negli anni ’50, + 200mila annui, ma in realtà era 500mila in entrata MENO 300mila in uscita (verso altre regioni verso l’estero). E’ un po’ come se fosse una specie di Staz.Termini allargata. Inutile dire che anche allora, nel caso dell’immigrazione interna, dal Sud o dal Veneto (terminata o rallentata quella dal Centro), la criminalità era altissima. Proprio negli stessi mesi dell’omicidio Reggiani, la manifesto libri ripubblicò un libro del 1987 di Enzo Rava, già giornalista del Paese Sera, “Roma in cronaca nera”. Secondo Rava proprio la cronaca nera aveva fortemente contribuito all’assimilazione e acculturazione urbana dei nuovi immigrati dal Sud. La stessa cultura romana, ancora molto “provinciale” e “paesana”, si stava trasformando in quella di una grande città moderna. Questa trasformazione veniva raccontata, assimilata e diffusa più dai “fattacci” di cronaca che non dagli editoriali di politica, che certo non venivano letti da contadini semi-analfabeti, e perfino più dello sport. La cronaca nera forniva un percorso di conoscenza, appartenenza e assimilazione della città, un patrimonio di “leggende originarie” che diventava “storia orale” della città: p.es., l’uxoricidio di Fiuggi, i «delitti del lago», il caso Montesi, il rag. Fenaroli ( nel 2003/4 Rai Educational, il canale culturale della Rai diretto da Giovanni Minoli, mandò in onda una decina di questi «casi», non semplicemente raccontando le vicende ma considerandole appunto come ”picchetti del percorso” della storia cittadina). I giornalisti come Rava venivano considerati “schiavi ai remi”, bassa forza, però giornalisti “duri”, abituati a correre sempre sul “luogo del delitto”, non a trascrivere alla men peggio lanci di agenzia (e qui il parallelo con un certo stile Internet è d’obbligo).
    Finchè, come dice Rava nella prefazione, “nel pieno di questa Roma in cronaca nera, Franco Ferrarotti pubblicò quel Roma da capitale a periferia che resta un testo storico: perché rivelava come Roma fosse accerchiata da un «immenso ghetto» di borgate, borghetti, baracche, come paradossalmente la «capitale» fosse polo di attrazione di centinaia di migliaia di persone alle quali non riusciva a dare un lavoro preciso e stabile, sicché «a cento anni alla breccia di Porta Pia, Roma è un paradosso socio-economico e politico»; Giorgio Bocca, drastico, riduceva tutto a «marciume eterno della Città Eterna»…A quel buon «terzo» di Roma che erano le borgate…la cultura accademica guardò come alla periferia di Beirut o alle favelas di Rio” (a parte lo stesso Ferrarotti o Pier Paolo Pasolini). (non ho il libro, purtroppo, ma avevo scaricato un po’ di recensioni).
    Ci si può chiedere, da romani, se c’è stato qualcosa di simile a quel che afferma Rava, cioè la costruzione e la condivisione di un immaginario collettivo sui nuovi conflitti e sulle nuove integrazioni/disintegrazioni, che serva ad assorbire e a riflettere le tensioni sociali, a elaborare un sapere collettivo che integri i “nuovi” e il “nuovo”. Oppure se tutto resta affidato alle buone opere della Caritas, e al sostanziale rifiuto di qualsiasi dialogo da parte di una cittadinanza impaurita e assediata. Per uscire dalla forbice xenofobia/buonismo umanitario astratto, ci vuole una cultura e un percorso di condivisione, a partire dai conflitti, e naturalmente anche delle istituzioni in grado di supportare l’integrazione e non di fomentare l’odio sociale. Mi rendo conto che tutto è successo in fretta, in pochi anni, ma una certa storia di Roma, una certa memoria storica e politica dovrebbe, deve servire proprio a questo. Fermo restando che, se mi fregano la macchina 5 volte mi incazzo di brutto e gli spacco la faccia, a quello lì (se l’acchiappo!)…
    (spero di non aver fatto troppi errori di battitura!)

    • Roma è sostanzialmente una “spugna”: assorbe qualsiasi cosa e si nutre di ondate successive e continue, costituendo un polo d’attrazione immigratoria sia interna che esterna…
      Per dire, nel palazzone di periferia dove sono nato e cresciuto, gli abitanti erano ripartiti per ogni regione o città d’Italia: Veneto, Umbria, Marche, e tutto il Sud in generale, ma anche il Lazio (dalla Ciociaria alla Tuscia, passando per la Sabina), e poi liguri, piemontesi, e Ravenna e Cesena e Milano e Cuneo…
      Ora si sono aggiunti maghrebini, cinesi, filippini, sudamericani, indiani… E mai, dico MAI, c’è stato il benché minimo screzio o mugugno.
      Roma è una città superficialmente inclusiva e metabolizza tutto in un cinismo disincantato, che agli occhi del visitatore esterno sembra “bonarietà”, ma è solo una sorniona indifferenza, mista a disillusione e noia con una punta di malinconia, che i romani chiamano “skazzo”.
      Se mi passi il paragone, le canzoni di Califano (er Califfo) sono un monumento allo “skazzo”.
      Motivo per cui tutti i nuovi arrivati si ‘romanizzano’ in fretta, assorbendone la cadenza dialettale, atteggiamenti e “filosofia” di vita. Ciò favorisce non poco l’integrazione e anche una certa continuità culturale, in nome della comune “romanità” acquisita o meno che sia. Del resto, è sempre stato così dai tempi dei Cesari…
      E questo generano una certa coesione in una città caoticamente frammentata in un centinaio di “rioni”, “borgate”, “quartieri”, “suburbi”… senza soluzione di continuità ed i cui ‘confini’ simbolici sono chiari solo per chi ci vive. Non per niente la prima domanda che due romani si rivolgono, al momento delle presentazioni è sempre la stessa: “di che zona sei?”
      Però da lì a parlare di periferia di Beirut o favelas o marciume ce ne corre!
      Di sicuro dai tempi di Pasolini, le cose sono molto cambiate (e migliorate): soprattutto sotto le mitizzate “giunte rosse”: Argan, Vetere, Petroselli (tutti romani d’adozione).
      Altro che Rutelli, alias “er Cicoria”!
      Se Roma è una città ‘classista’, certo non lo dà troppo a vedere… Quartieri di lusso convivono tranquillamente al fianco delle baraccopoli; nella vecchia borgata ci trovi ormai il professionista di grido, accanto al sotto-prelatario, nei medesimi condomini residenziali può alloggiare un vice-prefetto e nel piano inferiore lo spacciatore del quartiere.
      Diciamo che la “condivisione di un immaginario collettivo” esiste ed è radicata; ma il “conflitto” (in un’ottica tipicamente ‘romana’) è strettamente individualizzato, sopito, salvo esplodere all’improvviso in fiammate tanto intense quanto effimere, come gli innamoramenti di una città volubile che disarciona in fretta i suoi eroi provvisori per seppellirli nell’oblio.
      Per i caratteri intrinsechi accennati sopra, a suo modo, per quanto mantenga un substrato fascistoide più esibito che sostanziale, Roma difficilmente potrebbe mai diventare una città razzista. Persino la xenofobia richiede una sua costanza ed una certa coerenza; costa fatica e alla lunga finisce col cozzare con l’ineludibile “skazzo” che ogni romano si porta dietro e gli impedisce di prendere sul serio qualsiasi cosa.
      In concreto ripenso alla vecchia che mi abita di fronte, soprannominata “razza ariana” per le sue filippiche contro i cinesi e gli orientali, che ovviamente ha finito con l’accompagnarsi e ospitare in casa una ragazza cinese (tra l’altro una bellezza!) della quale eleva peana al cielo h24.
      Oppure uno dei miei parenti più prossimi, fascista verace (dice lui) e “orgogliosamente razzista”, che infatti è pappa e ciccia coi vicini di casa cinesi coi quali spesso e volentieri pranza insieme o si scambiano regalini alle feste, quando non è impegnato a giocare in giardino coi bimbi neri della vicina africana. Semplicemente non li percepisce come “stranieri”.
      Roma si nutre della “novità”, nella continuità di una certa tradizione. Ed ha tempi di digestione assai rapidi.

      P.S. Con la macchina a suo tempo ho ovviato il problema, staccando ogni volta lo spinotto dello spinterogeno, rinunciando a sostituire il cilindro per le chiavi, e lasciando un post-it attaccato sul cruscotto: “GUASTA. Non parte!”.
      Per l’accensione basta infilare nel blocco un semplice cacciavite a punta piatta e girare (molto più semplice e rapido dei cavi elettrici, tanto cari al cinema).
      Adesso che ho cambiato auto, scambiandola con una ancora più vecchia, non ho più di questi problemi. Infatti spesso e volentieri mi dimentico di chiudere le portiere a chiave. Ma questo succede pure col portone di casa, che ogni tanto mi capita di lasciare aperto tutto la notte (è difettosa la chiusura). Questo per rendere l’idea di quanto sia radicato in me il fantasma della “paura”..:)

  10. be’, Roma ha assorbito pugliesi, calabresi e celtici padani, adesso tocca assorbirsi gli scolaretti di mastro grullo 🙂

    “In concreto ripenso alla vecchia che mi abita di fronte, soprannominata “razza ariana” per le sue filippiche contro i cinesi e gli orientali, che ovviamente ha finito con l’accompagnarsi e ospitare in casa una ragazza cinese (tra l’altro una bellezza!) della quale eleva peana al cielo h24.”

    si vede che “razza ariana” dopotutto je piaceva la cinese (in senso astratto), ma non voleva ammetterlo pubblicamente, adesso dovrebbe richiamarsi “la cinese!

    PS cmq Rava citava Ferrarotti che citava ignoti accademici che consideravano le borgate e borghetti come favelas, ignorandole con la puzza al naso; poi dal 1968 in poi, fra lotte, occupazioni e nuove assegnazioni gradualmente i borghetti sono spariti (o quasi) (forse ora ci sono li zingari o i rom romeni, etc). Io cmq non vedrei male la definizione di Roma come “luogo di transito” o mobilità, piuttosto che come Eterna inamovibile “Caput Mundi”, forse il paradosso era già nell’antichità: contadini stanziali, “costretti” in un certo senso a portare strade e acquedotti per tutto lo Impero (stesso paradosso durante il fascismo, visto che fu proprio in quell’Era Millenaria” che vennero creati borgate, borghetti e baraccamenti sparsi…

    • Oh ma i borghetti esistono ancora.. e per inciso sono bellissimi!
      Al contempo, le borgate sono un corollario imprescindibile della periferia urbana; la differenza è che le costruzioni sono ormai tutte in muratura e ristrutturate, o trasformate in villette suburbane… E non più le baraccopoli pasoliniane, senza fognature o rete idrica a singhiozzo, che a Roma sono in parte sopravvissute fino alla fine degli anni ’70.
      Per dire, in borgata c’ho comprato casa pure io (hanno prezzi meno proibitivi) e non ci si vive mica tanto male..:)

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