Peter Staudenmeier – Ecologia fascista: l’ala Verde del Partito Nazista

ECOLOGIA FASCISTA:

“L’ALA VERDE” DEL PARTITO NAZISTA

E I SUOI ANTECEDENTI STORICI

 

di Peter Staudenmeier

Peter Staudenmeier vive nel Wisconsin. Per due decenni ha partecipato attivamente al movimento anarchico, al movimento  verde e a quello cooperativo negli Stati Uniti e in Germania. Con Janet Biehl ha scritto  Ecofascism: Lessons from the German Experience. Come storico Peter ha focalizzato la sua attenzione sul Nazismo e sul Fascismo, sulla storia delle teorie razziste e sulla storia politica dell’ambientalismo. Attualmente è professore di storia tedesca moderna alla Marquette University di Milwaukee, Wisconsin.

Published by: AK Press – The Anarchist Library

http://www.spunk.org/texts/places/germany/sp001630/ecofasc.html

(Traduzione: http://www.veneto.antrocom.org)

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Eva Braun und Adolf Hitler auf dem Berghof

* * *

(C’è troppa confusione, falso unanimismo e mistificazione negli attuali movimenti ambientalisti, e questo consente a mestatori di professione, psicogrulli e fascisteria assortita e spesso camuffata di infiltrare le loro ideologie regressive, reazionarie e apertamente fasciste, senza che neppure nei più noti siti di “sinistra radicale” si sia avvertita l’esigenza di smascherare questi infami. Aspetto ancora, su Carmilla, per dire, un articolo chiaro e netto contro il fascistume presente nel M5Stalle., a partire dal suo Capo psicolabile. Che cosa si intende per Ecologia Fascista? Due cose, essenzialmente, che sono l’oggetto di due diversi saggi, molto importanti, che pubblicherò “a puntate”: in primo luogo, in senso storico, ci si riferisce ai movimenti ecologisti che favorirono l’ascesa del regime nazista (il presente saggio); in secondo luogo, la loro versione moderna, attualizzata, con nuove maschere. Imparare a riconoscere l’infamia, per combatterla! NdR)

* * *

La Germania non è solo il luogo di nascita della scienza dell’ecologia e il luogo dove la politica dei Verdi è diventata importante; è anche stata la patria di una particolare sintesi di naturalismo e nazionalismo forgiato sotto l’influenza dell’irrazionalismo antiilluminista della tradizione romantica. Due figure del XIX secolo esemplificano questa malaugurata congiunzione: Ernst Moritz Arndt e Wilhelm Heinrich Riehl.

Riconosciamo che separare l’umanità dalla natura, dall’interezza della vita, porta alla distruzione dell’umanità e alla morte delle nazioni. Solo attraverso una re-integrazione dell’umanità all’interno della natura tutta il nostro popolo può essere reso più forte. Questo è il punto fondamentale dei compiti biologici della nostra era. L’umanità da sola non è più il fulcro del pensiero, ma piuttosto della vita come un tutto … Questo sforzo verso la correlazione con la totalità della vita, con la natura stessa, una natura in cui siamo nati, questo è il significato più profondo e la vera essenza del pensiero nazionalsocialista” (1)

PARTE PRIMA

Nel nostro zelo di condanna dello status quo, noi radicali spesso scagliamo senza pensarci epiteti come “fascista” e “ecofascista”, contribuendo cosi a una specie di inflazione intellettuale che non aiuta in nessun modo a far avanzare una critica sociale efficace. In tale situazione, è facile ignorare il fatto che ci sono ancora virulente vene di fascismo nella nostra cultura politica che, per quanto marginali, richiedono la nostra attenzione. Una delle vene meno riconosciute o comprese è il fenomeno che si potrebbe chiamare “ecofascismo effettivamente esistente”, cioè la preoccupazione di movimenti autenticamente fascisti per temi ambientalisti. Allo scopo di comprendere la peculiare intensità e resistenza di questa affiliazione, faremmo bene ad esaminare più da vicino la sua incarnazione storica più nota, la cosiddetta “ala verde” del nazismo tedesco.

Nonostante l’estesa documentazione storica, il soggetto resta elusivo, sottostimato sia dagli storici professionisti che dagli attivisti ambientalisti. Nei paesi di lingua inglese, come in Germania, deve essere ancora analizzata e ricercata adeguatamente la stessa esistenza di una “ala verde” nel movimento nazista, per non parlare della sua ispirazione, mete e conseguenze. La maggior parte della manciata di interpretazioni disponibili soccombono o a “un’allarmante affinità intellettuale con il soggetto” (2) o rifiutano ingenuamente di esaminare appieno la “sovrapposizione ideologica tra conservazione della natura e nazismo”. (3). Questo articolo presenta brevemente e in modo necessariamente schematico la storia della componente ecologica del nazismo, sottolineando sia il suo ruolo centrale nell’ideologia nazista che la sua applicazione pratica durante il Terzo Reich. Una ricerca preliminare dei precursori dell’ecofascismo classico del XIX e XX secolo dovrebbe servire a illuminare gli aspetti concettuali comuni a ogni forma di ecologia reazionaria.

Sono d’obbligo due chiarificazioni iniziali. Primo, i termini “ambientale” ed “ecologico” sono usati qui in modo più o meno intercambiabile, per denotare idee, atteggiamenti e pratiche comunemente associate al movimento ambientalista contemporaneo. Questo non è un anacronismo; indica semplicemente un approccio interpretativo che illumina connessioni con questioni odierne. Secondo, questo approccio non ha intenzione di avallare l’idea storicamente discreditata che i dati prima del 1933 possono o dovrebbero essere letti come “conducenti inesorabilmente” alla calamità nazista. Piuttosto, la nostra preoccupazione qui è discernere le continuità ideologiche e tracciare le genealogie politiche, in un tentativo di comprendere il passato alla luce della situazione attuale – rendere la storia rilevante nell’attuale crisi sociale ed ecologica.

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1.      LE RADICI DELLA MISTICA DI SANGUE E SUOLO

(The Roots of Blood and Soil Mystique)

 

La Germania non è solo il luogo di nascita della scienza dell’ecologia e il luogo dove la politica dei Verdi è diventata importante; è anche stata la patria di una particolare sintesi di naturalismo e nazionalismo forgiato sotto l’influenza dell’irrazionalismo antiilluminista della tradizione romantica. Due figure del XIX secolo esemplificano questa malaugurata congiunzione: Ernst Moritz Arndt e Wilhelm Heinrich Riehl.

Meglio noto in Germania per il suo fanatico nazionalismo, Arndt si dedicava anche alla causa contadina, il che lo portò a una preoccupazione per la terra stessa. Gli storici dell’ambientalismo tedesco lo menzionano come il primissimo esempio di pensiero “ecologico” in senso moderno (4). Il suo notevole articolo del 1815  “Sulla cura e la conservazione delle foreste“, scritto all’alba dell’industrializzazione in Europa Centrale, si scaglia contro il miope sfruttamento delle foreste e del suolo, condannando la deforestazione e le sue cause economiche. A volte scrisse in termini tremendamente simili a quello del biocentrismo contemporaneo:

Quando si vede la natura in una necessaria correlazione e interconnesione, allora tutte le cose sono egualmente importanti – cespugli, vermi, piante, esseri umani, pietre, niente primo o ultimo, ma tutto una sola singola unità≫ (5).

L ’ambientalismo di Arndt, comunque, era inestricabilmente legato a un nazionalismo violentemente xenofobo. I suoi appelli eloquenti e anticipatori per una sensibilita ecologica erano sempre espressi in termini di benessere del suolo tedesco e del popolo tedesco, e le sue ripetute polemiche folli contro la mescolanza razziale, le esigenze di purezza razziale teutonica e gli insulti contro francesi, slavi ed ebrei, segnavano ogni aspetto del suo pensiero. Proprio all’inizio del XIX secolo la connessione mortale tra amore per la terra e nazionalismo razzista militante era saldamente a posto.

Riehl, studente di Arndt, sviluppò ulteriormente questa sinistra tradizione. Per certi aspetti la sua vena “verde” era significativamente più profonda di quella di Arndt; presagendo certe tendenze nel recente attivismo ambientalista, il suo saggio del 1853,” Campi e foreste“, finiva con un richiamo alla lotta per “i diritti delle terre incolte” (wilderness). Ma anche qui il pathos nazionalista dava il tono:

Dobbiamo salvare le foreste, non solo perché i nostri forni non diventino freddi in inverno, ma anche perché la spinta della vita del popolo continui a battere calda e gioiosa, perché la Germania resti tedesca” (6).

Riehl era un implacabile oppositore dell’avvento dell’industrializzazione e dell’urbanizzazione; la sua glorificazione apertamente antisemita dei valori rurali contadini e la condanna indifferenziata della modernità lo rende il “fondatore del romanticismo agrario e dell’anti-urbanesimo” (7). Queste ultime due fissazioni maturarono nella seconda metà del XIX secolo nel contesto del movimento völkisch, una potente tendenza culturale e sociale che unì il populismo etnocentrico con il misticismo della natura. Al cuore della tentazione völkisch c’era una risposta patologica alla modernità. Di fronte alle reali dislocazioni provocate dal trionfo del capitalismo industriale e dall’unificazione nazionale, i pensatori völkisch predicavano un ritorno alla terra, alla semplicità e alla completezza di una vita in armonia con purezza della natura. L’ effusione mistica di questa utopia pervertita si accoppiava con la sua volgarità politica. Mentre il movimento volkisch aspirava a ricostruire la società che era sanzionata dalla storia, radicata nella natura e in comunione con lo spirito vitale cosmico (8), si rifiutava assolutamente di localizzare le fonti dell’alienazione, dello sradicamento e della distruzione ambientale, dando la colpa invece al razionalismo, al cosmopolitanesimo e alla civiltà urbana. La figura che esprimeva tutto ciò era l’antico oggetto di odio contadino e risentimento borghese: l’ ebreo. I tedeschi erano in cerca di una misteriosa completezza che li avrebbe restituiti alla primitiva felicità, distruggendo l’ambiente ostile di civiltà industriale urbana che la cospirazione ebraica aveva calato su di loro (9).

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Riformulando il tradizionale antisemitismo tedesco in termini ecologisti, il movimento völkisch portava un volatile amalgama di pregiudizi culturali del XIX secolo, ossessioni di purezza romantiche e sentimento anti-illuminista, all’interno del discorso politico del XX secolo. L’emergere dell’ecologia moderna forgiava il legame fatale che legava insieme nazionalismo aggressivo, razzismo caricato misticamente e predilezioni ecologiste. Nel 1867 lo zoologo tedesco Ernst Haeckel coniava il termine “ecologia” (in realtà coniato nel 1855 dal zoologo tedesco Reiter con il significato di studio del rapporto degli organismi in rapporto al loro habitat. Haeckel ne allargò il significato come studio delle relazioni degli organismi, tra di loro e con l’ambiente, N.D.T.) e cominciava a istituirla come disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni tra gli organismi e l’ambiente. Haeckel era anche il principale divulgatore di Darwin e della teoria evoluzionista nel mondo di lingua tedesca e sviluppò una speciale sorta di filosofia sociale darwinista che chiamò “monismo“.

La Lega Monista Tedesca che egli fondò combinava olismo ecologico basato scientificamente con opinioni sociali völkisch. Haeckel credeva nella superiorità razziale nordica, si opponeva strenuamente alla mescolanza razziale e sosteneva con entusiasmo l ’eugenetica razziale. Il suo fervente nazionalismo divenne fanatico all’inizio della Prima Guerra Mondiale e fulminò con toni antisemiti la Repubblica Consigliare in Baviera.

In questo modo Haeckel contribuì a quella speciale varietà del pensiero tedesco che servì da sementiera per il nazionalsocialismo (10). Verso la fine della sua vita egli diventò membro della Societa Thule, «un’organizzazione segreta radicalmente di destra che giocò un ruolo chiave nell’istituzione del movimento nazista» (11). Ma qui sono in ballo più che mere continuità personali. Il pioniere dell’ecologia scientifica, insieme ai suoi discepoli Willibald Hentschel, Wilhelm Bolsche e Bruno Wille, formò profondamente il pensiero delle generazioni seguenti di ambientalisti inserendo la preoccupazione per il mondo naturale in una stretta rete di temi sociali regressivi. Fin dal suo inizio, perciò, l’ecologia venne legata a una struttura politica intensamente reazionaria. I contorni specifici di questo precoce matrimonio tra ecologia e opinioni sociali autoritarie sono molto istruttivi. Al centro di questo complesso ideologico c’e l’applicazione diretta e non mediata di categorie biologiche al regno del sociale. Haeckel sosteneva che

la civiltà e la vita delle nazioni sono governate dalle stesse leggi che prevalgono in tutta la natura e la vita organica”(12).

Questa idea di “leggi naturali” o “ordine naturale” è da tempo uno dei cardini del pensiero ambientalista reazionario ed è concomitante al suo anti-umanesimo:

Così, per i Monisti, forse l’aspetto più pernicioso della civiltà borghese europea è la grande importanza data all’idea di uomo in generale, alla sua esistenza e ai suoi talenti, e alla credenza che attraverso le sue facoltà razionali uniche l’uomo potrebbe essenzialmente ricreare il mondo e ottenere un ordine sociale universalmente più armonioso ed eticamente giusto. [L’umanità era ] una creatura insignificante quando è vista come parte e misurata contro la vastità del cosmo e le immense forze della natura” (13).

Altri Monisti estesero questa enfasi anti-umanista e la mescolarono con i tradizionali motivi völkisch dell’anti-industrialismo e anti-urbanesimo indiscriminati e al razzismo pseudoscientifico che stava da poco emergendo. La scintilla, ancora una volta, era l’unione di categorie biologiche e sociali. Il biologo Raoul France, membro fondatore della Lega Monista, elaborò le cosiddette Lebensgesetze, “Leggi della vita”,  attraverso le quali l’ordine naturale determina l’ordine sociale. Egli si oppose alla mescolanza razziale, per esempio, perchè “innaturale”. France è acclamato dagli ecofascisti contemporanei come “pioniere del movimento ecologista” (14).

Il collega di France, Ludwig Woltmann, un altro studente di Haeckel, insisteva su una interpretazione biologica di tutti i fenomeni sociali, dagli atteggiamenti culturali agli arrangiamenti economici. Metteva l’accento sulla supposta connessione tra purezza ambientale e purezza “razziale”:

Woltmann ebbe un atteggiamento negativo verso l’industrialismo moderno. Sostenne che il cambiamento da una società agraria a una industriale aveva affrettato il declino della razza. In contrasto con la natura, che dava vita alle armoniche forme del germanesimo, c’erano le grandi città, diaboliche e inorganiche, che distruggevano le virtù della razza” (15).

 

Cosi all’inizio del XX secolo un certo tipo di argomentazione “ecologica”, saturata di contenuto di destra, aveva assunto una certa misura di rispettabilità nella cultura politica della Germania. Durante il turbolento periodo intorno alla Prima Guerra Mondiale, la mistura di fanatismo etnocentrico, repulsione regressiva della modernità e genuina preoccupazione ambientalista si dimostrò essere una pozione davvero forte.

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“Le idee fondamentali del movimento nazionalsocialista sono populiste (völkisch) e le idee populiste (völkisch) sono nazionalsocialiste” (Adolf Hitler). La pseudo-scienza razziale nazista fu tradotta in termini Völkisch quando Eugen Fischer occupò il vuoto lasciato dagli studiosi che si ritirarono dall’Università di Berlino nel 1933 e in veste di rettore nazista pronunciò il suo discorso inaugurale, “La genesi dello stato Völkisch alla luce della biologia” (29 luglio 1933).

  1. segue

Note

1. Ernst Lehmann, Biologischer Wille. Wege und Ziele biologischer Arbeit im neuen Reich, Munchen, 1934, pp. 10-11. Lehmann era un professore di botanica che caratterizzò il nazionalsocialismo come ‘biologia applicata politicamente’.

2. Anna Bramwell, autrice di un libro sull’argomento è esemplare in questo senso. Vedi il suo Blood and Soil: Walther Darré and Hitler’s ‘Green Party’, Bourne End, 1985, e Ecology in the 20th Century: A History, New Haven, 1989.

3. Vedi Raymond H. Dominick, The Environmental Movement in Germany: Prophets and Pioneers, 1871-1971, Bloomington, 1992, specialmente la parte terza, “The Volkisch Temptation.”

4. Per esempio, Dominick, The Environmental Movement in Germany, , p. 22; e Jost Hermand, Grüne Utopien in Deutschland: Zur Geschichte des ökologischen Bewußtseins, Frankfurt, 1991, pp. 44-45.

5. Citato in Rudolf Krugel, ‘Der Begriff des Volksgeistes’ in Ernst Moritz Arndts Geschichtsanschauung, Langensalza, 1914, p. 18.

6. Wilhelm Heinrich Riehl, Feld und Wald, Stuttgart, 1857, p. 52.

7. Klaus Bergmann, Agrarromantik und Großstadtfeindschaft, Meisenheim, 1970, p. 38. Non esiste traduzione adeguata a “Großstadtfeindschaft,” un termine che significa ostilità verso il cosmopolitanesimo, l’internazionalismo e la tolleranza culturale in quanto tale. Questo ‘anti-urbanesimo’, come si potrebbe tradurre, è l’’esatto opposto dell’attenta critica dell’urbanizzazione elaborata da Murray Bookchin in Urbanization Without Cities, Montreal, 1992, and The Limits of the City, Montreal, 1986.

8. George Mosse, The Crisis of German Ideology: Intellectual Origins of the Third Reich, New York, 1964, p. 29.

9. Lucy Dawidowicz, The War Against the Jews 1933-1945, New York, 1975, pp. 61-62.

10. Daniel Gasman, ‘The Scientific Origins of National Socialism: Social Darwinism’ in Ernst Haeckel and the German Monist League, New York, 1971, p. xvii.

11. ibid., p. 30. La tesi di Gasman sulle politiche del Monismo non è affatto priva di critiche, ma la tesi centrale del libro, però, è solida.

12. Citato in Gasman, The Scientific Origins of National Socialism, p. 34.

13. ibid., p. 33.

14. Vedi la prefazione alla ristampa del 1982 del suo libro del 1923 Die Entdeckung der Heimat, pubblicato dalla casa editrice di estrema destra MUT Verlag.

15. Mosse, The Crisis of German Ideology, p. 101.

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5 thoughts on “Peter Staudenmeier – Ecologia fascista: l’ala Verde del Partito Nazista

  1. in effetti è un argomento un po’ rimosso ma che dovrebbe essere meglio conosciuto, su cui esiste già una documentazione affidabile;
    ho deciso di pubblicare il saggio di Staudenmeier, già disponibile in pdf, in più post, in modo da dare maggior risalto ai singoli argomenti

    ciao

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