Requiem for Detroit ? (J.Temple, BBC documentario)

BBC Documentary: Requiem For Detroit from Logan Siegel on Vimeo.

REQUIEM FOR DETROIT ?

In modo soft, “naturale”, i media hanno dato una falsa rappresentazione della richiesta di bancarotta per Detroit. Una rappresentazione complementare a un certo “romanticismo delle rovine”, riproposto in tanti reportages fotografici. A  scanso di equivoci, va precisato che c’è una netta divisione amministrativa fra la città di Detroit e l’Area metropolitana, i suburbia, dove già dagli anni ’50 si sono trasferiti in massa prima la middle class bianca, i servizi e i centri commerciali, poi le stesse aziende; la bancarotta riguarda quindi l’Inner City, non l’Area metropolitana, che invece gode di ottima salute, “è la dodicesima negli Stati Uniti per popolazione, con quasi quattro milioni di abitanti. Un’area che non è stata toccata che di striscio dalla crisi che ha colpito il municipio di Detroit…Nel 2010 il reddito medio nella Metropolitan Statistical Area era più alto della media del Michigan e di conseguenza di quella americana ed è facile da intuire.” Mazzetta. Di conseguenza, quando di seguito si parla di “collasso industriale della quarta città americana”  bisogna aggiungere “ex industriale” ed “ex quarta”, in quanto la Detroit propriamente detta NON è più industriale. Nel film di Clint Eastwood, “Gran Torino”, 2008,  il figlio del protagonista vive nella tipica villa unifamiliare  suburbana, e si reca di rado a trovare il padre che vive nel desolato centro con accanto i vicini asiatici. Attualmente Detroit è la  diciottesima città degli Stati Uniti per popolazione con 701.475 abitanti (4,3 milioni nell’Area Metropolitana), quindi non più la quarta, quando aveva circa 1.8 milioni di abitanti.  Questo fenomeno, che riguarda anche altre città in particolare della cosiddetta Rust Belt, è noto come  “shrinking cities”, città in contrazione, in calo. Questa nuova divisione economico-territoriale fra Inner City in degrado e Area metropolitana vitale o in espansione ricorda la separazione fra “bad company”  nella quale si riversano le perdite, e “good company”  a cui sono riservati i profitti. Ai “negri” e ai poveri è stato accollato l’enorme debito di circa 20 miliardi di dollari, costringendoli a vivere al buio; mentre i “bianchi” sono giustamente volati (“white flight”) nei tranquilli  e operosi suburbi. Loretta Napoleoni esulta: non potremmo applicare il modello Detroit anche in Europa?

Metropolitan Statistical Area:  http://en.wikipedia.org/wiki/Metro_Detroit

Leggi anche: Alessandro Coppola, Apocalypse Town, Laterza, 2012

Documentario realizzato da Julien Temple sulla decadenza e il collasso industriale della ex quarta città americana per grandezza e importanza. Il documentario ripercorre un secolo di sviluppo e declino  attraverso interviste e testimonianze, presentandoci una visione apocalittica e distopica, “a slow motion Katrina that has had many more victims”.  Programmato sulla BBC a marzo e a luglio 2010, e presentato in anteprima al 28° Torino Film Festival (26 novembre-4 dicembre 2010) nella sezione Festa mobile – Figure nel paesaggio.

Durata: 75 minuti.
Con Grace Lee Boggs, Tyree Guyton, John Sinclair e Martha Reeves.

Conferenza stampa di Julien Temple al Torino Film Festival
via
  http://cinefestival.blogosfere.it

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Alice nel paese della decadenza
Il motivo per cui ho accettato di fare questo film è sostanzialmente che avevo bisogno di soldi! Non sapevo quasi niente di Detroit, c’ero stato una volta, conoscevo la musica e ovviamente l’industria dell’automobile. Quando siamo arrivati all’aeroporto io e il produttore e con la macchina ci siamo allontanati dall’anonimia di quel luogo, per avanzare verso la città, mi sono accorto della strana esperienza che stavo facendo. Sembrava di essere in un certo senso all’interno di Alice nel paese delle meraviglie: un percorso in cui ti senti progressivamente avvolto da un crescendo di decadenza e devastazione…

La fine dell’American Dream e la possibilità di un sogno nuovo
Detroit era il volano dell’American Dream: la produzione delle auto, l’invenzione dei semafori, delle autostrade, dei centri commerciali, tutti elementi costitutivi della produzione di massa, quella che ha creato il benessere della società americana nel Ventesimo secolo. La drammaticità di questo ritratto è dunque tanto più forte per il carattere emblematico di questa città: di fronte a un disastro di tali proporzioni viene spontaneo chiedersi come la civiltà che l’ha prodotto possa essere stata così folle. Eppure non si tratta del racconto di un incubo.
La capacità di reazione della popolazione di quella città lascia infatti sperare in una possibile rinascita, in un possibile nuovo sogno magari più a dimensione umana, più civilizzato. La scena artistica contemporanea, molto fiorente a Detroit, può essere ad esempio considerata un esempio di questo fermento, di questa volontà di andare avanti elaborando un modello differente da quello brutale (e fallimentare) imposto dalla società di massa.
È questo il perchè della punteggiatura del titolo che mira a sottolineare la valenza interrogativa del film. Non si tratta della celebrazione della morte di Detroit ma di quella della morte di una delle sue versioni. Il film è un requiem, un canto funebre che non pregiudica, anzi auspica la possibilità di una rinascita da quelle ceneri.

I rischi del modello
Quella che viene descritta nel film è, come detto, un esempio paradigmatico, ma data la diffusione e il radicamento di quel modello sociale ed economico, anche fuori dagli Stati Uniti, il rischio è che scenari analoghi si ritrovino anche in Europa. Bridgewater per esempio, è una piccola cittadina industriale del South West, vicino a dove vivo io, che sta completamente andando in rovina perchè fondata su un’economia totalmente industriale; molte realtà urbane corrono questo rischio per una crisi dell’industria che il contesto economico internazionale rende ancora più drammatica.
Questa decadenza ha inoltre ripercussioni sociali gravissime soprattutto per le minoranze e gli immigrati; si assiste infatti a un inasprimento della divisione su base razziale, e non solo negli Stati Uniti. Detroit è una città fondata sull’apartheid, è inutile negarlo, e la situazione degli afroamericani è ulteriormente critica rispetto a quella dei bianchi che hanno, a centinaia di migliaia, abbandonato la città. Ancora una volta però non si tratta di problemi estranei al continente europeo: in Gran Bretagna la crisi e la conseguente politica messa in pratica dall’attuale governo, intenzionato più a difendere gli interessi dei gruppi di potere economico – in particolare quelli bancari – che lo stato sociale, si sono abbattute sulle fasce più deboli della popolazione come una scure. È un rischio generale forse meno avvertito in Italia perchè si tratta di una civiltà più antica ma non impossibile, soprattutto se si continua a consentire a dei pagliacci come Silvio Berlusconi di dirigere i lavori…

Gli alberi e i sopravvissuti
C’è un personaggio emblematico nel film che è quello della donna anziana. Quella donna ha 96 anni, ha perciò vissuto direttamente tutta la parabola dallo sviluppo dell’epoca di Ford fino alla decadenza di oggi. Ha dunque la possibilità di assumere una prospettiva di lunga durata e gettare uno sguardo complessivo sulla situazione, un po’ come possono fare gli alberi che erano lì e lì continuano a stare, guardando al futuro ed elaborando strategie di conversione e riassetto che ne consentano la sopravvivenza e la rinascita.

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Nella mappa precedente le aree rosse sono a maggioranza bianca (preponderante se non esclusiva)  e quelle blu a maggioranza nera, l’area gialla sono i latini, ai confini della città.

“La città negli anni ha visto fuggire vero l’area metropolitana aziende, servizi e percettori dei redditi più elevati, lasciando nel centro della città storica una popolazione sempre meno numerosa e sempre più immiserita, impossibilitata comunque a sostenere il costo del funzionamento di quello che rimane il cuore di una città da quattro milioni d’abitanti con le tasse versate da 700.000 residenti che per lo più vivono sotto il livello di povertà. Un luogo che attira solo nuovi poveri che approfittano della grande offerta di abitazioni a prezzi di saldo, mentre dal dopoguerra in poi i sobborghi sono cresciuti  e solo di recente hanno registrato una lieve flessione nel numero degli abitanti.”

via http://mazzetta.wordpress.com/2013/07/19/detroit-unaltra-lettura-del-fallimento/

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Detroit: the last days
by Julian Temple

Detroit is a city in terminal decline. When film director Julien Temple arrived in town, he was shocked by what he found – but he also uncovered reasons for hope

When the film- maker Roger Graef approached me last year to make a film about the rise and fall of Detroit I had very few preconceptions about the place. Like everyone else, I knew it as the Motor City, one of the great epicentres of 20th-century music, and home of the American automobile. Only when I arrived in the city itself did the full-frontal cultural car crash that is 21st-century Detroit became blindingly apparent.

Leaving behind the gift shops of the “Big Three” car manufacturers, the Motown merchandise and the bizarre ejaculating fountains of the now-notorious international airport, things become stranger and stranger. The drive along eerily empty ghost freeways into the ruins of inner-city Detroit is an Alice-like journey into a severely dystopian future. Passing the giant rubber tyre that dwarfs the nonexistent traffic in ironic testament to the busted hubris of Motown’s auto-makers, the city’s ripped backside begins to glide past outside the windows.

Like The Passenger, it’s hard to believe what we’re seeing. The vast, rusting hulks of abandoned car plants, (some of the largest structures ever built and far too expensive to pull down), beached amid a shining sea of grass. The blackened corpses of hundreds of burned-out houses, pulled back to earth by the green tentacles of nature. Only the drunken rows of telegraph poles marching away across acres of wildflowers and prairie give any clue as to where teeming city streets might once have been. Approaching the derelict shell of downtown Detroit, we see full-grown trees sprouting from the tops of deserted skyscrapers. In their shadows, the glazed eyes of the street zombies slide into view, stumbling in front of the car. Our excitement at driving into what feels like a man-made hurricane Katrina is matched only by sheer disbelief that what was once the fourth-largest city in the US could actually be in the process of disappearing from the face of the earth. The statistics are staggering – 40sq miles of the 139sq mile inner city have already been reclaimed by nature.

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One in five houses now stand empty. Property prices have fallen 80% or more in Detroit over the last three years. A three-bedroom house on Albany Street is still on the market for $1.
Unemployment has reached 30%; 33.8% of Detroit’s population and 48.5% of its children live below the poverty line. Forty-seven per cent of adults in Detroit are functionally illiterate; 29 Detroit schools closed in 2009 alone.

But statistics tell only one part of the story. The reality of Detroit is far more visceral. My producer, George Hencken, and I drove around recce-ing our film, getting out of the car and photographing extraordinary places to film with mad-dog enthusiasm – everywhere demands to be filmed – but were greeted with appalled concern by Bradley, our friendly manager, on our return to the hotel. “Never get out of the car in that area – people have been car-jacked and shot.”

Law and order has completely broken down in the inner city, drugs and prostitution are rampant and unless you actually murder someone the police will leave you alone. This makes it great for filming – park where you like, film what you like – but not so good if you actually live there. The abandoned houses make great crack dens and provide cover for appalling sex crimes and child abduction. The only growth industry is the gangs of armed scrappers, who plunder copper and steel from the ruins. Rabid dogs patrol the streets. All the national supermarket chains have pulled out of the inner city. People have virtually nowhere to buy fresh produce. Starbucks? Forget it.

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What makes all this so hard to understand is that Detroit was the frontier city of the American Dream – not just the automobile, but pretty much everything we associate with 20th-century western civilisation came from there. Mass production; assembly lines; stop lights; freeways; shopping malls; suburbs and an emerging middle-class workforce: all these things were pioneered in Detroit.

But the seeds of the Motor City’s downfall were sown a long time ago. The blind belief of the Big Three in the automobile as an inexhaustible golden goose, guaranteeing endless streams of cash, resulted in the city becoming reliant on a single industry. Its destiny fatally entwined with that of the car. The greed-fuelled willingness of the auto barons to siphon up black workers from the American south to man their Metropolis-like assembly lines and then treat them as subhuman citizens, running the city along virtually apartheid lines, created a racial tinderbox. The black riots of 1943and 1967gave Detroit the dubious distinction of being the only American city to twice call in the might of the US army to suppress insurrection on its own streets and led directly to the disastrous so-called white flight of the 50s, 60s and 70s.

The population of Detroit is now 81.6% African-American and almost two-thirds down on its overall peak in the early 50s. The city has lost its tax base and cannot afford to cut the grass or light its streets, let alone educate or feed its citizens. The rest of the US is in denial about the economic catastrophe that has engulfed Detroit, terrified that this man-made contagion may yet spread to other US cities. But somehow one cannot imagine the same fate befalling a city with a predominantly white population.

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On many levels Detroit seems to be an insoluble disaster with urgent warnings for the rest of the industrialised world. But as George and I made our film we discovered, to our surprise, an irrepressible positivity in the city. Unable to buy fresh food for their children, people are now growing their own, turning the demolished neighbourhood blocks into urban farms and kick-starting what is now the fastest-growing movement across the US. Although the city is still haemorrhaging population, young people from all over the country are also flooding into Detroit – artists, musicians and social pioneers, all keen to make use of the abandoned urban spaces and create new ways of living together.

With the breakdown of 20th-century civilisation, many Detroiters have discovered an exhilarating sense of starting over, building together a new cross-racial community sense of doing things, discarding the bankrupt rules of the past and taking direct control of their own lives. Still at the forefront of the American Dream, Detroit is fast becoming the first “post-American” city. And amid the ruins of the Motor City it is possible to find a first pioneer’s map to the post-industrial future that awaits us all.

So perhaps Detroit can avoid the fate of the lost cities of the Maya and rise again like the phoenix that sits, appropriately, on its municipal crest. That is why George and I decided to call our film Requiem for Detroit?– with a big question mark at the end.

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4 thoughts on “Requiem for Detroit ? (J.Temple, BBC documentario)

  1. La IV città industriale degli Stati Uniti dichiara bancarotta, ma le agenzie di rating sono tutte concentrate a declassare noi ed i francesi, attribuendo la tripla A+ al prospero modello USA.
    E’ interessante notare, nei fatti, qual’è la prospettiva di sviluppo ideale per i “mercati” ed in particolar modo di quelli ‘finanziari’…

  2. ti risponderò domani mattina con calma, adesso sto andando a una cena in cui come pane ci sarà il…carasatu! com’è finito qui è un mistero! mais ça va comme ça, monsieur 🙂

  3. la bancarotta è di Detroit, l’inner city, ma gli impianti industriali sono tutti nell’area metropolitana, e quindi non c’è nessuna ricaduta in termini di occupazione, redditi, tasse etc sulla prima;
    la tripla A riguarda il debito federale, ma non il debito delle singole città (Detroit mi pare C o D); funziona così, almeno lì; dopodichè anche le agenzie di rating non se la passano bene in questo momento, in quanto la loro capacità di previsione e la loro affidabilità è venuta un po’ meno, c’è una causa in corso fra Governo e Standard & Poor’s, insomma la cosa mi sembra un tantino più complessa, vedremo gli sviluppi

    http://www.italiaoggi.it/giornali/dettaglio_giornali.asp?preview=false&accessMode=FA&id=1835422&codiciTestate=1

  4. Pingback: Requiem per Detroit | BarneyPanofsky

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