Come la macchina risparmia materiale – A.Dureau de la Malle & K.Marx

Come la macchina ecc. risparmia materiale.

Pane. Dureau de la Malle.

Adolphe Dureau de la Malle (1777-1857) fu un famoso studioso ottocentesco di storia romana e mediterranea antica (Des Progrès et de la décadence du Luxe chez les Romains ;De la Population de l’Italie ancienne ; De l’Agriculture, de l’Administration, des Poids et Mesures des Romains; De la Topographie de Carthage ; etc.). Nel 1840 pubblicò l’Économie politique des Romains, citato da Karl Marx nei Lineamenti fondamentali di critica dell’economia politica, o “Grundrisse”, manoscritto in cui Marx raccolse  numerosi quaderni di appunti presi fra  settembre 1857 e  maggio 1858, grande laboratorio di elaborazione della sua  “critica delle categorie economiche”, che vedrà poi l’edizione rifinita nel Capitale.

vol 2

“Le colonie greche nell’Italia meridionale importavano dalla Grecia e dall’Asia, direttamente o tramite Tiro e Cartagine, l’argento con cui, a partire dal VI e dal V secolo a.C. fabbricarono le monete. Malgrado questa vicinanza, per motivi politici i romani bandirono l’uso dell’oro e dell’argento. Popolo e senato si rendevano conto che un mezzo di circolazione così agevole avrebbe comportato concentrazione, aumento degli schiavi, decadimento delle vecchie usanze e dell’agricoltura” (Dureau de la Malle, vol.I, loc.cit. pp.64, 65).

“Secondo Varrone lo schiavo è un instrumentum vocale, l’animale un instrumentum semi-mutum, l’aratro un instrumentum mutum” (loc.cit. pp.252-54).

(Il consumo giornaliero di un cittadino di Roma ammontava a poco più di 2 livres francesi; quello di un contadino a più di 3 livres. Un parigino consuma 0,93 di pane, un contadino, nei 20 dipartimenti in cui il grano costituisce l’alimento principale, ne consuma 1,70 (loc.cit). In Italia (attualmente) se ne consuma 1 l. e 8 once dove il grano è l’alimento principale. Perché i romani ne mangiavano comparativamente di più? In origine mangiavano il grano crudo o solo ammollato nell’acqua; in seguito pensarono di cuocerlo…Più tardi si sviluppò l’arte di macinarlo e in un primo tempo si mangiava cruda la pasta fatta con questa farina. Per macinare il grano ci si serviva di un pestello o di due pietre fatte battere o ruotare l’una sull’altra…Il soldato romano si preparava questa pasta cruda, puls, per diversi giorni…Poi fu inventato il vaglio che pulisce il grano e si trovò il modo di separare la crusca dalla farina; infine si aggiunse il lievito e in un primo tempo si mangiò il pane crudo, finchè per caso si scoprì che cuocendolo gli s’impediva di inacidire e lo si poteva conservare molto più a lungo. Solo dopo la guerra contro Perseo, 580,  Roma ebbe dei panettieri (p.279, loc.cit.).

“Prima dell’era cristiana i romani non conoscevano i mulini a vento” (280 loc.cit.). “Parmentier ha dimostrato che in Francia l’arte della macinazione ha fatto grandi progressi a partire da Luigi XIV e che la differenza tra la vecchia e la nuova tecnica di macinazione arriva fino a metà del pane fornito da una medesima quantità di grano. Per il consumo annuo di un abitante di Parigi furono assegnati prima 4, poi 3, poi 2 e infine 1 1/3 sestari di grano…Così si spiega facilmente l’enorme sproporzione tra il consumo giornaliero di grano dei romani e il nostro; essa dipende dalla imperfezione dei procedimenti di macinazione” (p.281, loc.cit.).

“La legge agraria limitava la proprietà terriera ai cittadini attivi. La limitazione della proprietà costituiva il fondamento dell’esistenza e della prosperità delle antiche repubbliche” (lo.cit., pp. 256-257).  “Le entrate dello stato consistevano in demani, contributi in natura, corvées e alcune imposte in denaro pagate all’entrata e all’uscita delle merci, e percepite sulla vendita di talune derrate. Quest’usanza…si ritrova ancora in forma pressocchè immutata nell’impero ottomano…Al tempo della dittatura di Silla e persino alla fine del VII secolo la repubblica romana percepiva annualmente solo 40 milioni di franchi, anno 697…Nel 1780 le entrate monetarie del sultano turco, in piastre, ammontavano a soltanto 35.000.000 di piastre, equivalenti a 70 milioni di franchi…I romani e i turchi prelevavano in natura la maggior parte delle loro entrate. Presso i romani…1/10 delle granaglie, 1/5 dei frutti, presso i turchi da ½ a 1/10 a seconda dei prodotti…Poiché l’impero romano non era altro che un immenso agglomerato di municipi indipendenti, la maggior parte degli oneri e delle spese erano comunali” (pp.402-7).

(La Roma di Augusto e Nerone, senza i sobborghi, contava solo 266.684 abitanti. Egli suppone che nel IV secolo dell’era cristiana i sobborghi contassero 120.000 abitanti, la cinta aureliana 382.695, complessivamente 502.695, 30000 soldati, 30000 stranieri; in cifra tonda un totale di 562.000 persone. )

Madrid, durante un secolo e mezzo, a partire da Carlo V, capitale di una parte dell’Europa e di metà del Nuovo Mondo, presenta molte analogie con Roma. Anche la sua popolazione non crebbe in proporzione alla sua importanza politica (405, 406, loc.cit.). “La condizione sociale dei romani a quel tempo assomigliava molto più a quella della Russia o dell’impero ottomano che a quella della Francia e dell’Inghilterra: poco commercio o industria; fortune immense a fianco di una miseria estrema” (p.214, loc.cit.). (Lusso solo nella capitale e nelle sedi dei satrapi romani). “Dopo la distruzione di Cartagine fino alla fondazione di Costantinopoli, l’Italia romana era vissuta, rispetto alla Grecia e all’Oriente, nella medesima situazione in cui durante il XVIII secolo la Spagna si era trovata rispetto all’Europa. Alberoni * diceva: “La Spagna è rispetto all’Europa ciò che la bocca è rispetto al corpo: tutto vi passa, nulla vi resta” (loc.cit., pp.385 segg.)

* Giulio Alberoni, 1664-1752, ministro spagnolo e cardinale

(tratto dai “Grundrisse”, vol.II, Quad.VII, p.873-875, Einaudi)

Annunci

9 thoughts on “Come la macchina risparmia materiale – A.Dureau de la Malle & K.Marx

  1. 🙂 Ohibò!
    Alcuni spunti sono buoni, ma per molti aspetti l’analisi di Dureau de la Malle mi sembra un tantino superata… Dove poi estrapoli con tanta precisione le sue cifre demografiche al dettaglio resta davvero un mistero: arrivare a censire 266.684 abitanti nella Roma sotto la dinastia Giulio-Claudia.. ma quando mai?!? Fino allo sfondone più evidente: la guarnigione di Roma non raggiunse mai i 30.000 effettivi (nemmeno sotto Aulo Vitellio e Settimio Severo che raddoppiarono le unità di ogni coorte); e meno che mai potevano esserci 30.000 soldati in armi nell’Urbe nel corso del IV secolo d.C. Specialmente dopo che Costantino aveva sciolto le Coorti dei pretoriani e disarmato quelle degli urbaniciani, oltre ad aver eliminato gli squadroni di cavalleria della guardia (Equites Singulares Augusti), senza mai rimpiazzarli. Non per niente, molti scrittori dell’epoca rimproveravano al Tracala di aver lasciato l’Urbe completamente sguarnita di truppe e indifesa agli eventuali attacchi dei barbari.
    Piuttosto, sorvolo sull’emissione monetaria…
    I sesterzi in circolazione sotto la Respublica erano notoriamente d’argento, che poi il popolino usasse per le spese correnti monete di più piccolo taglio e in bronzo (l’asse romano) è un altro discorso. Per paradosso, fu sotto il principato che il fino delle monete in argento ed in oro (e il sesterzio cessò di essere coniato in lega preziosa, riservata ai denarii) finì progressivamente per ridursi, dando origine ai tipici fenomeni di svalutazione e inflazione, che funestarono l’Impero per i successivi duecento anni.
    Anche sull’alimentazione ho seri dubbi: i soldati dell’età repubblicana erano notoriamente più alti rispetto ai legionari del periodo imperiale, quindi tanto male non dovevano mangiare.
    Ma adesso non vorrei sembrare troppo pedante, quindi non insisto oltre..;)

  2. non pensavo l’argomento potesse incuriosirti 🙂
    sarebbe interessante approfondire, anche a me i dati sugli abitanti sembrano piuttosto bizzarri, ad ogni modo credo che la ragione per cui Marx aveva preso questi appunti stia nel titolo, cioè con nuove tecniche di macinazione si risparmia materiale – grano, in questo caso farro, trasformato in puls, il cibo dei legionari, solo dal 2* secolo aC venne introdotto il pane lievitato e quindi ci fu l’avvento dei fornai e panettieri: “Fino alla guerra contro Perseo, più di 580 anni dalla fondazione della città, a Roma non esistevano fornai. I romani facevano il pane con le loro mani: si trattava di una peculiare occupazione femminile, così come ancora avviene presso la maggior parte dei popoli”. (Plinio); Il pane divenne simbolo di cittadinanza. Marx rileva quindi l’aspetto quantitativo, l’aumento della produttività. L’altro aspetto è quello delle entrate, e quindi i paragoni con la Spagna, l’impero ottomano, la Russia (ho evitato il denaro, per non compicare troppo la citazione); naturalmente si tratta di brevi estratti, e sarebbe interessante capire se e come siano stati ripresi nelle opere successive (Critica dell’economia politica, Capitale),
    ad ogni modo, a parte la complessità dell’argomento, ti ringrazio per qualsiasi ulteriore precisazione, specie sulla popolazione! e sui soldati! su denari, assi, sesterzi bisognerebbe fare un post a parte!soprattutto se riferito alla “Critica dell’economia politica”, dello stesso Marx

    • “..non pensavo l’argomento potesse incuriosirti..”

      Sono persona dai molteplici interessi, ma la Storia romana è più che altro una mia passione… quindi sull’argomento ho qualche piccolissima conoscenza..:)

  3. ne sono certissimo 🙂 e sicuramente non “piccolissima”!
    aggiungo che il passaggio dalla puls al panis sembra fondamentale non solo sotto il profilo alimentare ma anche sotto quello sociale. Il panis diventa, in effetti, una sorta di “reddito di cittadinanza”. Cito da un sito di storia, con riferimento al panis dal 2* sec. in poi:
    “Il grano, una volta trasformato nel compatto e resistente pane, forgiava il corpo del soldato in solido e corazzato. Il pane era il cibo simbolico della cittadinanza, e il contadino diventava cittadino soltanto nel giorno in cui riceveva del frumento perché iscritto fra gli uomini che potevano essere mobilitati. La cultura del grano era il segno dell’agiatezza corrispondente ad una classe di censo superiore. Con il grano si possedeva quel superfluo indispensabile alla condizione di cittadino, status che metteva al riparo dalla penuria e dall’insufficienza degli orti.
    A Roma erano due i gruppi ai quali lo stato assegnava una condizione privilegiata rispetto alla massa della popolazione dell’impero: i componenti dell’esercito e la plebe cittadina della capitale, che poteva rivendicare la distribuzioni del grano come diritto dell’uomo libero (plebe frumentaria).
    La lex “Sempronia frumentaria”, voluta nel 123 a.C. da Caio Gracco, fu il primo provvedimento che garantì la distribuzione di grano ai cittadini a prezzo calmierato. Sessantacinque anni dopo, con la “lex Clodia” si affermò il principio della distribuzione gratuita del grano. Da quel momento, l’enorme esborso che le “frumentationes” comportano per l’erario pubblico diventò un tributo fisso che lo stato romano pagava al mantenimento della pace sociale. Si calcola che la quantità di grano distribuito annualmente a Roma in epoca augustea fosse non inferiore a duecentomila tonnellate.
    Ma in una città che si rispetti, una qualsivoglia attività umana – ancorché necessaria alla sopravvivenza – diventa prima o poi un mestiere, un esercizio commerciale, un’impresa. Ecco allora che la grande Roma vide l’avvento dei pistores e delle “pistrinae”: fornai e panetterie che tolsero ai singoli il disturbo di prepararsi il pane da sé, vendendolo sempre fresco e nelle diverse varietà.”
    (http://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/usi—curiosita/Pane-simbolo-del-cittadino-romano.html)
    Per reggere la produzione e la trasformazione di 200mila tonn. di grano certo non era possibile restare ancorati ai metodi tradizionali della puls, credo.

    • “Per reggere la produzione e la trasformazione di 200mila tonn. di grano certo non era possibile restare ancorati ai metodi tradizionali della puls, credo.”

      No, decisamente non era possibile..:)
      E tuttavia, a costo di sembrare insopportabilmente pignolo, non condivido molto i toni entusiastici dell’Autore della citazione, a tal punto da identificare il pane come “il cibo simbolico di cittadinanza” (?).
      Sembra una battuta, ma i Romani (quelli antichi) tenevano in modo ossessivo ai loro denti, essendo i dentisti dell’epoca rari, costosi, e solitamente inefficaci. Quindi la maggior parte delle loro pietanza erano costituiti da cibi “morbidi”: zuppe; polente e soprattutto farinate; spezzatini di carne frollata, che diversamente veniva servita bollita o in umido. Ma, per una cucina che per i nostri gusti risulta impossibile, grande successo avevano anche le frattaglie, le cervella, e la trippa, magari accompagnate da improbabili salse di miele aromatizzato, pasta d’acciughe o d’olive, e quel disgustoso intruglio chiamato “garum”.
      Il pane di largo consumo, fabbricato a Roma, nonostante le varietà, era notoriamente pessimo e, peggio ancora, particolarmente duro. E infatti i Romani lo consumavano quasi sempre inzuppato, a seconda delle possibilità, nell’acqua, nell’aceto e a volte nel latte (di capra), per spalmarlo poi con le loro orride salse.

      In quanto poi al vitto del legionario, il pane non forgiava un bel nulla dal momento che era della peggior qualità possibile: un miscuglio di farro, orzo e…crusca! Nella fattispecie, specialmente nel periodo arcaico, il soldato condivideva lo stesso vitto riservato agli schiavi.
      D’altra parte, a dispetto della vulgata attuale, il mestiere delle armi nella Roma antica non esercitava alcun appeal: veniva considerato uno sbocco per sotto-proletariati, stranieri, e briganti sottratti alla croce. Non per niente l’Impero ebbe sempre un problema cronico nei reclutamenti, che supplì con un ricorso sempre più massiccio a provinciali e immigrati barbarici, che premiava con la cittadinanza romana al termine della ferma; ma anche mercenari professionisti o specifici gruppi etnici (“catervae” e “numeri”, “gentiles” e “symmachiarii”) o contingenti da popoli tributari (“clientes”).

      Il vero “reddito di cittadinanza”, soprattutto per i militari, era il “salarium” (da cui il termine ‘salariati’): ovvero un corrispettivo in sale, che era fondamentale per conservare gli alimenti (specialmente per un soldato in marcia) e condire i cibi. Le eccedenze, a prova di svalutazione, potevano essere scambiate con altri beni o servizi. La scelta del sale come bene di cittadinanza non era casuale: benché comune in natura, l’estrazione era dispendiosa e rimessa esclusivamente al lavoro servile. Alle saline (soprattutto siciliane), venivano in genere destinati gli schiavi peggiori ed i recidivi, giacché più che di un lavoro si trattava di una pena considerata come una condanna a morte con decorso lento (4 anni di sopravvivenza o poco più).

      Ad ogni modo, tornando al “pane”, mi permetto di segnalarti un articolo facilmente accessibile in rete, semplice e sintetico, ma di buona qualità:

      http://www.cerealialudi.org/alimentazione/pane-e-panettieri-nellantica-roma/

  4. Non so se ti arrivino i commenti, perché a me non risulta alcun invio…
    Comunque, dimenticavo: un discorso a parte meriterebbero le elargizioni gratuite di pane che non saprei dire quanto siano state un “diritto dell’uomo libero”, ma certamente si dimostrarono un formidabile strumento di potere clientelare e di controllo demagogico della plebe.
    Invece, in merito alle precedenti osservazioni sulla composizione dell’esercito, ovviamente ogni riferimento è legato alla sua tipologia dopo la riforma mariana ed al successivo periodo imperiale.
    Il “salarium” rimane invece una prerogativa del periodo arcaico e repubblicano, integrato dal “peculium castrense” (una sorta di dividendo sul bottino di guerra).

  5. Va detto che, nel post (http://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/usi—curiosita/Pane-simbolo-del-cittadino-romano.html era contenuta una citazione di Plinio sui vari tipi di pane; mi pare tuttavia che, a furia di precisazioni di questo tipo che generano anche confusione fra epoche diverse, ci stiamo allontanando dal topic di questo post, che non riguarda le ricette ma l’importanza politica, economica e sociale assunta dal grano in particolare nel 2° e 1° sec aC, a partire dalle lex frumentarie già citate (lex Sempronia, lex Terenzia et Cassia, lex Clodia), dalla crescita di forni e panifici, annona e approvvigionamenti, etc. La posizione secondo cui le leges frumentariae fossero demagogiche ricalca l’avversione degli optimates conservatori, contro i populares, anche se secondo le ricostruzioni critiche più recenti la realtà era più complessa.

    Per una considerazione critica delle leges frumentariae:

    William Smith, Frumentariae Leges (http://penelope.uchicago.edu/Thayer/E/Roman/Texts/secondary/SMIGRA*/Frumentariae_Leges.html)

    Luca Fezzi, “In margine alla legislazione frumentaria di Età Repubblicana”, (In: Cahiers du Centre Gustave Glotz, 12, 2001. pp. 91-100, http://www.persee.fr/web/revues/home/prescript/article/ccgg_1016-9008_2001_num_12_1_1545)

    • Sì, in effetti abbiamo divagato rispetto al tema originario del post…:)
      E naturalmente ho apprezzato moltissimo, come sempre del resto, la precisione e la scrupolosità nella ricerca delle fonti e delle documentazioni che sempre alleghi ad ulteriore chiarezza nelle tue pubblicazioni.

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...