Mario Soldati – Da leccarsi i baffi (DeriveApprodi)

da leccarsi i baffi

Mario Soldati

Da leccarsi i baffi

Memorabili viaggi in Italia alla scoperta del cibo e del vino genuino

A cura di Silverio Novelli

http://www.deriveapprodi.org/2013/05/da-leccarsi-i-baffi-2/

“Appuntamento alle dieci di mattina sulla piazza di Ovada. Stura e Orba confluiscono subito a valle della città che sorge su uno sperone terrazzato tra le due acque. Il suo nome, infatti, deriva da vadum, guado. Alla prima occhiata di chi, come noi, giunge a Ovada dalla strada di Alessandria-Asti, sfugge il perimetro irregolare della vastissima piazza, che è quella delle corriere, del mercato, delle stazioni di benzina: ma oggi deserta, nella mattina gelida, sotto un cielo chiuso e grigio. Eppure, scendendo dalla macchina, affacciandomi al parapetto dell’antico guado, e guardando verso i ripidi bricchi coperti da boschi e da vigneti che s’indovinano al di là, nella nebbia bassa, provo uno straordinario senso di sollievo, una giuliva certezza di ritrovare un’atmosfera aspra, montana, povera, indenne dagli eccessi consumistici. Capisco però che mi è difficile comunicare al lettore questa impressione, e il motivo è semplice: riferendo del mio lungo gironzolare tra Asti e Alba, ho evitato quasi sempre di affrontare direttamente i luoghi, le aziende, i personaggi di quegli eccessi: ne ho parlato solo per incidenza e per astratto, e mi sono sforzato di scegliere i miei incontri e di concentrare il mio interesse appunto nelle eccezioni artigianali o addirittura artistiche….”

Inizia così uno dei racconti di Mario Soldati tratto dal libro” Da leccarsi i baffi” edito da DeriveApprodi…
Un grande omaggio allo scrittore torinese nato nel 1906, nel centenario della sua nascita.

botti

Mario Soldati , cultore del buon mangiare e del buon bere, al vino dedica i tre volumi di Vino al vino-Ed. Oscar Mondadori 1981 (prima ed. Libri Illustrati Mondadori Editore, Milano, 1977).

Il Chianti e il Brunello

“Il Chianti, invecchiando, presenta fatalmente delle “disarmonie“: sono, probabilmente, la conseguenza della sua originaria mescolanza: come se, col tempo, tendesse a scomporsi negli aromi dei diversi vitigni da cui deriva. Il Brunello, invece, grazie all’integrità della propria razza, invecchiando migliora sempre. Il profumo è, nettamente, di lampone: chiudendo gli occhi, si ha la sensazione precisa di fiutare un bicchiere contenente un’acquavite di lampone, di quelle pregiatissime dei Vosgi: il sapore, poi, non ha, intendiamoci, proprio niente del lampone: è rotondo e giustamente amarognolo. Ho anche osservato che, facendo ruotare il bicchiere nel senso delle lancette dell’orologio, il profumo di lampone è molto più vivo che non facendo ruotare il bicchiere nel senso opposto. Non sono certo in grado di spiegare questo fenomeno, della cui autenticità posso garantire. Chiunque, del resto, può fare la prova. Avverto, però, che non tutte le bottiglie emanano lo stesso profumo. Sono i misteri del vino….”

232-725655

I lamponi

I lamponi cominciano a scarseggiare, l’estate declina. Per quasi venticinque anni di seguito, ho passato le mie estati a Roma, lavorando. Il simbolo dell’estate romana era, per me, la mancanza di lamponi. Soltanto per polemica, e per il gusto rabbioso di sentirmi rispondere: «No, non ne abbiamo», an­davo qualche volta a pranzo in alberghi e ristoranti di lusso e chiedevo ad alta voce: «Lamponi!» ben sapendo che lamponi, a Roma, non arrivavano mai, o quasi mai. Adesso, naturalmente, col boom, tutto sarà cambiato. I lamponi, ci sono, non soltanto d’estate a Roma: credo in tutte le città d’Italia, e in tutte le stagioni. Lamponi coltivati, lamponi falsi, splendidi lamponi chiari e traspa­renti, che sembrano di plastica, e nei quali, forse, la fragranza è iniettata da boccette di essenza, mediante speciali procedimenti. Ma a me piacciono i lamponi veri, e soltanto quando sono di stagione. E dunque, forse, ho mangiato gli ultimi di quest’anno l’altro giorno, sulle montagne di Pontremoli. Una ragazzina, lungo la strada, li vendeva a canestrelli. Era giovanissima, slanciata, gambe snelle, caviglie sottili, colorito roseo, occhi selvaggi, e capelli di quel biondo strano, tra il cenere e il paglierino, che è caratteristico delle bionde zingare. Tutto il suo aspetto, del resto, e la sua gonna a fiorami gialli e rosa, e i piedi nudi, e il suo modo di fare, hanno della zingara. Pago i lam­poni e allungo una mano per farle una carezza innocentissima sulla guancia: lei ritrae di scatto il busto: le sfioro appena, con la punta dei polpastrelli, per una frazione di attimo, il mento: mi basta per capire che è liscio come por­cellana, di quella particolare liscezza di chi non si lava mai. Le chiedo di che paese sia. Mi aspetto che non mi risponda e scappi via, come fanno quasi sempre le zingare. Oppure che mi dia il nome di qualche paesone della provincia di Mantova o di Rovigo: un altro modo per dirmi, sempre senza volerlo, che è zingara. Invece no. Mi risponde con una sua rustica grazia che è di Gravagna, e mi chiede una sigaretta. Parla con cadenza parmigiana, ma con un accento forte, grosso, veramente da montagna. Tornato a casa, cerco Gravagna sulla carta: esiste davvero, è in fondo alla valle della Magra, l’ultimo paese, quattro case a ottocento, novecento metri sul livello del mare. Sangue zingaro, ce n’è dappertutto, con buona pace dei razzisti. E l’Italia, anche per la bellezza delle ragazze, è il paese più vario del mondo.
(1963)

la scrittura e lo sguardo

Mario Soldati

Mario Soldati (Torino 1906), esordisce come narratore con Salmace (1929). Il successo arriva nel 1935, con America primo amore. Seguiranno molti romanzi, raccolte di racconti, diari di viaggio, da L’amico gesuita a Le sere. Fino agli anni Cinquanta è attivissimo regista cinematografico (Piccolo mondo antico, I Malombra, La provinciale). Per la tv gira le inchieste a puntate Viaggio nella valle del Po e Chi legge? Cultore del buon mangiare e del buon bere, al vino dedica i tre volumi di Vino al vino. Muore nella sua casa di Tellaro (La Spezia) il 19 giugno 1999.

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