Jean Baudrillard – Il debito mondiale e l’universo parallelo

be ready

(a metà anni Novanta c’erano già teorici, sociologi, economisti, “inascoltati”,  che avevano ben presente gli sviluppi del debito-credito  mondiale che avrebbero potuto determinare una crisi finanziaria globale; fra questi Jean Baudrillard, il quale peraltro aveva già delineato le tendenze  della new economy nel suo saggio su Lo scambio simbolico e la morte, Feltrinelli, 1979, e.o.1976; certo, un’interpretazione “originale”, e a suo modo ironica, o no? L’articolo che segue è apparso sul quotidiano Libération nel gennaio 1996)

Un cartellone elettronico in Times Square mostra il debito pubblico americano, un numero astronomico di alcune migliaia di miliardi di dollari che cresce alla velocità di 20.000 dollari al secondo. Un altro cartellone elettronico nel Centro Beaubourg a Parigi mostra le migliaia di secondi che rimangono all’arrivo dell’anno 2000. L’ultimo numero è quello del tempo, che gradualmente diminuisce. Il primo numero è quello del denaro, che incrementa a velocità stratosferiche. L’ultimo numero è un conto alla rovescia verso lo zero. Il primo numero, al contrario, cresce all’infinito.

Nonostante queste differenze, almeno nell’immaginario comune, entrambi questi numeri evocano una catastrofe: lo sparire del tempo in Beaubourg; la crescita esponenziale del debito e la possibilità di un crash finanziario, in Times Square.

La verità è che il debito non sarà mai ripagato. Nessun debito sarà mai ripagato. I conteggi finali non avverranno mai. Se il tempo può essere contato, i soldi mancanti sono al di là di qualsiasi calcolo. Gli Stati Uniti sono già virtualmente incapaci di pagare il loro debito, ma ciò non avrà alcun tipo di conseguenza. Non ci sarà un giorno del giudizio per questa bancarotta virtuale. E’ così semplice entrare in una modalità esponenziale o virtuale di debito che ci renda liberi da qualsiasi responsabilità, siccome non c’è più alcun riferimento, nessun sistema di riferimento da utilizzare come  mezzo di paragone.

La scomparsa di questo universo di riferimento è un fenomeno relativamente nuovo. Quando si guarda al cartellone in Broadway, con i suoi numeri volanti, si ha l’impressione che il debito stia decollando per raggiungere la stratosfera. Si tratta semplicemente del numero di anni luce che una galassia sta percorrendo per svanire nel cosmo. La velocità della liberazione dal debito è come quella di un satellite della Terra. E’ proprio così: il debito percorre una sua propria orbita, con la sua propria traiettoria fatta di capitale che, da ora in poi, è libero da qualsiasi connessione con l’economia reale e si muove in un universo parallelo (l’accelerazione del capitale ha esonerato il denaro dall’essere connesso all’universo di tutti i giorni fatto di produzione, valore ed utilità). Non è neanche più un universo orbitante: è piuttosto extra-orbitale, decentrato, eccentrico, con solo una evanescente probabilità che, un giorno, potrebbe tornare ad unirsi a noi. Ecco perché non c’è debito che verrà mai ripagato. Al più, lo si potrà ricomprare ad un prezzo di favore per tornare poi a piazzarlo sul mercato del debito (debito pubblico, debito nazionale, debito globale) dove sarà ormai diventato una moneta di scambio. Siccome non esiste una scadenza per l’estinzione del debito, il debito ha un valore inestimabile. Fino a quando continuerà a pendere sulle nostre teste senza alcuna connessione ad alcun sistema di riferimento, servirà anche come nostra unica garanzia contro il passare del tempo. Ma a differenza del conto alla rovescia che mostra la fine del tempo, un debito spostato in avanti all’infinito è la garanzia che anche il tempo è inesauribile… E noi necessitiamo davvero di un’assicurazione virtuale sul tempo, visto che il nostro futuro sta per dissiparsi davanti ai nostri occhi.

our-national-debt

Cancellare il debito, chiudere i conti, cancellare i pagamenti dovuti dal Terzo Mondo… Non pensateci neanche! La nostra vita dipende da questo sbilanciamento, dalla proliferazione e dalla promessa di infinito creata dal debito. Il debito globale o planetario non ha, ovviamente, alcun significato in termini classici di valori o crediti. Ma agisce come nostra unica linea di credito, un simbolico sistema di credito con cui le persone, le aziende, le nazioni sono legate le une alle altre. Le persone sono legate tra di loro (e questo è vero anche per le banche) attraverso le loro “bancarotte virtuali”, allo stesso modo in cui i complici sono legati dal loro crimine. Ognuno è certo d’esistere in funzione dell’altro all’ombra di un debito inestinguibile; perché, a tutt’oggi, la quantità di debito totale supera di gran lunga il capitale disponibile. Quindi, il debito non ha più alcun significato se non quello di unire tutti gli esseri civilizzati nello stesso destino di servi del credito. Una situazione simile si ha con le armi nucleari la cui capacità di distruzione globale è più grande di quella necessaria a distruggere l’intero pianeta. Eppure, rimane un modo per unire tutta l’umanità nello stesso destino marchiato da minaccia e deterrenza.

Almeno, ora è più semplice comprendere perché gli americani sono così desiderosi di pubblicizzare il loro debito domestico in una tale spettacolare maniera. L’iniziativa di Times Square è progettata per far sentire lo Stato colpevole di come gestisce la nazione, ed intende mettere in guardia i cittadini dall’imminente collasso della sfera finanziaria e quella pubblica. Ma ovviamente, il numero esorbitante priva il cartellone di qualunque significato (anche i numeri hanno perso la loro linea di credito). In effetti non è niente più che una gigantesca campagna pubblicitaria e, a proposito, questa è anche la ragione per la quale questo cartellone a neon è costruito in modo da apparire come una trionfante quotazione sul mercato dei valori che è arrivata alle stelle. E le persone rimangono lì a fissarlo, incantate dallo spettacolo di una performance mondiale (allo stesso tempo, raramente guardano l’orologio di Beaubourg che testimonia la graduale fine di questo secolo). Le persone sono collettivamente nella stessa situazione di quel pilota di test russo che, fino all’ultimissimo secondo, era nell’impossibilità di vedere il suo aeroplano cadere e distruggersi nel sistema video del suo jet Tupolev. Avrà avuto all’ultimo il riflesso di guardare le immagini nello schermo prima di morire? Potrebbe aver immaginato i suoi ultimi attimi di vita nella realtà virtuale. Le immagini saranno sopravvissute al pilota, anche per un decimo di secondo, oppure sarà accaduto il contrario? La realtà virtuale continuerà ad esistere dopo che il mondo reale avrà raggiunto la catastrofe? I nostri veri satelliti artificiali sono il debito globale, il flusso di capitali e le testate nucleari che circolano intorno alla terra in una danza orbitale. Come puri artifatti, con una velocità siderale e l’istantanea capacità di invertire la propria rotta, hanno trovato il loro posto più appropriato. Questo posto è addirittura più straordinario del mercato dei valori, delle banche, o degli armamenti nucleari: è quello dell’orbita, dove sorgono e tramontano come soli artificiali.

 

shanghai-skyline-story-top

 

Alcuni dei più recenti tra questi universi paralleli che si sviluppano esponenzialmente sono Internet e le numerose ragnatele di informazione globali. Ogni giorno, in tempo reale, l’irresistibile crescita (eccessiva, forse) di informazioni che si hanno in Internet potrebbe essere misurata con numeri che rappresentano i milioni di persone che la usano ed i miliardi di operazioni che effettuano. L’informazione oggi si espande a tal misura che non ha più nulla a che vedere con l’accrescimento della conoscenza. Il potenziale immenso dell’informazione non sarà mai messo a frutto nè raggiungerà mai il suo scopo. È proprio come con il debito. L’informazione è tanto insolubile quanto il debito e non potremo mai eliminarla. Collezionare dati, accumulare e trasportare informazioni attraverso tutto il mondo sono la stessa cosa che sottoscrivere un debito inestinguibile. Ed anche qui, siccome la proliferazione dell’informazione avviene in misura maggiore della necessità e della capacità di processarla da parte ciascun individuo e di tutta l’umanità in generale, non ha altro significato che quello di legare insieme tutti gli esseri umani in un destino di automazione cerebrale e sottosviluppo mentale. È chiaro che se una piccola dose di informazione riduce l’ignoranza, una dose massiccia di intelligenza artificiale può solo rafforzare il credo che la nostra intelligenza naturale sia deficitaria. La cosa peggiore che potrebbe accadere ad una persona è conoscere troppo, e quindi cadere travolta dalla conoscenza. Avviene esattamente lo stesso con il senso di responsabilità e la capacità di emozionarsi: il continuo essere bombardati dai media con immagini ed informazioni di violenza, sofferenza e catastrofe, ben lontano dallo stimolare qualche tipo di solidarietà collettiva, dimostra soltanto la nostra reale impotenza e ci spinge verso il panico ed il rimorso.

Intrappolati nella loro logica autonoma ed esponenziale, ciascuno di questi mondi paralleli agisce come una bomba ad orologeria. È cosa ovvia quando si parla di armi nucleari, ma è anche vera per il debito ed il flusso di capitali. La più piccola intrusione di questi mondi nel nostro, il più leggero incontro tra le loro orbite e la nostra, distruggerebbe immediatamente il fragile equilibrio dei nostri scambi ed economie. Ciò sarebbe (e sarà) vero anche con la totale liberazione dell’informazione, che potrebbe trasformarci in radicali liberi alla disperata ricerca delle nostre molecole in un rarefatto cyberspazio.

facebook public debut

La ragione probabilmente ci richiederebbe di includere questi mondi all’interno del nostro universo omogeneo: le armi nucleari avrebbero così degli usi pacifici, tutto il debito sarebbe ripianato, tutti i flussi di capitali sarebbero reinvestiti in termini di benessere sociale, e l’informazione contribuirebbe alla conoscenza. Ma questa è, senza alcun dubbio, una pericolosa utopia. Che questi mondi rimangano paralleli al nostro, che queste minaccie restino sospese a mezz’aria: la loro eccentricità è ciò che ci protegge. Poiché, non importa quanto paralleli ed eccentrici possano essere, sono in effetti nostri. Siamo noi che li abbiamo creati e piazzati al di là della nostra possibilità di raggiungerli, come un surrogato di trascendenza. Siamo noi che li abbiamo piazzati nelle loro orbite come una sorta di catastrofico immaginario. Ed è probabilmente meglio così. La nostra società una volta era unita da un’utopia di progresso. Oggi esiste solo in funzione di un immaginario catastrofico.

Baudrillard, Jean. “Dette mondiale et univers parallèle”, Libération, lunedì 15 gennaio 1996, pagina 5.

Traduzione: Fabio Alemagna, dalla versione inglese pubblicata su The European Graduate School.

times_square_2_lsp1357

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...